Il secolo della chirurgia (Juergen Thorwald)

Il miglior romanzo letto quest’anno.

E’ una edizione Feltrinelli del 1958 ma è scritto in un linguaggio lineare ed accattivante.

Per raccontarci la storia della chirurgia nell’Ottocento, Thordwald usa l’espediente di una prima persona fittizia, il dottor Hartmann, che gira il mondo per saziare la sua curiosità professionale e storica.

Hartman incomincia con un viaggio in India, dove viene a conoscenza della chirurgia “plastica” per la ricostruzione del naso. Vi chiederete: perché andare in India per studiare una tecnica chirurgica, visto che questo non è certo un paese tra i più tecnicamente evoluti?

Ebbene, il motivo è che in India era molto diffusa la pena del taglio del naso. I pazienti dunque non mancavano. Ed è interessantissimo vedere, grazie anche ad alcune tavole dell’epoca, come i “medici” del tempo utilizzassero, per ricostruire il naso, un pezzo di pelle del braccio (stiamo parlando di operazioni che venivano condotte già nel quinto secolo a.C!). Ma, siccome la pelle non poteva essere staccata dal braccio tout court, pena la morte del tessuto, il paziente era costretto a rimanere diversi giorni in una scomodissima posizione col braccio a pochi centimetri dal viso…

Ancora più interessante è la storia della nascita dell’anestesia.

Molti si sono arrogati il primato della sua invenzione. D’altronde, l’utilizzo di gas narcotici era conosciuto da decenni, solo che veniva più usato per scopi ludici (veri e propri spettacoli ambulanti) che medici.

Al di là dei vari nomi dei luminari coinvolti (e dentisti…! Wells, Morton, Simpson…) , mi hanno colpito le relazioni che correvano tra di loro: invidie, gelosie, dispetti, incredulità, disprezzo… l’anestesia sarebbe potuta diventare patrimonio dell’umanità molto prima se i dottori non avessero perso tempo a deridersi tra loro e a considerare il dolore come una parte imprescindibile del processo di guarigione.

Il problema principale è che i medici pensavano che niente potesse essere cambiato e quei pochi che la pensavano in modo diverso e si davano da fare per cambiare le cose, erano ostracizzati, ridicolizzati, disprezzati.

E che dire dell’asepsi? I chirurghi che incitavano i colleghi a lavarsi almeno le mani prima di operare erano oggetto di scherno e, spesso, anche di veri e propri attacchi fisici. Per chi non aveva la mente aperta, era normale operare con la giacca sporca del sangue del paziente precedente, era normale pulirsi gli strumenti sugli abiti, era normale che la gente morisse di parto, o di febbre chirurgia.

Il dottor Hartman assiste a tutti questi lenti progressi e sviluppa una grande fiducia nella chirurgia.

Finché non gli muoiono il figlio di appendicite e la moglie di un tumore allo stomaco. Ma anche queste vicende personali sono l’occasione per indagare su altri aspetti della chirurgia.

A me questo libro è piaciuto tantissimo, non solo per gli aspetti tecnici spiegati in maniera semplicissima, ma anche per come sono descritti i protagonisti, con le loro manie e i loro difetti, dalla timidezza cronica alla boria.

Quello che però ci insegna questo libro è che il progresso ha due enormi ostacoli da superare: l’abitudine e la prosopopea umana. Sono due aspetti ancora più pericolosi dell’ignoranza, perché diffusi proprio tra persone di un certo livello culturale.

Niente da fare: il progresso tecnologico non può prescindere dal progresso umano.

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Anne of Avonlea (Lucy Maud Montgomery) ovvero… Anna dai capelli rossi 2

Anne di Avonlea non è un romanzo tra i più conosciuti in Italia, se non nella versione del cartone giapponese “Anna dai capelli rossi”, eppure l’autrice ha scritto molti romanzi e racconti incentrati su questa eroina. In Canada, paese natio della Montgomery, è un classico, e credo anche negli Stati Uniti.

Edizione 2016 dell’inglese Collins Classics

“Anne of Avonlea” è il secondo romanzo, dopo “Anne of Green Gables”. Anna è ora una sedicenne avviata alla professione di insegnante elementare e vive ancora con Marilla, che l’ha adottata pochi anni prima. C’è però una novità: l’arrivo di due gemelli, Davy e Dora. Dora è una ragazzina tranquilla ed autonoma, più matura dei suoi sei anni.

Davy invece è quello che si potrebbe definire un birbante combinaguai. Nelle intenzioni dell’autrice, Davy dovrebbe essere un monello intelligente e chiacchierone di cui tutti si innamorano, nonostante i guai che combina. Ebbene, le intenzioni della Montgomery, con me, non sono state esaudite.

Davy non lo sopporto.

Rinchiude la sorella, la getta nel fango, fa cadere i dolci, parla con la bocca piena, dice bugie e poi si difende dicendo che non sapeva che non si dovevano dire bugie… tutto viene giustificato da Anna col fatto che i ragazzini hanno vissuto con una madre sempre malata e dunque nessuno si è preso la responsabilità di crescerli nel modo dovuto, ma non posso fare a meno di innervosirmi quando Davy si giustifica con la sua verbosità e quando, dopo aver fatto la solita domanda da bambino, dichiara: “Voglio saperlo!”

Piccoli-nazisti-crescono a parte, le avventure di Anna si allargano anche al paesino di Avonlea: ha fondato, insieme ad altri amici, un’associazione per il miglioramento della cittadina, e si reca di casa in casa a raccogliere fondi per pitturare il municipio o si attiva per convincere un abitante a non imbrattare il suo steccato con tabelloni pubblicitari.

Anna è un’anima candida, con gli occhi che luccicano di commozione quando vede un bel viale alberato e che inventa nomi romantici per laghetti e prati fioriti. Non le sembra neanche vero di partecipare alla storia d’amore di un’amica che molti anni prima si era lasciata con l’uomo della sua vita, tanto più che questo uomo ha un figlio che è sognatore come Anna e che ha tanto bisogno di una madre che gli sia affine.

Le avventure di Anna sono così: niente di roboante, tutto si svolge in stanze piene di vasi fioriti e su prati profumati di erba fresca; la gente è sono buona, e se non è buona, i difetti si riducono al pettegolezzo o alla tirchieria; può succedere che qualcuno compia un gesto riprovevole, ma poi i sensi di colpa sono fortissimi, come quando, ad esempio, Anna è costretta a dare una frustata a un ragazzino particolarmente insolente a scuola (e lei, che ha sempre sostenuto che bisogna bandire le fruste in classe, ne fa una tragedia).

E’ un mondo un po’ fatato, per gli standard odierni, però vi dico che io, abituata a guardare film di zombie e squartamenti, me lo sono letto con piacere. Sarebbe bello se ci fossero persone e luoghi così, in giro.

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Ferro e seta (Mark Salzman)

Mark Salzman, statunitense, adesso è un violoncellista, ma negli anni Ottanta ha trascorso del tempo in Cina, a Changsha, come insegnante di inglese. Questo memoir nasce da quell’esperienza (ne è nato anche un film).

Lui, ventenne, alto, biondo, occhi azzurri, a quei tempi per i cinesi era un’apparizione, perché non erano molto abituati alla presenza degli stranieri. Gli capitava spesso di venir circondato da decine e decine di persone che, quando scoprivano che parlava cinese, cominciavano a chiedergli quanto si guadagnava negli Stati Uniti e come mai non era ancora sposato.

Ci sono molti episodi divertenti: quando ad esempio, il suo maestro di Wushu gli insegna come deve insegnargli l’inglese, o quando una delle sue allieve, invece di rispondere a una domanda, nasconde la testa tra le braccia per eccessiva timidezza. Ma non mancano le occasioni in cui Salzman si innervosisce: una volta, ad esempio, voleva farsi arrivare da Hong Kong una crema per i piedi che non si trovava a Changsha, ma il pacco era stato bloccato all’ufficio postale, dove chiedevano una tassa che andava molto al di là del valore del prodotto.

Quale era la vera ragione di questo ostruzionismo? Era una questione di orgoglio nazionale, perché importare creme dall’estero significava che certi prodotti non si trovavano in Cina, e questo non era lusinghiero.

E che dire dell’episodio del ratto?

L’uccisione di un ratto comportava una ricompensa, ma quando Salzman si presentò nell’ufficio adibito allo scopo, gli rifiutarono i soldi. La ragione era sempre la stessa: non si poteva ammettere davanti a uno straniero che in Cina ci fossero ratti.

Non tutti i cinesi erano cordiali, dunque. Ma la maggioranza sì, e questa maggioranza è così cordiale da lasciar spesso Salzman con la bocca aperta: come quando un’insegnante sua collega lo aspettò una sera in giardino, perché lui era andato a fare una gita nei dintorni e lei non voleva che, tornato all’ostello, non ci fosse nessuno ad attenderlo.

Al di là delle avventure e disavventure di un americano in Cina, quello che mi ha colpito è la serietà con cui l’autore si è dedicato alle arti marziali (principalmente Wushu e Taiji), alzandosi prestissimo al mattino o dedicandogli anche dodici ore al giorno quando non aveva lezione.

E’ stata una lettura godibilissima e interessante.

Sono stata due anni fa a Wuhan e Pechino. L’atteggiamento dei cinesi nei nostri confronti era, come con Salzman, o apertamente ostile o estremamente cordiale. Non c’erano vie di mezzo.

Una cosa mi è rimasta impressa: siamo andati a visitare lo stadio costruito in occasione delle olimpiadi di Pechino. C’erano dei cartelli sparsi lungo i viali, scritti in cinese e in inglese.

Peccato che la traduzione in inglese fosse stata cancellata con dei segni di pennarello, riga per riga.

Inoltre, alloggiavamo in un buon albergo là accanto, e nessun impiegato parlava inglese.

Non sono bei segnali.

A me la Cina piace (mi piace l’Oriente in generale), ma pochi degli sviluppi moderni incontrano i miei gusti.

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La famiglia Winshaw (Jonathan Coe)

Romanzo particolare per la numerosa quantità di registri adottati: la storia viene raccontata con tanti stratagemmi diversi, dagli articoli di giornale, ai diari, alle lettere, alle trasmissioni TV, ai ritagli tratti da polverosi schedari… anche se la maggior parte del libro è scritta in uno stile discorsivo prendendo in considerazione il punto di vista dei vari personaggi durante un periodo di tempo di qualche decennio.

E chi sono questi personaggi?

Quello che ha più voce in capitolo è Michael Owen uno scrittore (quasi) famoso che viene incaricato di scrivere la storia della famiglia Winshaw, una delle famiglie più ricche ed odiate dell’Inghilterra.

Fanno parte di questa famiglia banchieri, politici, giornalisti, allevatori senza scrupoli, tutti accomunati dalla mancanza di empatia per le persone meno fortunate e da un’avidità senza pari. Ne fa però anche parte Tabitha Winshaw, rinchiusa in un centro di igiene mentale di lusso che, appena ne ha l’occasione, cerca di vendicarsi sul fratello Lawrence, colpevole, secondo lei, di aver ucciso l’amato fratello Godfrey che era in volo sopra la Germania durante la seconda guerra mondiale.

Parallelamente alla storia della famiglia, seguiamo le vicende tragicomiche di Michael Owen che è reduce da un brutto litigio con la madre e che si rifà una vita grazie ad una vicina di casa gentile e carina.

E’ un romanzo complesso e pieno di personaggi analizzati in un lungo periodo temporale: magari non a tutti può piacere un racconto così postmodernista, ma non si può fare a meno di ammirare la capacità letteraria di Coe.

Attraverso la famiglia Winshaw, Coe getta uno sguardo sul decadimento culturale, politico ed economico degli ultimi quarant’anni nel suo paese (ma il discorso può applicarsi a tutti i paesi occidentali): i personaggi si muovono nell’ambiente artistico, giornalistico, sanitario… e in ogni ambito vediamo come il mondo è cambiato a causa di pochi ma potenti personaggi, tutti legati tra loro.

Sì, un po’ deprimente, forse, ma in Inghilterra come qui in Italia le cose sono andate e stanno andando così, inutile nascondere la testa sotto la sabbia.

E’ una deriva per cui Coe non offre alcuna soluzione.

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Se mi vuoi bene (Fausto Brizzi)

Il protagonista è Diego Anastasi, un avvocato quarantenne che, caduto in depressione, va da uno psicologo e nel suo studio rivive tutta la sua vita.

Sembra però che le chiacchierate col dottore non sortiscano alcun effetto finché Diego fa qualcosa che non ha mai fatto prima: inizia sistematicamente ad aiutare gli altri: la sorella che non trova un uomo, il figlio che non si interessa alle donne, la figlia lesbica che vuole andare a Berlino, il padre con cui non ha mai avuto un bel rapporto, l’ex moglie che è ancora arrabbiata…

Inutile dire che questa ondata di buonismo provoca tutta una serie di rovesci nella vita sua e degli altri.

Una lettura leggera, divertente ma

MA

Questo è il terzo libro che leggo di Brizzi, dopo “Ho sposato una vegana” e “100 giorni di felicità”. E sapete una cosa? Mi è sembrato di leggere sempre lo stesso identico libro con lo stesso protagonista che infarcisce la prosa di battute e metafore simpaticone, divagazioni temporali e generalizzazioni piuttosto banali (es. “Esistono tre tipi di serate…”, oppure “gli amici sono quelli che…”).

E’ la stessa identica voce in tutti e tre i libri, anche se in realtà si tratta di tre personaggi diversi.

Senza contare che anche qui, come negli altri due libri, si incontrano dei temi ricorrenti: il negozio di chiacchiere, l’interrail, gli accenni al salutismo e alla necessità di negare sempre le gaffes sentimentali…

Brizzi non è uno scrittore: è un regista/cabarettista che si è dato alla scrittura.

Sinceramente dall’Einaudi mi aspetterei qualcosa di più.

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Ikigai (Frances Miralles, Hector Garcia)

L’Ikigai è un concetto giapponese che si può tradurre come “senso della vita”, insomma, quella cosa che ti fa alzare al mattino e ti dà l’energia per agire. Molti artisti hanno un Ikigai, anche se non ne sono consapevoli, ma si può trovare il proprio Ikigai anche nel lavoro o nella famiglia o in una missione che ci si è scelti liberamente (la tutela dell’ambiente, aiutare i poveri, il volontariato…).

In realtà questo libro non parla solo di Ikigai. Il sottotitolo recita: “Diventare centenari felici e in salute”.

Vi troviamo dunque molti consigli in merito all’alimentazione, al sonno e al movimento, ma anche alle relazioni sociali.

Gli autori sono molto legati al Giappone e vi hanno svolto diverse ricerche, soprattutto nell’isola di Okinawa, dove c’è uno dei più alti tassi di centenari in proporzione alla popolazione.

In Giappone si pone molta attenzione alla salute e i controlli medici regolari sono un’abitudine consolidata. Considerato inoltre l’alto livello di stress a cui sono sottoposti i lavoratori del Sol Levante, è gioco forza concentrarsi anche sulle modalità per abbassare questi livelli. Niente di difficile, sentite qua:

  • Farsi un lungo bagno caldo con i sali, ascoltando musica.
  • Tenere pulito e in ordine l’ambiente in cui si vive e lavora.
  • Fare sport e respirare bene.
  • Alimentazione adeguata (e mai eccessiva, sarebbe bene alzarsi da tavola con un leggero senso di fame).
  • Massaggi alla testa.
  • Meditazione.

Non ho trovato niente di nuovo in questi suggerimenti, anzi, gran parte del libro riporta concetti già letti altrove. A me interessava l’Ikigai, quell’attività che ti permette di raggiungere uno stato di Flow e che ti fa perdere il senso del tempo che passa.

Per raggiungere questo stato, è necessario concentrarsi su ciò che si sta facendo. Bando, dunque, al multitasking: è dannoso, e in realtà tu non stai compiendo diversi compiti nello stesso tempo, ne compi sempre e comunque uno alla volta, interrompendo ogni volta la concentrazione per saltare da uno all’altro.

Il multitasking impedisce di entrare nel flow e affatica il cervello, sul lavoro e a casa!

Sono state fatte diverse ricerche in questo senso, e risulta che chi fa più attività alla volta, in confronto a chi ne fa una sola, è più lento e più stressato. Sembra che il multitasking abbassi la produttività di circa il 60% e il nostro quoziente intellettivo di circa il 10%.

Ho trovato questo libro in tedesco, ma l’edizione originale è in spagnolo.

Sebbene sia stato per me un buon esercizio sulla lingua, se siete interessati all’Ikigai dovreste cercare un altro testo, perché questo esce spesso dal seminato e si concentra più sulla longevità che sul senso della vita. E’ comunque un libro di semplice lettura che utilizza un linguaggio elementare, adatto a tutti, anche ai più giovani.

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Mille gru (Kawabata Yasunari)

Tutto parte da una cerimonia del té alla quale partecipa il giovane Kikuji. La maestra della cerimonia, Chikako, ha infatti invitato una ragazza con cui lei vorrebbe che Kikuji si sposasse. Ma alla cerimonia prendono parte anche la signora Ota con la figlia.

Bisogna sapere che la signora Ota è stata l’amante del padre di Kikuji fino alla morte di lui. Ma anche Chikako è stata amante dell’uomo, per un breve periodo.

Ebbene, dopo questa cerimonia, Kikuji ha un’avventura con la matura signora Ota.

E’ una storia basata sulla solitudine e sulla sensualità: nonostante il rapporto tra Kikuji e la signora Ota abbia in sé qualcosa di scabroso, il tutto è descritto in termini molto puliti e gli stessi protagonisti faticano a parlarne in termini espliciti.

Però il fattaccio si è concluso e la signora Ota, forse a causa della vergogna, si suicida.

Kikuji entra così in contatto con sua figlia e comincia a provare per lei la stessa attrazione che ha provato per la madre.

In questo rapporto si inserisce Chikako che diventa sempre più fastidiosa, probabilmente perché alla ricerca di un modo per vendicarsi che il padre di Kikuji abbia preferito la signora Ota a lei.

E’ un classico esempio di letteratura giapponese, molto etereo e con frequenti descrizioni della bellezza del paesaggio o delle tazze per la cerimonia del té.

Breve, pulito, giapponese.

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La donna che scriveva racconti (Lucia Berlin)

Si dovrebbero leggere più racconti, in Italia. Sono comodi: li leggi in brevi sedute, non serve aver a disposizione ore libere per la lettura, puoi approcciarli anche mentre sei nella sala d’aspetto del dottore.

Questi di Lucia Berlin sono molto autobiografici, lo si capisce dal continuo ritornare di certi temi e soggetti: l’alcolismo, il nonno dentista, la sorella malata di tumore, le lavanderie a gettone, il lavoro nelle cliniche o come donna delle pulizie, la scuola St. Joseph, i carcerati che partecipano al corso di scrittura creativa…

Interessante anche la geografia che ne vien fuori e che rispecchia i numerosi spostamenti della scrittrice: Alaska, Messico, Cile, Texas…

I personaggi sono per lo più gente semplice, niente ricchi in queste pagine: gente che deve accontentarsi di lavori umili, o spesso ai limiti della sopravvivenza: come la diciassettenne immigrata dal Messico che non parla inglese, il cui fidanzatino finisce in galera subito dopo il suo arrivo. Lei partorisce ma deve vivere con dei lontani parenti che la sfruttano. Non finirà bene.

I racconti hanno una fine aperta, non vogliono tirare le somme né lasciarci una morale, ma solo darci uno spaccato di vita di persone che potremmo essere noi, se…

Ora che l’ho finito, mi è rimasta la curiosità di leggere una biografia sulla Berlin: non ha avuto una vita facile.

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Quindici minuti

Arrivo alla fermata dell’autobus con un quarto d’ora d’anticipo. In quindici minuti possono succedere molte cose, anche se sono due anni che prendo l’ottantasette per tornare a casa dall’ufficio, e ormai conosco tutti di vista.

H. C. Bresson

Oggi però arriva qualcuno di nuovo: è una donna anziana, un po’ curva in avanti, che cammina guardandosi attorno. Indossa un prendisole verde di cotone grezzo che le lascia scoperte le braccia flaccide e grinzose. Quello che colpisce, sono le mollettine che porta sulle tempie, due cuoricini arancio fluorescente che, sui suoi capelli lisci e grigi, fanno l’effetto di due lampadine di Natale dimenticate.

Mi ricorda mia nonna: neanche lei badava al suo aspetto, le bastava che la frangia non le cadesse sugli occhi e che gli abiti le coprissero il corpo pesante. Era una donna d’azione, aveva sempre qualcosa per le mani e spesso quel qualcosa riguardava me: una calza da rammendare, un sacchetto di patatine, un cerotto. Quando la vedevo arrivare in bici, ogni mercoledì pomeriggio, le correvo incontro chiedendole se mi aveva portato qualcosa.

Erano sempre sciocchezze, magari solo un giornaletto o una barretta di cioccolata, ma mi accorgo che anche ora, a 40 anni, io dalle persone mi aspetto sempre qualcosa, come se mia nonna avesse incarnato il prototipo di essere umano che avrei voluto continuare a incontrare nella vita: una speranza spesso delusa.

Questa vecchia, ad esempio, non ha portato niente per me. Sotto il braccio tiene un sacchetto di plastica giallo, di quelli che il comune distribuisce per il secco: dentro intuisco ci sia qualcosa di morbido, forse vestiti, ma lei lo tiene stretto, proteggendolo con una mano.

Mi si avvicina.

“Quando arriva l’autobus?” mi chiede.

“Fra dieci minuti, più o meno.”

“Dove va?”

“A Oderzo. Ma lei dove deve andare?”

Lei mi guarda sospettosa e si stringe il sacchetto al petto.

“A Oderzo”, dice, ma si vede che non è convinta.

Si sentono delle urla che si avvicinano: “Paola! Paoletta!”

Sono due infermieri che corrono verso di noi. Devono essere della casa di cura Rizzola, qui accanto. La vecchia li vede e va a rincantucciarsi nell’angolo della pensilina, nascondendosi la testa sotto il sacchetto.

Gli infermieri la raggiungono col fiatone.

“Che ci fai qui?” chiede uno.

“Devo andare a Oderzo”, fa lei, senza togliere la testa da sotto il sacchetto.

“A far che?” chiede l’altro prendendole il braccio. “Dai, torna con noi, che tra un po’ incomincia il torneo di Scala Quaranta”.

Lei si gira di scatto: “Scala Quaranta? Avevate detto che dovevo farmi il bagno!”

I due infermieri si guardano, poi il primo le dice: “Prima il torneo, e dopo si vedrà”.

Il corpo della vecchia si rilassa, è come se un temporale estivo si fosse fermato di botto. “Ah, non posso saltare il torneo”, dice. “Stavolta metto la Alfonsa al tappeto!”

Consegna il sacchetto a uno degli infermieri e si avvia con loro verso il cancello della casa di cura.

“A Oderzo ci vado domani”, la sento dire da lontano.

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Culla come nuova

Quando andava al supermercato, Lucia amava leggere gli annunci della bacheca. Le piaceva immaginare le persone che vivevano dietro quei foglietti. A volte, mentre fantasticava sull’offerta di un appartamento in centro con ampia cucina, arrivava qualcuno ad attaccare un annuncio nuovo. Lucia si tirava indietro, fingeva di controllare i soldi nel portafoglio o la lista della spesa e poi, quando l’altro se ne andava, lo osservava: come era vestito, come camminava, come si guardava intorno. Infine, leggeva l’annuncio e cercava di capire le ragioni della vendita.


Il tipo cercava un insegnante per dare ripetizioni di inglese? Se era sciatto e con le scarpe impolverate, allora suo figlio era un fannullone che non aveva voglia di studiare; se invece indossava capi di buona fattura ed aveva un’andatura calma e riflessiva, allora doveva mandare la figlia in un centro estivo a Londra, uno di quelli dove i ragazzini portano le giacche con lo stemma della scuola e gli insegnanti gironzolano per il campus coi libri sottobraccio.


Per Lucia era un po’ come entrare nelle case altrui e osservare la gente senza essere vista, la aiutava a prendere spunti – cambiare le tende, andare in vacanza a bibione… – e a consolarsi quando gli altri stavano peggio di lei – Vendesi Audi A4 appena acquistata perché necessito urgentemente liquidità.
Gli annunci erano come pezzi di pelle dai quali si potevano dedurre fatti sulle persone: se lavavano i piatti senza guanti, se soffrivano di ritenzione idrica, quale era la loro razza, l’età, le ferite…

Un sabato pomeriggio, mentre si avvicinava all’entrata del supermercato spingendo il carrello, si accorse che davanti alla bacheca c’era una donna: tailleur perlato, due diamanti alle orecchie, una Louis Vuitton al braccio.
“Ecco che vende il collier che le ha regalato l’amante per non farsi scoprire dal marito”, pensò Lucia. “Anzi, no: con quella gonna corta, non mi meraviglierei che cercasse qualcuno con cui uscire. Una di quelle ricche annoiate che cercano brividi proibiti”.
Ma la donna non si spostava. Teneva in mano il foglietto giallo e non si decideva ad attaccarlo.


Lucia iniziò a cincischiare nel portafoglio, finse di cercare qualcosa nelle tasche, sistemò le ruote del carrello.
Niente, la donna non si muoveva. A Lucia non restò altro che andare a fare la spesa: avrebbe letto l’annuncio all’uscita.
Finiti gli acquisti, dalla cassa notò con piacere che la donna se n’era andata e che l’annuncio giallo troneggiava tra gli altri. Si affrettò a pagare e si diresse subito verso la bacheca.


C’era la foto di una culla, sul foglietto color canarino, con tanto di lenzuola coi coniglietti e il velo antizanzare.
Regalo culla come nuova, mai usata, neonato nato morto.

Lucia uscì dal supermercato a testa bassa. Quella fu l’ultima volta in cui si fermò a leggere gli annunci alla bacheca.

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