Sei sicuro di non essere buddhista? – Khyentse Norbu

image Sono sicura, sì, di non essere buddhista. Come non sono buddhiste le persone che frequento. Il che non vuol dire che non lo si possa diventare, visto che il buddhismo non è una religione, ma un… approccio psicologico!? Mentre una religione prevede sempre il legame con un’entità spirituale/Dio, il Buddhismo ha lo scopo principale di andare al nocciolo della sofferenza. E chi non soffre, se pure, magari, per un’unghia incallita o per uno stipendio troppo basso? L’autore, un lama originario del Bhutan, ci spiega, attraverso la storia del Buddha, quali sono le motivazioni principali della sofferenza. Una delle prime scoperte di Siddharta è stata che tutto è aggregato, cioè il prodotto di una o più cose messe assieme. Da qui, la logica conseguenza che tutto cambia, niente rimane invariato. Ne deriva che

Non c’è bisogno di accusare nessuno quando le cose vanno male, perché ci sono infinite cause e condizioni di cui tener conto.

Ho sempre pensato che una delle paure peggiori degli esseri umani sia dovuta alla mancanza di prevedibilità. Mi spiego meglio: se si chiede all’uomo o alla donna della strada di esprimere un desiderio su due piedi, di solito ti dicono “vincere al superenalotto”. Soldi, dunque. Perché? Perché più sono i soldi, più ci illudiamo di poter tenere a freno l’imprevedibilità dell’esistenza, acquistando case, vestiti, gioielli, auto, stima. Magari qualche uomo (o donna) della strada è capace di esprimere un desiderio diverso: amore, per esempio. Bè, anche in questo caso, di solito non intendono Amore con la A maiuscola, cioè non vogliono offrire dedizione, stima, tempo a qualcun altro, ma intendono possesso, dedizione, stima e tempo da qualcun altro. Vogliono una persona che li ami, non vogliono amare una persona. Cioè: vuoi amare qualcuno? Fallo, non c’è bisogno di esprimere un desiderio al primo che ti ferma per strada e che ti fa ‘sta domanda scema. No, in realtà si vuole che qualcuno ci ami. Perché se ci ama è… prevedibile. Non vogliamo amare qualcuno, accettando la sua imprevedibilità, magari il suo rifiuto… a noi interessa il possesso di quella persona, non ci interessa amarla senza ottenere nulla in cambio. Ma torniamo al libro. Buddha era un dritto. Molto intelligente. Non ha iniziato a predicare la sua teoria spiegando a tutti che l’unica cosa che conta è il vuoto, perché altrimenti lo mandavano a cagare.

Invece di sconvolgere sin dall’inizio i suoi seguaci con l’idea del vuoto, Siddharta insegnò loro dei metodi accessibili, come la meditazione, e dei precisi codici di comportamento: “Fate la cosa giusta, non rubate, non dite bugie”. In base alla natura del discepolo, prescrisse la rinuncia e l’austerità a diversi livelli, dalla semplice rasatura del capo a quello di astenersi dalla carne.

Capito? In base alla natura del discepolo! Non partiamo tutti dallo stesso livello. Sii il maestro di te stesso.

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Guarisci il tuo apparato digerente, dott. John A. McDougall

Conosco l’autore da altri libri, incentrati sulle malattie cardiache e sul dimagrimento attraverso una dieta vegana. Questo è uno dei più vecchi (ma in Italia arriviamo sempre dopo, con le traduzioni). I principi cardine dell’alimentazione senza (o quasi) alimenti di origine animale restano, ma cambia l’impianto dell’argomentazione.

Per spiegare i vari concetti (suddivisi in problematiche di salute: emorroidi, alitosi, diarrea o stitichezza, malattie intestinali, colite, polipi e cancro ecc…) il dott. McDougall stavolta si è servito di una coppia immaginaria che va nel suo studio e gli presenta tutte le sfighe di questo mondo legate a un’alimentazione sbagliata (= americana pura). Certo, le argomentazioni ci sono, e nonostante il tono leggero non si scade mai nella superficialità, però a me queste digressioni sugli hobby e abitudini di una coppia tipica americana mi lasciano un po’ perplessa.
Capisco che vogliano avvicinare alla lettura quelli che non ci sono abituati, e che per questo abbiano bisogno di personalizzare il più possibile il libro, ma disegnini e battutine mi disturbano un poco.
Però è un problema mio.

Leggetelo.

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Vivere anti cancro -à Richard Beliveau e Denis Gingras

Gli autori sono un professore di biochimica titolare di una cattedra sulla prevenzione e cura del cancro, e un ricercatore oncologico. Ma a dare credibilità al libro non sono i titoli quanto la bibliografia: quando supera le dieci pagine, il libro, secondo me, è affidabile. E in questo caso le supera.

Certo, alla fine non si dice nulla di nuovo: alimentazione prevalentemente vegetariana, attività fisica, spezie, la pericolosità del sovrappeso, del fumo (cazzo, ma c’è ancora gente che fuma in giro, con tutte le ricerche che dicono che prima o poi ti ammali??), del sale e dell’alcool, le radiazioni solari… ma anche cosmetici, che spesso dimentichiamo di inserire nella lista dei possibili cancerogeni.

A livello nutrizionale, la lista degli alimenti anti cancro è sempre la stessa: curcuma, tè verde, crucifere, alliacee e bacche.
Secondo me, potevano spingere un po’ di più, e andarci più cattivi sulle carni: loro se la prendono soprattutto con quelle rosse, come se le c.d. bianche facessero bene!

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Come fare un matrimonio felice che dura tutta la vita – Giulio Cesare Giacobbe

Mai sposarsi se prima non si è letto questo libro!
La regola generale è: uccidiamo i genitori che si tengono i figli in casa fino a 30-40 anni, perché stanno compiendo un crimine contro l’umanità. I figli sono il nostro futuro e tenerseli a casa finché non si sposano significa farli passare dalle gonnelle di mamma a quelle del partner senza avergli lasciato provare cosa significa essere adulto sul serio.

La giustificazione che essi adottano normalmente, che i figli non trovano lavoro, è una scusa falsa e puerile. Di lavoro in Italia ce n’è quanto se ne vuole. In Italia abbiamo bisogno di idraulici, falegnami, elettricisti, muratori, meccanici, saldatori, fabbri, manovali e contadini. (…) Abbiamo migliaia di dottori. Tutti disoccupati. Tutti che vivono con mamma e papà.

Gli ultimi matrimoni che ho visto fallire erano proprio dovuti al fatto che uno dei due (quando non tutti e due) è rimasto/a bambino/a, nel senso psicanalitico del termine: abituato/a ad avere tutte le attenzioni, convinto/a di essere al centro del mondo per l’altro/a, proprio come un bambino fa con la propria madre. Quando le attenzioni, per un motivo qualunque, smettono di essere incentrate su di lui/lei, si dice: non mi ami più. E via in cerca di un altro/a mamma.

E’ un libro pieno di verità. Tipo: bisogna vietare per legge la favola di Cenerentola. Non esiste un uomo che sia diventato ricco e che si dedichi completamente ad una donna. Se lo fa, smette di essere ricco.

Coloro che dedicano la propria vita al lavoro non devono sposarsi.

E poi, ci sono un paio di capitoli che mi fanno morire; il succo è che la fedeltà sessuale nel matrimonio felice che dura tutta la vita è… un optional. Oppure: L’infedeltà, se c’è amore, deve essere tollerata. Il matrimonio aperto è una prova di maturità perché non si considera l’altro come un possesso esclusivo (il che non vuol dire che si debba per forza avere un matrimonio aperto per essere felici… ma il discorso è lungo).

Insomma: da leggere assolutamente. Ma… prima di sposarsi.

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The starch solution – John A. McDougall, M.D.

Non l’ho trovato in italiano, e così ho dovuto leggerlo in inglese. Ma in EBook, perché il cartaceo costicchiava… che palle l’editoria italiana.

Conoscevo il dottor McDougall dal suo saggio precedente, The McDougall Program For Maximum Weight Loss, e sinceramente questo ultimo testo non si discosta molto dal Program. Gli americani sono maestri nel trarre il maggior profitto possibile da un’idea unica scrivendoci su più di un libro.
In questo, per ampliare le pagine l’autore si dilunga molto sulle diete iperproteiche e sulla necessità che la dieta vegana lasci il più possibile da parte i grassi.

Per quanto riguarda il sale: dice che è un capro espiatorio, che i paesi asiatici in cui si usa molto sale (aggiunto) ma la cui dieta si incentra sugli amidi, non hanno tassi di pressione molto alta. Dunque il problema principale è la dieta americano-occidentale, non il sale in sé.
Idem per lo zucchero: è antieconomico per il corpo trasformare gli zuccheri/carboidrati in grassi.
Dunque, senza esagerare, meglio aggiungere sale e zucchero alle proprie pietanze, piuttosto di mangiare tutto sciapito e di abbandonare un sano regime alimentare perché non ci proviamo gusto (anzi: meglio aggiungere zucchero piuttosto che olio ad un piatto).
Cerca anche di ridimensionare il terrore che i seguaci delle diete iperproteiche provano nei confronti dell’indice glicemico: le popolazioni con i tassi di diabete ed obesità più bassi sono storicamente quelle che si cibano di più carboidrati!

Per il resto, il messaggio è sempre il solito: eliminare i cibi animali, ridurre al minimo i derivati altamente elaborati della soia, mangiare fino a sentirsi sazi (amidi ed ortaggi colorati in primis), preferire i cibi più naturali (es. riso integrale rispetto al riso bianco).
Anche la frutta è ammessa, a dispetto di quelli che su youtube dicono che non la vuole: suggerisce solo di limitarla a chi deve perdere tanto ma tanto peso, per gli altri la frutta fa parte del programma.

Molti capitoletti (es. sul costo della dieta vegana, sulla B12, sulla pericolosità degli integratori, sulle pentole da acquistare, sui pasti fuori casa.

Insomma, mi direte: un libro che fa schifo e che non bisogna assolutamente leggere? Macchè, leggetelo, un ripasso fa sempre bene. E poi mi fanno morire le testimonianze degli americani: perdono centinaia di chili e sono felici perché possono mangiare la pastasciutta. Sono troppo…. americani! Non esistono aggettivi per descriverli!

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Thrive – The vegan nutrition guide to optimal peformance in sports and Life (Brendan Brazier)

Trovato solo in inglese… Brazier è un triatleta professionista che, dopo aver provato tutti i tipi di diete immaginabili allo scopo di migliorare le sue prestazioni sportive, ha scoperto l’alimentazione vegana (in gran parte crudista), e ha deciso che è la migliore.

Le nozioni di base sono sempre le stesse, ma questo libro parte con una lunga introduzione sullo stress, in particolare lo stress a cui sottoponiamo il nostro corpo quando lo costringiamo a digerire certi alimenti.

Siccome allo stesso tempo sto leggendo anche “The starch solution” del dr. McDougall (anche questo in inglese, cavoli, e per di più in E-Book, perché costava molto meno del cartaceo: editoria italiana, possiamo svegliarci per favore?), mi ha colpito la piramide alimentare di Brazier.
Entrambi sono per un’alimentazione vegana, ma mentre il dott. McDougall mette alla base della piramide i cibi a base di amido (cereali, patate, vegetali amidacei ecc…), brazier ci mette i vegetali (“fibrous” li chiama: ma i vegetali non contengono tutti fibre?), lasciando i carboidrati amidacei alla punta della piramide, cioè come alimenti da consumare ogni tanto.
Invece, Brazier è un fan scatenato degli pseudocereali (amaranto e quinoa in primis, che comunque sono amidacei, sbaglio?), e ammette gli oli aggiunti, se pressati a freddo e di un certo tipo, cosa che McDougall preferisce sconsigliare.

Brazier ha una posizione più vicina a quella del dottor Fuhrman e alla sua dieta nutritariana, con qualche eccezione.

Tutte queste differenze tra diete a base vegana mi convincono sempre di più che dell’alimentazione ne sappiamo davvero poco. Tutti questi professionisti hanno ottenuto dei risultati (dimagrimento, protezione da certe malattie, miglior umore, rallentamento dell’invecchiamento…), ma sono solo i dettagli a cambiare. Non possiamo dire “elimina i grassi” oppure “non mangiare patate” se queste affermazioni sono scollegate dallo schema generale dell’alimentazione e dello stile di vita di una persona.

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Manuale anti capricci – Elisabeth Pantley

Mi ci è voluto un po’ per leggerlo, perché, anche se io non sono mai contenta, io figlio non è proprio un capriccioso di carattere: basta farlo giocare e lui sta buono. Però questo manuale è utile perché, più che seguire un filo teoretico stretto, è adattabile ad ogni famiglia: fornisce un sacco di consigli praticissimi, e ognuno può scegliere quello che meglio si adatta alla propria famiglia (tutti i bambini sono diversi).

Quello che l’autrice sottolinea più volte è che il bambino è emozione allo stato puro, nel bene e nel male (a differenza di noi che le emozioni tendiamo a sotterrarle, per poi vedercele venir fuori come zombies quando meno lo vorremmo… ma questo lo dico io, non la Pantley). Dunque, se un bimbo si trascina attaccato al carrello del supermercato (se lo fa il mio lo decapito), non è un attacco al nostro ruolo, né una critica palese delle nostre capacità.
Bisogna sfruttare le capacità più sviluppate nel bambino, che sono quelle della fantasia e del gioco, per indirizzarlo verso certi comportamenti. Ad esempio, portando sempre con se un giochino quando si va a trovar gente adulta: non si può pretendere che un bimbo stia ad ascoltare seduto sul divano i nostri discorsi sulla crisi e sul miglior detersivo per pulire il bidet.

Ecco un paio di consigli per insegnare al bimbo come comportarsi al ristorante:
– insegnargli come si sta seduti a tavola già a casa
– abituarlo a stare più tempo a tavola, non solo per il tempo strettamente necessario per ingurgitare il cibo (intrattenerlo con giochi calmi o storie)
– ripetere le regole delle buone maniere prima di partire (usare la forchetta, star seduto senza urlare, pulirsi la bocca col tovagliolo… ecc).

Utile.

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