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Il diritto di scrivere

Il primo trucco (…) è di iniziare subito. E’ un lusso trovarsi nella modalità di scrittura. Una benedizione, ma non una necessità.

Quando faccio fatica a scrivere è perché sto cercando di parlare alla pagina, invece di ascoltarla.

Il mito secondo cui dobbiamo avere “tempo” – più tempo – per creare è un mito che ci impedisce di usare il tempo che abbiamo.

Il trucco per trovare il tempo di scrivere, è di scrivere per amore e non con il pensiero al risultato finale. Non provare a scrivere qualcosa di perfetto: scrivi e basta.

Ho scritto le Pagine del Mattino per ben due decenni. Sebbene non siano destinate ad essere arte, spesso sono il seme per l’arte.

Molta gente – non-scrittori, se esiste una cosa del genere – pensa che scrivere un romanzo significhi sapere tutto prima di iniziare.

Le “Pagine del Mattino” sono il fondamento di una vita fatta di scrittura. (…) Dedicati a loro come prima cosa al mattino, prima che la tua mente innalzi le difese.

Non posso cambiare gli eventi della mia vita, ma posso trasformarli in arte.

E’ praticamente impossibile essere onesti ed essere noiosi allo stesso tempo.

La pozione di uno scrittore è il veleno di un altro.

Gli scrittori devono vivere nel mondo.

(frasi tratte da “The right to write” di Julia Cameron, trad. mia)

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Mario e il mago, Thomas Mann

img_20180511_1806403198614649372133960.jpgRomanzo breve pubblicato nel 1930 (un anno dopo l’assegnazione del Nobel), è ambientato in una località balneare italiana.

Sulle prime, la descrizione dei nostri connazionali è piuttosto paternalistica, quando non sconfinante nel fastidio: siamo etichettati come meridionali (che, alle nostre orecchie, suona quasi offensivo), rumorosi, servili col potere, nazionalisti, ridicoli.

Mentre leggevo mi son chiesta: ma come mai parla così male dei servili e mussoliniani italiani quando lui, nel 1930, viveva in un paese che si stava regalando a Hitler???

Mi son anche data una risposta: perché il libro non parla del paese di Torre in Italia, ma del meccanismo attraverso il quale la folla si sottomette a un dittatore.

Infatti la vicenda nel racconto è incentrata sul Mago Cipolla, che, brutto, odioso e gobbo, soggioga il pubblico dei bagnanti e dei locali con i suoi poteri… magnetici. Si prende il gioco di questo e di quello, finché, dopo aver deriso il povero cameriere Mario, muore sotto i colpi della sua pistola.

Sono dunque arrivata alla conclusione che Mann, più che raccontare una storia di poteri psichici, volesse presentarci un’allegoria di come un essere ignobile (Hitler?) riesce ad avere la meglio su degli esseri umani. E se lo ha ambientato in Italia, non è tanto perché in quegli anni c’era Mussolini in giro, ma anche perché Thomas Mann non riconosceva più il proprio paese, sotto Hitler.

Più di una volta la voce narrante si chiede perché, davanti ai presagi di sventura e all’ignobile spettacolo di Cipolla, non se ne sia andato. Una risposta vera e propria non ce l’ha. Può spiegarselo solo con

un ebbro disfacimento di quella critica forza di resistenza che tanto a lungo si era opposta all’azione dell’odioso gobbo.

E quando, alla fine, il mago Cipolla viene ucciso, la voce narrante parla di fine liberatrice.

Sì, per me è proprio un’allegoria.

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Evviva i bersaglieri! (e i carabinieri, e i poliziotti e i finanzieri e tutti gli altri, ma…)

Ci sono bersaglieri un po’ dappertutto, in questi giorni: son simpatici, mettono allegria, è bello vederli in giro (ebbene sì, adoro le divise!).

Ma poco fa mi è caduto sotto l’occhio un estratto di “Prima dell’alba” di Paolo Malaguti:

In memoria dei 345 bersaglieri del XVIII Battaglione III Reggimento, cinque dei quali condannati alla fucilazione, uno condannato ai lavori forzati a vita, il caporale a 15 anni di reclusione militare, gli altri 338 a 3 anni di reclusione militare per abbandono degli alloggiamenti a Salesei.

Letta così, sembra la giusta punizione per dei soldati che sono scappati davanti al nemico, che hanno tradito la patria. E invece le cose non sono così semplici.

I libro di Malaguti parla dell’altra faccia della guerra: parla sì dei morti e dei mutilati a causa del nemico, ma si concentra sui morti e sui mutilati a causa dell’amico, del governo italiano.

Il romanzo è incentrato sulla fine, vera, del generale Graziani, che un giorno del 1931 è stato trovato morto sulla massicciata della ferrovia, apparentemente caduto da un treno in corsa.

Graziani: chi era? Un eroe di guerra, un organizzatore di aiuti e grandi opere, uno per il cui funerale si sono mosse le alte cariche dello stato. È anche però lo stesso che ha fatto fucilare seduta stante, senza processo, un soldato, perché, nel mettersi sull’attenti al suo passaggio, non si è tolto il sigaro di bocca.

Questo soldato è stato solo uno delle decine e centinaia di caduti a causa del governo italiano. Caduti che nessuno ricorda mai. Si fanno le piazze a Diaz, a Cadorna e compagnia bella, ma delle vittime del governo non si ricorda mai nessuno.

Certo, era una situazione di emergenza: c’erano i crucchi in territorio italiano, era appena successo il disastro di Caporetto. Graziani ha applicato – come d’altri, dopotutto – gli ordini dei suoi superiori. Dunque, scrivo “Graziani”, ma in realtà dovrei dire “governo”, così, con la “g” maiuscola.

Qualcuno si lamenta, a volte, che ho un problema con l’autorità: non è vero. Ho un problema con l’autoritarismo. A me piacciono le regole, quando favoriscono il vivere civile e, tramite di esso, l’essere umano. Non mi piace invece chi manda le persone a morire e a uccidere contro la propria volontà.

Non mi sento né anarchica né antipatriota, ma “per non saper né leggere né scrivere” (come dicono i personaggi di Malaguti) sono contraria alla guerra e a chi ti ordina di farla.

Dunque faccio mia la proposta dell’autore: piazze e strade intitolate a Diaz, Cadorna & C.? Sì, perché la censura storica fa più male che bene. Ma ristabiliamo la par condicio, e ricordiamo anche le loro vittime.

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Annotazioni di Virginia Woolf sulla scrittura

(…) Quel che più conta è la mia convinzione che l’abitudine di scrivere così, solo per il mio occhio, è un buon esercizio. Scioglie le giunture. Poco importano le cilecche e le papere.

La forza creativa, che spumeggia così piacevolmente nel cominciare un nuovo libro, si acqueta dopo un certo tempo; e si va avanti più stabilmente.

La malinconia diminuisce mentre ne scrivo.

Sono fallita come scrittrice. Sono fuori moda.

Fare sempre in modo che il lavoro sia piacevole.

Scrivere il diario ha migliorato moltissimo il mio stile: ha sciolto i legamenti.

Se loro – i rispettabili, i miei amici – mi sconsigliano Gita Al Faro, scriverò memorie.

Ho letto quello che mi capitava sotto mano (…): biografie di sportivi.

(…) leggere con la penna in mano.

L’essenziale è scrivere rapidamente e non guastare l’atmosfera: niente vacanze, niente intervalli, possibilmente, finché sia finito. Poi riposo. Poi riscrivere.

Comunque un anno trascorso a leggere tutta la letteratura inglese (…) farà indubbiamente bene alla mia mente di romanziera.

Ma poi queste sessantamila parole andranno spolpate e ridotte a trenta o quarantamila.

Trovo sempre qualcosa che si può condensare di più o confezionare meglio.

Scrivere è un’arte difficilissima.

La moda in letteratura è un fatto inevitabile; e anche che bisogna evolversi e mutare.

(Frasi tratte da Diario di una scrittrice, Minimum Fax)

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Le intermittenze della morte, José Saramago @feltrinellied

Non mi aspettavo di trovare un Saramago così ironico, dopo la lettura di Cecità, ma, si sa, i grandi sanno giocare con lo stile; e ho l’impressione che qui il premio Nobel si sia divertito un sacco.

TRAMA

La morte decide di non lavorare per un po’, solo per far capire agli uomini di un certo paese (che non viene mai nominato) quanto lei, in realtà, sia necessaria. Infatti quando nessuno muore più cominciano i problemi. Nella prima parte Saramago passa in rassegna una serie di istituzioni che vanno letteralmente nel pallone: la Chiesa, le case di riposo, le assicurazioni, le pompe funebri…

Ma il problema tocca subito il privato, le famiglie in cui ci sono dei malati che non muoiono, indipendentemente dalle condizioni in cui si trovano. Perché nel paese si continua a invecchiare, con tutti gli svantaggi del caso. Per “aiutare” un po’, ci si mette anche la mafia (“maphia”, col ph), che si incarica, dietro compenso, di trasferire i malati terminali al di là dei confini per rendere possibile il trapasso, con conseguenze internazionali che mettono in pericolo anche i rapporti coi paesi confinanti.

Ad un certo punto, dopo aver dato questa dimostrazione, la morte ricomincia a operare, ma decide di farlo mandando delle lettere di avviso, in modo da dare una settimana ai predestinati per sistemare le proprie cose.

Sembra che tutto sia ristabilito, con le dovute modifiche della procedura, quando la morte si accorge che un tipo, un violoncellista, non muore.

Un romanzo dissacratore, che si prende gioco della Chiesa, del re, della filosofia, del lettore e di tutte le velleità umane; ma che si prende il gioco anche delle morte: insomma, non si salva nessuno, tranne il violoncellista (o quello che lui rappresenta).

Prendete fiato (perché di punti e di paragrafi ce ne sono pochi), dateci una letta e ditemi cosa ne pensate. A causa della mia idiosincrasia verso l’ironia, ho preferito Cecità, però devo ammettere che Saramago è stato bravissimo a rendere la tragicità delle conseguenze di un evento assurdo: e il rovesciamento della prospettiva è sempre un indice di genialità.

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Solo per dirti addio, Irene Pavan

Giudicato da Panorama tra i migliori cinque libri da leggere nel Giorno della Memoria, vi avviso che… potete leggerlo anche negli altri giorni!

Il romanzo narra la storia (vera) di Olindo Pavan, nonno dell’autrice, che, durante la seconda guerra mondiale, ha lavorato come prigioniero di guerra in una cascina della campagna inglese. E’ qui che conosce Ada e se ne innamora, ricambiato. Ma la Storia ha già deciso per loro, e i due dovranno separarsi quando Olindo viene rimpatriato.

Il romanzo inizia cinquant’anni dopo, quando Ada, dopo molti dubbi e ripensamenti, scrive una lettera ad Olindo. Spetta proprio a Irene Pavan il compito di fare da traduttrice tra i due, e scopre così la storia d’amore che il nonno non ha mai raccontato.

Ragazzi: cinquant’anni. Questa donna ha pensato ad Olindo per cinquant’anni! Ed è arrivata in Italia quando aveva superato gli ottanta, dopo un’operazione a cranio aperto per curarsi una patologia del trigemino. Mi son venuti i brividi quando ho pensato alla determinazione di questa donna e mi è venuto un groppo in gola quando l’ho vista con gli occhi della mente davanti alla tomba del suo innamorato.

E mi son tornati, i brividi, quando ho letto che alla morte di Olindo, pulendo la sua macchina, i nipoti hanno trovato le lettere che lei gli aveva scritto anni e anni prima!

Entrambi per forza di cose si erano fatti una vita, si erano sposati, avevano avuto figli e nipoti, ma non avevano mai dimenticato il loro amore oltremare. E Olindo era di Torre di Mosto (VE), a pochi chilometri da casa mia!

Il romanzo è scritto con una lingua pulita e lineare (a volte anche troppo pulita, soprattutto nei dialoghi, un po’ improbabili per il livello scolastico dei protagonisti, ma che, comunque, nell’economia generale, si fanno leggere). Mi ha fatto imparare un bel po’ di cose.

Intanto, la situazione dei prigionieri italiani in Inghilterra e la fregatura che si son trovati in patria a causa della svalutazione della lira e del cambio fasullo con cui lo stato italiano ha liquidato quanto doveva:

Al momento del congedo definitivo a lui e agli altri reduci non fu riconosciuta una parte dei crediti maturati durante la prigionia in Gran Bretagna. Il trattato di pace firmato dall’Italia prevedeva infatti la rinuncia da parte italiana a far valere contro le potenze alleate qualsiasi ragione (…). Toccò quindi allo stato italiano il compito di risarcire i propri soldati. Il governo italiano, a corto di denaro, decise di applicare ai risparmi in valuta estera il vecchio cambio (…) defraudando i reduci di circa 328 lire per ogni sterlina riportata dalla prigionia. La differenza del cambio rimase nelle tasche del governo italiano.

Altra bella lezione la Pavan ce l’ha data proprio scrivendo la storia di suo nonno: da ogni pagina trasuda quella gratitudine che lei e la sua famiglia devono aver provato dopo aver capito quanto sia costato ad Olindo rimanere a Torre di Mosto, pur avendo il pensiero che volava sempre oltremanica; lo ha fatto per senso del dovere e per aiutare la sua famiglia che, dopo otto anni di lontananza, ha trovato letteralmente alla fame.

Leggete questo romanzo anche per non dimenticare mai che noi, nello scacchiere internazionale, valiamo meno di un chewingum sputato per terra, e questa reputazione vien bene sottolineata nel libro, soprattutto quando gli inglesi parlano degli italiani in generale. La cosa non sarebbe grave se a farne le spese non fossero sempre gli umili come Ada ed Olindo, che non sono più riusciti a vedersi in vita: pensate solo che se delle ragazze inglesi avevano dei figli da prigionieri italiani, una volta rimpatriati, non potevano raggiungerli, pena la rinuncia alla cittadinanza britannica (questa costa mi ha sconvolto…).

Insomma, un libro stimolante dal punto di vista emotivo ma anche storico.

Per chi fosse nei paraggi oggi pomeriggio, vi informo che si terrà un reading letterario/musicale a Ceggia (VE) alle ore 16.30 presso Villa Loredan Franchin: sarà presente l’autrice (io ci vado!).

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Il racconto dell’ancella – Margareth Atwood

La storia è raccontata in prima persona dall’ancella stessa. Il suo nome è Difred, cioè appartenente a Fred. Ci troviamo in una distopica repubblica nordamericana nella quale, sotto un regime teocratico, le ancelle sono le uniche donne in grado di procreare. Dunque il loro controllo è vitale.

Il mondo è andato a catafascio, a causa delle guerre e delle scorie nucleari, e le donne, soprattutto le ancelle, sono sottoposte a strettissima sorveglianza. Non possono parlare tra loro né ridere né comportarsi in modo strano. La loro vita è dedicata alla procreazione, solo che gli eventuali figli, se nascono senza deformazioni, vengono poi cresciuti dalle mogli degli uomini che le hanno ingravidate.

Le ancelle non possono leggere, niente di niente, e le loro giornate sono scandite da compiti ripetitivi e cerimonie pseudopolitiche. Sono controllate in ogni loro movimento, anche per evitare che si suicidino appena ne hanno l’occasione.

Non succede molto, non è un romanzo di fantascienza avventurosa. E’, invece, un racconto intimista: Difred ci narra quel poco che le succede intervallando numerosissimi flash-back. E’ quasi un romanzo di memorie: ed è proprio la memoria a causare la sofferenza maggiore, quando lei si ricorda del marito Luke e della figlioletta che le è stata sottratta.

Il fatto che lei racconti la sua storia, però, è un sintomo di speranza. Lei non ha più il suo passato, se non nel ricordo, e le resta solo la speranza per il futuro. Lei e le altre ancelle sono così sottomesse da aver rinunciato a ribellarsi.

O forse no?

Il cuore umano rimane un fattore non trascurabile

E’ una distopia, sì, ma solo per i paesi occidentali. Basti pensare a questa frase, pronunciata da uno degli antagonisti, a quanto può esser applicata a realtà contemporanee relativamente lontane da noi:

Il nostro grande errore è stato di insegnar loro a leggere.

Nel romanzo è solo questione di tempo: le generazioni successive dimenticheranno il passato e con esso spariranno tutti i tentativi di ribellione. Senza lettura, senza racconti, il passato smetterà di ispirare libertà.

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