Figli vegetariani, (dott.) Luciano Proietti

Ieri mia suocera mi ha detto che per mio figlio di sei anni è ancora troppo presto per togliergli la carne. Alle mie controragioni ha risposto: “Ma da dove le prende le proteine?”
Zio Billy. Pazienza lei che ha superato i settanta, ma è pieno di gente che non sa neanche a cosa servano le proteine, cosa siano e quante ce ne vogliamo, e tuttavia è terrorizzata di non assumerne abbastanza! :-(
Sempre ieri, una signora molto più giovane mi ha detto che doveva andare a lamentarsi con la maestra perché a scuola hanno insegnato che il latte della mucca serve al vitellino, e questo ha comportato delle difficoltà al momento della colazione mattutina con la bimba. Eh, non esiste un’alternativa al latte vaccino, no? Siamo nel terzo mondo dove si muore di fame, cavolo!!

Partiamo dal libro, che mi innervosisco meno.
Il taglio dato dal pediatra Proietti non è il solito, perché lascia anche molto spazio alla storia dell’alimentazione, spiegando le ragioni della situazione attuale.
Ad esempio, perché siamo così vogliosi di introdurre la carne nello svezzamento? Tutto risale alle origini dell’industrializzazione, quando le mamme dovevano andare a lavorare presto e lasciare il bimbo senza latte specie-specifico. Che succedeva? Che tanti piccoli morivano. Colpa della mancanza di ferro, questa è stata la spiegazione per decenni. E continua ad esserlo anche ora, che le mamme godono del diritto di allattamento e che potrebbero allattare i figli più a lungo senza fargli mancare nulla.

Altro dato interessante riguarda la lattasi sufficienza in base al colore della pelle e della latitudine: la lattasi deficienza era la “normalità” perché dopo una certa età è normale che i cuccioli umani non digeriscano più il latte. Ma andatevi a leggere nel libro cosa è successo quando le popolazioni si sono spostate dall’Africa ai paesi più nordici e hanno incominciato ad allevare animali. Vi riporto solo uno stralcio:

La pelle chiara al pari della lattasi sufficienza, facilita e incrementa l’assorbimento del calcio a livello intestinale. La pelle chiara consente ai raggi solari di penetrare attraverso lo strato più esterno della pelle e di convertire una particolare forma di colesterolo che si trova nell’epidermide in vitamina D3.

E perché i latti delle differenti specie sono diversi? Dipende da quanto succhia il cucciolo. Proietti riporta vari casi (che servirebbero tutti da risposta alla mamma che ho incontrato ieri e che aveva problemi con la maestra!!), ma questo è quello più interessante:

(…) quanto abbiamo detto finora può spiegare anche la curiosa “anomalia” rappresentata dall’assenza di lattosio nel latte dei mammiferi marini: infatti, il latte di foca, tricheco e leone marino è ricco di vitamina D e non ha bisogno del lattosio per incrementare l’assimilazione del calcio.

Mio marito dice che il cervello umano ha cominciato a svilupparsi quando abbiamo incominciato a mangiare carne. E sì, perché lui, allora, c’era… :-(
Questo o è uno dei miti che continuano a diffondersi. Ecco cosa dice Proietti:

“Si ritiene che il nutriente che determinò questo sviluppo non fu, come spesso si dice, il cibo proteico, cioè la carne, ma un grasso abbastanza raro che si trova per lo più negli ambienti marini: è un grasso polinsaturo a catena lunga (…) che noi oggi chiamiamo “Omega 3″.
Come fecero i nostri antenati ad assumere gli acidi grassi omega 3 a catena lunga? imparando a cibarsi di alghe, ricche di questo nutriente, o, forse, anche di molluschi e crostacei, di cui erano ricche le rive dei grandi laghi africani.”

E ricordiamoci che noi siamo primati, dunque frugivori, dovremmo mangiare frutta, radici, foglie, semi, alghe e saltuariamente qualche cibo animale (non dico formiche, come gli scimpanzé, ma insomma, non di certo due bistecche al giorno come suggerisce qualcuno).
Non è una dieta strettamente vegana che, come dice Proietti, è antifisiologica, ma ci siamo molto vicini.

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La consapevolezza del respiro – Buddhadasa

Ho sbagliato libro… cercavo un testo per approfondire lo yoga e sono finita in ambito buddhista, e per di più thailandese, con tanti termini in pali (come se non bastasse il sanscrito indiano…). Ma ormai che l’avevo comprato, l’ho letto, anche se non so quanto serva leggere testi del genere se non li metto in pratica. :-(
La meditazione da sola, intesa come posizione immobile (meditazione formale, la chiamano) mi risulta difficile, e suddividerla in sedici passi, come fa Buddhadasa, non fa altro che complicarmi la vita. Neanche la pratica breve mi si addice, sebbene lui l’abbia prevista per i praticanti pigri!

La pratica di Buddhadasa è divisa in quattro tetradi (ognuna poi divisa in quattro passi): contemplazione del respiro, delle sensazioni, della mente e del Dhamma.
Il respiro può essere lungo o corto: bisogna studiarlo con tutti i suoi effetti.
Le sensazioni sono quelle che ci tengono prigionieri, facciamo tutto in vista delle sensazioni:

Imparare a padroneggiare le sensazioni più sottili ci mette in grado di padroneggiare quelle più basse, grossolane e meschine. Controllando le più difficili, sapremo controllare le più semplici e infantili.

La mente va concentrata per renderla adatta al lavoro finale, cioè la vittoria finale sul dukkha (sofferenza).
Infine, nella contemplazione del Dhamma, si passa alla conoscenza della natura delle cose di cui siamo schiavi.

Ovviamente ci sono dei punti di contatto con il pranayama yogico, ma ovviamente Buddhadasa dice:

Non solo l’Anapanasati funziona altrettanto bene delle pratiche yogiche, ma ne costituisce un perfezionamento. Nel kayanupassana (contemplazione del corpo), prendiamo il pranayama dello yoga indiano, lo sviluppiamo e lo miglioriamo nella sua forma più adatta ed efficace.

Trovo più concisi e utili i commenti del traduttore alla fine, del tipo “Quello che ci serve è autodisciplina, non autotortura“, oppure “La meditazione (…) va al di là dei periodi di seduta. La pratica formale, seduta e camminata, è molto importante, e pochissimi sono quelli che non ne hanno bisogno, ma il nostro interesse primario è la vita: una vita libera da dukkha“.

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Mangiar sano e naturale con alimenti vegetali integrali, Michele Riefoli

Sostanzialmente non posso che trovarmi d’accordo con Riefoli sul tipo di alimentazione che fa bene alla salute, nonostante – lui è il primo ad ammetterlo – non esiste un’alimentazione perfetta in senso assoluto. Interessante la sua proposta di invertire il pranzo con la colazione (ma per conoscerne i motivi, dovete leggere il libro :-)

Mi trova un po’ meno d’accordo sul consiglio di moderare l’assunzione di frutta perché con essa aumenterebbero le calorie ed il carico glicemico: c’è gente che vive di sola frutta e non soffre di diabete né di sovrappeso. Non mi trova neanche d’accordo sul fatto che si debba ridurre l’apporto di tè, senza distinzione. Io bevo circa un litro di tè verde al giorno, e sono innumerevoli i testi che parlano dei benefici che apporta questa bevanda (anche se devo evitare di berla dopo le 16, e questo varia da persona a persona, perché qualcuno, come la sottoscritta, può avere difficoltà ad addormentarsi).
Non mi piace neanche che citi Wikipedia, non lo trovo scientificamente serio.

Nonostante il testo sia molto articolato e tocchi un po’ tutti i punti dell’alimentazione (dalla conformazione dell’apparato digestivo allo stile di vita, dalle conseguenze per l’ecosistema e alle proprietà dei vari alimenti naturali), a volte pecca di ironia nei confronti di chi resta tra le braccia dell’alimentazione occidentale tradizionale. Ma soprattutto non mi piace, a pelle, che si debba inventare un nuovo “sistema alimentare”, il Veganic, appunto: cioè un sistema VEG di Alimentazione Naturale Integrale Consapevole.
Cioè: il vegano non basta più, perché anche un vegano può mangiar male, se per esempio abbonda in grassi, ma perché rendersi promotori di un nuovo TM? Questo TM sul logo del Veganic mi disturba. Tutti vogliono diventare guru alimentari. Non basta auspicare un miglioramento dell’alimentazione per la popolazione, bisogna sottolineare che quel miglioramento è stato fatto in nome del proprio logo.

Marketing.

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Processo al Papa – Geoffrey Robertson

Mi ero riproposta di arrivare almeno a metà libro prima di scriverne, ma non ce la faccio.
L’autore, Robertson, è un giurista, dunque analizza l’atteggiamento del Vaticano nei confronti delle molestie ai minori da parte dei preti dal punto di vista del diritto (canonico, internazionale e dei vari stati nei quali i crimini sono stati commessi). Non sono ancora arrivata al punto in cui scende nei particolari delle leggi, perché fino ad ora, e sono a pag. 59, non ha fatto altro che riportare casi di crimini ripetuti e insabbiati dalla Chiesa.

Quello che ne esce è un sistema organizzato al fine di mettere a tacere gli scandali. Il silenzio delle vittime è obbligatorio, secondo il diritto canonico, e spesso, davanti a casi conclamati di abuso su minori, le vittime sono state “indennizzate” (con tetti di spesa ben identificati dalle alte sfere) a patto che mantenessero il silenzio. Addirittura in Irlanda sono state stipulate in segreto delle polizze assicurative per risarcire i danni nel caso in cui le vittime si facessero sentire.

La procedura è sempre la stessa: appena qualcuno “parla”, si cerca di farlo tacere. Sfruttando l’influenza morale o ricorrendo alle minacce (della serie: se parli sei in peccato!). Tutte le energie della Chiesa erano rivolte alla copertura dello scandalo, non alla tutela delle vittime, e i colpevoli venivano ogni volta trasferiti in altre parrocchie, lontane e all’oscuro dei fatti, dove di solito i crimini si ripetevano. Il problema è ancora più grande quando i trasferimenti sono stati fatti dai paesi del primo mondo a quelli del terzo mondo (sud America e Africa, principalmente) dove i controlli sono molto minori).
Tutti i casi dovevano essere sottoposti alla Congregazione per la Dottrina della Fede (stiamo parlando del periodo in cui a capo di questo organo c’era Ratzinger, prima che diventasse Papa).
Dunque, le alte sfere sapevano.

Ma sentite questa:

Nel 2001 il Vaticano si è congratulato con il vescovo Pierre Pican di Bayeux per non aver consegnato alla polizia un prete pedofilo e per avergli affidato un altro incarico nella parrocchia nonostante la sua ammissione di colpa. “Mi congratulo con lei per non aver denunciato il sacerdote all’autorità civile” ha scritto il cardinale Castrillon Hojo, con l’approvazione personale di Giovanni Paolo II e di altri prelati, tra cui il capo della CDF, il cardinale Ratzinger. L’episodio è stato reso noto dopo che il prete era stato condannato a diciotto anni di carcere per ripetuti stupri e violenze ai danni di dieci ragazzi; (…) Una copia dell’encomio espresso dal papa è stata inviata a tutti gli altri vescovi per incoraggiarli a risolvere casi di pedofilia all’interno della Chiesa in modo riservato e indipendente rispetto alle leggi dello Stato di appartenenza; dunque la Santa Sede ha stabilito la prevalenza del codice canonico su qualsiasi altro diritto penale (…)

Cioè: questo nasconde un criminale, e il Papa di allora (stiamo parlando di Giovanni Paolo II) e il futuro Papa (Ratzinger) non solo lo elogiano, ma mostrano a tutti gli altri vescovi come lo hanno elogiato perché è stato bravo.

Quella volta che è successo nella mia ex parrocchia, alla domenica andiamo a messa e non troviamo più il solito sacerdote, don S., ma addirittura il vicario del vescovo, che ci ha fatto tutto un discorso sul silenzio e sulla pericolosità delle chiacchiere… io e i miei non capivamo di cosa stava parlando, ci chiedevamo solo come mai c’era lui e non il solito sacerdote. “Ma che sta dicendo?” ci chiedevamo di fronte ai giri di parole che scendevano dal pulpito.
Don S. era stato trasferito in fretta e in sordina in un’altra parrocchia. Non ho ancora capito chi è stata la vittima, in quel caso, ma per quanto ne so non ci sono state denunce all’autorità. Magari è stato trasferito per altri motivi?
Siamo tutti bravi a indignarci quando gli scandali scoppiano in TV, ma se ci scoppiano in casa, ci sono mille e una ragione per tenerli nascosti.

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L’intoccabile – Matteo Renzi la vera storia (Davide Vecchi)

Non mi interesso di politica.
“Brutta e cattiva” mi dicono alcuni, “la politica ti deve interessare!”
Bè, diciamo che mi incuriosisce ogni tanto, ma, a parte leggere qualche libro e andare a votare, ritengo che l’attuale sistema sia intoccabile dal cittadino comune: il voto non fa la differenza, almeno fino a quando al potere ci andrà gente del genere. E non faccio distinzioni tra destra e sinistra, ma tra persone che pensano al bene pubblico e persone che pensano al proprio rendiconto. Renzi rientra, come tutti gli altri, nella seconda categoria.

Le spara grosse perché sa che con gli italiani è una tecnica che funziona. E’ un comunicatore intelligente e un tramaccino, bisogna esserlo, per arrivare dove si trova lui ora. Il resto non conta.
Sono anni che si cura la campagna elettorale con i legami amicali con le persone giuste (leggi: ricchi, industriali, nobili) e con la costituzione di associazioni che si occupano della sua immagine e dei suoi interventi a macchia d’olio. Ha usato la carica di presidente della provincia per arrivare alla carica di sindaco di Firenze, ed ha usato la carica di sindaco di Firenze per arrivare a fare il presidente del consiglio.
Quando era sindaco a Firenze, glielo hanno detto, Pier Luigi Vigna (ex procuratore nazionale antimafia che per un po’ lo ha seguito, rifiutando però compensi) e Fantoni (assessore al bilancio): Matteo, non ci sei, per Firenze, lo abbiamo capito che stai qua solo per arrivare da qualche altra parte; Matteo, stai facendo danni (ma tanto quando i danni verranno fuori, tu sarai già altrove).

Renzi dice una cosa e ne fa un’altra. Dice che non gli piacciono i governi tecnici e le larghe intese, e poi ne fa uno. Dice che ci vuole trasparenza nelle entrate pubbliche e poi, con la scusa della privacy, non dice da chi arrivano centinaia e centinaia di migliaia di euro che gli hanno finanziato la campagna elettorale. Dice che la vecchia politica favoritistica se ne deve andare a casa, e poi piazza tutti i suoi amici a capo di tutte le cariche su cui riesce a mettere becco.
E’ così bravo da farsi pagare dalla provincia la campagna elettorale tramite la Florence, una società pubblicitaria al 100% di proprietà pubblica che si occupa di ogni comunicazione che esce sul suo conto su TV e giornali (altro che libertà di stampa).

Ha l’appoggio di personaggi famosi, v. Benigni, v. Baricco.
Ha instaurato un culto della personalità che gli permette di dar contro al partito da cui è nato e di difendere/parteggiare Berlusconi (notare che il PDL ha nominato Renzi come possibile successore di Berlusconi in un documento scritto che Vecchi riporta nel libro).
Ha intortato tutti con la storia del cambiamento e della rottamazione.
Ma è davvero un uomo così diverso?

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C’è una vita prima della morte? – Miguel Benasayag, Riccardo Mazzeo

Per chi è ignorante come me, Miguel Benasayag è un filosofo e uno psicanalista (sì, tiene persone in analisi, ma solo due giorni alla settimana, si giustifica).
La biografia che trovo nel libro è piuttosto scarna: solo leggendo capisco che Benasayag ama viaggiare tra le discipline e che odia, per ragioni che ci spiegherà, i curricula. Argentino, ha conosciuto Sartre, si è fatto quattro anni di galera, ha rischiato la vita, ha sopportato le torture del regime, ma è ancora vivo. Perché ci tiene a diventare… anziano. Non vecchio, attenzione: tutto il saggio (anzi, il dialogo tra lui e Mazzeo) è incentrato su questa differenza.

Il dialogo dovrebbe vertere sulla “terza età”, ma si parla molto anche dei giovani, perché sia ai giovani che ai vecchi si negano la vera vita, i Wuensche, i rischi: lo scopo è sempre quello, creare consumatori, instradare le persone, renderle prevedibili.
Se la prendono, Benasayag e Mazzeo, con l’individualismo. Cioè: bisogna smetterla di pensare in termini individualistici. Un vecchio pensa: sono vecchio. Ed è una tragedia. Un anziano pensa: sono vecchio, ma… non è un’esperienza che tocca solo me, è nel corso delle cose, accade.
Oppure: una donna viene picchiata dal compagno e pensa: sono picchiata. Un’altra donna pensa: sono picchiata ma… non sono un’individualità che viene picchiata!
Se si passa dal mi succede al succede, cambia tutta la prospettiva! E’ quello che ha fatto Benasayag quando era in galera e lo torturavano:

Che si sia in un momento felice o che ci si trovi nella merda più nera, il fatto di aver scelto in prima persona cambia tutto.

Alla fine, i vecchi non sono delle vittime, sono delle persone che hanno raggiunto una certa età senza accettarlo, dei coglioni, dice Bensayag. Non sono degli anziani. Attenzione, perché qua non si parla di terza età, ma di tutti noi. Tutti o quasi abbiamo perso il senso del tragico, ci tocca solo il senso del grave, se in Jugoslavia fanno un massacro, noi lo riteniamo un episodio grave, ma non facciamo nulla, la nostra vita non cambia.

Un libro pieno, pieno pieno di spunti di riflessione.
Ma su un punto non sono d’accordo con Benasayag, quando dice:

(…) sono riuscito a dire merda all’università, merda ai media, merda a tutti e nondimeno pubblico, vivo, mi abbuffo. ho avuto una fortuna sfacciata, non ci credo al merito. Penso che il merito sia un concetto reazionario secondo cui se io mi merito quello che ho, allora il piccolo africano che sta morendo di fame si merita quello che ha. La verità è dunque che esiste un fattore arbitrario, perché la stessa forza che ho, che mi permette di fare tante cose, non ho deciso io di averla. Il fatto è che si possono fare buoni incontri da cui trarre profitto e che aiutano. Da questo punto di vista, nessuno merita ciò che ha. Si ha semplicemente la fortuna di incontrare certe persone, in certi momenti, o la sfortuna di non incontrarle o di fare brutti incontri.

Perché non è solo una questione di fortuna, ma una combinazione di fortuna e di un quid personale/merito. Cioè: io potrei incrociare nella mia vita le persone più intelligenti e buone del mondo, ma se non me ne accorgo, se le lascio passare, o se non faccio nulla per andarmele a cercare, allora la colpa è mia. E viceversa, se mi attivo.
E’ colpa mia se io mi identifico col mio curriculum e ho smesso di rischiare, se preferisco la sicurezza di un posto fisso (che non corrisponde alle mie aspirazioni/capacità) all’incertezza di una vita in giro per il mondo a conoscere gente nuova.
Benasayag, come la Marzano, ci dicono che non si può avere tutto solo perché lo si vuole. Ma è anche vero che qualche cosa non si può avere perché non si è disposti a rischiare.

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Inferno, Dan Brown

Sono arrivata fino a pag. 346 (su 712) prima di decidere di sospenderlo perché fino all’ultimo ho dato la possibilità a Dan Brown di darmi qualcosa in più di quello che mi darà il film che faranno su questo libro (perché lo faranno di sicuro: è coi film che si fanno i soldi, non con i romanzi, per quanto best sellers).
Poi, basta: non ce la faccio più.
L’espediente trito e ritrito dell’amnesia, il sogno con cui inizia la storia, la protagonista femminile figa e intelligentissima… a proposito: nel libro il protagonista, Langdon, dice che non crede alle coincidenze: ma allora dovremmo crederci noi? Quando lui, ferito alla testa, finisce in un ospedale fiorentino, trova proprio una dottoressa, che ha tutte queste caratteristiche messe insieme: americana, super-intelligente con quoziente non misurabile, figa, ex-attrice (dote che servirà nel corso della trama), che ha già avuto contatti in passato col Consortium… c’era un altro libro di Brown in cui ci dicono, ad un certo punto in cui serve un’esperta di nodi, che è… esperta di nodi!
Ma dai, ce li fate pure pagare questi libri!

Dan Brown, sei vergognoso.
Per non parlare delle ovvietà sull’Italia e sugli italiani: l’eleganza italiana, gli impiegati pubblici che se ne fregano, la polizia che non collabora con le forze d’ordine straniere (perché gli americani sono felici di collaborare con le forze d’ordine che non siano americane? Ma dai, datti all’ippica, Dan!)

Trito, ovvio, banale, superfluo.

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