Una strana voce (Monique Lange)

L’Einaudi ha pubblicato il volume come se si trattasse di un unico romanzo, in realtà sono tre racconti lunghi (o romanzi brevi), tutti e tre a sfondo autobiografico.

La prima parte tratta l’infanzia di Monique Lange, originaria di una famiglia ebrea, ma alla ricerca di una religione più morbida e amorevole. Fa di tutto per diventare cattolica, ma quando finalmente ci riesce, non sente quell’afflato che si aspettava, non prova nulla, ed è una delusione cocente.

In questa parte si parla anche della sua famiglia: la madre, divorziata, va in Indocina col nuovo marito e per un po’ la bambina resta con la nonna. Quando quest’ultima muore, anche Monique va in Indocina, dove scopre che i genitori fanno uso di oppio.

La seconda parte è raccontata da Jean, il marito di Sara, che è l’alter ego della Lange. E’ la storia di un viaggio in Sicilia dopo la morte della madre di Sara/Monique. La protagonista all’inizio non riesce a godersi il viaggio, troppo assorta nei pensieri cupi della malattia, ma verso la fine, nonostante gli stereotipi sugli italiani, riesce a venire un po’ in qua.

L’ultima parte ritorna il racconto in prima persona, e qui l’autrice parla espressamente della malattia della madre (tumore in gola) e di come comunicavano tramite foglietti, proponendoceli tali e quali per darci il tono delle loro conversazioni scritte.

Né la scrittura né la storia mi hanno entusiasmato, ma non saprei dire esattamente il perché. Sarà che sono piena di tosse e raffreddore, rimando riflessioni più impegnative a data da destinarsi…

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Le mezze verità (Elizabeth Jane Howard)

Bellissimo.

May ha sposato in seconde nozze il colonnello Herbert, un omuncolo insipido e nervoso pieno di abitudini e pretese. I figli di primo letto di May, Oliver ed Elizabeth, sono ormai grandi: il primo non ha voglia di lavorare e sogna di sposare una donna ricca, la seconda idolatra il fratello e si considera stupida.

Il romanzo inizia con il matrimonio di Alice, figlia di prime nozze del colonnello. Si sposa con Leslie, il primo uomo che le ha dato un po’ di attenzione, ma già il giorno delle nozze Alice si accorge che lo sta solo facendo per andarsene da casa e non diventare la serva del padre.

Elizabeth va ad abitare a Londra col fratello Oliver e, per raggranellare qualche soldo (visto che il fratello è solo capace di spendere) inizia a preparare cene in case private per conto di un’agenzia. Durante una di queste serate conosce John, ricchissimo e divorziato, succube di una figlia ventenne che lo tiranneggia sfruttando il suo senso di colpa.

Elizabeth e John si innamorano ma le difficoltà sembrano insormontabili.

Non vado oltre con la storia.

Il bello di questo romanzo è che tutti i personaggi sono multidimensionali, ognuno col proprio carattere ben definito. Non ci sono drammi messi in piazza (siamo inglesi, signori), ma sottopelle serpeggia la tragedia.

Sono le mezze verità a nutrire la tragedia imminente (e, direi, anche le bugie belle e buone).

Come dovrebbe però fare la buona letteratura, alla fine le cose si mettono a posto, o comunque prendono un proprio equilibrio, nonostante le perdite.

Lo consiglio vivamente!

Ho proprio iniziato bene l’anno nuovo!

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Diario 1934-1939 (Anais Nin)

Questo volume del diario è un estratto degli innumerevoli quaderni che la Nin scriveva (e che poi conservava in una cassetta di sicurezza in banca). Sono stati “censurati” dalla famiglia in varie parti, ma anche così sono un documento ben nutrito.

In questi anni, Anais Nin, che è sempre stata succube dei suoi amici, comincia a diventare insofferente. I suoi amici sono scrittori, scultori e artisti in generale, più una serie di persone dal ruolo sociale non meglio definito ma che non possiamo che definire… interessanti.

All’inizio di questo diario, Anais Nin fa la psicoterapeuta a New York, da brava allieva di Otto Rank. E resto interdetta dalla facilità con cui si poteva iniziare una professione del genere all’epoca (lei non aveva titoli ufficiali), in confronto ad oggi.

Questo lavoro tuttavia la sfianca: è troppo sensibile e si fa carico emotivamente di tutti i suoi pazienti. Così torna in Francia a fare la scrittrice.

Continua la sua amicizia con Henry Miller, l’autore de “Il tropico del cancro”, ma Nin lo vede in modo meno favoleggiante. Pur riconoscendone il valore artistico, ne descrive spesso le piccolezze e le meschinerie.

Spesso la Nin è sul lastrico: deve impegnare vestiti e gioielli pur di aiutare i suoi amici e la causa spagnola (siamo negli anni della guerra).

Io non avrei avuto la sua pazienza. Ci sono personaggi che la sfruttano, che danno di matto, che non sono affidabili… lei se ne accorge ma non se la sente di lasciarli soli.

La scrittura del diario è una scrittura senza punti esclamativi, molto riflessiva, piena di descrizioni degli amici e dei conoscenti, pronta a cogliere le minime sfumature dei caratteri.

Dimostra un vero interesse personale nell’essere umano: credo che se non avesse investito le sue energie nella scrittura, avrebbe potuto fare la missionaria.

Più che un documento storico, il diario è il documento personale di una donna sensibilissima.

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Nessuna scusa! Come cambiare i modelli di pensiero distruttivo (Wayne W. Dyer)

Capita anche a voi di avere qualcosa da fare ma di non farlo perché accampate delle scuse con voi stessi?

Che si tratti di dismettere una cattiva abitudine o di iniziare un’attività che potrebbe migliorare la vostra situazione (cambiare lavoro, fare attività fisica, scrivere un libro, mollare il compagno…), Wayne W. Dyer ci elenca una serie di scuse che di solito sfruttiamo per non attivarci.

  • E’ troppo difficile o costa troppo
  • è troppo pericoloso
  • ci vuole troppo tempo
  • la mia famiglia ne farebbe un dramma
  • non me lo merito
  • sono fatto così, è il mio carattere, il mio DNA, la mia storia familiare
  • nessuno mi aiuta
  • fino ad oggi si è sempre fatto così
  • non sono abbastanza intelligente/forte
  • sono troppo vecchio (o sono troppo giovane)
  • ho troppo da fare, non ho tempo

E via di seguito.

Per affrontare queste scuse bloccanti, il primo passo è esserne consapevoli. Bisogna individuare il pensiero-scusa e fermarsi ad analizzarlo. Sembra facile ma non lo è, perché certi atteggiamenti mentali sono così radicati nel nostro passato che ormai sono parte di noi.

Eppure, noi possiamo cambiare.

Chi conosce Dyer, sa quali sono i suoi strumenti: affermazioni positive, compassione, meditazione, consapevolezza. A me personalmente dà fastidio quando parla troppo di Dio – ma devo ammettere che spesso ci ricorda che la parola “Dio” può essere sostituita con altre (lui usa spesso “Tao”) che sono più in risonanza col nostro modo di pensare.

Si ripete molto, usando parole diverse: i concetti sono sempre gli stessi.

Però non si può buttar via il bambino con l’acqua sporca: il concetto centrale del libro è che noi possiamo cambiare le nostre abitudini e i nostri schemi mentali.

Pensateci: tutti vogliono essere liberi, eppure la libertà più grande è quella che possiamo vantare nei confronti di noi stessi, senza essere schiavi dei nostri pensieri fuori controllo.

E’ bella anche la parte in cui parla dell’entusiasmo, che è la prima vittima delle nostre scuse auto-bloccanti. L’entusiasmo va nutrito ogni giorno, anche e soprattutto frequentando persone che sono sulla nostra linea di pensiero (auguri).

“Promettete a voi stessi che terrete sempre sott’occhio il vostro entusiasmo e che ogni giorno compirete almeno un piccolo gesto per renderlo più forte”

Certo, non basta la lettura di un libro per cambiarvi la vita.

A me piacerebbe rimettermi a studiare (psicologia… non necessariamente per esercitare), e la scusa è “sono troppo vecchia”. Mi piacerebbe vivere scrivendo (scusa: “troppo difficile”) e viaggiando il mondo (“costa troppo”).

E voi? Quali sono le vostre scuse principali?

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Il grande bugiardo (Günter Wallraff)

“Due bambini si sono sparati con un fucile di piccolo calibro.”

“Fantastico, eccezionale. Morti?

“No, solo feriti gravemente.”

Ecco il livello dei discorsi che Gunter Wallraff, giornalista infiltrato nella Bild Zeitung di Hannover, sente quotidianamente. E’ stato assunto promettendo al caporedattore che sa manipolare la verità e creare le notizie attirando l’attenzione come si fa in pubblicità.

La Bild Zeitung è proprietà dell’editore Springer, che negli anni Settanta ha quasi il monopolio della stampa nella repubblica Federale Tedesca, monopolio creato facendo leva sugli istinti più bassi dei lettori, ma anche inventando notizie e controllando economicamente le tipografie.

Il nome Bild apre porte che non si aprono per altri giornalisti, anche le zone militari. Il giornale si propone come “il giornale dei lettori”, che aiuta chi non è aiutato, basta scrivere alla Bild e si trova la soluzione. Se poi si crea un caso, la vittima si vede sbattuta sul giornale con frasi non sue, e le vendite salgono ancora meglio.

Non si disdegnano le bustarelle alla polizia per avere le informazioni più succose sugli omicidi, e neanche le finte telefonate dei lettori, inscenate da redattori rifugiati nell’altra stanza.

Un esempio di notizia inventata: a Majorca c’è un’ondata eccezionale di freddo. Non importa che Wallraff, all’aeroporto, incontri solo gente abbronzata che dice di aver sopportato a fatica il calore: se la Bild decide che sull’isola c’è il freddo polare, così deve essere.

Un altra notizia inventata riguarda una vigilessa così dedita al lavoro che mette la multa al proprio marito. Non è vero, questa vigilessa non esiste. Eppure basta il nome Bild, e il comando dei vigili la trova…

Si riattualizzano notizie di anni prima, o si fa, di un operaio sottopagato, un barbone felice che vive nei sotterranei della città. Le notizie, insomma, si creano da zero se non ci sono, e si esagerano i fatti se la realtà non è abbastanza sanguinosa o commovente o sentimentale.

E’ esemplare il caso della morte di un bambino per un fulmine: un giornalista è stato spedito a casa dei genitori in lutto per recuperare la fotografia. Al rifiuto opposto da padre e madre, il giornalista minaccia di pubblicare una foto scattata all’obitorio.

Insomma, il più bieco giornalismo.

Tutto ruota attorno ai sentimenti estremi, spadellati con una prova priva di frasi secondarie e conditi con decine di esagerazioni e slogan, l’importante è non disturbare la coscienza dei lettori facendo loro pensare alla crisi economica, alla mancanza di alloggi, allo strapotere degli industriali sugli operai.

Si possono fomentare gli odi razziali e individuare terroristi anche dove non ci sono, basta mantenere lo status quo, individualizzare i casi che hanno cause sociali e creare paura.

Wallraff si accorge che nei quattro mesi in cui rimane alla Bild da infiltrato, anche il suo atteggiamento cambia: è meno interessato ai rapporti interpersonali e analizza ogni evento alla ricerca di una possibile notizia adatta al giornale.

I suoi colleghi, la metà dei quali lavorano senza contratto, non legano tra loro. Girano barzellette sull’analfabetismo dei lettori, e con quei ritmi di lavoro (non ci sono pause né giorni liberi fissi) è impossibile frequentarsi fuori dell’ufficio.

Questo reportage, uscito in Germania nel 1977, è ancora attuale perché anche in Italia molti mass media lavorano così: notizie sensazionalistiche, omicidi, suicidi, gattini abbandonati, previsioni del tempo, donne nude o seminude… tutto quello che non ti fa riflettere sul sistema più ampio, ma che vende.

I giornali formano (o dovrebbero formare) la società trasmettendo la verità e analisi sincere.

Wallraff ci crede ancora.

Questo giornalista è famoso per il suo modo di fare i reportage. Non è la prima volta che lavora in incognito (lo ha fatto in un ospedale psichiatrico e in una fabbrica di armi proibite), né è la prima volta che finisce davanti al giudice per ciò in cui crede. E, solo per farvi capire chi è, sappiate che è stato imprigionato e torturato per diversi mesi dal governo fascista greco negli anni Settanta.

Dopo l’uscita di questo saggio, che è stato manipolato e sottoposto a censura, la sua famiglia e i suoi amici sono stati pedinati e importunati da reporter in cerca di marcio che lo hanno definito comunista e terrorista, e che si sono presentati a casa di sua madre spacciandosi per giornalisti dello Spiegel.

Ai vicini di casa dei genitori, hanno addirittura chiesto se Wallraff da piccolo rubava le mele o se era uno da zuffe.

Siamo così abituati alle nostre comodità: la spesa al supermercato, il tragitto per andare in ufficio, il panettone a Natale, e ci dimentichiamo che le libertà di cui godiamo non sono date una volta per tutte.

Per questo ringrazio Wallraff e chi, come lui, rischia di suo per salvaguardare ciò in cui crede.

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12 regole per la vita (Jordan B. Peterson)

Peterson è uno psicologo clinico e accademico (insegna ad Harvard e all’università di Toronto).

Le dodici regole che costituiscono un antidoto al caos sono queste:

  • Stai dritto con la schiena
  • tratta te stesso come se fossi una persona che devi aiutare
  • cercati amici che vogliono il meglio per te
  • confronta te stesso con il te stesso di ieri, non con qualcun altro di oggi
  • non lasciare che i tuoi figli si comportino in un modo che non ti piace
  • metti in ordine casa tua prima di criticare il mondo
  • persegui ciò che ha un valore, non gli espedienti
  • di’ la verità (o almeno non dire bugie)
  • presumi che la persona che stai ascoltando possa conoscere qualcosa che tu non sai
  • sii preciso quando parli
  • non rompere le scatole ai bambini che giocano con lo skateboard
  • coccola un gatto quando ne incontri uno per strada

Sebbene alcuni punti sembrino semplicistici o fuori-tema, in realtà Jordan affronta ogni argomento con solide basi scientifiche e psicologiche. Può dar l’impressione di prendere i discorsi da lontano (ad esempio parte con le aragoste per spiegarti come il corpo influenzi la psiche e viceversa), ma arriva sempre al punto.

Uno dei temi principali del libro, e che è trasversale un po’ a tutte le regole, è la comunicazione, l’ascolto e la capacità di esprimersi.

Le parole (il logos, il verbo, chiamatele come volete) sono uno strumento necessario per mettere ordine dentro e fuori di noi: se non si riesce a dare un nome a certi stati d’animo, se non si riesce a verbalizzarli, difficilmente si può capire come affrontarli, e i problemi si accumulano nel tempo, fino a diventare cronici.

L’esistente è caos. La vita è sofferenza, non si sfugge. Eppure abbiamo la capacità di mettere ordine. Certo, non è facile e richiede un impegno costante: ogni cosa VIVA ha bisogno di attenzione, altrimenti muore (i rapporti in prima linea).

Lui stesso ha provato sulla propria pelle cosa significa soffrire quando è stata scoperta la malattia degenerativa della figlia di pochi anni. Peterson ci racconta questo, e ci racconta (cambiando i nomi) alcune esperienze dei suoi pazienti.

Le sue analisi si servono di vari strumenti: dalla biologia all’etologia alla religione. Per quanto non si debba essere troppo succubi della cultura imperante, ammette che le esperienze del passato hanno aiutato i nostri predecessori a superare dei brutti momenti, e se le conosciamo, se le capiamo, queste analisi possono essere utili anche a noi.

Consigliatissimo ai genitori il capitolo in cui spiega come comportarsi con i figli, e, soprattutto, perché.

Un bel saggio, scritto in uno stile divulgativo ma mai superficiale.

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Il mio analfabetismo di ritorno

Dopo le superiori non ho più letto niente di storia rinascimentale. Ogni tanto mi piace leggere un saggio sulla seconda guerra mondiale o sulla diaspora degli ebrei, ma si può dire che dal Seicento in giù io non abbia più letto nulla a partire dai diciotto anni.

Quando si sente nominare il cognome “Borgia”, io rimango ferma agli stereotipi comuni, che mi fanno venire in mente una famiglia malefica, dedita all’incesto e all’avvelenamento degli avversari politici.

Non che questi elementi siano estranei alla storia della famiglia Borgia, ma le persone, anche quelle dei secoli passati, sono molto più di quello che la gente comune ricorda.

Nel libro “LA SAGA DEI BORGIA” di Antonio Spinosa, infatti, la storia inizia dalla fine, con un santo, Francesco Borgia, che è un pronipote di Papa Alessandro VI.

Francesco Borgia era ossessionato dai peccati dei suoi avi: era convinto che ogni disgrazia che gli capitava (ad esempio, la morte della madre e della moglie) fosse una conseguenza del male commesso da papa Borgia e dalla sua progenie.

Da questa ossessione per i peccati degli avi alle autofustigazioni e ai digiuni protratti, il passo è breve. Aggiungiamo poi un allungamento delle sessioni di preghiera, che duravano ore ed ore, molte opere di umiltà e servizio più qualche presunto miracolo, e la candidatura a santo è servita su un piatto d’argento.

Non mi sta antipatico, questo santo Francesco Borgia, anche se – incontrandolo oggi – avrei delle difficoltà a scindere le buone intenzioni dalla sua carica di fanatismo.

E vi dirò, che dopo la lettura del libro di Spinosa, non mi stanno tanto antipatici neanche Papa Alessandro VI e Lucrezia Borgia.

I Borgia avevano radici spagnole: se Alessandro VI ha cercato di attorniarsi di parenti e di lasciare a loro cariche redditizie, lo ha fatto anche per costruire un cuscinetto tra la propria persona e tutti quelli che lo odiavano in quanto straniero.

Savonarola lo considerava un anti-cristo.

Beh… Alessandro VI era praticamente ateo. Ma ha fatto quello che molti al suo posto avrebbero fatto avendone la possibilità: si è impossessato di una carica proficua e l’ha fatta rendere (cosa che fanno ai giorni nostri molti politici). A quel tempo le cariche ecclesiastiche ti davano una possibilità, e lui l’ha presa.

E che dire di Lucrezia?

E’ stata allontanata giovanissima dalla madre, tale Vannozza, locandiera, che per anni fu la preferita di Alessandro VI: e proprio il papa sottrasse la figlia alla madre per darle una educazione che si adattasse all’ambiente che avrebbe dovuto frequentare.

Poi, quando Lucrezia si innamora di un tipo, le impediscono di sposarlo, perché, per ragioni politiche, deve sposare, per forza, uno Sforza.

Voglio dire: ad un certo punto è normale che a una girino pure le palle e che se la prenda col mondo. Non c’è da meravigliarsi che si sia dedicata alla manifattura dei veleni.

Poi anche lei ha fatto quello che avrebbero fatto altre al suo posto: ha approfittato della sua posizione.

Ma alla fine della sua vita, gli ultimi dieci anni, quando è stata signora di Ferrara, è riuscita a viverli da donna costumata, addirittura amata dalla popolazione e dal suo signore.

I giudizi morali, nei secoli, si semplificano, e si perdono le sfumature delle persone, che sono trasformate in personaggi.

Eppure, chissà: forse se papa Borgia, Lucrezia o il duca Valentino potessero vederci, ora, dal luogo in cui si trovano, magari sarebbero contenti di vedere che ci ricordiamo ancora di loro.

Meglio essere ricordati male che non essere ricordati per niente.

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Il paese dei suicidi (Yu Miri)

L’inizio è spiazzante: in una chat online, degli sconosciuti cercano compagni per suicidarsi. Discutono delle modalità migliori, a volte si offendono, a volte cercano di dissuadersi l’un l’altro, ma lo scopo è e rimane quello di trovare qualcuno che non conosci per suicidarsi in tutta… sicurezza.

L’autore del thread è Mone, che ha appena iniziato le scuole superiori.

Non si vuol suicidare perché ha subito un lutto né perché la picchiano in casa o perché non ha i soldi per mangiare. Si vuol suicidare perché non trova un senso per andare avanti.

Come darle torto?

In famiglia non si parla.

Il padre, che pure le vuol bene, ha un’amante da anni e non riesce a dimostrare quello che prova per la figlia se non dandole dei soldi. La madre la ignora e si dedica con fervore al figlio maschio.

Sconcertante è il rapporto che Mone ha con le amiche.

Sono quattro, e si sono date un nome: le Sky Sodas.

Il gruppo si è dato anche una serie di regole strettissime: nessuna può andare al bagno se non accompagnata, ad esempio, e quando si decide di comprare qualcosa, lo devono fare tutte, per forza. La pena è l’esclusione dal gruppo, uno dei peggiori malanni che possano capitarti, perché sei destinata a restare sempre da sola e a non parlare con nessuno.

Non c’è vera amicizia, qui, eppure Mone cerca di adeguarsi partecipando alle loro iniziative e fingendosi allegra quando non lo è.

Yu Miri è bravissima a rendere la mancanza di senso. Uno dei modi che utilizza è riportare tutti i suoi e le chiacchiere che Mone sente in treno: sono tutte frasi spezzate, tolte dal contesto, che sembrano buttate là al preciso scopo di riempire un vuoto, e sono messaggi preregistrati che si ripetono all’infinito senza mai dire nulla di nuovo.

E che vi devo dire: a me un libro così, mi rilassa… (lo so, non si dice “a me mi”).

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L’orologio fu testimone (Agatha Christie)

Non so quale sia il vero titolo di questa raccolta di racconti di Agatha Christie in Italia, ma ogni tanto devo leggere qualcosa in tedesco per uscire dal lessico lavorativo pieno di Rechnungen, Lieferungen e Kunden (fatture, spedizioni e clienti).

E’ una lettura perfetta per le grigie sere invernali: pulita, senza parolacce, con gente altolocata… sì, ci sono degli omicidi (anche se non sempre), ma l’educazione delle persone coinvolte ti fa credere che il mondo sia un sistema tendente all’ordine e alle buone maniere, senza scenate né cattivo gusto.

La Christie è un po’ determinista: il carattere che hai te lo porti appresso per tutta la vita e sarà questo a determinare il tuo destino.

E’ una profezia che vale per (quasi) tutti.

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Il cancro a digiuno (Valter Longo)

Rispetto al libro precedente sulla dieta mima-digiuno, questo saggio si incentra di più sull’effetto della dieta mima-digiuno e dei digiuno su vari tipi di cancro (al seno, alla prostata, al sistema nervoso, al colon-retto ecc…).

Il concetto fondamentale che Longo ribadisce a più riprese è che questo approccio alimentare va sempre accompagnato da terapie standard, e che non deve essere assolutamente mai considerato come un’alternativa alla chemioterapia, alla radioterapia o alle altre terapie ordinate dai medici.

L’ho comprato perché i proventi dell’autore vanno a favore della ricerca scientifica nel campo alimentare (un campo che se non si finanzia così, non si finanzia per niente, perché le case farmaceutiche non danno soldi se non possono ottenere un ritorno economico).

Il punto cardine del digiuno e della dieta mima-digiuno è che rendono le cellule tumorali più fragili all’azione delle terapie standard.

Le cellule sane, quando subentra uno stato di digiuno, entrano per così dire in letargo. Le cellule tumorali, invece, non riescono a disattivare il sistema che le costringe a nutrirsi in continuazione: ne consegue che si nutrono di tutto quello che trovano, anche se trovano solo i medicinali delle terapie.

Se un paziente è in terapia, non deve però inventarsi il digiuno e la DMD da solo, deve sempre rivolgersi al personale medico (aperta parentesi: Longo è ottimista, pensa che tutti i medici del SSN se ne intendano… chiusa parentesi)

Ecco, ho imbruttito anni di ricerche scientifiche (chiedo venia al dott. Longo), ma credo di aver reso il concetto di base.

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