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Il profumo (Patrick Suskind)

Avevo visto il film, che non era male, ma il libro è davvero scritto bene, e certi dettagli, che nel film mancano, sono molto godibili.

La storia credo la conosciate: Jean-Baptiste Grenouille vede la luce in un ammorbante mercato del pesce. Sua madre cerca di nasconderlo e farlo morire come gli altri (verrà giustiziata per questo), ma il bambino è tenace e, contro ogni pronostico, vive.

Durante l’infanzia e l’adolescenza passa da un istituto a un conciatore, da un profumiere a un benefattore: ognuno di questi personaggi, dopo che Grenouille ne ha tratto ciò che gli serviva, morirà in modi poco – per usare un eufemismo – attraenti (!).

Grenouille ha una particolarità unica: non ha odore. Non emana nessuno degli odori che emanano gli altri esseri umani, eppure è dotato di un odorato incredibile. Riesce a leggere i pensieri delle persone dagli odori che emanano e riesce a capire chi c’è al di là di un muro annusando l’aria. Neanche i cani possono eguagliarlo.

Grenouille ha un’altra particolarità, che però non è unica, perché sembra appartenere – anche se in misura minore – a molti altri dei personaggi con cui viene in contatto: non prova sentimenti.

Lavorando per conciatori e profumieri, apprende le basi di un mestiere che potrebbe renderlo ricco sfondato, ma lui non è interessato ai soldi: quello che vuole, è crearsi il proprio odore. Deve essere il miglior odore del mondo, qualcosa che non si è mai sentito: il profumo perfetto.

Peccato che per produrlo, questo profumo perfetto, non gli bastino fiori e spezie: deve uccidere fanciulle appena sbocciate.

Questo romanzo si potrebbe leggere come un’enorme metafora: quello che vuole Grenouille, in realtà, è l’amore. Non solo quello degli altri nei suoi confronti (che riesce ad ottenere grazi al suo profumo), ma anche l’amore per se stesso, la consapevolezza di se stesso.

C’è un momento in cui, rinchiuso in una grotta che non ha mai ospitato anima umana al di fuori della sua, si sente sopraffatto dai vapori emanati dal proprio sé, ed è l’esperienza più traumatica della sua vita. E’ l’unico momento in cui la sua natura maligna gli si rivela.

Un uomo che non ha odore e vuole averne uno tutto suo, il migliore mai esistito: non è la storia di ognuno di noi? Ognuno di noi non vorrebbe essere speciale? Certo, non serve arrivare al crimine come fa Grenouille, ma ognuno di noi commette i piccoli crimini che gli sono permessi dal proprio ambiente.

Ora sembrerà che io esca dal seminato, ma pensate agli scontrini.

E’ l’atteggiamento che conta.

Spesso mi prendono in giro, mi dicono che sono altre le cose che contano e che sono una rompiballe perché se il negoziante o l’ambulante non mi dà lo scontrino, io lo chiedo espressamente. Non è solo una questione di paura della multa (perché se mi controlla la finanza, la prendo pure io).

E’ che l’atteggiamento del negoziante o dell’ambulante è lo stesso del politico che ruba ad alti livelli: cambia solo la circostanza.

Se il negoziante o l’ambulante si trovassero di colpo catapultati nelle sfere del ministro, non farebbero altro che continuare a comportarsi come facevano in negozio o dietro al banchetto: continuerebbero a rubare.

Dunque, non prendiamocela con Grenouille se uccideva le giovinette: ognuno di noi è disposto a uccidere la giovinetta che gli capita a tiro se questo gli permetterà di miscelarsi il proprio personalissimo profumo.

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Brigitte Macron, una donna libera (Maelle Brun) @EdizioniMinerva

Di Brigitte Macron sembra che qua in Italia siano arrivate solo le notizie sulla sua differenza di età col presidente in carica, suo marito.

Si sono messi insieme quando lui era al liceo e aveva 16 anni; lei ne aveva 41.

La differenza di età è la stessa che esiste tra Melania e Trump, ma in questo caso, essendo il marito il coniuge più vecchio, le chiacchiere sono state molto, molto meno marcate. E’ normale che un vecchiardo miliardario si metta con una fotomodella molto più giovane.

Dunque inutile sottolineare cosa ha dovuto passare questa donna, quando si è innamorata di Macron, che era un suo alunno. Non è stata denunciata, ma non si contano le persone che le hanno voltato le spalle, sia amici che parenti. Già questo è un sintomo di resilienza non indifferente.

Brigitte Macron proviene da un ambiente benestante, i suoi avevano una catena di pasticcerie ben nota. E’ stata insegnante, prima di mollare il lavoro per seguire la carriera del marito quando lui è diventato ministro dell’economia (decisione che è stata presa anche da Michelle Obama, di cui ho appena letto l’autobiografia, e chissà da quante altre moglie di personaggi famosi).

Nel panorama politico francese, il ruolo di Brigitte Macron è peculiare perché, sebbene il presidente abbia ribadito a più riprese che la moglie non riceve alcun compenso, lei è molto presente e non si limita a occuparsi delle campagne che sono di solito attribuite alla première dame.

Dal libro risulta che lei sia molto attiva come consigliera del marito, che non dimentica mai di tenerle il posto anche nelle riunioni ufficiali. Ha spesso voce in capitolo in vari campi, anche ad esempio per la redazione dei discorsi, o per la scelta dei collaboratori del presidente, e ha partecipato attivamente alla scrittura del libro che Macron ha scritto (tanto che spesso chiedono a lei di autografarlo).

Come tutte le first lady, è stata piazzata, suo malgrado, sotto una lente di ingrandimento dalla stampa, che le fa “i raggi” ogni volta che esce dalla porta: le critiche fioccano come pop corn. Dalle minigonne troppo corte all’età. Una gogna mediatica che non ci sarebbe se si trattasse di un uomo.

Ma, come sappiamo, questo è dato per scontato.

Eppure Brigitte Macron è amata dal popolo e il rapporto col marito è molto solido.

Il libro ha poco più di duecento pagine.

Non è appassionante come l’autobiografia di Michelle Obama. E’ scritto in terza persona e la première dame non interviene direttamente: tutto quello che leggiamo, deriva da interviste fatte sui giornali, ai suoi conoscenti, o da frasi e apparizioni pubbliche.

E’ inoltre una biografia che ci mostra la Macron in una luce solo positiva, come una donna che cerca di farsi strada tra le difficoltà che comporta un ruolo come il suo, ma non si può scendere sotto la superficie di quanto è stato detto o scritto in pubblico.

Una volta finito di leggerlo, mi resta in mente il messaggio che Boell ha voluto lasciarci col suo romanzo “Foto di gruppo con signora”: tutti hanno qualcosa da dire sulla signora, tranne lei. Ci resta il mistero di chi sia veramente questa donna.

Possiamo immaginare quello che ha sopportato e quello che ancora deve sopportare, ma i suoi veri sentimenti rimangono dietro una cortina di parole scritte e pronunciate da altre persone.

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La camera azzurra (Georges Simenon)

Tony Falcone ha una relazione con Andrée da circa otto mesi. Si incontrano in una stanza dell’albergo del fratello di lui, la Camera azzurra.

Tony rivive l’ultimo incontro con la donna attraverso un interrogatorio.

Un po’ alla volta veniamo a scoprire che indossa le manette, che lo portano nella stanza degli interrogatori col cellulare. Dunque è stato compiuto un reato ma non si sa quale, non si sa se sia stato ucciso qualcuno, chi, quando, perché.

Sia lui che lei sono sposati: lei con un uomo che soffre di epilessia; lui con Giséle, che le ha dato una figlia, Marianne, di sei anni.

Scopriamo che Andrée è innamorata di lui dai tempi delle scuole, ma che poi Tony se ne è andato dal paese per una decina d’anni, e lei, in assenza di lui, si è sposata con Nicolas, ricco e malato.

Tutto quello che veniamo a scoprire sulla coppia clandestina, lo sentiamo dalla voce o dai pensieri di Tony durante gli interrogatori.

Una delle grandezze di questo libro è che c’è stato un reato, ma non si dice quale: al centro della storia c’è la psicologia dell’uomo e della donna coinvolti.

Tony non si fa domande, né su di sé, né su Andrée, né sulla moglie. Il più delle volte giustifica il proprio comportamento e quello altrui con frasi del tipo: E’ quello che fanno le donne, è quello che fanno gli uomini.

E’ un essere umano che vive quasi ai limiti dell’animalità, seppur travestita da perbenismo: il lavoro, la casa, la famiglia, tutto è accettato perché “si fa così”.

Non si chiede mai che cosa vuole davvero Andrée, e anche quando lei gli parla in modo da fargli capire cosa davvero desidera, lui registra le parole senza rendersi conto delle possibili conseguenze.

Non si chiede mai cosa pensa la moglie Giséle, dice di amarla ma non sa definire cosa sia l’amore. D’altronde, quando Andrée gli chiede espressamente se lui la ama, lui non sa rispondere con un sì o con un no neanche a lei.

Alla fine, il delitto gli cade addosso senza che lui quasi abbia fatto nulla, eppure sa di essere colpevole.

E’ colpevole.

Non è un libro giallo, dove c’è un delitto e si deve scoprire movente e colpevole; piuttosto è un romanzo sul senso dell’essere umano: cosa ci rende davvero umani? La consapevolezza di esserlo, la riflessione, il pensiero.

Chi non si fa certe domande è colpevole e deve venir punito.

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Vegan, le città di Dio, Remo Bassini

Tranquilli, non vi stresserò dicendovi quanto male vi fanno carni e latticini: lo sapete già, fate un po’ quel che volete.

Questo è un romanzo: un giallo.

Incentrato sull’alimentazione vegana?

Mmh, non direi. O meglio: sì, si parla molto di questa scelta alimentare, ma si parla anche di altro (ascorbato di Potassio, Gerson, aria pulita, biologico, carabinieri, servizi segreti, cura del cancro, amore…)

Tutto gira attorno ad Adriano Bronzelli, un padre di famiglia che, ad un certo punto della sua vita, molla moglie e figlio e va a vivere in riva a un fiume. Apre un blog (lui che è contrario alla tecnologia in generale), dove parla di alimentazione sana e di medicina naturale. Diventa anche guaritore.

Un matto, insomma, un fol, come lo chiamano i suoi compaesani. Uno da non prendere sul serio.

O no?

Perché sembra che il suo blog inneggi alla lotta armata, che sia il fulcro attorno cui ruota una rete di anarchici vegani; sembra che le città di Dio non siano quell’oasi di pace e serenità che si vuol far credere.

Poi, una sera, Adriano Bronzelli muore.

Di infarto.

O no?

Il figlio, in seguito ad un incontro alquanto misterioso che gli mette la pulce nell’orecchio, decide di approfondire le circostanze della morte del padre e per farlo incarica l’investigatrice privata Anna Antichi.

Eccola qui la protagonista del nostro Bassini: stavolta è una donna, è vero, ma ci ripropone tutte le ombre “care” alla scrittura dell’autore. Tormentata, insonne, reduce dal lettino dello psicologo, con le pasticche e le sigarette sempre a portata di mano. Sola.

Attraverso tesi complottistiche, hacker, multinazionali sospette e mogli tradite, Anna Antichi riesce a capire cosa è successo quella notte disgraziata. Ma non vi dirò altro: solo che siamo in Italia, che Bassini è un giornalista che conosce i suoi “bastardi posti”, e che le cose cambiano senza cambiare mai del tutto.

Lo stile di Bassini è tutto suo: questo è il quarto suo libro che leggo, e ormai mi sono famigliari i suoi “E comunque (puntato)” all’inizio del paragrafo, i soggetti alla fine della frase e i personaggi tabacco-dipendenti. Messi insieme, i suoi romanzi sembrano parlare tutti dello stesso luogo, anche se cambiano i protagonisti: un bastardo posto, appunto, come dice il titolo di un altro suo romanzo.

Ma questo libro è perfetto per inquadrare il fenomeno vegano/salutista, e per mostrare quanto fastidio danno le terapie alternative.

Beh… dai, i vegani oltranzisti danno un po’ fastidio anche a me, che sono una vegana ormai abbastanza tollerante. Ecco come li descrive Bassini:

(…) parla sempre e solo di alimentazione, di multinazionali. E’ un invasato.

Un po’ di equilibrio a volte non fa male.

ps: ah, tanto perché non abbassiate mai la guardia, ricordatevi che la carne non solo vi alza il colesterolo (soprattutto quello cattivo), ma che vi manda in palla anche il sistema ormonale, aumentando le vostre probabilità di incorrere in malattie cardiovascolari e tumorali. I latticini invece…  ok, ok, mi fermo qui. Fate un po’ quello che volete.

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Libri in fuga, André Schiffrin @volandedizioni

Che bella vita, quella di Schiffrin.

Figlio di un intellettuale russo, ha continuato il mestiere del padre, quello di editore. Ma non un editore come quelli che abbiamo oggi in giro: padre e figlio credevano nella capacità dei libri di cambiare le idee della gente. O, almeno, di far sì che la gente si ponesse delle domande, o che mettesse in dubbio le versioni ufficiali fatte girare dal governo e dalla stampa di regime.

Allo scoppio della seconda guerra Mondiale, la famiglia Schiffrin riesce, dopo molti tentativi andati a vuoto, a scappare negli Stati Uniti. E’ qui che Andrè cresce, come uno studente americano, anche se sui generis: quando, a partire dai 13 anni, scopre quanto è interessante la politica di quel periodo, non smetterà più di occuparsene.

Vicino alle idee riformiste di sinistra, finirà spesso nel mirino dell’FBI e della CIA, soprattutto durante il maccartismo: è interessante l’analisi che fa della società in quel periodo e delle conseguenze che tale paura strisciante farà ricadere fino ai giorni nostri.

In questa autobiografia parla anche dell’antisemitismo e delle università americane ed inglesi (studierà due anni a Cambridge); ma parla soprattutto della sua attività di editore, prima presso la Pantheon e poi, quando la Pantheon viene fatta fuori dalle strategie del profitto, presso la New Press.

Nelle ultime pagine si sente tutta la sua nostalgia per i bei tempi andati in cui gli editori facevano il loro mestiere, quando le case editrici non erano parte di enormi e fagocitanti gruppi orientati al solo profitto (solo un dato: all’inizio degli anni Cinquanta a New York c’erano 350 libreria, dieci volte più di oggi).

E poi, cita una miriade di intellettuali che ha conosciuto di persona: non solo Gide, gran amico di suo padre, ma anche Chomsky, Sartre, De Beauvoir, Leonard Woolf, Hobsbawm, Amartya Sen e molti altri.

Non mancano le stoccate al “nostro” Berlusconi e a Bush:

L’indipendenza dell’editoria è stata duramente limitata quando è diventata proprietà di grandi gruppi. Ci sono voluti due anni prima che grandi case editrici iniziassero a pubblicare libri che denunciavano le menzogne dell’amministrazione Bush, e molti di questi titoli sono diventati dei best seller. Sono convinto che se la stampa e le case editrici lo avessero fatto da subito, Bush non avrebbe portato il paese alla disastrosa guerra irachena.

La libertà della stampa è importante. Non ce rendiamo conto, ma influenza le nostre vite: pensiamo al caso sopra riportato della guerra irachena…. ragazzi: una guerra! Si poteva evitare. Così come si potrebbero evitarne altre se l’opinione pubblica si informasse e leggesse vere informazioni e veri approfondimenti.

Invece siamo inondanti da riviste di gossip e cacche varie, da TG che parlano in tono pietoso di cani abbandonati e, subito dopo, di veline e calciatori; e, poi, da libri ad alta diffusione e basso prezzo che trattano di storielle a lieto fine e improbabili serial killer. Stiamo copiando il peggio dell’America.

 

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Beauvoir in Love, Irène Frain @Librimondadori

Biografia romanzata (o romanzo biografico) della storia tra Simone de Beauvoir e lo scrittore Nelson Algren.

Non ho messo alcun aggettivo al sostantivo “storia”. Non la considererei una vera e propria storia d’amore. Piuttosto, una storia di passione, una forte attrazione sessuale.

La Frain si è basata su un’enorme massa di documenti per scrivere questo romanzo; tuttavia, la storia che ho letto (volentieri e fino alla fine) mi è sembrata un altro pianeta rispetto a quello che sapevo della De Beauvoir. Facendo il confronto con alcuni passaggi di “La forza delle cose”, che è la sua autobiografia di quel periodo, ne vengono fuori due donne diverse. Nell’autobiografia, vediamo un’intellettuale famosa tutta infervorata nelle discussioni politiche e filosofiche che si innamora di un uomo pur restando legata a Sartre. Nel romanzo vediamo una donna che ha perso la testa per un uomo ma che resta legata a Sartre: manca tutta, e dico tutta, la sua parte intellettuale.

Nel romanzo non si fa cenno alla filosofia e alla politica: la De Beauvoir viene rappresentata a volte come una seduttrice, a volte come una bimbetta, a volte come un’isterica, a volte come una donna completamente perduta per l’amante, ma non c’è traccia della sua personalità pubblica; è come se non esistesse; e non si fa il minimo accenno neanche all’altra passione dell’intellettuale: i viaggi. Esistono solo i due amanti.

Sicuramente questo è l’effetto voluto dalla Frain: rendere l’intensità del rapporto a due, finchè è durato. E ha ben reso anche lo sdoppiamento della De Beauvoir quando spiegava che in lei c’erano due donne che di raro si trovavano d’accordo: Simone, la donna innamorata di Algren, e Il Castoro, dal soprannome che indicava il suo ruolo all’interno dell’originario gruppo di amici ed intellettuali di Parigi.

Leggendo in parallelo il romanzo e l’autobiografia, è interessante vedere come il rapporto venga fuori sotto due lenti completamente differenti. Ovviamente, su queste vicende è più interessante il romanzo, soprattutto perché ben evidenzia l’andamento della relazione, dall’apice al lento declino, fino all’odio finale.

Ma sono arrivati davvero ad odiarsi? Certo, in vecchiaia, quando venivano intervistati e le domande cadevano sulla loro relazione, entrambi si scaldavano parecchio. Ma la De Beauvoir ha portato per tutta la vita l’anellino d’argento che Algren le aveva regalato (anzi, ha voluto essere seppellita con quello), e ha conservato accanto al letto tutte le lettere che lui le ha scritto (a differenza di tutto il resto del suo archivio, di cui lei non ha mai avuto molta cura). Mentre Algren si teneva in casa un collage fatto con tutti i ricordi che aveva raccolto nei loro incontri.

Perché la loro storia è finita? Dal romanzo, sembrerebbe che la De Beauvoir non abbia mai voluto abbandonare Sartre. A lui era legata dal loro patto: loro due formavano l’amore necessario, altre persone potevano intrufolarsi nel rapporto solo come amori “contingenti“. Ma Algren non ci stava (neanche gli altri amanti, se è per questo, né da parte della De Beauvoir, né da parte di Sartre).

Ecco cosa dice la De Beauvoir in “La forza delle cose”:

(…) è vero che la mia intesa con Sartre resiste da più di trent’anni, ma non sempre questo è avvenuto senza perdite e complicazioni di cui gli “altri” hanno pagato le spese.


Devo dire la mia? Questo patto tra Sartre e la De Beauvoir mi sembra tanto un accordo di comodo. Cioè: scopiamo con chi ci pare, ma restiamoci intellettualmente fedeli raccontandoci tutto. Già nel romanzo si capisce che i due non si dicevano davvero tutto: sembra che la De Beauvoir non abbia mai confessato a Sartre quando fosse gelosa di Dolores, la donna che lui “amava” mentre lei era innamorata di Algren. Ma anche Sartre si teneva certe cose per sé.

Prima di leggere questo romanzo pensavo che l’essere umano fosse un animale con tendenze poligame. Ora propendo per una via meno estrema: la poligamia crea casini. E poi, diciamolo: senza fatica, senza commitment, come dicono gli americani, non si crea nulla, né a livello personale, né a livello di coppia.

 

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I cani e i lupi – Irène Némirovsky

Nemirovsky

Nemirovsky


Ultima recensione dell’anno. Mi ero ripromessa di leggere un libro ambientato in un paese caldo, per contrastare la temperatura esterna, ma non sono quasi mai io a scegliere i libri, si impongono da soli.

La Nèmirovsky scrive belle storie, si leggono perché si vuol sapere cosa ne sarà dei suoi personaggi, quasi sempre condannati fin dall’inizio a qualche sorta di solitudine. Anche qui, Ada, ebrea povera, si innamora fin da piccola di Harry, ebreo ricco, e lo ama per anni, senza mai incontrarlo, finché riesce, quando sia lei che lui sono sposati con altri, ad averlo.

Ma è una storia senza futuro, perché loro due sono troppo diversi, e il mondo non perdona nulla.

A dispetto dei punti di vista che la scrittrice sfrutta (uno, due, tanti quanti i personaggi), in realtà lei non ama le sua creature. Questa mancanza di amore trapela, non tanto dal destino che riserva loro, quanto dai pensieri che lei mette a nudo.

Lei, ebrea, è spietata con gli ebrei e con il loro legame col denaro.

Anche Ada, che in teoria è la protagonista, non si lascia afferrare nella sua duplicità: ne prendiamo le difese perché sentiamo che è una vittima, ma difficile perdonarle di aver sposato uno che non ama, pur di non stare da sola in attesa di Harry. O almeno a me questo non è piaciuto. E se nel corso della storia le viene spesso rinfacciato di essere linguacciuta e sempre pronta alla risposta, in realtà questo coraggio verbale non si concretizza in un coraggio fisico, perché alla fine lascia anche Harry.

Per salvarlo, dice. Perché per riprendersi finanziariamente ha bisogno della moglie. Perché lei lo avrà sempre con sé, nella sua mente. Beh, avere una persona accanto è ben diverso che averla nella mente. E’ stata una scelta di comodo, quella di lasciarlo. Una rinuncia in partenza, prima di affrontare la vita vera.

Ottantesimo, e ultimo, libro del 2016. By the way: sei libri meno dell’anno scorso… che vergogna…

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Madame – Antoni Libera

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Il riassunto non rende merito al romanzo: un adolescente si innamora dell’insegnante (che è anche preside) di francese. Siamo in Polonia, in un istituto superiore alla fine degli anni Settanta.

Questo non è propriamente un romanzo d’amore: è più un romanzo di formazione, perché il protagonista (che parla in prima persona e di cui non sapremo mai il nome), cercando informazioni su Madame, viene in contatto con la cultura francese, e se ne innamora.

Non ci sono molti avvenimenti, ma le digressioni sono importanti quanto la storia in sé: il ragazzo cerca di svicolarsi dalle pastoie e dalla piattezza del regime, e lo fa prima attraverso il jazz, poi attraverso il teatro. I due tentativi si concludono con un nulla di fatto, finché non arriva lei, Madame, bella, altera, misteriosa.

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Il giovane riesce a conoscere il suo indirizzo, la sua storia, la storia della sua famiglia, le sue passioni letterarie; ma resta sempre un’ombra sui veri motivi che hanno spinto Madame ad accettare un ruolo in una scuola dell’Est: che sia impastoiata anche lei col regime?

Come dicevo, le digressioni sono importanti: si parla della Spagna franchista, di Simone de Beauvoir (su cui Madame aveva fatto la tesi di laurea), Racine, Lelouch… è attraverso gli indizi sulla vita di Madame che il protagonista sceglie come indirizzare il proprio futuro.

E su tutto prevale l’impressione che… una volta si stesse meglio. Come se il passato sia stato sempre meglio del presente, coi suoi miti, con i racconti degli studenti fenomenali… però tranquilli: alla fine si scopre che lo stesso protagonista è diventato uno di quei miti, e che attorno a lui è stata creata una storia da pochi, minuscoli frammenti di pettegolezzo.

Bella sorpresa, questo romanzo, scritto da uno scrittore sconosciuto in Italia, esperto del teatro di Becket e autore di molti libretti del compositore polacco Krzysztof Penderecki. Mi è piaciuto soprattutto come ha creato il mistero attorno a Madame, e come ha parlato della situazione polacca del tempo senza mettere in ombra i personaggi.

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Numero Primo di Marco Paolini: Aiuto!

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Quando ieri sera sono entrata al Teatro Pascutto di S. Stino di Livenza (VE), i biglietti erano già stati tutti venduti. Il bigliettaio: “Stiamo aspettando se la compagnia libera 3 posti”.

C’erano già altre quattro persone prima di me. Stavo per andarmene quando mi sento dire: “Aspetti, aspetti…”

Così mi sono ritrovata mezz’ora dopo sul palco, a due metri da Paolini, con in mano un quaderno dove scrivere quello che lo spettacolo mi suscitava. “E’ uno studio per me”, ci ha detto Paolini.

Studio? Adoro lo studio!

Purtroppo da quello che ho appuntato sul quaderno, Paolini non ricaverà un gran ché: sono uscita dal teatro ancora meditabonda, chiedendomi se l’autore del testo non fosse stato in trip psichedelico quando l’aveva scritto. Ma mi ero fatta la stessa domanda quando ero andata a vedere “Aspettando Godot”.

Fino all’illuminazione.

Nel caso di Paolini, l’illuminazione mi è venuta da un nome: Echné, la “madre” di Numero Primo.

Echnè: suona come Téchne

Dunque, ecco come interpreto io il significato di questo spettacolo: la tecnologia fa nascere i numeri primi (vedi la solitudine e l’intelligenza dei numeri primi di Giordano), e ce li affida perché li proteggiamo. Da cosa?

Bè, sono fragili, in questo mondo dove i Steve Jobs prendono il posto che una volta spettava ai nostri poeti. Per colpire un Numero Primo basta un gabbiano che conosce il tuo numero di targa, basta una fobia creata ad hoc dai media.

Significativo che Paolini inizi parlando degli occhi del figlio, e che alla fine il bambino di occhi ne abbia solo uno. L’altro gli è stato asportato chirurgicamente. Dunque, ci sono due occhi all’inizio e poi, dopo esser passati attraverso il mondo del Centro Commerciale, ce n’è uno solo, per di più chiuso dal coma.

Ettore non ha protetto il figlio dai pericoli della neve artificiale, dal ghiaccio della tecnologia. Figlio, faccio notare, di una siriana ma con un nome francese

Ci sarebbero tante altre cose da dire, perché niente del monologo era casuale, ogni visione era una metafora strettamente intrecciate alle altre. Ma io vado a teatro una volta ogni due anni: lascio questo lavoro a chi ne sa più di me.

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