Finalmente ho capito come funzionano i virus (Gilda Fanti) @VallardiEditore

Ringrazio la Vallardi per avermi messo a disposizione questo piccolo ma denso libretto sull’argomento più gettonato del momento: i virus.

Il saggio, di appena 135 pagine più bibliografia, ci suddivide in tre parti:

  1. una carrellata storica dalla scoperta dei virus fino ai giorni nostri;
  2. il rapporto uomo-virus, analizzando alcuni virus più pericolosi (Ebola, HIV, vaiolo) e la scoperta dei vaccini;
  3. il Covid-19.

Pensate che conosciamo meno dello 0,1% dei virus esistenti in natura: per fortuna, solo una minoranza di questi sono pericolosi per l’uomo.

L’Ebola è uno di questi: raggiunge una mortalità del 50% e il primo vaccino autorizzato per combatterlo è stato approvato il 19 dicembre del 2019, poche settimane prima della scoperta del Covid19.

Un concetto che non viene mai ben evidenziato è che, di fronte allo scoppio di un’epidemia, non tutti possono vaccinarsi: il ricordo al vaccino è dunque necessario per proteggere queste fasce deboli, interrompendo la circolazione del virus (immunità di gregge); il vaccino dunque non è solo a tutela del vaccinato! Tutela tutta la popolazione: ecco perché ha senso parlare di obbligatorietà!

Circa metà del libro è dedicata al Covid19, come è (probabilmente) nato, i suoi sintomi, le modalità per affrontarlo: forse è la parte del libro meno interessante, considerando il bombardamento di informazioni a cui siamo sottoposti, tuttavia (e non è poco), esponendo solo fatti scientificamente provati, fa indirettamente piazza pulita di molte bufale che continuano a circolare nonostante il tasso di alfabetizzazione di paesi come il nostro.

Mettiamo in chiaro le cose: il Covid ha un tasso di letalità tra il due e il 3% (la spagnola aveva il 2%), dunque molto più alto rispetto alle varie influenze stagionali (che si attestano attorno allo 0,1%), ma questo tasso sale per gli ultraottantenni, assestandosi sul 18%: non è poco, considerando che nel nostro paese il 23% della popolazione è sopra i sessantacinque anni.

C’è infine un breve accenno alle conseguenze psicologiche della pandemia e delle varie misure per contrastarla: ansia, irritabilità, tristezza, insonnia… tutti sintomi che si acutizzano nei bambini (solo la mia famiglia sembra immune da tale ondata di depressione).

In generale, è un libro che bisogna leggere, basta poco più di un’oretta, perché è scritto con uno stile semplice ma preciso.

Solo una nota: non si sa niente dell’autrice. Qualche riga di presentazione era d’obbligo.

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La incantatrice (Han Suyn)

Han Suyn è nata a Pechino da padre cinese e madre belga. Si è laureata a Londra in medicina ma non ha potuto esercitare nel suo paese per motivi politici. Ha scritto diversi libri, tra i quali il più famoso è “L’amore è una cosa meravigliosa”.

La mia edizione (bruttissima, guardate che schifo di copertina, sembra un romanzo rosa) è del Club degli Editori, ma a dispetto della foto poco evocativa, il libro è sia storico che d’avventura.

Narra la storia di Colin e Bea, due gemelli nati in Svizzera nella seconda metà del Settecento. La madre, di origini celtiche, viene uccisa insieme al padre a causa della bigotteria di quei tempi e loro si ritrovano a viaggiare: prima andranno da uno zio a Losanna, dove Colin dovrebbe prendere possesso delle proprietà di famiglia e del titolo di conte, poi in Cina e in Thailandia.

Dimenticavo: Bea ha ereditato le capacità della madre, ha un legame particolare con la natura, sa preparare pozioni e può comunicare telepaticamente col fratello.

Il libro è scritto in prima persona, a volte parla Colin a volte Bea, ma è sempre immediato nelle descrizioni di sentimenti e luoghi.

Non è un capolavoro, ma un libro che ti fa trascorrere ore rilassanti.

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L’allieva (@AlessiaGazzola)

Non volevo leggerlo perché sono sempre sospettosa con i libri italiani da cui sono tratti serie TV (non so perché), ma quando ho iniziato, dopo le prime pagine mi son detta: perché nessuno mi ha mai detto come scrive bene la Gazzola?

Infatti il primo capitolo, in cui ci presenta Alice Allevi mi è saltato subito all’occhio per la sua prosa ricca e mai scontata. Certo, nel corso del libro l’unicità dello stile cede il passo alla storia, ma la Gazzola resta comunque brava.

Alice Allevi, dunque, è una specializzanda al secondo anno in medicina legale, ma non è fatta per questo mestiere: troppo emotiva, pasticciona, imbranata e troppo empatica coi parenti delle vittime. Però è intelligente, ed è questo che le permette di arrivare dove certi suoi colleghi non arrivano.

Oltre al giallo, la morte di una giovane che Alice aveva fuggevolmente incontrato il giorno prima, assistiamo alle vicissitudini romantiche: aveva una cotta per un collega, Claudio, che è un po’ testina di pisello (proprio antipatico) ma alla fine si mette assieme ad un giornalista che è il figlio del suo capo.

Ecco, personalmente, io le parti romantiche le avrei saltate: ho iniziato a leggere questo libro perché volevo atmosfere da medicina legale americana, invece qui non si assiste alle autopsie, e gli indizi scientifici sono secondari rispetto alla trama.

Questo è un punto debole.

Un altro punto debole è che ad un certo punto Alice parte per il Sudan in cerca del suo ragazzo, e precisamente va a Karthoum. Beh, si sente che la Allevi non c’è mai stata: quando la protagonista arriva, mi manca tutta la descrizione del paesaggio, manca proprio, visto che Alice non era mai stata in Africa. Un po’ di sorpresa la vogliamo mostrare?

Ma questi sono dettagli. E’ comunque un libro da leggere, soprattutto quando ci si vuole rilassare senza tante pretese.

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Un diario per raccogliere indizi su un assassinio

Sto leggendo “Tutto ciò che resta” di T. R. Richmond (uno pseudonimo che nasconde un giornalista inglese di cui ignoro il vero nome).

Alice Salmon, giovane giornalista allegra e benvoluta da tutti, muore in una gelida sera di febbraio cadendo in un fiume.

Sembra un suicidio.

Un suo ex professore decide di raccogliere ogni tipo di testimonianza su di lei: articoli di giornale, cartoline, blog, email…

La storia, dunque, viene raccontata da fonti diversissime tra loro, ma più di tutto attraverso delle lettere che il professore scrive a un suo amico, attraverso mail tra lui e la madre di Alice, e attraverso spezzoni del diario della ragazza.

Riporto qua alcuni passaggi in cui Alice spiega come ha iniziato a scrivere il diario, dopo un tentativo di suicidio di cui si è subito pentita:

Questa è sta la prima pagina del mio diario, e ben presto scrivere si è trasformato in una dipendenza. Scrivevo nei momenti liberi, in treno, in autobus, davanti a Pop Idol e quando non riuscivo a dormire.

(…) Scrivevo ovunque e custodivo con estrema religiosità i miei sfoghi: i cartacei dentro scatole e i digitali nelle chiavette USB.

Sapevo bene che nessuno avrebbe provato interesse per il mio diario e che chiunque l’avesse letto avrebbe concluso che ero una folle delirante, ma non me ne importava. Riuscivo a respirare.

Mi colpiscono le sincronicità dei libri: oggi pomeriggio, infatti, prima di leggere questo passaggio, dopo anni che non li prendevo in mano, ho perso un’ora a leggere i miei vecchi diari. Quinta superiore, primi anni dell’università… E un’ora è volata via senza che me ne accorgessi.

Mi sono ritrovata a rivivere le sensazioni di venticinque anni fa e a ricordare eventi e frasi che avevo dimenticato (alcuni avrei voluto continuare a dimenticarli, ma vabbé).

Io ancora oggi, a 46 anni, tengo un diario. Non ho mai smesso da quando, a sei anni, ho trovato una vecchia agenda e mi sono presentata. Poi ho presentato la mia famiglia, poi i miei amici, poi le ho raccontato quello che succedeva: succedeva molto poco, ma dalla passione che ci mettevo, capisco ora quanto sia importante vedere le cose in prospettiva.

Perché i diari sono utili.

Non solo per lo sfogo che ti permettono di buttare sulla pagina senza rovinare rapporti personali (devo tenere a freno la mia emotività o faccio danni), ma soprattutto perché ti permettono di vedere la differenza tra quello che sei ora e quello che eri una volta.

Avevo dei sogni che non ho realizzato (mi sarebbe piaciuto vivere viaggiando), ma avevo anche delle paure che ora non ho più: e mi sono passate senza fare granché, semplicemente maturando con gli anni.

Faccio un esempio.

A sedici anni il sacerdote della parrocchia mi aveva convinto ad andare a fare l’animatrice a un camposcuola e a tenere un gruppo di ragazzini più piccoli di me.

Sappiate che io non ho nessuno slancio educativo: per me, o ti educhi da solo o muori. Ma Don Pietro è sempre stato gentile e gli serviva qualcuno che rappresentasse la nostra parrocchia nel camposcuola diocesano.

Inutile dire che, nonostante le riunioni di preparazione, per me fu un’esperienza pesante. I ragazzini non mi prendevano sul serio, non obbedivano, non ascoltavano, si annoiavano platealmente (mi sarei annoiata anche io al posto loro, con un’animatrice che non animava nulla).

Ma quello che mi ha fatto soffrire di più allora, e risulta ben chiaramente dal mio diario, è che nella riunione post-camposcuola fatta con i colleghi animatori, una delle animatrici anziane si è alzata per denunciare apertamente i sacerdoti che mandavano animatori incapaci.

Stava parlando di me (e della mia amica, anche lei senza esperienza e anche lei fattasi convincere dal nostro Don).

Nel diario scrissi “Ecco un’animatrice che si fa passare per ultra-cattolica, che va sempre a messa ad ogni festa comandata e che quando vede qualcuno in difficoltà che non appartiene alla sua parrocchia attacca come farebbe un animale con un animale proveniente da un altro branco”.

Ci ero rimasta proprio male. Soprattutto perché nei miei anni di gioventù ero molto attiva nelle associazioni parrocchiali e, come tutti gli appartenenti a una setta, ero convinta che i cattolici praticanti fossero, in ultima istanza, più buoni dei non cattolici.

Dunque questa animatrice che attaccava me (e che durante il campo-scuola non mi aveva mai preso in disparte per chiedermi come andava o se avevo bisogno di qualcosa, un consiglio o chessoio) era l’immagine simbolo del cattolico impegnato in parrocchia e, secondo la Serena di allora, doveva essere, per definizione, buona.

In gioventù si è manicheisti: sono tutti o buoni o cattivi, non ci sono vie di mezzo. Ma allora non lo sapevo.

Lo so adesso, che le persone sono molto complicate e piene di sfumature.

Questo non vuol dire che abbia perdonato quella stronza… ma se mi capitasse oggi, la prenderei in disparte e le chiederei, con un borioso atteggiamento taxidriveriano: ce l’hai con me? Eh? Ce l’hai con me?

Allora non l’ho fatto, perché pensavo che avesse ragione e basta. Ma adesso so che aver ragione non è sufficiente, se per esternarlo devi ferire le persone.

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La dieta anti-età (Steven R. Gundry) @Feltrinellied

Questo è un saggio che riunisce le ultime conoscenze in fatto di alimentazione e stili di vita allo scopo di “morire giovani a un’età matura”.

Innanzitutto, non bisogna mangiare troppo: Gundry cita spesso Valter Longo, l’inventore della “dieta mima-digiuno”. Siamo animali abituati a cicli di abbondanza e carestia, e, ad esempio, anche saltare la cena fa bene al corpo e al cervello.

Come? Bè, anche i neuroni hanno bisogno di essere periodicamente ripuliti dalle sostanze di scarto e dai metalli pesanti. Ciò accade mentre dormiamo, quando siamo nella fase di sonno profondo (la prima parte della notte, per intenderci): in queste ore, i neuroni si… restringono, dando la possibilità al liquido in cui sono contenuti di circolare e portare via tutto ciò che è in più.

Ebbene, questa operazione è quasi impossibile se andiamo a letto con un pesante pasto sullo stomaco, col risultato che le sostanze nocive si accumulano notte dopo notte.

Ma Gundry si appoggia anche a molte altre ricerche scientifiche in materia di alimentazione ed è giunto alla conclusione – l’ennesima, in questo ambito – che meno alimenti animali si mangiano e meglio è.

Altre nozioni in ambito alimentare le avevo già lette in altri libri: l’aspetto oscuro dell’ormone della crescita e dell’alto metabolismo, i vantaggi della donazione del sangue (grazie all’abbassamento del ferro), l’assoluta importanza del microbioma intestinale…

Quello che mi è risultato nuovo, è l’avvertimento contro certi tipi di verdure che contengono leptine: le leptine sono sostanze prodotte dalle piante per difendersi dagli agenti esterni e dai predatori e che possono risultare dannose per il nostro intestino.

Ebbene, tra i vegetali più ricchi di leptine, e dunque più pericolosi, ci sono i legumi, che secondo altri guru delle alimentazioni salutari sono tra i pilastri principali!

Questo non mi torna… Se guardiamo alle zone blu e in generale ai centenari, scopriamo che i legumi sono una parte importante della loro dieta.

Certo, bisogna considerare tutto lo stile di vita, non sono delle categorie alimentari, però questa messa al bando dei legumi non mi convince al 100%, perché mi pare che Gundry sia l’unico nel settore a insistere su questo punto, tanto da averci scritto un libro “The plant paradox” (“Le verdure fanno male”, in Italia).

Ho tirato un sospiro di sollievo quando ho letto che la pentola a pressione distrugge in gran parte le leptine dei legumi e delle altre verdure.

Via libera a tutta una serie di cibi: konjac, ghee, miglio, olio di oliva extravergine pressato a freddo, semi di lino, verdure verdi, crucifere, noci, funghi, avocado, cocco, bacche ecc…

Il libro è poi completato da una parte che suggerisce gli integratori da usare (ebbene sì, al giorno d’oggi neanche il cibo sano è più sufficiente), l’attività fisica e le immancabili ricette (che trovo, come tutte le ricette americane nei libri salutistici, sovraccariche di ingredienti).

Una nota sullo stile: Gundry incentra tutta la sua ricerca sugli effetti che la microflora intestinale ha sulla salute e sulla longevità. Ebbene, quando parla dei batteri buoni e di quelli cattivi, sembra quasi racconti la storia della compagnia dell’Anello, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.

E’ un atteggiamento che strizza l’occhiolino a chi ha bisogno di essere rassicurato che alla fine vinceranno sempre i buoni, ma… è troppo. Insomma, è comunque un libro per adulti maturi e vaccinati.

L’ho letto in inglese perché l’edizione della HarperCollins costava leggermente meno dell’edizione Feltrinelli, per lo meno nel sito in cui l’ho preso, ma l’edizione italiana in Ebook è molto abbordabile, approfittate.

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Morte tra le righe (Donna Leon)

Donna Leon è conosciuta anche in Italia per la sua serie di libri gialli ambientati a Venezia e aventi per protagonista il commissario Brunetti.

Non sono riuscita a capire se questo libro in particolare è stato tradotto in italiano, ma eccovene un breve un riassunto.

Il commissario Brunetti viene chiamato alla biblioteca Merula per un furto di libri rari. Gran parte della collezione è stata donata da una contessa che frequenta l’ambiente dei suoceri di Brunetti che, guarda caso, ha sposato una donna di nobili natali.

Parlando con la direttrice della biblioteca e con il guardiano, il commissario scopre che c’erano due frequentatori abituali: un americano con una lettera di referenze di una università statunitense e un italiano ex prete che si presentava quasi tutti i giorni per leggere opere in greco e latino.

Dopo il furto, nessuno dei due si è più fatto vivo.

I sospetti, dunque, cadono sui due assenti.

Poi, all’improvviso, ci scappa il morto: l’ex prete viene trovato a casa sua, ucciso a pedate in testa. Sui suoi scaffali, diverse opere rare con timbri di università italiane ed ex libri di collezioni private.

Non vi dico chi è l’assassino.

Un giudizio sul libro?

Diciamo che la trama gialla in sé è quasi secondaria: si dà molto spazio all’ambiente nobiliare e alla Città di Venezia, alle passeggiate per le calli in primavera e alla descrizione della compravendita di libri rubati.

Se poi si guarda ai personaggi, oltre a Brunetti e alla moglie, ci sono tanti poliziotti. Forse un po’ troppi, per riuscire ad approfondire la psicologia di uno o due di essi, col risultato che, oltre a Brunetti, non c’è nessun altro a cui “affezionarsi”.

Un libro leggero, per chi vuol trascorrere qualche ora a Venezia, cadaveri permettendo.

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La tana del Verme Bianco (Bram Stoker)

Il titolo sembra il nome di una taverna malfamata, invece si riferisce alla tana di un mostruoso serpente bianco che di giorno prende le sembianze di una donna bellissima e fredda.

Se quando sentite nominare Stoker vi viene in mente il suo Dracula e non la tana del Verme Bianco, ovviamente, c’è un motivo: ci sono alcuni, anzi, molti passaggi che per un pubblico del Duemila sono alquanto ingenui.

Mi vengono in mente le parti in cui Edward Caswall, un misterioso e malato vicino di casa del protagonista, cerca di mesmerizzare una ragazza. Le scene sono descritte in modo poco plastico, vengono raccontate dal protagonista e non assistiamo ad esse in diretta persona. Non si capisce come questo Caswall inizi l’ipnosi, né cosa stiano esattamente facendo le altre persone che assistono, perché non reagiscano, perché non ci siano conseguenze, perché, finita l’ipnosi, tengano ancora rapporti di buon vicinato con questo tizio.

Insomma, ho fatto fatica a finirlo…

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Sbucciando la cipolla (Günter Grass) @EinaudiEditore

Ammetto subito che lo ho sospeso due volte prima di finirlo: Grass usa una prosa molto ipotattica, piena di metafore elaborate che si ripetono e vengono approfondite nel corso del libro. Non una prosa semplice, insomma, e tutto il mio rispetto va al traduttore Claudio Gross, morto l’anno scorso, per il lavoro che ha compiuto su questo testo (se è difficile da leggere in italiano, non oso pensare cosa sia in tedesco).

Grass ha preso il premio Nobel per la letteratura nel 1999. Questo lo sapevo. Quello che non sapevo è che Grass faceva parte delle SS.

Certo, non ci è rimasto a lungo, e, va detto, aveva 16 anni quando ci è entrato: va anche detto che il suo primo battesimo del fuoco gli ha inflitto una tale dose di paura che si è fatto la pipì addosso e ha avuto gli incubi per anni, dopo la guerra.

E’ comunque interessante leggere come Grass dopo quasi sessant’anni cerchi di capire le ragioni di quell’appartenenza (soprattutto alla luce della sua successiva militanza nella sinistra tedesca) ma senza cercare giustificazioni postume. Va sottolineato però, che nel tentativo di prendere le distanze dal suo “io” di allora, quando parla del se stesso di quel periodo spesso lo fa in terza persona.

Salvatosi un paio di volte per puro caso, quando la guerra finisce Grass si ritrova senza arte né parte: non ha finito la scuola, non sa che fine abbia fatto la sua famiglia, non sa dove andare.

E così, il futuro premio Nobel, comincia una vita vagabonda, rimanendo per anni ospite della Caritas.

Nonostante la sua aspirazione a diventare un artista, prima di iscriversi ad una vera e propria accademia fa un po’ di tutto, dal lavoro in miniera allo scalpellino. In questi anni, tre sono i tipi di fame che lo affliggono: la fame vera e propria, la fame di donne e la fame d’arte.

Il libro termina quando, dopo vari tentativi di darsi alla scultura, Grass inizia a guadagnare i primi soldi con l’attività letteraria.

Da questa autobiografia si capisce come la sua vita sia spesso stata travasata nei suoi romanzi: spesso i personaggi dei suoi libri, tratti dalla realtà, si sovrappongono ai ricordi, distorcendoli.

Non è una lettura semplice, dicevo, ma se arrivate alla fine ne varrà comunque la pena.

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La congiura dei somari (Roberto Burioni) @RizzoliLibri

La scienza non può essere democratica perché, se due più due fa quattro, nessun referendum può modificarne il risultato.

La scienza è un fatto. Sempre sottoponibile a verifica, certo, ma la verifica deve seguire procedure certe e controllate.

Se la scienza ci dice che l’omeopatia consiste in principi attivi troppo diluiti per essere efficaci (meno di una pisciatina nell’oceano, per capirci), a nulla servono migliaia e migliaia di post su facebook che asseriscono il contrario senza dimostrare – in modo certo e controllabile – le proprie tesi.

Burioni in questo libro è arrabbiato: la prosa a volte scende di registro con frasi sarcastiche, ma lo scopo del volumetto non è avvincerci con parole elegiache, bensì farci capire che prima di disprezzare conclusioni scientifiche (che magari hanno salvato decine di migliaia di persone) è meglio fermarsi a riflettere un poco.

Bersaglio di Burioni sono, in particolare, gli antivaccinisti, sebbene lui stesso riconosca che con questa categoria è quasi impossibile discutere, nemmeno portando prove inoppugnabili. Non rispondono ai tuoi commenti e alle tue domande, cambiano continuamente angolazione senza mai approfondire gli aspetti in discussione.

Uno degli errori in cui cadono gli antivaccinisti, ad esempio affermando che i vaccini causano l’autismo, è di scambiare i rapporti di correlazione con i rapporti di causazione.

Se l’autismo insorge dopo l’inoculazione di un vaccino, non è detto che il primo sia stato causato dal secondo: è una semplice correlazione, nel senso che l’autismo si manifesta solitamente nella fascia di età sottoposta alle terapie vaccinali, tanto che è dimostrato come la malattia insorga nella stessa percentuale (anzi, forse più alta) anche nei bambini non vaccinati: ma a questo gli antivaccinisti non prestano orecchio.

E se gli fanno notare che negli altri paesi Ocse i vaccini non sono obbligatori, Burioni ribadisce che in questi paesi i tassi di vaccinazione sono già più alti di quelli italiani, tanto che l’obbligatorietà non è necessaria (l’Italia è all’ultimo posto, nonostante la presunta obbligatorietà).

Credete che gli antivaccinisti demordano?

Sbagliato. Perché torneranno all’attacco dicendo che i loro figli decidono loro come proteggerli.

Qui Burioni afferma una cosa a cui non avevo pensato (perché anche io, sebbene abbia fatto vaccinare la mia prole, in fondo penso che io l’ho fatta e io la… distruggo): i figli non sono proprietà dei genitori. Sono cittadini dello stato che devono essere protetti, anche dai genitori, se necessario.

Certo, è una frase che può diventare pericolosa, in certi regimi, ma che ha le sue ragioni nel contesto medico. Se la percentuale dei vaccinati scende oltre una certa soglia, viene meno l’immunità di gregge, e questo mette in pericolo tutti, anche quelli che, per vari motivi non possono essere vaccinati.

Insomma, tutto parte da una diversa concezione della libertà. E negli Stati Uniti, dove la libertà è un argomento sempre caldo?

Pensate che solo in 19 Stati su 50 i motociclisti hanno l’obbligo di indossare il casco: negli altri si ritiene che la libertà di disporre della propria vita e della propria salute debba prevalere. E cosa dire delle armi? In molti Stati non solo è consentivo possederle, ma si possono pure portare bene in vista nel cinturone come facevano i pistoleri nei film western.

Burioni ce l’ha pure con i c.d. scienziati che, dopo folgoranti carriere, magari incoronate da premi Nobel, cadono dal proverbiale pero, diventando antivaccinisti o sostenendo cure omeopatiche o affermando che la vita sulla terra ha origini extraterrestri.

Insomma, Burioni è proprio arrabbiato.

E leggendo tutti gli esempi che ci porta per dimostrare le mille e una capacità di sfidare la scienza, vi arrabbierete pure voi.

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Le brave ragazze non vanno avanti ma quelle toste sì (Kate White) @LibriMondadori

Sono a pagina 83 (su 299) ma sospendo la lettura.

La White parte da una premessa verificata da numerose ricerche sociologiche: le donne, fin da piccole, sono educate ad essere delle “brave ragazze”, ad intervenire solo quando viene loro richiesto, a seguire le regole, a fare tutto bene, a preoccuparsi di quello che potrebbe pensare la gente, ecc…

Ma se questo può essere di aiuto finché si è a scuola per prendere bei voti, poi, nel mondo del lavoro, i parametri per farsi strada sono molto diversi: serve iniziativa, sicurezza, capacità di delega, predisposizione al rischio, autonomia nella scelta degli obiettivi…

Senza queste abilità, la “brava ragazza” si vedrà soffiare le possibilità di carriera dai ben più allenati uomini che, fin da piccoli, sono educati ad osare, agire, essere sfacciati ed esporre la propria opinione.

Si complimenteranno per la tua regolarità, per la pazienza, perché prendi su di te una grossa fetta del lavoro globale e perché non corri stupidi rischi.

Noi donne

Abbiamo cominciato a preoccuparci di ciò che avremmo detto prima ancora di dirlo, mentre lo dicevamo e dopo averlo detto.

Per chi sogna di diventare una donna in carriera, possono essere utili le domande di questo libro. Eccone alcune ad esempio:

Nell’ultimo mese hai fatto qualcosa mai tentato prima nel tuo lavoro? Usato un approccio completamente nuovo per realizzare un compito o un progetto? Risolto un problema tormentoso che nessuno prima si era dato pena di affrontare? Preso una grossa responsabilità che esulava dai tuoi doveri? Presentato al capo un’idea che è riuscita a stupirlo? Realizzato qualcosa che ha reso verde d’invidio almeno la metà dei tuoi colleghi?

Non so voi, ma io ad ognuna di queste domande ho risposto un bel NO.

E sapete perché non continuo a leggere questo libro? Perché, anche se ho risposto negativamente, non me ne frega niente.

Sì, sono una brava ragazza che esegue gli ordini e che cerca di far bene i compiti che le danno da svolgere, e prendo uno stipendio commisurato alle mie (poche) responsabilità. Il mio obiettivo non è far carriera (non nel settore del mobile, per lo meno).

Ecco, adesso mi tirerete i pomodori, perché non sono come le dirigenti in tailleur e tacchi che si vedono nei film americani.

Ma è proprio questo, secondo me, il problema del libro: è radicato nella realtà statunitense.

Qui in Italia, nelle piccole e medie aziende, perfino gli uomini hanno difficoltà ad essere creativi e proattivi, figuriamoci le donne!

In secondo luogo, tutti gli esempi vincenti riportati dalla White hanno a che fare con attività creative: giornalismo, scrittura, riviste, architettura, marketing…

Ma in Italia le lavoratrici occupati in campi simili sono una esigua minoranza.

E qui mi rivolgo ai tipi della Mondadori (tra parentesi: se vi serve qualcuno che vi faccia reading/scouting, chiamatemi): volete pubblicare un bestseller sul mondo lavorativo femminile? Volete un bacino di clienti molto ampio per garantirvi alti numeri di vendita di un libro? Allora dovete avere commesse, impiegate, insegnanti e infermiere come target.

Perché, qui in Italia, per un libro come quello della White, non c’è pubblico (e infatti credo che abbia venduto ben poco).

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