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Ruggine americana, Philipp Meyer

Gli Stati Uniti potenza mondiale?

Stando alla quotidianità dei suoi cittadini, non si direbbe. Ed è proprio la quotidianità provinciale che ci viene raccontata da Meyer in questo suo primo romanzo (pluripremiato).

Isaac è un ventenne con geniali doti matematiche e scientifiche, tanto da renderlo un po’ incomprensibile alla media delle persone che può frequentare. Isaac vive in una zona degli Stati Uniti che ha vissuto un periodo di prosperità nel passato ma che ormai, a causa della dismissione delle acciaierie che avevano reso possibile il breve miracolo economico, è costellata di ruderi di fabbriche e magazzini.

Sua madre si è suicidata. Anche lui ci prova, ma viene salvato da Billy Poe, un suo coetaneo che è più portato per il football che per le… analisi filosofiche.

La sorella di Isaac, anche lei dotata di un altissimo quoziente intellettivo, è riuscita ad andarsene da quei luoghi, è andata al college e si è sposata “bene”, ma vive nel costante rimorso di aver abbandonato fratello e padre (disabile in seguito a un incidente sul lavoro).

Tutto il romanzo nasce da un omicidio: Isaac, il timido e intellettuale e mingherlino Isaac, uccide un uomo, un barbone (ce ne sono di barboni, in questa storia!) per salvare la vita a Billy Poe. Però poi Isaac parte, a piedi, verso la California, come aveva intenzione di fare fin dall’inizio, e Billy Poe rimane inguaiato, perché tutti credono che sia stato lui ad uccidere il senzatetto.

Billy Poe ha molti difetti, ma non vuole denunciare l’amico.

E qui si intersecano le storie di tutti i personaggi: a quelli già nominati si aggiungono Harris, il poliziotto; Grace, la madre di Poe che ha avuto una storia con Harris; il padre di Isaac e Lee, sua sorella.

Il romanzo ci mostra il cittadino americano in difficoltà. E’ un’analisi psicologica, sociologica e quasi storica di come la crisi economica vada ad incidere nelle vite dei singoli e di come la disoccupazione comporti problemi a catena.

Ma è anche molto più di questo.

Ad esempio, prendiamo Billy Poe, che è uno sempre pronto a menare le mani, uno grande e grosso che sembra non aver paura di nulla: ebbene, è molto più fragile di quanto pensiamo; non può mangiare cibo industriale, tanto per dire: un panino del McDonald gli causa problemi intestinali. Perché anche il cibo, negli Stati Uniti, è in crisi.

Chi si salva?

  1. Chi se ne va. E infatti il desiderio di andarsene dalla valle è diffuso. Tutti ne parlano, ma solo pochi ci riescono (e non tutti quelli che se ne vanno riescono poi a risollevarsi davvero).
  2. L’ambiente naturale, che è quello che si riappropria dei propri spazi in un territorio abbandonato da industriali e ditte di trasporto.
  3. Chi rimane fedele a pochi e solidi rapporti interpersonali (familiari o sentimentali).

Chiusa l’ultima pagina del romanzo, ci resta l’amarezza di un’esperienza di difficoltà: gente che fa fatica ad arrivare alla fine del mese e a pagare i propri debiti. Non è una questione solo economica, né solo individuale.

Quando leggi che non sono rimasti neanche i soldi per smantellare come si deve le acciaierie, lasciate là ad arrugginire, e che i dipendenti comunali sono pagati in obbligazioni, e che le armi sono oggetti comuni in ogni famiglia americana, e che un giovane non riesce ad uscire dalla spirale della violenza neanche impegnandosi, bè, ti fai delle domande, perché noi italiani, fino ad ora, abbiamo sempre copiato gli Stati Uniti a qualche anno di distanza.

Al di là della storia, cruda e realista (vi raccomando le pagine che raccontano di Billy Poe in prigione), di Philipp Meyer bisogna lodare anche lo stile, soprattutto la sua capacità di cambiare registro; ad esempio, quando segue il punto di vista di Isaac, il genio incompreso, la scrittura si fa frammentata, diventa quasi un dialogo schizofrenico tra due personalità interne allo stesso corpo, e la frammentazione aumenta di capitolo in capitolo, finché Isaac non giunge a una decisione risolutiva.

Voto: 4,5 su 5.

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Satana a Goraj – Isaac Bashevis Singer

Mamma mia che mondo invivibile, quello di Goraj tra il 1665 e il 1666, il tempo in cui, secondo gli esperti della Cabbala, il Messia si sarebbe manifestato e l’esilio sarebbe giunto alla fine!

Guerre, torture, distruzioni, incendi, inondazioni, possessioni diaboliche, segni divini e maligni… questo romanzo è un susseguirsi di immagini forti, ma raccontati da una voce che cerca di restare distaccata. O finge, di voler restare distaccata…

Singer narra la storia di un paesino che si trova in un luogo non ben definito (neanche il suo nome è certo, tant’è che non si possono registrare le sentenze di divorzio perché ci sono dubbi in merito).

Nel 1665, circola la voce che il Messia sia arrivato nelle spoglie di un certo Shabbatay Tzevi: tutti gli ebrei vanno fuori di testa e si preparano a risvegliarsi nella Terra Promessa.

Nascono fazioni pro e contro il presunto messia, e un rabbi si sostituisce all’altro, in successione, nel favore popolare.

Tutto succede all’insegna dell’Attesa: spasmodica, febbricitante attesa.

Singer ci fa entrare nell’atmosfera: pensate un popolo esiliato e martorizzato, bersaglio di pogrom e genocidi, vittima di guerre ed eventi atmosferici straordinari; e pensate alla sua impotenza di fronte a tutte queste calamità.

Non verrebbe anche voi la voglia di abbandonarvi a una speranza pazza e risolutiva?

Se vi dicessero che domani tutte le vostre infinite disgrazie finiranno di colpo, le vostre regole morali non verrebbero travolte dalla felicità e dallo stordimento?

E se d’un colpo poi vi privassero di questa speranza, non subentrerebbe una rabbia distruttiva? Non vi travolgerebbe il disastro?

E’ quello che succede con Shabbatay Tzevi.

Leggendo il romanzo, mi son spesso chiesta cosa pensava Singer mentre lo scriveva. Da che parte stava, lui, ebreo praticante in terra Americana?

Perché da un lato, tra le righe si percepisce l’empatia per le sofferenze e le speranze del suo popolo, certo; ma tale empatia non è mai scevra di compatimento nei confronti dei mille e mille riti e superstizioni che intaccano ogni minimo aspetto della vita di un ebreo.

Tanto che, alla fine, mi par di capire che il nemico vero, non sono “gli altri”, la nebulosa moltitudine di esseri esterni alla vera fede a cui si attribuiscono le colpe delle carestie e delle violenze; alla fine, il nemico vero è interno al popolo eletto, si impossessa della moglie di un Giusto, viene dalla carne ebrea e da altri ebrei viene rinnegato.

Insomma: non c’è scampo al tormento.

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Balzac e la Piccola Sarta cinese – Dai Sijie

Quando un giorno ci vieteranno di leggere libri, allora in Italia ci tornerà la voglia di leggerli.

Ecco cosa mi è venuto in mente leggendo questo romanzo: i due ragazzi cinesi costretti, negli anni Settanta, a vivere in mezzo ai monti per essere rieducati perché figli di intellettuali, sviluppano una voglia pazzesca di leggere proprio perché gli è stato vietato.

Difficile immaginare un paese con milioni di esseri umani a cui è vietato leggere: dove tutti i libri sono stati bruciati (ad eccezione dei testi “formativi”, alla Mao).

Dove possedere un volume proibito è davvero pericoloso.

Ma in quegli anni, non erano solo i libri a mancare: erano proprio le storie! La fantasia! La bellezza!

Il capo villaggio, che ha la responsabilità di vigilare sui suoi paesani, sente questa mancanza come tutti gli altri, ed è disposto a concedere ai due giovani una giornata di libertà dai lavori affinché loro vadano in paese a vedere un film, e tornino a raccontarlo.

La fine è spiazzante: l’effetto che i libri di Balzac avranno sulla bellissima sartina cinese, di cui entrambi i ragazzi sono innamorati, mi ha lasciato quasi a bocca aperta.

Ma è così: ognuno prende dai libri quello che gli interessa, quello che sente più affine.

E i due giovani rieducandi si troveranno a compiere un gesto che non si sarebbero mai sognati di fare…

Bel romanzo: solo apparentemente leggero, con tanti significati dietro le righe.

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La capanna dello zio Tom – Harriet Beecher Stowe

Ho perso il gusto di leggere romanzi dell’Ottocento…

Di questo libro della Stowe posso apprezzare l’intento umanitario, ma non sopporto più un narratore onnisciente che, in mezzo alla storia, se ne viene fuori con i suoi giudizi: anche se i suoi giudizi coincidono con i miei.

E poi non mi piacciono le parti umoristiche: bambinetti che vanno in giro a combinare guai, schiavi che fanno scherzi ai mercanti senza cuore, e tutti che ridono…

Non mi viene da ridere se leggo che una persona cade. Sono spezzoni umoristici che mi tolgono drammaticità al vero oggetto del libro: la schiavitù.

Dirò di più: l’atteggiamento della Stowe, per quanto in anticipo rispetto alla media delle persone del suo tempo, mi sembra comunque paternalistico, di una che sa di potersi permettere di vedere le buone qualità in un uomo di colore, e che si crede dunque superiore ai suoi connazionali che non le vedono.

E poi: in questo libro non ci sono sfumature psicologiche. O sono tutti buoni, o tutti cattivi. Tom è buono, Shelby è buono, Harley è cattivo, i bambini (perlomeno fino alla pagina dove sono arrivata io) sono tutti buoni e carucci e riccioluti.

O si piange, o si ride.

Una via di mezzo? Non erano i tempi della letteratura psicologica, quelli. Lo so.

Eppure, tra i dieci e i vent’anni, questi erano i romanzi che mi emozionavano di più…

Vi lascio solo alcune frasi tratte dalla prefazione:

“Poesia, eloquenza, letteratura: tutte le (alla schiavitù) sono contrarie, perché non c’è facoltà divina nell’uomo che non sia fedele alla libertà”

“Non potrà conservarsi libera nessuna nazione in cui la libertà sia un privilegio e non un principio.

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Nel ventre della balena e altri saggi (G. Orwell) e alcune riflessioni sulla politica italiana

C’era una volta, tanti, tanti anni fa, Repubblica Romana: quando i consoli non erano in grado di gestire una situazione di crisi, nominavano un dittatore che aveva poteri assoluti e restava in carica sei mesi. Solo sei mesi. Poi basta.

La dittatura non possedeva quell’alone negativo che possiede oggi.

Oggi, il problema italiano sono i politici “democraticamente” eletti. Non se ne vanno più. E se ne arrivano di nuovi (vedi Movimento 5 Stelle e Lega ora al governo), dopo poco, diventano come i politici che hanno sostituito: dimenticano le promesse elettorali, mettono radici, e tutto ciò che fanno lo fanno solo per mantenere la sedia.

In una situazione del genere, ti viene il pensiero che sia meglio una rivoluzione di qualche tipo, e che l’unica soluzione sia uno tsunami politico che spazzi via parlamento e le tenie che ci sono dentro… anche se sei pacifista, questo pensiero si insinua nel cervello. Perché qui, in Italia, non si salva nessuno, dei politici (e quindi, neanche noi).

Poi prendi in mano un libro di Orwell e leggi

Non è solo il fatto che “il potere corrompe”, ma sono anche i modi stessi di conseguirlo.

E allora neanche l’idea della rivoluzione funziona più.

Resta l’emigrazione…?

Ma torniamo a Orwell.

I saggi di questo libro sono vari: si passa dalla lettura, alla politica, ai ricordi di scuola e di guerra.

Dico subito che alcune sue affermazioni, alla luce del tempo, si sono rivelate errate. Ad esempio, quando dice:

I libri americani interessano sempre meno.

(…) Neppure i supermarket riescono a soffocare il piccolo librario indipendente come hanno soffocato il droghiere e il lattivendolo.

Ma mi fa anche riflettere sulla mia voglia di lavorare tra i libri quando dice

(…) il vero motivo per cui non mi piacerebbe fare il libraio di mestiere è che, mentre lavoravo in una libreria, persi il mio amore per i libri. Un libraio deve mentire sui libri, e questo glieli rende antipatici. Anche peggiore è il fatto che passa il suo tempo a spolverarli e a spostarli di qua e di là.

E io che pensavo che il libraio fosse il mio lavoro ideale!

Orwell combatte contro tutti i totalitarismi, sia di destra che di sinistra, ma è sospettoso anche nei confronti della democrazia quando l’opinione pubblica prende il sopravvento:

(…) l’opinione pubblica, a causa della fortissima tendenza al conformismo degli animali gregari, è meno tollerante di ogni altro sistema di legge.

E che dire della chiesa romana?

(…) Durante un periodo di 300 anni, quante persone sono state contemporaneamente buoni cattolici e buoni romanzieri?

(…) le chiese cristiane forse non sopravvivrebbero solo sui loro meriti se le loro basi economiche fossero distrutte.

Più in generale, sulla libertà di pensiero ed espressione, Orwell sottolinea spesso quanto l’intellighenzia (o quella che vorrebbe farsi chiamare “intellighenzia”) ricorre all’autocensura:

L’immaginazione, come alcuni animali selvaggi, diventa sterile sotto cattività.

Il grande nemico di un linguaggio chiaro è l’insincerità. Quando esiste uno scarto tra lo scopo reale e quello dichiarato, ci si rivolge istintivamente ai paroloni e a vecchi luoghi comuni.

I buoni romanzi sono scritti da gente che non ha paura.

Alcune di queste riflessioni si sono rivelate profetiche.

Guardiamoci oggi: teoricamente godiamo dei diritto di libera stampa e riunione ma

Ciò che è realmente in questione è il diritto di riportare gli eventi contemporanei in maniera veridica, o almeno tanto veridicamente quanto lo consenta l’ignoranza, il pregiudizio e le autoconvinzioni di cui ogni osservatore necessariamente soffre.

Quanti giornalisti davvero liberi abbiamo in Italia oggi? E romanzieri? Abbiamo ancora intellettuali impegnati politicamente che non siano accecati da pregiudizi e autoconvinzioni? O, più semplicemente, romanzieri che tocchino, anche di striscio, la situazione politica italiana nelle loro opere?

Ogni scrittore e giornalista che voglia salvaguardare la propria integrità si trova impedito più dall’andamento generale della società che da un’attiva persecuzione.

Quando mi siedo a scrivere un libro, non mi dico: “Adesso farò un capolavoro”. Lo scrivo perché c’è qualche menzogna che voglio denunciare, qualche fatto sul quale voglio attirare l’attenzione (…).

Scrivere un libro è una lotta orribile ed estenuante, come un lungo periodo di dolorosa malattia. Nn bisognerebbe mai intraprendere un’attività del genere a meno di non essere guidato da un qualche demone incomprensibile al quale non si può resistere.

Non c’è altro da aggiungere.

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115 idee per vivere meglio – Vera Birkenbihl (audiolibro)

Sono incappata in Vera Birkenbihl l’anno scorso, cercando dei suggerimenti per lo studio delle lingue. Nei paesi tedescofoni è molto conosciuta per aver suddiviso il processo in quattro fasi (decodificazione – ascolto attivo – ascolto passivo – attività), permettendo agli studenti di imparare con molta meno fatica e in modo naturale.

Solo ieri ho scoperto questo audiolibro che esula dall’insegnamento delle lingue in senso stretto.

Non sono riuscita a trovarlo in Italiano: nel nostro paese la Birkenbihl è poco conosciuta; ho visto solo un suo libro edito dalla Franco Angeli, che però verte sul linguaggio del corpo. Tuttavia, per chi conosce il tedesco, l’audio è comprensibile, non troppo veloce e si capisce (io non sono assolutamente bilingue!!).

L’audiolibro è composto da 115 domande e risposte. Tutto è molto pratico.

Ad esempio:

Come affronto una persona collerica?

Risposta: non lo fai. La collera ha spesso radici nel passato della persona, radici di cui la persona stessa non è consapevole. Se la affronti di petto, non farà altro che prenderti come bersaglio per lo sfogo.

Oppure:

Come ti rivolgi ai tuoi colleghi?

La scelta delle parole che designano i tuoi colleghi/sottoposti/superiori è spesso una profezia che si autoavvera. La Birkenbihl porta un esempio di una ditta di trasporti americana (l’esempio è tratto in realtà da un’opera di Tony Robbins), dove gli errori costituivano un’elevata percentuale dei costi a fine anno.

La soluzione è stata quella di chiamare gli autisti “esperti logistici”.

Nel primo periodo, gli stessi autisti si sono presi un po’ in giro per l’appellativo un po’ altisonante; tuttavia, dopo un mesetto, hanno cominciato a comportarsi davvero come “esperti logistici” e la percentuale di errori è crollata, riducendo di molto i costi.

Ancora:

Come si gestiscono i reclami dei clienti?

La risposta è lunga per riportarla qui, ma i primi due passi sono: ascolta bene e ascolta tutto. Chiedi cosa puoi fare per aiutarlo, e se non riesci a soddisfarlo come vorrebbe lui, allora cerca un compromesso. L’importante è fargli sentire che ti sei preso carico del problema, perché non c’è niente di peggio per un cliente arrabbiato di essere anche… ignorato, o ascoltato solo per finta.

Quello che la Birkenbihl sottolinea è che il cliente insoddisfatto della qualità del prodotto o del servizio non riterrà colpevole l’azienda o il reparto: ma se la prenderà con te. Per il cervello è più facile individualizzare le colpe: il cervello preferisce ragionare su individui, non su collettività.

Questo, da impiegata che si occupa della qualità in un’azienda, ve lo posso garantire: al cliente non frega niente delle politiche aziendali, delle vacanze italiane o delle tue malattie. Se non gli rispondi in modo soddisfacente, qualunque sia la motivazione, darà la colpa a te.

Certo, la Birkenbihl dà anche un altro consiglio: se ti accorgi che la pressione per le lamentele dei clienti è troppo elevata, chiediti se sei nell’azienda giusta. Domanda scomoda…

Gli argomenti affrontati in questo audiolibro spaziano molto (sono solo alla domanda 30, ne ho ancora 85 da ascoltare). Per esempio: cosa fai quando ti accorgi che una persona si… fissa? Sarà capitato anche a te: sei in mezzo a una riunione o a un pranzo di famiglia, e ti fissi su un punto nel vuoto, senza pensare a nulla.

Cosa fare? Niente. Questi momenti di “fissazione” sono messaggi del corpo: ci sta dicendo che abbiamo bisogno di staccare un attimo; sono momenti in cui davvero non si pensa a nulla e il cervello entra in una modalità simile a quella della meditazione. Forse siamo sottoposti a troppo stress, forse il pranzo è orribile ma non possiamo dirlo, forse percepisci che è inutile parlare durante la riunione perché le tue parole sarebbero travisate o rifiutate. Allora, prendiamo atto di questo bisogno, nostro o altrui.

Un altro suggerimento (non me li sono scritti, li riporto così come me li ricordo) è di sorridere quando si è arrabbiati o nervosi: il fatto stesso di sorridere, di portare in su gli angoli della bocca, causa una pressione su dei nervi che interagiscono col cervello per immettere nel corpo alcuni ormoni della positività e questo abbassa i livelli del cortisolo, l’ormone dello stress.

E ancora:

Come fare per impedire che i pensieri negativi ci tolgano il sonno di notte?

Risposta: il cervello non ubbidisce se gli dici di non pensare a qualcosa. Se gli dici di non pensare al colore rosso, inizia a pensare al colore rosso. L’unico modo è sostituire i pensieri negativi con altri positivi, con ricordi di bei momenti.

Infine, vi riporto un aneddoto che mi ha fatto riflettere.

In India, gli elefanti adulti non vengono lasciati in gabbie o legati con catene. Se l’uomo deve allontanarsi un attimo, li lega con una sottile fune a una canna di bambù, e loro stanno fermi. Perché non scappano?

Perché da piccoli venivano legati con delle catene a dei grossi alberi. Col tempo, imparano a restare fermi anche con una lieve sensazione di… legamento. Solo il fuoco li può far scappare strappando corda e canna di bambù.

Spesso le persone si comportano come gli elefanti: le catene sono diventate fili di lana e i baobab sono solo fili d’erba, però continuiamo a star fermi, bloccati.

Non è una bellissima similitudine?

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Crampton Hodnet – Barbara Pym

Questo è il primo libro della Pym che leggo: scrittrice pulita ed educata.

Inglesissima, imbevuta di tè e pasticcini, circondata da tendine ricamate e salotti vittoriani. E’ così che me la immagino dopo aver letto il romanzo, che è ambientato a Oxford, dove lei stessa ha vissuto.

Non cercate la località di Crampton Hodnet sull’atlante o in Google Maps: non esiste. E’ il nome inventato che il reverendo Latimer ha sputato fuori all’improvviso per allontanare da sé i sospetti di una presunta relazione con la signorina Morrow, dama di compagnia della signorina Doggett.

Nel ristretto e immutabile ambiente di Oxford, le cose non cambiano mai: zitelle, studenti, coppie rassegnate fanno sempre le stesse cose, anno dopo anno. Inevitabile che quando ci sia possibilità di un pettegolezzo, tutti ci si buttino a capofitto.

Ecco perché il reverendo Latimer ha dovuto inventare una parrocchia immaginaria: per non far sapere alle pettegole che aveva fatto una passeggiata con la signorina Morrow.

Non si scherza, con le passeggiate, a Oxford.

C’è poi una seconda occasione di pettegolezzo che riguarda il nipote della signorina Doggett: Francis Cleveland professore cinquantenne, sposato da lunga data, che si invaghisce di una sua studentessa.

Sapete una cosa? alla fine, la situazione è uguale all’inizio. Stessi personaggi, stessi luoghi, stessa routine. Tutto gira intorno a presunte relazioni, o relazioni reali ma… poco convinte.

Guardiamo il reverendo Latimer e la signorina Morrow: lui ha superato i trent’anni, e anche lei. Lui è bello, e si accorge che gli piacerebbe essere sposato. Non è innamorato di nessuno, ma sente un certo non so che:

L’orologio in marmo sulla mensola del caminetto rintoccò, a ricordargli che la vita di un uomo dura settant’anni, che si trovava nel salotto di una ben precisa zona di Oxford a leggere Tennyson a una vecchia signora. Sentì il desiderio di fare del baccano, di urlare (…).

Se solo avesse avuto qualcuno a dargli un aiuto, a fargli fare le cose, forse anche a farle per lui.

Così fa una proposta di matrimonio alla Morrow, donna non proprio piacente, ma consapevole della propria trasparenza (è il suo lavoro, dice) senza tante storie né drammi:

Sono pagata per fare la dama di compagnia e come tale devo aspettarmi una misura di grigiore, è la mia sorte.

La Pym ci dà una scossa ogni tanto con delle parti spassose; come quando, ad esempio, nel bel mezzo della proposta di matrimonio, il reverendo Latimer sbaglia il nome della signorina Morrow:

“Io non mi chiamo Janie”.

“Pure, incomincia sempre con la J”, disse lui con impazienza. Era seccante venire interrotti per una tale futilità. Che importanza aveva un nome in un momento come quello?

Sulle prime lei ne è adulata, ma la sua sensazione non dura molto:

(…) dopotutto un’occasione l’aveva avuta. Un uomo le aveva chiesto di sposarlo, e lei aveva rifiutato. Ma un curato preso in trappola poteva considerarsi un uomo? Era stata una proposta così poco convinta…

La signorina Morrow, tra tutti i personaggi, è quello più consapevole. Equilibrata e disincantata, paziente (deve esserlo con la sua antipatica datrice di lavoro!) ma anche rassegnata a una vita tranquilla, senza passioni:

Perché lei voleva l’amore (…). E naturalmente sapeva che non sarebbe mai riuscita ad avere niente del genere. Solo a volte capita, quando una giornata primaverile spunta nel mezzo dell’inverno, di avere l’improvvisa sensazione che in realtà niente è impossibile. E allora non era forse più ragionevole soddisfare questi impulsi di primavera comprandosi un vestito nuovo dal colore insolito e assolutamente fuori delle convenzioni, piuttosto che imbarcarsi in un matrimonio senza amore?

Ma è anche quella che riesce a prevedere certi risvolti:

Simon non avrebbe mai sposato Anthea. Voleva fare cose di cui la gente si potesse ricordare, grandi cose, e far felice una donna non si poteva certo definire una grande cosa.

Certo, le coppie sposate non ne escono bene. Quelle che ci sono, sono il risultato di matrimonio dettati da motivi di rispettabilità, ma la convivenza si rivela spesso vuota e abitudinaria. Pensiamo alla signora Freemantle: quando pensa che il marito ha avuto delle relazioni extraconiugali, la sua conclusione è: Almeno era ancora suo marito.

Ma non ne escono bene neanche certe zitelle o… zitelli: “Abbiamo così poco di cui poter parlare!” è una lamentela che riassume tutto lo spirito degli abitanti di Oxford (la Pym è impietosa!).

Ho riportato solo alcuni aspetti del romanzo: un libro che dà proprio una sensazione di pulizia, che però non ci risparmia le frecciate sulla natura umana, maschile e femminile, e sulla psicologia del pettegolezzo, che non ci facciamo mancare neanche ai giorni nostri alle nostre latitudini.

Però, che bello leggere di un tempo in cui i giornali riportavano che il tal lord e signora partivano per la villeggiatura in Costa Azzurra o a Parigi… (non fate confronti con i giornali nostri, che parlano dei nostri politici, perché mi rovinate la fantasia).

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