Uno squarcio nell’infinito (Jeannie Brewer)

Alexandra, studentessa d’arte, incontra Eric, studente di medicina. Si innamorano pazzamente, lei molla il fidanzato storico che le aveva chiesto di sposarla, e vanno a vivere insieme.

La prima metà del libro è tutta piena di “ti amo” e sesso-in-ogni-luogo, a cui si aggiunge una serie di cliché: dalla famiglia povera ma felice di lei, alla famiglia ricca ma infelice di lui, dalla Harley alle scritte romantiche nel cielo.

Poi lui si ammala di Aids e tutto crolla. Mentre lei cerca di far quadrare il bilancio familiare (insegna disegno, lavora in una biblioteca…), si rivolgono ad un avvocato per far valere i diritti di Eric, a cui è stato rifiutato un posto da psichiatra a causa della malattia.

Tutto è molto bello o molto brutto, non ci sono vie di mezzo, e il finale è prevedibile: non parlo della morte di Eric, ma di quello che succede dopo, di quello che Alex scopre sul passato di Eric e della sua famiglia.

Nel complesso, un romanzo abbastanza banale: ma alla fine degli anni Novanta i romanzi d’amore erano tutti così?

Domanda uggiosa: non so come siano quelli di oggi, visto che non li leggo…

Ma per ripassare il tedesco è ottimo: io ho un livello B1, e questo libro si legge dovendo ricorrere al dizionario solo in casi limitati. Se lo avessi letto in italiano mi sarei annoiata non poco, ma in lingua è un buon esercizio.

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Diventare scrittori (Dorothea Brande)

Uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1934, viene definito nel sottotitolo, un classico sulla scrittura.

Non aspettatevi un manuale sulla tecnica, sulla punteggiatura, sulle descrizioni o sulla composizione dei caratteri dei personaggi. Dorothea Brande si occupa principalmente degli scrittori che vorrebbero scrivere ma che non riescono, siano essi alle prime armi o già autori affermati.

Si rivolge dunque a coloro che sanno già scrivere, perché l’hanno già dimostrato in passato, ma che soffrono del blocco dello scrittore.

Innanzitutto, secondo lei bisogna prendere atto di una cosa: lo scrittore – come ogni altro artista – lavora grazie al suo inconscio. E’ l’inconscio che procura le storie e le emozioni, mentre la parte conscia deve regolare la sua parte selvaggia.

L’inconscio viene spesso bloccato da una serie di fattori: la noia, le persone che ci stanno attorno, noi stessi.

Il primo consiglio è di scrivere senza giudicarsi: bisogna farlo soprattutto al mattino, appena svegli, come prima cosa, buttando sulla carta qualunque cosa ci passi per la testa (avete mai sentito parlare delle Morning pages?). Non bisogna rileggere quello che si è scritto: l’inchiostro sulla carta deve solo essere il mezzo attraverso il quale il nostro inconscio si manifesta.

Una volta che questa abitudine è stata instaurata, bisogna introdurne un’altra: scrivere 15 minuti al giorno, in un momento di calma. Anche qui: senza giudicare quello che si scrive, e senza rileggere. Solo 15 minuti.

Dopo qualche settimana di questo lavoro, si può incominciare a leggere cosa si è buttato giù: si scopriranno delle linee guida. Un personaggio che ritorna, un filo di storia che si riaffaccia tra le righe, un pensiero dominante: è quello su cui bisogna lavorare.

La parte conscia del nostro cervello imparerà così ad educare la parte inconscia a scrivere quasi a comando ma senza perdere la freschezza del fanciullo che abbiamo dentro, nascosto da qualche parte.

Di consigli ce ne sono altri: combattere le abitudini, fare attenzione a tutti i dettagli quotidiani, aumentare il proprio vocabolario, leggere da scrittori… ma anche, quando serve, smettere di leggere e di scrivere.

Nel complesso, un saggio che non dice nulla di nuovo ma che è sempre utile leggere quando ci si sente bloccati

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Ci vuole più dopamina, a scuola e nel lavoro

Sto leggendo un libro intitolato “Imparare” di Manfred Spitzer, professore di psichiatria all’università di Ulm.

L’essere umano è programmato per imparare, ma certi fattori facilitano il processo, mentre altri lo rallentano.

Tra i fattori che lo accelerano possiamo citare la novità, la rilevanza (cioè l’importanza, la ricaduta che ciò che apprendiamo ha sulla nostra vita) e il sonno.

Tra i fattori che lo rallentano ci sono la paura e lo stress. Qualcuno può obiettare che quando viviamo un evento fortemente traumatico, ce lo ricordiamo nei minimi dettagli. Ebbene, è vero, ma il ricordo dettagliato di un singolo fatto è qualcosa di diverso dalla vera e propria procedura di apprendimento. Imparare non significa ricordare eventi isolati, bensì interconnetterli con quello che sappiamo già e creare un sistema complesso di interrelazioni.

Un capitolo a parte occupa, nel libro, la motivazione.

La motivazione è strettamente legata alla produzione di dopamina, un ormone la cui circolazione aumenta in concomitanza con eventi positivi: un’occhiata benevola, una parola di incoraggiamento (tempestiva e motivata), la soddisfazione che proviamo quando il risultato di un nostro sforzo è migliore di quello che ci aspettavamo, o altri stimoli (dalla droga alla cioccolata alla musica).

Quello che però non è sempre chiaro, è che l’essere umano è costruito in modo da motivarsi da sé.

E gli studenti demotivati? E gli impiegati demotivati?

Beh, una cosa è automotivarsi per eventi che ci procurano un piacere immediato, un’altra cosa è motivare altre persone a fare delle cose che tu vuoi che facciano!

Qui Manfred Spitzer è categorico: serve entusiasmo. L’entusiasmo è una scintilla che può contagiare altri. Ma attenzione: l’entusiasmo non si può fingere. O si è entusiasti, o non lo si è.

Un capo-progetto può essere motivato a fare il proprio lavoro dallo stipendio che prende: ma questo non è entusiasmo. E se manca l’entusiasmo, non si può pretendere che i sottoposti sprizzino gioia da ogni poro.

Il medium, il mezzo attraverso cui si trasmette l’entusiasmo è sempre e solo una persona: un insegnante, un manager… non una presentazione in PowePoint o delle fotocopie colorate… e neanche uno stipendio maggiore.

L’entusiasmo e, tramite di esso, la conoscenza, si trasmettono dunque attraverso una persona entusiasta, magari con l’aiuto di una parola di incoraggiamento ogni tanto.

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Devo farmi curare…

Ho iniziato a leggere due giorni fa il libro “Il mondo di Belle”, di Kathleen Grissom.

E’ ambientato in una piantagione del sud degli Stati Uniti alla fine del ‘700. Le protagoniste sono Belle, schiava mezzosangue, figlia del padrone e di un’altra schiava, e Lavinia, bianca, di origini irlandesi, che il padrone si è portato a casa perché i suoi genitori sono morti durante la traversata dell’Atlantico senza avergli pagato il viaggio.

E’ interessante perché ci mostra come gli schiavi venissero considerati oggetti e trattati con sufficienza e paternalismo perfino da quei bianchi che non si potevano considerare “cattivi” (ma se non sbaglio, pure Lincoln era contrario a liberarli tutti dalla schiavitù).

Il libro è scritto con uno stile molto avvincente, cinematografico, con descrizioni vivide e dialoghi brevi e realistici.

Eppure, lo interrompo qui, a pag. 86 (su 410) perché mi sento in colpa.

Voglio dire: nel mondo circola una pandemia, la gente muore di fame, l’Italia sta andando a catafascio, l’economia subirà un tracollo e io che faccio? Leggo libri per puro piacere?

Eppure non va bene, così. Sto perdendo la capacità di rilassarmi?

A prima vista sembrerebbe di sì, ma se ci penso, non è così semplice.

E’ che io mi sento meglio quando, in periodi così turbolenti, mi do da fare, o almeno quando mi creo l’impressione di darmi da fare. Leggere un saggio (o anche un romanzo in lingua) al posto di un libro di evasione, mi fa star meglio. Dunque mi rilassa.

La pandemia continuerà ad imperversare, la gente continuerà a morire di fame, l’Italia andrà sempre a catafascio e non fermerò il tracollo dell’economia, ma io non mi sentirò così in colpa. Ipocrita?

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La macchia umana (Philip Roth)

Ecco di nuovo il nostro scrittore Zuckermann che ci racconta la storia di qualcun altro.

E’ un escamotage che Roth ha adottato in moltissimi suoi romanzi e che gli permette di adottare un punto di vista vicino ai protagonisti ma senza ricorrere sempre alla prima persona.

Stavolta ci narra di Coleman Silk, professore, colto, anziano ma ancora atletico e in buona salute, completamente integrato nella società. Ebbene, tutto il mondo di Coleman Silk crolla quando viene accusato di razzismo per aver utilizzato un termine che poteva essere interpretato in modo dubbio nei confronti di alcuni studenti di colore.

Coleman inizia a doversi giustificare davanti ad un’accusa assurda, che è tanto più assurda perché lui potrebbe farsi scagionare al 100% se svelasse un segreto che lo ha accompagnato per tutta la vita: è nero.

Da giovane, infatti, avendo una pelle molto chiara e venendo scambiato sempre per bianco, aveva deciso di abbandonare il suo ambiente e la sua famiglia per passare la vita “dall’altra parte” e godere dei privilegi di cui non avrebbe goduto se fosse stato riconosciuto come un uomo di colore.

Per fare questo passo ha dovuto tagliare i ponti con i membri della sua famiglia, che, seppure di pelle chiara, mostravano tratti più afroamericani. Si è sposato con una bianca a cui non ha mai detto nulla, ed ha avuto dei figli che non hanno mai conosciuto i loro nonni paterni.

E proprio lui è accusato di razzismo!

Nel 1998, anno in cui scoppia lo scandalo sessuale di Clinton, Coleman incontra Zuckenberg e gli chiede di scrivere un libro per vendicarsi di tutti i professori dell’università che lo hanno accusato causando, a suo dire, la morte della moglie.

Ma c’è di più: Coleman, ultrasessantenne, ha un’amante di trentaquattro anni con una storia molto dura alle spalle. Faunia, molestata dal patrigno da piccola, ha sposato un reduce dal vietnam che la maltrattava e ha mandato in malora la fattoria che gestivano in due; inoltre, i due figli piccoli sono morti in un incidente.

Roth è bravissimo a entrare in tutte le pieghe dell’animo dei suoi protagonisti. Alterna il punto di vista interno a uno esterno, quasi onnisciente, quando racconta la storia dei personaggi inventando quello che non sa e deducendolo dalle parziali informazioni che ha raccolto tramite Zuckerman.

Il tema del libro potrebbe essere quello della non accettazione delle proprie radici e delle difficoltà che possono sorgere quando non si vuol essere quello che si è, ebreo o nero, non importa. Ma viene data molta importanza anche alla bigotteria (non è un caso che la storia sia ambientata nei mesi dello scandalo Clinton), e, credo, al fatto che la gente mantiene dei segreti senza i quali la vita sarebbe, forse, più facile (pensiamo a Faunia che finge di essere analfabeta).

La prosa non è facile: è Roth, non un fumetto. Da leggere per pensare.

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La calma inizia nella testa (Thomas Hohensee)

Quando ci strisciano l’auto o perdiamo il portafoglio, ci innervosiamo, ci arrabbiamo, abbiamo voglia di prendercela con qualcuno, e, spesso, lo facciamo.

L’andamento delle nostre emozioni, dunque, dipende dagli eventi che ci capitano.

Ma… ne siamo proprio sicuri?

In realtà, i nostri stati d’animo non dipendono dalle fortune o sfortune che ci capitano, ma dai pensieri che noi facciamo sugli eventi.

L’andamento delle nostre emozioni non segue una regola AC, bensì una sequenza ABC:

A (evento) –> B (cosa ne pensiamo) — > emozione.

Adattarsi a un andamento AB, significa adattarsi a quello che sente la maggioranza, a quello che pensiamo che la gente si aspetti da noi e alle convenzioni che vigono in quel determinato luogo e tempo.

Questo è l’atteggiamento più comune, ma non deve essere sempre così, perché la calma, una volta capito lo schema ABC, si può imparare. Certo, è un compito che dura tutta la vita, con frequenti scivoloni che ci fanno tornare indietro, ma è un processo, una maratona, e dunque noi possiamo allenarci: a tale scopo, anzi, un ambiente stressante è il meglio che ci possa capitare!

In particolare bisogna fare attenzione alla tendenza del nostro cervello ad esagerare certi pensieri: il linguaggio spesso è complice delle errate valuazioni. Ad esempio: dire che una guerra è “mondiale” trasmette l’idea che in nessun angolo del mondo ci sia un luogo esente da battaglie e bombe. Ma non è così.

Un altro esempio: spesso, davanti ad eventi particolarmente tragici, ci diciamo che non possiamo continuare, che non possiamo “sopportare” quello che ci sta succedendo. Ma non è così: magari ci è già successo in passato, o magari è già successo a qualcuno che conosciamo. In entrambi i casi, non siamo morti nè noi nè i nostri conoscenti.

A volte pensiamo: il mio carattere è così perché è stato forgiato dal mio passato. Falso! Il cervello è plastico, può essere modificato. Non è il passato che ci ha dato una certa forma mentis, ma la valutazione che noi abbiamo dato al nostro passato.

Risulta pertanto importantissimo imparare a cambiare le frasi che ci frullano per la testa. Il primo passo è renderci conto, prendere coscienza di quello che stiamo pensando.

Nel libro di Hohensee possiamo leggere molti esempi di pensiero fasullo, e alcuni consigli sulle modalità per superarlo.

Personalmente non ho trovato nulla di nuovo: gli stoici e i buddhisti ce lo dicevano già da un pezzo come reagire davanti alla sofferenza. Tuttavia, fa sempre bene fare un ripasso e, soprattutto… allenarci.

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L’assassino cieco (Margaret Atwood) @IlLibraio

Libro consigliatissimo.

La storia di Iris e Laura, figlie del ricchissimo capitano d’industria Chase, incomincia con la morte della sorella minore, Laura, che è caduta (caduta?) da un ponte dieci giorni dopo che è finita la seconda guerra mondiale.

Sarebbe meglio dire: la storia raccontata da Iris inizia con la morte di Laura. In realtà la loro vita inizia molto prima, nella magione di Avilion, dove le bambine vengono allevate, dopo la morte della madre a causa di un aborto spontaneo, dalla tuttofare chiacchierona Reenie.

Superati gli ottant’anni, infatti, Iris inizia a raccontare la storia della sua famiglia rivolgendosi un po’ alla nipote Sabrina, che non vede da anni, e a Myra, la figlia di Reenie che adesso si occupa di lei. Racconta della caduta del padre, prima economica e poi morale, del matrimonio combinato col ricco e spregiudicato Richard Griffen, della sorella di lui, Winifred, che dirige la vita della cognata come se fosse il padrone di una nave, e della sorella Laura, un carattere considerato, dai più, strano, che neanche lei è mai riuscita bene a definire.

Ma intervallate alle storie delle famiglie Chase e Griffen, ci sono le pagine di un romanzo, “L’assassino cieco”.

E’ questo il racconto di una donna ricca che si incontra clandestinamente con un povero spiantato che vive scrivendo misere storie di fantascienza per le riviste locali.

“L’assassino cieco” è stato scritto da Laura prima di morire (o almeno così sembra) ed ha raggiunto una certa notorietà grazie alle parti scabrose che la buona società canadese ha creduto di leggere tra le righe, interpretando la storia come la vita segreta della scrittrice stessa.

Gli eventi sono complessi, perché si svolgono nell’arco di quasi un secolo, ma vi assicuro che queste 628 pagine vi assorbiranno come pochi altri romanzi: morti, elettroshock, parenti che si odiano, amori contrastati, insegnanti intransigenti, guerra, ricchezza e povertà, c’è tutto e di più.

La Atwood ha la straordinaria capacità di sviscerare i singoli moti dell’animo, soprattutto quelli femminili (quelli maschili restano sempre un po’ sullo sfondo, ma il libro non ne risente).

Bello. Bello. Bello.

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Kamchatka (Marcelo Figueras)

Prima di diventare un romanzo, questa storia era la sceneggiatura dell’omonimo film di Marcelo Pineyro che nel 2003 ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura al Festival del Cinema dell’Avana.

Harry è un ragazzino che ha una vita come tutti gli altri, con due genitori colti e benestanti, un fratello detto il “Nano”, e tanti amici.

Un giorno, la madre va a prenderli all’uscita da scuola ma non li porta a casa: vanno fuori città, in un luogo dove non conoscono nessuno, e Harry scopre che da quel giorno quella sarà la loro nuova dimora.

Siamo infatti in Argentina, c’è stato il colpo di stato, e nello studio del padre di Harry ci sono state delle retate. La gente comincia a sparire.

Harry e la sua famiglia devono cambiare nome e non palare mai con nessuno della loro vita precedente.

Tutto è raccontato attraverso gli occhi di un ragazzino che coglie sporadiche conversazioni tra i grandi, ne intuisce il nervosismo e la paura, ma che non riesce mai a mettere insieme tutte le tessere del puzzle.

Le loro giornate trascorrono tra la scuola, la piscina abbandonata dalla quale devono salvare i rospi, e un diciottenne misterioso, anche lui con nome falso, che vive con loro per un certo periodo e che, dopo un’iniziale ritrosia, diventa amico di Harry.

Harry cerca di distillare le informazioni che gli arrivano creandosi un paio di miti in cui rifugiarsi.

Il primo è la Kamchatka, una regione russa perennemente innevata e difficilmente raggiungibile che, come nel gioco del Risiko, può diventare un buon luogo in cui nascondersi e difendersi dal nemico, chiunque esso sia.

L’altro è Houdini, che non era un illusionista, ma un escapologo, un esperto di lucchetti, in costante allenamento e studio.

Dal punto di vista letterario non aspettatevi grandi viaggi pindarici nel mondo delle metafore e delle figure retoriche, tuttavia la storia ti prende perché è raccontata dal punto di vista di un ragazzino che cerca di farsi una ragione di una delle più grandi tragedie argentine del ventesimo secolo.

Nonostante il tema triste (fin dall’inizio sappiamo che il padre di Harry diventerà un disaparecido), è un libro che si legge tutto d’un fiato ed è particolarmente adatto ad un pubblico giovane.

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Il tempo e la felicità (Luciano De Crescenzo) @LibriMondadori

Per parlarci di Seneca, De Crescenzo finge di aver trovato in cantina la corrispondenza con Lucilio e di discuterne con un’archeologa in erba, con la quale fa pure un po’ il piacione.

Non capisco perché Seneca non sia un best-seller al giorno d’oggi. Il suo modo di vedere l’uomo e il mondo è attualissimo, senza contare il fatto che un bel po’ dei problemi dei suoi tempi sono validi ancora oggi.

Pensiamo al rapporto tra generazioni:

“Essere giovani vuol dire amare il disordine. Essere anziani, invece, optare per l’ordine. Né potremmo pensarla diversamente, dal momento che l’uomo anziano detiene il potere e quello giovane desidera conquistarlo.”

Oppure, a questa frase, che potrebbe essere applicata a tanti personaggi che vediamo in TV:

“Molti dei nostri amici hanno il complesso di Erostrato: smaniano per farsi ricordare, sia pure per ragioni infamanti.”

E leggete qui, se credete che l’eutanasia sia un problema dei nostri tempi:

“Il saggio vivrà tutta la vita che gli sembrerà opportuno vivere, e non già quella che dura più a lungo. Se si vedrà colpito da una disgrazia insopportabile, si procurerà da solo la morte. (…) Troverai dei filosofi che ti negheranno questo diritto. Ebbene, o Lucilio, ricordati di quello che ti dico: costoro sbagliano. Non si capisce, infatti, perché sottoporsi alla crudeltà di una malattia, quando è così facile evitarla”.

Infine, tra le tante, mi è rimasta impressa la conversazione che i due hanno in merito agli spettacoli: si lamentano che il popolo si accontenta di spettacoli di bassa qualità e che chi governa non si preoccupa di elevare i gusti terreni: bastava solo che Lucilio nominasse un reality o il Festival di San Remo, e avrei proposto di sottoporre le sue lettere alla datazione al carbonio…

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Russell (Maurizio Zani)

Niente da fare: Riza e Raffaele Morelli non mi piacciono. Troppo superficiali. Certo, il loro scopo è rendere fruibile a tutti temi filosofici e psicologici che di solito sono a corto raggio, ma la fruibilità va (molto) a scapito della precisione e della profondità.

Nel caso di questo breve saggio, l’intento era di prendere alcuni punti della filosofia di Bertrand Russel e applicarla alla ricerca della felicità quotidiana.

Risultato?

Ne è venuto fuori un Bertrand Russell che sembra il protagonista di una soap opera.

Ci sono solo lievi accenni ai suoi studi matematici e filosofici (una storia della filosofia occidentale meritava più spazio, se non altro per il numero di pagine e di idee originali che contiene) e si fa solo un accenno al suo impegno politico e pacifista, e sembra che tutto si risolva nell’amore e nel sesso.

Si dà moltissima importanza alla gelosia e la biografia di Russell sembra essere composta solo da donne: amanti, amiche carissime, moglie ed ex mogli.

Se l’intento era quello di legare filosofia e salute, come la collana della Riza vuole fare, non bisogna dare così tanta importanza al partner. Certo, è importante, ma chiusa l’ultima pagina di questo libretto, visto il taglio dato allo studio della figura di Russel e alla scelta dei suoi testi, sembra che senza partner non ci sia felicità, mentre non si può far dipendere la propria felicità dagli altri.

No, non ci siamo.

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