La tedesca, di Alessio Alessandrini, presentazione a S. Stino di Livenza (VE)

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Sono stata ieri sera a questa bella presentazione del romanzo (basato su fatti realmente accaduti) del prof. Alessandrini. Ha parlato per un’ora e mezza senza mai far calare l’attenzione e mentre spiegava la genesi e la storia del libro, ha proiettato foto e documenti d’epoca davvero interessanti.

Non si tratta di una storia facile, perché al centro c’è la vicenda di una donna uccisa dai partigiani. L’autore ha subito messo in chiaro che lo scopo non era prendere le parti di partigiani o di fascisti, ma di raccontare dei fatti che stavano per venir dimenticati (come dimostrano le croci accanto a molti nomi elencati nella parte dei ringraziamenti). Considerando questo obiettivo, mi ha lasciata un po’ perplessa quando ha detto che una volta pubblicato il romanzo, sia i discendenti della vittima che quelli degli assassini, non abbiano più voluto aver a che fare con lui (salvo un paio di eccezioni).

Gli uni avrebbero voluto che il libro dipingesse tutti i partigiani come sadici assassini; gli altri avrebbero voluto che i loro avi fossero stati scagionati, e che la vittima apparisse in veste di spia dei tedeschi.

Alessandrini, che ha lavorato almeno cinque anni su fonti documentali di varia origine, non ha potuto prendere le parti di nessuno: da un lato le carte dimostravano che la Tedesca si era davvero prodigata presso i comandi di occupazione tedesca per aiutare i suoi compaesani; dall’altro il valore della resistenza dovrebbe essere, come ha detto l’autore “ormai sedimentato”, e non si dovrebbe aver paura di riferire eventi come questi, anche se macchiano l’idea monolitica che tendiamo a farcene.

Alessandrini ha ammesso di essersi chiesto se, sulla scorta di tutta la documentazione raccolta, dovesse pubblicare un saggio o un romanzo. Ha optato per il romanzo in modo da salvaguardare anche il lato emozionale della vicenda personale, senza però mai rinunciare a delle digressioni sulla Storia di quel periodo.

Penso abbia fatto bene.
Innanzitutto, un romanzo ha più probabilità di venir letto di un saggio.
E poi, anche se ci vantiamo della nostra razionalità, di fatto siamo esseri emozionali: sono le emozioni alla fine a farci muovere (come ci suggerisce anche l’etimologia del termine).
Se è vero che la storia che non si conosce è destinata a ripetersi, è anche vero che ciò che conta è il modo in cui si conosce la storia. Un elenco di date e battaglie non ci smuove niente tra le costole. Ma se ci affezioniamo a una figura di cui leggiamo gioie e timori, la nostra empatia diventa un pochino più forte.

Certo, alla fine qualcosa però bisogna leggere… e qui mi tocca dire che alla presentazione ieri sera c’erano poche persone di S. Stino. Un po’ vergognoso: l’autore meritava davvero una platea più polposa.

Quando mi sono trasferita da Gainiga a S. Stino ero tutta contenta perché, sapendo che c’era addirittura (!) un centro culturale, mi son detta: chissà quanta gente legge in quel paese!

Come non detto.

Ma torniamo al libro. A Flaibano, in Friuli, dove la Tedesca ha vissuto, i cittadini attendevano l’uscita del romanzo con trepidazione.
Come dicevo, la storia si stava perdendo: nessuno conosceva i dettagli, non si capiva bene chi era stato ad uccidere la donna, c’era il dubbio che qualche concittadino avesse partecipato all’esecuzione e, non sapendo come erano andate le cose, giravano invenzioni anche piuttosto truculente. Era una vicenda di cui si preferiva non parlare e in paese aleggiava un vago senso di colpa per non aver potuta salvare la Tedesca. Il libro ha fatto luce, ha fatto diradare la nebbia che campeggiava nella memoria e nelle conoscenze di molti anziani presenti in sala.

Non ho ancora finito di leggere il romanzo, sono solo a pag. 50.
Se la vicenda e il lavoro documentale mi sono abbastanza chiari, non posso ancora giudicare granchè il romanzo in sé. Di sicuro è un lavorone e capisco quando l’autore dice che è stata una fatica raccogliere tanti dati.
Però non posso sempre parlar bene dei libri, qualche pecca la devo trovare. E a mio parere ci sono troppi avverbi in -mente.

Un ultimo appunto: la copertina riporta il quadro di Salvatore Errante Parrino, anche lui a sua volta scrittore, il cui ultimo libro lo ho recensito qualche post qui sotto.

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Raising boys: why boys are different and how to help them become happy and well-balanced men – Steve Biddulp

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You could ask: why should I read a book about boys, after decades of female battles to avoid discrimination? Considering that women are still now far away from being on the same level of their counterparts?

Maybe, because by raising boys in the right way, we can help women and men to live together in a better way?
Actually, after all these feminist battles, boys are nowadays a little discriminated.Yes, this is not a premeditated discrimination, but we cannot deny that boys are different. Go and take a look at children in a classroom: on one side yo see girls chatting and laughing; on the other side you see boys running and screaming.

This is a brain issue, an hormon issue and a cultural issue.

Biddulph is a firm advocate of late entering of boys into school: they are slower than girls, at the beginning, because development happens in a different way. If they enter school together with same age girls, they see themselves as awkward and this has a negative influence on their future behavious and self-estime.

But the part where the author insists the most, is about the mentor.
Boy lives can be distinguished in several parts: first years (when they are strictly bound to their mothers), from 7 to 12-13 years (link with fathers) and after.

After the family, a mentor can be the solution to anticipate deviations. Mentor cannot be coeval to the boy, at the same development stage, but something older; he must be a person whom the boy trust in, maybe an uncle or a family friend, someone who doesn’t judge, but gives suggestions without let them appear like suggestions. Maybe during a fishing game or a race.

Useful book, of course.
But…
The majority of examples refer to Australian or American lifestile. For instance, here in Italy the phenomenom of very Young mother is not so widespread.
Another thing that I do not like very much, are the short stories inside the essay. And, to be mean, I really do not appreciate all drawings… they are cute, but I do not find them so necessary. This book is not meant to be ready by teenagers, but by adult parents: I hope that a 30 or 40 y.o. parent can be able to read a book without too many blanks or cartoons.

Well, ok… I must admit: if such cartoons are useful to draw people who is not accustomed to reading… ok, cartoons are welcome.

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L’artigiano alchimista – Ludovico Ferro

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Le crisi non hanno gli stessi effetti su tutti. Ce lo dimostra la fondazione di grandi imperi come Fortune Magazine (fondata appena 90 giorni dopo la caduta delle borse del 1929), Fedex e Microsoft (recessione dei primi anni Settanta), Hewlett-Packard e Revlon (grande depressione), Standard Oil (1865, ultimo anno della Guerra Civile), e molte altre.

“Ma questi sono i soliti colossi industriali americani, quello è un altro mondo” ci dicono.

Sbagliato.

Il sociologo Ludovico Ferro ci dimostra che anche nel nostro Veneto ci sono molte realtà d’eccellenza. In particolare questo studio ne analizza venti nel settore agroalimentare, tramite lo strumento empirico dell’intervista; e si tratta di aziende artigiane, piccole per gli standard americani, a volte microscopiche, ma che, nell’impaurito panorama prospettatoci dai media, spiccano come esempi di controtendenza. E che soprattutto occupano una fetta non indifferente di operatori.

I luoghi comuni da sfatare sono tanti. Il primo, è che la crescita dimensionale si un elemento necessario per l’eccellenza. I dati raccolti dallo studio ci mostrano artigiani orgogliosi della qualità del proprio prodotto, ma che non smaniano di diventare più grandi, anzi, li vediamo a volte sospettosi verso la grande distribuzione e l’allargamento del bacino dei clienti, se questo può ripercuotersi negativamente sull’immagine “familiare” e sul controllo diretto che esercitano sulla loro filiera produttiva.

Un altro mito da dimenticare, è legato al passaggio generazionale: si pensa spesso che i figli subentrino ai padri perché non hanno trovato altri sbocchi nel mercato del lavoro. A volte può essere così, ma sono sempre più frequenti gli esempi di giovani che entrano nell’azienda di famiglia dopo percorsi di consapevolezza che li ha portati a fare esperienza in altri settori. Non si tratta quasi mai di scelte di ripiego, e soprattutto gli esiti sono – a giudicare da queste interviste – molto positivi.

Il che non vuol dire che i passaggi generazionali non mostrino le loro incognite, ma di sicuro la scelta di entrare nell’azienda familiare non è più scontata: per questo è più consapevole.

Scordiamoci anche l’immagine dell’artigiano che lavora solo con le mani e che rifiuta ogni innovazione tecnologica. Gli investimenti nelle “macchine” ci sono, e può variare la percentuale di automazione rispetto al lavoro manuale: quello che non può mai mancare è l’elemento umano, la fonte delle decisioni sul cosa e quanto automatizzare. L’importante è garantire sempre la miglior qualità possibile e tenere fidelizzato il cliente e “farsi cercare”.

Tutto bello e lindo, dunque?
In confronto alle aziende che chiudono e lasciano a casa i lavoratori, sì, certo. Ciò non toglie che i soggetti istituzionali debbano impegnarsi di più su certi fronti: in primo luogo quello creditizio, ancora troppo lontano dalle reali necessità artigiane. In secondo luogo, nel campo della formazione, che al momento ci mostra un vuoto pericoloso. In terzo (ma non ultimo) luogo, sul lato burocratico, che impastoia e rallenta anche i più volenterosi. Un altro punto può essere, poi, la tutela ambientale.

Aziende eccellenti, dunque.
Attenzione però: non si deve essere ossessionati dall’eccellenza. Meglio parlare di qualità diffusa, tenendo sempre conto dei rischi e senza velleitari esclusivismi.

Sapete una cosa? A forza di leggere di millefoglie e pane fresco, e di vedere foto di pastine e cioccolatini, a me è venuta fame!

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Hong gaoliang jiazu (Red Sorghum) – Mo Yan

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Born in 1955, Mo Yan is a soldier. How many soldiers do you know that are able to tell such stories full of grief and Death and fear and love and mistery and nature? I do not wonder if his government did not allow him to leave his country and travel abroad.
A soldier who thinks by his own? OMG, please, this is too dangerous for chinese public image…

Anyway, the story is sometimes difficult to follow, because the author jumps from one year to another, but this not prevents you from falling in love with the characters; on the contrary: although you already know that someone will die in a certain moment and in a certain way (usually a very bloody way), this lets him be even dearer.

While you read you cannot distinguish anymore if the red of the landscape you see in front of your eyes is the one of the sorghum or the one of the blood.

The story takes place in 20th Century: I do not know if chinese people died more from their inner problems (famine, banditry, internal fights) or from Japanese invasion. The result, anyway, is always the same: sadness and cruel deaths (skinnings, genitals cuttings, rapes and lots more) for men, women and children.

And still, at the end of the novel, when you see that the hybrid sorghum has supplanted the natural red sorghum, and you understand that this is the end of an era, and despite its load of sufference and grief, you feel that you miss something. Life, maybe?

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Memoirs of a Muse – Lara Vapnyar

imageTanja’s dream is to become a muse, like Polina for Dostoevskij. When she goes in the United States she thinks that she has found his artist in Mark Schneider, a writer with beard and luxury flat.
But, strangely, Mark doesn’t write all the time. He doesn’t talk a lot about books and – very odd! – he doesn’t read a lot either. But Tanja is patient, because she knows that artists cannot be forced to create.

She needs several years before noticing that her Mark isn’t Dostoevskij, and that his artistic aspiration are bigger than his talent. Not only he reads Writerscom’ biographies to check what he has in common with famous Writers, but he is also very envious of other Writers whom he knows.

At the end of the novel, Tanja has almost forgotten her first dreams, she has married (not the writer) and got a child, when, suddently, she finds out that she has been the muse of someone…

Nice novel, because I – too – would have loved to become the muse of a writer, but gave up when I saw that there was no Canetti nor Veronesi nearby
But very deep are also the parts where Tanja conceals to herself that Mark is just an egoistic looser. Just another point of view on women who love men not because of their personalities, but because of dreams.

Dreams are important, but if you want to live, you must be awake.

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La Traccia dell’acqua – Salvatore Errante Parrino

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Da mesi non trovavo un romanzo che mi piacesse. Ne iniziavo uno e lo mollavo dopo 10 o 50 pagine. Con questo, invece, nonostante l’autore non sia conosciuto come gli scrittori che ho rimesso sullo scaffale, è stata tutta un’altra storia.

Davvero: leggetelo. E’ ambientato in Friuli ed è una specie di mistery-rosa: lo chiamano romance, da qualche parte, ma questo nome non lo uso qui perché mi sembra di sminuire l’opera, che non è scritta solo per adolescenti che non hanno ancora preso il via della lettura.
In questo libro nulla è lasciato al caso, né i personaggi, ben caratterizzati e diversificati l’uno dall’altro, né le scene, né le descrizioni. Tutto gira attorno ad una casa che il protagonista si sta facendo ristrutturare sulle rive del Tagliamento, a un dipinto di S. Lucia e alla straordinaria somiglianza tra questa santa e la restauratrice di cui il protagonista si innamora.

Le coincidenze saltano fuori come per caso, ma alla fine torna tutto, anche l’elemento extrasensoriale e i defunti che parlano. Non si scade mai nel banale, neanche con le descrizioni, perché l’autore conosce non solo benissimo il territorio, ma anche l’architettura e l’arte tipica di quella zona friulana.

I personaggi non sono stereotipati perché non mancano di difetti, ma l’autore riesce a farceli restar cari anche quando il libro è finito.

E non manca la sorpresa finale.

Insomma, un bel libro: leggetelo.

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Holocaust – Gerald Green

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I usually like reading Holocaust books because I do not understand yet, how a full nation can become so cruel or indifferent to a Whole people group. And book after book… nothing changes. I mean, I do not understand it yet, but maybe I memorize the little symphtoms that a nation show when it is choosing that way. In this period of great immigration, this faculty can become useful.

Anyway, this novel has been born as a script from the same author, and from the script it maintains the same scenes fastness.

The most interesting parts are the ones dedicated to the nazi Erik Dorf, who did not particularly hate the jews at the beginning, but who at the end becomes one of the most fierce defendor of Holocaust. Is the evil really so banal?
Well, the lost of compassion is gradual, and if you do not stop to think, you cannot notice it.

The same thing can happen to each of us. Somethimes we need to stoop and think.

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