Category Archives: Libri & C.

America non torna più (Giulio Perrone) @HarpercollinsIT

Giulio Perrone ci racconta di suo padre e del rapporto con lui, soprattutto negli ultimi mesi della sua vita. Questo periodo, però, è intervallato da pagine in cui il figlio, rivolgendosi direttamente al genitore, riporta i racconti che ha sentito per anni e anni, e che lo riempivano di meraviglia e ammirazione per quel giovane degli anni Sessanta che sapeva divertirsi con gli amici.

Perché Giulio, del padre, ha conosciuto solo il lato volto al sacrificio, gli incitamenti a impegnarsi di più, a ottenere di più, a diventare qualcosa di più. Ma Giulio, nei suoi vent’anni ha altro per la testa: l’impegno lo dedica solo alle cose che gli interessano davvero (un lavoro in radio, la poesia, i libri), e che il padre giudica senza futuro.

Quando al genitore viene diagnosticato un tumore maligno che gli lascia pochi mesi di vita, tutto accelera: Giulio, pur rendendosi conto che non avrà il tempo di dimostrare a suo padre che riuscirà a far qualcosa anche con le suo passioni, non riesce ad evitare la rabbia.

Rabbia per la malattia e l’impossibilità di parlarne apertamente, per il tempo che non c’è, per il non detto, per aver ceduto tante volte; ma anche rabbia contro se stesso, che non riesce a non scappare in cerca di sollievo pur sapendo che in casa hanno bisogno di lui.

Credo che quando un libro autobiografico riesce a creare empatia, ha svolto gran parte del suo (non facile) compito.

Nel mio caso, mi son sentita spesso parte in causa per via di una serie di coincidenze.

Anch’io avrei voluto studiare in una facoltà diversa, ma alla fine ho scelto scienze politiche per ripiego a causa dei miei genitori; anche mia madre è morta di tumore dopo molti mesi di martirio, ed è morta un anno prima del padre di Perrone; anch’io ero nei miei vent’anni e cercavo di scappare da quella realtà e mi sentivo in colpa; anche mia madre mi pungolava continuamente perché mi impegnassi a trovare un lavoro serio (che per lei significava ben pagato); anch’io avevo un rapporto difficile con lei e la sua morte ci ha impedito di chiarire molte cose.

Il padre di Perrone era un carattere forte, capisco dunque perché il figlio cercasse di evitare lo scontro, e capisco perché si sia fatto tre mesi in accademia navale, pur odiando la vita militare, al solo scopo di compiacere il genitore.

Capisco anche la sua voglia di allontanarsi, non solo fisicamente, ma anche spiritualmente dalle scelte del padre, dalle grandi (mettere la testa a posto, creare una famiglia, trovarsi un lavoro fisso e riconosciuto) alle piccole (i generi musicali).

Capisco infine perché Perrone ci abbia messo così tanti anni prima di scrivere di suo padre; ma ha fatto bene ad aspettare: è difficile descrivere la sensazione di una bruciatura quando la pelle ancora sfrigola.

Leggere un libro così ci aiuta a universalizzare le nostre esperienze, senza sminuirle, anzi.

Perrone però ci ha raccontato solo di quel periodo, e ce lo ha riproposto coi toni caldi di quei mesi. Mi piacerebbe sapere come è andata… dopo; quando la rabbia e la confusione sono defluite. Ce ne offre solo un rapido cenno, raccontandoci di come abbia portato il proprio figlio alla tomba del padre, quasi vent’anni dopo la sua morte.

La mia curiosità rimane, perché la visita alla tomba non rappresenta la chiusura del cerchio.

Quando muore un genitore, non si chiudono i cerchi.

I genitori ce li portiamo dentro sempre.

4 Comments

Filed under Libri & C.

Il tempo è un bastardo (Jennifer Egan)

Libro consigliato da Sandro Veronesi.

Sicuramente bisogna apprezzare la grande varietà stilistica della Egan: il romanzo è in realtà composto da più racconti unificati da due protagonisti principali, Bennie, produttore discografico, e Sasha, sua fedele assistente che soffre di cleptomania. Ogni racconto riguarda un personaggio diverso, una delle persone che ruotano attorno alle vite dei due protagonisti: la figlia di Sasha, amici di gioventù, compagni, colleghi… ogni racconto ci presenta un diverso stile di espressione.

Proprio perché ci sono tanti racconti e tanti personaggi, è difficile riproporre un riassunto della storia, dato che non c’è una storia univoca, ma tanti segmenti che si incrociano tra loro in vari punti del tempo.

Riflettendoci, però, mi sono accorta che c’è un elemento comune: la mancanza.

A Bennie manca il desiderio fisico e la passione per il lavoro; a Charlie e Rolph manca la madre dopo il divorzio dei genitori; a Lou manca il figlio che si è suicidato e la sua gioventù; a Jules manca il contatto profondo con una persona; a Stephanie, moglie di Bennie, manca la piena accettazione da parte della società in cui sono andati a vivere; e così via.

Ma siccome ogni personaggio viene preso in considerazione solo in un determinato momento della sua vita, quelle mancanze non lo identificano per sempre. Lo veniamo a scoprire leggendo degli altri e di come le varie vite si sono incrociate e sono cambiate nel tempo.

Quello che ossessiona la Egan, infatti, è proprio il trascorrere del tempo: come si fa a trasformarsi da giovane in vecchio, come si fa ad andare dal punto A al punto B e cosa succede nel mezzo.

E’ un libro che è stato scritto da una persona matura che ha provato varie stagioni nella vita, sua e degli altri. Ci aiuta ad acquisire prospettiva, come un faro che, allontanandosi dal suo obiettivo, man mano illumina un paesaggio temporale sempre più ampio.

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Il museo del mondo (Melania Mazzucco)

Sono nel periodo di letture a tema artistico.

Ringraziamo il cielo che ci sono scrittori che scrivono di questo tema in modo comprensibile, come fa la Mazzucco, che ti fa venire la curiosità di entrare nei musei (o almeno di guardare le foto delle opere in internet), e mandiamo a quel paese tutti i critici che sporcano la carta con frasi incomprensibili al preciso scopo di allontanare le masse dall’arte.

In questo libro, la Mazzucco prende in considerazione solo di pittura che lei ha visto dal vivo e per la quale nutre il desiderio di rivederla.

Ecco, quando certe persone mi chiedono perché leggo tanto, non posso certo nominare la bellezza di un libro come questo, perché… beh, perché non ha uno scopo pratico. Non mi serve per applicare quello che imparo nel mio lavoro di tutti i giorni e non guadagnerò nulla dal sapere come si chiama un quadro di Bosch o di Georgia O’Keeffe, eppure, ogni tanto, ho bisogno di dedicarmi a qualcosa che non abbia applicazioni pratiche.

Non per denigrare le liste della spesa, per carità. Le liste della spesa sono utilissime quando devi andare al supermercato, ma nella vita di tutti i giorni, ormai, le conversazioni si riducono a un elenco di informazioni o di commenti che si fermano alla superficie delle cose.

Se passo davanti ad un bar e vedo delle persone sedute all’interno, non mi soffermo a pensarci. Fermarmi a pensare su quelle due persone potrebbe perfino essere controproducente nell’economia delle mie giornate.

Ma se guardo un quadro di Hopper in cui un uomo e una donna sono al bancone e non si parlano, allora mi faccio delle domande. Perché non si parlano? Perché si sono trovati là? Come se ne andranno? Insieme o separati? Siamo sicuri che tutte queste domande, un giorno, non possano tornarmi utili se applicate alla mia vita o a quelli che mi stanno vicini?

L’arte dovrebbe aiutarci a guardare sotto la superficie, e mai come oggi ce n’è bisogno.

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Una vita per l’arte (Peggy Guggenheim)

Quello che mi è rimasto più impresso dalla lettura di questa autobiografia è che Peggy Guggenheim era sì molto ricca ma non ricca da far schifo. Ci sono passaggi in cui racconta della necessità di risparmiare su cibo e vestiti: sì, certo, è perché i suoi zii hanno investito il suo patrimonio in titoli e dunque non è subito liquidabile, ma la cosa mi ha lasciato comunque sorpresa, perché la immaginavo come una donna alla quale uscissero le banconote dalle orecchie.

Suo padre è morto nell’affondamento del Titanic, ma il matrimonio dei genitori della Guggenheim era già in alto mare da un pezzo, perché lui tradiva la moglie a spron battuto: la moglie lo sapeva, ma, per rispettare le convenzioni sociali, non lo aveva lasciato (by the way: lui muore sul Titanic, ma la sua amante si salva).

Peggy nasce e cresce in una famiglia ricca, abituata ai servitori e alle vacanze all’estero, ma non nasce in un ambiente prettamente artistico: l’arte, soprattutto l’arte moderna, per lei sarà una conquista individuale, ottenuta attraverso le letture e le conoscenze personali.

Prima di diventare la mecenate che conosciamo, però, Peggy si è immersa nel mondo bohémienne dei suoi anni, incurante delle critiche che le arrivavano da parenti e amici. Leggendo la sua autobiografia, scritta nel corso di vari anni e rivisitata anche in tarda età, ho avuto l’impressione che si compiacesse di questa vita un po’ alla deriva: feste, uomini, bevute…

Non mi meraviglio che i figli di quest’epoca e di questo ambiente fossero molto criticati anche per la loro mancanza di partecipazione storica: guerre, profughi, malattie… e loro pensano a far festa e ad ubriacarsi.

Ad un certo punto ho perso il conto degli uomini con cui è stata, da sposata, compagna o solo da amante: ma anche questo faceva parte dell’atmosfera bohémienne che le piaceva tanto. D’altronde, solo chi vive fuori delle regole sociali può creare qualcosa di nuovo.

Lei, in realtà, non ha davvero creato qualcosa di nuovo, ma ha dato una mano chi lo stava creando: ha aiutato molti artisti che senza i suoi soldi non avrebbero potuto dedicarsi alla loro arte.

I nomi famosi si sprecano: Kandinskij, Pollock, Beckett, Joyce, Cocteau, Breton, Mondrian, Tanguy, De Chirico, Klee, Max Ernst… Tutte figure affascinanti quando se ne legge sui libri. Ma che oggi, per come sono io, non frequenterei volentieri. Troppi ubriachi, troppe feste, troppa azione frenetica. Tutto questo azionismo era il risultato dell’ambiente e delle personalità vulcaniche ma era spinto spesso all’estremo, perché nascondeva abissi che a volte portavano a suicidi e violenza, anche domestica, quest’ultima neanche stigmatizzata, ma descritta come un avvenimento al pari di altri.

Il guaio è che di questo lato oscuro nell’autobiografia della Guggenheim si intravedono solo tracce.

La Guggenheim non è capace di scrivere: ha lo stile di un’adolescente che riempie il diario.

Nessun approfondimento psicologico, nessuna sfumatura: le persone, in queste pagine, o sono felici o sono tristi, o sono intelligenti o sono stupide, o sono veloci o sono lente. Non è certo un libro scritto da un’artista. E’ un libro scritto da una donna che ha vissuto in mezzo ad artisti ma che non è stata contagiata dalla loro capacità di afferrare e riprodurre le sfumature umane.

Certi passaggi sono davvero più noiosi di una lista della spesa (Canetti, leggendo queste pagine, si rivolterebbe nella tomba).

Ho rivalutato i miei giudizi sulla gente che scrive le proprie memorie ricorrendo a un ghost writer: se la vostra vita merita di essere raccontata ma non ne siete capaci, sì, pagate uno che conosca il mestiere e che racconti per voi.

E’ inutile aver vissuto mille avventure: se non sapete raccontarle, alla fine rimarranno sempre un’esperienza privata.

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Sospendo la lettura di due mattoncini

IL GRANDE SOGNO (HAN SUYIN)

La scrittrice Han Suyn voleva scrivere un libro su suo padre (cinese) e sua madre (belga), ma si è accorta, facendo le ricerche necessarie, che, per raccontare bene le vicende della sua famiglia, doveva approfondire la storia dell’intera Cina, soprattutto del ventesimo secolo.

Veniamo così a conoscere la vita di suo bisnonno Taohung, letterato e combattente a fianco dell’imperatore e contro i contadini; di suo nonno Chiehyu, morto a 47 anni, poco portato per la carriera di funzionario; di suo padre Chou, inventore e poeta, che ha sposato la belga e cristiana Marguerite.

Ma scopriamo anche quanto abbia dovuto soffrire la Cina a causa delle potenze occidentali e delle guerre del Novecento.

E scopriamo anche tante altre cose. Tante, troppe, a partire dai nomi degli innumerevoli signori della guerra e dei funzionari corrotti o meno che hanno influenzato la storia della Cina e della famiglia Chou.

Mi aspettavo qualcosa di più intimistico, qualche aneddoto familiare, non ero pronta a un trattato.

Sospendo a pag. 166 (su 634) e lascio a giorni migliori.

IL TOTEM DEL LUPO (JIANG RONG)

Quando ho comprato questo romanzo, mi intrigava la figura dell’autore: Jiang Rong è lo pseudonimo di un intellettuale dissidente di quasi sessant’anni, professore universitario di economia politica a Pechino che ha vissuto molte delle esperienze narrate qui.

Il protagonista è Cheng Zheng, un giovane studente inviato in Mongolia per la rieducazione. Cheng si affeziona alle persone e all’ambiente, ma soprattutto al vecchio cacciatore-allevatore Bileg.

Tutta l’economia del luogo gira attorno alla figura del lupo, alla sua intelligenza, alla sua forza, alla sua fierezza. I mongoli hanno infatti adottato il lupo come totem (mentre l’animale simbolo dei cinesi è il drago). Ma il lupo può essere crudele e i sentimenti che i mongoli nutrono verso di lui sono pieni di ambivalenze.

Veniamo a sapere un sacco di cose sul lupo (anche se bisogna imparare a distinguere la realtà dal mito), sulle sue tattiche di accerchiamento, sulle sue abitudini alimentari, sulla sua vita nel branco.

Nel romanzo, l’equilibro della steppa inizia ad incrinarsi quando gli uomini decidono che i lupi stanno diventando troppi e bisogna sterminarne un po’. Il metodo migliore è quello di far fuori i cuccioli nelle tane. Peccato che questi animali siano talmente vendicativi da arrivare al suicidio.

Sospendo la lettura (a pag. 194 su 653) perché volevo una storia che parlasse di persone, non di lupi. Quando entrerò in un mood più naturalistico, magari tornerò su queste pagine.

Leave a comment

Filed under Libri & C.

E’ facile controllare il peso se sai come farlo (Allen Carr)

Questo Allen Carr ha visto che si possono fare i soldi facili grazie al suo best-seller “E’ facile smettere di fumare se sai come farlo” (ricordo best-seller significa che ha venduto molto, niente altro).

Mio marito, fumatore, lo ha letto quest’ultimo libro, e arrivato all’ultima pagina ha detto: “Ho finito di leggerlo, ti parla continuamente del suo metodo, che smetterai di fumare con facilità, ma non ti dice mai quale è il suo metodo. O forse io non l’ho capito”.

Stessa cosa per il libro sul controllo del peso.

La tesi principale è che noi siamo grassi perché siamo sottoposti ad un lavaggio del cervello che ci dice cosa, quanto, quando e come mangiare nel modo sbagliato.

Per liberarci da questo lavaggio del cervello, Carr ci sottopone ad un lavaggio del cervello in senso opposto: 168 pagine in cui di dice che riusciremo a liberarci del primo lavaggio del cervello.

Ecco la sua promessa:

Potrete mangiare i vostri cibi preferiti, quando e quanto volete, e pesare quanto desiderate, senza dovervi sottoporre a diete o particolari esercizi fisici, senza dovere usare la forza di volontà o strani espedienti e senza sentire né infelicità né alcun senso di privazione.

Come? Seguendo madre natura.

Se escludiamo tante chiacchiere sui motori delle automobili e sui gorilla e sul creatore, cose trite e ritrite, e se saltiamo tutte le domande retoriche, una più ovvia dell’altra, il suo metodo si riduce in: mangiate il più naturale possibile.

E’ la stessa conclusione a cui giunge Pollan nel suo “Dilemma dell’onnivoro” con risultati da premio Pulitzer, che qui non sono neanche lontanamente sognabili.

Mangiare naturale significa imparare ad apprezzare cibi naturali non raffinati, possibilmente crudi (frutta, verdura in primis) e ascoltare la propria fame.

Non si può che essere d’accordo con questa conclusione ma… c’era bisogno di chiamare il tutto EASYWEIGHT come se si trattasse di un metodo rivoluzionario a cui nessuno ha mai pensato? (Ecco che anche io cado nelle domande retoriche).

Questo libro l’ho comprato usato a 2,22 euro, e già così mi sento defraudata di un valore per guadagnare il quale devo lavorare dieci-venti minuti in ufficio.

Come ha fatto a diventare un best-seller?

Ma i giornalisti e i blogger e i critici e i librai che hanno partecipato alla vendita di questo saggio non si sentono tutti parte di una vergognosa organizzazione a delinquere? Marketing e fumo, niente di più.

Anzi, forse qualcosa di più lo è: falso.

Perché quanto ti dice che mangerete i vostri cibi preferiti, lascia intendere che sono quelli che mangiate adesso, non quelli che imparerete ad apprezzare pian piano, passando agli alimenti più naturali.

Non compratelo e non leggetelo, risparmiate soldi e tempo (ed è raro che io dica di non leggere un libro).

Leave a comment

Filed under Libri & C.

The imitation game (film)

Conoscevo superficialmente Alan Turing come l’inventore del primo computer, ma non conoscevo le circostanze in cui ne aveva studiato i fondamenti.

Anni Quaranta. La seconda guerra mondiale si sta mettendo male per gli alleati; gli inglesi assoldano una squadra di criptografi e matematici per cercare di decifrare il codice Enigma, utilizzato dagli inglesi per trasmettere i messaggi bellici.

Alan Turing si rivela subito una persona difficile: non solo perché non ha il minimo senso dell’umorismo, ma anche e soprattutto perché è caustico e si dedica al lavoro senza preoccuparsi se i suoi colleghi sono esseri umani o macchine da sfruttare per raggiungere lo scopo.

In realtà, Turing è solo chiuso ed estremamente timido.

La sua genialità non gli è di nessun aiuto quando ha bisogno di trovare amicizie, e soprattutto, è omosessuale, cosa che in Inghilterra in quegli anni era ancora considerata reato.

Come tutti sanno, Turing riuscì a inventare la sua “macchina pensante” (anche se si tratta di un pensiero diverso da quello umano) e a decifrare il codice Enigma.

Il dramma però è che non poterono diffondere la notizia: non si poteva far capire ai tedeschi che gli inglesi conoscevano il codice, perché i tedeschi si sarebbero subito adeguati cambiando i parametri o inventando un altro codice. Ne è derivato che gli inglesi hanno sfruttato Enigma solo per le battaglie più decisive, arrogandosi il diritto di scegliere chi far vivere e chi far morire, per così dire.

E a Turing cos’è successo?

Gli era stato ordinato di distruggere tutte le carte e i materiali che riguardavano la sua macchina, ma lui negli anni Cinquanta se la ricostruì in casa. Nessuno ne sapeva nulla e nessuno ne avrebbe saputo nulla se non fosse stato per un evento collaterale.

Un omosessuale che si prostituiva e che era stato anche con Turing, fece un tentativo di furto a casa sua. Non rubò nulla ma l’evento attirò l’attenzione delle forze dell’ordine che scoprirono le tendenze sessuali del matematico.

Gli fu data la scelta: o terapia ormonale (=castrazione chimica) o due anni di prigione.

Turing non poteva permettersi di restare lontano dalla sua macchina (che aveva chiamato Christopher, in memoria del primo ragazzo di cui si era innamorato), così optò per la castrazione chimica che ne compromise anche le capacità intellettuali.

Alla fine si suicidò a 41 anni.

Nel 2013 la Regina Elisabetta II gli concesse l’amnistia postuma per i grandi servizi offerti al paese (grazie al c…o).

Mi piacerebbe scoprire cosa ne penserebbero gli omofobi se sapessero che il computer (e dunque tutta la nostra attuale società) sono così debitori nei confronti di un matematico omosessuale…

Nel film, l’ex moglie di Turing, che gli era rimasta affezionata, gli dice una cosa che mi ha fatto pensare: gli dice che se lui fosse stato “normale” non avrebbe potuto fare quello che aveva fatto.

E sapete perché? Perché, come dice la parola, si è “normali” solo quando si seguono le “norme”. Le norme le impongono gli altri, e non si può creare qualcosa di nuovo seguendo le norme, perché le norme hanno lo scopo di uniformare, di rendere prevedibili. Il genio non può uniformarsi, sennò non è genio.

2 Comments

Filed under Libri & C.

The pearl – La perla (John Steinbeck)

Sapete quale è il primo film messicano commercializzato negli Stati Uniti? Proprio The Pearl, una novella che Steinbeck ha scritto nel 1947 al preciso scopo di essere trasposta sullo schermo.

La storia è breve, passionale, cupa.

Kino è un cercatore di perle messicano. Un giorno il figlio ancora in fasce viene punto da uno scorpione. Madre e padre si affrettano per andare dal medico, ma questi, abituato a trattare coi ricchi, si fa negare perché Kino non può pagarlo quanto lui richiede.

Al padre non resta che andare a cercare subito altre perle per pagare il dottore, e, fatalità, ne trova una enorme, una che non si è mai vista e che vale una fortuna. Il figlio guarisce spontaneamente, ma nel frattempo la notizia della perla gigantesca si è diffusa in paese e questa fortuna fa gola a molti.

Una notte degli intrusi cercano di rubare la perla, ma non ci riescono.

La moglie di Kino ha un bruttissimo presentimento e lo prega di liberarsi della perla il prima possibile. Peccato che non si riesca a venderla ad un prezzo onesto: gli acquirenti di perle in città sono tutti coalizzati, riferiscono tutti ad uno stesso padrone e vogliono impossessarsi della perla ad un prezzo irrisorio.

Un’altra notte, Kino viene attaccato al buio e uccide un uomo. Gli bruciano pure la casa.

Tutta la famiglia è costretta a scappare.

Mi fermo qui perché non voglio rovinare la storia.

Quello che resta impresso è che non si riescono mai ad identificare gli aggressori: sono delle persone il cui viso non è conosciuto né viene descritto. Nell’ottica di Steinbeck, non ha importanza chi siano: l’importante è che incarnino il male, che è un’emanazione della perla.

Lo stile stesso è spesso cantilenante: lo scrittore voleva riprodurre il ritmo delle narrazioni popolari. Sembra che leggesse leggende messicane in spagnolo durante la stesura della novella per acquisirne la cantilena e, nella difficoltà di riprodurre i suoni spagnoli in una storia scritta in inglese, fa spesso ricorso alla musica.

Non a caso Kino sente, nella sua testa, musiche diverse a seconda del momento che sta vivendo: la musica della famiglia, la musica della paura, la musica della rabbia…

Steinbeck ha cercato di rendere il tema della povertà e dell’avidità: ha cercato di mostrare come la sete di denaro e successo possa rovinare anche gli spiriti migliori. E’ forse un’indiretta critica alla società americana che lo scrittore stava cominciando a mettere in discussione proprio in quegli anni.

Come tutte le narrazioni popolari, è facile distinguere il bianco dal nero, il bene dal male, anche se questi aspetti possono mutarsi l’uno nell’altro: se Kino diventa odioso a tutti, la causa è la perla e quello che essa rappresenta.

Nella vita, purtroppo, non è così.

Bene e male sono molto più intrecciati. A volte non si può giungere ad amare o ad odiare del tutto una persona perché queste due facce sono quasi indistinguibili l’una dall’altra.

Se dunque questa lettura può essere piacevole, perché breve e ben definita, non mi aiuta.

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Bellezza e tristezza (Kawabata Yasunari)

Il cinquantacinquenne scrittore Oki un giorno sale sul treno per andare ad ascoltare le campane a Kyoto. In realtà il suo scopo è di ascoltarle insieme a Otoko, con la quale aveva avuto una storia molti anni prima.

A quel tempo, erano entrambi a Tokyo: Otoko aveva solo sedici anni e lui trenta, ed era già sposato. Lei rimase in cinta ma la figlia morì durante il parto prematuro. La madre di Otoko cercò di allontanarla da lui andandosene a Kyoto.

Quando Oki si annuncia a Otoko, però, questa, che è diventata una famosa pittrice, lo manda a prendere dalla sua allieva Keiko, bellissima e… mentalmente instabile. O meglio così la giudico io.

Queste “instabilità” sono frequenti nella letteratura giapponese…

Keiko vive con Otoko e ne è ossessionata. Quando si fa vivo Oki, decide che deve vendicare la sua maestra per quello che Oki gli ha fatto vent’anni prima.

I dialoghi sono spezzati, non si va mai a fondo nei sentimenti, e non si sviscerano le intenzioni, anche se si capisce sempre cosa vogliono fare i singoli personaggi. E’ una sorta di pudore orientale, credo.

Questa ritrosia può rendere difficile la lettura di un romanzo giapponese per chi è abituato all’esposizione quasi oscena degli stati d’animo; ma se ci pensiamo bene, loro non fanno altro che portare all’estremo l’incomunicabilità che avvolge anche noi occidentali, che ci vantiamo di saper parlare di sentimenti, di saper raccontare cosa abbiamo dentro a noi stessi e agli altri, e che poi finiamo col parlare sempre delle stesse cose: la lista della spesa, il lavaggio delle tende, il menu del pranzo…

E’ questa la comunicazione? Abbiamo sviluppato un linguaggio così articolato e ricco di sfumature solo per far qualche battuta con lo spritz in mano?

La nostra incomunicabilità è vergognosa, perché sprechiamo capacità espressive che potrebbero avvicinarci gli uni agli altri facendoci scoprire che siamo molto più simili di quello che pensiamo; ed è oscena la messa in piazza degli stati d’animo che sbottano, stanchi di essere repressi, e che, sbottando, perdono la capacità di essere trasmessi.

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Diario di Hiroshima (Michihiko Hachiya)

Continuo la lettura di libri drammatici, basati su fatti realmente accaduti, e ambientati in Oriente durante la seconda guerra mondiale (per far dispetto a mio marito😹😂…).

Stavolta ho letto il diario del dottor Hachiya, direttore di un piccolo ospedale di Hiroshima. Inizia a scriverlo subito dopo l’attacco con la bomba atomica.

Quando la bomba cade, lui si trovava a casa sua in un momento di relax: ha visto una luce intensissima e poi tutto buio, e poi è cominciato il fuoco, ma lui e sua moglie sono riusciti a cavarsela nonostante le ferite. Appena ha potuto si è recato al suo ospedale, dove le condizioni erano disperate: molti dottori e infermiere erano morti o moriranno poco dopo l’attacco, e le medicine si sono subito rivelate insufficienti di fronte alla domanda.

Il dottore, dopo essersi rimesso, cerca di capire cosa è successo. Non si sa ancora nulla della bomba atomica e delle radiazioni, le informazioni sono vaghe e si cerca di curare i malati dai sintomi: bruciature, vomito, diarrea, inappetenza, emorragie interne ed esterne, perdita dei capelli…

Nella disgrazia generale, quando l’imperatore comunica via radio la resa senza condizioni, tutti, dopo la sorpresa iniziale (“Abbiamo perso? Non è possibile!“) si lasciano andare alla disperazione. E quando vengono a sapere che dei militari stanno per andare a visitare l’ospedale, il loro primo pensiero è di prendere la foto dell’imperatore e di portarla al castello per metterla al sicuro, perché se dovessero sfregiarla sarebbe la fine di tutto.

A ingarbugliare la situazione già difficile ci si mettono i burocrati: in alcuni ospedali di Hiroshima non si sa più dove mettere i cadaveri. Non si possono cremare perché manca il documento ufficiale e non ci sono gli ufficiali che possono emetterlo. Alcuni medici rischiano pene severe per aver effettuato autopsie (ma senza autopsia come facevano a capire cosa succedeva?).

Altri rischiano ripercussioni solo perché fotografano Hiroshima distrutta.

E poi ci sono le credenze dell’epoca.

Il tabacco, ad esempio: i medici fanno festa quando uno di loro riesce a procurare una scorta praticamente illimitata di sigarette. Fumano come ossessi, ad ogni ora.

E il cibo: sono dell’idea che chi mangia molto non muore, e allora cercano di imbottire di cibo chi inizia a perdere i capelli o a mostrare petecchie su tutto il corpo, nonostante la loro inappetenza.

Le storie di morte e sofferenza riportate nel diario si ripetono un po’ tutte, ma il dottore ci avvisa che ne ha raccontate solo alcune, di tante ascoltate.

Il resoconto finisce con una nota di speranza. 🐈

Gli ultimi occidentali che sono andati all’ospedale si sono dimostrati gentili e utili: i giapponesi questo non se lo aspettavano; “Ma guarda un po’, sono brava gente…” e questo ci fa capire a che lavaggio del cervello fossero stati sottoposti per far loro credere che il nemico fosse un mostro a sette teste.

Quando penso alla bontà di quei soldati, sono indotto a ritenere che i propositi di rivincita si possono dimenticare.

Ma quando un militare dice al dottore che i giapponesi devono prendersela col proprio Paese per aver causato tutto il disastro che li circonda, il dottore davvero non capisce: come si può odiare il proprio Paese? (Chiedilo a un italiano…)

Un’ultima cosa che mi ha colpito è la quantità di amici del dottor Hachiya: continua a ricevere visite di amici e lettere, tuti preoccupati della sua salute e di quella di sua moglie. Il tessuto sociale era davvero molto importante.

Lo stile di scrittura, nonostante il resoconto drammatico, è molto lineare, senza sbalzi passionali, come si conviene a un orientale.

Oltre al valore documentaristico, anche la prosa ci aiuta a ridimensionare i fatti. Il dottor Hachiya era buddista, dunque gli era stato insegnato fin da piccolo ad accettare la sofferenza come parte della vita quotidiana.

E anche questo libro, come il precedente, ci ricorda di guardare tutto in prospettiva: quello che è qui oggi, non sarà qui domani, e quello che c’era qui ieri, non è più qui oggi.

Leave a comment

Filed under Libri & C.