I Medici – Un uomo al potere (Matteo Strukul)

Lo avevo comprato in vista di un viaggio a Milano in treno (ancora prima che venisse selezionato per il Premio Bancarella), e devo dire che tra andata e ritorno è risultato essere della lunghezza giusta!! (Cioè: l’ho finito che mi mancavano ancora due fermate, ma ho fatto in tempo ad attaccar bottone col vicino e non mi sono annoiata… dramma evitato).

Cercavo qualcosa di leggero, ma che non fosse TROPPO leggero, perché sennò dopo mi vengono i rimorsi per il tempo buttato via. Così ho optato per un romanzo storico, tanto per ripassare un po’ il nostro passato (che, diciamolo, non studiamo più una volta usciti da scuola).

Questo libro fa leggere volentieri, anche se mi chiedo se le scene di sesso erano tutte (ma proprio tutte) necessarie. Forse sì, visto che l’autore si richiama espressamente alla letteratura “popolare”.

Lo stile è molto veloce, composto da frasi, periodi, paragrafi e capitoli brevi, il che facilita la lettura; e poi è interessante il periodo storico, il Rinascimento, mentre i personaggi sono pieni di sfaccettature (Leonardo Da Vinci è uno dei miei miti, non a caso ho chiamato Leonardo mio figlio!).

Un romanzo così è il modo migliore per far ripassare la storia agli italiani.

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La festa è finita – Lidia Ravera

Questo è il primo libro che leggo della Ravera. Devo ammettere che fino a pagina 50 circa non capivo dove andasse a parare e la sua prosa mi ha messa alla prova: le figure retoriche sono spinte al limite, spesso dovevo rileggere le frasi due o tre volte per capirle. Mi è venuto il dubbio che il suo fosse anche un esercizio un po’ spinto, forse un modo di mettersi in mostra… dubbio che mi rimane aperto, perché comunque credo che uno stile del genere sia difficile anche da scrivere, oltre che da leggere.

A parte questo, una volta ingranato, la lettura procede più spedita.

I personaggi sono tutti attorno ai cinquant’anni, un’età in cui si dovrebbe iniziare a fare i conti col passato. Questo gruppo di persone, per di più, viene da esperienze di impegno politico-sindacale: scioperi, attività contro i “padroni” e i “borghesi”, scontentezza in genere.

Ma il modo in cui la vicenda si sviluppa ci lascia il dubbio che quegli anni non siano serviti a nulla. Angelo, in particolare, il più arrabbiato e disilluso, arriva a rapire Carlo, che in gioventù gli aveva fatto prendere coscienza della sua identità di operaio contrapponendola alle figure dei “nemici”. Solo che Carlo ora si è spalmato proprio sulla figura del borghese riuscito e arricchito, che è andato a vivere in America e che fa il direttore d’orchestra. Ha insomma incarnato le peggiori caratteristiche dei nemici contro cui aveva spronato Angelo a lottare.

Esito tragico: non poteva essere altrimenti.

Non c’è un solo personaggio che mi sia diventato simpatico.

Non Carlo, perché davvero si è adeguato a tutti gli stereotipi di classe del suo ceto. Non Angelo, perché ad un certo punto devi venire a patti con la tua aggressività, e non puoi dare sempre la colpa al tuo passato e a quelli che hai frequentato. Non Alexandra, che mi è sembrava senza carne né sangue. Non Giorgia, perché una che accetta così passivamente di farsi menare da un uomo non è un buon esempio per le altre donne. Né tutti gli altri che girano attorno a questi tre, perché mi sembrano tutti senza ideali: effetto sicuramente voluto, per sottolineare la contrapposizione col loro passato pieno di utopie.

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Questi bambini!

O non dovremmo piuttosto dire… Questi adulti!? E mi ci metto io per prima. Educare e’ difficile perché bisogna dare l’esempio giusto, non perché bisogna parlare nel modo giusto.

Da “Un genitore quasi perfetto” di Bruno Bettelheim:

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Quella vita che ci manca – Valentina D’Urbano

Adoro lo stile di scrittura di questa autrice, che a me piace assimilare a quello della Mazzantini, della Mazzucco, della Saracino. Ma non posso leggere troppo spesso romanzi del genere: ti fanno entrare in mondi pieni di buchi neri, nelle anime di certi personaggi scontenti di sé, in guerra col mondo.

In questa storia in particolare, è difficile frequentare troppo Alan senza che un po’ della sua rabbia ti resti dentro. Ma anche Valentino mette alla prova i muscoli morali: perché vorrebbe andarsene da quel quartiere che chiamarlo degradato significa usare un eufemismo.

Ma ci mette tanto prima di riuscirsi, forse troppo.  Ogni volta c’è una difficoltà da affrontare o un familiare da assecondare.

Alla fine, dopo che suo fratello Alan muore ammazzato, Valentino se ne va, lasciandosi dietro la madre, la sorella e il fratello Vadim; ma con tutto quello che ha vissuto, riuscirà davvero ad andarsene del tutto? Sì, lo so che è solo un personaggio letterario, ma l’autrice è brava a descrivere caratteri del genere, forse perché ci ha vissuto in mezzo per molti anni; ed è per questo che mi pongo il problema delle ferite che lasciano le esperienze estreme.

Pochi di quelli che leggono questo post vivono in un quartiere in cui una casa ce l’hai solo se la occupi, in cui è normale rubare, ricettare, ammazzare, prostituirsi. Ma ognuno di noi ha degli squarci nell’anima, chi più, chi meno: e la D’Urbano descrive quello che si prova a tentare di guarire. Valentino ci è riuscito (forse). Ma quanti nella vita reale non ce la fanno?

Forse dovrei leggere qualcosa di più leggero…

 

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La sovrana lettrice – Alan Bennett

Ma che carino… Se uno deve iniziare un percorso di lettura, gli consiglio di iniziare da questo libro, che è brevissimo (neanche 100 pagine) e scritto in modo elementare.

Ti fa capire quanto i lettori vivano in un mondo a parte. Nel bene e nel male.

E quanto diano fastidio a quelli che non leggono.

Non sono d’accordo con l’affermazione che Bennett mette in bocca alla regina, facendole dire che i libri in definitiva non ti fanno agire, perché si limitato a confermare un’azione che avevi già in mente. Secondo me, invece, i libri che ti piacciono di più sono quelli che riescono a farti cambiare idea su qualcosa: perché siamo tutti coscienti che non è facile cambiare le nostre opinioni. Siamo malati di coerenza, convinti che una volta abbracciato un punto di vista non si debba mai cambiare, altrimenti gli altri te lo rinfacciano.

C’è una pecca nel romanzo, però: alla regina non si può rimproverare di essere una lettrice snob. Lei è una regina, è snob per definizione, glielo insegnano fin da piccola! Invece alle persona normali che amano leggere, questo è un rimprovero che capita spesso, anche se non viene quasi mai espresso apertamente. I lettori forti vengono considerati come delle mosche bianche, che sicuramente hanno sempre un libro in mano perché vogliono sembrare migliori di quello che sono, vogliono fare gli intellettuali.

Ci sono poche idee più balzane di questa.

A parte quelli che leggono molto per lavoro, gli altri lo fanno per proprio piacere. Ma questo non sembra credibile a chi non ha preso il vizio della lettura.

E non ci provo neanche a convincerli io ora. Ho un impegno: devo andare a leggere Lidia Ravera.

 

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N.P. – BANANA YOSHIMOTO

L’avevo già letto nel 2010, e ne avevo scritto qui, dichiarando che sarebbe stato l’ultimo libro di Banana Yoshimoto che leggevo. Ma la settimana scorsa l’ho riletto, perché era il testo di questo mese per il gruppo di lettura di S. Donà (sì! Finalmente sono entrata in un GDL!).

Non ho cambiato idea sulla superficialità del romanzo, ma mi è venuta in mente una cosa. Qualche anno fa, quando praticavo aikido e ci facevano mettere in seiza (la posizione in ginocchio), si raccomandavano di nascondere il pollice dentro al pugno.

All’inizio pensavo si trattasse di proteggere dagli attacchi un particolare punto di agopuntura, ma non aveva senso, perché tutto il resto del corpo era scoperto… poi ci hanno spiegato il significato di quella posizione: il pollice rappresenta la personalità del guerriero, e non bisogna metterla in mostra.

Cosa c’è di più giapponese di questo dettaglio? Solo il romanzo N.P. in cui i protagonisti parlano di suicidio, incesto, pedofilia e poi, da un momento all’altro, si mettono a ridere o vanno a mangiarsi un panino. Nascondiamo la personalità, non mostriamola, potremmo diventare vulnerabili.

Solo che se non si esprimono certi sentimenti e certe sensazioni, secondo me, si perde proprio la capacità di esprimerli, si passa dal “non voglio” al “non riesco più”. Subentra un analfabetismo emotivo che può essere pericoloso, considerando che noi siamo Emozione. Ti credo che in questo libro si suicidano tutti o perlomeno ci vanno molto vicini…

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In lettura… Valentina D’Urbano

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