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Il santo assassino, Ferdinando Camon @MarsilioEditori

Questo Camon non me l’aspettavo.

Ironico, scherzoso, a volte tagliente, ma sempre controllato, grazie allo stratagemma di far parlare personaggi conosciuti su argomenti altrettanto conosciuti (ma non sempre approfonditi, oppure passati nel dimenticatoio, oggi), facendo loro pronunciare discorsi o scrivere lettere che non hanno mai pronunciato né scritto.

Ad esempio: Kubrick che, parlando del suo film Full Metal Jacket, spiega come si fa a trasformare un giovane borghese in assassino; oppure, un drammatico Paolo VI che scrive una lettera al cardinale di Santiago riferendosi alla comunione che quest’ultimo ha elargito a Pinochet. Oppure, ancora, Francesco Alberoni che parla di anziani, Sciascia che parla della Monaca di Monza, Claudio Martelli di Craxi…

Ogni personaggio viene riproposto con la sua gestualità e i suoi personalissimi tic verbali; solo le parole sono di Camon, che ne approfitta per parlare di giovani, paura del futuro, vecchiaia, terrorismo, donne, scrittori…

Sfida la blasfemia, a volte: è questa la parola che mi è venuta in mente leggendo il capitolo in cui un presunto editore scrive a Calvino:

(…) la mia impressione è che da lei riceviamo, per via artificiale, un cibo artificiale: ne siamo rinfrancati, ma non abbiamo mangiato; dà alimento, ma lascia digiuni.

(…) Il signor Palomar non è mai stato in mezzo a noi, ciò che ci dice è delizioso ma purtroppo non ci riguarda.

Commenti, questi, che esprimono anche il mio giudizio, che io taccio perché sono solo una lettrice a cui Calvino non piace molto (ecco, l’ho detto, anzi, peggio, l’ho scritto).

E’ un libro che nella collana dei Grilli della Marsilio si sente a suo agio, perché è lui stesso un grillo: un insettino molesto che ti sta sulla spalla e ti sussurra cosa non va, ti fa riflettere. E solo noi, novelli Pinocchi, possiamo sapere quanto abbiamo bisogno di testi così.

 

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Colloqui con se stesso, Marco Aurelio

E’ ridicolo non cercare di fuggire la propria malvagità, cosa che è possibile, e fuggire invece quella degli altri, cosa che è impossibile.

Dipende da me che in quest’anima non alberghi nessuna malvagità, né desiderio né, insomma, nessun turbamento.

Quelli che piuttosto inseguono la fama presso i posteri non tengono conto del fatto che i posteri saranno tali quali quelli che oggi essi mal sopportano.

Se soffri per qualche evento esterno, non quello ti rende inquieto, ma il tuo giudizio su di esso, e questo dipende da te estirparlo subito.

Gli uomini sono nati gli uni per gli altri: dunque, o istruiscili o sopportali.

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I mandarini – Simone De Beauvoir @Einaudieditore

E’ considerato da molti il suo miglior romanzo: dovevo leggerlo, per rendermi conto delle ragioni per cui la De Beauvoir afferma così spesso, nella sua autobiografia, di essere una Scrittrice.

La prima impressione che ne ho avuta è che la De Beauvoir è sì una grande filosofa e grande saggista, ma non la definirei grande scrittrice. Lei non crea mondi: ne riferisce. Questo volume è in grandissima parte tratto dalla sua vita reale, ne ruba personaggi, temi e ambientazioni. Se alla fine mi sono appassionata nella lettura, non è certo per la prosa, che è secca e descrittiva; piuttosto, per la stimolante atmosfera intellettuale che riporta in vita.

Non c’è una trama specifica: il libro narra di un gruppo di intellettuali alla fine della seconda guerra mondiale e ne riporta le discussioni e i crucci. Si spazia dal ruolo della letteratura (serve ancora?), alla vecchiaia e alla morte; dalla scelta, se scelta ci deve essere, tra l’Urss e gli USA, alla crisi dei giovani che mancano di figure con cui identificarsi; dall’impegno in politica alla possibilità di darsi a una vita estetizzante; dall’amore alla libertà, a molti altri temi.

I personaggi sono ricalcati sui caratteri delle persone che la De Beauvoir davvero frequentava. Sembra che Henri Perron sia l’alter ego di Camus, così lacerato tra la voglia di fare qualcosa per le ingiustizie del mondo e la tentazione di tirarsi a scrivere in un angolino sperduto del pianeta. Dubreuilh è Sartre, e sua moglie Anne è la Beauvoir stessa. L’americano Lewis è Nelson Algren, lo scrittore con cui la scrittrice ha davvero avuto un’appassionante storia d’amore (finita in modo piuttosto squallido, devo dire). Sezenak dovrebbe essere Koestler con la sua furia verso l’Urss. E chissà chi sono gli altri.

Fatti eclatanti ce ne sono (omicidi di ex informatori della Gestapo, falsa testimonianza per salvare un’amante, scenate e pianti…) ma il grosso del libro, e sono 764 pagine, è dato dalle conversazioni tra intellettuali,  dai dubbi di schieramento, dalle riviste culturali, dai dibattiti in merito agli eccidi in Madagascar, dall’opportunità di pubblicare o meno un articolo sui campi di lavoro sovietici ecc…

Insomma, la De Beauvoir ha mantenuto vivo un mondo.

Infine, ci sono frasette qua e là che, pur nella loro perentorietà, ti danno l’idea della sua capacità di analisi delle persone; in particolare, della gente che scrive:

(…) non s’indovina così, a prima vista, se qualcuno ha o no del talento, ma si fa presto a capire se abbia delle vere ragioni di scrivere: tutti quei figurini da salotto scrivevano solo perché, quando si vuol fare la vita letteraria, è necessario in generale scrivere qualcosa; ma nessuno di loro amava il tete-à-tete con la carta bianca; desideravano il successo nella sua forma più astratta.

 

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Il mio sole è nero – Victor Del Arbol

Da dove cominciare, per parlare di questo libro così denso di avvenimenti e personaggi?

Dal titolo. Perché la Mondadori ha usato questo titolo anonimo, che non gode di nessuna eco nel testo, mettendo in disparte il titolo originale spagnolo? Il titolo spagnolo è “La tristezza del samurai”, che è il nome della spada regalata a un bambino la cui bellissima madre viene assassinata dall’uomo che amava.

“La tristezza del samurai” è un titolo molto migliore, perché richiama alla mente quanto sia difficile per un samurai attenersi a un codice di condotta etico pur continuando a uccidere senza apparentemente mostrare alcun rimorso. E’ questo il punto centrale del romanzo: la difficoltà di intrappolare i personaggi in definizioni manicheistiche, perché ognuno di loro ha dei lati oscuri che vengono svelati pian piano.

Non posso fare spoiler, perché la bravura dell’autore sta molto nella capacità di stupirci quando ci dice cosa ha fatto questo o quello, dopo averci presentato il personaggio in una certa luce del tutto diversa.  Vi dirò solo che la storia inizia negli anni Quaranta in Spagna, anni in cui gli uomini sono combattuti tra ideali politici e privati, e finisce negli anni Ottanta, quando si raccolgono le fila degli avvenimenti accaduti quarant’anni prima.

Però una cosa posso dirvela: qui, in un modo o nell’altro non si salva nessuno. Non si salva Guillermo Mola, padre di Andrés, il bambino innamorato dei samurai; non si salva Andrés, che cresce nelle storture della malattia mentale; non si salva suo fratello Fernando, nonostante sia sopravvissuto al fronte russo e alla prigionia nei gulag; non si salva Maria Bengoecha, l’avvocato che si ritrova tra le mani il caso della scomparsa di una bambina senza sapere quanto la sua famiglia sia coinvolta con la famiglia Mola.

Ho nominato solo alcuni dei tanti personaggi del romanzo. Che è un bel romanzo, perfettissimo per l’estate.

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Il pane di Abele – Salvatore Niffoi

Questo romanzo incarna in sé tutti e tre gli stati della materia. È solido, perché porta al suo interno un nocciolo che non muta col tempo e con lo spazio (l’amicizia, il tradimento…); è liquido, perché si adatta e prende la forma del luogo in cui è ambientato (la Sardegna barbaricina); è gassoso perché piccole frasi – piccole quasi come molecole – si staccano dalle pagine per andare a toccare temi molto più vasti, lontani dall’apparentemente facile trama.

Però io, che manco totalmente di cultura letteraria, senza l’aiuto di un Gruppo di Lettura, avrei travisato il titolo…

Pensavo che Abele fosse Nemesio, perché alla fine si prende una pallottola dall’amico fraterno Zosimo; e credevo che il pane fosse la Sardegna, quel coacervo di passioni, abitudini, paesaggi, parole e magie, che lo avevano nutrito durante la giovinezza; tanto che, nel momento in cui se ne era allontanato e si era dato al diverso pane morale del continente e della politica, erano germogliati in lui quei semi bacati di tradimento e falsità.

Invece l’interpretazione del Gruppo è più azzeccata.

Abele in realtà è stato personificato da Zosimo, perché è lui che è stato ucciso dal voltafaccia della moglie e dell’amico. Mentre il pane di cui si è nutrito era l’illusione che tutto andasse bene, nonostante i presagi di sventura gli girassero attorno come mosche cavalline.

Ed ecco un’altra riflessione che non mi sarebbe venuta in mente senza un appunto del Gruppo… durante la lettura quasi mi infastidiva il continuo utilizzo di parole sarde, perché il glossario alla fine è solo parziale. Ma un’altra lettrice ha detto: Niffoi lo ha fatto apposta. Ed è vero: un bravo scrittore non lascia nulla al caso; non ci ha dato un glossario completo perché, mancandoci il significato preciso di alcune parole, restassimo col senso di mistero e di lontananza; una lontananza che, per quanto mitigata da un glossario minimo, è inevitabile per chi non è nato e vissuto in Sardegna.

Insomma: chi lo ha detto che la lettura è un hobby solitario? È solitario per necessità, perché qua c’è poca gente che legge. Ma in un mondo ideale… (d’altronde, la lettura solitaria è un’invenzione abbastanza recente).

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Cambiare la Costituzione Italiana

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Riporto qui un passo di Lella Costa, che prova…

(…) un attaccamento inossidabile ai principi sanciti dalla nostra Costituzione, che personalmente trovo bellissima (trovo anche, come dire, poco elegante che siccome non si è riusciti ad applicarla fino in fondo si cerchi ogni pretesto per cambiarla.

E questo è un libro del 2009.

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Francesco Maino a LeggerMente, S. Stino di Livenza (VE)

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Si è svolto ieri LeggerMente, il primo (piccolo) festival della letteratura di S. Stino di Livenza. Come ultimo incontro, dopo tre sessioni di letture alternate da brevi spezzoni musicali, c’è stata una chiacchierata con Francesco Maino, Premio Calvino 2013 per Cartongesso.

Ops, scusate, non dovevo nominare questo titolo… l’autore ha ammesso pubblicamente che ora vorrebbe scollarselo un po’ di dosso! L’ha scritto per buttar fuori quello che sentiva e che vedeva mentre viveva e lavorava come avvocato in questo nostro Nordest, ed ora si sta dedicando ad altro. Però alla fine, parlando di questo titolo Maino ha toccato un sacco di altri argomenti, dall’outlet di Noventa di Piave (VE) e ai panini con la coppa, al ruolo dello scrittore, dalla disposizione dei libri a casa dei suoi (come li capisco i loro problemi!), all’asteroide invisibile che sembra averci colpito stravolgendo il senso dell’umano nel mondo contemporaneo. Insomma, più che di Cartongesso, abbiamo parlato dell’Italia contemporanea (non solo del Nordest).

Tra le domande che gli sono state poste, devo parafrasarne una, perché alla fine Maino ha risposto solo indirettamente: gli è stato chiesto se dopo tutto quello che ha deplorato nel libro, è possibile una espiazione. L’autore ha citato Pasolini e il rischio dell’omologazione, ma alla fine la risposta nuda e cruda non è arrivata.

Giustamente. Come aveva detto poco prima, la letteratura non deve necessariamente dare delle risposte; ma non deve neanche limitarsi a dire: la letteratura deve porre domande!

Impressione generale di Maino: atteggiamento modesto e a tratti umorista (attenzione, ho detto umorista, non ironico, e per chi non capisce la differenza in questo contesto, suggerisco la Conferenza di Lugano di Guareschi); un po’ nervoso, insicuro, tratto tipico di chi ancora non si riconosce a pieno titolo nel ruolo che gli hanno attribuito. Eppure, da tanti riferimenti che ha nominato durante la sua chiacchierata (Zanzotto, Prevert, Neruda, Pasolini…) posso azzardare che l’uomo Maino era uno scrittore ben prima di essere acclamato come tale dal Calvino.

Perché legge. Perché legge certe cose. Perché le legge in un certo modo.

Perché osserva. Perché si indigna. Perché si meraviglia. Perché, a tratti, si dispera.

Perché vive in una dimensione autistica dove 2+2 non fa 4.

Perché la sua scrittura è arrivata solo dopo tutti questi perché, come una conseguenza naturale, come un’inondazione dopo anni continui di piogge e pioggerelline e acquazzoni.

Dai, adesso chiedetemi: tu che scrivi di Maino perché sei andata a vederlo a un incontro di un’ora e mezza in piazza, cosa ne pensi di Cartongesso?

Bè, lo confesso: non l’ho letto.

E (credo) non lo leggerò.

Dire che non l’ho letto è impreciso: diciamo che non l’ho letto dall’inizio alla fine come si fa normalmente con i libri. In realtà l’ho preso in mano innumerevoli volte da quando è stato pubblicato, ogni volta che entro in una libreria e lo vedo sullo scaffale, se non è incellophanato (che brutto vizio, il cellophane!), lo afferro e ne leggo una pagina.

Poi lo rimetto giù.

E poi torno a casa e cerco i commenti e le recensioni in internet, tutti entusiasti. E ne riconosco la veridicità.

Apprezzo (e, sì, invidio!) la professionalità di uno scrittore che sparge riferimenti letterati nella sua opera, la capacità di creare una scrittura nuova, di estrapolare fatti ed eventi dalla realtà sublimandoli sulla carta, il coraggio di denunciare atteggiamenti in cui a volte anche lui indulge, l’amore per la poesia che infila qua e là tra le sue pagine.

Ma allora perché non leggo Cartongesso?

Perché ci vivo dentro, al mondo di Cartongesso. E non me ne frega niente di eventuali accuse di vanità se dico che Cartongesso già vive dentro di me.

Prendo in mano il libro e leggo i miei pensieri, solo messi giù in una forma e in una lingua che non è la mia. Ma i contenuti sono quelli. Ed è difficile che una tale forma di immedesimazione si possa produrre solo dopo la lettura di poche righe, eppure mi succede; ed è per questo che rimetto giù il libro.

Sono i miei stessi pensieri sul mondo in cui vivo che mi danno fastidio! Vorrei toglierli dal cervello e vivere tranquilla, iniziare a bere lo Spritz e assaggiare un Mojito, guardare Grandi Fratelli, Meteo e ricette in TV senza incazzarmi per lo stato dell’informazione e della politica in Italia.

Ma non ce la faccio, è più forte di me.

PS: sto mentendo. Non lo so se un giorno cambierò idea e leggerò Cartongesso. Al momento mi avvalgo del mio diritto di Non Leggere (uno dei diritti del decalogo appeso al Municipio di S. Stino ieri).

Così come mi avvalgo del mio diritto di non bere il Mojito.

In futuro, non lo so.

 

 

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