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Il coraggio di essere liberi, @vitomancuso

Dopo aver letto questo libro, non me la sento più di etichettare Vito Mancuso con l’appellativo di teologo, come facevo prima. Come lo chiamo adesso? Filosofo? Sociologo? Studioso dell’animo umano?

Sono sicura che lui sarebbe tutto contento di questa mia incapacità, perché è un sintomo (un altro) che lui si è liberato delle etichette. Dopotutto, qui proprio di libertà di parla.

E’ un libro dialettico, tutto incentrato sul tentativo di conciliazione degli opposti (ottima strategia: così siamo liberi dalla coazione a scegliere). Eccone alcuni:

– L’uomo visto sia come individuo, che ha bisogno dei suoi spazi di solitudine, che come relazione, in quanto inserito in un contesto familiare e sociale;

– Libertà da qualcosa (leggi, moda, persone, se stessi) e libertà per qualcosa (un ideale, sia esso spirituale, economico, artistico ecc…); la coesistenza, nella realtà, di caos e logos, di disordine e di direzione;

– Casualità attraverso le leggi della natura e casualità attraverso la libertà;

– Felicità vs divertimento;

Mi è particolarmente piaciuta la parte in cui l’autore ha cercato di spiegare come si ammette l’esistenza del male nel mondo. Non è in contrapposizione con l’idea della libertà nell’uomo? E’ un tema che Mancuso affronta spesso nei suoi libri. Qui lo ha ben riassunto in tre atteggiamenti: fatalismo, nichilismo, razionalismo. Ognuno ha le sue ragioni. Voi quale scegliete? Sentitevi pure liberi

E infine, non si può parlare di libertà senza toccare l’argomento morte.

Quello che trovo più affine al mio pensiero, Mancuso lo esprime in poche parole: esiste un pensiero divino, ma non si cura dei singoli. Le conseguenze di questa conclusione, sono immani (e poco cattoliche, ma a me va bene così).

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I giardini di Ceylon, Shyam Selvadurai, @ilsaggiatoreed

Quando fuori c’è l’inverno grigio e gelato, niente è meglio di un libro che parla di monsoni, palme da cocco, verande colonnate, sari di cretonne, distese di piante da tè, Sri Lanka…

I protagonisti sono due: Annalukshmi, insegnante ventitreenne a cui la società impone di scegliere tra il suo amato lavoro e un marito (già, non si possono ottenere entrambi); e Balendran, il suo ricco zio, costretto a rinunciare a un amore omosessuale per prendersi cura della propria famiglia.

La vicenda, ambientata negli anni venti, è molteplice e coinvolge molti personaggi, tutti ben delineati, ognuno con una sua caratteristica prevalente che te li fa odiare o amare. C’è, ad esempio, il padre di Balendran, che ha costretto il figlio maggiore, Arul, ad abbandonare Ceylon dopo aver scelto una donna di casta inferiore come moglie. C’è Nancy, la figlia adottiva della direttrice della scuola in cui lavora Annalukshmi, che si innamora di un impiegato povero coinvolgo con le prime sommosse sindacali del paese. Ci sono le sorelle di Anna, che si gasano a mille appena un rappresentante del sesso opposto rivolge loro la parola. C’è la madre di Balendran, che non parla inglese, che sembra un personaggio secondario ma che alla fine risulta essere quella che conosce meglio le dinamiche familiari e sociali.

Si tratta di un romanzo storico, che ben intreccia vicende private e pubbliche.

L’autore ha parlato in modo variegato, ma non superficiale, delle varie opinioni del tempo nei confronti del dominio inglese. Noi, oggi, diremmo: autonomia! Libertà! Suffragio universale! A casa i colonialisti! Ma allora non era così semplice. Se al dominio inglese si sostituisce un dominio locale, i poveri ne trarranno davvero giovamento?

I finali non sono scontati. La nostra mentalità romantica ci farebbe preferire una certa evoluzione, ma l’autore ha ben tenuto conto sia dei tempi, che dell’ambiente sociale che dei caratteri dei personaggi. Se il romanzo inizia con un enorme scompiglio a causa di Annalukshmi che va a lavorare in bicicletta, non può finire con un gesto teatrale poco realistico… però il finale è rimasto aperto, ha dato il là, ha fatto capire come si è evoluta la personalità di Anna, e ci lascia il piacere di lasciarla andare alla propria vita.

Un bel libro.

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Saggi scettici, Bertrand Russell

Che pensatore meraviglioso… sfido io che abbia avuto una sfilza di donne.

Avvocato di un tipo di razionalità che chiamerei umanitaria, ci ha regalato una serie di saggi che ci mettono in guardia dai sogni campati in aria e dalle credenze erronee, facendoci ragionare sul fatto che, più spesso di quel che pensiamo, agiamo in forza dell’abitudine, piuttosto che di un piano razionale.

Sono eccezionali ed attualissime le parti in cui parla della libertà di pensiero e dei suoi ostacoli, riferendosi non tanto alla censura vera e propria, quanto agli ostacoli più sottili: quelli economici/professionali e quelli emotivi. Ad esempio, nelle università americane è difficile lavorare se non dimostri di essere omologato ad un certo tipo di pensiero; ma più in generale, chi non dispone di mezzi propri ha difficoltà ad esprimere il proprio sincero punto di vista se questo può mettere a repentaglio le sue fonti di reddito (e Russell propone anche un paio di esempi che lo hanno toccato personalmente).

E poi, guardiamo agli elementi necessari alla formazione di uno spirito critico. Per esempio, l’educazione: attualmente, qui come là, oggi come allora,

viene diretta al fine non di fornire la vera conoscenza, ma di rendere gli uomini docili alla volontà dei loro padroni.

L’educazione mira a impartire informazione senza impartire intelligenza. (…) non si desidera che la gente comune sappia pensare per conto proprio, perché si sente che il popolo che pensa per contro proprio è difficile a maneggiarsi e crea difficoltà amministrative.

Altro elemento che influisce sullo spirito critico è la propaganda. E non crediamo di esserne immuni:

Le riserve di fronte alla propaganda derivano non soltanto dal suo rivolgersi all’irrazionale, ma ancor più dallo sleale vantaggio ch’essa dà ai ricchi e ai potenti. Che le diverse opinioni abbiano uguali possibilità di manifestazione è un requisito essenziale se si vuole che vi sia vera libertà di pensiero.

Mi direte: ma oggi ci sono i social, che al tempo di Russell non c’erano. Posso dire quello che voglio sulla mia pagina Facebook, no? Bè, certo, ma chi ti ascolta, nel mare di informazioni e stronzate in cui lo scrivi? L’eccesso di informazioni oggi agisce come una forma di censura.

E poi, sentite questa Verità:

Se si vuole che al mondo esista la tolleranza, una delle cose insegnate a scuola dovrà essere l’abitudine a pesare le prove, e a non dare completo assenso alle affermazioni che non ci sia ragione di ritenere vere. Ad esempio, occorrerebbe insegnare l’arte di leggere i giornali.

Prendete il nostro presente: quanti vanno in escandescenze quando leggono un articolo su un nero che ha violentato una bianca? E quanti si rendono conto che statisticamente gli abusi sessuali compiuti da extracomunitari sono una minoranza rispetto a quelli compiuti dagli italiani? Solo che gli stupri compiuti da italiani fanno vendere meno giornali…

Per quanto questi saggi siano stati scritti sotto minaccia di guerra atomica, e nonostante i ripetuti esempi che si rifanno all’Urss,  li trovo attualissimi. C’è poi una parte in cui spiega perché non ci si può fidare di un governo di tecnici: eccezionale!

Ci manca del tutto

l’abitudine di tener conto di tutte le prove rilevanti prima di arrivare a creder una cosa.

Oggi si parla di fake news.

 

 

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La disobbedienza ed altri saggi, Erich Fromm

Eh no, ragazzi miei: facendo i bambini obbedienti non si arriva da nessuna parte. A dircelo è Fromm, e ce lo ha messo per iscritto un bel po’ di tempo fa. La civiltà è nata con un atto di disubbidienza: avete presente Adamo ed Eva, quelli che andavano in giro con la foglia di fico che poi non era fico? O Prometeo, che va a rubacchiare cose che non gli spettano? O tutti quegli scienziati che hanno messo in dubbio il pubblico sentire?

Limitandosi all’ubbidienza non si cresce, non si diventa liberi: ci si limita ad eseguire gli ordini.

Ora tutti diranno: anche io voglio essere libero! anche io! e io no?

No.

In realtà la gente dice solo a parole che vuol essere libera; perché quando si tratta di prendere decisioni e di assumersi le responsabilità che ne conseguono, tutti (anche io) alzano le mani e si giustificano: ma io ho fatto quello che mi ha detto lui/lei!

L’uomo inserito in un’organizzazione ha perduto la capacità di disobbedire, non è neppure consapevole del fatto che obbedisce. Nell’attuale fase storica, la capacità di dubitare, di criticare e di disobbedire può essere tutto ciò che si interpone tra un futuro per l’umanità e la fine della civiltà.

Certo, Fromm scriveva negli anni Sessanta sotto l’incubo del disastro atomico, ma la situazione attuale non è molto diversa, anzi, forse è peggiore, perché ci disinteressiamo di tutto quello che non ricade hic et nunc – qui ed ora – nel nostro orticello.

Questo è uno degli argomenti che Fromm affronta in questo breve saggio. Parla anche di socialismo umanitario (mettendoci in guardia dalla deformazione della teoria Marxista fatta dai politici), di reddito minimo garantito (e questo vi consiglio di leggerlo!), di disarmo unilaterale, di pratica della pace.

Parla all’uomo dell’uomo.

Ho adorato le pagine in cui distingue i profeti dai sacerdoti:

Possiamo definire profeti coloro i quali proclamano idee – non necessariamente nuova – e in pari tempo le vivono. (…) Chiameremo sacerdoti coloro i quali fanno uso delle idee che i profeti hanno enunciato.  I profeti vivono le proprie idee; i sacerdoti le somministrano a quanti hanno care le idee stesse. Le quali perdono così vitalità (…) accade sempre che la formulazione acquisti importanza una volta che l’esperienza sia morta.

Ecco perché la gente non crede più in niente: perché le idee che vengono fatte circolare oggi fanno appello solo alla nostra mente, non al nostro cuore. Ci mancano gli esempi.

Si può affermare senza tema di esagerazione che mai la conoscenza delle grandi idee prodotte dalla specie umana è stata diffusa in tutto il mondo come oggi, e che mai queste idee hanno avuto meno incidenza di oggi.

E poi, sentite come Fromm ci spiega il senso di colpa contemporaneo: coloro che lo provano

non sono tormentati da un problema morale, ma dal fatto di non aver obbedito a un ordine.

Che l’ordine venga da un’organizzazione o sia il precetto di un’autorità interiorizzato, la sostanza non cambia.

Dobbiamo lavorare su noi stessi. Tutti.

 

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Le cose che non ho detto, @azarnafisi @adelphiedizioni

Che meraviglia, che sincerità! L’autobiografia di Azar Nafisi, l’autrice di Leggere Lolita a Teheran, si legge come un romanzo e fa riflettere come un saggio.

La narrazione è incentrata sulla sua famiglia ma in un paese come l’Iran era impossibile ignorare la situazione culturale e politica.

Azar Nafisi ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la propria madre, donna bellissima ed intelligente ma scontenta della propria situazione e tendente a rifugiarsi in un passato idealizzato, anche a costo di tacere a se stessa certe realtà. Adoro leggere di ragazzine che si ribellano e che, al tempo stesso amano i propri genitori, perché è nella natura umana fare così, sebbene la Nafisi e sua madre abbiano avuto degli scontri davvero intensi.

Noi, quando raccontavamo una bugia, sapevamo di mentire, mentre lei non se ne rendeva neppure conto.

Farei torto al libro se cercassi di riassumere in poche righe questo rapporto controverso; però, leggendo della Nafisi che cerca di calarsi dal secondo piano del collegio svizzero e che cade facendosi parecchio male, mi è venuta la curiosità di andare a vedere su youtube come è, di persona, questa scrittrice. E mi trovo davanti a una signora compostissima, emotiva e dolce. Nonostante tutto quello che ha passato!!

Era legatissima al padre, che è stato sindaco di Teheran e che poi è stato incarcerato sotto false accuse. E’ stato lui a introdurla al mondo della letteratura tradizionale persiana.

Il rapporto della Nafisi coi libri è stato sempre molto intenso, direi quasi un bisogno fisico: questo è un aspetto che me l’ha resa molto vicina. Considerando la situazione politica iraniana, la guerra di otto anni con l’Iraq, Khomeini, gli assassini, le torture e la situazione delle donne nel suo paese, le difficoltà di tenere aperte le università laiche, è semplicemente meraviglioso che la Nafisi abbia dato così tanta importanza alla letteratura.

Anzi, la letteratura per lei va considerata come un vero e proprio antidoto all’assolutismo, ne ha fatto una bandiera del suo pensiero. Alla letteratura lei è sempre rimasta fedele, anche se sono cambiate le sue letture e anche se, lo ammette lei stessa, ha fatto i suoi errori politici (come, ad esempio, quando è andata a manifestare contro lo Scià senza rendersi conto che l’alternativa era lo stato Islamico di Khomeini).

 

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Il bell’Antonio – Vitaliano Brancati

Questo romanzo mi aveva colpito per l’incipit, che in poche righe ti dà un colpo d’occhio generale su un’intera generazione di siciliani degli anni Trenta a Roma.

Che cosa non saltò il loro occhio ansioso di scorgere la donna desiderata in mezzo alla folla che scendeva dal tram? Cupole, portali, fontane… opere che, prima di essere attuale e compiute, tennero aggrottate per anni la fronte di Michelangelo o del Borromini, non riuscirono a farsi minimamente notare dall’occhio mobile e nero dell’ospite meridionale!

Da qua ti viene l’idea che il romanzo giri attorno ad una sola cosa: le donne. Ma poi, andando avanti con la lettura, ti accorgi che le donne in realtà sono solo uno strumento. Il tema del romanzo in realtà è il sesso, l’atto di “soffiarsi il naso”, come dicono i catanesi.

Antonio è bellissimo: tutte le donne lo desiderano e i preti lo odiano perché quando entra lui in chiesa nessun essere femminile guarda più il pulpito. Tutti sono convinti che Antonio ci dia dentro a più non posso, a tutti questo sembra normale. Il padre è fiero del figlio, che sembra seguire le sue orme. Solo che è tutta una finzione, perché Antonio è impotente.

La notizia trapela dopo tre anni di matrimonio con Barbara Puglisi. Prima la famiglia di Antonio è pronta a dare la colpa alla donna, ovvio, ma alla fine la verità viene fuori, ed è lo scandalo, vanno tutti fuori di testa. Il padre di Antonio fa addirittura fatica a parlarne, balbetta, si dimentica le parole, ha il terrore della gente che chiacchiera alle sue spalle. Sciagura, insomma, perché suo figlio è peggio che morto.

I dialoghi e i personaggi si fanno macchiettistici, ridicoli. Effetto certamente voluto, ma ammetto che vedendomi davanti certi c.d. uomini, anche se solo sulla pagina, ho provato un vero e proprio senso di fastidio. Soprattutto perché siamo negli anni Trenta, poi arriva la guerra, poi si parla di deportazioni… e a Catania, nella cerchia di Antonio, stanno tutti a pensare a come non usa quello che ha in mezzo alle gambe.

Ad un certo punto, suo padre Alfio, per quanto vecchio, nel tentativo di riprendersi l’onore, elenca alla moglie i figli che ha sparso in giro per il mondo, avuti con questa o con quella prima e dopo il matrimonio. Ma complimenti, bella gente davvero.

Non l’ho letto volentieri, non mi sono piaciuti gli esiti comici, ma il mio è un parere personale: se gli uomini sono questi, c’è da piangere, non da ridere.

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