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Due romanzi ambientati a Torino

Ma dov’è Torino???

La fratellanza della sindone – Julia Navarro

Banalità su banalità. Una copia di copie. L’omicidio già nel primo capitolo, le organizzazioni segrete, la Chiesa segreta, la storia alternativa di Gesù…

La cosa più irreale è il prete:  Padre Yves è sotto i trent’anni, bello, intelligente, colto e parla un numero imprecisato di lingue. Ma soprattutto, pratica le arti marziali. Cioè: non si sa di quanti Dan sia in Karate (ma si lascia intendere che sono tanti), e in più pratica aikido e un’altra arte marziale, mi pare, taekwondo. Ora: spiegatemi come fa uno, che deve anche dedicarsi a bisogni fisiologici come mangiare, bere, dormire, fare tutte queste cose insieme e contemporaneamente far carriera nella gerarchia ecclesiastica, con tutti gli impegni che comporta. Non ci siamo.

Inutile dire che qui di Torino neanche l’ombra. Leggendo si ha l’impressione che l’autrice non sia neanche mai entrata nel Duomo dove la Sindone è conservata.

Neanche parlare delle scene ambientate in Medioriente ai tempi di Gesù: non esiste il minimo accenno all’architettura, al caldo di quelle zone, all’abbigliamento… Ma dico io: mi vuoi almeno citare un dannatissimo cammello???

L’autrice vive sulla nostra memoria collettiva: siamo così ubriachi di scene e film storici, che ci basta capire dove e quando è ambientato un libro per figurarci i personaggi vestiti con le tuniche e le città circondate da mura. Ma questo, cara la mia Navarro, non giustifica la pigrizia letteraria.

Tra donne sole – Cesare Pavese

Torino non c’è neanche qui, nonostante il nome della città compaia nella prima riga dell’incipit.

Ovviamente non si può confrontare il nostro Pavese con una Julia Navarro, la capacità letteraria è tutta un’altra cosa, ma neanche in questo romanzo mi sono sentita a Torino. Sì, si citano delle vie e delle piazze, si parla di portici, ma niente che caratterizzi Torino in quanto Torino.

Quello che premeva allo scrittore era rendere la vacuità dell’ambiente frequentato dalla protagonista. Ci è riuscito, ma non era quello che cercavo in questo momento.

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Un colpo all’altezza del cuore – Margherita Oggero @Librimondadori

Qualche giorno fa mi son detta: “Visto che tra qualche settimana andrò a Torino, perché non leggere un paio di libri ambientati in questa città?”

E tra i titoli sugli scaffali di casa ho trovato questo, un poliziesco.

Ma l’ho sospeso a p. 68 (su 333). Perché? Perché sebbene l’azione si svolga tra Torino e Chivasso e i capitoli riportino i nomi delle due città, in realtà, se si escludono alcuni riferimenti alla toponomastica (pochi), la storia si potrebbe svolgere in qualunque altra città italiana. Niente che caratterizzi Torino con i suoi luoghi tipici.

E poi, sebbene a qualcuno possa piacere la scrittura ironica, io non sono tra questi. E’ un libro da ombrellone, divertente, anche, ma non fa per me.

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Le otto montagne – Paolo Cognetti @Einaudieditore @Premiostrega

Questo romanzo mi è stato consigliato dallo scrittore Andrea Vitali quando è venuto a parlare ad Annone Veneto (VE) nell’ambito della rassegna Far Fiò. Ce lo ha citato con molto entusiasmo, dicendoci che Cognetti è giovane (è del 1978) ma farà strada.

E infatti il libro è degno di esser letto.

Il titolo si rifà alle otto montagne che nella cultura tibetana bisogna visitare per trovare se stessi; a meno che tu non resti nella montagna centrale del Mandala, quella più alta: ognuno deve capire quale è la strada migliore per trovarsi!

Il protagonista, che parla in prima persona, è Pietro, figlio di genitori veneti emigrati a Milano, innamorati della montagna, anche se in modo diverso l’uno dall’altra. Durante una vacanza, conosce Bruno, e diventano amici. Sono molto diversi, ma nella diversità (e nelle poche parole) imparano a volersi bene per anni, anche se per un certo periodo si perdono di vista.

Pietro, ad un certo punto della vita, va in rotta col padre che, a sua insaputa, instaurerà un bel rapporto con Bruno.

E il romanzo è proprio incentrato sui rapporti. La montagna è quasi un espediente, una metafora della voglia di salire in alto, di non stare giù, in mezzo alla folla, che ti fa dimenticare te stesso, e di crescere insieme alle persone a cui tieni.

Sebbene la trama non sia complessa, la bravura di Cognetti (che vive sei mesi all’anno in una baita in montagna e che è molto influenzato dagli scrittori americani contemporanei) si coglie in frasi sparse qua e là:

“(…) cabina esausta di conversazioni”,

“avevo imparato a fare le domande degli adulti, in cui si chiede una cosa per saperne un’altra”,

“il bosco se li riprese come sue creature”,

(parlando di un lago ghiacciato) “l’acqua sembrava voler sfondare a spallate la tomba in cui si era ritrovata rinchiusa”

Sapete una cosa? Io, che sono una fanatica di mare, adesso avrei voglia di farmi un mesetto in una baita in mezzo alle montagne. Se non fosse per le temperature…!!

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