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Le cose che non ho detto, @azarnafisi @adelphiedizioni

Che meraviglia, che sincerità! L’autobiografia di Azar Nafisi, l’autrice di Leggere Lolita a Teheran, si legge come un romanzo e fa riflettere come un saggio.

La narrazione è incentrata sulla sua famiglia ma in un paese come l’Iran era impossibile ignorare la situazione culturale e politica.

Azar Nafisi ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la propria madre, donna bellissima ed intelligente ma scontenta della propria situazione e tendente a rifugiarsi in un passato idealizzato, anche a costo di tacere a se stessa certe realtà. Adoro leggere di ragazzine che si ribellano e che, al tempo stesso amano i propri genitori, perché è nella natura umana fare così, sebbene la Nafisi e sua madre abbiano avuto degli scontri davvero intensi.

Noi, quando raccontavamo una bugia, sapevamo di mentire, mentre lei non se ne rendeva neppure conto.

Farei torto al libro se cercassi di riassumere in poche righe questo rapporto controverso; però, leggendo della Nafisi che cerca di calarsi dal secondo piano del collegio svizzero e che cade facendosi parecchio male, mi è venuta la curiosità di andare a vedere su youtube come è, di persona, questa scrittrice. E mi trovo davanti a una signora compostissima, emotiva e dolce. Nonostante tutto quello che ha passato!!

Era legatissima al padre, che è stato sindaco di Teheran e che poi è stato incarcerato sotto false accuse. E’ stato lui a introdurla al mondo della letteratura tradizionale persiana.

Il rapporto della Nafisi coi libri è stato sempre molto intenso, direi quasi un bisogno fisico: questo è un aspetto che me l’ha resa molto vicina. Considerando la situazione politica iraniana, la guerra di otto anni con l’Iraq, Khomeini, gli assassini, le torture e la situazione delle donne nel suo paese, le difficoltà di tenere aperte le università laiche, è semplicemente meraviglioso che la Nafisi abbia dato così tanta importanza alla letteratura.

Anzi, la letteratura per lei va considerata come un vero e proprio antidoto all’assolutismo, ne ha fatto una bandiera del suo pensiero. Alla letteratura lei è sempre rimasta fedele, anche se sono cambiate le sue letture e anche se, lo ammette lei stessa, ha fatto i suoi errori politici (come, ad esempio, quando è andata a manifestare contro lo Scià senza rendersi conto che l’alternativa era lo stato Islamico di Khomeini).

 

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Jack London e Philip Roth @Einaudieditore @MinimumFax

Scrittori di narrativa non ne conosco, di persona. Ne incontro qualcuno alle presentazioni dei libri, ma ci sono sempre due principali ostacoli a una chiacchierata approfondita, anzi, tre:

  • Intervistatori non sempre all’altezza. Una volta un giornalista ha chiesto a Falcones perché sulle sue copertine c’era sempre una sfumatura di un certo colore in basso…
  • Certi spettatori si dilungano così tanto con le loro domande da farmi pensare che abbiano anche loro, da qualche parte, un libro da presentare.
  • Di solito la conversazione deve restare limitata all’ultimo titolo uscito, bisogna farlo per la libreria che ti ospita, e che ha preparato una pila di volumi in entrata, appena davanti alla porta a vetri.

Ma nella contemporaneità, dubito che anche se mi trovassi davanti a uno scrittore in carne ed ossa potrei spremergli grandi perle di saggezza. Un po’ perché io sarei così intimidita da non riuscire a spiaccicar domanda, un po’ perché gli scrittori ne hanno le palle piene di fan che gli fanno domande.

Gli scrittori devono scrivere. Tutto il resto è pubblicità.

Ecco perché ho adorato queste due brevi letture.

Pronto soccorso per scrittori esordienti, di Jack London

London non le mandava a dire. Bersagliato da manoscritti di sconosciuti, rispondeva chiaro e tondo cosa andava e, soprattutto, cosa non andava. Da queste lettere, comunque, si vede che la massa di gente pronta a vivere dei proventi derivanti dalla scrittura è sempre stata abbondante, ieri come oggi. Riporto solo una frase:

Non è possibile che lei, a vent’anni, sia riuscito a mettere tanto lavoro nella scrittura da meritare il successo in questo campo. Lei non ha ancora cominciato il suo apprendistato.

Libretto caustico ma trascinante, che martella sul bisogno di farsi una solida base “lavorativa” prima di pensare di poter vivere di parole. Ho avuto solo delle difficoltà a capire il senso dell’introduzione di Giordano Meacci…

Chiacchiere di bottega, di Philip Roth

Che visione, Philip Roth che passeggia per la fabbrica di prodotti chimici insieme a Primo Levi, o di lui che va a trovare Edna O’Brien mentre lei sta firmando qualche migliaio di copie del suo ultimo libro.

Sentite, ad esempio, cosa gli dice Kundera:

Il romanziere insegna alla gente a cogliere il mondo come una domanda. (…) In un mondo fondato su sacrosante certezze il romanzo muore. Il mondo totalitario, sia esso fondato su Marx, sull’islam o su qualunque altra cosa, è un mondo di risposte e non di romande, in esso non c’è posto peri il romanzo.

Che sia questa una delle ragioni per cui la gente legge così poco in Italia?

 

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La mia vita – Anton Cechov

Come potevo non leggere questo meraviglioso libretto del 1929? Anche se, devo ammettere, credevo che Cechov accennasse almeno un po’ all’attività di scrittore. E invece no. Parla della sua gioventù nell’odiata provincia, lontano da Pietroburgo, in mezzo a gente ignorante, profittatrice, falsa, e chi più ne ha, più ne metta.

(…) gli uomini con cui vivevo in questa città mi riuscivano uggiosi ed estranei e a volta persino disgustosi. Non li amavo e non li capivo.

Il giovane Cechov è stato ripudiato dal padre perché non riesce a tenersi un lavoro: “Non devi rimanere neppure un giorno senza posizione sociale!”, gli dice. Ma che lavoro? Il padre lo vorrebbe impiegato in un ufficio, o comunque impegnato in un qualunque lavoro intellettuale, ma Cechov non riesce a tenersi un lavoro del genere neanche a colpi di stipendio. Preferisce darsi al lavoro manuale, imbiancare tetti, vivere vestito di stracci e frequentare poveracci che lo insultano ad ogni piè sospinto.

Eppure riesce a sposare Mascia, una giovane della buona società, infarcita di ideali e di libri, che vede in lui l’uomo del popolo che rappresenta la forza della Russia. E per un po’ vanno pure d’accordo. Salvo che lei si accorge subito di quanto i contadini le rendano la vita difficile con i loro schiamazzi, le loro pretese e le loro incomprensibili lamentele e assurde richieste di vodka. Inutile dire che non dura, e questa bella moglie se ne torna nel mondo a cui appartiene per dedicarsi al canto e alla socialità.

Anche la sorella di Cechov fa una brutta fine: da sottomessa al padre e ai doveri familiari, si innamora e si fa mettere incinta da un medico sposato che non si pone neanche il dubbio di mollare la moglie per stare con lei.

La breve autobiografia finisce con l’immagine di Cechov che si allontana dal cimitero dove ha portato la nipotina a vedere la tomba della madre; e si allontana anche da una donna che è innamorata di lui da anni, ma che neanche osa sognare di stargli accanto, visto il lavoro manuale che fa.

Con una vita così, come si fa a non conoscere gente che poi ti può fare da modello per i tuoi personaggi? E’ in mezzo a questa gente che Cechov ha coltivato la sua attenzione per le persone e i veri ideali:

Per quanto il contadino sembrasse una bestia goffa mentre seguiva il suo aratro, per quanto si ubriacasse di vodka tuttavia, guardandolo da presso, si avvertiva che vi è in lui qualche cosa di molto necessario e di molto importante, che non c’era per esempio, in Mascia e nel dottore; e precisamente che egli crede che la cosa più importante su questa terra è la verità e per ciò, sopra ogni cosa al mondo, ama la giustizia.

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Uccidere il cancro – Patrizia Paterlini-Bréchot

Bella questa autobiografia (anche se credevo si trattasse del solito manuale su cosa mangiare e quanto allenarti). La prof.ssa Paterlini, italiana con cattedra di biologia cellulare e molecolare all’università di Paris-Descartes, si racconta sia dal punto di vista professionale che personale.

E’ un testo pieno di speranza: la Paterlini ha sviluppato un sistema per verificare se nel sangue ci sono cellule tumorali circolanti, in modo da stanare un cancro prima che diventi visibile agli esami con imaging. La tecnica fa uso di una macchina che ha brevettato lei (si è dovuta anche improvvisare industriale, perché non trovava nessuno che le finanziasse la produzione dei prototipi) e che sfrutta la differente grandezza delle cellule ematiche e tumorali per scovare tumori allo stadio iniziale. E’ riuscita, partendo da una macchina che filtrava il latte, a crearne una che filtra il sangue in verticale (mentre di solito il sangue viene filtrato con una specie di centrifuga). Ed ha dovuto anche brevettare una sostanza per rendere filtrabile il sangue senza rovinarlo.

Lo ripete più volte nel corso del libro: il cancro è mortale solo quando gli si dà il tempo di diventarlo. Anche i c.d. tumori fulminanti sono tumori che sono rimasti nel corpo a lungo, a volte per anni, prima di dare sintomi: e quando i sintomi sono arrivati, è già troppo tardi, per qualcuno.

Durante la lettura, l’ho percepita, oltre che molto competente e determinata, anche umana: si sente investita di una missione perché soffre quando vede un paziente soccombere alla malattia, non lo fa per ottenere onori e attenzione mediatica, e dedica diversi paragrafi del libro a descrivere le vicende di alcuni suoi malati.

La macchina che permette di stanare cellule maligne nel sangue, e che potrebbe ridurre moltissimo i casi di decesso grazie alla tempestività dell’intervento, dunque, esiste, ma è ancora poco diffusa. Perché bisogna comprarla? No: perché non fa guadagnare alcuna multinazionale. Nel libro ci sono ampi passaggi dedicati alle multinazionali del farmaco e a come influenzano la ricerca scientifica, le prescrizioni di medicinali, le pubblicazioni sulle riviste.

E, a proposito di pubblicazioni sulle riviste scientifiche, la Paterlini ci dà un’ampia panoramica di come il sistema del peer-review mostri il fianco alle critiche. In pratica: per pubblicare su una rivista (ricordo che la pubblicazione è quasi l’unico modo per convincere enti e istituzioni e rilasciare fondi per la ricerca) bisogna passare l’esame di una commissione medica di pari (peer) che sono e restano anonimi. Il problema è che la concorrenza in campo scientifico è enorme. Se i revisori sono competenti nel campo su cui verte la ricerca, è probabile che si tratti di concorrenti che lavorano sullo stesso argomento: la mancanza di obiettività è sempre in agguato. Se invece i revisori sono più lontani da quel campo di ricerca, di solito sono meno compromessi, ma è anche probabile che non dispongano delle competenze necessarie per valutare bene tutti i contenuti della ricerca. E quel che è peggio, è che i revisori possono rifiutare la pubblicazione di una ricerca senza dare motivazioni (il che è quello che è successo alla Paterlini: se danno delle motivazioni insufficienti, ci si può appellare all’editore, ma se non ci sono motivazioni, non puoi attaccare il verdetto).

Dunque: da un lato, onore e gloria a ricercatori come la Paterlini che con tanta, tanta, tanta resilienza si danno da fare per combattere questa malattia. Dall’altra, vergogna, che una ricercatrice del genere, e tanti altri come lei, sia dovuta emigrare in Francia perché qui il baronaggio non le avrebbe dato via di uscire allo scoperto.

Sono sempre più stufa di questa Italietta.

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Ho sposato una vegana – Fausto Brizzi

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Da vegana al 98% dico subito che questa Claudia è una straccia-organi-genitali da evitare come la peste. Poi ci meravigliamo che gli onnivori si mettono sulla difensiva. Una terrorista del genere dimostra intelligenza pari a -100, perché non ha ancora capito una mazza di come funziona la psicologia umana, italiana in particolare.

Siamo convinti che l’alimentazione vegana (o almeno tendenzialmente tale) sia la migliore per l’ambiente e il corpo? E allora non puoi divulgarla come fa questa signora, perché questa non si chiama divulgazione: si chiama mettere le persone sulla difensiva. Anche quelle che sarebbero disposte ad ascoltare quanto male fanno la carne e i latticini.

I miei complimenti a Fausto Brizzi per la sua pazienza (rinforzata certo dal fatto che la sua salute e il suo livello di energia sono migliori, quando segue una certa linea alimentare, come lui un po’ a malincuore ammette).

Gli estremi vanno sempre evitati. Sempre. Non ci si può arrabbiare come ha fatto Claudia se il gatto del vicino attacca una lucertola e il Pronto Soccorso Animali Esotici ti sbatte il telefono in faccia perché si è rifiutato di intervenire (vi prego, ditemi che questo episodio è inventato).

Rimanendo nell’ambito alimentare, lo dico, dopo aver letto libri e libri in materia, di tutte le correnti (vegane, onnivore, crudiste, mediterranee, low-fat, high-fat, alto contenuto proteico, basso contenuto proteico, senza glutine, alto contenuto di carboidrati, digiuno, Kousmine, Gerson, pescivori, PH alcalino, gruppi sanguigni, China Study, McDougall, Esselstyn, Pollan… e tanti, tantissimi altri): NON esiste la certezza assoluta (non esiste!) che l’alimentazione vegana TOTALE sia la migliore per l’essere umano.

Dunque, ognuno si regoli per conto suo. Questo significa: INFORMARSI. LEGGERE. ANCHE DISCUTERE.

Ma non rompere le palle. Non far terrorismo psicologico. Non indignarsi se uno ha la Nutella in casa. Non mettersi a piangere se il gatto ha ucciso una lucertola.

Di questi vegani qui, il veganesimo può far a meno.

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L’esperienza di una immigrata

 

imageNOMAD – AYAAN HIRSI ALI

Ritengo che sarebbe prudente insegnare ai rifugiati alcune competenze di base prima di prestar loro denaro e fornir loro carte di credito e cataloghi di mobili, prima che vengano risucchiati in una subcultura di prestiti e frodi. (…)

In Europa c’è una crescente insofferenza verso l’immigrazione, la sensazione che molti immigrati non meritino l’aiuto che ricevono da generosi sistemi sociali. Si dice che gli immigrati abusano del sistema, che si comportano come parassiti.

Questa attivista per i diritti sociali (già scampata a qualche attentato), a sua volta scappata dal suo paese per evitare il matrimonio impostole dalla famiglia, analizza con occhio critico la situazione degli immigrati nel mondo occidentale.

Lei si è data da fare. Ha imparato la lingua, i regolamenti del paese in cui è andata a vivere, gli usi. Fa un po’ sorridere il resoconto dei suoi primi tempi in Olanda, dove è stata accolta come rifugiata.

Premetto che il trattamento riservatole dal governo olandese è sicuramente diverso da quello che le avrebbero riservato qui in Italia dove certi impiegati pubblici mancano delle più basilari competenze educative anche nei confronti dei propri concittadini: in Olanda riesco a immaginarlo un impiegato che sorride e spiega con calma la procedura per ottenere un prestito sociale; in Italia ho meglio presente l’atteggiamento degli impiegati agli sportelli pubblici che reprimono sbuffi e danno del tu.

Ma quando è arrivata nei Paesi Bassi, lei non aveva alcuna competenza, né conoscenza. Uno dei problemi principali che ha dovuto affrontare è stata la gestione del denaro. Come molti immigrati, era scappata da, non era andata verso. Non si poneva il problema dei doveri di un cittadino, non sapeva cos’era la cittadinanza, perché obbediva solo a regole di clan.

Dunque, quando si è vista offrire un prestito per comprarsi l’arredamento della casa, non aveva idea di cosa avesse per le mani. Lei e una sua amica hanno speso tutto il prestito per comprare una costosissima moquette e la carta da parati, e sono rimaste senza soldi, senza mobili, senza letti, senza pentole, ecc… Senza parlare del conto del telefono, che era diventato rosso a forza di chiamare in Africa.

Quando le hanno fatto vedere come funzionava una carta di credito, e ha capito che le bastava mettere una firma per comprare oggetti, lo ha fatto. Firma qua, firma là, si è ritrovata con un debito enorme.

Le mancava un minimo di formazione finanziaria. Le mancava la capacità di dire no a una commessa, visto che era stata cresciuta per dire sempre di sì. La furbizia di pensare che in inverno bisogna riscaldare gli appartamenti e che dunque le spese vanno su. La modestia di capire che fare acquisti in un supermercato a buon prezzo non è un disonore.

Senza contare il fatto che molti dei soldi ottenuti attraverso i prestiti sociali per immigrati andavano ai parenti nei paesi di origine, perché così richiede il Corano: aiutare gli appartenenti della famiglia è tassativo. Il che è un atto buono, in sé, ma ostacola l’ascesa sociale di molte famiglie nel paese di adozione.

Questo era (è) il problema di molti immigrati: tutti vivono oltre i propri mezzi, non sanno programmare le spese. E questo è particolarmente vero tra le donne musulmane, dice la Ayaan Hirsi Ali.

Io mi ritengo una razzista non dichiarata. Cioè a parole sono contraria al razzismo ma ogni tanto mi ritrovo a pensare o ad agire secondo i dettami del razzismo strisciante. Magari non lo faccio consciamente, ma è così. Per questo sto leggendo questo libro.

E mi resta una domanda: perché Ayaan Hirsi Ali, dopo tanti tentativi ed errori, ha capito cosa sbagliava e ha corretto la direzione? Credo sia stato per un mix di fortuna e volontà. Ma la cosa va approfondita.

 

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Diario (1°) – Anais Nin

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Cosa mi piace

  • la scrittura che scherma le brutture, la volgarità, la contemporaneità
  • la rete di conoscenze artistiche che la Nin è riuscita a mettere in piedi
  • la sua capacità di riconoscere un genio prima che diventi famoso
  • i molteplici interessi della Nin (letteratura, poesia, psicanalisi, teatro, musica…)
  • il fatto che la Nin si preoccupi della sua famiglia e di aiutare gli amici, anche finanziariamente, pur non nuotando nell’oro.

Cosa non mi piace

  • Henry Miller e sua moglie June: bohèmien, ubriachi, drogati, bisognosi di bassifondi, vogliosi di stordimento.
  • la bisessualità che appare come un bisogno, non come una scelta.
  • le scenate, anche se non vengono descritte in toni crudi (ubriachi, vomito, droghe…)
  • la ricerca della Nin di una vita esagerata…

L’arte deve insegnare qualcosa. La disciplina, innanzitutto, anzi, l’autodisciplina. Bisogna mettersi dei paletti, darsi delle regole, perché lo scopo è andare sempre più in profondità, e non puoi andare in profondità se continui a fare buchi a destra e a sinistra e ad abbandonarli.

Altrimenti mettete un pennello in mano ad uno scimpanzé e poi vendetene i quadri.

Sì, lo so, è già stato fatto.

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