Tag Archives: suicidio

Il racconto dell’ancella – Margareth Atwood

La storia è raccontata in prima persona dall’ancella stessa. Il suo nome è Difred, cioè appartenente a Fred. Ci troviamo in una distopica repubblica nordamericana nella quale, sotto un regime teocratico, le ancelle sono le uniche donne in grado di procreare. Dunque il loro controllo è vitale.

Il mondo è andato a catafascio, a causa delle guerre e delle scorie nucleari, e le donne, soprattutto le ancelle, sono sottoposte a strettissima sorveglianza. Non possono parlare tra loro né ridere né comportarsi in modo strano. La loro vita è dedicata alla procreazione, solo che gli eventuali figli, se nascono senza deformazioni, vengono poi cresciuti dalle mogli degli uomini che le hanno ingravidate.

Le ancelle non possono leggere, niente di niente, e le loro giornate sono scandite da compiti ripetitivi e cerimonie pseudopolitiche. Sono controllate in ogni loro movimento, anche per evitare che si suicidino appena ne hanno l’occasione.

Non succede molto, non è un romanzo di fantascienza avventurosa. E’, invece, un racconto intimista: Difred ci narra quel poco che le succede intervallando numerosissimi flash-back. E’ quasi un romanzo di memorie: ed è proprio la memoria a causare la sofferenza maggiore, quando lei si ricorda del marito Luke e della figlioletta che le è stata sottratta.

Il fatto che lei racconti la sua storia, però, è un sintomo di speranza. Lei non ha più il suo passato, se non nel ricordo, e le resta solo la speranza per il futuro. Lei e le altre ancelle sono così sottomesse da aver rinunciato a ribellarsi.

O forse no?

Il cuore umano rimane un fattore non trascurabile

E’ una distopia, sì, ma solo per i paesi occidentali. Basti pensare a questa frase, pronunciata da uno degli antagonisti, a quanto può esser applicata a realtà contemporanee relativamente lontane da noi:

Il nostro grande errore è stato di insegnar loro a leggere.

Nel romanzo è solo questione di tempo: le generazioni successive dimenticheranno il passato e con esso spariranno tutti i tentativi di ribellione. Senza lettura, senza racconti, il passato smetterà di ispirare libertà.

3 Comments

Filed under book, Canadian writers, Libri & C.

La stanza del vescovo, Piero Chiara

Un autore molto venduto, una ventina di anni fa, ora caduto un po’ in sordina.

Donne, vi avviso: le femministe si armino di pazienza, prima di leggere questo libro. Perché è pieno di protagonisti maschili che trattano le donne come bambolette: se le portano a letto, prima una, poi l’altra, senza farsi problemi se sposate o meno, se incinte o meno.

Ho avuto le mie difficoltà a passare il mio tempo con uomini del genere, ma una volta capito che l’intento di Chiara era proprio quello di mettere in scena personaggi vuoti (o svuotati?), sono riuscita a finirlo.

La storia è ambientata nel 1946 sul lago Maggiore. Tutti stanno cercando di riprendersi dalla guerra, eppure non se ne parla mai nel dettaglio, non si spiega mai davvero cosa è successo ai protagonisti, come quasi per mostrare che stanno cercando di dimenticare.

Il protagonista ha una barca e si sposta qua e là in cerca di donne. Durante una delle sue soste conosce l’avvocato Orimbelli, e cominciano le scorrerie insieme: le donne sono poco delineate, tutte sciocchine, tutte pronte a farsi prendere al laccio passando da uno all’altro; sono senza personalità né spessore.

Anche Matilde, l’avvenente cognata di Orimbelli, che dovrebbe essere la donna più importante, oggetto di contesta tra il protagonista e l’Orimbelli stesso, non ha caratteristiche caratteriali che ce la fissino bene in testa.

Poi la moglie di Orimbelli viene trovata morta annegata.

C’è una specie di svolta in giallo, ma si capisce già chi l’ha uccisa e perché.

Un romanzo senza plauso né pena, che poteva portare avanti le stesse tematiche in modo più appassionante e con personaggi femminili più caratterizzati.

4 Comments

Filed under book, Libri & C., Scrittori italiani

Il senso di una fine, Julian Barnes @CasaLettori

Perché nessuno mi ha mai parlato di Julian Barnes?

Questo scrittore è bravissimo!

“Il senso di una fine” unisce il racconto di una bella storia a tutta una serie di piccole e grandi riflessioni su una marea di argomenti: il rapporto tra gioventù e vecchiaia, la memoria, la storia singolare e la Grande Storia, il tempo che può tornare indietro quando si aggancia ai ricordi, l’inconoscibilità del passato e delle persone…

La prima parte del libro racconta la gioventù di Tony Webster e della sua amicizia con Adrian, ragazzo intelligentissimo e, sotto certi aspetti, misterioso, con un senso della vita tutto suo, improntato alla filosofia e alla storia.

Eppure… eppure Adrian, che nel frattempo si era fidanzato insieme a Veronica, l’ex fidanzata di Tony, si suicida.

Fioccano le teorie sulle ragioni del gesto. Secondo alcuni, era troppo intelligente per vivere; secondo altri, ha portato all’estremo limite la sua teoria filosofica sulla vita.

La seconda parte del libro inizia con una lettera che comunica a Tony di esser stato nominato erede di 500 Sterline e di un documento. E da chi arriva questa eredità?

Il finale è spiazzante (anche se devo dire che qualche sospetto sulla madre di Veronica mi era venuto).

Al di là dell’antipatia che mi ha ispirato Veronica, la giovane fidanzata del protagonista (va bene fare la misteriosa, ma ad un certo punto bisogna anche spiegarsi!), i personaggi sono intriganti e hanno così tante sfaccettature che non puoi non immedesimarsi in una di queste.

E ora… alla ricerca di altri libri di Julian Barnes!

Più impari, meno temi. “Imparare” non in termini di studio accademico, ma di comprensione effettiva della vita.

Dobbiamo conoscere la storia di chi scrive la storia, se vogliamo comprendere la versione degli eventi che ci viene proposta.

 

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., scrittori inglesi

Le lacrime di Nietzsche, Irvin D. Yalom @NeriPozza

Bel libro: mi sento di suggerirlo a tutti gli amanti dei romanzi, non solo a chi si interessa di psicanalisi e filosofia.

Yalom, psichiatra e scrittore, parte dai dati anagrafici, reali, di personaggi storici (Nietzsche, Lou Salomè, Breuer, Sigmund Freud…) per farne un romanzo di fantasia, ma senza mai allontanarsi dalla verosimiglianza dei caratteri per quanto se ne può trarre da testi e testimonianze scritte; tranne forse nel caso di Lou Salomè, che difficilmente si sarebbe sentita in colpa per aver rifiutato di sposare Nietzsche, almeno al punto da ricorrere a un medico per aiutarlo. Ma non c’è rischio di confondere fantasia e realtà, perché l’autore alla fine ci spiega cosa ha inventato e cosa no.

Le malattie (o la malattia) di Nietzsche sono un mistero clinico difficile da svelare. Breuer, nel romanzo, dandone un’interpretazione, quasi giunge a una forma di guarigione: e se non ci giunge del tutto, questo dipende da Nietzsche. Ma non posso dirvi di più, altrimenti svelo troppo.

Quello che posso dire, è che nel romanzo è ben delineata l’amicizia che nasce tra il filosofo e il medico, nonostante i blocchi emotivi di entrambi; e sebbene il rapporto medico-paziente venga rivisto in modo originale – ribaltato, direi –  alla fine entrambi riescono a imparare qualcosa su se stesso e sull’altro. Merito della logoterapia, la terapia della parola, che riesce non sono a creare un’amicizia, ma anche a farci conoscere personaggi storici nel loro carattere, nei loro pregi e difetti (perché, diciamolo, Nietzsche aveva dei problemi con le donne…).

L’insegnamento generale che ne ho ottenuto, però, non è tanto nozionistico: non gira attorno alla storia del pensiero o della filosofia. L’insegnamento che si ottiene da questo libro è che nella solitudine non si guarisce.

2 Comments

Filed under book, Libri & C., Scrittori americani

Qualcuno, di Alice McDermott @Einaudieditore

Come donna occhialuta dalla vita, diciamolo, piuttosto banale, devo rendere grazie alla McDermott per aver scritto un libro su una donna occhialuta dalla vita – diciamolo ancora – banale.

In fondo, cosa facciamo, dalla nascita alla morte, se non gioire e rattristarci delle solite cose? Nascite, morti, amori, disillusioni, delusioni, figli, lavoro… eppure, in questa normalità, ognuna sente a modo suo.

La Marie del romanzo ci racconta tutto con parole semplici, ma evocative: dalla sua infanzia a Brooklyn, al suo primo innamoramento con tanto di abbandono per una ragazza più ricca, al suo lavoro alle pompe funebri, al suo matrimonio e ai suoi figli. Una vita normalissima, come se la raccontasse ad un’amica appena incontrata dopo tanti anni.

Tace spesso, ma lascia intuire. In fondo, spesso neanche la vita ti spiega il perché di certi avvenimenti.

Sentite qui come descrive il dolore del suo primo parto:

Di suppliche al cielo ne avevo mandate talmente tante – per prima cosa che il bambino fosse sano, e di non morire di parto, se possibile; adesso soltanto che il dolore avesse fine – da sentirmi ormai come un venditore di spazzole che bussa a un robusto portone, un portone senza cardini, senza maniglie.

Quante Marie sono esistite e quante ne esistono e quante ne esisteranno ancora senza che nessuno ne scriva la storia?

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., Scrittori americani

Il giro del miele, Sandro Campani @Einaudieditore

Quando un libro scritto bene non mi piace, mi chiedo e mi richiedo il perché.

Nel caso specifico, la ragione può essere che, essendo scritto bene, i protagonisti risultano quasi veri, coi loro pregi e difetti. E io non sopporto i difetti di Davide. Ma non sopporto neanche tanto la sua ex moglie Silvia.

La storia: Davide, dopo anni dal divorzio da Silvia, va a trovare Giampiero, un vecchio amico di famiglia, perché, tramite lui, vuole far arrivare una lettera all’ex moglie, che non vuole più saperne di lui. Nel tempo di una notte, i due si raccontano i dettagli delle loro vite (perché anche Giampiero ha il suo segreto). Davide era il classico bravo ragazzo: dopo uno screzio col padre, che non ha voluto lasciargli la falegnameria, inizia a lavorare come buttafuori in una discoteca, cosa che non va a genio all’allora moglie. Pian pianino il rapporto si sfalda, tra i non detti e i goffi tentativi di comunicarsi affetto.

Davide e Silvia sono due individualisti che si sono sposati senza aver bene in testa cosa significhi vivere insieme. Trovo assurdo che uno prenda un lavoro senza parlarne con la moglie, ma trovo anche assurdo che una moglie cerchi di trovare un lavoro al marito senza prima chiedergli cosa ne pensa. E poi sono geneticamente incapaci di parlarsi: gli scoppi di rabbia di Davide sono tipici di gente che non sa controllarsi. E non diamo la colpa alla crisi economica, per favore, ma neanche alla fantomatica lince: si tratta di gente che non riflette sulle proprie reazioni estreme. E, nel caso soprattutto di Davide, non si può tacere che se non riesce a trovarsi un posto decente è anche per colpa sua, che non ha né arte né parte perché non si è dato da fare prima (la possibilità di studiare ce l’ha avuta).

Altro motivo di poca soddisfazione (per me) è stato il frequente uso del linguaggio parlato: è vero che dà immediatezza, ma a me, personalmente, non piace. Gusto soggettivo.

Ancora: tutto il libro si svolge in una notte. Trovo poco realistico che due uomini parlino così tanto. Soprattutto in questa letteratura italiana contemporanea, fatta di mutismi cronici con derive patologiche.

Quello che mi è piaciuto, invece, oltre alla storia in sé (e al colpo di scena di Giampiero), è stato imparare tante piccole cosette sulla falegnameria e sulle api: chicche che possono sempre tornar utili, un giorno (ad esempio relativamente all’anticatura del legno).

In conclusione: a me non è piaciuto, però leggetelo (vi ho mai consigliato di non leggere un libro?) perché è scritto bene, e poi ditemi cosa ne pensate!

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., Scrittori italiani

Due romanzi ambientati a Torino

Ma dov’è Torino???

La fratellanza della sindone – Julia Navarro

Banalità su banalità. Una copia di copie. L’omicidio già nel primo capitolo, le organizzazioni segrete, la Chiesa segreta, la storia alternativa di Gesù…

La cosa più irreale è il prete:  Padre Yves è sotto i trent’anni, bello, intelligente, colto e parla un numero imprecisato di lingue. Ma soprattutto, pratica le arti marziali. Cioè: non si sa di quanti Dan sia in Karate (ma si lascia intendere che sono tanti), e in più pratica aikido e un’altra arte marziale, mi pare, taekwondo. Ora: spiegatemi come fa uno, che deve anche dedicarsi a bisogni fisiologici come mangiare, bere, dormire, fare tutte queste cose insieme e contemporaneamente far carriera nella gerarchia ecclesiastica, con tutti gli impegni che comporta. Non ci siamo.

Inutile dire che qui di Torino neanche l’ombra. Leggendo si ha l’impressione che l’autrice non sia neanche mai entrata nel Duomo dove la Sindone è conservata.

Neanche parlare delle scene ambientate in Medioriente ai tempi di Gesù: non esiste il minimo accenno all’architettura, al caldo di quelle zone, all’abbigliamento… Ma dico io: mi vuoi almeno citare un dannatissimo cammello???

L’autrice vive sulla nostra memoria collettiva: siamo così ubriachi di scene e film storici, che ci basta capire dove e quando è ambientato un libro per figurarci i personaggi vestiti con le tuniche e le città circondate da mura. Ma questo, cara la mia Navarro, non giustifica la pigrizia letteraria.

Tra donne sole – Cesare Pavese

Torino non c’è neanche qui, nonostante il nome della città compaia nella prima riga dell’incipit.

Ovviamente non si può confrontare il nostro Pavese con una Julia Navarro, la capacità letteraria è tutta un’altra cosa, ma neanche in questo romanzo mi sono sentita a Torino. Sì, si citano delle vie e delle piazze, si parla di portici, ma niente che caratterizzi Torino in quanto Torino.

Quello che premeva allo scrittore era rendere la vacuità dell’ambiente frequentato dalla protagonista. Ci è riuscito, ma non era quello che cercavo in questo momento.

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., Scrittori italiani, scrittori spagnoli