The Lady and the Unicorn – Tracy Chevalier

image

I started reading this book a couple of years ago, but I stopped after one of the first scenes, when the daughter of the rich customer tried to make sex with the Painted under a table, just after having exchanged few words. But I began again to read it in these days because I am exploring through other books the art worlds: this novel is made up, but I know that Tracy Chevalier is an accurate history researcher in this branch.

Actually she clearly showed the links between the artists (in this case, a painter) and the craftsmen (in this case, the weaver, the Lissier who prepares the arras), but also between the customer (the rich bourgeois) and the merchant, and she explained the odd rules that bound the Bruxelles craftsmen that worked in the guilds.

What I understood from this novel is how the artist role was transparent in thos years (end of XV century) and far away from ours. Nicolas Des Innocents, the painter, is not so famous and he doesn’t consider his art as something miracolous or divine: it is just the way he earns money. He must obey the client and the merchant and the weavers do not consider him like a very important person, except for the fact that he comes from Paris.

I appreciated that the painter did not “compromise” the virtue of the customer’s daughter: it was more realistic that he went with prostitutes and the blind daughter of the weaver! As all those successions were made up by the writer, I like that they are not too exhagerated!

Leave a comment

Filed under Libri & C.

La costruzione della felicità – Martin E. P. Seligman

image

Secondo questo psicologo di fama mondiale, la felicità dipende da tre fattori:

  • genetica
  • eventi esterni
  • eventi interni/pensieri

Sulla genetica non si ha alcuna influenza. Gli eventi esterni possono essere controllati entro certi limiti, ma se uno fa un incidente e perde le gambe o se non si ha un tetto sopra la testa, lo spazio di manovra non è molto ampio.

Sul terzo punto, invece, si può lavorare per aumentare il proprio grado di felicità. I pensieri che ci occupano la testa e che determinano le nostre emozioni possono riguardare:

  • il passato
  • il presente
  • il futuro

Per quanto riguarda il passato, le donne sono più portate degli uomini a rimuginare su eventi, tanto che l’incidenza della depressione nel sesso femminile è pressoché il doppio che in quello maschile. Come imparare a smettere di farsi guidare da pensieri tetri?

L’autore propone il sistema ABCDE:

A: AVVERSITA’: cosa è successo

B: BELIEF, o convinzione: come interpretiamo quello che è successo

C: CONSEGUENZE: cosa consegue dalle nostre credenze (es. hai mangiato una fetta di torta = avversità; ora metterai su un chilo = convinzione; resti nervosa per tutta la serata = conseguenza).

D: DISCUSSIONE: mettere in discussione la credenza. Per esempio, controllare con Cronometer le effettive calorie della fetta di torta e capire che non si può metter su un kg di grasso con 400 Kcal. Siamo molto bravi a mettere in discussione le affermazioni degli altri, ma prendiamo per oro colato i nostri pensieri , anche se non stanno in piedi.

E: ENERGIZZAZIONE: presa d’atto della discussione e delle sue conseguenze con comportamento derivante (es. smetti di essere nervosa e vai a farti una passeggiata).

Per quanto riguarda il presente, bisogna distinguere molto bene tra piaceri e gratificazioni. I piaceri sono di breve durata, possono portare a dipendenza, non richiedono l’intervento di pensieri elaborati. Le gratificazioni invece possono derivare da attività di lunga durata, richiedono l’intervento del pensiero e delle capacità analitiche e non creano dipendenza.

Le gratificazioni possono nascere quando mettiamo in moto le nostre potenzialità. Ad esempio, se una delle tue potenzialità è il piacere della scoperta e dello studio, trarrai più gratificazione da un lavoro legato alla ricerca e ai libri che da un lavoro all’ufficio reclami di un’azienda.

Da diversi studi risulta che chi eccede con i piaceri è più predisposto alla depressione, cosa che non succede con chi si dedica alle gratificazioni, anche se  a volte queste richiedono sforzi non indifferenti e anche se al momento non sembrano dar piacere.

Il massimo della vita è trovare un lavoro che rispecchi la tua vocazione (=potenzialità). Su un continuum che va da minima soddisfazione a massima soddisfazione per il proprio lavoro, possiamo distinguere:

LAVORO: fai quello che fai per lo stipendio, ma non vedi l’ora che arrivi il venerdì e ti senti poco coinvolto (un caso limite è l’operaio alla catena di montaggio, ma anche molti avvocati americani che, soprattutto all’inizio della carriera, devono dedicarsi a faticose ore di ricerca senza capire che senso finale abbia il loro lavoro né vederne i risultati)

CARRIERA: sei più coinvolto che dal lavoro, perché sebbene per te i compiti siano noiosi e poco coinvolgenti hai speranza di ottenere un posto migliore in futuro e ti adoperi a questo scopo.

VOCAZIONE: sei coinvolto in quello che fai e quando lo fai non ti accorgi del tempo che passa perché sei totalmente assorto. Sei riuscito a trovare un lavoro che oltre all’aspetto economico ti regala grandi soddisfazioni personali e sai che il tuo operato risponde a un disegno più grande. Es. un parrucchiere che riesce a instaurare bei rapporti con i propri clienti o un cuoco che si trasforma in chef creativo.

La felicità non dipende ovviamente solo dal lavoro. Nel libro si parla anche di altri aspetti (es. il rapporto di coppia) con tanto di test, per esempio per capire il proprio tasso di ottimismo. Una cosa è ormai sicura: la ricchezza oltre un certo limite non aumenta la felicità. C’è differenza tra un indigente e uno appartenente alla classe media, ma c’è poca differenza tra un ricco e un ricchissimo.

Un altro fattore che secondo Seligman non è importante per la felicità, è il luogo in cui si vive: Hawaii o pianura Padana secondo lui non generano un’alta differenza in felicità.

Mah. Se lo dice lui…

Leave a comment

Filed under Libri & C.

De Brevitate Vitae – Seneca

image

Traduzione del titolo (più o meno): sulla brevità della vita.

Evviva, che felicità…

No, scherzi a parte: Seneca se la prende con tutti quelli che perdono tempo e poi si lamentano che non ne hanno. Per lui il massimo della vita è dedicarsi all’Otium, non inteso nel senso di ozio (della sedia divano e TV), ma nel senso di studio della natura umana, studio di se stessi, lavoro sul proprio carattere.

Ci va giù duro, e quel che è peggio è che le sue parole si adattano benissimo all’uomo e alla donna di oggi:

Sentirai i più dire: “A cinquant’anni mi ritirerò a vita privata, a sessant’anni abbandonerò le cariche pubbliche”. Ma alla fine chi ti garantirà che avrai ancora da vivere? (…) Non ti vergogni di riservarti gli avanzi della vita e di destinare alla cura dello spirito quel solo tempo che non si possa impiegare in alcuna altra pratica?

Non gli vanno bene, ovviamente, neanche quelli che studiano nozioni pure per fare le figure da sapientoni nelle chiacchiere al bar (bè, non c’erano i bar, quella volta, ma penso di essermi spiegata):

(…) queste nozioni di chi correggeranno gli errori? Di chi terranno a freno le passioni? Chi renderanno più forte, più giusto, più generoso?

Secondo Seneca, gli unici che non buttano via il proprio tempo, sono quelli che

ogni giorno vorranno coltivare la più stretta intimità con Zenone, Pitagora e Democrito e gli altri sacerdoti della conoscenza, e con Aristotele e con Teofrasto (…). E’ possibile frequentarli di notte come di giorno. (…) Nessuno di loro ti costringerà a morire, tutti te lo insegneranno; nessuno di loro consumerà i tuoi anni, tutti aggiungeranno i loro ai tuoi. (…) Siamo soliti dire che non abbiamo potuto scegliere i genitori, ma che ci sono stati dati a caso: ma per gli uomini virtuosi è possibile nascere secondo il proprio arbitrio.

Proprio ieri sera abbiamo assistito alla recita della scuola dal titolo “Momo alla conquista del tempo”. Gianna Nannini a parte (Madonna, non la sopporto, come facciano a considerare grande artista una con la voce così, davvero non lo capirò mai) il messaggio non passa mai di moda, né ai tempi di Seneca, né oggi. E ciò nonostante, gli uomini continuano a perdere tempo (bè, sì, anche le donne).

Siamo stupidi?

 

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Happy Brain – Wendy Suzuki

image

My Italian edition tells “more intelligent, more active, happier – the method that awakens and empower the mind”. So you expect an essay about scientific researches on brain, neurons and hormons.

This is actually a part of what you will find on this book: updated and carefully examined. But the most funny part is Suzuki’s life.

When she was a child, she dreamed to become a Hollywood star. Then she became a swot and shy girl. After that, she became a very awarded scientist and teacher.

But she was not happy.

This is the story of her change.

She started with the relationship with her parents: they never told each other sentences like “I love you” and when she decided to change this aspect, she first asked for… permission!!

Then she noticed that she was fat and in no shape at all. So she got on diet (again: a high protein diet, my god, someone must tell her to read Campbell, Esselstyn, Fuhrman, McDougall, Barnard, because she cannot he healthy with such a lifestyle) and started to exercise.

Exercise is the pivot of the book; Wendy Suzuki even put the exercise in a college class! The author analyses the effect of exercise on the brain, on the memory, on creativity and on self-image. She explains using her knowledge of neuroscience, but the book is never hard to understand.She also gives us some tips: how to develop our brain capabilities through 4-minutes easy and little things (for instance: listen to TED’s videos or go up and down from your stairs).

Of course I do not agree with her high protein diet decision. And I do not agree with her when she says that the intentional exercise shall embody self-empowerment sentences without distinguish among them (for instance, she once suggests a negative wording like “I have no fear”, when I know that such sentences must never be negative, as it seems that our unconscious does not recognize the “not” form). But I liked her change a lot!

She was almost 40 years old when she noticed that something did not work in her life. Above all, I like her sincerity when she tells about her love affairs. I gasped when I read that she tried to meet new men through a meeting-organizer and through internet: is this so normal in the USA? And what about the coach? And the feng-shui mentor?

A well-know neuro-scientist with such whims!

Thanks God: I still have hope.

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Borderlife – Dorit Rabinyan

image

Questo libro, scritto da una scrittrice israeliana, è stata messo all’indice dal suo governo, che ne impedisce la lettura alle scuole superiori.

Ma complimenti, davvero. Esiste ancora la censura in un paese cosìddetto civile??

Motivazione? Qualcosa del tipo “mette a repentaglio il senso di identità ebraico”.

Ma per favore…!

Certo, in fondo è vero. Perché gran parte del senso di identità di un paese è costituito dall’esistenza di un nemico. E questo libro parla di una donna israeliana che si innamora di un palestinese.

Ora, lasciamo perdere il fatto che i due si incontrino a New York e che finiscano a letto dopo poche ore che si conoscono (mah, evidentemente negli Stati Uniti si fa così, però io queste cose le trovo sempre un po’ inverosimili). E non stiamo qui a disquisire sul fatto che la loro storia dura pochi mesi e che dunque si tratta di innamoramento e non amore vero e proprio (quello istituzionale, direi io, testato sulla quotidianità e sulla ripetitività una volta che l’ubriacatura dello Stato Nascente è passata): dopotutto, si tratta di un romanzo quasi rosa, e queste fisime me le pongo solo io! (A mia discolpa vorrei spiegare che l’ho comprato alla fiera del libro del mio paese: ci sono entrata alla ricerca di qualcosa di interessante, ma era piena quasi solo di libri per bambini e adolescenti: ormai ero entrata, non potevo uscire a mani vuote).

Il rapporto che nasce tra i due si porta dietro l’ombra delle due opposte nazionalità. Liat, la protagonista che parla in prima persona, fin dall’inizio è consapevole che la loro storia non potrà finire in un happy end: ammette subito che non ha il coraggio di presentare un palestinese alla sua famiglia israeliana, soprattutto con tutte le storie che ha sentito nel suo paese riguardo a palestinesi che sposavano israeliane e le costringevano a figliare e a sopportare botte e umiliazioni e cattività. Ecco, è questo l’aspetto che più trovo verosimile e degno di riflessione: la nostra capacità di fare qualcosa nonostante la consapevolezza che non stiamo andando da nessuna parte.

Ma ci metterei dentro anche la paura che abbiamo di mettere in piazza i nostri veri bisogni, perché stiamo sempre a chiederci cosa ne penseranno i nostri familiari e amici, perché abbiamo sempre paura di quello che penseranno di noi.

Non mi ritrovo ovviamente nella figura di questa Liat, perché non mi andrei mai a infognare in una storia del genere (chiamatelo cinismo, chiamatelo maturità, chiamatelo come volete), ma capisco benissimo questi due problemi: la consapevolezza che stai facendo qualcosa che non va da nessuna parte e la paura di quello che pensano gli altri. E quando leggo libri del genere, mi rendo conto che se dall’altra parte del mare c’è una che si è messa a tavolino per scrivere per mesi e mesi su questi argomenti, allora sono molto più simile al resto del genere umano di quello che voglio far sembrare.

Ma anche il resto del genere umano è più simile a me di quello che vuol farmi credere…

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Better Than Before – Gretchen Rubin

image

I do not like the way the title of this book has been translated into Italian: it means “It is easy to change”. You just wait that the title goes on with “if you know how to do it”… but this is the way italian editors work.

Well, at first sight it seems that the author is obsessed with self-improvement, and this can give you the impression that she is rather perfectionist and fuss-pot, thas she is Always looking for a better way to spare time, read more books, write more, meet more people, be lean, be a good mother and wife and so on. I must admit that this first impression did not let her be very funny to me.

She often uses phases and episodes taken from the lives of her fans in internet or from chats with her friends, because she like to share her current passions with everybody to test if her opinions are true. Anyway, this method is rather subjective.

This is why I do not consider this book as a real self-help book. I rather consider it like a good chat with someone who is trying to improve herself. This is not little.

How many people do you know wich purpose is to become better than before? Maybe you know someone who tries to be the best in something, the best manager, the best mother, the best athlete and so on, but this is not the same thing. I would rather consider it like the opposite, in a certain way.

Gretchen Rubin does give you some nice tips on how to get good habits. The first tip is to work on yourself, to know yourself (although I think that her classification method is rather strict). One of her mantra is “be Gretchen“. We must learn to know ourselves and be ourselves.

What I do not agree on, is her diet habit.

I became vegan after having read a lot of books on diet and health, not only by vegan authors. I think I discovered the true secret to understand if a scientific research is good or not, and this secret is the time.

I bet that she has lost weight with a high protein diet. Of course she did, everybody does, it is physiological because our body normally works by carbs burning. And if you look at all high protein diet researches, you will see that they are tested on the short run (max one, one and a half year). On the long run, people either gain again their initial weight or they develop illnesses. At the end, I do not think that Rubin’s diet habit is better than before. Maybe better than the standard american diet, but in this case she is just leaner than before.

I hope that she can read some books of plant-based doctors (Esselstyn, Campbell, Barnard, McDougall, Fuhrmann and many Others). She is a book lover, I do not doubt that sooner or later she will put a question mark on her high protein diet habit.

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Art worlds – Howard S. Becker

imageThis is a manual, with the purpose to teach to college students how an art world works. You won’t find here the definition of art or art work (that was, at the end, the reason why I am reading books about this subject), nor you will find deep explanations of specific contemporary art experiences or modern painting; even less you will read about the reasons of high or low evaluations of some art works. But this book, on a sociological point of view, will let you see better how an art world works.

We usually think that an art work is born through the mind of an artist, a special and talented person, who feels the need to put his emotions and fears and intuitions into his paint, photo, sculpture; but the reality is far more than this.

Art works could not exhist without a net of people who influence and help the artist, who evaluate the work, who define if it is art, who put them into museum, who keep them safe from the perils of the time, of the politics, of the wars, of the forgetfulness; art works could not live without people who sell it, and, above all, without a public who enjoy it (and most folk and naive art realities have a lot of problem on this point of view).

This is the part that enlightned me the most: the part where Becker explains how an art work can die.

A painting, a theatre show or a book can die because of censorship or, even worst, because of material destructions and prohibitions, of course; despite this, anyway, this is not a true death, because it is still possible that someone remembers some prohibited poems or, for example, keeps a picture of the painting.

The true death of a work art is forgetfulness.

After all, I think that an artists feels the need to do what he does for one big reason (among other minor ones): because he/she wants to leave something that survives after him. Because he/she feels that he/she won’t live forever and feel unbearable that all his/her thinking, emotions, fears and intuitions will die with him. This doesn’t mean that his/her artwork will always transmit his/her real intentions and message, because interpretation will change with time, but there will still been something that will witness his/her life on this earth. This is why forgetfulness kills artworks: because it kills the very first reason of its Birth.

We need to leave a sign because we know that we are mortal. Is this why animals do not create art? Well, after this reading, I have a big doubt: I fear that if there would be someone who decides that a painting made by a monkey is art, that blot could be considered art… but only if that “someone” is known as an expert, only if there is someone else who is ready to take that blot into his collection, and if there is a net of people who is ready to handle that work like an art work.

Well, I am exhagerating, of course.

Or not?

Leave a comment

Filed under Libri & C.