Tag Archives: suicidio

L’amore molesto, Elena Ferrante @edizionieo @robadalettori

(English version: below)

Sono solo 170 pagine, ma sono dense di psicologia, luoghi, passioni e pensieri.

La madre di Delia annega la notte del 23 maggio, il giorno del compleanno della figlia. Non è chiaro se si tratti di suicidio, incidente o omicidio.

Delia lascia Roma e torna a Napoli per il funerale e per cercare di capire cosa è successo. Mentre ripercorre i luoghi della sua infanzia, salgono pian piano in superficie i suoi ricordi e ci permettono di ricostruire il passato della sua famiglia.

Veniamo così a scoprire che Amalia era una donna passionale, a volte civettuola, con molta voglia di vivere, che però veniva spesso picchiata dal marito gelosissimo. Che aveva un amico di lunga data, detto Catania, che frequentava anche in età avanzata. Che il padre di Delia aveva minacciato di uccidere la ex moglie solo una settimana prima della sua morte.

I ricordi però sono confusi, e non chiariscono del tutto il mistero della morte di Amalia. Pazienza: non è un giallo, questo. Vuole invece mettere sulla pagina una sofferta incomprensione tra madre e figlia, un rapporto in cui repulsione e voglia di immedesimazione si sovrappongono. E poi si parla di solitudine, tanta.

La Ferrante ha una bella scrittura che sonda nelle sfumature della psiche femminile come poche.

Però non mi piace molto l’immagine che dà degli uomini napoletani.

Io a Napoli non ci sono mai stata, ma i napoletani sono davvero così? Non se ne salva uno: tutti con tendenze violente, rozzi, con un’unica cosa in testa, sempre pronti a fissare nella scollatura delle donne, o a infastidirle nei mezzi pubblici, gelosi, braccano le sconosciute e i bambini per strada, fanno sesso con una che non vedono da trent’anni…

No, davvero, gente: è questa l’immagine del napoletano che vogliamo diffondere per il mondo?

Perché i libri della Ferrante sono tra i pochi libri di autori italiani che vengono pubblicati e letti all’estero. E io mi preoccupo, perché poi gli stranieri si fanno delle idee.

Inoltre, sebbene il libro mi sia complessivamente piaciuto, devo annotare una tendenza della scrittura della Ferrante che – secondo me – toglie un po’ di verosimiglianza ai suoi libro: le sue protagoniste pensano, sentono, ricordano molto. Però parlano poco, troppo poco.

Qualche parola, qualche frase smozzicata… le sue protagoniste me le immagino un po’ svagate, indecise sulle sensazioni da provare, sempre intente a studiare se stesse e gli altri. Donne che non agiscono per cause ed effetti, ma un po’ guidate dal momento, da sentimenti un po’ nebulosi…

So di toccare un mostro sacro, ma sono l’unica a pensarla così?


TROUBLING LOVE, by Elena Ferrante

The story takes place in Naple, where Delia comes back after 30 years for the funeral of her mother, who drowned the night of Delia’s birthday.

In a brief time Delia traces back her past: the violent father, the vivid mother, Caserta, the man who was perhaps in love with her mother, her uncle with one arm…

I never was in Naple, but I doubt that men there are very different from the men I know here in the North East of Italy. Ferrante’s men are all lustful, are always ready to touch women’s ass in buses, are violent and vulgar and have just one thing in their heads. No men in this book is safe from this stereotype.

Well, folk: this is not true, please.

Please: do not take this book as a realistic image of Italian male!!

Another thing that I do not like in Ferrante’s book is that her protagonists do not talk. Just few words or sentences, but in general, they seem absent-minded or too absorbed into their thoughts about themselves or other people.

That is true above all for this book, in Naple, where everyone is a chatterbox: here Delia seems an ET.

And you, abroad, have you ever read some of Ferrante’s books?

2 Comments

Filed under book, Libri, Libri & C., Scrittori italiani

Ghost, Richard Matheson

Mi aspettavo di più dal creatore di “Io sono leggenda”. Invece questo romanzetto gira intorno a Marianna, una banalissima ninfomane fantasma…

Il quarantaseienne David è in vacanza con la moglie Ellen nella speranza di salvare il matrimonio dopo che lui l’ha tradita con un’altra. Sembra che i due si amino davvero, finché non incontra questa ventitreenne bellissima che gli si getta tra le braccia dopo quattro parole in croce. Ci vuole qualche giorno perché lui scopra che lei è morta.

Il personaggio David è un po’ stupidotto: capisco che il fantasma sia potente e che gli faccia fare quello che vuole, tuttavia lui sembra proprio uno smidollato e solo alla fine tira fuori un po’ di volontà. Anche la moglie, comunque, non ha una grande personalità, e i loro dialoghi vanno dal banale allo scontato.

Il personaggio più interessante è la signora Brentwood, perché ti chiedi: come fa a sapere tante cose su Marianna? Sarà sua madre? Sarà lei? Sarà sua sorella?

Solo la fine risolleva un po’ le sorti di questo romanzetto senza tante velleità, pieno di cliché e scritto come una sceneggiatura, mentre i tentativi di approfondire la psicologia di un marito in crisi con le sue riflessioni sul corpo e la mente sono davvero banali.

Leave a comment

Filed under book, Libri, Libri & C., Scrittori americani

Dentro l’acqua – Paula Hawkins @edizpiemme

Dopo il successo di “La ragazza del treno”, sono stata felicissima quando mi hanno regalato “Dentro l’acqua”. Devo ammettere tuttavia che questo romanzo non mi ha entusiasmato moltissimo.

In breve: Jules deve prendersi cura della nipote Lena perché sua sorella Nel è morta in seguito a una caduta da una scogliera. Si scopre che Nel stava indagando sulla scogliera stessa, facendo domande a destra e a sinistra per scrivere un libro sui suicidi là avvenuti.

A ciò si collega la morte di Katie, amica del cuore di Lena: anche Katie è caduta (o si è suicidata?) dalla scogliera.

Ma bisogna risalire nel tempo per capire le vere ragioni degli ultimi avvenimenti: in ciò, ci aiuta Nickie Sage, una vecchia medium mezza matta che (ovviamente… e qui ecco un altro stereotipo) nessuno ascolta.

La storia e il legame tra gli omicidi è decente, e mi piace l’idea di un luogo in cui vanno a morire donne problematiche (mi piace l’idea delle donne problematiche!), ma secondo me la costruzione generale lascia un po’ a desiderare.

Innanzitutto, il romanzo è diviso in quattro parti: le prime due sono dedicate all’approfondimento psicologico dei vari personaggi. Praticamente: metà libro. Per metà libro non si scoprono intrallazzi né si delineano chiari moventi. Si intuiscono, sì, ma i personaggi sono reticenti, tanto, tanto reticenti. Parlano a metà, non dicono: capisco che sia funzionale al thriller, ma la gente, la gente vera, non fa così. La verosimiglianza deve sempre tenere, anche se non si può rivelare tutto: è questo il difficile dei thriller.

Altro difetto: alcuni personaggi parlano in prima persona, altri vengono descritti in terza. E guarda caso, uno di quelli in terza persona è un omicida. La scelta della persona in questo caso ha dato un indizio indiretto…

Infine: Lena, la figlia di Nel Abbott (una delle donne “cadute” dalla scogliera) è di un’antipatia unica. Lo stereotipo dell’adolescente problematica è noioso, noioso, noioso. E antipatico.

I segreti ti possono tenere la testa sotto il livello dell’acqua?

Mah.

3 Comments

Filed under book, Libri & C., scrittori inglesi

Il racconto dell’ancella – Margareth Atwood

La storia è raccontata in prima persona dall’ancella stessa. Il suo nome è Difred, cioè appartenente a Fred. Ci troviamo in una distopica repubblica nordamericana nella quale, sotto un regime teocratico, le ancelle sono le uniche donne in grado di procreare. Dunque il loro controllo è vitale.

Il mondo è andato a catafascio, a causa delle guerre e delle scorie nucleari, e le donne, soprattutto le ancelle, sono sottoposte a strettissima sorveglianza. Non possono parlare tra loro né ridere né comportarsi in modo strano. La loro vita è dedicata alla procreazione, solo che gli eventuali figli, se nascono senza deformazioni, vengono poi cresciuti dalle mogli degli uomini che le hanno ingravidate.

Le ancelle non possono leggere, niente di niente, e le loro giornate sono scandite da compiti ripetitivi e cerimonie pseudopolitiche. Sono controllate in ogni loro movimento, anche per evitare che si suicidino appena ne hanno l’occasione.

Non succede molto, non è un romanzo di fantascienza avventurosa. E’, invece, un racconto intimista: Difred ci narra quel poco che le succede intervallando numerosissimi flash-back. E’ quasi un romanzo di memorie: ed è proprio la memoria a causare la sofferenza maggiore, quando lei si ricorda del marito Luke e della figlioletta che le è stata sottratta.

Il fatto che lei racconti la sua storia, però, è un sintomo di speranza. Lei non ha più il suo passato, se non nel ricordo, e le resta solo la speranza per il futuro. Lei e le altre ancelle sono così sottomesse da aver rinunciato a ribellarsi.

O forse no?

Il cuore umano rimane un fattore non trascurabile

E’ una distopia, sì, ma solo per i paesi occidentali. Basti pensare a questa frase, pronunciata da uno degli antagonisti, a quanto può esser applicata a realtà contemporanee relativamente lontane da noi:

Il nostro grande errore è stato di insegnar loro a leggere.

Nel romanzo è solo questione di tempo: le generazioni successive dimenticheranno il passato e con esso spariranno tutti i tentativi di ribellione. Senza lettura, senza racconti, il passato smetterà di ispirare libertà.

3 Comments

Filed under book, Canadian writers, Libri & C.

La stanza del vescovo, Piero Chiara

Un autore molto venduto, una ventina di anni fa, ora caduto un po’ in sordina.

Donne, vi avviso: le femministe si armino di pazienza, prima di leggere questo libro. Perché è pieno di protagonisti maschili che trattano le donne come bambolette: se le portano a letto, prima una, poi l’altra, senza farsi problemi se sposate o meno, se incinte o meno.

Ho avuto le mie difficoltà a passare il mio tempo con uomini del genere, ma una volta capito che l’intento di Chiara era proprio quello di mettere in scena personaggi vuoti (o svuotati?), sono riuscita a finirlo.

La storia è ambientata nel 1946 sul lago Maggiore. Tutti stanno cercando di riprendersi dalla guerra, eppure non se ne parla mai nel dettaglio, non si spiega mai davvero cosa è successo ai protagonisti, come quasi per mostrare che stanno cercando di dimenticare.

Il protagonista ha una barca e si sposta qua e là in cerca di donne. Durante una delle sue soste conosce l’avvocato Orimbelli, e cominciano le scorrerie insieme: le donne sono poco delineate, tutte sciocchine, tutte pronte a farsi prendere al laccio passando da uno all’altro; sono senza personalità né spessore.

Anche Matilde, l’avvenente cognata di Orimbelli, che dovrebbe essere la donna più importante, oggetto di contesta tra il protagonista e l’Orimbelli stesso, non ha caratteristiche caratteriali che ce la fissino bene in testa.

Poi la moglie di Orimbelli viene trovata morta annegata.

C’è una specie di svolta in giallo, ma si capisce già chi l’ha uccisa e perché.

Un romanzo senza plauso né pena, che poteva portare avanti le stesse tematiche in modo più appassionante e con personaggi femminili più caratterizzati.

4 Comments

Filed under book, Libri & C., Scrittori italiani

Il senso di una fine, Julian Barnes @CasaLettori

Perché nessuno mi ha mai parlato di Julian Barnes?

Questo scrittore è bravissimo!

“Il senso di una fine” unisce il racconto di una bella storia a tutta una serie di piccole e grandi riflessioni su una marea di argomenti: il rapporto tra gioventù e vecchiaia, la memoria, la storia singolare e la Grande Storia, il tempo che può tornare indietro quando si aggancia ai ricordi, l’inconoscibilità del passato e delle persone…

La prima parte del libro racconta la gioventù di Tony Webster e della sua amicizia con Adrian, ragazzo intelligentissimo e, sotto certi aspetti, misterioso, con un senso della vita tutto suo, improntato alla filosofia e alla storia.

Eppure… eppure Adrian, che nel frattempo si era fidanzato insieme a Veronica, l’ex fidanzata di Tony, si suicida.

Fioccano le teorie sulle ragioni del gesto. Secondo alcuni, era troppo intelligente per vivere; secondo altri, ha portato all’estremo limite la sua teoria filosofica sulla vita.

La seconda parte del libro inizia con una lettera che comunica a Tony di esser stato nominato erede di 500 Sterline e di un documento. E da chi arriva questa eredità?

Il finale è spiazzante (anche se devo dire che qualche sospetto sulla madre di Veronica mi era venuto).

Al di là dell’antipatia che mi ha ispirato Veronica, la giovane fidanzata del protagonista (va bene fare la misteriosa, ma ad un certo punto bisogna anche spiegarsi!), i personaggi sono intriganti e hanno così tante sfaccettature che non puoi non immedesimarsi in una di queste.

E ora… alla ricerca di altri libri di Julian Barnes!

Più impari, meno temi. “Imparare” non in termini di studio accademico, ma di comprensione effettiva della vita.

Dobbiamo conoscere la storia di chi scrive la storia, se vogliamo comprendere la versione degli eventi che ci viene proposta.

 

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., scrittori inglesi

Le lacrime di Nietzsche, Irvin D. Yalom @NeriPozza

Bel libro: mi sento di suggerirlo a tutti gli amanti dei romanzi, non solo a chi si interessa di psicanalisi e filosofia.

Yalom, psichiatra e scrittore, parte dai dati anagrafici, reali, di personaggi storici (Nietzsche, Lou Salomè, Breuer, Sigmund Freud…) per farne un romanzo di fantasia, ma senza mai allontanarsi dalla verosimiglianza dei caratteri per quanto se ne può trarre da testi e testimonianze scritte; tranne forse nel caso di Lou Salomè, che difficilmente si sarebbe sentita in colpa per aver rifiutato di sposare Nietzsche, almeno al punto da ricorrere a un medico per aiutarlo. Ma non c’è rischio di confondere fantasia e realtà, perché l’autore alla fine ci spiega cosa ha inventato e cosa no.

Le malattie (o la malattia) di Nietzsche sono un mistero clinico difficile da svelare. Breuer, nel romanzo, dandone un’interpretazione, quasi giunge a una forma di guarigione: e se non ci giunge del tutto, questo dipende da Nietzsche. Ma non posso dirvi di più, altrimenti svelo troppo.

Quello che posso dire, è che nel romanzo è ben delineata l’amicizia che nasce tra il filosofo e il medico, nonostante i blocchi emotivi di entrambi; e sebbene il rapporto medico-paziente venga rivisto in modo originale – ribaltato, direi –  alla fine entrambi riescono a imparare qualcosa su se stesso e sull’altro. Merito della logoterapia, la terapia della parola, che riesce non sono a creare un’amicizia, ma anche a farci conoscere personaggi storici nel loro carattere, nei loro pregi e difetti (perché, diciamolo, Nietzsche aveva dei problemi con le donne…).

L’insegnamento generale che ne ho ottenuto, però, non è tanto nozionistico: non gira attorno alla storia del pensiero o della filosofia. L’insegnamento che si ottiene da questo libro è che nella solitudine non si guarisce.

2 Comments

Filed under book, Libri & C., Scrittori americani