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La strada nel bosco (Colin Dexter) @SellerioEditore

L’inizio di questo romanzo giallo è fuori dal coro: l’ispettore Morse, infatti, è in vacanza, e ad occuparsi del caso sono rimasti i suoi colleghi, alle prese con un poema che è stato pubblicato sul giornale e che sembra essere stato scritto per dare degli indizi circa la scomparsa, successa un anno prima, di una ragazza svedese.

E anche lo svolgersi della trama è particolare: l’ispettore è uno che si perde nelle proprie fantasie, e spesso nel libro si trovano lettere scritte al giornale da emeriti sconosciuti che cercano di interpretare il poema sulla donzella svedese, spargendo qua e là dubbi ed indizi.

A ciò si aggiunge una fascinosa donna innamorata dell’ispettore, uno scheletro nel punto più fitto del bosco e un giro di pornografia che colpisce alcuni insospettabili.

Non posso dire altro, ma il fatto che in Italia questo giallo sia stato pubblicato da Sellerio già ci dà un’idea sulla particolarità del libro (anche se io lo ho letto nell’edizione spagnola): non è solo una questione di ricerca dell’assassino.

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Spider (Patrick McGrath)

Nessuno mi toglie dalla testa che per descrivere realisticamente i meandri di una mente malata uno scrittore deve essere un po’ pazzo. L’autore di “Follia” e di “Grottesco” è troppo bravo a farci entrare nelle circonvoluzioni cerebrali di gente rinchiusa in manicomio: mi piacerebbe conoscerlo nella sua vita di tutti i giorni.

Questa storia è raccontata in prima persona da Spider: non si capisce subito dove si trova. All’inizio sembra via in un bed & breakfast, poi, pian piano, si delinea tutta una serie di divieti a cui è sottoposto. La padrona di casa, ad esempio, gli prepara la vasca per il bagno, e lui non può possedere certi oggetti (un diario, una corda…).

Spider nomina spesso il Canada, dove ha trascorso una ventina d’anni, ma solo nel corso del romanzo si capisce che era in un manicomio.

E pian piano, salta fuori anche la storia della sua infanzia e dell’omicidio della madre ad opera del marito, che si era trovato un’amante.

O no?

Spider è un narratore inaffidabile ma affascinante, ama il buio, i luoghi umidi, il grigiore di Londra, e sente le voci delle creature che vivono nel solaio. E’ convinto che un verme abbia fatto il nido nell’unico polmone che gli è rimasto.

La fantasia schizofrenica è eccezionale e la discesa negli inferi è graduale ma certa.

Adoro questi libri!

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La fenice rossa (Tess Gerritsen) @LibriLonganesi

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Un thriller, ogni tanto, ci vuole, per rilassarsi.

Questo l’ho scelto, in particolare, per la copertina dai richiami cinesi (eh, sono fissata, lo so). Infatti la vicenda è ambientata nella Chinatown di Boston.

La protagonista è Jane Rizzoli, detective, e indaga sull’omicidio di una sconosciuta a cui è stata mozzata di netto una mano con una lama molto affilata. Il fatto è accaduto sul tetto di uno stabile nel quale, diciannove anni prima, è avvenuta una strage: il cuoco è uscito dalla cucina, ha sparato a tutti i presenti, e poi si è sparato in testa.

Nel corso della vicenda, le indagini si incasinano quando viene coinvolto un boss della malavita irlandese, quando si trovano dei strani peli animali di cui non si capisce l’origine e quando e si scopre una sfilza di ragazzina scomparse nell’arco di venticinque anni; ma non dico oltre.

La trama è ben orchestrata, con i tasselli che vanno al posto giusto pian piano, ma facendo anche venire a galla anche nuove domande ad ogni nuova scoperta.

Tra gli altri personaggi, ci sono una misteriosa insegnante di Wushu, che era sposata al cameriere del ristorante cinese; un’anatomopatologa professionalmente inflessibile ma sentimentalmente incasinata; il marito di Jane Rizzoli, agente speciale; e tutta una serie di poliziotti in servizio o in pensione.

Il finale?

Ogni volta che credi di essere arrivata a una soluzione, ti accorgi che mancano ancora troppe pagine alla fine, e dunque te la metti via, perché sta per arrivare un altro colpo di scena.

A me è piaciuto: 4 stelline su 5.


 

L’autrice è di origini cinesi. Ha scritto il romanzo sfruttando alcune delle storie che le raccontava sua madre, tutte ambientate nel paese della Grande Muraglia. Ha lavorato un periodo come medico alle Hawaii, col marito, poi si sono trasferiti nel Maine dove ora lei vive di scrittura.

 

 

 

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Scoprire l’assassino…? @LibriCorbaccio

Ho sempre invidiato i lettori che dicono frasi del tipo “ho scoperto l’assassino già quando ero a pagina 4”. Io, se non me lo dice l’autore, l’assassino non lo scopro mai!

In realtà non sono neanche una grande fan dei polizieschi: li leggo più per la loro ambientazione che per la voglia di mettere in gioco le mie capacità divinatorie. Questa volta, ad esempio, avevo voglia di stare per un po’ sulle coste inglesi: pioggia, rocce, pecore, fattorie isolate.

NOBODY – CHARLOTTE LINK

Nobody in realtà si chiama Brian: è un bambino rimasto completamente solo al mondo e durante i bombardamenti tedeschi su Londra, nella confusione materiale e burocratica, si attacca, letteralmente, a Fiona, una bambina spedita in campagna per sottrarla al pericolo (piccola digressione: il trasferimento dei bambini nelle campagne è stata un’operazione ad ampio raggio, organizzata dal governo, per preservare le giovani generazioni: lode agli inglesi).

Ma Brian ha enormi difficoltà intellettuali: fa fatica a parlare e non capisce quello che gli viene detto. Fiona non lo sopporta: ha altri problemi per la testa. Idem per Chad, il ragazzo di cui lei si innamora, e che sogna di andare a combattere Hitler sul continente.

Questo succede negli anni Quaranta.

2008, stessi luoghi: Fiona e Chad sono ormai anziani. Lui è misantropo, lei è inacidita. E in paese avviene un omicidio. Una giovane viene barbaramente uccisa.

Pochi mesi dopo, anche Fiona viene uccisa con modalità apparentemente simili.

Ci sono molti personaggi, nel libro, ognuno col suo bagaglio di passato malato: perché non c’è nessuno che si salvi (come al solito, dovrei dire, nei romanzi polizieschi). Tutti hanno qualcosa da nascondere: è un aspetto che trovo sempre poco realista, nei gialli. La gente non è così: ad un certo punto, se non altro per stanchezza, la verità la devi dire.

Ma vabbè… non mi dispiace leggere del divorzio di Leslie, la nipote di Fiona; soprattutto non mi dispiace leggere di Gwen, l’insignificante figlia di Chad: ai limiti della bruttezza, non ha nessun tipo di formazione, né interesse, né capacità. Eppure, riesce a fidanzarsi col misterioso (e spiantato) Dave, bello e colto. Si capisce subito che lui è interessato solo alla sua fattoria…

Ecco: Gwen è un personaggio realista (salvo le ultime tre pagine). Tante donne sono un po’ Gwen… Se leggerete il libro, capirete. Perché attorno a lei gira anche tutta la storia: attorno alla sua insignificanza, ma anche alla scarsa volontà di aiutarla di chi le sta attorno. In fondo, non ci interessiamo mai davvero a certe persone.

Comunque, torniamo al libro: si legge in un battibaleno. Nonostante la predisposizione anglosassone agli alcolici (ma cavolo, sono tutti che bevono o che pensano a bere…), i dialoghi standardizzati (anche il pecoraio, con tutto il rispetto, parla come un libro stampato) e l’inverosimiglianza di un diario virtuale inviato via mail da una settantenne a un ottantenne, io l’ho letto volentieri.

Si legge in un battibaleno perché comunque la Link conosce le tecniche narrative, bisogna dargliene atto, e le si perdonano anche le ripetizioni e le prevedibilità.

Leggetelo, quest’estate. E ricordatevi: siamo tutte un po’ Gwen.


PS: forse ho comunque scoperto un modo per capire chi è l’assassino. Nei libri come questo, dove il punto di vista cambia da un personaggio all’altro, se fate attenzione, ci sono sempre uno o due personaggi il cui punto di vista non viene mai espresso… bum!

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Leggere Lolita a Teheran – Azar Nafisi @AdelphiEdizioni

Lo sapevate che tra i rimedi consigliati per placare il desiderio maschile c’è il sesso con gli animali? E qui sorge un problema non da poco: il sesso con i polli. Ad esempio ci si può chiedere se un uomo che ha fatto sesso con un pollo lo possa poi mangiare. Ma niente paura, il nostro leader ha pronta pe noi la risposta: no, né lui né i parenti più stretti possono mangiare la carne di quel pollo. Semmai, possono farlo i vicini, sempre che vivano ad almeno due porte di distanza.

Sono indicazioni fornite da un’opera dell’ayatollah Khomeini. Un’opera caldamente raccomandata per la lettura delle giovani generazioni, mentre autori “perversi” come Nabokov, James, Joyce e Austen erano visti come altamente immorali.

E’ questo il clima in cui Azar Nafisi si è trovata ad insegnare letteratura all’università.

Lei, che veniva da una famiglia colta, che di generazione in generazione si è distinta in Persia/Iran per le opere letterarie, si è trovata ad essere testimone (e a volte vittima) di ogni forma di sopruso che la mente umana possa immaginare.

Immaginare?

Verbo importante. Perché sembra che un regime – per tenerti controllato – cerchi di privarti anche della tua immaginazione.

Questo libro-memoir nasce dall’esperienza della Nafisi con un gruppo scelto di sue studentesse: per diciotto anni si sono incontrate a casa della loro insegnante per parlare di letteratura.

Erano ragazze che uscivano dalla realtà iraniana del tempo, dai ricordi di punizioni corporali e psicologiche, da limitazioni e umiliazioni, per entrare nel mondo della letteratura. E per poi scoprire che i romanzi, alla fine, parlavano proprio del mondo in cui vivevano.

Guardiamo James, ad esempio:

In quasi tutti i suoi romanzi la lotta per il potere – che è poi il motore dell’intreccio – nasce dalla resistenza dei personaggi alle convenzioni sociali, e dal loro desiderio di conservare, insieme alla stima altrui, la propria integrità.

Ma anche un romanzo come Lolita, che è solitamente considerato un’opera erotica, viene letto alla luce della loro esperienza quotidiana: e Humbert Humbert diventa un simbolo dell’uomo malvagio perché è totalmente insensibile, perché è incapace di mettersi nei panni altrui, di provare empatia, di vedere le persone per come sono, con le loro luci e le loro ombre. Insomma: un romanzo che denuncia il totalitarismo, che distingue le persone in amici e in nemici, in buoni e cattivi.

Vi dice niente che ci riguardi da vicino?

Infine, un ultimo estratto, per mostrare, se ancora ce ne fosse bisogno, la necessità che ha un regime illiberale di manipolare le informazioni:

Ogni giorno il governo faceva arrivare dalla provincia e dai villaggi autobus carichi di dimostranti che l’America non sapevano nemmeno dove fosse, e a volte pensavano che li stessero portando proprio là. Si vedevano regalare cibo e qualche soldo, e passavano la giornata a divertirsi e a far merenda con le famiglie davanti al covo di spie. In cambio dovevano semplicemente gridare “Morte all’America” e bruciare una bandiera ogni tanto.

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Il sari rosso – @javiermoro123 @rahulgandhi

Sapevo che Sonia Gandhi era italiana ma non che fosse vicentina (ehi, siamo della stessa regione)!

E ho sempre pensato (ma non sono l’unica) che Indira Gandhi fosse la figlia del Mahatma, mentre invece era solo amici: il Mahatma frequentava il padre di lei, Nehru… Indira aveva acquistato il cognome Gandhi dal marito (che tra l’altro si chiamava Ghandi, e che si fece cambiare il cognome all’anagrafe).

Sonia Maino incontrò il futuro marito Rajiv Gandhi a Cambridge, dove era andata a studiare inglese. E’ figlia di un muratore che, lavorando come un matto (da bravo veneto) era diventato imprenditore.

Persona schiva e timida, le è venuto un attacco di panico quando il futuro marito Rajiv ha cercato di farle conoscere la suocera, Indira…

E’ così che Sonia entra a far parte della famiglia Gandhi. Negli anni, acquisterà la nazionalità indiana e assumerà le abitudini del suo paese di adozione (sapevate che l’India è la più grande democrazia al mondo?).

Scordatevi rose e fiori: la biografia inizia con la morte del marito di Sonia, ucciso da un attacco kamikaze. E per chi non se lo ricorda, anche la suocera Indira era stata uccisa per motivi religioso-politici. Il nonno Nehru, invece, era morto di morte naturale, ma aveva trascorso così tanti anni in prigione che la figlia, un giorno, quando qualcuno le ha chiesto dov’era suo padre, ha dovuto dire che erano tutti in prigione…

La storia tra l’italiana e il rampollo della dinastia Gandhi (rampollo suo malgrado: non avrebbe voluto entrare in politica, a lui piaceva fare il pilota) è però una storia d’amore. Parola abusata, ma qui, stavolta, sembra che anche dopo vent’anni di matrimonio, Rajiv trovasse il tempo, tra un viaggio e l’altro, di mandare teneri biglietti.

Insomma, nonostante tutto il cinismo che ci si può mettere a descrivere la vita di una coppia trascinata dalla politica, qui bisogna tacere, e lasciar spazio al pudore.

Le disgrazie della famiglia si sono accumulate negli anni. Il fratello di Rajiv, per esempio, è morto in un incidente aereo. Sua moglie Maneka, che non è mai andata molto d’accordo con la suocera Indira e con Sonia, ha ingaggiato contro di loro una vera e propria guerra politica, dopo esser rimasta vedova.

E sullo sfondo, l’India, piena, piena zeppa di contraddizioni: un paese con un altissimo tasso di poverissimi e un bassissimo (ma in crescita) tasso di ultramiliardari. Un paese che, negli anni di Indira, è ricorso alla sterilizzazione coatta, un paese con forti divisioni religiose e una corruzione distribuita a tutti i livelli del potere.

Non è possibile riassumere in un post quasi 600 pagine di libro: a me è piaciuto, perché è ambientato in un paese lontano ma parla di quasi cinquant’anni di storia (storia che non si riesce mai a studiare a scuola). E poi perché una delle protagoniste è italiana: non dimentichiamo che Sonia Gandhi, nonostante la sua ritrosia ad entrare in politica, è stata definita da Forbes come una delle donne più influenti del pianeta.

Mi è piaciuto anche perché ha dato molto spazio alle difficoltà personali dei personaggi e alla loro (di Sonia e Rajiv) riluttanza ad entrare in politica: mi son trovata davanti ad esseri umani, non statisti. E col brutto esempio degli “statisti” che abbiamo in Italia, questa è stata proprio una boccata di aria fresca.

Ecco, se devo trovare un difetto alla biografia, è che l’autore spesso giustifica Indira: è vero che il potere ti costringe a decisioni scomode, è vero che l’amore per il figlio pecora-nera l’ha spinta a scelte criticabili, è vero che è caduta vittima di superstizioni e santoni vari… Moro sembra sempre porre più in evidenza le giustificazioni ai comportamenti più difficilmente giustificabili.

Poco male: si tratta di storia così recente che è inevitabile essere di parte. Fra una trentina d’anni vedremo da che parte tira il vento.

Mi resta una curiosità: perché un autore spagnolo si è interessato così tanto alla storia di un’italiana che è diventata un personaggio di spicco in un paese così lontano come l’India?

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La ragazza del treno – Paula Hawkins

Tanto nominato quanto scontato… così imparo a leggere libri troppo pubblicizzati!

Farò un po’ di spoiler, ma il romanzo è così scadente che perfino io – nota a livello internazionale per l’incapacità di scoprire i colpevoli – ho capito chi aveva fatto cosa.

La storia della ragazza che passa in treno davanti alla casa del suo ex marito – e che per caso entra in contatto con la scomparsa e l’assassinio di una donna – è piena di COINCIDENZE: ebbene, quando le coincidenze fioccano come pop-corn, subiscono una metamorfosi e diventano punti deboli.

E’ un caso che Rachel si sia fissata a guardare proprio una coppia la cui casa dà sulla ferrovia; è un caso che la donna della coppia fosse la baby sitter della figlia del suo ex marito; è un caso che proprio quella donna scompaia; è un caso che proprio la sera della scomparsa Rachel fosse nei paraggi…

Un ulteriore elemento che fa scadere il libro è l’amnesia alcolica. Banale, banale, banale. Rachel non ricorda cosa ha fatto la sera del crimine. Non solo: non ricorda neanche tutte le volte in cui si ubriacava quando era sposata, e si è costruita una versione del proprio matrimonio che si rivelerà fallace.

E continua a ricaderci, a bere, a decidere di smettere e a ricominciare di nuovo fino a stordirsi: ma fatti curare, cazzo!

Volete un’altra banalità?

Rachel, osservando questa coppia apparentemente perfetta dal finestrino del treno, si è fatta le sue favolette mentali, tanto da dare dei nomi fittizi ai due protagonisti. Ma dopo la scomparsa della donna, si mette in contatto col marito. Bè, dopo due incontri in cui i due praticamente neanche si dicono il nome, finiscono a letto insieme. Ma… erano ubriachi, ovvio!

Di sicuro questo romanzo non avrebbe potuto essere ambientato in una comunità mormona.

Salviamo qualcosa?

Certo.

Megan, la donna che scompare, è (tra le altre cose) annoiata: credo che la sua noia sia stata ben resa e che abbia assunto un ruolo abbastanza verosimile nel decorso dei fatti.

Altro aspetto da salvare: Rachel sente una forte spinta a immischiarsi nella scomparsa di Megan perché l’ha vista con un uomo diverso dal marito. Questo le fa rivivere – ancora e ancora – il tradimento del suo uomo, dal quale non riesce a risollevarsi.

Esistono persone così, che sono emotivamente invischiate nel proprio passato tanto da vedere le storie altrui in modo del tutto sfalsato? Sì, esistono.

Ultimo aspetto da salvare: il parallelismo tra Rachel e Megan. Sono entrambe senza direzione, senza un senso che possa mostrare loro strade alternative alla tragedia.

Esistono persone così? Sì, esistono, e questa verosimiglianza salva il romanzo; ma lo salva nonostante la trama da thriller privo di consistenza, un thriller che non ci dà nulla di nuovo.

Voto: 2,5/5.

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Fingersi medico per 18 anni

L’AVVERSARIO, di Emmanuel Carrère

Fingere di essere un medico ricercatore presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità in Svizzera… e non essere neanche laureato in medicina!

Sembra incredibile ma il francese Jean-Claude Romand lo ha fatto. Il castello di carte è crollato solo nel 1993, dopo che ha ucciso la moglie, i due figli di cinque e sette anni, e i vecchi genitori.

Per diciotto anni, nessuno tra parenti e amici si è accorto che Jean-Claude passava le sue giornate in giro per i boschi o, quando fingeva di andare a convegni, rintanato in una stanza d’albergo.

E i soldi? Bè, disponeva di una delega sul conto corrente dei genitori. Inoltre, alcuni amici e parenti gli avevano consegnato somme ingenti, perché aveva raccontato loro che, in quanto medico di un organismo internazionale, poteva depositare i soldi in Svizzera e guadagnarci il 18% di interessi.

Sconcertante anche il modo in cui presentava la dichiarazione dei redditi: aspettava che sua moglie firmasse i suoi moduli, poi lui firmava i suoi; ma sotto la voce “professione” indicava “studente” e allegava fotocopia del suo tesserino universitario (perché per anni ha continuato a pagare le tasse).

Ha smesso di dare esami al secondo anno di università. Frequentava le lezioni, andava tutti i giorni in biblioteca a studiare, prestava appunti agli amici, ma non dava esami. Si presentava alle sessioni all’inizio e alla fine, ma, approfittando della calca, nessuno si accorgeva che non entrava.

In casa, lasciava in giro tesserini di varie associazioni mediche, di cui pagava l’iscrizione, e non dava mai il suo numero di ufficio a nessuno, neanche alla moglie, con la scusa che all’Oms non si poteva disturbare (usava un cercapersone).

Pazzesco.

Al processo, Carrère era presente.

La sua attenzione si è focalizzata sulla personalità di Romand, così preso dalle proprie menzogne da non capire ormai più cosa era vero e cosa falso.

Gli hanno dato l’ergastolo. Oggi ha 64 anni e spesso, nei giornali francesi, si parla di liberarlo.

L’aspetto che invece mi ha colpito di più di tutta questa storia, al di là della paura di Romand per il Giudizio, sono gli Altri.

Per quanto sia stato astuto Romand nel nascondere la propria vera vita, mi chiedo quale sia stato il livello di attenzione di parenti ed amici. Perché una persona può sì essere schiva, timida, modesta, come spesso lo descrivevano, ma quanto può essere superficiale un rapporto? Un matrimonio? Un legame genitori-figlio?

Quanto conosciamo, noi, degli altri?

O, e la domanda è ancora peggiore: quanto ci interessa conoscere, degli altri?

E’ un libro che va letto per rendersi conto dei limiti cui può arrivare l’essere umano, dunque mi permetto di consigliarvene l’acquisto sul link affiliato Amazon qui.

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Romanzo stroncato.

Gioco per la vita, di Patricia Highsmith

Ora che l’ho letto, posso confermare l’impressione iniziale: in una scaletta da una a cinque stelle, voto una.

Il romanzo inizia con il ritrovamento del cadavere di Lelia, promettente pittrice che era innamorata di due uomini: il pittore Theo e il sanguigno Ramon. I due uomini sapevano l’uno dell’altro ed erano amici.

Sulle prime, l’indagato principale è Ramon, per il suo carattere esplosivo; e infatti, lui confetta di averla uccisa e mutilata. Poi però, il commissario Sauzas, che segue le indagini, arriva alla conclusione che Ramon ha confessato un delitto non commesso (e vi giuro, che le motivazioni del gesto ancora non mi sono chiare, perché il movente religioso fa acqua da tutte le parti).

Theo e Ramon iniziano a fare domande in giro spostandosi qua e là per il Messico; ma è una ricerca fiacca, poco motivata. Alla fine si scopre il colpevole, che io avevo indicato fin dalle prime pagine; e non sono assolutamente un’esperta di gialli: ecco un’altra prova della banalità del romanzo.

La pecca principale è che la storia va avanti troppo lentamente. Ci sono pagine e pagine in cui non succede niente, in cui Theo prende il tè, cammina per le strade, pensa (nessun pensiero che lo avvicini alla scoperta dell’omicida, però, niente di illuminante).

Alcune parti sono davvero superflue: ad esempio, la visita al cimitero delle mummie, dove vengono descritti alcuni corpi raccapriccianti.

E’ come se l’autrice avesse fatto una vacanza in Messico e avesse voluto usare l’ambientazione per il romanzo (ma se fosse stato ambientato in un altro paese, sarebbe cambiato poco), senza che ci sia una vera passione per il paese, che altri autori hanno descritto in maniera molto più plastica.

Inoltre, non si respira la differenza tra i due caratteri antitetici di Theo e Ramon. Forse questo voleva essere un tema del romanzo: la possibilità dell’amicizia tra due persone così diverse. Però i dialoghi sono banali e superficiali, con impennate che vogliono essere filosofiche senza riuscirci.

Qualcun altro lo ha letto? Sono prevenuta?

Sto pensando di dar via questo libro alla biblioteca: non mi capita spesso, con i libri letti…

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Perché alcuni romanzi ci piacciono… e altri no.

(English version: below)

E’ una questione a cui non sono ancora riuscita a dare una risposta univoca.

Il marketing letterario o i consigli degli amici possono influire solo in parte sulle nostre predilezioni: possono spingerci a comprare un romanzo, ma non ad amarlo, se non è nelle nostre corde.

Mi son posta la domanda perché ho iniziato a leggere due libri: “Il cardellino” di Donna Tartt e “Gioco per la vita” di Patricia Highsmith. Il primo ho iniziato a leggerlo perché sono in ferie, e posso permettermi 900 pagine di relax. Il secondo, perché la storia è ambientata in Messico, che è il paese su cui mi sto concentrando in queste settimane.

Stranamente, pura coincidenza, entrambi i protagonisti si chiamano Theo.

Subito, fin dalle prime pagine, mi sono accorta del mio diverso atteggiamento verso i due romanzi.

Il libro della Highsmith è un thriller, o così si definisce: inizia subito con un delitto. Lelia, una pittrice amata da due uomini, viene trovata morta col volto sfigurato e le indagini appurano che prima della morte c’è stata violenza sessuale.

Il libro della Tartt inizia con un ragazzo che si nasconde ad Amsterdam, non esce di casa, ha fatto qualcosa per cui non deve farsi trovare. Nelle lunghe ore di ozio, inizia a scrivere la sua storia, partendo dal giorno in cui sua madre è morta in un attentato in un museo.

Entrambi i romanzi iniziano dunque con fatti inquietanti, emotivamente coinvolgenti, eppure… eppure il thriller della Highsmith non decolla. Per me. Non mi fa sentire alcuna compassione per la donna, né per i due uomini rimasti orbati del loro amore. Né mi incuriosisco per l’ambientazione che, al di là di alcuni cliché, non mi fa entrare nella Weltanschauung messicana.

Con il libro della Tartt, invece, è tutta un’altra cosa. Parla (anche) di arte: non mi intendo di arte, eppure mentre leggo spero che le descrizioni della madre di Theo sui quadri che stanno guardando non finiscano mai. E quando la bomba scoppia, sono nella testa del ragazzino, che ancora non ha realizzato cosa è successo; sento la sua ansia, sento che sta per succedere ancora qualcosa, che sta per arrivare una presa di coscienza tremenda.

Perché questa differenza?

La ragione non sta nei fatti raccontati.

Ha a che fare col modo in cui sono narrati. Perché lo stile dell’autore è un estratto della sua visione della vita. E questa visione della vita, coincide, spesso, con la mia.

Non mi riferisco, volgarmente, a predilezioni e antipatie: non mi importa se l’autore parla bene dei quadri fiamminghi o male dei funerali in Messico. Piuttosto, mi riferisco al modo in cui giunge a certe conclusioni, in cui guarda gli altri personaggi, in cui mette in tavola i suoi dubbi e confessa le sue debolezze.

Pensate all’autobiografia di Elias Canetti: succede poco, molto poco. Ma il modo in cui parla della miriade di persone che incontra, ti fa pensare che lui, anche se non lo scrive, sta maneggiando Verità. Verità con la V maiuscola.

Non che ce l’abbia in mano. Piuttosto, ce l’ha in punta di penna: ancora non è uscita dall’inchiostro, ma l’autore ci sta provando, a tirarla fuori; quello è il suo scopo, ed è così vicino a raggiungerlo che… continui a leggere.

Patricia Highsmith nel suo libro cerca di giungere alla verità dell’omicidio. E’ una verità con la V minuscola. Non ci fa toccare con mano il suo coinvolgimento, e, dunque, non coinvolge neanche noi.

Donna Tartt, invece, è il suo libro. Leggendolo, stiamo viaggiando nei suoi organi interni. Sì, lo so, brutta immagine, ma credo di aver reso l’idea di un Qualcosa che c’è, che è importante (se non ci fosse, non saremmo vivi) e che ciononostante nessuno vede in azione.

Essendo io in ferie, darò ancora una possibilità alla Highsmith, magari il libro mi appassionerà nelle prossime pagine.

La Tartt mi ha già conquistata.


WHY WE LOVE SOME BOOKS AND… DISLIKE OTHER ONES.

I have not found an answer to this question, yet. Literary marketing or friend’s tips can push us to buy some books, but not to love them.

The question has become stronger in these days, when, being on holidays, I started reading two novels at the same time: “A game for the living” (Patricia Highsmith) and “The Goldfinch” (Donna Tartt).

I started the first one because the story takes place in Mexico, which is the country in which I am interested in these weeks; and I started the second one because… I am on Holiday and can afford 900 pages of relax.

Strange enough, but both protagonists are named Theo…

Immediately, from the beginning, I noticed my different attitude towards the two novels.

The Highsmith’s book begins with a dramatic scene in which there is a dead woman, Lelia, a beautiful woman and nice painter. She has been first sexually violeted and then her face has been completely ruined with a knife.

The Goldfinch begins with a young man, Theo, who is hiding in Amsterdam (but we do not know why, yet) and who starts telling his story during the idle hours in the hotel chamber. This is how we find out that he lost her mother during a terroristic attac in a museum, when he was thirtheen.

While reading the Highsmith’s book, I do not feel involved in the love of the two mens for Lelia, nor in their desperation when they discover that she is dead. Moreover, I do not feel any curiosity in the Mexican way of living, as if the author only described clichés.

While reading Tartt’s novel, I feel engaged in the description that Theo’s mother makes of pictures (and I am not particularly fond of pictures, in general); I would go on and on reading on these painters; and, when the bomb bursts out, I am in Theo’s mind, wondering what has happened, feeling his terror, his puzzling thoughts, his fears.

Why this difference?

Differences do not lie in story: both novels start with shocking facts.

Difference lies in author’s vision of life, but does not lie in authors tastes: it doesn’t matter if I agree with an author who loves paintry or hates mexican funerals, who puzzles about Amsterdam streets or mexican way of living. My preferences and the author’s can be different.

I believe that the important pivot is the way in which the author tells his/her stories. His trials to find out the Truth, with capital T. When you read, you feel that the author is looking for the Truth: he/she has not got it, but he/she is striving for that.

Truth is not in the author’s hand, but it is in his/her pen, it is there, and wants to go out. So you go on and on reading hoping that he will find what he search for, hoping that you will be with him/her when he will find it out.

Take, for instance, Canetti’s biography. There, very few facts happen. Despite this, you feel that the author is looking for the Truth in other people, in facts, in cities, in history.

Patricia Highsmith, in her novel, is looking for a little truth: who is the killer. But she doesn’t manage to invove the reader (me: I do not know if she manages to involve other Readers) in all the details she unrolls in front of us.

While reading Donna Tartt’s book, I am in her internal organs.

I do know that this image is not very nice, but it gives the idea of something important, something hidden, without which we couldn’t live. Something that is there, but that nobody can see while it is working.

Well, I am on holidays, so I can afford to lose some time on Highsmith’s novel – not to much, just a little bit, to see if she manages to involve me.

Donna Tartt is already the owner of a piece of my hearth.

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