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L’altalena del respiro (Herta Mueller)

Schade, questo è un libro che col mio livello di tedesco non posso ancora godermi, perciò lo sospendo a pag. 178 (su 300).

Però posso dirvi di cosa tratta fino a pag. 178😁

E’ basato sulla versa storia di Oskar Pastior, un internato rumeno in un campo di prigionia russo verso la fine della seconda guerra mondiale.

Il protagonista ha iniziato a lavorare su questo libro insieme alla scrittrice ma è morto prima che fosse finito, così la Mueller ha deciso di arrivare fino alla fine da sola, sulla base delle lunghe conversazioni che i due avevano intrattenuto.

Oskar Pastior era un tedesco che viveva in Romania e quando i russi hanno dichiarato guerra alla Germania, si è automaticamente trasformato in un nemico. Ma quando sono andati a prenderlo alle tre di notte, lui si sentiva quasi leggero: non gli dispiaceva lasciare l’ambiente familiare, al quale doveva tener nascoste le sue avventure omosessuali clandestine.

Si pentirà della leggerezza con cui se ne è andato da casa.

E’ un romanzo/storia basato sugli oggetti: in un ambiente totalmente disumanizzato, gli oggetti assurgono a esseri viventi.

Pettini di lamiera per spidocchiarsi, cemento che vola ovunque, scarpe di legno e stracci al posto delle calze, un fazzoletto da naso di batista, le pale per il carbone, il carbone come merce di scambio, un cucù sfasato…

Ogni oggetto diventa la scusa per raccontare l’esperienza del campo.

Ci ho messo un po’ a capire cosa era una Pufoaika: non riuscivo a trovare il termine nel dizionario. La ragione è che, semplicemente, è un termine inventato (uno dei tanti). Si tratta di un giubbotto imbottito di ovatta, che ripara bene dal vento gelido ma che, in caso di pioggia, ti lascia fradicio per settimane.

Sopra tutti e tutto vola l’angelo della Fame, che tutto vede e tutto sa.

Solo Kati la pazza sembra sfuggirgli: mangia tutto quello che le capita a tiro, anche lo sterco, e per quanto sembri esser scesa nella scala dell’umanità, lei riesce a sopravvivere, a differenza di molti altri.

Decisamente da leggere in italiano.

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Ravelstein (Saul Bellow)

La prossima volta che compro un libro su Amazon, ricordatemi di non andare al risparmio, o almeno di farlo controllando la lingua. Questo l’ho preso in spagnolo, e siccome io non butto mai via i libri, me lo sono letto in lingua straniera, il che non è il massimo per un romanzo con così pochi eventi.

Ravelstein è un professore ebreo di filosofia politica. Omosessuale, ammiratissimo dai suoi studenti, vecchi e nuovi, è al centro di una rete di contatti da far invidia ai più quotati PR presidenziali. Tutti si rivolgono a lui, e la sua linea telefonica è quasi sempre occupata perché riceve chiamate da tutto il mondo. Il suo giudizio è sempre tenuto in gran conto.

Ha vissuto al di sopra dei propri mezzi per gran parte dei suoi anni: amante dei lussi e della bella vita, riesce a concedersi entrambi solo dopo la pubblicazione di un saggio particolarmente apprezzato dal mercato.

A raccontarne la storia dopo la morte è Chick, suo grande amico di antica data.

Chick, di Ravelstein, ammira l’erudizione e la capacità di aver sempre un punto di vista originale su ogni argomento: non c’è da meravigliarsi che venga consigliato anche da ex alunni che sono diventati personaggi influenti nella politica nazionale ed internazionale.

Ma accanto a Ravelstein e Chick girano altri personaggi interessanti: ex mogli, ex filo-nazisti, espatriati… E le conversazioni che si sentono nell’appartamento di Ravelstein non sono mai banali.

Come dicevo all’inizio, non ci sono molti avvenimenti nella vita di questo dotto professore. Tutto è incentrato sull’amicizia: Chick, quando si deciderà a scrivere la biografia di Ravelstein, non si occuperà delle sue teorie filosofiche, ma dell’uomo con cui si intratteneva così piacevolmente, tanto che anche dopo la sua morte continua a discutere di lui, come se fosse ancora vivo.

Avendolo letto in spagnolo, è probabile che mi sia persa alcune delle finezze retoriche in cui incorrevano i loro discorsi, ma anche così credo di essere giunta al nocciolo del messaggio: per diventare amici, un elemento essenziale è la conversazione, il dialogo, lo scambio pacifico di opinioni.

Elementi che continuano ad essere di scarsa qualità oggigiorno.

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Borgo Sud (Donatella di Pietrantonio)

Questo romanzo è la continuazione de “L’arminuta”. Le protagoniste sono sempre l’arminuta, che adesso insegna letteratura italiana in Francia, e la sorella Adriana, che è rimasta al paese.

La storia inizia quando l’arminuta riceve una telefonata che la costringe a mollare tutto, a salire su un treno e a tornare a casa di corsa. Non sappiamo cosa sia successo fin quasi alla fine del libro, ma pian pianino, durante la sua insonne nottata in albergo, ricostruiamo gli anni di presenza ed assenza delle due sorelle.

La narratrice si è sposata con Piero, odontoiatra; Adriana ha avuto un figlio da Rafael, un figlio di cui non aveva detto niente alla sorella. I loro rapporti con i genitori sono molto altalenanti, soprattutto per Adriana, che ha vissuto le esperienze più estreme in famiglia.

Il racconto si snoda su più piani temporali: uno presente e diversi passati.

Adriana non mi piaceva nel primo romanzo e non mi piace neanche adesso. Secca, antipatica, taciturna quando dovrebbe parlare, troppo aperta quando dovrebbe riflettere sulle parole che usa, opportunista.

L’arminuta invece è troppo passiva, ingenua, accondiscendente.

Ma solo i libri ben scritti ti fanno provare simpatie ed antipatie per i protagonisti, e questo è molto ben scritto.

Sebbene fin dall’inizio si capisca che è successo qualcosa di brutto e che il dramma è sempre in agguato; sebbene sia poco verosimile che una sorella si presenti a notte fonda a casa dell’altra con un figlio che la zia non ha mai visto, e che sia ancora più inverosimile che non si parli subito della causa di questa apparizione improvvisa… è un libro che ti costringe ad andare avanti con la lettura.

I personaggi spingono al limite l’analfabetismo emotivo: a tratti è davvero eccessivo, ma per raccogliere certi messaggi, l’arte deve essere spesso estrema.

E poi lo vediamo nella vita di tutti i giorni: il 99,99% delle incomprensioni è dovuto a incapacità o a poca volontà di esprimersi.

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Troppi paradisi (Walter Siti)

Ho iniziato a leggerlo perché suggerito da Emanuele Trevi in vista del corso di scrittura creativa Pordenone Scrive 2022.

Il romanzo è scritto in prima persona, ma subito, dalle prime pagine, l’autore/protagonista ci mette in guardia: i personaggi famosi che vengono nominati, non hanno fatto quello che viene descritto, le loro azioni possono essere state compiute da altri, o da nessuno, o da loro ma in circostante diverse, o con scopi diversi.

Ci viene così il dubbio che la voce narrante, Walter Siti, non sia l’autore Walter Siti. E la parola “autofiction” entra prepotentemente in scena (infatti è il tema che tratterà Trevi al corso)…

Il protagonista, Walter Siti, è un professore universitario di sessant’anni. Il suo compagno, Sergio, lavora come autore in TV, ma, a causa di una serie di instabili equilibri e, soprattutto, di un sistema lavorativo che si affida al pettegolezzo per attribuire ruoli e stipendi, cade in disgrazia e perde il posto.

Va in depressione e inizia a tradire Walter con altri uomini, spesso senza nascondere nulla al compagno. Quando la fortuna gli sorride di nuovo, il rapporto tra i due è ormai compromesso.

Walter inizia allora a cercare altri uomini su riviste, locali gay e siti porno, prediligendo i culturisti. Dopo una sfilza di storie di breve durata, incontra Marcello, borgataro, grezzo, drogato, fragile, è quanto più lontano ci sia dall’ambiente e dalla vita di Siti, eppure per lui assume il ruolo di Dio.

Si tratta di una vera passione-ossessione.

La trama è infarcita di riflessioni sul mondo consumistico, sul ruolo della televisione e delle immagini, sull’ingerenza della politica sui mass media, sul sesso, sull’amore, sulla mediocrità del protagonista.

Mi è piaciuto?

Ho dovuto riconosce l’altissimo livello stilistico della scrittura e la profondità con cui vengono trattati alcuni temi (televisione, amore omosessuale ecc…).

Tuttavia, l’ambiente che ritrae è troppo lontano dalla mia piccola esperienza di vita. E’ molto esplicito quando parla di rapporti omosessuali e degli ambienti gay, ci gira attorno sviscerando ogni dettaglio, gira e gira senza far avanzare la trama per molte pagine.

Ogni minima possibilità di immedesimazione, dunque, per me è scartata.

E’ sicuramente un libro che Siti ha scritto sulla sua esperienza (omosessuale, attratto dai culturisti, professore universitario studioso di Pasolini…), quasi una riflessione intima, ma forse è stato più pensato per se stesso che per un ampio pubblico (di sicuro non è un libro per tutti).

A mio gusto personale, poi, non mi piacciono i personaggi che parlano troppo dialetto (e Marcello parla sempre in romanaccio), né quelle trame in cui si fa troppo uso di droghe (son fatta così, per motivi miei, mi danno fastidio film e libri che parlano di dipendenze da sostanze).

Da pagina duecento in poi, dunque, ho cominciato a saltare diversi passaggi, con enormi sensi di colpa, ma anche consapevole che se un libro mi provoca rigetto, è inutile continuare a leggerlo perché non ne assimilo alcun insegnamento.

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L’illusione di Dio (Richard Dawkins)

Richard Dawkins è un biologo evolutivo. L’evoluzione della specie per lui, dunque, è pane quotidiano, ma la sua scelta di campo (ateismo contro religione) non è solo una questione accademica.

Come ci fa notare in una serie di interessanti esempi, alla religione vengono riconosciuti diritti che ad altri settori della comunità non vengono riconosciuti. L’obiezione di coscienza, ad esempio: in alcuni paesi si può evitare il servizio militare per motivi religiosi, ma non esiste l’obiezione di coscienza se si è semplicemente contrari alla guerra, non importa quanto logico sia il nostro motivo.

Un altro esempio, molto più vicino al caso italiano, sono le varie cause di esenzione fiscale di cui godono le Chiese, nonché il flusso di denaro che, dalle nostre tasse, tramite meccanismi volontari, giungono a enti religiosi (che non sono di solito tenuti a render conto a nessuno, cosa che se succedesse in una società per azioni privata porterebbe a diversi arresti).

Un esempio che mi riguarda: quando ho iscritto il bambino alla mensa scolastica, potevo richiedere l’alimentazione vegetariana per motivi religiosi, ma non per motivi salutistici (nonostante sia ampiamente dimostrato che meno carne si mangia e meglio è).

Gli esempi di Dawkins sono tratti principalmente dal contesto statunitense e anglosassone. Certe mostruosità, dunque, ancora non ci riguardano (per il momento).

Dawkins ci racconta ad esempio il caso dei genitori mormoni che hanno ritirato il figlio dalle scuole dell’obbligo per motivi religiosi e il sistema legale ha riconosciuto il loro diritto di farlo (cosa che non sarebbe successa se avessero opposto altre ragioni).

Sempre negli Stati Uniti: è possibile ricorrere ad allucinogeni per “incontrare” dio e per avere esperienze “mistiche”, ma in certi paesi non ammettono neanche l’uso della marjuana per motivi sanitari. In alcuni stati americani non è ammesso l’aborto, neanche se la ragazza è stata messa incinta in seguito ad uno stupro.

Secondo Dawkins, Dio è una vera e propria illusione.

I creazionisti affermano che il mondo così com’è può essere stato creato solo per intervento divino o per caso. Il caso viene escluso perché gli esseri viventi sono così complessi che le probabilità che si arrivasse, ad esempio, a un corpo umano o a una foglia di platano erano davvero infinitesimali.

In realtà, saltano a piè pari il complicato processo dell’evoluzione: non si tratta, per il caso, di creare un corpo umano dal nulla. Se fosse così, allora l’evento corpo-umano sarebbe praticamente impossibile. Ma l’evoluzione è un insieme di eventi poco probabili che si sono verificati in serie, nell’arco di migliaia di anni. Ognuno di questi step era poco probabile, ma non impossibile.

L’accumulo di questi eventi poco probabili ha portato al risultato che è davanti ai nostri occhi oggi.

E’ molto interessante anche la parte in cui Dawkins spiega perché la religione è nata e perché il cervello umano propende per credere in un qualche creatore.

Uno dei motivi, ma non il solo, è che un cervello che ragiona in senso teleologico ha un vantaggio biologico.

Mi spiego: se vediamo una tigre, non è biologicamente conveniente analizzarla in termini chimici o storici; è molto più conveniente considerarla dal punto di vista teleologico, e presumere che la tigre abbia un fine, che è quello di mangiarci. Da qui a pensare che tutto l’esistente abbia un fine, il passo è non breve ma abbastanza consequenziale.

Un’altra parte interessante del libro è quella in cui l’autore spiega che il senso morale può sussistere benissimo senza le religioni (anzi, il senso del bene spesso persiste nonostante le religioni). Sono state fatte molte ricerche scientifiche in questo senso, e tutte concordano che, più o meno, il 97% dei soggetti, indipendentemente dal credo religioso, danno le stesse risposte moralmente connotate.

La morale e lo Zeitgeist nel tempo evolvono nonostante la religione, e non grazie ad essa.

Non solo: un’altra ricerca del 2005 “mette a confronto 17 nazioni sviluppate e giunge alla devastante conclusione che ai più alti livelli di religiosità corrispondono i più alti livelli di omicidi, mortalità infantile e giovanile, malattie veneree, gravidanze e aborti di adolescenti”.

Quindi non solo la religione è superflua: è dannosa.

Senza contare la sfilza di assurdità che sono scritte in alcuni dei testi delle religioni principali. Pensiamoci…

Prendiamo il Dio degli ebrei: è un dio genocida. Ammazza tutti, inclusi donne e bambini e pure gli animali, se il suo popolo decide di “adorare” un altro dio. E i casi in cui le donne sono considerate meno delle bestie non si contano.

Oppure, in campo cristiano: perché un Dio deve far ammazzare il proprio figlio per salvare il mondo? Che legame c’è tra sacrificio e salvazione? Io questo non l’ho mai capito.

Così come non ho mai capito il discorso della trinità: uno e trino. Nessun sacerdote è mai stato in grado di spiegarmelo in modo da rendermelo accettabile.

Ogni mia domanda veniva tacitata con la frase finale: è una questione di fede (= credi ad occhi chiusi perché te lo diciamo noi o te lo dice il Libro). E non c’è niente di peggio che insegnare ai bambini che la Fede è una virtù: gli si insegna ad accettare quello che gli viene detto solo perché lo dicono certe figure designate.

Mi si dice: devi leggere la Bibbia (o il corano o il vangelo ecc…) considerando il contesto storico in cui è stata scritta. Ma questo discorso va bene solo per alcuni passaggi, e non per altri. Dov’è il criterio oggettivo per capire quali passaggi sono da intendere in senso letterale e quali no? Non c’è.

Questo saggio è molto godibile. Meriterebbe di essere letto solo per ridere (amaramente) dei casi di estremismo religioso che si verificano negli Stati Uniti al giorno d’oggi.

In realtà, se avevo qualche dubbio sull’esistenza di un’intelligenza superiore, ora se ne è andato. E non sono triste o depressa. Non medito il suicidio e non ucciderò la mia vicina di casa per impossessarmi dei suoi pansé.

Ho frequentato la parrocchia fino ai 18-20 anni, ho fatto parte di tutti i consigli ed organi cattolici che c’erano al mio paese. Ero fuori casa tre o quattro sere alla settimana per partecipare a qualche iniziativa organizzata dal sacerdote. La comunità si reggeva attorno alla chiesa parrocchiale. Era un ambiente tranquillo, attivo, con persone piene di buone intenzioni, ma – me ne rendo conto adesso – era sempre latente la convinzione che chi non frequentava la chiesa e la parrocchia non fosse, in fondo, una brava persona.

E, soprattutto, certe idee assurde non si potevano mettere in discussione (peccato originale, verginità della Madonna, vita eterna, eutanasia, coppia eterosessuale, cellule staminali!!!).

“Non possiamo spiegarti perché è così, ma devi crederci”.

Basta. Mi avete preso in giro fin troppo a lungo.

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La canzone di Achille (Madeline Miller) @Feltrinellied

Tutti conoscono l’Iliade…

Oppure no?

Beh, lo ammetto: non ho frequentato il liceo, ma un istituto tecnico, e l’Iliade l’abbiamo nominata solo di striscio. A vent’anni me la sono letta per conto mio, ma non sono abituata a leggere i poemi e mi mancava una buona base culturale, così me ne è rimasto ben poco.

Dunque ringrazio Madeline Miller per aver messo questa storia alla mia portata.

In realtà, il romanzo si incentra sulla storia d’amore tra Achille e Patroclo, raccontata dal punto di vista di quest’ultimo; la presa di Troia c’è, ovviamente, ma rimane sullo sfondo dei sentimenti dei due amanti.

Per entrare meglio nel mood del poema, mentre leggevo il romanzo, mi son guardata Troy, con Eric Bana, Brad Pitt e Orlando Bloom, e mi son resa conto di quante licenze cinematografiche si è preso lo sceneggiatore (David Benioff, l’autore del bel romanzo “La città dei ladri”).

Nel film, Patroclo è solo un personaggio secondario, cugino di Achille, e voglioso di combattere. Briseide è una cugina di Ettore e si innamora di Achille, che muore per salvarla. Teti, la madre di Achille, è una gentile signora anziana che raccoglie alghe in riva al mare. La guerra di Troia sembra durare pochi giorni ed Achille passa le notti con due donne nel letto.

Nel libro, invece, Patroclo è un principe esiliato inetto sul campo di battaglia e che si dedica a curare i soldati feriti; Briseide è una contadina che si innamora di Patroclo e Teti è una dea minore incazzosa che non vuole che Patroclo gironzoli attorno al figlio Ettore, perché potrebbe compromettere il suo destino di gloria. La guerra di Troia dura dieci anni e Patroclo e Achille sono amanti.

Questo romanzo, in 382 pagine, riesce a scendere in profondo nelle psicologie dei personaggi.

Se all’inizio il rapporto di Patroclo ed Ulisse è passionale e idealizzato, verso la fine Patroclo si accorge di quanto il suo amante sia spinto dall’orgoglio e dalla sete di gloria e immortalità. L’autrice però è brava a rendere l’amore di Patroclo, che, pur rendendosi conto dei difetti di Achille, non ci si sofferma, perché lo ama al di sopra di ogni cosa.

Cioè: ci ha messo davanti al vero amore, non alla semplice infatuazione, dove si è ciechi e sordi alle caratteristiche negative dell’altro. Non era facile rendere questa contraddizione (complimenti alla Miller), forse perché nella vita reale siamo a corto di esempi in carne ed ossa…

Achille sapeva che se fosse morto Ettore, poi sarebbe morto lui: così diceva la profezia.

All’inizio, quando la storia con Patroclo è ancora rose e fiori, Achille non ci pensa proprio ad uccidere Ettore. “Cosa mi ha fatto?” chiede. Poi però si rende conto se se Ettore (e dunque lui) non muore, non otterrà mai la gloria dei posteri e morirà ignoto come l’ultimo dei contadini.

Se non si può raggiungere l’immortalità col corpo, si desidera raggiungere l’immortalità attraverso la gloria. E’ una contraddizione talmente umana: morire per diventare immortali…

E così, il romanzo si allarga sull’universalità: l’uomo e il suo desiderio di essere immortale.

Da leggere.

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La scultrice (Minette Walters)

In questo giallo del 1993, uscito in Italia per la Sperling & Kupfer, tutto gira attorno alla giovane Olive Martin, condannata a 27 anni di carcere per aver ucciso e fatto a pezzi la madre e la sorella più giovane.

Rosalind Leigh, scrittrice in crisi con un recente lutto alle spalle, è costretta dalla sua agente ad indagare sul caso.

Quando incontra per la prima volta Olive, l’impatto è subito negativo: la ragazza è obesa, criptica e restia a parlare. È in carcere perché si è dichiarata colpevole ma qualcosa non torna…

Al di là del giallo, l’autrice cerca di indagare come ognuno di noi si lascia fuorviare dall’aspetto fisico di una persona. Infatti, nessuno ha mai messo in dubbio la colpevolezza di Olive perché era molto, molto grassa.

Una persona con un tale aspetto fisico non può che soccombere a qualche tipo di disturbo mentale, così pensano i personaggi di questo romanzo.

Anche al di fuori della finzione letteraria molta gente la pensa così, sebbene cerchi sempre di giustificare razionalmente il proprio giudizio negativo.

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21 Lezioni per il ventunesimo secolo – Yuval Noah Harari

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Ventuno capitoli, ognuno con una tematica con risvolti universali: non saprei da dove cominciare a parlare di questo libro.

Eppure c’è un filo che lega tutti i topics, dalla tecnologia, al lavoro, dal nazionalismo alla religione, dall’immigrazione al terrorismo, dall’ignoranza alla guerra, dalla libertà all’educazione. Questo filo è dato dalle storie.

Noi siamo fatti di storie.

Fin da quando iniziamo a comunicare, quello che ci interessa non sono i fatti, i numeri, i grafici, la realtà, ma la storia che noi creiamo con questi dati. Le storie ci hanno permesso di comunicare tra di noi e ci hanno dato quel di più che ha fatto della razza umana la dominatrice della Terra.

Nel Novecento disponevamo di tre grandi storie che spiegavano il presente di allora: il comunismo, il fascismo, il liberismo. Il liberismo sembrava prevalere, ma nel Duemila anche il Liberismo ha perso la sua attrattiva: siamo rimasti senza storie.

Anche il nostro sé è una storia, siamo noi che ci creiamo un’immagine di noi stessi. E una storia devono inventarla i terroristi, per attirare martiri, e le religioni, per attirare fedeli.

Tutto è storia.

Harari dice una cosa che mi fa pensare: le storie, essendo una manipolazione di fatti e realtà, non sono realistiche. A volte la nostra razionalità litiga con questa mancanza di aderenza ai fatti, perciò, per tenerci legati alle storie (che creano coesione sociale), si inventano rituali e simboli, che ci mettono davanti, giorno dopo giorno, la storia per rendercela quotidiana, nostra.

Uno degli strumenti più efficaci nel convincerci ad accettare le storie, sono i sacrifici. Quando uno si immola per una causa, di qualunque tipo, religiosa, nazionalista, culturale, poi è più difficile per lui ammettere che la storia è falsa.

Richiede molto coraggio ammettere di aver ucciso o sacrificato persone, animali, desideri per una cosa che non esiste. Un’ammissione del genere intacca direttamente la nostra identità.

Un altro punto su cui Harari insiste molto è la discontinuità tecnologica.

Gli algoritmi, dice, possono conoscerci meglio di noi stessi, soprattutto se la tecnologia si estenderà a monitorare anche le nostre reazioni fisico-chimiche (cosa che non è ormai più fantascienza).

Un computer, analizzando le nostre reazioni, potrebbe sapere meglio di noi cosa ci fa bene, sia che si tratti di scegliere la facoltà universitaria che il partner o da che parte voltare il volante per evitare un incidente.

Qualcuno potrebbe obiettare che il computer non ha basi etiche.

In realtà, noi Sapiens, che ci vantiamo di aver inventato l’etica, quando si tratta di decidere se pagare le tasse o se fare l’elemosina o se tradire il compagno, lo facciamo sulla base delle sensazioni del momento: non ci mettiamo a ragionare sul Bene e sul Male.

Da questo punto di vista un algoritmo potrebbe rispettare l’etica meglio di noi (a patto che ci sia un qualche tipo di controllo sui principi etici che vengono processati alla base).

Sto banalizzando 321 pagine illuminanti… Ma questo è un libro che non può essere riassunto: se salti un passaggio, perdi la connessione logica, perché ogni capitolo è collegato al successivo in un unico grande discorso.

Io l’ho adorato.


 

PS: per chi si chiedesse perché l’ho letto in inglese…. l’ho comprato usato e mi è costato la metà.

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Alessandro Magno e…#Povia

Sembra che Povia abbia dichiarato che gay si diventa in base alle frequentazioni, alle amicizie, agli ambienti in cui si vive o si sceglie di vivere. Sembra che la sua affermazione fosse denigratoria, come per dire: essere gay è una scelta, non si nasce gay.

Beh, non è un argomento che di solito mi interessa, ma sto leggendo “Io, Alessandro” di Steven Pressfield, e qualche giorno ho visto “Alexander”, con Colin Farrel, Angelina Jolie e Val Kimer… e tempo fa avevo letto l’Adriano della Yourcenar… insomma, ho fatto dei collegamenti mentali, pensando ai soldati greci e ai loro amori omosessuali.

Premessa: non è scientificamente provato se si nasce o se si diventa omosessuali: è un po’ come la malattia mentale, la scienza considera malattie certe espressioni a seconda del periodo storico in cui si esprime, perché di scientifico, dimostrabile e ripetibile nell’uomo c’è davvero poco, ma poco poco.

Personalmente, non mi interessa: che sia una scelta di vita o una caratteristica congenita, non cambia il fatto che la dignità di una persona si definisce da ben altre doti, non da quello che fa nell’intimità (e, qui, Povia, con le sue uscite offensive nei social è solo un poveraccio che non sa attirare l’attenzione con le sue canzoni e dunque ci prova in altro modo).

Quello che mi ha colpito, è la reazione dei media e dei social: l’attacco al Povia è stato politicamente strumentalizzato.

Perché gli attacchi non vertevano sui contenuti della sua frase (“Gay si diventa, non si nasce”): se fosse stato così, gli si poteva semplicemente ribattere che ci sono casi di omosessuali nati e casi di omosessuali “diventati” e tanti, tanti, casi misti, di cui non si potrà mai scindere le due componenti.

Ma gli attacchi a Povia non sono andati in questa direzione, perché la sollevazione popolare nei social è stata una semplice caciara. Casino. Insomma: tanto per far vedere che si attacca Povia perché è omofobo, ma senza spiegare, senza argomentare. Solo per mostrare che si è contrari.

Ignorarlo non gli avrebbe dato più fastidio?

Non acquistare le sue canzoni non lo avrebbe fatto riflettere di più?

Ho l’impressione che la gente esterni opinioni solo perché ritiene che certe opinioni siano di un certo schieramento politico.

In concreto: sono omofobo se sono di destra e sono pro-omosessuali se sono di sinistra.

Ma si può fare lo stesso discorso con molti altri argomenti: sono a favore dell’immigrazione se sono di sinistra e sono contrario all’immigrazione se sono di destra.

A favore della Tav o contrario alla Tav.

A favore dei vaccini o contrario ai vaccini.

A favore del reddito di cittadinanza o contrario al reddito di cittadinanza.

Guardate che non dovrebbe mica funzionare così, un cervello…

Al di là della semplificazione che queste prese di posizione comportano, e al di là del fatto che non ci sono più partiti di sinistra e di destra: non vi sentite privati di una certa libertà di pensiero?

Uno si mette in testa di essere di sinistra, e allora si convince che ridurre le tasse alle aziende è il Male. O viceversa. E si convince ascoltando e rielaborando messaggi che vengono da chi la pensa come lui.

Signori, vi dirò una cosa: la ragione, il puro intelletto, può spiegare e giustificare qualunque cosa. Una volta i sofisti lo facevano: si allenavano volgendo i discorsi in modo da argomentare prima a favore, e, poi, contro certe decisioni.

Se una persona, dentro di sé, ha già scelto, il puro cervello (anche quando è piccolo e poco allenato) confermerà tutto.

E’ il “dentro di sé” che fa la differenza.

Tornando a Povia: gli atteggiamenti sono due.

O si ignora (e secondo me sarebbe questa la soluzione più fastidiosa per lui), o si ribatte, si argomenta, si spiega.

A voi la scelta.

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Qualcosa di scritto, Emanuele Trevi @ponteallegrazie @casalettori

Se la gente si dimentica di chi arriva secondo al premio Strega, allora… rinfreschiamo la memoria all’Italia.

Certo, non è facile spiegare questo libro, forse non bisogna neanche provarci. Ma – dopo aver incontrato l’autore a Pordenonelegge – mi è venuta voglia di sfidare il destino.

Trevi ci racconta la sua esperienza al Fondo Pasolini. Non è importante se la narrazione sia vera o meno, se ciò che racconta gli è successo davvero così e cosà.

Il fondo Pasolini era stato messo in piedi e fortissimamente voluto da Laura Betti, una delle attrice del regista (ma anche cantante e, per i fans del genere, doppiatrice del diavolo in “L’esorcista). Forse è riduttivo definirla così: Laura Betti idolatrava PPP. Ma sul serio!

Quando Trevi, giovane autore esordiente, la incontra al Fondo, lei è già un’anziana signora intrattabile. Lo prende di mira (ma capitava a tutti) con epiteti fantasiosi e arrabbiati. Lo chiamava zoccoletta, lo disprezzava apertamente, lo insultava, lo umiliava. E lui sopportava. Perché al Fondo, e dalla Pazza, come la chiamava, si poteva imparare molto.

Il libro parla dunque dell’esperienza di Trevi al Fondo, ma anche di “Petrolio”, l’opera incompiuta e pubblicata postuma, di PPP.

Lo ammetto: mi sono innamorata della scrittura di Trevi, ma “Petrolio”, ora che ne ho letto attraverso Trevi, non lo leggerò.

Petrolio non sono alla sua portata. Non è stato scritto per me.

Ecco: è stato scritto per pochissimi… iniziati. Pier Paolo Pasolini non cercava riconoscimento, guai! E non mirava neanche a svelare arcani misteri politici italiani: PPP non era un bravo investigatore (e mi ha sorpreso leggere che non era neanche molto preciso nel riportare la parlata romana nei suoi romanzi).

Gli scopi di PPP vanno oltre. Trevi cita allusioni ai misteri eleusini, miti, iniziazioni, metamorfosi, doppi, archeologia. Ci racconta anche un po’ la trama di Petrolio (spezzettata, difettosa, lacunosa), e da quel poco che ne deduco, ho deciso che è una lettura che non fa per me. Non capirei il senso che sta dietro alle pratiche sadomaso, alle “parolacce”, all’esibizione di organi genitali…

Insomma, so che alla fine mi chiederei: ma perché tutto questo parlare di Petrolio? Siamo sicuri che Trevi abbia visto giusto? O che, piuttosto, Petrolio non sia altro che una fantasia sadomaso/porno?

Non importa.

“Qualcosa di scritto” mi è piaciuto comunque.

Le descrizioni di Laura Betti sono ustorie, come doveva essere ustoria lei, ma sono contenta di averle avute davanti agli occhi.

Come si può perdersi il racconto di una donna, col suo peso e i suoi anni, che sviene davanti all’elezione di Berlusconi?

Come si può perdersi il racconto di una donna che fa pipì sulla moquette di un albergo di Atene perché, secondo la sua opinione, l’hanno offesa?

L’autofiction di Trevi ha sempre (sono parole sue, da Pordenonelegge) un taglio di critica letteraria. Tuttavia, sottolineiamolo, questo è un romanzo, non un saggio di critica (come sembra l’abbia fatto passare Fabio Fazio a “Che tempo che fa”).

A me è piaciuto, perché dietro a ogni frase (scritta con prosa controllatissima) c’è un mondo di rimandi, sia letterari che personali. E se non ci si incontra sui rimandi letterari, perché magari i miti greci ce li siamo dimenticati, allora ci si incontra sui rimandi personali, si crea una comunione di sentimenti, di visioni, di modi pensare.

Approvato.

PS: mi resta sempre il rimpianto di aver incontrato l’autore di persona, di avergli chiesto una foto e di essermi dimenticata di chiedergli l’autografo…

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