L’addio – Antonio Moresco

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Sono 274 pagine di romanzo, io sono arrivata  a p.  160 e mi fermo qui.

La storia era intrigante: un poliziotto morto lascia la città dei morti perché c’è bisogno di far fuori un po’ di cattivi nella città dei vivi, dove è in atto una marea di omicidi, stupri, torture, compravendita e traffico di organi di bambini. Lo stile è quello del poliziesco americano: arriva, armato fino ai denti (gli arriverà pure un cannone) e li ammazza tutti. Ed è interessante anche come tutti questi cattivi si sentano legati tra loro, come gli facciano notare che è inutile uccidere questo o quello, perché ne arriveranno di nuovi, perché il Male è destinato a riprodursi.

Però alcuni dettagli non mi tornano. Perché tra le armi che si è fatto racimolare dall’amico poliziotto vivo, c’è una spada? Poi, i dialoghi: tutti parlano allo stesso modo, anche i bambini: frasi lunghe, vocaboli aulici… ci può stare per evocare l’atmosfera onirica quando sono i cattivi a parlare tutti nello stesso modo, visto che sono tutti legati tra loro, ma sentir parlare un bambino chiuso in un container in quel modo, non mi convince: voi lo sentite un bambino rinchiuso in un container che grida “perché mi hanno fatto nascere se dovevo morire così?”. Io no.

Poi: se il passaggio dalla città dei morti alla città dei vivi è così comune, perché poche pagine prima il protagonista si meraviglia di vedere uno stormo di uccelli che corre in direzione della città dei vivi? Non mi piace neanche che non si spieghi come si passa: si passa e basta, neanche il protagonista lo sa.

Ancora: non mi piace tutto questo nominare “piedini” e “manine”.

Al contrario, mi piace l’idea della ricerca delle origini del Male, e il considerare tutti gli assassini e stupratori e torturatori come arti di un unico corpo che si riproduce ogni volta che ne tagli un pezzo.

Lettura sospesa dunque, ma se volete dirmi come va a finire, vi ringrazio di risparmiarmi il tempo di riprenderla fra quattro o cinque mesi…

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Qualcosa di vero – Barbara Fiorio

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Giulia, una donna in carriera, si ritrova quasi ogni sera a raccontare favole alla figlia della vicina. La bimba, Rebecca, ha quasi nove anni. Solo che le fiabe non sono quelle che sconosciamo noi, slavate e potate di tutte le violenze raccontate nelle versioni originali: Giulia ha il coraggio di raccontare alla bimba le storie vere, dunque se le principesse sono stupidotte e i principi ancor di più, lo dice. Se le storie finiscono male perché un bambino muore, lo dice. Se vengono fatti a pezzi personaggi e Biancaneve vomita un pezzo di mela anziché venir risvegliata da un bacio, lo dice.

La cosa però non tarda a venir pubblicizzata a scuola dalla stessa Giulia che si è appena trasferita e ha scoperto un bel modo per farsi degli amici. Poi la narrazione si allarga a una mamma in fuga dal marito manesco e al collega di Giulia che ci prova ma non si capisce.

Commento: i bambini non sono mica così. Le descrizioni dei compagni di classe di Giulia secondo me sono troppo ingenue: non ce li vedo bambini di otto, nove anni a raccogliersi attorno a una loro coetanea perché racconta le favole vere. Mio figlio ha quasi otto anni, vedo i suoi amici, e continuo a dirmi che questi qui non lo farebbero mai. Secondo me purtroppo si sta già perdendo il senso del racconto: i bambini sono tutti presi da App e TV. Mio figlio adora “Hansel e Gretel cacciatori di streghe” e gli è piaciuto anche il film sulla vera Biancaneve, ma una cosa è vederli al cinema, un’altra cosa è farseli raccontare da una coetanea.

Altra faccenda poco probabile: la Gilda del Cerchietto, cioè il gruppo di bambine che prende di mira Rebecca. I bambini, quelli veri, non si schierano così. C’è qualcosa che non mi torna in queste ragazzine perfettine che vanno in giro per la scuola in cerca di ammiratori.

Anche la mamma di Rebecca è una plasticcona: parla poco e, per quanto esaurita dalla recente fuga dal marito, non trovo verosimile il comportamento che tiene nei confronti di Giulia quando scopre che ha raccontato le favole vere alla figlia, anche se è reduce da un incontro con la preside per colpa di queste storie. E’ il personaggio meno riuscito del romanzo.

Infine, lo stile. Il romanzo inizia con una lingua molto, molto ironica, sfacciatamente simpatica, sembra quasi spasimare per ammirazione; e ammetto che questa fantasia verbale (le battute, le similitudini, le metafore…) sono ben ingegnate, anche se alla lunga stancano. In realtà, non fanno in tempo a stancare perché da circa metà romanzo, non ce ne sono quasi più. Come se ci fosse stata una cesura. Mi si dirà: il cambio di registro è dovuto all’evolversi della storia, abbiamo una donna maltrattata dal marito, non si può far tanto i simpatici. Però il cambio di registro inizia prima, come se si fosse esaurita la spinta iniziale e ci si concentrasse ora più sulla fabula che sullo stile.

Barbara Fiorio conosce sì bene le fiabe, e di ciò gliene siamo grati, ma questo romanzo non finirà nella lista dei miei preferiti. La storia fila, ci sta, ma non mi convince del tutto.

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L’amicizia – Francesco Alberoni

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Esiste ancora l’amicizia? Alberoni sostiene di sì, perché non esiste un modello da applicare, ma, dice, l’amicizia è un ideale a cui tendere. Certo che l’ideale che ci propone lui è davvero alto, e io non ne vedo molti esempi in giro.

Prendiamo subito una caratteristica che è anche riportata nel sottotitolo: poco lagnosa.

Auguri!

La stragrande maggioranza delle c.d. amicizie che vedo in giro non fanno altro che lamentarsi (soprattutto quelle femminili). Dei mariti, dei figli, del lavoro, del tempo, della casa, dei parenti, del cibo, degli animali…. Spesso, spessissimo vedo donne che passano gran parte del tempo insieme a creare alleanze, come se l’inimicizia verso qualcuna rafforzasse l’amicizia nella coppia. Tanto poi le parti si mischiano, e la nemica di prima diventa la confidente di adesso contro l’amica di prima. Se togliamo tutte queste chiacchiere lamentose, quanto dialogo resta? Puro dialogo, di quello che fa crescere entrambe, come dice Alberoni?

Su certi punti però sono pienamente d’accordo col sociologo. Innanzitutto, l’amicizia può aversi solo tra pari (anche se la parità va definita di volta in volta). Difficilissimo che ci sia amicizia vera tra maestro e allievo, o tra chi assume il ruolo di maestro di chi il ruolo di allievo: le traiettorie devono essere parallele e allo stesso livello, nessuno deve stare sopra o sotto. Non ci deve essere uno che ha bisogno, che chiede troppo spesso, perché questo crea dislivello (i sindacati non chiedono, ma esigono, proprio per mettersi allo stesso livello della controparte).

(…) solo chi vive nello stesso ambiente, parla la stessa lingua, appartiene allo stesso mondo, ha una concreta possibilità di incontrarsi.

Amicizia significa progredire insieme, non far cambiare l’altro. Ma neanche star fermi insieme! Entrambi devono essere in movimento.

Se c’è noia, non c’è amicizia.

La società ha paura dell’amicizia, perché l’amicizia si apparta e va oltre le convenzioni e la buona educazione. E’ per questo che i gruppi cercano di non permettere l’incontro agli amici (e l’incontro è il punto focale attorno cui ruota l’amicizia). Leggetevi questi estratti, che ne vale la pena anche se sono un po’ più lunghi del solito (i grassetti sono miei):

Siamo ancora una volta di fronte al processo di rimozione che le strutture sociali, le istituzioni consolidate, compiono nei riguardi di ciò che è vivo, irrequieto, di ciò che cerca il nuovo ed il diverso. L’amicizia come ricerca inquieta è disturbante.

C’è gente che si incontra, la sera, anno dopo anno, per fare quattro chiacchiere. Talvolta sono coetanei, compagni di scuola. hanno ben poco da dirsi. Gli argomenti sono quasi sempre gli stessi. Ripetono le stesse battute, fanno le stesse osservazioni. anche quando i partecipanti, presi singolarmente, sono intelligenti e vivaci, non appena entrano nella “compagnia” si appiattiscono completamente. la compagnia assorbe ogni interesse, banalizza ogni rapporto. Impone a tutti un minimo comun denominatore linguistico che impedisce di dire cose nuove. La conversazione, costruita su infinite ripetizioni, non può più uscire da se stessa. (…) La “compagnia” illustra, in modo emblematico, l’istupidimento e la degradazione dell’individuo ad opera del gruppo, quando il gruppo non ha un ideale, un fine, una ideologia, nulla. La compagnia amicale è un gruppo tradizionalista senza altro scopo che la propria sopravvivenza. (…) Moltissima gente, quando pensa agli amici, ha in mente questo tipo di formazione sociale. Si comprende, perciò, perché consideri l’amicizia poco stimolante (…)

Un’altra parte che secondo me molti dovrebbero fotocopiarsi in formato ingrandito e appiccicarsi sul lunotto dell’auto in modo da vederla ogni giorno, è questa in cui definisce l’organizzazione:

E’ una struttura sociale costruita in modo tale da realizzare i suoi obiettivi prescindendo dai fini e dai desideri di coloro che vi lavorano. La gente non va a lavorare in una fabbrica di scarpe perché ha una particolare passione per le scarpe, ma perché prende uno stipendio. Se, infatti, le offrono una retribuzione più alta, cambia volentieri lavoro.

Nell’organizzazione i partecipanti sono dei mezzi per il raggiungimento degli scopi. Non sono dei fini. Ecco perché il lavoro stanca: non tanto dal punto di vista fisico. La stanchezza, la frustrazione, vengono dall’essere sempre mezzo, mai fine. Nella vera amicizia, bisogna essere fine, non mezzo. Ecco perché è così difficile, direi impossibile, che ci possano essere forme di amicizia tra manager e sottoposti.

Insomma, se qualcuno legge questo saggio e poi riesce a individuare nella sua vita qualcuno che corrisponde o almeno tende all’idealizzazione di Alberoni, me lo faccia sapere, per favore. Pura curiosità.

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Ciò che inferno non è – Alessandro D’avenia

imageChe questo romanzo narra, pur con le dovute licenze poetiche, la storia di Padre Pino Puglisi ormai lo sanno tutti.

Che io mi innervosisco a leggere libri di mafia, no, non lo sanno tutti.

E non è colpa di D’Avenia: Sciascia mi faceva lo stesso effetto. Tutti sanno e nessuno parla. Ma come è possibile? Non funzionava la regola della maggioranza? Che l’unione fa la forza? Non è vero che se tutti si mettono insieme riescono a far fuori quei pochi mafiosi che terrorizzano e ammazzano? Sicuramente sono ingenua e non vivo in Sicilia, dunque non posso capire. Ma mi è bastato andare sull’isola l’estate scorsa e vedere l’immondezzaio che c’era in spiaggia: sono stati i mafiosi a buttare sulla sabbia gommoni, bambole rotte, bicchieri di carta, palloni sgonfi, pezzi di melone, calzini bucati ecc….??

Sto divagando, vado un pochino fuori di testa quando vedo l’ambiente rovinato per mancanza di senso civico. Torniamo al libro: il protagonista è il diciassettenne Federico, un liceale innamorato delle materie letterarie che si legge Petrarca nel tempo libero, e che per aiutare Padre Puglisi nel quartiere di Brancaccio finisce col procurarsi delle contusioni ed un occhio nero.

L’elemento di fantascienza è che Federico, che si è innamorato di una ragazza buona e bella del posto, rinuncia a una vacanza studio in Inghilterra. Questo l’ho trovato proprio fuori dal mondo. Non che si innamori di una buona e bella: che rinunci a una vacanza studio nel Regno Unito!

Però glielo perdono, all’autore, perché mi è piaciuto questa sua idea di scrivere un libro per dedicarlo a una vittima della mafia (gli perdono un po’ meno l’aver lavorato di fantasia con le regole per la donazione del sangue su “Bianca come il latte, rossa come il sangue”).

Certi passi lirici, a mio modesto parere, sono un po’ pesantini da leggere, ma è questo lo stile del momento, e molto spesso piace anche a me.

Molto spesso.

Non sempre.

 

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Con entusiasmo – Ludovico Ferro

imageL’argomento sindacati non è tra i miei preferiti ma questo libretto si legge in un’oretta (e mezza, se c’è un settenne che ti rompe le scatole): l’approccio molto personale dell’autore, non scevro da qualche termine da videogame, ti fa andare avanti pagina dopo pagina. E poi, parla del territorio in cui vivo…

Il sottotitolo dice molto: Interviste, colloqui, riflessioni sull’agroalimentare veneto. Si parte dunque da una serie di interviste ai dirigenti sindacali territoriali della Cisl/Fai (agroalimentare e ambiente), e lo scopo è sedimentare la memoria. Viene presentato ogni dirigente e viene presentata una sintetica carrellata dei problemi e dei punti di forza di ogni territorio, come se si trattasse dei piatti di un pasto.

Si parla di crisi, che nel settore non è ancora molto sentita, di rapporti con la politica, che a questo livello sono quasi inesistenti, dei rapporti con le altre confederazioni, di fusioni tra territori…

Insomma, per una come me che non si intende di sindacati (e che non li ha sempre in simpatia), è una buona introduzione. Tanto più che l’approccio sociologico/neutrale dell’autore traspare dalle metafore usate, più dense di significato di quello che potrebbero permettersi in una pubblicazione che dovrebbe, o quasi, essere di parte (e infatti questo a me è piaciuto).

L’ultima riflessione riguarda il sindacalismo nel suo insieme e la difficoltà di entrare nelle piccole imprese. E te credo. Chi si prende la briga di far entrare un sindacato in un’azienda di pochi dipendenti, dove i titolari ti guardano negli occhi ogni volta che passi davanti al loro ufficio? Nell’agroalimentare il numero dei tesserati negli anni analizzati dallo studio è aumentato, ma i numeri non dicono molto (ad esempio grandi entrate di tesserati si hanno in casi di crisi aziendale, quando c’è bisogno di qualcuno che spalleggi i lavoratori contro i… paroni). Le piccole aziende restano un osso duro. E con la crisi o con quella che vogliono far passare per crisi, lo sono ancora di più, anche se la crisi riguarda gli altri.

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La bestia nel cuore – Cristina Comencini

imageUn romanzo che riflette sui drammi dimenticati e sul valore della cultura e dell’arte, soprattutto in Italia.

Sabina, doppiatrice che ha rinunciato al sogno di fare l’attrice, scopre di essere incinta ma non lo dice al compagno e se ne va negli Stati Uniti a trovare il fratello che è diventato professore in una università americana. Lo fa perché un sogno le ha risvegliato dei ricordi confusi e ha bisogno di chiarire il suo passato prima di dare un futuro a qualcuno che non è ancora nato.

Lungo tutto il libro si alternano riflessioni sui rapporti tra uomini e donne di età molto diverse e sullo stato deprimente della cultura italiana, ancora rinomata all’estero ma ormai svuotata di significato dalla televisione commerciale. A dire la verità questi punti di vista mi stavano buttando giù di morale: sono dovuta arrivare alla fine per leggere questa frase e tirarmi su. A pronunciarla è un regista che ha una base culturale buona ma che per vivere si è ridotto a dirigere schifezze. Alla fine del libro, anche grazie alla nascita del bambino di Sabina, si sveglia e decidere di tornare alle origini, di fare quello che davvero gli piace, anche se non piacerà a nessuno, anche se nessuno lo capirà:

C’è solo una cosa da fare, oggi come sempre, gli artisti sono gli unici ad averla capita: Non tacere mai, a costo della vita, della reputazione, dello scandalo, del dolore.

Se posso permettermi una critica, la scena del parto e della conversione di un paio di personaggi (il padre, il regista, l’amica lesbica…) è quella che mi lascia un po’ basita: non è vero che la nascita dei figli cambia le persone così. Soprattutto fa un po’ pietà quello che pensa il padre… non ci crede nessuno, dai. E poi tutti contenti, come una fiaba. Mah.

Però merita di essere letto, assolutamente. Tra le tante riflessioni indotte, una, che nasce dalla domanda della protagonista: a cosa è servita a suo padre tutta la sua cultura se poi non è stato capace di resistere agli istinti che gli hanno fatto seviziare i figli?

Insomma, la domanda più generale che nasce è: a cosa serve la cultura?

 

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Boonrod – Paola Tonussi

imageLa voce narrante descrive stati d’animo e sensazioni: parla di sua madre, di un bambino che diventa suo amico, dei paesaggi della Thailandia. Ad un certo punto: un rapimento, e paura, terrore, orrore, dolore, sete. Poi, alla fine, la luce, un salvataggio, la fine dell’inferno. Solo alla fine si viene a scoprire che la voce narrante è quella di un cane: mi ricorda un racconto di fantascienza in cui la voce narrante parla di alieni orripilanti da cui bisogna difendersi e poi si scopre che questi alieni sono gli esseri umani.

Questo libro è un po’ così, ma gli esseri umani sono anche Atid e il vecchio che ha raccolto Boonrod per strada insieme alla madre, sebbene non avesse neanche il cibo per sé.

E’ un romanzo pieno di colori e paesaggi, tutti travisati dagli occhi di un cane (che però potrebbero essere gli occhi di una persona particolarmente sensibile). La prosa un po’ ottocentesca – ci sono tante descrizioni – non ci risparmia la durezza della paura quando Boonrod è imprigionato.

E’ una storia vera, tanto che il cane ora vive con la scrittrice, e i proventi del libro andranno alla Soi Dog, un’associazione che si occupa di salvare i cani dal mercato alimentare. In Thailandia ora è illegale commerciare carne di cane, ma nel resto dell’Oriente no. E i numeri sono spaventosi (per il commercio dei gatti, addirittura non ci sono).

Notevole l’intento di Paola Tonussi che lo ha scritto di getto per dare una mano in questa crociata.

Mi permetto solo un invito personale: non facciamo differenze tra cani, gatti, rane, maiali e mucche. Se il commercio di carne di cane solleva un vespaio anche tra chi vegetariano non è, cerchiamo di essere coerenti. E’ la posizione dei c.d. onnivori che mi sembra un po’ dubbia quando se la prendono con gli orientali per i loro usi e costumi: le usanze si cambiano. Dappertutto, quando serve.

 

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