Il grande Boh! (Jovanotti)

Non sono mai stata una grande fan di Jovanotti, riesco a malapena a lasciare in sottofondo le sue ultime canzoni, quelle più melodiche, mentre guido (più per la pigrizia di cambiare radio che per voglia di ascoltare le sue canzoni) ma mi sono incuriosita a leggere questo libro perché avevo letto la presentazione di Fernanda Pivano (eh sì, proprio lei) che era molto elogiativa.

E’ pubblicato nella collana della Feltrinelli dedicata ai libri di viaggi, e in effetti Jovanotti parla molto di viaggi qui, soprattutto Patagonia ed Africa.

Mi piace l’immagine di un giovane cantante che, mentre i suoi album sono in testa alla classifica in Italia, è sotto il deserto africano, da solo, a guardare le stelle, o che si fa milleduecento chilometri in bicicletta in Patagonia, sempre da solo.

Il contenuto insomma potrebbe essere interessante, come sarebbe interessante se fosse stato scritto da qualunque altro giovane sconosciuto che avesse compiuto le stesse gesta, ma di sicuro, la Feltrinelli non si sarebbe mai pensata di pubblicare lo stesso identico libro se fosse stato scritto da uno sconosciuto, semplicemente perché… è scritto con lo stile di un adolescente.

Non è un memoir ordinato in ordine cronologico, anzi, non è neanche un memoir: è piuttosto una serie di riflessioni, alcune tratte dai diari; ci sono molti testi di possibili canzoni o di poesie, riflessioni (sull’arte, sulla pena di morte ecc…), ingenuità, dubbi, commenti, interiezioni (“Madonnamia”, “occhessoio”), elenchi…

Un po’ di tutto, insomma, presentato con uno stile basico, quasi sempre parlato, e non si lesinano neanche gli errori: non distingue il medio dall’anulare, parla di uomini di “taight”, di pronipoti di Achille… mi viene il dubbio che lo faccia apposta, ma poi mi chiedo, perché dovrebbe farlo? Cosa darebbe in più al libro una serie di errori così madornali? Voglio dire: se dai alle stampe un libro, anche se si tratta solo di una raccolta di riflessioni, almeno sistemale prima di pubblicarlo, dove erano gli editor? Jovanotti può decidere (se ha deciso consapevolmente) di scrivere come vuole, ma è giusto sottoporre a un pubblico, si presume giovane, un testo pieno di errori e di semplicismi: abbassa il livello culturale.

Non voglio togliere nulla all’esperienza di un giovane in cerca di se stesso attraverso il Viaggio, ma me la prendo con le case editrici che pur di vendere, si svendono, e che danno la possibilità di pubblicare testi di bassa qualità se si tratta di personaggi famosi, senza prendere neanche in considerazione bozze di gente sconosciuta ma capace di scrivere!

Non fanno tutte così (l’Einaudi mi sembra più seria anche nella scelta dei memoir) ma la Feltrinelli mi ha molto delusa!

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Un libro per chi ha genitori anziani

LA CATTIVA FIGLIA (CARLA CERATI)

PREMIO COMISSO 1990

Narrato in prima persona, è la storia di Giulia e della sua ottantenne madre.

Giulia ha un lavoro creativo, ha a che fare con la fotografia, la grafica, l’arte. Ad un certo punto, dopo vent’anni che si è allontanata da casa per fare la sua vita, sua madre resta vedova.

La donna aveva sacrificato tutto per la famiglia, e soprattutto per il marito, un tipo autoritario ma affascinante; quando si ritrova vedova, la solitudine le cade addosso come una montagna d’acqua fuoriuscita da una diga.

Giulia si lascia convincere a tenerla in casa con sé ma la convivenza è dura. Due personalità, con le proprie abitudini e le proprie necessità, si scontrano: la madre, che in apparenza è gentile e timorosa, non si rende conto che la sua presenza è ingombrante e fa sentire in colpa la figlia, che inizia a sviluppare disturbi psicosomatici.

L’anziana si lamenta che la figlia esce troppo spesso, oppure resta nella stanza quando Giulia si porta i colleghi di lavoro a casa per delle riunioni, togliendo spontaneità e rendendo tutti un po’ nervosi. Le due non riescono a incontrarsi su nessun terremo comune: alla madre piace la TV con le telenovelas, a Giulia piacciono i telegiornali o il silenzio a tavola. Quando una ha voglia di parlare, l’altra vuol tacere, e viceversa.

La Cerati è bravissima a rendere lo scontro tra routine, il ricatto affettivo e i sensi di colpa, è così brava da farmi credere che si trattasse di un’autobiografia (non è così, ma di sicuro qualcosa di simile l’autrice deve averlo vissuto in prima persona, altrimenti non potrebbe essere così precisa nella descrizione di alcuni atteggiamenti).

Quando Giulia e la sorella decidono di portare la madre in una casa di cura, le cose non migliorano perché la donna è sempre scontenta, non fa amicizia, si lamenta di ogni cosa (a volte a ragione, ma non si vede mai un tentativo di conciliazione da parte sua).

Nei fine settimana, Giulia se la porta a casa o va a trovarla in casa di cura, e per evitare di ascoltare le sue lamentele, la interroga sulla sua vita. E’ così che scopre a quanto ha rinunciato sua madre per dedicarsi alla famiglia e per assoggettarsi al marito, e lo ha fatto con senso di fatalità ma anche di amore (per esempio, lei aveva il suo stipendio da maestra ma era il marito che decideva come spenderlo).

Giulia conosce dunque un po’ di più sua madre, e anche se il rapporto non cambia molto, di sicuro cambia il suo modo di considerare certi atteggiamenti dell’anziana.

Quello che ho più sentito, è stato il senso di colpa di Giulia: lei vorrebbe essere come certe sue amiche che si dedicano ai genitori anziani senza sentirne il peso, ma non ce la fa, è il suo corpo che le dice che non può farcela.

E’ un libro che non prende le parti di nessuno ma mostra cosa ci sia sotto a una normalissima relazione madre-figlia dei nostri giorni.

Non dà soluzioni, non ce ne sono. Non possiamo scappare da quello che siamo e rinunciare alle proprie abitudini, non è facile dire addio ai propri impegni e alle proprie inclinazioni per seguire un genitore che ha bisogno, e spesso anche la miglior sistemazione possibile è percepita come un ripiego alla soluzione che dovrebbe essere normale: vivere tutti insieme in famiglia, fino alla fine.

Alla fine ti lascia un senso di amarezza non indifferente, però ti rendi conto che certe situazioni sono comuni a tante persone.

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Parti in fretta e non tornare (Fred Vargas)

Non fate il mio errore: Fred Vargas è una donna, ed è francese (dunque non è un autore maschio, né tantomeno spagnolo, sigh!)

Questo libro è un giallo: ne leggo pochi, ma la Vargas mi ha conquistato nelle prime pagine per il suo stile di scrittura accurato ed elegante. E poi i personaggi sono tutti particolari.

Il primo che incontriamo sono Joss, un ex marinaio che è uscito di galera e che parla col bisnonno defunto. Non è riuscito a trovarsi un lavoro vero e proprio così se ne è inventato uno: lascia una cassetta delle lettere appesa ad un albero in un parco pubblico e la gente ci mette dentro dei messaggi con qualche spicciolo. Joss, poi, li leggerà davanti al pubblico.

Dopo di lui c’è Decambrais, un intellettuale che ha qualcosa da nascondere: ha cambiato nome e di lavoro fa il consulente in cose della vita.

I due si incontrano perché Decambrais si è accorto che tra i messaggi che Joss legge ogni giorno ce ne sono alcuni che sono presi da libri antichi che trattano della peste nera. Sono messaggi che denotano un autore colto, ma pericoloso.

E poi ci sono altri personaggi particolari: Lizbeth, ex prostituta che vive da Decambrais e si occupa della pulizia e degli ospiti dell’ostello messo in piedi (in nero) dall’intellettuale; c’è il proprietario di un negozio di skates che va sempre in giro in maniche corte anche quando fa freddo; e c’è, ovviamente, un ispettore che deve indagare su delle morti misteriose che richiamano alla mente i periodi peggiori della morte nera.

E’ un romanzo che si legge in scioltezza, anche se non dovete aspettarvi molta velocità: una certa lentezza è però compensata dalla bella scrittura della Vargas. Forse la seconda parte è più veloce, e infatti lo stile elegante cede un po’ alle necessità del dialogo e della trama.

Ovviamente, io non sono riuscita a scoprire chi era l’assassino: niente di nuovo sotto il soffitto…

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La spiaggia del lupo (Gina Lagorio)

CANDIDATO PREMIO CAMPIELLO 1977

Incredibile come cambi lo stile di scrittura in pochi decenni. In questo libro ho trovato alcuni termini che sarebbe un eufemismo chiamare desueti, oggi: “mongoloide” ad esempio, o l’uso del diminutivo con i nomi dei bambini (“Carlino”… pensavo parlasse del cane di uno dei protagonisti).

Ho guardato in giro le recensioni su questo romanzo, e ho spesso trovato tentativi di leggerlo in senso femminista, solo perché la protagonista, Angela, è una donna che fa delle scelte coraggiose. Dunque ogni romanzo di formazione con un uomo come protagonista dovrebbe essere definito “maschilista”??

Ma iniziamo con la trama…

Angela vive col nonno in una casa sulla spiaggia ligure. La madre lavora lontano e il padre, pittore rinnegato dalla famiglia di origine, è morto.

Da bambina e da adolescente si distingue dal gruppo dei suoi coetanei per la trasparenza e l’ingenuità con cui vede il mondo. Il suo ambiente ovattato viene messo in subbuglio quando incontra Vladi e diventa la sua amante a 19 anni.

Peccato che Vladi sia già sposato, addirittura con una donna che appartiene alla famiglia del padre di Angela.

Angela resta incinta e decide di tenere il bambino, nonostante Vladi non sia molto deciso sulla strada da prendere. Quando la ragazza si sposta a Milano per studiare arte, Vladi le procura un appartamento in cui trovarsi a quattr’occhi, ma il loro rapporto è spesso rannuvolato dalle difficoltà dell’uomo, che deve dirigere una fabbrica in tempi (la fine degli anni Sessanta) a dir poco turbolenti.

Le cose precipitano quando scoppia una bomba in fabbrica e Vladi rimane ferito.

Angela si ritrova a dover riflettere su cosa fare della sua vita e, pur con molti dubbi, decide di continuare a vivere da sola.

Nasce il figlio (il “Carlino”!) ed Angela inizia una storia con un suo maestro, ma non riesce a viverla con l’intensità che aveva vissuto con Vladi.

Non vi dico il finale, preferisco approfondire alcuni passaggi, magari scrivendone li chiarisco anche a me stessa.

Innanzitutto, ho l’impressione che le motivazioni di Angela siano un po’ fumose.

Ad esempio: perché molla Vladi?

Vladi è sempre indeciso tra lei e la moglie; Vladi non prende neanche in considerazione il fatto che lei possa avere delle idee politiche; Vladi vorrebbe che lei rimanesse a casa per fare la madre e la moglie.

Queste sarebbero già motivazioni sufficienti a mollare un uomo, ma lei aspetta. E non lo fa perché ha bisogno dei soldi per quando nascerà il bambino (è sempre stata chiara su questo punto, vuole essere indipendente), né perché non può vivere senza di lui (o almeno a me non ha dato l’impressione di essere pazza di lui quando è a Milano).

Ho l’impressione che resti con lui perché anche lei non sa come comportarsi, e allora lascia passare il tempo continuando a fare quello che faceva prima.

A parte questo, per il resto, Angela non ha difetti. Se fa degli sbagli, vengono giustificati da tanta verbosità che, alla fine, non sono più sbagli, e se fa la musona e non parla, è perché pensa profondamente.

E poi, tutta la sua vita sembra ruotare attorno agli uomini. Ne ha avuti solo due, è vero (il romanzo copre forse una trentina d’anni della sua vita), ma si parla quasi solo di questo. Ci sono accenni alla situazione politica, e ogni tanto pensa al figlio e agli esami, ma tutto resta molto più fumoso, l’autrice mi sembra più preoccupata ad esercitare la sua capacità verbale che a dire chiaro e tondo come stanno i settori della vita di Angela non legati all’universo maschile.

Ad esempio, Angela decide di studiare arte: da dove viene questa passione? Perché di passione dovrebbe trattarsi. Però nel romanzo ci viene descritto solo uno dei suoi quadri, tutto il resto della sua attività artistica resta sullo sfondo, come si trattasse di pratiche burocratiche anonime.

Diciamo che non mi è tanto simpatica, Angela…

Ma non possono essermi simpatici neanche i due uomini: Vladi tiene i piedi in due scarpe e perde più tempo a giustificarsi che a pensare al figlio che deve nascere; Pezzarocchi parla e parla di come lui vede Angela ma alla fine si ha il dubbio che non la guardi sul serio per come è.

Infine, ma qui il libro è il frutto degli anni in cui è scritto, i dialoghi… i personaggi parlano come “libri stampati”, come professori di filosofia e sociologia. La gente non parla così.

insomma… Lo ho letto fino alla fine “solo” perché la Lagorio sta mettere le parole sulla pagina in uno stile davvero curato.

Voto: 3+ (su 5)

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Voglia di scappare? (“Scomparso a Venezia”, di Mario Bonfantini)

Sebbene il libro sia stato pubblicato nel 1972, l’ho trovato di un’attualità eccezionale.

La storia è ambientata nel 1938.

Il ragionier Liguori si trova a Venezia per una conferenza generale nel campo assicurativo, dato che lavora per una grossa compagnia del settore.

Il suo intervento attira l’attenzione e il plauso del “direttore supermega capo” che lo elogia e, quasi di striscio, gli suggerisce, prima di tornare a Milano, di andare a bere un bicchiere in una osteria tipica di Venezia.

Liguori ci va e… ci resta due mesi. Non solo all’osteria: conosce una donna, e si trasferisce a casa sua, pur non capendo bene come abbia fatto lei, vivendo sola, a tirare avanti senza entrate fisse. Il ragioniere, distinto signore, entra a far parte del mondo di Venezia: passeggia, fa l’amore con la Lina, passa pomeriggi e serate a parlare con i perdigiorno della città.

E gli piace.

Gli piace tanto. Non pensa più al lavoro che gli ha garantito prestigio e un non indifferente stile di vita, né alla moglie e alle figlie, a cui non si era mai davvero affezionato.

Lui, che era sempre stato uno studente e un impiegato modello e che aveva sempre soffocato ogni passione che non fosse in linea con le aspettative del suo ambiente, si affeziona agli amici di Venezia, poveri e ignoranti, ma sinceri e passionali.

Ma la pacchia non può durare in eterno, e per una pura coincidenza, viene scoperto e riportato a Milano, e qui c’è la delusione: non si ritrova più. Non percepisce più il senso del suo lavoro o della sua famiglia. Si accorge di essere la rotellina di un ingranaggio di cui non capisce l’utilità e ciononostante continua a svolgere il suo dovere, perché è quello che tutti si aspettano da lui.

Finché non scoppia la guerra, e con la trama mi fermo qui perché non voglio rovinarvi il finale.

Non mi aspettavo un romanzo così contemporaneo, che mi facesse percepire così bene il senso di inutilità che ti prende quando ti metti addosso un ruolo che è stato disegnato per te da altri.

La SNAG, le alte mansioni che egli era stato chiamato a ricoprirvi, quella sua attività di Ispettore Generale così universalmente apprezzata e lodata, citata abitualmente a modello, tutte cose che gli avevano offerto più d’una soddisfazione – se ne ricordava benissimo; ma meritavano veramente di assorbire del tutto la mente di un uomo e il suo animo, di figurare lo scopo d’una vita?

E’ un libro sul conformismo e sulla presa di coscienza di ciò che davvero ha valore nella vita.

Attualissimo.

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Piangi, terra amata (Alan Paton)

Siamo in Sudafrica, nel 1946.

Il vecchio parroco Kumalo, di stirpe zulu, riceve una lettera da Johannesburg: è un grande evento, perché è da tanto che lui e sua moglie aspettavano notizie del figlio, che è andato nella grande città in cerca di lavoro e che non si è più fatto vivo.

Ma la lettera, in realtà, arriva da un altro religioso, e porta notizie di Gertrude, la sorella di Kumalo, anch’essa andata a Johannesburg tempo prima e di cui non si era più saputo nulla. La donna era andata in cerca del marito, che era partito in cerca di fortuna nelle miniere, e ora si trova in pericolo… spirituale.

Il reverendo Kumalo decide di partire per andare a salvare la sorella, e subito uno della parrocchia gli chiede di cercare la figlia, anch’essa scomparsa nelle spire della grande città.

Insomma, Johannesburg appare subito come un mostro divoratore di esseri umani.

Là, il reverendo trova anche il fratello – di cui da anni non sapeva più nulla – che si è dato alla politica: ce ne sono di cose di cui lamentarsi, ci sono scioperi da organizzare, folle da sollevare, e John Kumano si dedica all’opera con passione: fin troppa, si accorge il reverendo, perché il potere inebria e rovina le persone.

Tanto che anche il nipote è scomparso… è finito in un brutto giro, come sembra sia finito anche il figlio.

La ricerca è una discesa agli inferi: più volte incontra qualcuno che gli dà informazioni sul giovane, e ogni volta deve rassegnarsi che le informazioni erano vecchie e che il figlio si è spostato per l’ennesima volta.

Finché non trovano la sua donna, incinta e poco più che una bambina, anch’essa abbandonata.

Ora voi immaginatevi questo vecchio religioso che gira in lungo e in largo per la città spaventosa: non ci sono telefoni, non c’è internet, bisogna sempre chiedere e affidarsi alla memoria di qualcuno che non si conosce.

Ovunque regna la paura: la paura dei neri di morire di fame, e la paura dei bianchi, di venir uccisi dai neri.

Eppure, nonostante il titolo, e nonostante l’atmosfera lugubre che fuoriesce da queste pagine, il finale offre speranza. Anche troppa, forse, perché di tutto il male e i problemi che affliggono il Sudafrica sembrano possano essere eliminati con l’amore e col tempo.

Il sentimento principale che ho provato leggendo questo romanzo è la compassione per il vecchio che cerca, cerca e, alla fine, trova un figlio perduto, in tutti i sensi.

Ma ho provato anche un senso di impotenza di fronte agli innumerevoli problemi di un paese, problemi così intrecciati che neanche con la fine dell’Apartheid si sono risolti.

Paton ha uno stile particolare: a volte ricorre a una scrittura altalenante, come se si ascoltasse una nenia africana; altre volte ci riporta stralci di lettere, articoli di giornale, spezzoni di discorsi politici o di sentenze, e sono questi variegati scorci di Sudafrica che ci mettono davanti alla multiformità del paese.

Per quanto trovi un po’ ingenuo il finale (l’amore trionfa sul male), ammetto che ho tirato un sospiro di sollievo. La salvezza, però, può essere raggiunta solo nel luogo natio, non a Johannesburg, diventata il simbolo del potere che rovina le vite delle persone.

Certo, la salvezza non è a portata di mano, bisogna lavorare, rendere di nuovo il terreno fertile, non solo nel senso materiale del termine, sfruttando il concime degli animali, ma anche convincendo i giovani a restare nel veldt e a non andarsene distruggendo le famiglie e le tribù.

Si può salvare l’Africa, dunque? Sì, ma…

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Non ditemi cosa devo fare

Credo di avere un problema con l’autorità.

Se mi vien detto “fai questo, fai quello”, anche se si tratta di un’operazione che, in un altro momento, potrebbe divertirmi, automaticamente perdo interesse, subentra il senso del dovere e va a farsi benedire quell’impalpabile benzina che si chiama Passione.

Mi capita anche con i libri. E, peggio del peggio, mi capita anche se sono io a dire a me stessa “fai questo, fai quello”, come se fossi schizofrenica e la mia personalità sana subisse le bizze della mia parte autoritaria.

Sabato, per la prima volta in vita mia, sarò presente alla premiazione del premio Comisso a Treviso. L’azienda per cui lavoro è uno sponsor dell’evento da molto tempo, e quest’anno è avanzato un biglietto: quando mi è stato offerto, son stata ben felice di accettarlo.

Adoro questi eventi: il livello culturale è alto e non può che far bene a una povera meschina come me che non ha basi letterarie e che si fregia dell’appellativo di litblogger.

Ma per un’occasione così importante, devo prepararmi.

Intanto: chi è Comisso? Non avevo mai letto niente di suo, ma avevo il libro che ha vinto il Premio Strega nel 1955, “Un gatto attraversa la strada”.

E poi, dovevo procurarmi almeno un libro dei finalisti. Ho optato per “Pianura” di Marco Belpoliti, perché avevo già incontrato questo autore, proprio nella mia azienda.

E qui sorge il problema: “devo” prepararmi.

Libri che in un altro momento avrei giudicato godibili o istruttivi, adesso li considero imposti.

Ma imposti da me stessa!

E’ ridicolo ma non posso farci niente, devo sospenderne la lettura, perché la convinzione di subire un’imposizione mi mette una lente davanti agli occhi che mi impedisce di giudicare i libri per quello che sono e che me li fa considerare quasi come compiti per casa.

Questa lente distorta mi rende Comisso troppo facile, troppo “naturale”, come lo hanno accusato certi critici letterari. Il libro che ha vinto lo Strega è una raccolta di racconti ambientati nella pianura Padana, e spesso in Veneto, anche se mancano precisi riferimenti geografici. Sono racconti brevi che ci mostrano istantanee o personaggi, per lo più campagnoli, impregnati di fatica e di etica del lavoro.

La lente distorta mi rende difficile la lettura di “Pianura” di Belpoliti, che invece ho apprezzato con altri titoli: qui, al contrario, lo vedo colto, coltissimo, quasi aulico, così elevato da sollevarsi al di sopra del bisogno di trama per guardare la pianura e i suoi abitanti attraverso un telescopio da professore universitario che frequenta solo intellettuali a me (ahimé) quasi tutti sconosciuti.

So che questi due libri non hanno colpe, i libri non ne hanno quasi mai: sono le lenti attraverso cui vengono letti che li rendono forieri di bene o di male.

Sospendo dunque la lettura di entrambi (Comisso a p. 102/196 e Belpoliti a p. 100/278) e aspetto tempi migliori.

So che verranno.

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La canzone di Achille (Madeline Miller) @Feltrinellied

Tutti conoscono l’Iliade…

Oppure no?

Beh, lo ammetto: non ho frequentato il liceo, ma un istituto tecnico, e l’Iliade l’abbiamo nominata solo di striscio. A vent’anni me la sono letta per conto mio, ma non sono abituata a leggere i poemi e mi mancava una buona base culturale, così me ne è rimasto ben poco.

Dunque ringrazio Madeline Miller per aver messo questa storia alla mia portata.

In realtà, il romanzo si incentra sulla storia d’amore tra Achille e Patroclo, raccontata dal punto di vista di quest’ultimo; la presa di Troia c’è, ovviamente, ma rimane sullo sfondo dei sentimenti dei due amanti.

Per entrare meglio nel mood del poema, mentre leggevo il romanzo, mi son guardata Troy, con Eric Bana, Brad Pitt e Orlando Bloom, e mi son resa conto di quante licenze cinematografiche si è preso lo sceneggiatore (David Benioff, l’autore del bel romanzo “La città dei ladri”).

Nel film, Patroclo è solo un personaggio secondario, cugino di Achille, e voglioso di combattere. Briseide è una cugina di Ettore e si innamora di Achille, che muore per salvarla. Teti, la madre di Achille, è una gentile signora anziana che raccoglie alghe in riva al mare. La guerra di Troia sembra durare pochi giorni ed Achille passa le notti con due donne nel letto.

Nel libro, invece, Patroclo è un principe esiliato inetto sul campo di battaglia e che si dedica a curare i soldati feriti; Briseide è una contadina che si innamora di Patroclo e Teti è una dea minore incazzosa che non vuole che Patroclo gironzoli attorno al figlio Ettore, perché potrebbe compromettere il suo destino di gloria. La guerra di Troia dura dieci anni e Patroclo e Achille sono amanti.

Questo romanzo, in 382 pagine, riesce a scendere in profondo nelle psicologie dei personaggi.

Se all’inizio il rapporto di Patroclo ed Ulisse è passionale e idealizzato, verso la fine Patroclo si accorge di quanto il suo amante sia spinto dall’orgoglio e dalla sete di gloria e immortalità. L’autrice però è brava a rendere l’amore di Patroclo, che, pur rendendosi conto dei difetti di Achille, non ci si sofferma, perché lo ama al di sopra di ogni cosa.

Cioè: ci ha messo davanti al vero amore, non alla semplice infatuazione, dove si è ciechi e sordi alle caratteristiche negative dell’altro. Non era facile rendere questa contraddizione (complimenti alla Miller), forse perché nella vita reale siamo a corto di esempi in carne ed ossa…

Achille sapeva che se fosse morto Ettore, poi sarebbe morto lui: così diceva la profezia.

All’inizio, quando la storia con Patroclo è ancora rose e fiori, Achille non ci pensa proprio ad uccidere Ettore. “Cosa mi ha fatto?” chiede. Poi però si rende conto se se Ettore (e dunque lui) non muore, non otterrà mai la gloria dei posteri e morirà ignoto come l’ultimo dei contadini.

Se non si può raggiungere l’immortalità col corpo, si desidera raggiungere l’immortalità attraverso la gloria. E’ una contraddizione talmente umana: morire per diventare immortali…

E così, il romanzo si allarga sull’universalità: l’uomo e il suo desiderio di essere immortale.

Da leggere.

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Esplorando il mondo dei sogni lucidi (Stephen LaBerge, Howard Rheingold)

Prima di tutto: perché cercare di far sogni lucidi?

La risposta principale di solito è: per divertirsi.

Immaginati di sapere che stai sognando. Cosa fai? Tutto quello che vuoi. Volare, sesso, uccidere, parlare con persone che non ci sono più: tutto è alla tua portata.

Sembra però che i sogni lucidi possano essere utilizzati anche per scopi più utili. In alcuni casi, si cerca di incentivarli in persone che soffrono di fobie, in modo da affrontare le proprie paure. C’è anche chi li sfrutta per esercitarsi con uno strumento musicale, per parlare in pubblico, per studiare una lingua, ecc…

Dopotutto, dormiamo per un terzo della nostra vita: perché non sfruttare le ore notturne per raggiungere i nostri obiettivi?

I due autori però, studiano i sogni lucidi a livello psicologico e sembra che la semplice felicità di poter fare tutto quello che si vuole abbia delle ricadute positive sul sistema immunitario e sull’autostima.

Ammetto che a volte, secondo me, attribuiscono a questa pratica degli effetti che mi sembrano un po’ esagerati (esplorare il senso della vita? Risolvere rapporti controversi con parenti e amici che sono morti?), ma non sono ancora riuscita a sognare a comando, dunque non posso sfatare le loro convinzioni tramite l’esperienza diretta.

Sembra che gli habitué dei sogni lucidi riescano meglio ad esercitare l’autocontrollo in molti campi, magari, proprio andando in cerca di situazioni difficili durante il sonno con lo scopo di affrontarle.

Chi ha una vita facile, di solito è una persona debole. Sono le difficoltà che forgiano il carattere. E allora, dicono gli autori, perché non andare in cerca di guai mentre si ronfa nel proprio letto? Non importa che si tratti solo di sogni: quello che importa è la nostra reazione, perché il cervello reagisce alle immagini oniriche come se fossero reali.

Ma come si fa ad avere sogni lucidi a comando?

E’ un processo lungo che richiede applicazione.

Bisogna abituare il cervello a mettere in dubbio la realtà.

Ad esempio, durante il giorno bisogna abituarsi a chiedersi: ma quello che succede è vero o è un sogno?

Oppure bisogna cercare di compiere azioni impossibili, ad esempio, volare.

Se si creano queste abitudini durante la veglia, è probabile che anche durante il sogno si ripropongano gli stessi schemi mentali, con la differenza, che nel sogno si può volare sul serio…

E’ dunque importante riconoscere i “dream signs“, i segnali che ci fanno capire che stiamo sognando: se iniziamo a fluttuare nell’aria, o se ci mettiamo a parlare con un amico morto, è innegabile che siamo in un sogno.

Ma per i segnali onirici sono diversi per ognuno di noi. Per imparare a riconoscerli, bisogna tenere un diario dei sogni: ogni mattina, appena svegli, senza neanche alzarci dal letto (perché i movimenti facilitano l’amnesia) dobbiamo trascrivere più sogni possibili, con più dettagli possibili.

Dopo un certo periodo, cominceremo a vedere degli schemi che si ripetono, delle assurdità che sono solo nostre, e quelli saranno i segnali onirici da tener sotto controllo durante il sogno.

Ad esempio, io sogno spesso di essere in una casa che non conosco, ma che so essere mia: di solito è grande e piena di cassetti e libri, e inizio a curiosare in giro.

Un altro segnale onirico può essere la lettura di un testo: di solito, durante un sogno, se ci capita di leggere un testo due volte, la seconda volta è sempre diversa, come se le lettere fossero cambiate nei pochi secondi in cui abbiamo distolto gli occhi dal foglio.

Vi capita di fare sogni lucidi?

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America non torna più (Giulio Perrone) @HarpercollinsIT

Giulio Perrone ci racconta di suo padre e del rapporto con lui, soprattutto negli ultimi mesi della sua vita. Questo periodo, però, è intervallato da pagine in cui il figlio, rivolgendosi direttamente al genitore, riporta i racconti che ha sentito per anni e anni, e che lo riempivano di meraviglia e ammirazione per quel giovane degli anni Sessanta che sapeva divertirsi con gli amici.

Perché Giulio, del padre, ha conosciuto solo il lato volto al sacrificio, gli incitamenti a impegnarsi di più, a ottenere di più, a diventare qualcosa di più. Ma Giulio, nei suoi vent’anni ha altro per la testa: l’impegno lo dedica solo alle cose che gli interessano davvero (un lavoro in radio, la poesia, i libri), e che il padre giudica senza futuro.

Quando al genitore viene diagnosticato un tumore maligno che gli lascia pochi mesi di vita, tutto accelera: Giulio, pur rendendosi conto che non avrà il tempo di dimostrare a suo padre che riuscirà a far qualcosa anche con le suo passioni, non riesce ad evitare la rabbia.

Rabbia per la malattia e l’impossibilità di parlarne apertamente, per il tempo che non c’è, per il non detto, per aver ceduto tante volte; ma anche rabbia contro se stesso, che non riesce a non scappare in cerca di sollievo pur sapendo che in casa hanno bisogno di lui.

Credo che quando un libro autobiografico riesce a creare empatia, ha svolto gran parte del suo (non facile) compito.

Nel mio caso, mi son sentita spesso parte in causa per via di una serie di coincidenze.

Anch’io avrei voluto studiare in una facoltà diversa, ma alla fine ho scelto scienze politiche per ripiego a causa dei miei genitori; anche mia madre è morta di tumore dopo molti mesi di martirio, ed è morta un anno prima del padre di Perrone; anch’io ero nei miei vent’anni e cercavo di scappare da quella realtà e mi sentivo in colpa; anche mia madre mi pungolava continuamente perché mi impegnassi a trovare un lavoro serio (che per lei significava ben pagato); anch’io avevo un rapporto difficile con lei e la sua morte ci ha impedito di chiarire molte cose.

Il padre di Perrone era un carattere forte, capisco dunque perché il figlio cercasse di evitare lo scontro, e capisco perché si sia fatto tre mesi in accademia navale, pur odiando la vita militare, al solo scopo di compiacere il genitore.

Capisco anche la sua voglia di allontanarsi, non solo fisicamente, ma anche spiritualmente dalle scelte del padre, dalle grandi (mettere la testa a posto, creare una famiglia, trovarsi un lavoro fisso e riconosciuto) alle piccole (i generi musicali).

Capisco infine perché Perrone ci abbia messo così tanti anni prima di scrivere di suo padre; ma ha fatto bene ad aspettare: è difficile descrivere la sensazione di una bruciatura quando la pelle ancora sfrigola.

Leggere un libro così ci aiuta a universalizzare le nostre esperienze, senza sminuirle, anzi.

Perrone però ci ha raccontato solo di quel periodo, e ce lo ha riproposto coi toni caldi di quei mesi. Mi piacerebbe sapere come è andata… dopo; quando la rabbia e la confusione sono defluite. Ce ne offre solo un rapido cenno, raccontandoci di come abbia portato il proprio figlio alla tomba del padre, quasi vent’anni dopo la sua morte.

La mia curiosità rimane, perché la visita alla tomba non rappresenta la chiusura del cerchio.

Quando muore un genitore, non si chiudono i cerchi.

I genitori ce li portiamo dentro sempre.

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