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Ruggine americana, Philipp Meyer

Gli Stati Uniti potenza mondiale?

Stando alla quotidianità dei suoi cittadini, non si direbbe. Ed è proprio la quotidianità provinciale che ci viene raccontata da Meyer in questo suo primo romanzo (pluripremiato).

Isaac è un ventenne con geniali doti matematiche e scientifiche, tanto da renderlo un po’ incomprensibile alla media delle persone che può frequentare. Isaac vive in una zona degli Stati Uniti che ha vissuto un periodo di prosperità nel passato ma che ormai, a causa della dismissione delle acciaierie che avevano reso possibile il breve miracolo economico, è costellata di ruderi di fabbriche e magazzini.

Sua madre si è suicidata. Anche lui ci prova, ma viene salvato da Billy Poe, un suo coetaneo che è più portato per il football che per le… analisi filosofiche.

La sorella di Isaac, anche lei dotata di un altissimo quoziente intellettivo, è riuscita ad andarsene da quei luoghi, è andata al college e si è sposata “bene”, ma vive nel costante rimorso di aver abbandonato fratello e padre (disabile in seguito a un incidente sul lavoro).

Tutto il romanzo nasce da un omicidio: Isaac, il timido e intellettuale e mingherlino Isaac, uccide un uomo, un barbone (ce ne sono di barboni, in questa storia!) per salvare la vita a Billy Poe. Però poi Isaac parte, a piedi, verso la California, come aveva intenzione di fare fin dall’inizio, e Billy Poe rimane inguaiato, perché tutti credono che sia stato lui ad uccidere il senzatetto.

Billy Poe ha molti difetti, ma non vuole denunciare l’amico.

E qui si intersecano le storie di tutti i personaggi: a quelli già nominati si aggiungono Harris, il poliziotto; Grace, la madre di Poe che ha avuto una storia con Harris; il padre di Isaac e Lee, sua sorella.

Il romanzo ci mostra il cittadino americano in difficoltà. E’ un’analisi psicologica, sociologica e quasi storica di come la crisi economica vada ad incidere nelle vite dei singoli e di come la disoccupazione comporti problemi a catena.

Ma è anche molto più di questo.

Ad esempio, prendiamo Billy Poe, che è uno sempre pronto a menare le mani, uno grande e grosso che sembra non aver paura di nulla: ebbene, è molto più fragile di quanto pensiamo; non può mangiare cibo industriale, tanto per dire: un panino del McDonald gli causa problemi intestinali. Perché anche il cibo, negli Stati Uniti, è in crisi.

Chi si salva?

  1. Chi se ne va. E infatti il desiderio di andarsene dalla valle è diffuso. Tutti ne parlano, ma solo pochi ci riescono (e non tutti quelli che se ne vanno riescono poi a risollevarsi davvero).
  2. L’ambiente naturale, che è quello che si riappropria dei propri spazi in un territorio abbandonato da industriali e ditte di trasporto.
  3. Chi rimane fedele a pochi e solidi rapporti interpersonali (familiari o sentimentali).

Chiusa l’ultima pagina del romanzo, ci resta l’amarezza di un’esperienza di difficoltà: gente che fa fatica ad arrivare alla fine del mese e a pagare i propri debiti. Non è una questione solo economica, né solo individuale.

Quando leggi che non sono rimasti neanche i soldi per smantellare come si deve le acciaierie, lasciate là ad arrugginire, e che i dipendenti comunali sono pagati in obbligazioni, e che le armi sono oggetti comuni in ogni famiglia americana, e che un giovane non riesce ad uscire dalla spirale della violenza neanche impegnandosi, bè, ti fai delle domande, perché noi italiani, fino ad ora, abbiamo sempre copiato gli Stati Uniti a qualche anno di distanza.

Al di là della storia, cruda e realista (vi raccomando le pagine che raccontano di Billy Poe in prigione), di Philipp Meyer bisogna lodare anche lo stile, soprattutto la sua capacità di cambiare registro; ad esempio, quando segue il punto di vista di Isaac, il genio incompreso, la scrittura si fa frammentata, diventa quasi un dialogo schizofrenico tra due personalità interne allo stesso corpo, e la frammentazione aumenta di capitolo in capitolo, finché Isaac non giunge a una decisione risolutiva.

Voto: 4,5 su 5.

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Lo storico svizzero Dr Daniele Ganser: L’Italia Protettorato degli Stati Uniti Bologna 12 2 2019

Strage di Bologna, predominio della Democrazia Cristiana, omicidio Moro, Torri gemelle (più una: le torri crollate erano tre, anche se non è stata molto pubblicizzata la cosa…).

Il dott. Ganser ce ne parla dal punto di vista storico.

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Satana a Goraj – Isaac Bashevis Singer

Mamma mia che mondo invivibile, quello di Goraj tra il 1665 e il 1666, il tempo in cui, secondo gli esperti della Cabbala, il Messia si sarebbe manifestato e l’esilio sarebbe giunto alla fine!

Guerre, torture, distruzioni, incendi, inondazioni, possessioni diaboliche, segni divini e maligni… questo romanzo è un susseguirsi di immagini forti, ma raccontati da una voce che cerca di restare distaccata. O finge, di voler restare distaccata…

Singer narra la storia di un paesino che si trova in un luogo non ben definito (neanche il suo nome è certo, tant’è che non si possono registrare le sentenze di divorzio perché ci sono dubbi in merito).

Nel 1665, circola la voce che il Messia sia arrivato nelle spoglie di un certo Shabbatay Tzevi: tutti gli ebrei vanno fuori di testa e si preparano a risvegliarsi nella Terra Promessa.

Nascono fazioni pro e contro il presunto messia, e un rabbi si sostituisce all’altro, in successione, nel favore popolare.

Tutto succede all’insegna dell’Attesa: spasmodica, febbricitante attesa.

Singer ci fa entrare nell’atmosfera: pensate un popolo esiliato e martorizzato, bersaglio di pogrom e genocidi, vittima di guerre ed eventi atmosferici straordinari; e pensate alla sua impotenza di fronte a tutte queste calamità.

Non verrebbe anche voi la voglia di abbandonarvi a una speranza pazza e risolutiva?

Se vi dicessero che domani tutte le vostre infinite disgrazie finiranno di colpo, le vostre regole morali non verrebbero travolte dalla felicità e dallo stordimento?

E se d’un colpo poi vi privassero di questa speranza, non subentrerebbe una rabbia distruttiva? Non vi travolgerebbe il disastro?

E’ quello che succede con Shabbatay Tzevi.

Leggendo il romanzo, mi son spesso chiesta cosa pensava Singer mentre lo scriveva. Da che parte stava, lui, ebreo praticante in terra Americana?

Perché da un lato, tra le righe si percepisce l’empatia per le sofferenze e le speranze del suo popolo, certo; ma tale empatia non è mai scevra di compatimento nei confronti dei mille e mille riti e superstizioni che intaccano ogni minimo aspetto della vita di un ebreo.

Tanto che, alla fine, mi par di capire che il nemico vero, non sono “gli altri”, la nebulosa moltitudine di esseri esterni alla vera fede a cui si attribuiscono le colpe delle carestie e delle violenze; alla fine, il nemico vero è interno al popolo eletto, si impossessa della moglie di un Giusto, viene dalla carne ebrea e da altri ebrei viene rinnegato.

Insomma: non c’è scampo al tormento.

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Balzac e la Piccola Sarta cinese – Dai Sijie

Quando un giorno ci vieteranno di leggere libri, allora in Italia ci tornerà la voglia di leggerli.

Ecco cosa mi è venuto in mente leggendo questo romanzo: i due ragazzi cinesi costretti, negli anni Settanta, a vivere in mezzo ai monti per essere rieducati perché figli di intellettuali, sviluppano una voglia pazzesca di leggere proprio perché gli è stato vietato.

Difficile immaginare un paese con milioni di esseri umani a cui è vietato leggere: dove tutti i libri sono stati bruciati (ad eccezione dei testi “formativi”, alla Mao).

Dove possedere un volume proibito è davvero pericoloso.

Ma in quegli anni, non erano solo i libri a mancare: erano proprio le storie! La fantasia! La bellezza!

Il capo villaggio, che ha la responsabilità di vigilare sui suoi paesani, sente questa mancanza come tutti gli altri, ed è disposto a concedere ai due giovani una giornata di libertà dai lavori affinché loro vadano in paese a vedere un film, e tornino a raccontarlo.

La fine è spiazzante: l’effetto che i libri di Balzac avranno sulla bellissima sartina cinese, di cui entrambi i ragazzi sono innamorati, mi ha lasciato quasi a bocca aperta.

Ma è così: ognuno prende dai libri quello che gli interessa, quello che sente più affine.

E i due giovani rieducandi si troveranno a compiere un gesto che non si sarebbero mai sognati di fare…

Bel romanzo: solo apparentemente leggero, con tanti significati dietro le righe.

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La capanna dello zio Tom – Harriet Beecher Stowe

Ho perso il gusto di leggere romanzi dell’Ottocento…

Di questo libro della Stowe posso apprezzare l’intento umanitario, ma non sopporto più un narratore onnisciente che, in mezzo alla storia, se ne viene fuori con i suoi giudizi: anche se i suoi giudizi coincidono con i miei.

E poi non mi piacciono le parti umoristiche: bambinetti che vanno in giro a combinare guai, schiavi che fanno scherzi ai mercanti senza cuore, e tutti che ridono…

Non mi viene da ridere se leggo che una persona cade. Sono spezzoni umoristici che mi tolgono drammaticità al vero oggetto del libro: la schiavitù.

Dirò di più: l’atteggiamento della Stowe, per quanto in anticipo rispetto alla media delle persone del suo tempo, mi sembra comunque paternalistico, di una che sa di potersi permettere di vedere le buone qualità in un uomo di colore, e che si crede dunque superiore ai suoi connazionali che non le vedono.

E poi: in questo libro non ci sono sfumature psicologiche. O sono tutti buoni, o tutti cattivi. Tom è buono, Shelby è buono, Harley è cattivo, i bambini (perlomeno fino alla pagina dove sono arrivata io) sono tutti buoni e carucci e riccioluti.

O si piange, o si ride.

Una via di mezzo? Non erano i tempi della letteratura psicologica, quelli. Lo so.

Eppure, tra i dieci e i vent’anni, questi erano i romanzi che mi emozionavano di più…

Vi lascio solo alcune frasi tratte dalla prefazione:

“Poesia, eloquenza, letteratura: tutte le (alla schiavitù) sono contrarie, perché non c’è facoltà divina nell’uomo che non sia fedele alla libertà”

“Non potrà conservarsi libera nessuna nazione in cui la libertà sia un privilegio e non un principio.

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Nel ventre della balena e altri saggi (G. Orwell) e alcune riflessioni sulla politica italiana

C’era una volta, tanti, tanti anni fa, Repubblica Romana: quando i consoli non erano in grado di gestire una situazione di crisi, nominavano un dittatore che aveva poteri assoluti e restava in carica sei mesi. Solo sei mesi. Poi basta.

La dittatura non possedeva quell’alone negativo che possiede oggi.

Oggi, il problema italiano sono i politici “democraticamente” eletti. Non se ne vanno più. E se ne arrivano di nuovi (vedi Movimento 5 Stelle e Lega ora al governo), dopo poco, diventano come i politici che hanno sostituito: dimenticano le promesse elettorali, mettono radici, e tutto ciò che fanno lo fanno solo per mantenere la sedia.

In una situazione del genere, ti viene il pensiero che sia meglio una rivoluzione di qualche tipo, e che l’unica soluzione sia uno tsunami politico che spazzi via parlamento e le tenie che ci sono dentro… anche se sei pacifista, questo pensiero si insinua nel cervello. Perché qui, in Italia, non si salva nessuno, dei politici (e quindi, neanche noi).

Poi prendi in mano un libro di Orwell e leggi

Non è solo il fatto che “il potere corrompe”, ma sono anche i modi stessi di conseguirlo.

E allora neanche l’idea della rivoluzione funziona più.

Resta l’emigrazione…?

Ma torniamo a Orwell.

I saggi di questo libro sono vari: si passa dalla lettura, alla politica, ai ricordi di scuola e di guerra.

Dico subito che alcune sue affermazioni, alla luce del tempo, si sono rivelate errate. Ad esempio, quando dice:

I libri americani interessano sempre meno.

(…) Neppure i supermarket riescono a soffocare il piccolo librario indipendente come hanno soffocato il droghiere e il lattivendolo.

Ma mi fa anche riflettere sulla mia voglia di lavorare tra i libri quando dice

(…) il vero motivo per cui non mi piacerebbe fare il libraio di mestiere è che, mentre lavoravo in una libreria, persi il mio amore per i libri. Un libraio deve mentire sui libri, e questo glieli rende antipatici. Anche peggiore è il fatto che passa il suo tempo a spolverarli e a spostarli di qua e di là.

E io che pensavo che il libraio fosse il mio lavoro ideale!

Orwell combatte contro tutti i totalitarismi, sia di destra che di sinistra, ma è sospettoso anche nei confronti della democrazia quando l’opinione pubblica prende il sopravvento:

(…) l’opinione pubblica, a causa della fortissima tendenza al conformismo degli animali gregari, è meno tollerante di ogni altro sistema di legge.

E che dire della chiesa romana?

(…) Durante un periodo di 300 anni, quante persone sono state contemporaneamente buoni cattolici e buoni romanzieri?

(…) le chiese cristiane forse non sopravvivrebbero solo sui loro meriti se le loro basi economiche fossero distrutte.

Più in generale, sulla libertà di pensiero ed espressione, Orwell sottolinea spesso quanto l’intellighenzia (o quella che vorrebbe farsi chiamare “intellighenzia”) ricorre all’autocensura:

L’immaginazione, come alcuni animali selvaggi, diventa sterile sotto cattività.

Il grande nemico di un linguaggio chiaro è l’insincerità. Quando esiste uno scarto tra lo scopo reale e quello dichiarato, ci si rivolge istintivamente ai paroloni e a vecchi luoghi comuni.

I buoni romanzi sono scritti da gente che non ha paura.

Alcune di queste riflessioni si sono rivelate profetiche.

Guardiamoci oggi: teoricamente godiamo dei diritto di libera stampa e riunione ma

Ciò che è realmente in questione è il diritto di riportare gli eventi contemporanei in maniera veridica, o almeno tanto veridicamente quanto lo consenta l’ignoranza, il pregiudizio e le autoconvinzioni di cui ogni osservatore necessariamente soffre.

Quanti giornalisti davvero liberi abbiamo in Italia oggi? E romanzieri? Abbiamo ancora intellettuali impegnati politicamente che non siano accecati da pregiudizi e autoconvinzioni? O, più semplicemente, romanzieri che tocchino, anche di striscio, la situazione politica italiana nelle loro opere?

Ogni scrittore e giornalista che voglia salvaguardare la propria integrità si trova impedito più dall’andamento generale della società che da un’attiva persecuzione.

Quando mi siedo a scrivere un libro, non mi dico: “Adesso farò un capolavoro”. Lo scrivo perché c’è qualche menzogna che voglio denunciare, qualche fatto sul quale voglio attirare l’attenzione (…).

Scrivere un libro è una lotta orribile ed estenuante, come un lungo periodo di dolorosa malattia. Nn bisognerebbe mai intraprendere un’attività del genere a meno di non essere guidato da un qualche demone incomprensibile al quale non si può resistere.

Non c’è altro da aggiungere.

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Altre idee per vivere meglio (tratte da V. Birkenbihl)

Nel post precedente, ho dimenticato di avvisarvi che l’audiolibro “115 Ideen fuer ein besseres Leben” (115 idee per vivere meglio) è disponibile gratis su YouTube e che le domande sono poste direttamente dai lettori e dalle persone che frequentavano i seminari della Birkenbihl.

E’ per questo che a volte gli interrogativi possono sembrare sciocchi o scollegati dagli altri.

Ad esempio, un lettore le ha chiesto se è necessario ascoltare ogni giorno trenta minuti di notiziari, o comunque dedicarsi alla lettura dei quotidiani per lo stesso tempo.

Risposta: le informazioni al giorno d’oggi sono un prodotto, sono in vendita, e per aumentare le vendite, i produttori cercano di convincerti che il loro prodotto ti serve.

Ma è sempre così?

A cosa mi serve sapere che ha preso fuoco un magazzino a Genova se io sono di Campobasso? A cosa mi serve conoscere tutte le informazioni relative ai furti, omicidi, fallimenti, tradimenti ecc… Molto meglio leggere – settimanalmente – un approfondimento su un argomento che coinvolge qualche aspetto della mia vita (ad esempio, l’andamento delle azioni, se investo in borsa, o la situazione economica del settore metalmeccanico se lavoro in un’industria).

La lettura quotidiana delle notizie (ma anche l’ascolto quotidiano dei TG) è una perdita di tempo, energie e buon umore.

Altra domanda: quanta importanza bisogna dare alla carriera?

Risposta: la parola Carriera deriva dal latino, e rimanda al… carro, a qualcosa che si muove, che avanza verso una certa direzione.

Quale direzione?

Nel mondo moderno si dà sempre importanza alla carriera in sé, senza chiederselo.

Domanda: mi occupo delle vendite e spesso il cliente mi chiede aiuto in merito a dei reclami. Posso dirgli di rivolgersi al collega che se ne occupa in azienda? (ragazzi, quando l’ho sentita, mi son detta: ma questo mi conosce?)

Risposta: il reclamo è un momento delicato del rapporto d’affari. Il cliente è in difficoltà, e, come tutti, quando si è in difficoltà ci si rivolge a una persona di cui ci si fida. E’ per questo che è sbagliato prevedere delle persone apposite per la gestione dei reclami: il cliente si sentirà abbandonato dal venditore in cui riponeva la propria fiducia, non importa quanto bravo sia il responsabile dei reclami, è un semplice meccanismo psicologico.

Domanda: perché certe persone ti interrompono sempre quando parli?

Perché ritengono che quello che hanno da dire sia più importante di quello che stai dicendo tu. E’ probabile che al fondo ci sia una insicurezza di lunga data. Non fatevi vampirizzare, ma non affrontare l’argomento durante una riunione perché la persona in oggetto non si rende conto del suo comportamento (è convinta dell’importanza di quanto dice): rimandate a separata sede o rischiate uno scontro spiacevole.

Domanda: come si può aumentare la forza di volontà?

Risposta: a volte, non bisogna aumentare la forza di volontà ma migliorare la propria capacità di visualizzazione.

Una persona con grande forza di volontà impegnerà tutte le sue energie per raggiungere uno scopo nebuloso, che non lo motiva né lo rende felice; alla fine del processo potrà anche raggiungerlo ma sarà stremata.

Se invece visualizziamo bene il nostro obiettivo, anche il tragitto per raggiungerlo sarà meno faticoso e non ci farà esaurire la forza di volontà, perché lo seguiremo con piacere.

Valutazione dell’audiolibro: 3,5 su 5.

Non ti cambia la vita, ma un po’ di buon senso ogni tanto ci vuole.

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