Tag Archives: solitudine

Cani selvaggi (Helen Humphreys)

IMG_20200425_133539[1]

Non conoscevo questa autrice canadese: ve la consiglio!!

L’espediente narrativo che ha usato in questo libro è di mettere insieme sei persone, molto diverse l’una dall’altra, ma tutte con un problema comune: ognuna di loro ha perso il proprio cane (scappato o abbandonato), che si è unito a un gruppo di cani selvatici nel bosco.

Tutti noi abbiamo paura delle persone con cui viviamo, di quelle che hanno dato via i nostri cani. Se non avessimo paura di loro, loro non avrebbero avuto l’autorità di fare ciò che hanno fatto.

Ogni sera, allora, si trovano tutti e sei ai margini del bosco e ognuno chiama il proprio cane.

La storia è raccontata da diversi punti di vista.

Incomincia Alice, che si è innamorata della biologa del gruppo.

Poi c’è Jamie, un adolescente che cerca di crescere prima del tempo avvicinandosi ad amicizie poco raccomandabili per dimenticare la situazione che lo aspetta a casa.

C’è Lily, una ragazza con dei problemi intellettivi causati da un incidente

Parla anche Spencer, che non appartiene al gruppo, ma che sarà fortemente toccato dal destino di Lily (destino causato da lui, ma non faccio spoiler).

Un altro punto di vista è quello di Malcom: anche lui ogni sera va a chiamare il suo cane, e siccome Alice ha appena mollato il suo ragazzo ed è rimasta senza casa, le offre di dormire nel suo capanno. Ma anche Malcom ha dei problemi mentali..

Al di là della vicenda che li unisce, l’autrice affronta vari temi.

In un rapporto di coppia (o cane-padrone) bisogna fidarsi o bisogna mantenere un certo grado di paura?

Perché i cani se ne sono andati e cosa li trattiene nel bosco? Sono cambiati rispetto a quello che erano una volta o sono diventati quelli che erano già? E questo succede anche alle persone?

Non riuscivamo ad immaginare un mondo per loro del quale noi non fossimo il centro.

Credo che i cani siano una metafora della vita: sono addomesticati, vivono delle nostre abitudini, e poi all’improvviso cambiano. Sono diventati selvaggi o lo sono sempre stati, in realtà? E noi siamo addomesticati del tutto o possiamo ancora cambiare?

E’ un romanzo davvero pieno di riflessioni che ognuno può adattare a se stesso.

5 Stelle su 5.

L’acqua ha sempre qualcosa da fare. Dà sempre l’idea di avere un posto importante dove andare. Anch’io vorrei sentirmi così.

Leave a comment

Filed under book, Canadian writers, Libri & C., Scrittori canadesi

Sulle madri lavoratrici: “La ragazza dell’altra riva” (Mitsuyo Kakuta)

IMG_20200418_164852[1]

(Mi trovo nella fase delle letture orientali…)

Romanzo ambientato ai giorni nostri: i problemi incontrati dalle due protagoniste sono anche molto occidentali; ad essere diverso, però, è il modo in cui entrambe reagiscono a tali problemi, che è prettamente orientale.

Sayako, trentacinquenne, decide di rientrare nel mondo del lavoro, dopo esserne uscita a causa della nascita della figlia. Trova un posto in una ditta di pulizie: è un’attività estenuante e la sovrintendente è scorbutica, ma Sayako si accorge che uscire di casa le fa bene, parla di più con le persone, è più aperta ed ha più fiducia in se stessa.

Instaura inoltre un bel rapporto con la titolare, Aoi, sua coetanea, ma dal carattere molto più aperto e positivo del suo.

Ho trovato molto verosimile la descrizione delle difficoltà incontrate da Sayoko, una donna con famiglia a carico che decide di lavorare.

I familiari non la appoggiano: il marito, contrario al fatto che la moglie lavorasse fuori casa, fa commenti sprezzanti, senza mai alzare una mano per aiutare. La suocera critica in continuazione. Sayoko stessa prova molti sensi di colpa nei confronti della figlia.

Altri problemi incontrati da Sayoko sono simili ai nostri: le liste d’attesa agli asili, i rapporti con la suocera, i pettegolezzi sul posto di lavoro, i mariti che non aiutano, l’attenzione all’economia domestica, i gruppetti delle mamme, la preoccupazione che i figli non si integrino coi compagni…

Poi ci sono le difficoltà specificatamente giapponesi, ad esempio, il fenomeno del bullismo scolastico, che è spesso collegato a quello dei suicidi adolescenziali.

Molto “giapponese” è anche la reticenza a esprimere i propri sentimenti.

Aoi, ad esempio, ha alle spalle una storia pesante: da giovane si era molto legata a un’amichetta; assieme a lei aveva anche tentato il suicidio lanciandosi da un palazzo, ma dopo essere scampate entrambe alla morte, si sono perse di vista. Ebbene, Aoi non riesce ad esprimere la sofferenza che ha provato dopo la sparizione dell’amica. Se è costretta a scambiare due parole sull’argomento con Sayoko, lo fa scherzandoci su. Non si apre, è sulla difensiva, ha paura di soffrire ancora.

Anche in questo libro, come in quello di Yu Miri (v. post precedente), i protagonisti cercano di mostrarsi sempre allegri e di non far trapelare tristezza o rabbia. Tale ritrosia ostacola la costruzione di un vero rapporto tra due persone e, ovviamente, genera solitudine: è uno dei motivi per cui i suicidi giovanili sono così diffusi.

294 pagine, ma lette in tre giorni: non perché ci siano avventure all’Indiana Jones (non ci sono neanche gran colpi di scena), ma proprio per questo senso di “mal comune mezzo gaudio” che ho provato davanti alle esperienze di una mamma lavoratrice, di questa donna altamente insicura di sé che accetta il rischio di rimettersi in gioco, nonostante le difficoltà.

Dà speranza.

Leave a comment

Filed under book, Libri, Libri & C., Scrittori giapponesi

Scoprire l’assassino…? @LibriCorbaccio

Ho sempre invidiato i lettori che dicono frasi del tipo “ho scoperto l’assassino già quando ero a pagina 4”. Io, se non me lo dice l’autore, l’assassino non lo scopro mai!

In realtà non sono neanche una grande fan dei polizieschi: li leggo più per la loro ambientazione che per la voglia di mettere in gioco le mie capacità divinatorie. Questa volta, ad esempio, avevo voglia di stare per un po’ sulle coste inglesi: pioggia, rocce, pecore, fattorie isolate.

NOBODY – CHARLOTTE LINK

Nobody in realtà si chiama Brian: è un bambino rimasto completamente solo al mondo e durante i bombardamenti tedeschi su Londra, nella confusione materiale e burocratica, si attacca, letteralmente, a Fiona, una bambina spedita in campagna per sottrarla al pericolo (piccola digressione: il trasferimento dei bambini nelle campagne è stata un’operazione ad ampio raggio, organizzata dal governo, per preservare le giovani generazioni: lode agli inglesi).

Ma Brian ha enormi difficoltà intellettuali: fa fatica a parlare e non capisce quello che gli viene detto. Fiona non lo sopporta: ha altri problemi per la testa. Idem per Chad, il ragazzo di cui lei si innamora, e che sogna di andare a combattere Hitler sul continente.

Questo succede negli anni Quaranta.

2008, stessi luoghi: Fiona e Chad sono ormai anziani. Lui è misantropo, lei è inacidita. E in paese avviene un omicidio. Una giovane viene barbaramente uccisa.

Pochi mesi dopo, anche Fiona viene uccisa con modalità apparentemente simili.

Ci sono molti personaggi, nel libro, ognuno col suo bagaglio di passato malato: perché non c’è nessuno che si salvi (come al solito, dovrei dire, nei romanzi polizieschi). Tutti hanno qualcosa da nascondere: è un aspetto che trovo sempre poco realista, nei gialli. La gente non è così: ad un certo punto, se non altro per stanchezza, la verità la devi dire.

Ma vabbè… non mi dispiace leggere del divorzio di Leslie, la nipote di Fiona; soprattutto non mi dispiace leggere di Gwen, l’insignificante figlia di Chad: ai limiti della bruttezza, non ha nessun tipo di formazione, né interesse, né capacità. Eppure, riesce a fidanzarsi col misterioso (e spiantato) Dave, bello e colto. Si capisce subito che lui è interessato solo alla sua fattoria…

Ecco: Gwen è un personaggio realista (salvo le ultime tre pagine). Tante donne sono un po’ Gwen… Se leggerete il libro, capirete. Perché attorno a lei gira anche tutta la storia: attorno alla sua insignificanza, ma anche alla scarsa volontà di aiutarla di chi le sta attorno. In fondo, non ci interessiamo mai davvero a certe persone.

Comunque, torniamo al libro: si legge in un battibaleno. Nonostante la predisposizione anglosassone agli alcolici (ma cavolo, sono tutti che bevono o che pensano a bere…), i dialoghi standardizzati (anche il pecoraio, con tutto il rispetto, parla come un libro stampato) e l’inverosimiglianza di un diario virtuale inviato via mail da una settantenne a un ottantenne, io l’ho letto volentieri.

Si legge in un battibaleno perché comunque la Link conosce le tecniche narrative, bisogna dargliene atto, e le si perdonano anche le ripetizioni e le prevedibilità.

Leggetelo, quest’estate. E ricordatevi: siamo tutte un po’ Gwen.


PS: forse ho comunque scoperto un modo per capire chi è l’assassino. Nei libri come questo, dove il punto di vista cambia da un personaggio all’altro, se fate attenzione, ci sono sempre uno o due personaggi il cui punto di vista non viene mai espresso… bum!

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., scrittori tedeschi

Maria Callas (1)

MARIA CALLAS INTIME – Anne Edwards (English version: below)

Questa biografia è così zeppa che devo dividerla in due post.

Maria Callas è nata negli Stati Uniti da genitori greci. La madre, appartenente alla buona borghesia ateniese, dopo un po’ si è stancata del marito, George, che l’ha portata negli States senza praticamente avvisarla che aveva venduto la farmacia per comprare i biglietti per tutta la famiglia (della serie: arriva a casa alla sera e dice: “sorpresa!!!).

La madre della Callas ha un ruolo importantissimo nella sua carriera, perché è stata lei ad instradare la figlia e a spostare mari e monti pur di farle frequentare le scuole giuste e incontrare le persone che contano.

E’ arrivata a sfruttare la figlia più grande, Jackie, trasformandola nell’amante di un riccone, pur di disporre dei mezzi necessari al loro ménage (anni dopo, si giustificherà dicendo che sua figlia comunque lo amava). Era una donna che puntava in alto, non importava il prezzo; per esempio imbrogliò sulla data di nascita di Maria per farla accettare in una scuola prestigiosa e distrusse quasi tutte le lettere che il padre spedì alle figlie dopo che lei le aveva riportate in Grecia, lasciandole vivere nel dubbio di esser state abbandonate da un genitore.

La Callas, da adolescente, era timidissima (e pure brutta, diciamolo). Però ha sempre avuto una bella voce e, soprattutto, la forza d’animo necessaria per sottoporsi a una disciplina di lavoro molto pesante.

Per molti anni soffrì di disturbi alimentari: complice anche gli orari assurdi, mangiava di notte, o di nascosto, arrivando a sfiorare i cento chili (era alta 1,65 m).

Sposò un ricco industriale, Meneghini, di trentacinque anni più vecchio di lei. Era però una coppia scoppiata fin dall’inizio. Lui non voleva accompagnarla nelle tournée, preferiva stare a Verona, vicino alla propria famiglia (e qui, la biografa si lascia scappare un commento circa la difficoltà degli italiani a tagliare i cordoni ombelicali). Questa fu la causa di non pochi dissapori nella coppia, perché i parenti di Meneghini disprezzavano Maria – era figlia di un umile farmacista, ed era greca, una nemica, secondo la mentalità del secondo dopoguerra.

La Callas riesce a dimagrire (35 kg in due anni) dopo aver visto Audrey Hepburn in Vacanze Romane ed essersi innamorata della sua figura longilinea; ma anche dopo essersi innamorata (nel senso vero, stavolta) di Luchino Visconti, nobile romano, fine, ricco, acculturato. Gay…

La cantante passa dalla gioventù in sordina, sola, disprezzata ed evitata dalle coetanee, ad essere una diva mondiale, una “tigre” secondo alcuni giornali, che danno più importanza alle sue sfuriate che alla sua capacità artistica.

Trovo che le metamorfosi siano sempre affascinanti.


 

This biography is so full of events and details that I must split it in two parts, otherwise posts become too long.

Maria Callas is born in Greece.

Her father is a druggist. One day, he comes home and shouts: “Surprise! I have sold my shop: we move to the United States!”

His wife is astonished: she has not been informed in advance. They have a little daughter, and she is pregnant of Maria. Evangelia, Maria’s mother, belongs to high burgeoise class and does not expect to live under some levels: but this is exactly what she must do in the first period in New York.

Evangelia has a big role in Maria Callas’ career. She is the one who chooses the best schools and she even exploites the bigger daughter to get money to pay all expenses (the young will be forced to become the mistress of a rich man).

But Evangelia does not do just this. For instance, she puts the wrong Birth date on a document, so that Maria can be accepted into a prestigious school. Not only this: when she leaves her husband and comes back to Greece, she destroyes all letters that the father writes to her daughters, letting them think that the man had abandomned them…

As a teenager, Maria Callas is not a beauty at all. She is very shy and fat. But she is ready to work, a lot. But… a lot!!

She marries a rich business man (35 older than she). He becomes her manager, but he does not like to follow her in her tournées. Moreover, his family despissd Maria Callas: at the end, she is the daughter of a chemist, and she is greek (do not forget that the second world was had just finished).

She manages to loose 35 kg in two years when she falls in love with Luchino Visconti, a rich and well educated man of the roman high class. Actually, he is gay… she has her troubles in understanding his sexual choices and she often is very annoying with him.

At the moment I ready only half book: but I love metamorphosis!

7 Comments

Filed under biographies, book, Libri, Libri & C., Saggi, Scrittori americani, success

Il cardellino, Donna Tartt @casalettori

892 pagine e non sentirle!

Il romanzo racconta la storia di Theo Decker, che a 13 anni perde la madre in un attacco terroristico in un museo. Lui sopravvive miracolosamente, e in quegli attimi di confusione e paura succedono altre due cose che lo segnano per tutta la vita: tiene la mano al signor Welty, che sta morendo, e si porta via il quadro del Cardellino, un’opera dal valore inestimabile e che sua madre amava tantissimo.

E’ morta per colpa mia. Gli altri sono sempre stati fin troppo solerti nell’assicurarmi che, andiamo, ero solo un bambino, chi avrebbe potuto immaginarlo, un terribile incidente, maledetta sfortuna, sarebbe potuto accadere a chiunque, tutto assolutamente vero, ma io no ho mai creduto a una sola parola.

La grandezza del romanzo, però, non è tanto nella storia, che ha i suoi colpi di scena, ma nella nostalgia che lo permea ad ogni pagina.

Theo, dopo la morte della madre, prende quella che noi definiremmo una brutta strada: si dà alle droghe e al bere insieme al suo amico Boris. Rischia grosso quando un malvivente scopre che lui è in possesso del quadro (ma lo è davvero?? Non faccio spoiler), e finisce per perdere anche il padre, che aveva già perso da piccolo (aveva abbandonato moglie e figlio) e che… bè, scusate, mi fermo qui, rischio di raccontarvi tutto.

Anche da giovane adulto, Theo continua a chiedersi cosa sarebbe successo quel giorno al museo se… se… se… Questa domanda salta fuori spesso, e ci coinvolge tutti, perché tutti prima o poi ce lo chiediamo, sbaglio?

Eppure, alla fine Theo giungerà alla conclusione che è una domanda sbagliata.

Ma vi lascio il piacere della scoperta… Leggetelo!

Potete acquistarlo a questo link affiliato Amazon 

3 Comments

Filed under Arte, book, Libri & C., Scrittori americani

Il peso della farfalla, Erri De Luca

Parlare di questo libro è difficile, perché è scritto come una poesia: breve, pieno di immagini e metafore, va letto, non spiegato.

Parla di due personaggi fuori del comune, il RE dei camosci, un animale fiero e straordinario (fin troppo, forse), e il suo cacciatore, un uomo di cui non conosciamo neanche il nome, e che ha già ucciso la madre del Re.

Entrambi hanno scelto di vivere in solitudine ma, per quanto nemici, moriranno quasi insieme, come se fossero l’uno lo scopo di vita dell’altro.

Il romanzo è brevissimo ma intenso, e mi è piaciuto nonostante legga poco volentieri libri ambientati in montagna quando è inverno (mannaggia il freddo!).

3 Comments

Filed under book, Libri & C.

Gita al faro, Virginia Woolf @NewtonCompton

Ma cosa c’è da recensire, qui?

In questi giorni, in classe di mio figlio (una quarta elementare) stanno studiando le recensioni. La recensione, in soldoni, dovrebbe presentare il libro attraverso un breve riassunto che non sveli il finale e poi dovrebbe essere corredata da un parere sull’opera. Una recensione è tutta qui: perché non mi piacciono, non capisco (non ci arrivo) le recensioni piene di paroloni, più complicate del testo che stanno cercando di spiegare.

Eppure, un libro come questo non lo puoi né riassumere né valutare.

Cosa fai, dici che è un bel romanzo? Che la Woolf è una bravissima scrittrice? Ma per favore…

La storia è brevissima: una madre promette al figlioletto di andare a visitare il faro, solo che poi non ci vanno. Passano dieci anni, in cui la casa al mare va in rovina. Alla fine, la famiglia torna (la madre e due figli sono morti), e la gita al faro, finalmente si fa. Ecco, il riassunto non dice nulla. Come non ti direbbe nulla una persona a cui non parli.

Bisogna leggerlo. Scontrarsi con la prosa, con le ipotattiche e con le parentesi. E poi scoprire che certe immagini, certe sensazioni, sono le stesse che hanno colpito anche noi, e che continuano a colpirci, ogni tanto. E che siano immagini e sensazioni positive o negative, non importa: ci si sente meno soli.

E’ curioso, che un romanzo così, che parla, dopotutto, di solitudini, riesca a farti sentire meno solo. Ma ci riesce grazie al monologo interiore, quell’artificio che spalanca i corpi, che apre la corazza della pelle e ti fa vedere e sentire come qualcun altro. Si scopre che siamo tutti esseri umani con le stesse pulsioni, simpatie, antipatie e debolezze.

E ti fa riflettere sul fatto che quando qualcuno ti sta, letteralmente, sulle palle, tu non sai mai, mai, davvero, cosa quel qualcuno sta pensando o provando. Ce lo dimostrano bene Cam e James, durante la traversata che li porta al faro.

Ecco: non posso comunicare ai lettori del blog cosa significa leggere l’Incomunicabilità attraverso i personaggi di “Gita al faro”. Tanto vale chiudere qui.

3 Comments

Filed under book, Libri & C., scrittori inglesi

Le lacrime di Nietzsche, Irvin D. Yalom @NeriPozza

Bel libro: mi sento di suggerirlo a tutti gli amanti dei romanzi, non solo a chi si interessa di psicanalisi e filosofia.

Yalom, psichiatra e scrittore, parte dai dati anagrafici, reali, di personaggi storici (Nietzsche, Lou Salomè, Breuer, Sigmund Freud…) per farne un romanzo di fantasia, ma senza mai allontanarsi dalla verosimiglianza dei caratteri per quanto se ne può trarre da testi e testimonianze scritte; tranne forse nel caso di Lou Salomè, che difficilmente si sarebbe sentita in colpa per aver rifiutato di sposare Nietzsche, almeno al punto da ricorrere a un medico per aiutarlo. Ma non c’è rischio di confondere fantasia e realtà, perché l’autore alla fine ci spiega cosa ha inventato e cosa no.

Le malattie (o la malattia) di Nietzsche sono un mistero clinico difficile da svelare. Breuer, nel romanzo, dandone un’interpretazione, quasi giunge a una forma di guarigione: e se non ci giunge del tutto, questo dipende da Nietzsche. Ma non posso dirvi di più, altrimenti svelo troppo.

Quello che posso dire, è che nel romanzo è ben delineata l’amicizia che nasce tra il filosofo e il medico, nonostante i blocchi emotivi di entrambi; e sebbene il rapporto medico-paziente venga rivisto in modo originale – ribaltato, direi –  alla fine entrambi riescono a imparare qualcosa su se stesso e sull’altro. Merito della logoterapia, la terapia della parola, che riesce non sono a creare un’amicizia, ma anche a farci conoscere personaggi storici nel loro carattere, nei loro pregi e difetti (perché, diciamolo, Nietzsche aveva dei problemi con le donne…).

L’insegnamento generale che ne ho ottenuto, però, non è tanto nozionistico: non gira attorno alla storia del pensiero o della filosofia. L’insegnamento che si ottiene da questo libro è che nella solitudine non si guarisce.

2 Comments

Filed under book, Libri & C., Scrittori americani

Il nostro caro Billy – Alice McDermott @Einaudieditore

Grande scrittrice, la McDermott.

Il romanzo inizia nel Bronx con una veglia funebre per Billy, il vecchio caro Billy, di cui tutti parlano un gran bene ma del quale, sottovoce per non farsi sentire dalla vedova Mauve, tutti ricordano il primo amore, Eva, l’Irlandese morta di tubercolosi nella terra natia prima che il loro sogno potesse realizzarsi.

La storia è narrata dalla figlia di Dennis, che è stato il miglior amico (nonché cugino) di Billy. Dennis però è anche il personaggio che ha, per così dire, creato il mito di Billy, perché è lui che ha comunicato all’amico la notizia della morte di Eva, molti, moltissimi anni prima. Ed è l’unico che per tutti quegli anni ha saputo che questa era una bugia: perché Eva non è morta di tubercolosi; no. Eva si è semplicemente tenuta i soldi che Billy le aveva mandato per tornare negli Stati Uniti e li ha utilizzati come acconto per l’acquisto di una stazione di servizio, dove è andata a stare col nuovo marito.

In cosa consiste il “mito” di Billy?  E’ il mito del primo amore, quello che non si scorda mai. Infatti, anche se Billy poi si sposa con Mauve, anche se non nominerà più Eva per il resto della sua vita matrimoniale, tutti sentono che lui è ancora legato a quel sogno; e tutti sanno, anche se non lo dicono, che Billy è diventato un alcolizzato e si è ucciso a forza di bere per colpa di quel sogno.

La bugia di Dennis viene rivelata subito nel primo capitolo, e la narrazione va avanti e indietro lasciandoci capire subito come finisce la storia di Billy; ma la bellezza del romanzo sta nell’alone di fascino che circonda questo protagonista (morto). Tutti vogliono credere in questa magia ambigua, che può darti tutta la forza del mondo, ma che può anche distruggerti se non riesci a imbrigliarla.

Durante la lettura mi è spesso venuto il dubbio: Billy è morto alcolizzato per colpa della bugia di Dennis? Mi sono risposta: no, l’autrice non voleva darci questa interpretazione. Perché le persone come Billy avrebbero trovato un’altra scusa per bere (un alcolizzato trova sempre una scusa per bere); Dennis ha creato un mito perché se avesse rivelato subito a tutti la verità, il loro mondo sarebbe stato un po’ meno bello.

Come mi sembravano tutti soli quella sera, i familiari e gli amici di mio padre: anime solitarie, tutti quanti, nonostante i mariti, i figli, i cugini e gli amici, con tutte le loro speranze, tutto quell’accoppiarsi e generare, quella mania di tenersi in contatto, di non perdersi di vista, tutto così vano alla fine, perché prima o poi tutti quanti erano costretti a rendersi conto che niente di ciò che avevano provato aveva cambiato le cose.

Questa secondo me è il periodo che illumina tutto il senso del romanzo: tutti sperano nell’amore come unico mezzo per dare senso alla vita, quella vita che alla fine tutti devono lasciare.

Consigliato.

 

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., Scrittori americani