Ho imparato da te (Silvia Grijalba)

Perdonatemi la traduzione personale del titolo ma non ho trovato questo libro in traduzione italiana.

E’ la storia romanzata della nonna di Silvia Grijalba, giornalista e scrittrice.

Madrid, 1930.

José Rodrìguez torna da Cuba, dove è diventato miliardario, al suo paese natale per cercare moglie. Ha le idee chiare: sua moglie dovrà essere bellissima.

Le presentano subito Maria Luisa, che viene da una famiglia caduta in disgrazia dopo il crollo del Ventinove: è di una bellezza sconvolgente, ogni volta che entra in una stanza tutti ammutoliscono e si girano a guardarla.

Ma Maria Luisa è innamorata di Fernando, un nobilastro a cui si è segretamente fidanzata. Purtroppo per lei, Fernando si è sposato in fretta e furia con una donna ricchissima, dopo averla messa incinta.

La famiglia di Maria Luisa, presa per il collo dai bisogni finanziari, fa in modo che la figlia metta da parte le sue idee balzane e si sposi col miliardario che viene da l’Havana.

Ma José non è stupido: è soltanto innamorato perso di Maria Luisa e decide di sposarla, sperando che un giorno lei si innamori di lui sul serio.

Dopo il matrimonio la coppia torna a Cuba, dove Maria Luisa fa la conoscenza del gran mondo sudamericano, ma il ricordo di Fernando non la abbandona.

Che farà: seguirà la sua infatuazione per Fernando, o resterà con José, che stravede per lei e che è un uomo generoso e nobile?

Ho sempre tifato per Josè (più per lui che per Maria Luisa, a dire il vero), ma le cose saranno un po’ più complicate.

Non è solo una questione di matrimonio e corna: è un romanzo storico che ci racconta il bel mondo di Cuba e New York. Un altro mondo rispetto al nostro (a meno che voi non passiate le vostre giornate tra Chanel e parrucchiere).

Maria Luisa non è solo bellissima, è pure intelligente, anche se a volte deve tener nascosta le sue capacità, e l’autrice, per scrivere la sua storia, ha sfruttato gli innumerevoli racconti che sono fioriti in famiglia sulla nonna ricca e fuori dell’ordinario.

Ciò non toglie che la mia simpatia sia andata tutta a José…

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Come essere poveri (George Mikes) @PenguinUKBooks

In un mondo editoriale sovraffollato da libri del tipo “Come diventare milionari”, “Come diventare ricchi in una settimana”, “Come comprarsi uno yatch evadendo le tasse” ecc…, quello di Mikes possiede la non frequente qualità di spiccare nella folla.

George Mikes, di origini ungheresi, non è mai stato davvero povero: suo padre era un avvocato figlio di un avvocato, e quando è morto, il suo patrigno era un medico di fama nazionale. Certo, Mikes ha vissuto dei momenti di ristrettezze economiche, soprattutto dopo essersi trasferito nel Regno Unito, ma non ha mai visto queste situazioni come povertà, anche se in certi momenti non sapeva se avrebbe mangiato al pasto successivo.

Da umorista che ha assorbito per osmosi l’umorismo inglese, ci racconta diversi episodi di ricchi tristi e poveri felici, ma per quanto lo scopo sia di esporre una morale della ricchezza ribaltata, molto di quello che dice è vero.

Come quando elenca l’incapacità di essere davvero soddisfatto quando si è ricco sfondato, o come la frequentazione di veri milionari possa essere estenuante; o semplici e fondatissime verità come questa:

Se sono un coltivatore di fagioli, devo continuare a coltivare fagioli, che ci sia la minaccia di una guerra nucleare o no. (…) Non posso far nulla per la bomba nucleare, ma posso fare molto, o almeno qualcosa, per i fagioli. In ogni caso, bomba o non bomba: come impiegherò il mio tempo prima dell’esplosione?

Oppure come questa, che ci dice come affrontare l’ingordigia dell’inflazione, che si mangia i soldi messi da parte:

L’inflazione è una minaccia e gli economisti sono incapaci di gestirla. Solo il povero sa come trattare l’inflazione. C’è solo un modo per preservare il valore del denaro: spenderlo.

Soprattutto adesso, con una guerra e una pandemia in corso, adesso che il prezzo del carburante sale portandosi dietro tutti gli altri prezzi, adesso che gli interessi che ti danno in banca sono ai minimi storici (strano, perché gli interessi passivi aumentano sempre): l’unica cosa da fare è godersi la vita.

E’ un fatto che durante la guerra i luoghi di villeggiatura lontani dai teatri di scontro erano sempre ben affollati (anche se – secondo me – è dovuto al fatto che i veri ricchi restano sempre ricchi, quando non si arricchiscono ulteriormente).

Consoliamoci: se diventeremo tutti poveri, sarà una bella cosa.

Se lo diventeremo tutti. Ma proprio tutti.

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Il sorcio (Georges Simenon)

Il Sorcio è un vecchio barbone che conosce i quartieri più lussuosi di Parigi, dove riesce a racimolare quanto gli basta per vivere. I poliziotti lo lasciano dormire in prigione, e, sotto sotto, quel vecchio un po’ pagliaccio e impiccione li diverte e ci sono affezionati.

Il Sorcio però ha un sogno: comprare un piccolo appezzamento nel suo luogo di origine e ritirarsi a vivere in pace gli ultimi anni. Questo sogno sembra potersi avverare quando una sera, avvicinandosi a una macchina in sosta, si accorge che il conducente è morto e che il suo portafogli è zeppo di soldi.

Detto fatto, si prende il denaro e si inventa una storia da sottoporre ai poliziotti per far sì che, dopo un anno e un giorno, quel malloppo diventi suo e gli permetta di acquistare la casetta dei suoi sogni.

Solo che non si è accorto di essersi messo nei guai.

In questo breve romanzo non c’è Maigret, ma solo il suo collega Lognon, e poi tutta una schiera di personaggi della polizia e dell’alta società internazionale.

Dopo aver letto “La camera azzurra”, le mie aspettative erano alte, ma mi son trovata difronte a un giallo con risvolti comici.

A molti può piacere.

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Intervista librosa #booktag

Oggi è domenica e non ho niente da fare, si vede? Mi faccio le domande e mi rispondo da sola…

1. Quanti libri hai?

Tra i mille e i duemila. Scordatevi che mi metta a contarli…

2. Dove compri i libri? In libreria o online?
Compro in media due libri a settimana. Se li comprassi in libreria, sarei sul lastrico! No, i miei pusher sono i mercatini dell’usato… In seconda posizione c’è Amazon (anche qui prediligo i libri usati) e i gruppi Facebook di privati (che vendono libri usati). In libreria ci vado quando proprio non posso fare a meno di leggere un certo titolo, ma cerco di contenermi. Per esempio, adesso sto morendo pur di resistere alla tentazione di non comprare l’autobiografia di Will Smith o di Matthew McConaughey… ma ce la farò.

3) Aspetti di finire la lettura di un libro prima di acquistarne un altro oppure hai una scorta?
Scorta, scorta, scorta! Adoro finire un libro e mettermi davanti agli scaffali passando in rassegna i titoli che potrei leggere. Mi fa sentire Jeff Bezos.

4) Di solito quando leggi?
Leggo molto nei tempi morti (sale d’aspetto dei dottori come se piovessero), o alla sera, o mentre sto facendo colazione. E’ incredibile quanto tempo si riesca a trascorrere con un libro in mano a fine giornata. Me ne accorgo però solo alla fine dell’anno, quando li conto.

 5) Ti fai influenzare dal numero delle pagine quando compri un libro?
No.

6) Genere preferito?
Mainstream e biografie.

7) Hai un autore preferito?
Uno?

Mazzucco, Auster, Philip Roth, Canetti… ecc… ma dai, che domanda è?

8) Quando è iniziata la tua passione per la lettura?

Col primo libro letto, “I ragazzi della via Paal”, di Molnar, alle medie.

Durante l’ora di italiano, avendo finito la verifica, la prof mi aveva detto di fare qualcosa di silenzioso e di star buona al banco. Io mi ero infilata le dita nelle orecchie e avevo iniziato a leggere. Dopo un po’ sento qualcuno che mi tocca il braccio: è il mio compagno che mi dice che mi la prof mi sta chiamando da dieci minuti per chiedermi se le vado a prendere un caffè. “Ma non hai sentito??”

9)Presti libri?
Non più. Lo facevo con persone di cui pensavo di potermi fidare, ma è incredibile: qualcuno non ti torna mai indietro. E di solito sono libri che avevo adorato, perché li avevo consigliati io. Dunque, no, mai più, neanche al Papa.

10) Leggi un libro alla volta oppure riesci a leggerne diversi insieme?
Devo leggerne più di uno alla volta, per assecondare il momento. Di solito uno è in italiano e uno è in lingua, o uno è un romanzo e uno è un saggio.

11) Qual è il libro che non sei mai riuscito a finire?
Ulisse. Nessuno è mai riuscito a darmi una buona ragione per finirlo, se non dirmi che è un classico della letteratura sul flusso di coscienza.

12) La tua libreria è ordinata secondo un criterio, o tieni i libri in ordine sparso?
Ordine alfabetico per autore. Altrimenti come faccio a trovare un libro quando lo cerco?

Due anni fa tenevo la saggistica a parte (psicologica, arte, biografie…) ma poi mi sono accorta che non avevo abbastanza spazio per fare queste suddivisioni.

13) Porti i libri dappertutto (ad esempio in spiaggia o sui mezzi pubblici) o li tieni “al sicuro” dentro casa?  
La regola è: avere sempre un libro sottomano, anche in auto. Non si sa mai, un ingorgo…

14) Hai mai comprato un libro solo perché aveva una bella copertina, e cosa ti attrae nella copertina di un libro?
Ho qualche difficoltà a resistere a copertine di una certa tonalità di viola/lilla. Ma questo vale per tutto, non sono per i libri: anche per i mestoli e le pentole…


15) Perché ti piace leggere?
E che ne so? Perché ti piace una certa persona? Perché hai una preferenza per un certo colore o per una certa pianta o per un certo piatto? Puoi pontificare fin che vuoi, ma l’attrazione è data da un miscuglio di elementi razionali ed emozionali, e il miscuglio è così soggettivo che, come le persone, non si può definire.

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Sono una lettrice lunatica? Moody booktag

1. Do you consider yourself a mood reader?

Un pochino sì, sicuramente più di qualche anno fa. Una volta sceglievo i titoli in base all’argomento o all’autore, era una scelta molto razionale: adesso, alla soglia dei cinquanta, voglio concedermi il diritto di sentirmi bene. Posso scegliere un romanzo d’avventura se sono annoiata, un saggio sul giornalismo d’annata se mi sento inutile, o un libro di Auster se ho voglia di scervellarmi. Credo però che le emozioni giochino sempre il loro ruolo, anche se magari si tratta solo del colore della copertina.

2. Do you set TBR lists and do you stick to them?

Assolutamente no. Mi chiedo quale libro leggere appena ho finito di leggere il precedente, e decido in base alla sensazione del momento. Una TBR mi farebbe sentire come in ufficio, con una lista di compiti da svolgere, e io leggo per piacere, non ho bisogno di altri obblighi.

3. Do books affect you emotionally?

Sì, ma per breve tempo. E contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, ad influenzarmi emozionalmente non sono i romanzi, ma certi saggi che mi fanno scoprire aspetti della realtà a cui non avevo fatto attenzione prima. Certe autobiografie, per esempio, mi ricordano che c’è gente normale, là fuori, che è partita con meno opportunità di me ed è arrivata più in alto di me, o che ha avuto il coraggio di vivere una vita fuori binario.

4. When you’re feeling sad, what do you read? (Or do you not read when sad?)

Non mi capita spesso di essere triste. Demotivata, a volte; senza prospettive, a volte; ma perché io sia triste, devono succedermi cose molto brutte. E in questi casi, di solito non leggo. Cerco di muovermi, uscire, correre sul tapis roulant. La tristezza non posso combatterla con un libro triste, perché la rafforzerei, e non posso combatterla con un libro comico, perché… non mi fanno ridere. Solo le persone possono farmi ridere, ho bisogno di osservare la mimica e sentire il tono della voce.

5. Most often, do you use reading to escape, to learn, or to critically reflect?

Dipende dal momento. Quando fuori dalla porta succedono eventi di portata mondiale, come una pandemia o una guerra, cerco di informarmi (perché di solito sono sempre molto ignorante, non ho la TV, non seguo i dibattiti, non guardo TG). La fuga dalla realtà tout court mi fa sentire in colpa, dunque cerco libri scritti bene ma che mi permettano comunque di pensare, o di riflettere, più in generale, sulla natura umana.

6. What is a book that made you laugh out loud?

Non ci sono libri che mi fanno ridere a crepapelle, ma alcuni mi fanno sorridere. Quello che sto leggendo adesso, ad esempio: “Mercanti di verità”, di Jill Abramson. Stava analizzando come gli algoritmi sono stati importanti per la diffusione dei siti di informazione online, ma ci sono temi dai quali non si può prescindere, perché tutti li seguono. Quale è uno di questi temi? I gatti. “Un concetto fin troppo ovvio, impossibile da ignorare”.

7. What is a book that has made you cry? Or, if you don’t cry, one that really moved you?

Così come un libro non mi fa ridere, allo stesso modo non posso piangere leggendo. Ma alcuni mi commuovono. Il libro del dottor Michihiko Hachiya, ad esempio, che ha raccontato la sua esperienza di sopravvissuto al bombardamento atomico di Hiroshima. Scritto con uno stile lineare (o almeno così sembra nella traduzione italiana), parla di sentimenti semplici, eppure universali.

8. What is a book that you didn’t even know how you felt about?

Ce ne sono diversi, di solito sono i best sellers italiani pluripremiati. Creano troppe aspettative.

9. Are you more likely to read on a sunny day or a cloudy day?

Che piove o che ci sia il sole, devo farmi la mia dose quotidiana di lettura, altrimenti a fine giornata sono nervosa. Se poi, in periodi particolari, non riesco a leggere per più di un giorno di fila, apriti cielo… ve lo do io il ciclo!

10. Do you usually “set the mood” when you read? Music, lights, smells, etc?

No. Posso leggere in una stanza da sola o nella sala d’aspetto di un medico o in treno o su un lettino in spiaggia. E’ il libro che definisce il mood.

11. Can you leap from book to book or do you need buffer time between them?

Non posso lasciar passare del tempo tra un libro e l’altro, ce ne sono troppi da leggere! Appena ne ho finito uno, metto la data e la firma, e mi fiondo davanti alla libreria a scegliere il successivo.

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Tecniche di seduzione (Andrea De Carlo) @LibriBompiani

Non sono una grande fan di Andrea De Carlo, ma questo libro me lo ha consigliato il mio amico Riccardo Perosa, musicista e scrittore (anche se non ancora pubblicato). E in effetti, a differenza degli altri libri di De Carlo, sono riuscita ad arrivare alla fine, cosa che non faccio se il romanzo non mi piace proprio.

Roberto Bata lavora in un settimanale milanese: è insoddisfatto di quello che scrive sul giornale e sta lavorando a un suo romanzo che parla di questa frustrazione. E’ sposato da sette anni con Caterina e il loro matrimonio è fatto di abitudini e rispetto reciproco.

Quando Roberto incontra Polidori, acclamatissimo scrittore conosciuto in Italia e all’estero, la sua vita cambia. Polidori gli trova un posticino in un giornale romano: Roberto molla il lavoro e si trasferisce lasciando la moglie a Milano; si accorge subito che il lavoro è solo fittizio: la redazione vive sui soldi pubblici e ogni collega, in ufficio, si dedica agli affari propri.

Questa inattività è però redditizia e gli permette di dedicarsi alla revisione del suo romanzo, che Polidori insiste per pubblicare il prima possibile.

Pensavo che non avevo fatto nessun lavoro per essere pagato; pensavo a quanti altri soldi pubblici dovevano passare di mano nello stesso modo in quel momento.

Roberto si è innamorato perdutamente di Maria Blini, una bella attricetta che gli si concede fisicamente ma che non gli dice quasi nulla della sua vita.

Polidori intanto lo inizia alla vita altolocata romana: gli presenta rappresentanti dell’editoria, del mondo politico e televisivo, e rappresenta ognuno di questi personaggi nella peggior luce possibile, svelandone i lati più meschini, ma sempre ammettendo, col suo comportamento più che a parole, che la loro frequentazione è necessaria.

Roberto si lascia trascinare da Maria e Polidori senza quasi aver volontà propria, tranne quella di far sesso con la ragazza: è una persona che non riflette sulle intenzioni altrui, e infatti ne pagherà le conseguenze.

Ma il protagonista vero del libro non è lui: piuttosto, è l’ambiente in cui è andato a vivere, pieno di doppiogiochisti e ciarlatani e approfittatori, tutti considerati come mali necessari e oramai dati per scontati.

Non credo sia un caso che Roberto inizia la sua storia a Milano, poi scende a Roma, e finisce a Palermo: parallelamente, c’è una discesa negli inferi della sua vicenda.

A Roma si accorge di quanti vivano alle spalle del popolo italiano, ma in città si può ancora vivere senza paura. Questo non accade a Palermo, dove la paura è quasi un dato costante ogni volta che si esce in strada. Ed è a Palermo che scopre cosa sta succedendo alle sue spalle.

Nel romanzo ci sono alcune piccole verità che condivido: come l’opinione di Polidori sull’aria accademica che tira nel mondo letterario italiano, dove più scrivi aria fritta e più ti stimano come grande autore, meno ti si capisce, più grande diventa l’alone di letterarietà che ti aleggia sulla testa.

Certi atteggiamenti dei personaggi, però, li trovo troppo fasulli.

Maria Blini ci prova con Roberto Bata la seconda volta che lo incontra: la bellissima attrice che finisce a letto con uno sconosciuto spiantato? Poco credibile.

Quando la loro relazione inizia, poi, Roberto Bata non insiste per conoscere le ragioni della ritrosia intermittente di Maria Blini. Il comportamento della ragazza è così bizzarro che avrebbe richiesto una spiegazione, ma lui non la pretende, la contempla in adorazione e vive in attesa delle sue telefonate, ma non insiste per ottenere risposte. Poco credibile.

Infine: sicuramente il mondo letterario italiano ha i suoi difetti, i suoi furbastri e i suoi incapaci. Però se ci limitiamo al cerchio di conoscenze romane di Roberto Bata, sembra che sia tutto qui, che non ci sia nessuno che scriva bene, che scriva contenuti, che scriva o che pubblichi perché ci crede. E’ sicuramente una visione distorta perché tutte le conoscenze di Bata sono guidate da Polidori, che ha i suoi interessi, però la visione d’insieme è così cupa e oppressiva che, chiusa l’ultima pagina, ti chiedi dove andremo a finire.

Polidori è un bel personaggio: ha le sue idee sulla gente che frequenta e su come ci si deve comportare, sa argomentare, sa sedurti. La seduzione di cui parla il titolo, è la sua, non quella di Roberto Bata con Maria Blini, ed è un mix di attenzione e assenza ben dosate tra loro. E’ una forma di arte.

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Dieci cose da sapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi (Alan Friedman) @AlanFriedmanit

Lo ho letto in due giorni scarsi, tutta presa dalla curiosità di arrivare alla fine e vedere se ci offriva una soluzione facile e indolore alla situazione italiana.

Ovviamente, come dovevo aspettarmi, le soluzioni facili e indolori non esistono, e Friedman ce lo ricorda ogni due pagine. Però una visione realista, anche se negativa, è sempre meglio di una frottola, come quelle che ci raccontano molti politici pur di tirar su voti.

E poi, ho ripassato alcuni concetti su cui non si riflette mai abbastanza.

Lo Spread, ad esempio.

Lo spread è dato dalla differenza dei tassi d’interesse pagati dai paesi sui loro titoli di stato. Di solito si confrontano i tassi tedeschi con quelli italiani: siccome l’Italia non è considerata un paese solvibile e affidabile (siccome dunque prestarle soldi è rischioso), i suoi tassi di interesse sono alti.

Investimento rischioso –> alto interesse.

La Germania al contrario è considerata affidabile, e, come succede con tutti i prestiti, se sono sicuri danno un basso rendimento, dunque i tassi di interessi tedeschi sui suoi titoli di stato sono bassi.

Più l’Italia è considerata inaffidabile, più i prestiti a lei fatti sono considerati rischiosi, più aumentano i tassi di interesse sui suoi buoni del tesoro, più aumenta la differenza con i tassi tedeschi (e dunque lo spread).

Ogni aumento dello spread ci costa diversi miliardi di interessi in più sul debito italiano.

Ma visto che il processo è noto, mi viene da pensare che quando un politico fa una cazzata e fa cadere la fiducia che si nutre nei confronti del sistema Italia, ci sia sotto qualche forma di intenzione mirata…

Un altro passo interessante è quello che riguarda le pensioni.

Purtroppo l’argomento è diventato il cavallo di battaglia di molti politici che promettono azioni popolari ma per nulla gestibili.

Per esempio, io non avevo capito (da grande ignorante che sono) l’ineguaglianza di fondo del sistema pensionistico retributivo.

Quando la Fornero ci ha fatto passare (anche se non subito) dal sistema retributivo a quello contributivo, tutti si sono concentrati sulla diminuzione delle pensioni.

Ma pochi hanno sottolineato quanto ineguale era il sistema pensionistico retributivo, che manteneva lo stesso introito ai pensionati in base agli stipendi degli ultimi anni (ma totalmente svincolato dagli effettivi contributi versati!). Significava che i pensionati continuavano a percepire una somma che era superiore ai contributi versati!

E questa differenza veniva pagata in parte dai lavoratori, in parte dal debito pubblico.

Quello che non mi convince, è che Friedman dice che l’unica soluzione è ricorrere a fondi pensionistici privati.

E non mi convince per esperienza personale: perché nessuno di quelli a cui mi son rivolta per aprire un fondo pensionistico è stato in grado di dirmi quanto ritirerò di pensione integrativa. Perché?

Almeno un’idea dovrebbero averla, questi consulenti, no? Togli le oscillazioni dovute all’inflazione e ai tassi di interesse, un minimo di idea dovrebbero averla. Per lo meno, se la pensione, con questi fondi, è calcolata col sistema contributivo. O no? Boh, non mi convincono.

Friedman se la prende, a ragione, con la demagogia di certi politici che sfruttano il malcontento popolare per racimolare voti.

Uno degli argomenti più caldi al momento è l’uscita dall’euro (sebbene l’uscita dall’euro e dalla Comunità Europea siano due concetti che spesso vengono confusi).

Il Salvini di turno dice che se usciamo dall’euro, la lira, avendo un valore più basso rispetto alle altre valute, renderebbe più competitivi i prodotti italiani, incrementando l’export. Peccato che allo stesso tempo renderebbe molto più costosi tutti i prodotti che importiamo (energia in primis, perché ci siamo accorti che non ne abbiamo molta, di nostra, vero?).

Altri argomenti interessanti, spiegati in modo comprensibile, sono la tassazione, la disoccupazione, il sistema bancario, i mercati finanziari.

Questo libro è uscito nel 2018 ma è ancora molto attuale (certo, non poteva prevedere la mazzata del Covid, ma sono sicura che Friedman ne parli nel suo ultimo libro, in uscita in questi giorni).

Molti aspetti economici me li ha chiariti. Su altri mi ha fatto sorgere delle domande (il che non è una cosa negativa).

Ad esempio: se si riducesse il cuneo fiscale (la differenza tra lo stipendio pagato dall’azienda e lo stipendio percepito dal lavoratore) riducendo le tasse, chi ci dice che gli imprenditori non sfrutterebbero questo sconto per tenersi i soldini invece di lasciarli al dipendente?

E poi: questa insistenza sulla necessità di produrre di più e consumare di più per aumentare il PIL… Fino a quanto bisogna aumentare la produzione e il consumo? Il consumo è il motore dell’economia, ma possono il consumo e la produttività crescere all’infinito?

Io cambio auto ogni vent’anni, o finché funziona: perché devo cambiarla ogni dieci, solo per aiutare il PIL?

Non compro il cellulare nuovo perché è uscito un nuovo modello, uso quello che ho perché mi basta per l’uso che ne faccio. Per indurmi a cambiarlo, devono convincermi che mi servono le nuove funzionalità: ed ecco la necessità di creare nuovi bisogni…

Infine, un appunto all’autore: lungo tutto il saggio utilizza la storia di una famiglia di Livorno per far capire meglio al lettore come funziona un sistema economico, prendendo la famiglia come esempio del sistema Italia. A volte questa storia va fuori tema.

Ho capito che bisogna semplificare, ma descrivere il menù della famiglia quando va a trovare lo zio ricco mi sembra esagerato.

Poi: non si esce dallo schema che il marito guadagna di più e che la donna si dedica a lavori di cura, che l’uomo si occupa di politica e che la donna va a guardare i fiori in giardino lasciando marito e cognato a discutere di politica ed economia… Questa parte non mi è piaciuta per niente. Scusate, ma ormai in ogni romanzo e ogni film c’è una coppia gay: stiamo superando il cliché della famiglia tradizionale, ma quando compare una famiglia tradizionale, il ruolo della donna è sempre quello della cuoca e del silenzio.

Infine: ad un certo punto il marito ammette di non sapere cosa significhi suddividere il rischio degli investimenti.

Dubito che un lettore medio (come quello che può essere colui che si accinge a leggere un libro di Friedman) non sappia cos’è la diversificazione del rischio. Ho capito che Friedman si rivolge a un pubblico non professionista, però ci sono gradi e gradi di ignoranza.

Insomma, a parte la storia della famiglia, credo che sia un libro da leggere.

E’ quasi profetico nel suo desiderio di un politico competenze in materia economica (ricordo che il libro è uscito nel 2018!) e non mi meraviglio che Friedman sia così entusiasta di Draghi (già ne parlava bene nel libro, quando ancora non si pensava a Draghi come presidente del consiglio).

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Invidia il prossimo tuo (John Niven)

Romanzo molto godibile.

Alan è un critico gastronomico famoso; sposato con una giornalista di ricchi natali, vive la vita invidiabile dell’alta borghesia, col giardiniere, la colf e la baby sitter; è iscritto a un club di lusso e si concede golf e vacanze ai tropici senza rimorsi.

Un giorno si imbatte in un barbone che lo saluta chiamandolo per nome e scopre che è il suo ex compagno di classe Craig: dopo un debutto fragoroso nel mondo della musica, Craig era uscito di scena e i due si erano persi di vista quasi trent’anni prima.

Alan è combattuto: da un lato inizia ad aiutare l’amico ospitandolo a casa sua ed informandosi da un avvocato circa i diritti che gli spettano per i dischi venduti; dall’altro, continua a provare verso di lui un’antica invidia per la sua scioltezza, il suo corpo ancora tonico, e, in generale, per la sua capacità di attirare la simpatia altrui.

Quando sono insieme, Alan e Craig tornano sedicenni: si ubriacano, ricominciano a parlare col vecchio accento scozzese, fanno le ore piccole.

Ma qualcosa va storto…

Mi fermo qui.

Romanzo ben costruito, sia dal punto di vista psicologico che della creazione dell’aspettativa, che poi viene premiata.

Interessante e ben dettagliato anche l’ambiente alto-borghese in cui Alan vive, senza dimenticare alcune scene comiche che sono piaciute pure a me (che di solito preferisco il drammatico).

Insomma: da leggere.

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I mille volti di Barack Obama (Giuseppe De Bellis)

Non si può mai conoscere la verità su una persona. Non puoi conoscere quella di qualcuno con cui vivi, figurati quella di un personaggio che vive a seimila chilometri di distanza e che è a capo di uno dei paesi più potenti del mondo; un personaggio la cui immagine pubblica è studiata nei minimi particolari.

Ma la curiosità è sempre più forte della rassegnazione e quando mi intrippa qualcuno, cerco di andare a fondo. Certo, non bisogna limitarsi a leggere un libro o una biografia: bisogna sorbirsi almeno un paio di volumi, scritti da autori con background diversi.

Quindi, dopo l’autobiografia di Michelle, ecco una biografia di Barack, scritta da un giornalista esperto in politica nordamericana (e se mi gira, ho già pronto sulla libreria un saggio scritto da Obama in persona).

Le parti più interessanti sono quelle in cui si scoprono incongruenze o omissioni nelle autobiografie.

Ad esempio, Barack Obama ha sempre dichiarato che suo padre è stato un gran lavoratore, ma sfortunato nella vita e che si è separato dalla moglie perché avevano visioni diverse. Oggi ho scoperto che i due hanno litigato di brutto perché Obama senior era alcolizzato e perché, come molti kenioti, era poligamo (quattro mogli e non ricordo quanti figli sparsi per il mondo).

Ho scoperto anche che Barack ha dei fratellastri che conosce a malapena, uno in particolare che vive in una baracca.

E che la nonna materna era razzista (era bianca, lei), o così l’hanno definita i giornali americani.

Ma a parte questi aspetti familiari, nella biografia non si parla di vere e proprie pecche di Obama Jr.

Certo, si nominano gli “scheletri nell’armadio”, riferendosi a diversi sostenitori e finanziatori imbarazzanti, a partire dal reverendo Wright, che ha sposato Obama e Michelle e che ha battezzato le loro figlie, e che dal pulpito ha sempre lanciato strali avvelenate all’America bianca.

Un altro sostenitore ambiguo è il sindaco di Chicago, democratico, facente parte di una famiglia che si è impossessata della poltrona della città da decenni, e che è spesso sotto inchiesta per corruzione.

Poi c’è un certo Ayers, che negli anni Sessanta è finito in galera per terrorismo e azioni contro la polizia.

Ma queste pecche riguardano i sostenitori di Obama: non vengono citate magagne direttamente riferibili all’ex capo di stato.

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei?

Non sempre. Per diventare Presidente degli Stati Uniti hai bisogno di così tanti milioni di dollari che non credo si possa fare tanto gli schizzinosi.

L’impressione che ne ho avuta è che questo libro, uscito prima dell’elezione di Obama, volesse essere per forza equilibrato, ma che perseguendo tale tentativo abbia tirato fuori delle ombre che solo i più pignoli dei detrattori potevano tirar fuori.

Nessuno è perfetto.

Il presidente USA vive in vetrina dal momento in cui si candida al momento in cui esce dalla Casa Bianca. Ogni sua frase viene sezionata e giudicata, perfino i calzini che sceglie al mattino devono essere accuratamente vagliati per non finire sulle prime pagine dei giornali.

Obama non rispettava tutte le mie idee.

Era contrario ai matrimoni gay, snobbava l’Onu, ammetteva che gli USA dovevano agire con la forza se minacciati (e la minaccia è sempre fumosa, per loro), sosteneva con forza il diritto di Israele di esistere ecc…

Insomma, non si giustifica l’atteggiamento della sinistra italiana che lo aveva assunto a rappresentante internazionale dei loro punti di vista e che lo osannavano acriticamente.

Però, in confronto a un Bush o a un Trump, mi piaceva come persona. Meno so-tutto-io, meno offensivo (anche se non del tutto innocuo), meno urlante.

Di sicuro si era accaparrato una buona fetta dei media e delle personalità di Hollywood, e questa è stata una strategia vincente. Insomma, le furbate le ha fatte anche lui.

Ma oggi, in politica, si può emergere senza furbate?

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Figli della furia (Chris Kraus)

1973. In ospedale, l’ex agente segreto Koja racconta la sua vita a un giovane idealista con dei bulloni di titanio che gli tengono chiuso il cranio.

La storia inizia nella prima metà del Novecento a Riga, dove Koja e il fratello maggiore Hub vivevano col padre ritrattista e la madre baronessa russa. Adottano, per intercessione di una domestica, la piccola Ev di oscure origini.

Ev sposa Erhard, che inizia i fratelli al nazismo, che sembra essere l’unico sbocco per entrambi, quasi un’ancora di salvezza, soprattutto per Koja, che, diventato architetto, non riesce a mantenersi col suo lavoro. La passione di Hub per la causa, però, si scontra con la tiepida adesione del fratello e di Ev, che divorzia dal marito.

Ev sposa Hub, ma Koja scopre che lei è ebrea. Non glielo dice subito, aspetterà anni prima di farlo: e nel frattempo, di nascosto dal fratello, genererà con lei una figlia, Anna, fingendo che sia sua nipote.

Finita la guerra, Koja diventa una spia russa: lo fa per salvare Maja, una sua ex amante che lui aveva addestrato per uccidere Stalin e che è stata catturata dai rossi.

Quando Ev scopre di essere ebrea (nel frattempo la figlia è morta, non-vi-dico-come), vuole assolutamente trasferirsi in Israele e Koja la segue di malavoglia sotto falso nome. Ev incomincia a raccogliere materiale per incriminare nazisti (suo marito è uno di questi), senza preoccuparsi troppo che queste ricerche potrebbero portare alla morte anche Koja, che nel frattempo vive con lei come un marito vero e proprio.

Insomma…

E’ un libro pieno di avventura, di avvenimenti, doppi e tripli tradimenti, viaggi, omicidi, avvelenamenti, bugie, suicidi, braccia che saltano, pallottole incastrate nei cervelli…

Fin troppo.

Chris Kraus è famoso in Germania come regista e questo libro gli è costato dieci anni di vita. Tutto è iniziato quando ha scoperto che il nonno, a cui era molto legato, era stato un criminale di guerra: uno di quelli brutti, colpevole di migliaia di uccisioni. Ma in famiglia non se ne parlava, era un segreto ben custodito.

La necessità di far coincidere questa brutale immagine con il ricordo che il bambino viziato aveva del nonno, lo ha portato a scrivere questa storia, che si basa su fatti realmente avvenuti e che cita anche molti personaggi realmente esistiti.

E’ un libro che va al di là del significato personale e che in Germania ha suscitato scalpore, perché è andato a toccare argomenti sensibili, come la partecipazione di tanti, tantissimi ex nazisti al processo di ricostruzione postbellico.

E’ un romanzo da leggere sotto l’ombrellone se siete amanti del genere.

Ma che genere, poi?

Spionistico di sicuro, ma anche drammatico e storico.

Io ho qualche difficoltà con gli agenti segreti, non mi piace neanche 007. Non mi piacciono le mezze verità, le mezze frasi, i non detti, la gente che passa da una parte all’altra giustificandosi in tutti i modi possibili. Ma è un gusto personale.

Mi è piaciuta molto la parte in cui i due fratelli aderiscono al nazismo: è credibile.

Non mi è piaciuta Ev: è un personaggio che sembra volersi rendere troppo interessante, passa da un marito a un fratello all’altro fratello a uno psichiatra, senza farsi problemi, con una falsa ingenuità che dopo un po’ perde di verosimiglianza.

E’ un medico che lavora nei campi di concentramento ma non si parla di quello che ha visto là dentro, né si dice se ha fatto qualcosa di concreto là dentro, né si approfondisce cosa ha provato, là dentro. Quel periodo lo veniamo a conoscere solo per sentito dire, e invece sarebbe stato interessante, anche se, leggendo tutto attraverso gli occhi di Koja, è giusto che la nostra conoscenza resti parziale.

Uscito nel 2017 in Germania e nel 2021 in Italia (Sem).

Da leggere.

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