Category Archives: book

Olive Kitteridge, Elizabeth Strout @Fazieditore

Da leggere!

Olive Kitteridge è una insegnante di matematica, sarcastica, antipatica, dai commenti sferzanti; è sposata con Henry, mite e gentile proprietario di un negozio di ferramenta.

La storia che leggiamo in questa pagine non è solo la loro: vediamo scorrere davanti agli occhi la vita di tante persone della provincia del Maine. Alla fine, il romanzo è più una raccolta di racconti, uniti dalla presenza di Olive.

Le storie vengono raccontate nel corso degli anni: Henry ad un certo punto deve vendere il negozio, Olive va in pensione, ad Henry viene un ictus, il figlio Chistopher si sposa, divorzia e si risposa… Le piccole e grandi cose che possono succedere in una vita normale. Ma questo libro riesce a trasmetterci il piacere delle verità umili: una di questa è che le persone non le possiamo mai conoscere davvero. Ad esempio: Olive è caustica, scostante, eppure si scopre che a guidarla è una paura di fondo.

E poi, frasi come questa qui sotto, valgono la pena di leggere tutto:

(…) se l’amore era disponibile, lo si sceglieva, o non lo si sceglieva. E se il piatto di Olive era stato pieno della bontà di Henry e lei lo aveva trovato gravoso, limitandosi a mangiucchiare qualche briciola alla volta, era perché non sapeva quello che tutti dovrebbero sapere: che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l’altro.

 

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Consigli a un aspirante scrittore, Virginia Woolf

Ecco l’ennesima furbata editoriale.

Intitolare una raccolta di scritto di Virginia Woolf “consigli a un aspirante scrittore”. La Woolf non ha mai scritto un manuale di self-help libresco, allora, siccome questi manuali vendono, la Bur si è “inventata” questa raccolta di scritti.

La maggior parte sono tratti dal diario della scrittrice, poi c’è una parte tratta da “Una stanza tutta per sé”, e infine, altri saggi. La Woolf scriveva a manetta, qualcosa da pubblicare sotto forma di “consiglio a uno scrittore esordiente” si trova sempre.

Basta suddividere gli scritti in tre parti:

  • Leggere: A) come si legge un libro; B) i libri degli altri
  • Scrivere: A) lettera a un giovane poeta; B) Vita di una scrittrice
  • Pubblicare: A) una stanza tutta per sé; B) editori, lettori, critici

Qualcosa della Woolf che si possa far rientrare nei titoli di cui sopra si trova sempre.

Che poi la lettura del risultato di questa scelta sia interessante e meritevole, è un altro discorso. Non mi piacciono le furbate editoriali. Anche perché quasi tutti i testi di questo libretto li avevo già letti.

Ma cosa vogliamo farci: l’industria editoriale è, appunto, un’industria. Serviamoci di un docente di Letteratura inglese presso l’Università di Trieste (Roberto Bertinetti) per selezionare i testi, e questo libretto da 5,90 euro si venderà senza tanta fatica.

E infatti l’ho comprato io…

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La ragazza dello Sputnik, Murakami Haruki, @Einaudieditore

Giuro che questo è l’ultimo romanzo che leggo di Murakami. Posso leggere i suoi libri quando parla di scrittura o di corsa, ma vi prego, non appioppatemi la sua narrativa.

Semplicemente, non fa per me.

Capisco il tema del libro: la solitudine. Ogni uomo è solo, come un satellite lanciato nello spazio e destinato a ruotare all’infinito attorno al pianeta (anche se tecnicamente l’infinito temporale non esiste, per un satellite), ma si poteva esprimere lo stesso concetto con una storia più avvincente, o perlomeno con episodi meno slegati tra loro.

I romanzi dovrebbero essere composti di vicende strettamente necessarie, soprattutto quelli che vogliono lanciare un messaggio. Mi piacciono i simboli, non le casualità. Accetto che ci siano pochi personaggi, e tutti isolati, perché ci sta col tema, ma certi atteggiamenti mi lasciano perplessa. Ad esempio: Sumire sparisce come fumo. Myu allora chiama in aiuto K: ma non si capisce in cosa consista questo aiuto. K non fa nulla: passa le giornate a passeggiare, prendere il sole, ascoltare musica. Sarebbe stato più logico chiamare i genitori: il fatto che Myu non abbia scelto questa alternativa non è ben motivato.

E poi, una ragazza di 22 anni sparisce in un’isola greca: è piuttosto grave. Ma quando K arriva sull’isola, Myu, prima di spiegargli cosa è successo (e faccio notare che K è volato in Grecia senza neanche sapere che fosse sparita) lo fa mangiare, bere, camminare… solo dopo ore gli racconta tutto: con calma, eh!?!

E poi spiegatemi cosa c’entra nell’economia del romanzo l’ultima vicenda: il ragazzino, figlio dell’amante di K, che ha rubato nel supermercato.

Il libro si era sollevato un attimo quando gira attorno all’episodio surreale successo a Myu quattordici anni prima: il tema del doppio sta bene insieme al tema della solitudine. Ma tutto il resto è scollegato.

Banale. Noioso. Letto solo perché è stato scelto dal Gruppo di Lettura.

Murakami con me ha chiuso.

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Alaska, Brenda Novak @GiuntiEditore

Comprato a 9,9 euro all’autogrill. Mi era venuto il dubbio che fosse in offerta perché di bassa qualità… ma aveva una copertina così invitante, e poi avevo voglia di “vedere” un po’ l’Alaska, insomma, l’ho letto.

Ecco qui solo alcuni dei difetti che mi sento di segnalarvi:

a) l’amicizia tra la dottoressa Talbot e Lorraine, la prima vittima, non è resa bene: non basta dire che erano amiche, e che la dottoressa l’ha ospitata a casa sua dopo la separazione di Lorraine dal marito. Il rapporto non si sente, non traspare: non viene mostrato.

b) l’auto che non va in moto e che costringe il poliziotto ad ospitare la protagonista a casa sua per la notte è più banale di un’unghia incarnita.

c) il poliziotto bello, giovane, rispettosissimo, paziente, intelligente, dalle spalle ampie è più banale di un’unghia smaltata.

d) non si vede l’Alaska. Si vede solo la neve, ma non c’è una descrizione di una, dico una, casa o costruzione. Non so come sono fatte le strade, non so se per arrivare da un posto all’altro bisogna attraversare boschi o fabbriche. L’Alaska qui non c’è.

e) gli spostamenti delle persone sono incompleti. Da un momento all’altro te li trovi in una stanza o per strada e non hai letto da nessuna parte che si erano mossi.

f) per tutto il romanzo ti parlano di un episodio in cui Jasper si è fatto vivo dopo venti anni di latitanza. E’ successo l’estate precedente alla vicenda del romanzo. Ma non si sa come è successo, come è iniziato, perché è andato a buon fine (per la dottoressa). Non si sa niente.

g) i dialoghi tra la Talbot e il poliziotto figo sono molto improbabili. Si trovano nel mezzo di una possibile evasione di serial killer dal carcere di massima sicurezza e loro stanno a parlare di come e quando, vista la storia pregressa di Evelyn, potrebbero far sesso.

h) tralascio la banalità dei tempismi di apparizione di Glenn e Garza nella scena finale.

i) la direttrice del carcere è in Nuova Zelanda per il matrimonio della figlia, e per tutta la durata della vicenda non c’è modo di contattarla. Improbabile. Una con una responsabilità del genere deve essere sempre rintracciabile, matrimonio-della-figlia una mazza.

Eppure… sono arrivata alla fine della lettura. E che volete farci, dovevo capire se l’assassino era quello che avevo individuato fin dalle prime pagine!

Era quello.

E se una incapace come me lo ha capito fin da subito, allora il libro è proprio un thriller da poco.

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L’opinione di Virginia Woolf sui blog letterari @BUR_Rizzoli

Bè, non proprio specificatamente sui blog letterari… piuttosto, sulla critica non professionale in genere.

La Woolf si chiede se non sarebbe più saggio

permettere ai critici, le autorità della biblioteca in toga ed ermellino, di decidere per noi la questione del valore assoluto di un libro.

E si risponde da sé: è impossibile. Perché il nostro giudizio sul libro non può che passare attraverso le emozioni. Apprendiamo attraverso ciò che sentiamo.

E poi…

come lettori abbiamo lo stesso le nostre responsabilità, e anche la nostra importanza. I modelli che ergiamo e i giudizi che formuliamo s’intrufolano nell’aria e diventano parte dell’atmosfera che gli scrittori respirano mentre lavorano. (…)

Se dietro gli spari casuali della stampa l’autore sentisse che c’è un altro tipo di critica, l’opinione di persone che leggono per amore di legger, con calma e non per professione, e giudicano con grande simpatia, ma anche con grande severità, non potrebbe questo migliorare la qualità del suo lavoro? E se grazie a noi i libri diventassero più forti, più ricchi e più vari, allora sarebbe un fine che varrebbe la pena perseguire.

Dunque, ben vengano i blog letterari.

Il problema, semmai, è che ci son pochi lettori. E i molti non lettori fanno sentire i lettori come “patologici” (è l’accusa che mi è stata rivolta ieri perché mi piacciono i libri).

(V. “Consigli a un aspirante scrittore”, Virginia Woolf a cura di Roberto Bertinetti, BUR)

 

 

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Colloqui con se stesso, Marco Aurelio

E’ ridicolo non cercare di fuggire la propria malvagità, cosa che è possibile, e fuggire invece quella degli altri, cosa che è impossibile.

Dipende da me che in quest’anima non alberghi nessuna malvagità, né desiderio né, insomma, nessun turbamento.

Quelli che piuttosto inseguono la fama presso i posteri non tengono conto del fatto che i posteri saranno tali quali quelli che oggi essi mal sopportano.

Se soffri per qualche evento esterno, non quello ti rende inquieto, ma il tuo giudizio su di esso, e questo dipende da te estirparlo subito.

Gli uomini sono nati gli uni per gli altri: dunque, o istruiscili o sopportali.

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Le ragazze al terzo piano, Marco Anzovino

In previsione del piccolo festival letterario LeggerMente, che si terrà qui a S. Stino il 30 settembre, eccomi qua con il libro Marco Anzovino, che sarà ospite della manifestazione.

Non ho provato subito simpatia per questo libro, ma ho continuato a leggerlo: ho fatto bene, e vi spiegherò alla fine perché.

Il feeling iniziale credo mi sia mancato a causa:

  1.  della scrittura un po’ “simpaticona”, una quelle scritture che sembrano voler strizzare l’occhio al lettore;
  2. dello stile troppo intimista, come se ogni personaggio si esprimesse o si sfogasse attraverso le righe del proprio diario…  ma senza che ci sia un diario.

C’è poi il vezzo di ripetere il nome dell’interlocutore nei dialoghi, come se l’autore avesse paura che il lettore non capisse chi sta parlando: è un sistema che non riflette i dialoghi quotidiani e che pecca di fiducia nel lettore.

Aggiungo a queste piccole pecche, l’alta improbabilità:

  1. di certi dialoghi, troppo dotti, per il tipo di rapporti che legano i personaggi;
  2.  del legame col vecchio Nicolò, che, instaurandosi in modo troppo rapido, scivola nello stereotipo del rapporto giovane-problematico vs vecchio-saggio-e-buono.

Però alla fine, ed è questa la cosa più importante in un romanzo, è che la storia ti tira dentro.

Le tre ragazze possono davvero essere tre studentesse universitarie costrette a una coabitazione improvvisata: i loro pregi e difetti si equilibrano, e tu vai avanti a leggere per vedere come andrà a finire.

La mia curiosità, però, si è incentrata sul destino di Anna, la studentessa più brillante, maniaca della pulizia e figlia di genitori che si stanno separando. Perché, anche se non lo si dice fin dall’inizio (e questo non dire mi è piaciuto molto), Anna sta cadendo nell’anoressia. Lo fa pian piano, senza accorgersene: si inizia con una generica paura di ingrassare e si arriva al senso di potenza esercitato sul corpo che ti dice “ho fame” e tu gli rispondi “non ti darò da mangiare”, e al segreto soddisfacimento che provi nel guardare gli altri e pensare “vi sto fregando tutti”. La discesa nella malattia è stata resa benissimo.

Verso la fine del romanzo, mi è sembrato per un attimo che gli ultimi tre capitoli fossero superflui: cioè mi è parso, ma solo per un attimo, che la storia potesse finire col ritorno di Anna dal centro dove era stata curata. Poi, però, grazie alla postfazione di Gian Luigi Luxardi, psicologo-psicoterapeuta responsabile del Centro per i disturbi alimentari di San Vito al Tagliamento, ho capito che quei tre capitoli erano importanti, forse la chiave di lettura che ci permette di interpretare tutta la malattia nel suo complesso. Perché, come dici Luxardi,

Una cura che si limiti al solo recupero ponderale, o alla regolarizzazione del comportamento alimentare, senza creare una valida alleanza terapeutica, porta sempre a risultati che si rivelano fatalmente fragili e soggetti a ricadute.

Ecco, in quegli ultimi tre capitoli si mette in luce quanto importante sia la rete di relazioni che avvolge Anna e le permette di trattenersi dal ricadere nell’amica anoressia.

Anzovino ha poi tutta una serie di felici uscite linguistiche: sono, oltre che uno spasso, un chiaro sintomo di musicalità, approfondimento psicologico e fantasia verbale. Solo un paio di esempi:

“(…) un bicchierone di plastica o una birra ghiacciatissima e sgasata che ti si conficcano su una mano come se l’avessi già predisposta a pugno semichiuso tipo Big Jim”

oppure:

(…) essere adulti non significa necessariamente avere tutti gli strumenti per capire le situazioni che possono capitare a loro e agli altri. (…) Non è sufficiente l’età a stabilire l’efficacia di un percorso interiore che ha portato una persona alla consapevolezza e alla maturità.

Insomma, al di là di pregi e difetti stilistici, è un libro che va letto.

Il CD allegato al romanzo (Anzovino è anche un cantautore, musicista e musicoterapeuta) non l’ho ancora ascoltato. Va al di là degli obiettivi del blog, che si occupa solo di libri, tuttavia vi avviso che nel romanzo la musica ha un suo ruolo. Mi sa che non mi sarò goduta del tutto il libro finché non avrò ascoltato anche il CD…

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