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Tutto il pane del mondo (Fabiola De Clercq)

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Cronaca di una vita tra anoressia e bulimia

Sono in imbarazzo nello scrivere commenti negativi su questa breve autobiografia (appena 127 pagine), perché la De Clercq merita rispetto per la sofferenza che ha vissuto; tuttavia devo avanzare alcune critiche sul libro.

Non c’è trama: tutto il libro è una lunga riflessione sui propri stati d’animo. Lei che cerca la ragione che l’ha portata a diventare anoressica-bulimica, lei che cerca l’analista giusto, lei che soffre nei suoi vari tentativi di vomitare…

Pochi gli eventi, e tutti descritti a pennellate sfumate: la morte del padre, il disinteresse della madre, gli amanti della madre che le fanno delle avances, la nascita del figlio, il divorzio…

Mancano i dettagli. Potrebbe essere una mancanza voluta, perché, tutta presa dalla sua malattia, l’autrice non li ha notati, ma sono i dettagli che rendono “visibile” una storia.

In merito ai contenuti, vorrei metterne in luce solo alcuni: il suo spasmodico desiderio di arrangiarsi senza chiedere mai aiuto (fino al punto di togliersi un calcolo sublinguale), e la tendenza a radicare tutti i suoi problemi nel suo passato, come se il passato fosse l’unica causa della malattia.

Non vengono neanche descritti gli… altri. Padre, madre, zio, figlio, amiche: ci sono, ma restano vaghi, senza contorni né visi. Non ci sono dialoghi né gesti. E’ tutto un lunghissimo monologo, una riflessione sulle proprie sensazioni.

Non si sa neanche che lavoro faccia per vivere, la De Clercq: nel libro parla di un atelier, ma di cosa?

E’ un libro da leggere per il suo valore biografico, ma a livello stilistico non è il massimo, è tutto scritto al presente, si serve solo della struttura paratattica e le poche similitudini suonano sforzate.

E’ un libro che vuol far passare un messaggio e sensibilizzare sul problema, non sedurci con la scrittura.

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Il mandarino bianco (Jacques Baudouin)

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Romanzo sulla vita di Teodorico Pedrini, musicista (e pure prete, ma… a fasi alterne!).

Vissuto a cavallo tra il 1600 e il 1700, il Papa lo mandò in Cina per controllare i gesuiti (che stavano “cedendo” troppo su certe questioni ritualistiche) e con la speranza di convertire al cattolicesimo niente popò di meno che… l’imperatore Kanxi!

Bisogna dire che Pedrini era diventato prete in modo particolare: la sua più grande passione era la musica, ma senza appoggi nobiliari o ecclesiastici aveva poche possibilità di sfondare. Cedette alla tonaca solo dopo la morte della ragazza di cui si era innamorato (schiacciata dai cavalli durante il carnevale, per la cronaca).

Ovviamente, come in ogni avventura che si rispetti, per andare da Roma a Pechino, il Papa non gli ha fatto fare la strada più breve, via terra: lo ha mandato prima nel nord della Francia, a S. Malo; poi con la nave gli ha fatto attraversare lo stretto di Magellano, passare per il Cile, andare in Messico (dove stava per restare a causa di una meticcia) e poi ripartire per la Cina.

Il viaggio per arrivare in Cina è durato solo (!!) sette anni, anni molto difficili, considerando i pericoli dei viaggi a quei tempi.

A Pechino viene ricevuto dall’imperatore Kanxi soprattutto grazie alle sue capacità musicali, ed assurge fino alla carica di mandarino: onore tra gli onori!

Peccato che l’imperatore sia sotto l’influenza dei gesuiti…

I gesuiti nel 1600-1700 sono molto potenti perché dispongono di conoscenze matematiche ed astronomiche che sono utili all’imperatore.

Le fortune di Pedrini, così come sono salite alle stelle in maniera repentina, in maniera altrettanto repentina cadono nelle fogne.

Viene arrestato, picchiato e incarcerato con una scusa qualsiasi.

Durante la prigionia, pensa di continuo alla concubina e al figlio (ve l’avevo detto che era prete a fasi alterne), ma riflette anche sull’opportunità di costringere i cinesi ad adottare i riti romani: è davvero così necessario che rinuncino a prostrarsi davanti alle tavolette dei loro antenati?

Quando muore Kanxi e sale al trono il figlio, le fortune di Pedrini si risollevano.

Per poco: perché arriva il terremoto e lui resta vedovo.

Sono 317 pagine, dunque potete capire che il mio riassunto qui sopra è stato davvero succinto. Ho sorvolato su tutti gli intrighi di corte (sia occidentali che orientali) che hanno determinato il destino di Pedrini, e sull’inutilità dei suoi sforzi per convertire chicchessia in Cina.

Certo, l’autore non ha uno stile da eccelso scrittore, ma il libro si fa leggere grazie all’andamento episodico, che tralascia i tempi morti di una vita e allontana la noia.

E’ inoltre istruttivo vedere come l’atteggiamento e il pensiero di Pedrini cambino negli anni: all’inizio è convinto della sua missione e i suoi stessi discorsi sono pieni di ragionamenti sulla necessità di convertire i cinesi anche dal punto di vista ritualistico.

Alla fine, Pedrini quasi abbraccia le modalità con cui hanno agito i gesuiti e cerca (tramite interposta persona) di convincere il Papa che se la Chiesa non adotta le tesi gesuitiche, rischia di perdere la Cina per sempre.

Questo non si chiama essere voltagabbana.

La realtà cambia di continuo. Non cambiare idea (quando necessario), non è mancanza di coerenza, ma è sintomo di rigidità mentale.

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Io, Claudio – Robert Graves @LibriCorbaccio

Sì, bisogna decisamente superare le prime cento pagine per arrivare alla fine di questo romanzo, e ammetto di aver pensato di abbandonarlo più di una volta…

Prima di diventare imperatore, Claudio era uno sparuto storiografo zoppo, sordo e balbuziente che gli altri membri della famiglia (e parliamo di un Augusto, di un Tiberio e della furba Livia) ignoravano, quando non deridevano o evitavano apertamente. Era timidissimo, pieno di tic nervosi: insomma, credevano fosse scemo e non volevano che si esponesse in pubblico alle cerimonie per paura di esporre la famiglia a delle figuracce.

Sempre lasciato ai margini della direzione dell’impero, Claudio fa ciò che sa fare meglio: registra tutto ciò che accade. E questo romanzo sembra essere il resoconto dei fatti accaduti prima della sua rocambolesca nomina ad imperatore.

Vediamo gli ultimi anni di Augusto, prendiamo atto della spregiudicatezza della moglie Livia e della pericolosa indolenza del figlio Tiberio. Tutto mescolato in mezzo a decine e decine di avvelenamenti, suicidi pilotati, sanguinose battaglie e congiure.

L’uomo davvero non è migliorato, da allora. Il potere avvelena le menti: prova ne è Caligola, nipote di Claudio. Di lui si parla nell’ultima parte del libro, la più affascinante: la domanda che si impone è: come ha fatto un pazzo del genere a durare così tanto al comando di un tale impero?

Ci sono poi parti spassose, come quelle che descrivono la moglie di Claudio, Urgulanilla: mascolina, gigantesca, gli fa paura fin dal primo incontro. E lei non si smentisce: ad un certo punto fracassa la testa a qualcuno…

Ma è affascinante anche Livia (di cui avevo avuto un’immagine molto diversa sull’Augustus di John William): praticamente, alla storia è passato suo marito Augusto, ma è stata lei ad amministrare l’impero. E’ ricorsa ai suoi mezzucci, ha ammazzato bambini quando ha ritenuto necessario, ma, dài: come donna, le sarebbe stato permesso di mettersi in luce in altro modo, a quei tempi? Diciamo che è stata una che ha saputo adattarsi.

Il titolo di questo romanzo storico, sebbene fuorviante (Claudio non è il protagonista!), è servito da specchietto per le allodole: ma vi ripeto, dovete superare le prime cento pagine, prima di appassionarvi. Sono pagine dall’impatto secco, piene di nomi di generali e monarchi e tirapiedi. Andate avanti: merita di arrivare alla fine, magari anche solo per leggere di Caligola.

Ehi, ma perché mi meraviglio che Caligola sia rimasto in carica così a lungo, pur essendo pazzo? Gli uomini al governo oggi sono molto diversi?

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L’amore molesto, Elena Ferrante @edizionieo @robadalettori

(English version: below)

Sono solo 170 pagine, ma sono dense di psicologia, luoghi, passioni e pensieri.

La madre di Delia annega la notte del 23 maggio, il giorno del compleanno della figlia. Non è chiaro se si tratti di suicidio, incidente o omicidio.

Delia lascia Roma e torna a Napoli per il funerale e per cercare di capire cosa è successo. Mentre ripercorre i luoghi della sua infanzia, salgono pian piano in superficie i suoi ricordi e ci permettono di ricostruire il passato della sua famiglia.

Veniamo così a scoprire che Amalia era una donna passionale, a volte civettuola, con molta voglia di vivere, che però veniva spesso picchiata dal marito gelosissimo. Che aveva un amico di lunga data, detto Catania, che frequentava anche in età avanzata. Che il padre di Delia aveva minacciato di uccidere la ex moglie solo una settimana prima della sua morte.

I ricordi però sono confusi, e non chiariscono del tutto il mistero della morte di Amalia. Pazienza: non è un giallo, questo. Vuole invece mettere sulla pagina una sofferta incomprensione tra madre e figlia, un rapporto in cui repulsione e voglia di immedesimazione si sovrappongono. E poi si parla di solitudine, tanta.

La Ferrante ha una bella scrittura che sonda nelle sfumature della psiche femminile come poche.

Però non mi piace molto l’immagine che dà degli uomini napoletani.

Io a Napoli non ci sono mai stata, ma i napoletani sono davvero così? Non se ne salva uno: tutti con tendenze violente, rozzi, con un’unica cosa in testa, sempre pronti a fissare nella scollatura delle donne, o a infastidirle nei mezzi pubblici, gelosi, braccano le sconosciute e i bambini per strada, fanno sesso con una che non vedono da trent’anni…

No, davvero, gente: è questa l’immagine del napoletano che vogliamo diffondere per il mondo?

Perché i libri della Ferrante sono tra i pochi libri di autori italiani che vengono pubblicati e letti all’estero. E io mi preoccupo, perché poi gli stranieri si fanno delle idee.

Inoltre, sebbene il libro mi sia complessivamente piaciuto, devo annotare una tendenza della scrittura della Ferrante che – secondo me – toglie un po’ di verosimiglianza ai suoi libro: le sue protagoniste pensano, sentono, ricordano molto. Però parlano poco, troppo poco.

Qualche parola, qualche frase smozzicata… le sue protagoniste me le immagino un po’ svagate, indecise sulle sensazioni da provare, sempre intente a studiare se stesse e gli altri. Donne che non agiscono per cause ed effetti, ma un po’ guidate dal momento, da sentimenti un po’ nebulosi…

So di toccare un mostro sacro, ma sono l’unica a pensarla così?


TROUBLING LOVE, by Elena Ferrante

The story takes place in Naple, where Delia comes back after 30 years for the funeral of her mother, who drowned the night of Delia’s birthday.

In a brief time Delia traces back her past: the violent father, the vivid mother, Caserta, the man who was perhaps in love with her mother, her uncle with one arm…

I never was in Naple, but I doubt that men there are very different from the men I know here in the North East of Italy. Ferrante’s men are all lustful, are always ready to touch women’s ass in buses, are violent and vulgar and have just one thing in their heads. No men in this book is safe from this stereotype.

Well, folk: this is not true, please.

Please: do not take this book as a realistic image of Italian male!!

Another thing that I do not like in Ferrante’s book is that her protagonists do not talk. Just few words or sentences, but in general, they seem absent-minded or too absorbed into their thoughts about themselves or other people.

That is true above all for this book, in Naple, where everyone is a chatterbox: here Delia seems an ET.

And you, abroad, have you ever read some of Ferrante’s books?

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Augustus, John Williams

Il vantaggio di essere affetta da ignoranza (di ritorno) è che quando leggi un romanzo storico come questo sei ancora capace di meravigliarti: oh, Augusto ha mandato in esilio sua figlia! Wow, Giulia era quasi ninfomane! Ehi, a Cicerone hanno tagliato testa e mani!

Al di là delle mie personali scoperte, ad ogni modo, una cosa è sicura: gli uomini e le donne usano la loro intelligenza più per rendersi la vita impossibile che per vivere felici.

La quotidianità ai tempi di Augusto doveva essere una melma: guerre, saccheggi, nubifragi, pirateria, intrighi di corte, tradimenti, faticose alleanze, spionaggio… nessuno, dal più povero contadino al più ricco possidente, poteva godersi i suoi giorni in santa pace, per un motivo o per l’altro. E se Augusto è riuscito a far vivere all’impero un breve periodo di pax romana, lo ha fatto solo a scapito della sua propria, di pace.

Il romanzo ricostruisce la storia di Augusto tramite lettere, diari, memorie e spacci militari: questo permette all’autore di esplorare i diversi punti di vista sulle stesse vicende. Si prende in considerazione il periodo che va dall’assassinio di Cesare, fino alla morte di Augusto, con un breve postscritto costituito dalla lettera che il medico dell’imperatore scrive nientepopodimeno che a Seneca: ma è una lettera che lascia presagire nere nuvole all’orizzonte, per lo meno nell’ottica di Williams, quando, citando Nerone, si chiamavano in causa le peggiori sciagure (credo che la storiografia successiva abbia rivisitato la figura di questo controverso suonatore di lira).

Se i cittadini italiani avessero la metà del senso dello stato che aveva Augusto, il nostro paese non sarebbe ridotto così. Mi sono però resa conto che gli italiani appena prendono in mano il potere non capiscono più una mazza: non è più questione di buoni e cattivi, di repubblica contro tirannia. E’ tutto il sistema etico che viene rovesciato, è l’io-vinco-contro-di-te.

Per non parlare di mariti e mogli: i matrimoni erano soltanto combinati allo scopo di consolidare il potere, e a questa usanza si sono adattati tutti, dal saggio Augusto alla moglie Livia. Una volta, col film Antonio e Cleopatra, (quello classico, con la Liz Taylor) credevo (quanti anni avevo, cinque? sei?) che loro due si volessero un po’ di bene… macchè! Bando alle ingenuità: Cleopatra mirava al potere, e quando ha visto che la guerra contro Augusto buttava male, non ha esitato a mollare là il suo consorte. Ma pure prima, non si fidava di lui, e si serviva di spie per controllare cosa combinava durante le sue campagne di guerra.

Veramente un bel romanzo che bisogna assolutamente leggere, per quanto sia tragico: ci fa capire che gli esseri umani sono sempre gli stessi.

 

 

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Colloqui con se stesso, Marco Aurelio

E’ ridicolo non cercare di fuggire la propria malvagità, cosa che è possibile, e fuggire invece quella degli altri, cosa che è impossibile.

Dipende da me che in quest’anima non alberghi nessuna malvagità, né desiderio né, insomma, nessun turbamento.

Quelli che piuttosto inseguono la fama presso i posteri non tengono conto del fatto che i posteri saranno tali quali quelli che oggi essi mal sopportano.

Se soffri per qualche evento esterno, non quello ti rende inquieto, ma il tuo giudizio su di esso, e questo dipende da te estirparlo subito.

Gli uomini sono nati gli uni per gli altri: dunque, o istruiscili o sopportali.

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Ritratto di signora – Henry James

Erano anni che leggevo solo romanzi contemporanei, e passare ad un autore dell’Ottocento è stato quasi uno shock culturale. Dopo poche pagine mi sono addirittura chiesta se ero ancora capace di leggere o se non mi fosse venuto un attacco improvviso quanto precoce di Alzheimer… ma alla fine ce l’ho fatta, e ci ho preso gusto.

Adoro l’ambiente descritto da James: gente che non deve lavorare per vivere e che può passare tutte le sue giornate a chiacchierare, viaggiare, leggere, visitare musei. Che invidia! E quanti miliardari oggi esistono che, non dovendo lavorare, si danno a questi piaceri?

La capacità di James di entrare nella psiche delle persone è inimmaginabile. E’ un grande nel giustificare i cambi di umore e nel descrivere i moti dell’animo. Le sfumature dei pensieri sono tratteggiate così bene che i personaggi sembrano persone reali, e James un chirurgo che sia entrato nelle loro teste per vedere cosa c’è.

La seconda metà del libro l’ho trovata molto più intrigante della prima, e sono caduta dal pero quando ho letto che Pansy non era la figlia della prima moglie di Osmond… ovviamente non ho visto nessun film tratto dal libro, ma ora sarei curiosa di vedere come un regista possa aver reso tutte le sfumature che rendono unico questo libro.

Il comportamento di Isabel, dall’alto della mia appartenenza al ventunesimo secolo, non lo capisco. Si sposta Gilberto Osmond perché si è lasciata irretire dalla sua doppiezza, e quando si rende conto che lui l’ha sposata solo per il suo denaro (è una ricca ereditiera), invece di lasciarlo… torna da lui. Perché?? Perché doveva accettare la responsabilità della sua scelta matrimoniale.

In realtà le ragioni di Isabel sono tutte ben sviscerate da James. Ci troviamo davanti un personaggio molto complesso, che all’inizio è bramoso di libertà e anticonformismo, ma che alla fine, per essere fedele a se stesso, sembra cedere proprio al conformismo. E non si capisce dove sta il limite tra rispetto delle apparenze e rispetto delle proprie responsabilità.

Così Isabel decide di essere infelice, di continuare a vivere con un uomo egocentrico che gode nel farla soffrire. E lo decide a dispetto di tutti i pretendenti che farebbero carte false pur di salvarla da quella situazione.

Non c’è lieto fine. La protagonista nel corso del romanzo non cresce, ma scende.

Isabel è diventata così reale, che quando finisci il libro continui a pensare a lei e a cosa si potrebbe dirle per convincerla a mollare quel sadico di suo marito. Però, pensandoci, alla fine la sua non è debolezza: non resta con Osmond solo per adeguarsi alle aspettative della società. Lo fa perché ha fatto una promessa, perché vuole assumersi la responsabilità della sua scelta. Nel bene e nel male, questa è la sua grandezza.

 

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Quella vita che ci manca – Valentina D’Urbano

Adoro lo stile di scrittura di questa autrice, che a me piace assimilare a quello della Mazzantini, della Mazzucco, della Saracino. Ma non posso leggere troppo spesso romanzi del genere: ti fanno entrare in mondi pieni di buchi neri, nelle anime di certi personaggi scontenti di sé, in guerra col mondo.

In questa storia in particolare, è difficile frequentare troppo Alan senza che un po’ della sua rabbia ti resti dentro. Ma anche Valentino mette alla prova i muscoli morali: perché vorrebbe andarsene da quel quartiere che chiamarlo degradato significa usare un eufemismo.

Ma ci mette tanto prima di riuscirsi, forse troppo.  Ogni volta c’è una difficoltà da affrontare o un familiare da assecondare.

Alla fine, dopo che suo fratello Alan muore ammazzato, Valentino se ne va, lasciandosi dietro la madre, la sorella e il fratello Vadim; ma con tutto quello che ha vissuto, riuscirà davvero ad andarsene del tutto? Sì, lo so che è solo un personaggio letterario, ma l’autrice è brava a descrivere caratteri del genere, forse perché ci ha vissuto in mezzo per molti anni; ed è per questo che mi pongo il problema delle ferite che lasciano le esperienze estreme.

Pochi di quelli che leggono questo post vivono in un quartiere in cui una casa ce l’hai solo se la occupi, in cui è normale rubare, ricettare, ammazzare, prostituirsi. Ma ognuno di noi ha degli squarci nell’anima, chi più, chi meno: e la D’Urbano descrive quello che si prova a tentare di guarire. Valentino ci è riuscito (forse). Ma quanti nella vita reale non ce la fanno?

Forse dovrei leggere qualcosa di più leggero…

 

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Due romanzi (storici) sospesi (Falcones e McCullough)

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Avevo iniziato Cleopatra perché mi sembrava la logica continuazione de “Cicerone voce di Roma” che avevo appena finito di leggere, anche se gli autori sono diversi.

Di sicuro ammiro l’accuratezza della McCullough e la vastità delle ricerche che deve aver fatto per scrivere un libro del genere: è più facile scrivere di gente sconosciuta, che di personaggi ultra famosi. Però… innanzitutto, si capisce che i dialoghi sono inventati per spiegare la storia, non sono realistici; e poi la scrittrice insiste troppo sui dettagli, appunto, storici: guerre, alleanze, campagne, spostamenti, personaggi…  a meno che un lettore non sia anche un estimatore di questo periodo storico, tantissimi nomi risultano astrusi e le beghe di palazzo alla fine diventano quasi gossip. Non ci stavo più dietro.

Sospeso a p. 145 (su 728).

Falcones invece ha scelto una tattica diversa, per sua stessa ammissione: i protagonisti sono gli umili, e i veri personaggi storici restano sullo sfondo, a scandire il passaggio del tempo. Infatti qui la lettura scorre molto più veloce. Ma… insomma, è vero, non sono mai contenta, ma questo romanzo è pura avventura. Al protagonista gliene capitano di tutti i colori, una dietro l’altra, tutti eventi che prendono il lettore per la pancia, per il lato emotivo. Ebbene… non mi basta. Non ho voglia solo di puro intrattenimento, in questo periodo.

Sospeso a p. 122 (su 900)

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Il rumore dei tuoi passi – Valentina D’Urbano

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Bella scrittura, questa della scrittrice di trentun anni scoperta dal concorso di IoScrittore, mi ricorda molto la Mazzantini, Ammaniti (che lei non nega di amare nelle varie interviste sparse per il web) e anche la Mazzucco. Forse per questo, per il fatto che anche a me piacciono molto questi autori, leggendo Il Rumore Dei Tuoi Passi mi è sembrato di vivere in un déjà-vu, ma alla fine non mi è dispiaciuto.

La storia è ambientata nella periferia di Roma, ma la città non è mai nominata, forse perché i fatti narrati possono essere simili a quello che succede in ogni periferia degradata.

Ma al di là del valore del libro, io devo dirlo: queste storie mi innervosiscono.

Possibile che giovani in quelle condizioni non riescano a uscire dal c.d. degrado, darsi una smossa, aiutare gli altri ad venirne fuori…? Capisco la cultura che ti circonda, ma dove è finito il libero arbitrio? Ragazzi che si parlano a forza di sberle anche quando si vogliono bene, ignoranti emotivi, che non fanno niente dalla mattina alla sera…

Evabbè, ora la faccio semplice perché io in confronto a loro sono stata una privilegiata, mi direte voi. E’ un serpente che si morde la coda, direte voi.

Non so. Davvero, non so.

 

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