Tag Archives: suicidio

Il senso di una fine, Julian Barnes @CasaLettori

Perché nessuno mi ha mai parlato di Julian Barnes?

Questo scrittore è bravissimo!

“Il senso di una fine” unisce il racconto di una bella storia a tutta una serie di piccole e grandi riflessioni su una marea di argomenti: il rapporto tra gioventù e vecchiaia, la memoria, la storia singolare e la Grande Storia, il tempo che può tornare indietro quando si aggancia ai ricordi, l’inconoscibilità del passato e delle persone…

La prima parte del libro racconta la gioventù di Tony Webster e della sua amicizia con Adrian, ragazzo intelligentissimo e, sotto certi aspetti, misterioso, con un senso della vita tutto suo, improntato alla filosofia e alla storia.

Eppure… eppure Adrian, che nel frattempo si era fidanzato insieme a Veronica, l’ex fidanzata di Tony, si suicida.

Fioccano le teorie sulle ragioni del gesto. Secondo alcuni, era troppo intelligente per vivere; secondo altri, ha portato all’estremo limite la sua teoria filosofica sulla vita.

La seconda parte del libro inizia con una lettera che comunica a Tony di esser stato nominato erede di 500 Sterline e di un documento. E da chi arriva questa eredità?

Il finale è spiazzante (anche se devo dire che qualche sospetto sulla madre di Veronica mi era venuto).

Al di là dell’antipatia che mi ha ispirato Veronica, la giovane fidanzata del protagonista (va bene fare la misteriosa, ma ad un certo punto bisogna anche spiegarsi!), i personaggi sono intriganti e hanno così tante sfaccettature che non puoi non immedesimarsi in una di queste.

E ora… alla ricerca di altri libri di Julian Barnes!

Più impari, meno temi. “Imparare” non in termini di studio accademico, ma di comprensione effettiva della vita.

Dobbiamo conoscere la storia di chi scrive la storia, se vogliamo comprendere la versione degli eventi che ci viene proposta.

 

Advertisements

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., scrittori inglesi

Le lacrime di Nietzsche, Irvin D. Yalom @NeriPozza

Bel libro: mi sento di suggerirlo a tutti gli amanti dei romanzi, non solo a chi si interessa di psicanalisi e filosofia.

Yalom, psichiatra e scrittore, parte dai dati anagrafici, reali, di personaggi storici (Nietzsche, Lou Salomè, Breuer, Sigmund Freud…) per farne un romanzo di fantasia, ma senza mai allontanarsi dalla verosimiglianza dei caratteri per quanto se ne può trarre da testi e testimonianze scritte; tranne forse nel caso di Lou Salomè, che difficilmente si sarebbe sentita in colpa per aver rifiutato di sposare Nietzsche, almeno al punto da ricorrere a un medico per aiutarlo. Ma non c’è rischio di confondere fantasia e realtà, perché l’autore alla fine ci spiega cosa ha inventato e cosa no.

Le malattie (o la malattia) di Nietzsche sono un mistero clinico difficile da svelare. Breuer, nel romanzo, dandone un’interpretazione, quasi giunge a una forma di guarigione: e se non ci giunge del tutto, questo dipende da Nietzsche. Ma non posso dirvi di più, altrimenti svelo troppo.

Quello che posso dire, è che nel romanzo è ben delineata l’amicizia che nasce tra il filosofo e il medico, nonostante i blocchi emotivi di entrambi; e sebbene il rapporto medico-paziente venga rivisto in modo originale – ribaltato, direi –  alla fine entrambi riescono a imparare qualcosa su se stesso e sull’altro. Merito della logoterapia, la terapia della parola, che riesce non sono a creare un’amicizia, ma anche a farci conoscere personaggi storici nel loro carattere, nei loro pregi e difetti (perché, diciamolo, Nietzsche aveva dei problemi con le donne…).

L’insegnamento generale che ne ho ottenuto, però, non è tanto nozionistico: non gira attorno alla storia del pensiero o della filosofia. L’insegnamento che si ottiene da questo libro è che nella solitudine non si guarisce.

2 Comments

Filed under book, Libri & C., Scrittori americani

Qualcuno, di Alice McDermott @Einaudieditore

Come donna occhialuta dalla vita, diciamolo, piuttosto banale, devo rendere grazie alla McDermott per aver scritto un libro su una donna occhialuta dalla vita – diciamolo ancora – banale.

In fondo, cosa facciamo, dalla nascita alla morte, se non gioire e rattristarci delle solite cose? Nascite, morti, amori, disillusioni, delusioni, figli, lavoro… eppure, in questa normalità, ognuna sente a modo suo.

La Marie del romanzo ci racconta tutto con parole semplici, ma evocative: dalla sua infanzia a Brooklyn, al suo primo innamoramento con tanto di abbandono per una ragazza più ricca, al suo lavoro alle pompe funebri, al suo matrimonio e ai suoi figli. Una vita normalissima, come se la raccontasse ad un’amica appena incontrata dopo tanti anni.

Tace spesso, ma lascia intuire. In fondo, spesso neanche la vita ti spiega il perché di certi avvenimenti.

Sentite qui come descrive il dolore del suo primo parto:

Di suppliche al cielo ne avevo mandate talmente tante – per prima cosa che il bambino fosse sano, e di non morire di parto, se possibile; adesso soltanto che il dolore avesse fine – da sentirmi ormai come un venditore di spazzole che bussa a un robusto portone, un portone senza cardini, senza maniglie.

Quante Marie sono esistite e quante ne esistono e quante ne esisteranno ancora senza che nessuno ne scriva la storia?

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., Scrittori americani

Il giro del miele, Sandro Campani @Einaudieditore

Quando un libro scritto bene non mi piace, mi chiedo e mi richiedo il perché.

Nel caso specifico, la ragione può essere che, essendo scritto bene, i protagonisti risultano quasi veri, coi loro pregi e difetti. E io non sopporto i difetti di Davide. Ma non sopporto neanche tanto la sua ex moglie Silvia.

La storia: Davide, dopo anni dal divorzio da Silvia, va a trovare Giampiero, un vecchio amico di famiglia, perché, tramite lui, vuole far arrivare una lettera all’ex moglie, che non vuole più saperne di lui. Nel tempo di una notte, i due si raccontano i dettagli delle loro vite (perché anche Giampiero ha il suo segreto). Davide era il classico bravo ragazzo: dopo uno screzio col padre, che non ha voluto lasciargli la falegnameria, inizia a lavorare come buttafuori in una discoteca, cosa che non va a genio all’allora moglie. Pian pianino il rapporto si sfalda, tra i non detti e i goffi tentativi di comunicarsi affetto.

Davide e Silvia sono due individualisti che si sono sposati senza aver bene in testa cosa significhi vivere insieme. Trovo assurdo che uno prenda un lavoro senza parlarne con la moglie, ma trovo anche assurdo che una moglie cerchi di trovare un lavoro al marito senza prima chiedergli cosa ne pensa. E poi sono geneticamente incapaci di parlarsi: gli scoppi di rabbia di Davide sono tipici di gente che non sa controllarsi. E non diamo la colpa alla crisi economica, per favore, ma neanche alla fantomatica lince: si tratta di gente che non riflette sulle proprie reazioni estreme. E, nel caso soprattutto di Davide, non si può tacere che se non riesce a trovarsi un posto decente è anche per colpa sua, che non ha né arte né parte perché non si è dato da fare prima (la possibilità di studiare ce l’ha avuta).

Altro motivo di poca soddisfazione (per me) è stato il frequente uso del linguaggio parlato: è vero che dà immediatezza, ma a me, personalmente, non piace. Gusto soggettivo.

Ancora: tutto il libro si svolge in una notte. Trovo poco realistico che due uomini parlino così tanto. Soprattutto in questa letteratura italiana contemporanea, fatta di mutismi cronici con derive patologiche.

Quello che mi è piaciuto, invece, oltre alla storia in sé (e al colpo di scena di Giampiero), è stato imparare tante piccole cosette sulla falegnameria e sulle api: chicche che possono sempre tornar utili, un giorno (ad esempio relativamente all’anticatura del legno).

In conclusione: a me non è piaciuto, però leggetelo (vi ho mai consigliato di non leggere un libro?) perché è scritto bene, e poi ditemi cosa ne pensate!

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., Scrittori italiani

Due romanzi ambientati a Torino

Ma dov’è Torino???

La fratellanza della sindone – Julia Navarro

Banalità su banalità. Una copia di copie. L’omicidio già nel primo capitolo, le organizzazioni segrete, la Chiesa segreta, la storia alternativa di Gesù…

La cosa più irreale è il prete:  Padre Yves è sotto i trent’anni, bello, intelligente, colto e parla un numero imprecisato di lingue. Ma soprattutto, pratica le arti marziali. Cioè: non si sa di quanti Dan sia in Karate (ma si lascia intendere che sono tanti), e in più pratica aikido e un’altra arte marziale, mi pare, taekwondo. Ora: spiegatemi come fa uno, che deve anche dedicarsi a bisogni fisiologici come mangiare, bere, dormire, fare tutte queste cose insieme e contemporaneamente far carriera nella gerarchia ecclesiastica, con tutti gli impegni che comporta. Non ci siamo.

Inutile dire che qui di Torino neanche l’ombra. Leggendo si ha l’impressione che l’autrice non sia neanche mai entrata nel Duomo dove la Sindone è conservata.

Neanche parlare delle scene ambientate in Medioriente ai tempi di Gesù: non esiste il minimo accenno all’architettura, al caldo di quelle zone, all’abbigliamento… Ma dico io: mi vuoi almeno citare un dannatissimo cammello???

L’autrice vive sulla nostra memoria collettiva: siamo così ubriachi di scene e film storici, che ci basta capire dove e quando è ambientato un libro per figurarci i personaggi vestiti con le tuniche e le città circondate da mura. Ma questo, cara la mia Navarro, non giustifica la pigrizia letteraria.

Tra donne sole – Cesare Pavese

Torino non c’è neanche qui, nonostante il nome della città compaia nella prima riga dell’incipit.

Ovviamente non si può confrontare il nostro Pavese con una Julia Navarro, la capacità letteraria è tutta un’altra cosa, ma neanche in questo romanzo mi sono sentita a Torino. Sì, si citano delle vie e delle piazze, si parla di portici, ma niente che caratterizzi Torino in quanto Torino.

Quello che premeva allo scrittore era rendere la vacuità dell’ambiente frequentato dalla protagonista. Ci è riuscito, ma non era quello che cercavo in questo momento.

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., Scrittori italiani, scrittori spagnoli

Benedizione – Kent Haruf

Wow.

Che bel libro.

Non ci sono squartamenti, né assassinii né scazzottate, dunque non leggetelo se cercate avventura allo stato puro. Qui la storia parla di famiglie normali con problemi normali: vecchiaia, morte, figli, amore, tradimenti, nostalgia.

Ho sentito in qualche videorecensione che questo sarebbe un romanzo corale: secondo me no. Nel coro nessuna voce risalta sulle altre. Qui invece il protagonista è Dad, cui è stato detto che gli resta un mese da vivere a causa di un cancro al polmone, e la sua famiglia, la moglie Mary e la figlia Lorraine. Poi ci sono le storie parallele delle vicine di casa, madre e figlia, vedova una, abbandonata l’altra; poi c’è la storia del sacerdote della comunità, che è stato mandato via dalla città di Denver per le sue idee troppo rivoluzionarie (in realtà si limitava a dire quello che è scritto nel vangelo).

Insomma, sì, è vero che ci sono più voci, ma un coro me lo immagino agire all’unisono, mentre in questo romanzo quando si segue la storia di una persona o di una famiglia, ci si concentra su quella, si entra a casa loro, si mangia con loro, si prova quello che provano loro.

Insomma, per i tre giorni di durata della lettura, io sono stata nella provincia americana, in Colorado, al caldo. Aiuta nell’immedesimazione anche la scrittura liscia liscia, senza elementi barocchi, con poche similitudini e pochissimi punti esclamativi; addirittura mancano le virgolette del discorso diretto. Tutto scivola via, anche un suicidio e un tentato suicidio.

E la benedizione cos’è? La vita. Che, lo dice in un paio di punti del libro, non va mai come vorresti (neanche le benedizioni, se è per questo). E’ un romanzo che racconta la normalità della vita: questa benedetta normalità.

3 Comments

Filed under book, Libri & C., Scrittori americani

I meccanismi del tradimento maschile…

La terza moglie, Lisa Jewell

La terza moglie, Lisa Jewell

I libri di narrativa ti dicono le cose come stanno (oppure ti dicono quel che già sai), ma lo fanno con una vicenda particolare… nel caso in questione, questa sconosciuta (in Italia) autrice, ha raccontato la storia di un architetto con due ex mogli, cinque figli e una terza moglie che muore all’improvviso sotto un autobus, non si sa se per incidente o suicidio.

Pian pianino entriamo in questa famiglia allargata dove tutti sembrano vivere d’amore e d’accordo, e ci accorgiamo delle ferite che i divorzi e i tradimenti si sono lasciati alle spalle: soprattutto tra i figli.

Il romanzo è costruito come un giallo, dove gli indizi vengono rivelati poco a poco: ma sono quasi tutti indizi psicologici, strettamente legati ai caratteri e al passato dei vari personaggi. Devo ammettere che l’inizio non è entusiasmante, è lento, ci vuole un po’ per farsi prendere. Quel che mi ha colpito più di tutto, all’inizio, è la dipendenza degli inglesi dal tè e dagli alcolici…

Ma poi inizi ad avere a che fare con le doppie facce. E ti dici: no, non può essere così. E invece, in realtà, sì, è così: in scala più ridotta, senza morti di mezzo, ma è “normale” (cioè: rientra nella norma) che molte, moltissime persone ti dicano una cosa e ne pensino un’altra. E che parlino con amici e parenti di quel che pensano davvero di te. Chi non lo fa?

Alla fine si scopre perché Maya è morta. E cosa voleva fare prima di finire sotto l’autobus. E si scopre anche che il casino in realtà è partito da Adrian, che è passato da una donna all’altra e pensava di poterlo fare senza lasciar strascichi. Tipico comportamento da bambino che non pensa alle conseguenze di quel che fa. Ma, peggio di un bambino, che non si accorge delle reazioni e dei piccoli indizi che gli dicono come stanno davvero le cose.

Poi alla fine lo capisce, cosa ha fatto e… cambia. Ecco un bel paragrafo che mostra come funzionano i cervelli maschili quando decidono di non lasciarsi trascinare da un’avventura che sta per iniziare:

Adrian assorbì lo sguardo e lo tenne dentro di sè. Era ciò che avrebbe fatto da quel momento in poi con i complimenti e gli attimi carichi di complicità con donne bellissime che non erano sua moglie. Li avrebbe assorbiti e li avrebbe tenuti dentro di sè. Li avrebbe conservati come souvenir, ricordi del fatto che un tempo era stato un uomo che poteva scegliere la sua strada nella vita sulla base di stratagemmi e desideri di donne bellissime. Ma che adesso era un uomo che aveva trovato il suo approdo.

Ecco il punto fondamentale: quando ci si innamora, quando ci si lascia andare, a monte c’è sempre una decisione. Un atto razionale. Una scelta.

 

Leave a comment

Filed under Libri & C.