La felicità, un viaggio filosofico – Frédéric Lenoir

“Non posso essere felice finché sono circondato da gente del genere!”
Questa è la frase che mi pare di leggere sulle fronti di tante persone che conosco, quelle che credono che il mondo ce l’abbia con loro, che questo sia un lecchino, che l’altro sia un falso, che questa sia una bugiarda che l’altra sia logorroica. Ma non vi rendete conto che non può essere matematicamente così? Che statisticamente il mondo è pieno di gente a posto, e che magari siete voi a non voler vivere felici perché non vi accettate, voi per primi???

Ma passiamo al libro!
Bello, spazia dalla filosofia occidentale a quella orientale, da quella antica a quella contemporanea, senza dimenticarsi gli apporti più moderni di medicina, psicologia, sociologia, neurologia. Il tutto in un linguaggio anticattedratico. E meno male. Perché altrimenti chi è che ti va a spulciare Montaigne, Aristotele, Spinoza, lo stoicismo e compagnia bella?

Inizia col tentativo di definizione della Felicità e del piacere, distinguendoli (ma neanche tanto) tra di loro. E poi va a cercare quali sono gli elementi che servono per essere felici: il significato, la Verità, la volontà di essere felicità, la capacità di fare le scelte giuste, la conoscenza delle proprie inclinazioni, la presenza mentale, l’assenza di confronto con gli altri, gli altri. Già, gli altri.

Litighi sempre con tutti? Gli Altri ti stanno tutti antipatici o cercano tutti (tutti!) di fregarti, di prenderti in giro, di metterti in ridicolo? Sul lavoro cercano tutti (tutti!) di farti le scarpe? Dopo un po’ che frequenti qualcuno, i suoi difetti sono insopportabili?
Senti questa:

C’era una volta un vecchio seduto all’ingresso della città. Uno straniero si avvicina e gli chiede:
“Non sono mai venuto in questa città. Come sono le persone che vivono qui?”
Il vecchio gli risponde con una domanda:
“Come erano le persone della città da cui vieni?”
“Egoiste e cattive. Del resto è proprio questa la ragione per cui sono partito”
Il vecchio riprende:
“Troverai la stessa situazione qui.”
Un po’ più tardi, un altro straniero si avvicina e chiede al vecchio: “Sono appena arrivato. Dimmi come sono le persone che vivono qui.”
Il vecchio gli risponde:
“Dimmi, amico mio, come erano le persone nella città da cui vieni?”
“Erano buone e accoglienti. Avevo molti amici. Sono venuto via con fatica.”
“Lo stesso troverai qui,” risponde il vecchio.
Un mercante che aveva portato i suoi due cammelli a bere sente le due conversazioni. Appena il secondo straniero si allontana, si rivolge al vecchio con tono di rimprovero:
“Come puoi dare due risposte completamente diverse alla stessa domanda?”
“Perché ciascuno porta il suo universo nel suo cuore,” risponde il vecchio.

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La mente supera la medicina – Lissa Rankin

Lissa Rankin ha un curriculum di studi da medico standard, figlia di un medico standard e con anni di esperienza come medico standard. Insomma, era un dottore che credeva che la biologia e la fisiologia fossero gli elementi cardine della salute. Tuttavia era insoddisfatta dei risultati che otteneva con i propri pazienti, era insoddisfatta del suo ruolo di medico-burocrate e della sua salute, sempre al limite della malattia grave.
Finché ad un certo punto, in seguito a una serie di eventi (lutti e malattie che l’hanno colpita in un brevissimo lasso di tempo) si è detta: basta, o mi fermo o schiatto.
E così ha lasciato il suo lavoro fisso di medico e si è trasferita in un luogo più vivibile, più verde, dedicandosi all’arte e alla scrittura. Ma le coincidenze non la lasciavano stare. Continuava a incontrare certi tipi di persone, a parlare di certi tipi di guarigioni…

La curiosità femminile si è mixata con l’atteggiamento medico e Lissa Rankin ha iniziato a studiare il ruolo della mente nella salute e nella malattia. Partendo proprio da un approccio scientifico, si è posta l’obiettivo di studiare l’effetto placebo e quello nocebo.
Pian pianino si è accorta di quale ruolo importantissimo possa giocare la nostra mente.
Non arriva mai a dirci di abbandonare le cure allopatiche, perché se la medicina moderna ha raggiunto dei risultati, quando si può bisogna approfittarne. Ma ha scoperto che l’approccio fisiologico, quando esclusivo, è troppo estremo. La salute dipende da più concause, e se se ne va, bisogna lavorare su più fronti.

La felicità spiana la strada alla longevità

Si tratta non solo di rivedere completamente il rapporto medico-paziente, col paziente che deve prendere in mano la propria salute e rientrare in contatto col proprio corpo; ma anche di ripensare al concetto di cura. Prendersi cura del paziente non significa dargli in mano una ricetta e spedirlo fuori dallo studio entro i dieci minuti canonici.

Gli aspetti che influiscono sulla nostra salute (sia sulla mente che sul corpo) sono:
– la sensazione di non essere impotenti
– la meditazione/contatto col corpo
– la sessualità
– il riposo
– un’attività lavorativa che risponda alle nostre passioni
– la spiritualità
– la creatività
– le giuste relazioni sociali

Ovviamente, inutile farsi overdose di yoga e vivere in un ambiente familiare da favola, se poi fumi cinque pacchetti di sigarette al giorno e ti strafoghi di patatine fritte e alcool… ma è anche vero che un vegano crudista work-out addict può essere più malato di un couch-potato americano se è emotivamente represso o se non ha rapporti decenti con la gente che frequenta.

Ecco… Io a Lissa Rankin do ragione su tutto ma poi, quando leggo frasi come quella che seguono, mi pare di leggere il libro scritto da una marziana che non ha la più pallida idea di dove si trovi il Nordest italiano:

(…) quando sul lavoro ti senti libero di essere creativo, sei autonomo e rispettato, hai scopi chiari di cui puoi misurare il raggiungimento, sei appoggiato dai colleghi, credi di stare facendo qualcosa in sintonia con i tuoi valori, sai di essere utile agli altri, senti di avere una scopo e una missione, riesci a esprimere le tue doti, sei ben pagato e hai tempo libero a sufficienza per fare altre cose, è molto più probabile che godrai di buona salute e non sarai stressato sul lavoro.

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Kefir, il fermento della salute – Jolanta Kowalczyk

Non era il libro che cercavo. Inizia con una lunga introduzione sulla bontà e sull’efficacia dei prodotti fermentati, su quanto facciano bene, e poi si dedica alla storia e alla geografia del kefir con tanto di formule chimiche. Ne risulta che il tempo tecnico/pagine rimaste alla parte pratica sono limitate.
In particolare, per quanto mi riguarda, mi servivano delle dritte per il kefir al latte di cocco, ma qui si fa solo un breve accenno ai kefir vegetali, per dedicarsi a quello più conosciuto (di latti vari e di acqua), che già di per sé, in confronto ad altri alimenti, è… poco conosciuto.

In compenso, alla fine ci sono, oltre ad alcune ricette veloci veloci, dei consigli per utilizzare il kefir come cosmetico. Per esempio, come struccante, mischiandolo all’olio di mandorle. O come maschera di bellezza, mischiandolo con una banana schiacciata.
O, ancora, come impacco per i capelli, insieme al lievito di birra e al miele.
Personalmente, lo consiglio, il mio kefir di cocco, come impacco preshampoo, perché oltre ai benefici dei fermenti (e alle vitamine e all’azione astringente per capelli grassi), il cocco contiene sostanze che ammorbidiscono e rinforzano i capelli.

Mi resta il problema della produzione industriale di kefir di cocco. Cinque fette di pane alla mattina con abbondante marmellata ne consumano troppo poco… (lo uso al posto del burro). Accettasi consigli.

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Alla ricerca delle coccole perdute (Giulio Cesare Giacobbe)

Avevo già letto un libro sull’analisi transazionale (mi pare fosse “Io sono ok, tu sei ok), ma questo la affronta in un’ottica diversa, analizzando l’evoluzione del singolo nelle tre personalità (bambino, adulto, genitore) e l’intercambiabilità (o mancata intercambiabilità) delle stesse. Molto interessante perché ad un certo punto io, che ho la mania di scribacchiare sui libri, mi sono ritrovata a riportare i nomi di molte persone che conosco sotto la personalità del nevrotico “bambino” (gente che ha paura, che pretende, che si lamenta, che ha bisogno di attenzioni costanti… ma che soprattutto si lamenta!!!). E ci sono finita pure io, in questa lista, per alcuni aspetti!

Intanto, almeno a parole, condivido l’ossessione di Giacobbe per mandare i figli fuori di casa. Devono fare l’esperienza dell’adultità, altrimenti non introiettano la capacità di dominare il territorio, e si ritroveranno sposati con la mamma-moglie di turno (o papà-marito), in cerca di coccole e attenzioni continue come fa un bambino di un anno. Bisogna fare esperienza dell’autonomia! Mandiamoli al rogo quei genitori che si tengono i figli in casa fino ai quarant’anni e oltre, o che li accusano di ingratitudine quando questi esprimono il desiderio di uscire, di farsi una vita per conto proprio, di andare a vivere da soli. Il vero adulto è autocentrato, cioè la sua felicità dipende da lui, non dagli altri.

A metà del libro, per spirito di contraddizione (mi dà fastidio trovarmi a pensare “questo ha ragione su tutto”) mi son detta: ma no, non è così. Noi non siamo animali, che passiamo dallo stato di cucciolo a quello di adulto a quello di genitore solo in base all’ambiente e ai bisogni. E infatti Giacobbe alla fine ci lascia un capitolo sulla quarta personalità: la buddhità. Perché noi siamo dotati di pensiero, della capacità di autosservarci, a differenza degli animali. Della coscienza, insomma.

Forza… alla ricerca di un altro libro di Giacobbe.

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Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita (Giulio Cesare Giacobbe)

Ma sì, dai: pur di avvicinare alla lettura chi non legge mai, va bene anche uno stile così stravaccato e, a volte, volgarotto.

Il pensiero è il risultato dell’evoluzione naturale e serve per la sopravvivenza, per il problem solving: cioè, abbiamo un problema, ci si pensa su, si trova una soluzione e si agisce di conseguenza. E questo va bene: un pensiero finalizzato all’azione è una sega mentale benefica.

Ma il nostro cervello è perennemente occupato dalle seghe mentali malefiche, quelle scollegate dalla realtà e dalle azioni: è questo che ci porta via energie e che ci fa star male.

Per smettere di farsi le seghe mentali occorre rivolgere la propria attenzione a ciò che si sta facendo, a ciò che ci succede, al mondo che si ha intorno.

Ed è qui che Giacobbe ci porta ad esempio la disciplina buddista della meditazione/contemplazione e della presenza mentale, accennando velocemente a qualche tecnica (mantra vocali o silenziosi, ad esempio). Per attivare il processo della consapevolezza, si parte da un atto di volontà.

Dobbiamo soltanto pensarci.
E’ sufficiente infatti che spostiamo la nostra attenzione dall’oggetto della percezione alla modalità della percezione stessa, cioè alla nostra reazione emotiva o all’immagine che abbiamo di noi stessi in quel momento.

Sembra che il cervello abbia una quantità di energia stabile: se la indirizziamo verso la consapevolezza, togliamo energia alle seghe mentali, alle reti neuronali che sono andate in loop con un certo pensiero autoalimentandosi. Questa è una spiegazione razionale del sorriso del Buddha.

Ma voi non vi lamentate del vostro cervello? Io sì e tanto!! Soprattutto al lavoro, quando mi incavolo e perdo le staffe, e comincio a borbottare per conto mio ad alta voce: non mi piaccio per niente. In occasioni del genere, invece di seguire il cervello, bisogna ricordarsi di fermarsi e osservarsi, guardarsi da fuori. Perché è facile guardare gli altri come si comportano: è quando siamo noi a comportarci come loro che non ci rendiamo conto di quanto diamo fastidio!
L’esempio classico è il pettegolezzo e la malalingua: sono sempre gli/le altri/e ad essere pettegoli/e. Se però noi cominciamo a parlare alle spalle di questo/a o quel/la collega, allora non è pettegolezzo, stiamo solo raccontando come sono andate le cose…

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Figli vegetariani, (dott.) Luciano Proietti

Ieri mia suocera mi ha detto che per mio figlio di sei anni è ancora troppo presto per togliergli la carne. Alle mie controragioni ha risposto: “Ma da dove le prende le proteine?”
Zio Billy. Pazienza lei che ha superato i settanta, ma è pieno di gente che non sa neanche a cosa servano le proteine, cosa siano e quante ce ne vogliamo, e tuttavia è terrorizzata di non assumerne abbastanza! :-(
Sempre ieri, una signora molto più giovane mi ha detto che doveva andare a lamentarsi con la maestra perché a scuola hanno insegnato che il latte della mucca serve al vitellino, e questo ha comportato delle difficoltà al momento della colazione mattutina con la bimba. Eh, non esiste un’alternativa al latte vaccino, no? Siamo nel terzo mondo dove si muore di fame, cavolo!!

Partiamo dal libro, che mi innervosisco meno.
Il taglio dato dal pediatra Proietti non è il solito, perché lascia anche molto spazio alla storia dell’alimentazione, spiegando le ragioni della situazione attuale.
Ad esempio, perché siamo così vogliosi di introdurre la carne nello svezzamento? Tutto risale alle origini dell’industrializzazione, quando le mamme dovevano andare a lavorare presto e lasciare il bimbo senza latte specie-specifico. Che succedeva? Che tanti piccoli morivano. Colpa della mancanza di ferro, questa è stata la spiegazione per decenni. E continua ad esserlo anche ora, che le mamme godono del diritto di allattamento e che potrebbero allattare i figli più a lungo senza fargli mancare nulla.

Altro dato interessante riguarda la lattasi sufficienza in base al colore della pelle e della latitudine: la lattasi deficienza era la “normalità” perché dopo una certa età è normale che i cuccioli umani non digeriscano più il latte. Ma andatevi a leggere nel libro cosa è successo quando le popolazioni si sono spostate dall’Africa ai paesi più nordici e hanno incominciato ad allevare animali. Vi riporto solo uno stralcio:

La pelle chiara al pari della lattasi sufficienza, facilita e incrementa l’assorbimento del calcio a livello intestinale. La pelle chiara consente ai raggi solari di penetrare attraverso lo strato più esterno della pelle e di convertire una particolare forma di colesterolo che si trova nell’epidermide in vitamina D3.

E perché i latti delle differenti specie sono diversi? Dipende da quanto succhia il cucciolo. Proietti riporta vari casi (che servirebbero tutti da risposta alla mamma che ho incontrato ieri e che aveva problemi con la maestra!!), ma questo è quello più interessante:

(…) quanto abbiamo detto finora può spiegare anche la curiosa “anomalia” rappresentata dall’assenza di lattosio nel latte dei mammiferi marini: infatti, il latte di foca, tricheco e leone marino è ricco di vitamina D e non ha bisogno del lattosio per incrementare l’assimilazione del calcio.

Mio marito dice che il cervello umano ha cominciato a svilupparsi quando abbiamo incominciato a mangiare carne. E sì, perché lui, allora, c’era… :-(
Questo o è uno dei miti che continuano a diffondersi. Ecco cosa dice Proietti:

“Si ritiene che il nutriente che determinò questo sviluppo non fu, come spesso si dice, il cibo proteico, cioè la carne, ma un grasso abbastanza raro che si trova per lo più negli ambienti marini: è un grasso polinsaturo a catena lunga (…) che noi oggi chiamiamo “Omega 3″.
Come fecero i nostri antenati ad assumere gli acidi grassi omega 3 a catena lunga? imparando a cibarsi di alghe, ricche di questo nutriente, o, forse, anche di molluschi e crostacei, di cui erano ricche le rive dei grandi laghi africani.”

E ricordiamoci che noi siamo primati, dunque frugivori, dovremmo mangiare frutta, radici, foglie, semi, alghe e saltuariamente qualche cibo animale (non dico formiche, come gli scimpanzé, ma insomma, non di certo due bistecche al giorno come suggerisce qualcuno).
Non è una dieta strettamente vegana che, come dice Proietti, è antifisiologica, ma ci siamo molto vicini.

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La consapevolezza del respiro – Buddhadasa

Ho sbagliato libro… cercavo un testo per approfondire lo yoga e sono finita in ambito buddhista, e per di più thailandese, con tanti termini in pali (come se non bastasse il sanscrito indiano…). Ma ormai che l’avevo comprato, l’ho letto, anche se non so quanto serva leggere testi del genere se non li metto in pratica. :-(
La meditazione da sola, intesa come posizione immobile (meditazione formale, la chiamano) mi risulta difficile, e suddividerla in sedici passi, come fa Buddhadasa, non fa altro che complicarmi la vita. Neanche la pratica breve mi si addice, sebbene lui l’abbia prevista per i praticanti pigri!

La pratica di Buddhadasa è divisa in quattro tetradi (ognuna poi divisa in quattro passi): contemplazione del respiro, delle sensazioni, della mente e del Dhamma.
Il respiro può essere lungo o corto: bisogna studiarlo con tutti i suoi effetti.
Le sensazioni sono quelle che ci tengono prigionieri, facciamo tutto in vista delle sensazioni:

Imparare a padroneggiare le sensazioni più sottili ci mette in grado di padroneggiare quelle più basse, grossolane e meschine. Controllando le più difficili, sapremo controllare le più semplici e infantili.

La mente va concentrata per renderla adatta al lavoro finale, cioè la vittoria finale sul dukkha (sofferenza).
Infine, nella contemplazione del Dhamma, si passa alla conoscenza della natura delle cose di cui siamo schiavi.

Ovviamente ci sono dei punti di contatto con il pranayama yogico, ma ovviamente Buddhadasa dice:

Non solo l’Anapanasati funziona altrettanto bene delle pratiche yogiche, ma ne costituisce un perfezionamento. Nel kayanupassana (contemplazione del corpo), prendiamo il pranayama dello yoga indiano, lo sviluppiamo e lo miglioriamo nella sua forma più adatta ed efficace.

Trovo più concisi e utili i commenti del traduttore alla fine, del tipo “Quello che ci serve è autodisciplina, non autotortura“, oppure “La meditazione (…) va al di là dei periodi di seduta. La pratica formale, seduta e camminata, è molto importante, e pochissimi sono quelli che non ne hanno bisogno, ma il nostro interesse primario è la vita: una vita libera da dukkha“.

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