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Le lacrime di Nietzsche, Irvin D. Yalom @NeriPozza

Bel libro: mi sento di suggerirlo a tutti gli amanti dei romanzi, non solo a chi si interessa di psicanalisi e filosofia.

Yalom, psichiatra e scrittore, parte dai dati anagrafici, reali, di personaggi storici (Nietzsche, Lou Salomè, Breuer, Sigmund Freud…) per farne un romanzo di fantasia, ma senza mai allontanarsi dalla verosimiglianza dei caratteri per quanto se ne può trarre da testi e testimonianze scritte; tranne forse nel caso di Lou Salomè, che difficilmente si sarebbe sentita in colpa per aver rifiutato di sposare Nietzsche, almeno al punto da ricorrere a un medico per aiutarlo. Ma non c’è rischio di confondere fantasia e realtà, perché l’autore alla fine ci spiega cosa ha inventato e cosa no.

Le malattie (o la malattia) di Nietzsche sono un mistero clinico difficile da svelare. Breuer, nel romanzo, dandone un’interpretazione, quasi giunge a una forma di guarigione: e se non ci giunge del tutto, questo dipende da Nietzsche. Ma non posso dirvi di più, altrimenti svelo troppo.

Quello che posso dire, è che nel romanzo è ben delineata l’amicizia che nasce tra il filosofo e il medico, nonostante i blocchi emotivi di entrambi; e sebbene il rapporto medico-paziente venga rivisto in modo originale – ribaltato, direi –  alla fine entrambi riescono a imparare qualcosa su se stesso e sull’altro. Merito della logoterapia, la terapia della parola, che riesce non sono a creare un’amicizia, ma anche a farci conoscere personaggi storici nel loro carattere, nei loro pregi e difetti (perché, diciamolo, Nietzsche aveva dei problemi con le donne…).

L’insegnamento generale che ne ho ottenuto, però, non è tanto nozionistico: non gira attorno alla storia del pensiero o della filosofia. L’insegnamento che si ottiene da questo libro è che nella solitudine non si guarisce.

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Gran Canaria, di A. J. Cronin @libribompiani


Cronin era un grande affabulatore e un buon conoscitore dell’animo umano. Però, rileggendo un suo libro oggi, ci si accorge di quanto sia cambiato l’atteggiamento di un lettore davanti ai personaggi letterari.

La storia: Harvey Leight è un medico cui sono morti tre pazienti a causa di un esperimento andato a male. Disilluso e arrabbiato, si lascia convincere a intraprendere un viaggio fino alle Canarie. Sulla nave incontra dei passeggeri sono diversissimi tra loro: Robert e Susan, missionario e sorella; Corcoran, ex pugile bonaccione e fanfarone; Monna Lisa, donnone dalle molte risorse ma poco affabile; e, infine, Mary Fielding, bellissima, ricchissima e sposatissima trentacinquenne, con due suoi accompagnatori.

I passeggeri faticano a legare tra loro. Scocca l’amore a prima vista tra Mary e Leight, ma un’epidemia di febbre gialla rischia di dividerli per sempre una volta arrivati a destinazione. Non dico come finisce, ma anticipo che l’incontro tra i due sembra essere il frutto di una fatalità che si ripete nei secoli.

La storia si lascerebbe leggere, se non fosse che i rapporti tra i passeggeri sono fin troppo chiari dall’inizio. Non c’è una conoscenza graduale, si stabiliscono subito i ruoli, le simpatie e le antipatie: non funziona così, nella realtà. E neanche a farlo apposta, Susan si innamora perdutamente di Leight: dopo che ci avrà parlato insieme due volte…

Non manca la scazzottata, vinta ovviamente dal protagonista, né la tragedia, in cui rimane vittima il personaggio più umile ed altruista: entrambi elementi un po’ scontati.

Ho una edizione del 1943 che è una barzelletta. A parte gli “ella” e gli “essa”, che dopo un po’ diventano illeggibili, ci sono delle imprecisioni nella traduzione che oggi sarebbero impensabili, come l’uso di “pretendere” per tradurre “pretend”, al posto di fingere. E poi, i tempi verbali… mamma mia! Tutto il romanzo si svolge al passato, ma come le giustifico traduzioni del genere:

Non aveva capito le parole; non le capirebbe mai.

(al posto di “non le avrebbe capite mai”)

Non aveva mai messo piede in quella stamberga, e non ce lo rimetterebbe più.

(al posto di “non ce lo avrebbe rimesso”)

Credo che questi, più che errori (leggendoli mi vengono i brividi, peggio del gessetto sulla lavagna), fossero frutti del tempo: 1943, guerra. E gli inglesi erano nemici. Forse non era facile trovare un traduttore con le contropalle in materia di condizionale passato… 🙂

Ad ogni modo, è uno dei pochissimi romanzi ambientati nelle Canarie. Ne avete altri da consigliarmi?

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La dieta nutritariana – Joel Fuhrman

La tesi di fondo non si discosta dal libro precedente, Eat to live, ma stavolta si incentra un po’ di più sul confronto con altre diete (dalla mediterranea alla paleo, ad esempio) e ci sono piccole differenze in merito alla percentuale di proteine animali ammesse (che se prima era attorno al 10% ora sono sul 5%, ma, ammette, se tendono a 0, ancora meglio). Dice inoltre che ha scoperto quanto facciano bene le alliacee crude (aglio e cipolle varie) e i funghi cotti, e dunque negli ultimi cinque anni la sua dieta incorpora questi alimenti molto di più.

Mangiate, dunque, tutti i giorni, le G-bombs:
G = greens – verdure verdi
B = beans – legumi
O = onions – alliacee
M = mushrooms – funghi
B = berries – frutti di bosco
S = seeds – semi

Il suo approccio si basa sull’abbondanza di questi alimenti, non ci si alza mai da tavola con la fame, anzi. Certo, si tratta anche di ridurre il sale (e qui io faccio una fatica della malora!!!) e gli oli, che sono grassi senza nutrienti.
Attenzione, però: non è d’accordo neanche con i medici vegani Ornish ed Esselstyn, che proclamano una dieta vegana low fat come la migliore. Secondo Fuhrman i semi, pur essendo grassi, sono da integrare nella dieta, come testimoniano molte ricerche recenti. Io dico la mia: a parole Fuhrman non si dice d’accordo con questi altri medici, ma poi alla fine anche lui limita le dosi di frutta secca e semi a una manciata al giorno (circa 30 grammi, o un po’ di più per gli sportivi), dunque le posizioni non si discostano molto.

Ecco la lista delle cose da mangiare ogni giorno:
– grande insalata mista come portata principale di almeno un pasto
– una porzione (preferibilmente intorno ai 200-250 gr) di legumi
– una porzione doppia di verdure al vapore
– frutta secca e semi, almeno 30 g le donne, 40 g gli uomini. La metà deve essere costituita da noci, semi di canapa, di chia, di lino o di sesamo
– mangiare un po’ di funghi cotti e di cipolla cruda
– mangiare almeno tre frutti.

La riduzione di peso è garantita, almeno da quello che riportano le testimonianze nel libro. Ma è sulla salute che il dottore punta l’accento, sulla risoluzione di problemi cardiovascolari, depressione, e altra bella roba.

Partendo già da una base vegana, questo vademecum per me è una bazzecola. A parte il sale. E’ da una settimana che l’ho tolto, e mi sembra di essere una condannata ai lavori forzati (le spezie non sono la stessa cosa!!), anche se devo ammettere che ogni giorno va un po’ meglio. E voi ci avete mai provato?

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Fa bene o fa male? – Silvio Garattini

Devo dire la verità: quando ho letto sulla copertina che l’autore, il dottor Garattini, “viene chiamato continuamente da giornali e da televisioni”, mi son detta: oh, no, ecco l’ennesimo pseudo-dottore che si sforza di far contenti un po’ tutti, che cavalca le diete di turno e che non prende mai una posizione sua per paura di essere additato come eretico.
Un po’ come il dottor Oz, per intenderci.

Ma non è stato così. Sebbene non mi sia trovata sempre d’accordo con le sue tesi (il capitolo sulla terapia Di Bella secondo me non è stato approfondito a dovere, non sono state discusse le tesi dei dibelliani, se non altro per contrastarle… se voleva), mi sono accorta che è uno con idee sue, anche impopolari, a volte.
Per esempio, la sua posizione sulle droghe leggere è contraria alla legalizzazione, che viene oggi tanto sventolata come sintomo di apertura mentale.
Che dire dei capitoli sul fumo?
Premetto che non sono obiettiva: trovo che il fumo faccia schifo. Trovo poco femminili le donne che fumano e mi danno un senso di sporco gli uomini che fumano. Ed entrambi, in un modo o nell’altro, puzzano…
Ma Garattini è più scientifico e allo stesso tempo più estremista di me:
parlando dei fumatori dice

se questi 12 milioni (di fumatori) tagliassero, tutti insieme, i ponti con il pacchetto (…) chirurghi, cardiologi, pneumologi e tanti altri medici avrebbero parecchio lavoro in meno perché tanta patologia è concentrata nei fumatori. Il cancro del polmone diventerebbe una malattia rara, visto che l’80% dei casi oggi riguarda il popolo dei fumatori (attivi e passivi).

E ancora:

Come può essere autorevole ed efficace un dottore che raccomanda al suo paziente di non fumare quando lui stesso ostenta sul tavolo un pacchetto di sigarette? Trovo davvero squallido vedere questi camici bianchi che mollano i reparti per recarsi all’aperto e riempirsi i polmoni di fumo.

Assolutamente da leggere le parti che spiegano come viene composto il prezzo delle medicine (scordatevelo che i prezzi alti siano dettati dal principio attivo o dalla ricerca: è tutta una questione di promozione, pubblicità e informatori sanitari)

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Esperti di troppo, Ivan Illich et al.

Esperti di troppo – il paradosso delle professioni disabilitanti

Finalmente ho letto qualcosa di Illich!
Era un grande! Scriveva in dieci lingue (adoro questi poliglotti volontari) e si è interessato a più ambiti di ricerca, dalla storia, alla teologia, alla storia dell’arte, alla filosofia, alle scienze sociali… ma, udite udite, ho scoperto che era un sacerdote cattolico! Anzi, è diventato anche vescovo… Uno con la mente così aperta non poteva durare molto in un’istituzione quale la Chiesa di Roma, e infatti è finito davanti al sant’Uffizio. Alla fine ha rinunciato a titoli, benefici e servizi ecclesiastici (pur rimanendo sempre, fino alla fine della sua vita, un sacerdote e un lettore del breviario).

Il saggio di Illich contenuto in questo libro parla delle istituzioni e degli esperti che vi sono all’interno: esperti a cui noi deleghiamo la definizione e cura dei nostri bisogni.
Pensiamo alla scuola, dove sono gli insegnanti a decidere chi ha imparato quello che serve per andare avanti. O alla professione medica, che definisce le malattie (non solo biologiche) e impone le cure (o getta un’ombra di disapprovazione sociale su chi non segue i consigli dei medici).

Interessantissima e densa la sua analisi delle illusioni che hanno causato questo stato di predominanza degli esperti: leggetelo. A volte sembra estremo, ma consideriamo che il saggio è stato scritto nel 1977 e valutiamo quanto sia attuale oggi!

Ci sono poi altri interventi: Irving Kenneth Zola che parla dei medici disabilitanti, John McKnight, Jonathan Caplan (avvocato) e Harley Shaiken (ex operaio) che parlano delle istituzioni e degli esperti in vari campi (tra cui la giustizia).

Come dicevo, è un libro corto ma denso, difficile da condensare in un post di blog: leggetelo.

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Il cervello anarchico, Enzo Soresi

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Un po’ saggio, un po’ biografia.
Incentrato sulle capacità di autoguarigione del cervello, Soresi, Pneumologo e oncologo, analizza l’incidenza dello stress e della situazione psichica sulla malattia. Ma sparsi per il libro ci sono tantissimi aneddoti che riguardano la sua esperienza in ospedale e non: medici che buttano in faccia diagnosi mortali ai pazienti, medici che coltivano la relazione col malato senza dimenticare che è una persona viva… si va da un estremo all’altro.

Parla dell’effetto placebo (ma anche di quello nocebo), mai sufficientemente studiato e sfruttato.
Parla delle donne cambogiane che, costrette dai Khmer rossi ad assistere alla tortura di mariti e figli, hanno pianto fino a perdere la vista.
Parla dell’insorgenza di malattie psicologiche e organiche in seguito ad eventi stressanti (dal tradimento del coniuge, alla morte di un familiare).
Parla di gente che, affetta da malattie mortali, non è morta finché non ha compiuto qualcosa che gli stava a cuore.
Parla della multiterapia Di Bella (Soresi faceva parte del pool che doveva testarla per i tumori polmonari).
Parla schietto, senza tacere suoi errori diagnostici, ma anche senza tacere quelli altrui, nonché i dubbi che nutre sui medici di famiglia e sulla preparazione che viene loro impartita dal sistema universitario tradizionale, del tutto astruso dalla medicina alternativa o non convenzionale (che – in certi casi – funziona) e dalla necessità empatica.

A volte, leggendo, ho l’impressione chiara che si tratti di opinioni personali, tentativi, interpretazioni. Certo. Però mi è sembrato un medico umano, non un burocrate.
Lui ha lasciato il posto di primario di un ospedale milanese per preservarsi dallo stress e dalla burocrazia galoppante, ora si dedica ai malati in via privata, appoggiandosi, ove necessario, ad un pool di specialisti e senza rifiutare in via preventiva approcci non convenzionali (fitoterapia, agopuntura…).
Almeno si documenta, cerca di migliorarsi.
Non ho la stessa impressione quando vado dal mio medico a farmi fare una ricetta.

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