Benedizione – Kent Haruf

Wow.

Che bel libro.

Non ci sono squartamenti, né assassinii né scazzottate, dunque non leggetelo se cercate avventura allo stato puro. Qui la storia parla di famiglie normali con problemi normali: vecchiaia, morte, figli, amore, tradimenti, nostalgia.

Ho sentito in qualche videorecensione che questo sarebbe un romanzo corale: secondo me no. Nel coro nessuna voce risalta sulle altre. Qui invece il protagonista è Dad, cui è stato detto che gli resta un mese da vivere a causa di un cancro al polmone, e la sua famiglia, la moglie Mary e la figlia Lorraine. Poi ci sono le storie parallele delle vicine di casa, madre e figlia, vedova una, abbandonata l’altra; poi c’è la storia del sacerdote della comunità, che è stato mandato via dalla città di Denver per le sue idee troppo rivoluzionarie (in realtà si limitava a dire quello che è scritto nel vangelo).

Insomma, sì, è vero che ci sono più voci, ma un coro me lo immagino agire all’unisono, mentre in questo romanzo quando si segue la storia di una persona o di una famiglia, ci si concentra su quella, si entra a casa loro, si mangia con loro, si prova quello che provano loro.

Insomma, per i tre giorni di durata della lettura, io sono stata nella provincia americana, in Colorado, al caldo. Aiuta nell’immedesimazione anche la scrittura liscia liscia, senza elementi barocchi, con poche similitudini e pochissimi punti esclamativi; addirittura mancano le virgolette del discorso diretto. Tutto scivola via, anche un suicidio e un tentato suicidio.

E la benedizione cos’è? La vita. Che, lo dice in un paio di punti del libro, non va mai come vorresti (neanche le benedizioni, se è per questo). E’ un romanzo che racconta la normalità della vita: questa benedetta normalità.

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Le otto montagne – Paolo Cognetti

Questo romanzo mi è stato consigliato dallo scrittore Andrea Vitali quando è venuto a parlare ad Annone Veneto (VE) nell’ambito della rassegna Far Fiò. Ce lo ha citato con molto entusiasmo, dicendoci che Cognetti è giovane (è del 1978) ma farà strada.

E infatti il libro è degno di esser letto.

Il titolo si rifà alle otto montagne che nella cultura tibetana bisogna visitare per trovare se stessi; a meno che tu non resti nella montagna centrale del Mandala, quella più alta: ognuno deve capire quale è la strada migliore per trovarsi!

Il protagonista, che parla in prima persona, è Pietro, figlio di genitori veneti emigrati a Milano, innamorati della montagna, anche se in modo diverso l’uno dall’altra. Durante una vacanza, conosce Bruno, e diventano amici. Sono molto diversi, ma nella diversità (e nelle poche parole) imparano a volersi bene per anni, anche se per un certo periodo si perdono di vista.

Pietro, ad un certo punto della vita, va in rotta col padre che, a sua insaputa, instaurerà un bel rapporto con Bruno.

E il romanzo è proprio incentrato sui rapporti. La montagna è quasi un espediente, una metafora della voglia di salire in alto, di non stare giù, in mezzo alla folla, che ti fa dimenticare te stesso, e di crescere insieme alle persone a cui tieni.

Sebbene la trama non sia complessa, la bravura di Cognetti (che vive sei mesi all’anno in una baita in montagna e che è molto influenzato dagli scrittori americani contemporanei) si coglie in frasi sparse qua e là:

“(…) cabina esausta di conversazioni”,

“avevo imparato a fare le domande degli adulti, in cui si chiede una cosa per saperne un’altra”,

“il bosco se li riprese come sue creature”,

(parlando di un lago ghiacciato) “l’acqua sembrava voler sfondare a spallate la tomba in cui si era ritrovata rinchiusa”

Sapete una cosa? Io, che sono una fanatica di mare, adesso avrei voglia di farmi un mesetto in una baita in mezzo alle montagne. Se non fosse per le temperature…!!

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Il bell’Antonio – Vitaliano Brancati

Questo romanzo mi aveva colpito per l’incipit, che in poche righe ti dà un colpo d’occhio generale su un’intera generazione di siciliani degli anni Trenta a Roma.

Che cosa non saltò il loro occhio ansioso di scorgere la donna desiderata in mezzo alla folla che scendeva dal tram? Cupole, portali, fontane… opere che, prima di essere attuale e compiute, tennero aggrottate per anni la fronte di Michelangelo o del Borromini, non riuscirono a farsi minimamente notare dall’occhio mobile e nero dell’ospite meridionale!

Da qua ti viene l’idea che il romanzo giri attorno ad una sola cosa: le donne. Ma poi, andando avanti con la lettura, ti accorgi che le donne in realtà sono solo uno strumento. Il tema del romanzo in realtà è il sesso, l’atto di “soffiarsi il naso”, come dicono i catanesi.

Antonio è bellissimo: tutte le donne lo desiderano e i preti lo odiano perché quando entra lui in chiesa nessun essere femminile guarda più il pulpito. Tutti sono convinti che Antonio ci dia dentro a più non posso, a tutti questo sembra normale. Il padre è fiero del figlio, che sembra seguire le sue orme. Solo che è tutta una finzione, perché Antonio è impotente.

La notizia trapela dopo tre anni di matrimonio con Barbara Puglisi. Prima la famiglia di Antonio è pronta a dare la colpa alla donna, ovvio, ma alla fine la verità viene fuori, ed è lo scandalo, vanno tutti fuori di testa. Il padre di Antonio fa addirittura fatica a parlarne, balbetta, si dimentica le parole, ha il terrore della gente che chiacchiera alle sue spalle. Sciagura, insomma, perché suo figlio è peggio che morto.

I dialoghi e i personaggi si fanno macchiettistici, ridicoli. Effetto certamente voluto, ma ammetto che vedendomi davanti certi c.d. uomini, anche se solo sulla pagina, ho provato un vero e proprio senso di fastidio. Soprattutto perché siamo negli anni Trenta, poi arriva la guerra, poi si parla di deportazioni… e a Catania, nella cerchia di Antonio, stanno tutti a pensare a come non usa quello che ha in mezzo alle gambe.

Ad un certo punto, suo padre Alfio, per quanto vecchio, nel tentativo di riprendersi l’onore, elenca alla moglie i figli che ha sparso in giro per il mondo, avuti con questa o con quella prima e dopo il matrimonio. Ma complimenti, bella gente davvero.

Non l’ho letto volentieri, non mi sono piaciuti gli esiti comici, ma il mio è un parere personale: se gli uomini sono questi, c’è da piangere, non da ridere.

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La mia vita – Anton Cechov

Come potevo non leggere questo meraviglioso libretto del 1929? Anche se, devo ammettere, credevo che Cechov accennasse almeno un po’ all’attività di scrittore. E invece no. Parla della sua gioventù nell’odiata provincia, lontano da Pietroburgo, in mezzo a gente ignorante, profittatrice, falsa, e chi più ne ha, più ne metta.

(…) gli uomini con cui vivevo in questa città mi riuscivano uggiosi ed estranei e a volta persino disgustosi. Non li amavo e non li capivo.

Il giovane Cechov è stato ripudiato dal padre perché non riesce a tenersi un lavoro: “Non devi rimanere neppure un giorno senza posizione sociale!”, gli dice. Ma che lavoro? Il padre lo vorrebbe impiegato in un ufficio, o comunque impegnato in un qualunque lavoro intellettuale, ma Cechov non riesce a tenersi un lavoro del genere neanche a colpi di stipendio. Preferisce darsi al lavoro manuale, imbiancare tetti, vivere vestito di stracci e frequentare poveracci che lo insultano ad ogni piè sospinto.

Eppure riesce a sposare Mascia, una giovane della buona società, infarcita di ideali e di libri, che vede in lui l’uomo del popolo che rappresenta la forza della Russia. E per un po’ vanno pure d’accordo. Salvo che lei si accorge subito di quanto i contadini le rendano la vita difficile con i loro schiamazzi, le loro pretese e le loro incomprensibili lamentele e assurde richieste di vodka. Inutile dire che non dura, e questa bella moglie se ne torna nel mondo a cui appartiene per dedicarsi al canto e alla socialità.

Anche la sorella di Cechov fa una brutta fine: da sottomessa al padre e ai doveri familiari, si innamora e si fa mettere incinta da un medico sposato che non si pone neanche il dubbio di mollare la moglie per stare con lei.

La breve autobiografia finisce con l’immagine di Cechov che si allontana dal cimitero dove ha portato la nipotina a vedere la tomba della madre; e si allontana anche da una donna che è innamorata di lui da anni, ma che neanche osa sognare di stargli accanto, visto il lavoro manuale che fa.

Con una vita così, come si fa a non conoscere gente che poi ti può fare da modello per i tuoi personaggi? E’ in mezzo a questa gente che Cechov ha coltivato la sua attenzione per le persone e i veri ideali:

Per quanto il contadino sembrasse una bestia goffa mentre seguiva il suo aratro, per quanto si ubriacasse di vodka tuttavia, guardandolo da presso, si avvertiva che vi è in lui qualche cosa di molto necessario e di molto importante, che non c’era per esempio, in Mascia e nel dottore; e precisamente che egli crede che la cosa più importante su questa terra è la verità e per ciò, sopra ogni cosa al mondo, ama la giustizia.

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La grande via (Berrino-Fontana)

La grande via per vivere a lungo e star bene…

Per chi conosce Berrino, in questo libro non ci troverà molto di nuovo, ma il solo fatto di rileggere certi concetti, ci aiuta a piantarceli bene in testa. In più, l’altro autore, Luigi Fontana, è uno scienziato esperto di longevità e stili di vita. Questi due si sono trovati sulla stessa linea d’onda e il saggio è di piacevole lettura.

Spazia dalla nutrizione al movimento alle tecniche di rilassamento al sonno alla spiritualità: un po’ di tutto, insomma, senza dividere troppo il corpo dallo spirito, visto che noi siamo un tutt’uno.

Non vado più nel dettaglio, ma riporto qui uno stralcio che magari non è chiaro a tutti:

Anche il fumo del padre prima del concepimento è associato a una maggiore frequenza di leucemie infantili.

Ecco, io ce l’ho con i fumatori, è vero; li trovo non solo molesti e puzzolenti, ma anche esteticamente carenti, quando fumano (inutile vestirsi da fighetti se si ha l’alito vomitevole; e se vedo una donna che fuma, mi fa tanto volgare). Certo, questi sono problemi miei, ognuno è libero di fare quello che vuole della sua vita. Ma non di quella degli altri.

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Stoner – John Williams

Me lo hanno consigliato così spesso, che alla fine l’ho comprato e letto.

Mi incuriosiva perché tutti quelli che, entusiasti, me ne parlavano, ammettevano che la storia in sé era piuttosto scarna, tanto che nessuno era stato capace di farmene un riassunto. I booktubers, poi, sono tutti estasiati dal libro, ma pochi ti dicono di cosa parla davvero (d’altronde, devo ammettere che la profondità della maggioranza dei booktubers italiani lascia un po’ a desiderare). Eppure tutti erano concordi che questo è un gran romanzo.

Dunque: l’intreccio è scarso, è vero. William Stoner è un professore di letteratura che conduce una vita povera di eventi. Si sposa e poi si accorge che lui e sua moglie non si amano. Si innamora di un’insegnante e ne diventa l’amante per poco più di un anno, ma poi devono dividersi perché la notizia ha cominciato a diventare pubblica. Ha un disaccordo importante con un altro professore che lo ha preso di mira per una stupidaggine e che, una volta fatta carriera, gli mette tutti i paletti tra le ruote. Alla fine, muore di tumore.

Stoner è un tipo tranquillo, con poche passioni: la letteratura è una di queste. Raramente prende decisioni eclatanti, preferisce tacere per quieto vivere. A volte ti lascia basito, da quanto è amorfo. Lui stesso ammette di avere deboli capacità di introspezione, e forse sono queste a renderlo apparentemente debole e privo di iniziativa.

Sembra che preferisca soggiacere alla sua personale natura e alle circostanze.

Ma quale è il tema del libro? Credo ce ne sia più d’uno.

Innanzitutto: l’incomunicabilità. Lui e sua moglie non si spiegano. Non si dicono quello che pensano l’una dell’altro. Ma lo stesso Stoner fa con la maggior parte dei suoi colleghi, dando tutto per scontato oppure rinunciando in partenza ai chiarimenti. Forse questa incomunicabilità deriva in parte dalla sua debole capacità di introspezione, ma questo è un dato che interseca quasi tutti i personaggi del romanzo. Non è un caso che, ad esempio, sia lui che sua moglie spesso dicano “credo di volere”. Ma anche sua figlia Grace si lascia andare senza prendere l’iniziativa, diventa un’alcolizzata, perde il figlio…

Nonostante la vita priva di rilievo, Stoner mi appare come un piccolo eroe che cerca di tirar avanti come può, date le circostanze e la sua natura personale. Tende alla passività, e trasmette questa tendenza alla figlia Grace, ma quelle volte che si risveglia dal suo sonno emotivo, sono le volte in cui tu, che leggi, ti svegli con lui e pensi: forse stavolta gli va bene, forse stavolta ce la fa. E invece no.

Stoner muore come è vissuto. Si può parlare di evoluzione del suo carattere? Non mi pare. Però… noi, esseri umani in carne ed ossa, evolviamo sempre? O piuttosto le nostre vite non sono fatte da passi avanti, passi indietro e soste (molte soste)? E poi: noi sappiamo sempre perché ci comportiamo in un certo modo? Capiamo sempre le motivazioni degli altri?

E poi, i piccoli fallimenti… Ad esempio: Stoner si accorge di amare immensamente la letteratura, ma per gran parte della sua vita di insegnante, è un insegnante mediocre. Oppure; Lomax, l’insegnante che gli renderà la vita così difficile, all’inizio lo incuriosisce; Stoner avrebbe voluto conoscerlo meglio, conversare con lui. Ma non lo fa. Per tutta una serie di motivi, non lo fa. E il rapporto va in una direzione invece che in un’altra. Quante volte è capitato a voi? A me non spesso, ma quelle volte ce le ho ben impresse in testa.

 

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Il pane di Abele – Salvatore Niffoi

Questo romanzo incarna in sé tutti e tre gli stati della materia. È solido, perché porta al suo interno un nocciolo che non muta col tempo e con lo spazio (l’amicizia, il tradimento…); è liquido, perché si adatta e prende la forma del luogo in cui è ambientato (la Sardegna barbaricina); è gassoso perché piccole frasi – piccole quasi come molecole – si staccano dalle pagine per andare a toccare temi molto più vasti, lontani dall’apparentemente facile trama.

Però io, che manco totalmente di cultura letteraria, senza l’aiuto di un Gruppo di Lettura, avrei travisato il titolo…

Pensavo che Abele fosse Nemesio, perché alla fine si prende una pallottola dall’amico fraterno Zosimo; e credevo che il pane fosse la Sardegna, quel coacervo di passioni, abitudini, paesaggi, parole e magie, che lo avevano nutrito durante la giovinezza; tanto che, nel momento in cui se ne era allontanato e si era dato al diverso pane morale del continente e della politica, erano germogliati in lui quei semi bacati di tradimento e falsità.

Invece l’interpretazione del Gruppo è più azzeccata.

Abele in realtà è stato personificato da Zosimo, perché è lui che è stato ucciso dal voltafaccia della moglie e dell’amico. Mentre il pane di cui si è nutrito era l’illusione che tutto andasse bene, nonostante i presagi di sventura gli girassero attorno come mosche cavalline.

Ed ecco un’altra riflessione che non mi sarebbe venuta in mente senza un appunto del Gruppo… durante la lettura quasi mi infastidiva il continuo utilizzo di parole sarde, perché il glossario alla fine è solo parziale. Ma un’altra lettrice ha detto: Niffoi lo ha fatto apposta. Ed è vero: un bravo scrittore non lascia nulla al caso; non ci ha dato un glossario completo perché, mancandoci il significato preciso di alcune parole, restassimo col senso di mistero e di lontananza; una lontananza che, per quanto mitigata da un glossario minimo, è inevitabile per chi non è nato e vissuto in Sardegna.

Insomma: chi lo ha detto che la lettura è un hobby solitario? È solitario per necessità, perché qua c’è poca gente che legge. Ma in un mondo ideale… (d’altronde, la lettura solitaria è un’invenzione abbastanza recente).

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