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Il paese dei suicidi (Yu Miri)

L’inizio è spiazzante: in una chat online, degli sconosciuti cercano compagni per suicidarsi. Discutono delle modalità migliori, a volte si offendono, a volte cercano di dissuadersi l’un l’altro, ma lo scopo è e rimane quello di trovare qualcuno che non conosci per suicidarsi in tutta… sicurezza.

L’autore del thread è Mone, che ha appena iniziato le scuole superiori.

Non si vuol suicidare perché ha subito un lutto né perché la picchiano in casa o perché non ha i soldi per mangiare. Si vuol suicidare perché non trova un senso per andare avanti.

Come darle torto?

In famiglia non si parla.

Il padre, che pure le vuol bene, ha un’amante da anni e non riesce a dimostrare quello che prova per la figlia se non dandole dei soldi. La madre la ignora e si dedica con fervore al figlio maschio.

Sconcertante è il rapporto che Mone ha con le amiche.

Sono quattro, e si sono date un nome: le Sky Sodas.

Il gruppo si è dato anche una serie di regole strettissime: nessuna può andare al bagno se non accompagnata, ad esempio, e quando si decide di comprare qualcosa, lo devono fare tutte, per forza. La pena è l’esclusione dal gruppo, uno dei peggiori malanni che possano capitarti, perché sei destinata a restare sempre da sola e a non parlare con nessuno.

Non c’è vera amicizia, qui, eppure Mone cerca di adeguarsi partecipando alle loro iniziative e fingendosi allegra quando non lo è.

Yu Miri è bravissima a rendere la mancanza di senso. Uno dei modi che utilizza è riportare tutti i suoi e le chiacchiere che Mone sente in treno: sono tutte frasi spezzate, tolte dal contesto, che sembrano buttate là al preciso scopo di riempire un vuoto, e sono messaggi preregistrati che si ripetono all’infinito senza mai dire nulla di nuovo.

E che vi devo dire: a me un libro così, mi rilassa… (lo so, non si dice “a me mi”).

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Venivamo tutte per mare (Julie Otsuka) #TeaEditore

Romanzo breve, appena 140 pagine, ma densissimo: all’interno troviamo la storia di tante, tantissime donne giapponesi arrivate negli Stati Uniti nella prima metà del Novecento, per sposare uomini di cui, nella stragrande maggioranza dei casi, non sapevano nulla.

Partivano con una lettera in mano o una foto, ma le parole e le immagini spesso si rivelavano, al loro arrivo, delle mere bugie: l’uomo che diceva di essere il proprietario di un ristorante, in realtà era uno sguattero; quello che diceva di dirigere una catena di lavanderie, in realtà era addetto alla stiratura; quello alto e con gli occhi intensi, in realtà era il cugino dell’uomo che la donna avrebbe dovuto sposare.

Poi gli anni passano, e le ragazze si adeguano al lavoro, ai soprusi, ai figli e alle loro morti. Sono poche quelle che hanno una vita facile.

E poi c’è Pearl Harbour: arrivano i sospetti, le sparizioni, i trasferimenti di massa.

E’ interessante lo stile: nei primi capitoli, sono le donne giapponesi a palare col “noi”.

Le assicurazioni ci cancellarono la polizza. Le banche ci congelarono il conto. I lattai smisero di consegnarci il latte a domicilio.

Nell’ultimo, quando le comunità giapponesi iniziano a ridursi ai minimi termini, quando i negozi e le strade che prima erano abitate da giapponesi diventano elementi di una città fantasma, il “noi” cambia. Sono gli americani che si chiedono cosa sia successo, se era giusto che succedesse, e cosa succederà.

Nuovi inquilini cominciano a trasferirsi nelle loro case.

“Noi” e “loro” non solo due pronomi: sono due culture e due destini.

Eppure sono anche pronomi, che ogni gruppo può usare: perché il contenuto di quel “noi” cambia nel tempo. Se oggi noi siamo i vincitori, domani potremmo diventare “loro”. E viceversa.

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Ikigai (Frances Miralles, Hector Garcia)

L’Ikigai è un concetto giapponese che si può tradurre come “senso della vita”, insomma, quella cosa che ti fa alzare al mattino e ti dà l’energia per agire. Molti artisti hanno un Ikigai, anche se non ne sono consapevoli, ma si può trovare il proprio Ikigai anche nel lavoro o nella famiglia o in una missione che ci si è scelti liberamente (la tutela dell’ambiente, aiutare i poveri, il volontariato…).

In realtà questo libro non parla solo di Ikigai. Il sottotitolo recita: “Diventare centenari felici e in salute”.

Vi troviamo dunque molti consigli in merito all’alimentazione, al sonno e al movimento, ma anche alle relazioni sociali.

Gli autori sono molto legati al Giappone e vi hanno svolto diverse ricerche, soprattutto nell’isola di Okinawa, dove c’è uno dei più alti tassi di centenari in proporzione alla popolazione.

In Giappone si pone molta attenzione alla salute e i controlli medici regolari sono un’abitudine consolidata. Considerato inoltre l’alto livello di stress a cui sono sottoposti i lavoratori del Sol Levante, è gioco forza concentrarsi anche sulle modalità per abbassare questi livelli. Niente di difficile, sentite qua:

  • Farsi un lungo bagno caldo con i sali, ascoltando musica.
  • Tenere pulito e in ordine l’ambiente in cui si vive e lavora.
  • Fare sport e respirare bene.
  • Alimentazione adeguata (e mai eccessiva, sarebbe bene alzarsi da tavola con un leggero senso di fame).
  • Massaggi alla testa.
  • Meditazione.

Non ho trovato niente di nuovo in questi suggerimenti, anzi, gran parte del libro riporta concetti già letti altrove. A me interessava l’Ikigai, quell’attività che ti permette di raggiungere uno stato di Flow e che ti fa perdere il senso del tempo che passa.

Per raggiungere questo stato, è necessario concentrarsi su ciò che si sta facendo. Bando, dunque, al multitasking: è dannoso, e in realtà tu non stai compiendo diversi compiti nello stesso tempo, ne compi sempre e comunque uno alla volta, interrompendo ogni volta la concentrazione per saltare da uno all’altro.

Il multitasking impedisce di entrare nel flow e affatica il cervello, sul lavoro e a casa!

Sono state fatte diverse ricerche in questo senso, e risulta che chi fa più attività alla volta, in confronto a chi ne fa una sola, è più lento e più stressato. Sembra che il multitasking abbassi la produttività di circa il 60% e il nostro quoziente intellettivo di circa il 10%.

Ho trovato questo libro in tedesco, ma l’edizione originale è in spagnolo.

Sebbene sia stato per me un buon esercizio sulla lingua, se siete interessati all’Ikigai dovreste cercare un altro testo, perché questo esce spesso dal seminato e si concentra più sulla longevità che sul senso della vita. E’ comunque un libro di semplice lettura che utilizza un linguaggio elementare, adatto a tutti, anche ai più giovani.

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Mille gru (Kawabata Yasunari)

Tutto parte da una cerimonia del té alla quale partecipa il giovane Kikuji. La maestra della cerimonia, Chikako, ha infatti invitato una ragazza con cui lei vorrebbe che Kikuji si sposasse. Ma alla cerimonia prendono parte anche la signora Ota con la figlia.

Bisogna sapere che la signora Ota è stata l’amante del padre di Kikuji fino alla morte di lui. Ma anche Chikako è stata amante dell’uomo, per un breve periodo.

Ebbene, dopo questa cerimonia, Kikuji ha un’avventura con la matura signora Ota.

E’ una storia basata sulla solitudine e sulla sensualità: nonostante il rapporto tra Kikuji e la signora Ota abbia in sé qualcosa di scabroso, il tutto è descritto in termini molto puliti e gli stessi protagonisti faticano a parlarne in termini espliciti.

Però il fattaccio si è concluso e la signora Ota, forse a causa della vergogna, si suicida.

Kikuji entra così in contatto con sua figlia e comincia a provare per lei la stessa attrazione che ha provato per la madre.

In questo rapporto si inserisce Chikako che diventa sempre più fastidiosa, probabilmente perché alla ricerca di un modo per vendicarsi che il padre di Kikuji abbia preferito la signora Ota a lei.

E’ un classico esempio di letteratura giapponese, molto etereo e con frequenti descrizioni della bellezza del paesaggio o delle tazze per la cerimonia del té.

Breve, pulito, giapponese.

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L’ampiezza del cielo (Lian Hearn)

Questo è il primo volume di una saga familiare ambientata nel Giappone medievale.

Shigeru è il rampollo degli Otori, una nobile famiglia che regna sul “Regno di mezzo”. Suo padre è il capoclan ma i sudditi lo ritengono un governante poco sicuro e troppo in balia dei due fratelli, che vorrebbero stringere accordi con il vicino clan rivale, i Tohan.

Quando Shigeru raggiunge la maggiore età, prende in mano le redini del comando e si rende subito inviso al rampollo dei Tohan salvandogli la vita: Sadamu infatti era caduto in un burrone e per uscirne era stato necessario farlo spogliare, perché altrimenti non sarebbe passato attraverso i tunnel collegati con la superficie (avete presente gli abiti medievali giapponesi??).

E’ un passaggio poco chiaro per chi ragiona con la mentalità occidentale: ma come, lo salvi e quello ti giura vendetta? Eh sì, perché Shigeru, salvandolo, aveva reso evidente al mondo la sua vulnerabilità, nonché la stupidità che Sadamu aveva dimostrato cadendo ne burrone.

Quando la guerra tra i due clan sopraggiunge, Shigeru, nonostante la sua bravura nel combattimento, ha la peggio a causa del tradimento di una delle famiglie che credeva lo avrebbero sostenuto.

Di solito, davanti a tanta vergogna, un giapponese si toglierebbe la vita, ma Shigeru aveva promesso al padre di continuare a vivere finché avesse conservato la spada del Clan. Continua a vivere, dunque, ma promettendo agli zii e ai Tohan di ritirarsi a vita privata. Ovviamente è tutto un fake, perché Shigeru pensa alla vendetta ogni giorno.

Solo quando troverà il nipote perduto potrà accingersi a raggiungere il suo scopo: uccidere Sadamu.

Come molti romanzi orientali, è pieno di disgrazie. Ad esempio, credendo che sia morto, la sua amata concubina impazzisce: prima ammazza un povero vecchietto e poi si getta nel cratere di un vulcano. Sua moglie, con la quale aveva pochi rapporti, non farà una fine migliore.

E’ una storia lunga, complicata dalla presenza di sette religione (cristiane?) e misteriosi combattenti che sanno rendersi invisibili alla bisogna, e credo che le 750 pagine sarebbero potute essere ridotte di un buon quarto tagliando le parti morte.

Non so se sia stato tradotto in italiano. Il titolo in tedesco è “Die Weite de Himmels”, l’ho tradotto io come “L’ampiezza del cielo”, ma è un titolo che non c’entra nulla con la storia raccontata.

Misteri dei giapponesi e di chi scrive su di essi.

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Musica (Yukio Mishima) @Feltrinellied

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Ho bisogno che qualcuno mi sveli il significato di questo libro…

E’ incentrato sul trattamento psicanalitico di una bellissima ragazza, Reiko, che dice di non sentire la “musica”, quando in realtà intende di non riuscire a provare desiderio/piacere sessuale.

E’ una ragazza che ha letto un po’ di psicologia da rivista e che lo psicanalista, che racconta in prima persona, definisce isterica: tutto quello che dice è da lei interpretato in chiave sessuale facendo spesso riferimento ai suoi sogni e al suo passato.

Ma quasi niente di quello che racconta è vero: dopo poche pagine ammette di essersi inventata tutto.

La costruzione del romanzo è quasi da giallo: lo psicanalista indaga nella psiche di Reiko per scoprire quale è il nodo del suo problema. E lo trovano, questo nodo, quando trovano il fratello perduto della ragazza.

Ma… possibile che Mishima volesse parlarci solo di sessualità, frigidità, psicanalisi?

O non è forse la musica una metafora per la più degna “gioia di vivere”? Il dubbio mi è venuto quando ho letto due episodi in cui Reiko ha effettivamente sentito la “musica”, ma si trattava di beatitudine, di felicità, forse: in un caso assisteva un cugino terminale e nell’altro consolava un ragazzo che voleva suicidarsi a causa della sua impotenza.

O, forse, non è che Mishima volesse parlarci dell’insondabilità della natura umana? Dell’impossibilità di catturare con un processo razionale (la psicanalisi) un processo inconoscibile come la mente umana?

Poi però, nel vari episodi del romanzo, si torna sempre alla sessualità, e le mie teorie e i miei tentativi di assolutizzare la trama, si spiaccicano come mosche sul parabrezza.

Davvero: “Musica” è giudicato uno dei libri migliori di Mishima. ma… perché?

Non credo di averlo capito.

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Dinastia – Robert S. Elegant

Mary Philippa Osgood arriva nel 1900 a Hong Kong. Ha vent’anni: non è la più bella ragazza tra le inglesi della colonia, ma riesce subito a mettersi in mostra e ad accalappiarsi il rampollo della famiglia cino-inglese Sekloong.

Il fondatore della dinastia, Sir Jonathan Sekloong, è ricchissimo e spregiudicato, ma dà sempre la priorità ai bisogni della famiglia. Mary imparerà ad inserirsi nel clan e a capire gli orientali, anche se non subito.

Non mancheranno le incomprensioni col marito che, pur amandola (ricambiato), da buon cinese miliardario non si dimentica di saltare da un letto all’altro.

Anche Mary vivrà la sua storia (col cognato), ma alla fine la Famiglia avrà la precedenza su ogni tipo di capriccio.

Il clan Seklong è pieno di ramificazioni sparse per il mondo e si suddivide in diverse correnti politiche: seguiremo i vari personaggi lungo gli anni dal 1900 al 1970.

Elegant scrive benissimo, e questo è un dato di fatto.

E’ però anche un dato di fatto che ha vissuto vent’anni a Hong Kong, che si è documentato benissimo (lo si vede anche dai dettagli quotidiani che descrive), che il libro è lungo 701 pagine infarcite di storia e nomi cinesi: essendo questa una parte del mondo che non sempre studiamo, nomi ed eventi ci risultano estranei, e può essere difficile appassionarsi alle vicende dei vari personaggi.

Finché la storia gira attorno a Mary e ai principali componenti della famiglia con le loro vicende, anche drammatiche, mi sono appassionata. Quando la storia si allarga, mi son persa…

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La stanza dei kimono, Yuka Murayama, @edizpiemme

Sospeso a pagina 107 su 337.

Questo post potrei intitolarlo “Come scegliere un libro che non fa per te”.

Innanzitutto, affidandosi alla foto di copertina: mi sono lasciata sviare dal tema giapponese, un’acconciatura orientale, i bordi di un kimono, il collo di una… geisha, forse; ma geisha nel senso originale del termine, come persona di molte capacità. Se ci avessero messo la foto di un tokonoma, l’avrei comprato lo stesso, il libro.

Poi, un libro sbagliato si sceglie affidandosi a quello che trovi scritto sulla copertina: “romantico, esplicitamente erotico e meravigliosamente scritto”.

Di romantico non c’è niente. Posso sbagliarmi, lascio sempre aperta la possibilità, ma se mi sbaglio, spiegatemi dove.

Esplicitamente erotico: sì, ma erotico in senso giapponese, quando un uomo va su di giri perché tiene in mano una scarpa col tacco. No, non lo capisco. Ho sbirciato (ebbene sì, l’ho fatto) qualche pagina, ma mi disturba il fatto che molte fantasie di una delle protagoniste derivino dal suo passato di ragazzina abusata dallo zio cinquantenne.

A me questa cosa mi disturba.

Boh.

Sarò strana.

Meravigliosamente scritto. Cheee?

Insomma, più che un romanzo, è una tazza vuota. Carina, orientale, ma vuota. Vuota come i due matrimoni dei quattro protagonisti, che non si capisce per cosa stanno insieme a fare: non si capiscono, non hanno interessi in comune, si invidiano sul lavoro quando lavorano assieme…

Non lo so, forse sono io che non ho la sensibilità sufficiente per appassionarmi a questi nuovi autori giapponesi, ma secondo me non sono più quelli di una volta.

PS: il glossario alla fine del libro è pure incompleto.

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Il magico potere del digiuno, Yoshinori Nagumo @VallardiEditore

Secondo libro che leggo sul digiuno intermittente.

Sembrerebbe che il digiuno sia una cosa semplice: basta star senza mangiare, serve scriverci sopra libri?

Eppure già questo secondo libro presenta delle differenze rilevanti rispetto a “La dieta Fasting” di JB Rives.

Rives suggeriva di concentrare il periodo di alimentazione in otto ore e di far digiuno ininterrotto nelle altre sedici. La colazione, se non si riesce a saltarla, bisogna posticiparla fino a farla rientrare nella finestra di alimentazione.

Il dottor Nagumo ci suggerisce di far direttamente un pasto al giorno.

Rives ci diceva di bere tè o caffè per imbrogliare la pancia che brontola (soprattutto all’inizio).

Nagumo ci chiede di evitare tè e caffè per non incappare in senso di nausea a causa dei tannini (e qua condivido, perché neanche io a stomaco vuoto sopporto il tè verde).

Queste le differenze principali. Ma la tesi di fondo è una, per i paesi industrializzati: mangiamo troppo (oltre che male). Il problema ora è trovare un modo che ci permetta di ingurgitare meno calorie, migliori, e tuttavia di rispettare i nostri impegni sociali da cui, ammettiamolo, non possiamo prescindere.

Dico subito che non tutte le affermazioni di Nagumo mi sono sembrate convincenti.

Ad esempio, quando dice che latte e uova, se genuini, sono alimenti completi, la vegana che è in me sente i brividi salirle sulle gambe.

Anche quando dice che dobbiamo mangiare alimenti di cui siamo fatti, e che contengano i componenti di cui abbiamo bisogno, non mi sembra così attendibile: il nostro corpo è un trasformatore. Certe vitamine riesce addirittura a fornirsele da solo. Ci siamo evoluti per migliaia di anni per trasformare le poche cacatine che trovavamo in giro nei componenti che ci servivano… ma lui dice:

(…) la cosa più importante è assumere gli stessi nutrienti di cui è costituito il nostro organismo e nelle stesse proporzioni.

Non lo trovo scientificamente corretto neanche quando dice che i paesi ricchi subiscono una diminuzione della natalità perché la salute dei suoi abitanti sta scemando… secondo me, più che una questione di fertilità, è una questione culturale, no?

E quando dice che il diabete è un modo che il corpo mette in atto per impedirsi di ingrassare? O che la miopia deriva dal fatto che non cerchiamo più prede nelle lunghe distanze della savana?

Potrei presentare delle riserve anche contro il suo panegirico sulle abitudini: sì, è vero che ti permettono di risparmiare tempo ed evitare decisioni, ma non fanno così bene al cervello…

Questo è un libro che in realtà non parla solo del digiuno. Ci sono molti confronti con il regno animale e gli uomini di migliaia di anni fa; parla del Giappone antico, di sonno, di camminate, di vero cibo.

Mi son trovata pienamente d’accordo col dottor Nagumo quando ha scritto che la salute si rispecchia nella bellezza, nel ventre piatto, nella bella pelle. E sembra che il digiuno aiuti a raggiungere questi obiettivi, per molti, molti anni.

I consigli principali sono:

  • mangiare solo quando si ha fame, e, dunque, restare la maggior parte del tempo con lo stomaco vuoto.
  • mangiare solo alimenti davvero integrali.
  • dormire nelle ore d’oro (dalle 22 alle 2 del mattino) e camminare ogni giorno.

Se riesco a tenere in piedi questo regime, vi avviso. Il vero problema non è perdere qualche chilo, ma mantenere lo stile di vita, appunto, per tutta la vita.

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La ragazza dello Sputnik, Murakami Haruki, @Einaudieditore

Giuro che questo è l’ultimo romanzo che leggo di Murakami. Posso leggere i suoi libri quando parla di scrittura o di corsa, ma vi prego, non appioppatemi la sua narrativa.

Semplicemente, non fa per me.

Capisco il tema del libro: la solitudine. Ogni uomo è solo, come un satellite lanciato nello spazio e destinato a ruotare all’infinito attorno al pianeta (anche se tecnicamente l’infinito temporale non esiste, per un satellite), ma si poteva esprimere lo stesso concetto con una storia più avvincente, o perlomeno con episodi meno slegati tra loro.

I romanzi dovrebbero essere composti di vicende strettamente necessarie, soprattutto quelli che vogliono lanciare un messaggio. Mi piacciono i simboli, non le casualità. Accetto che ci siano pochi personaggi, e tutti isolati, perché ci sta col tema, ma certi atteggiamenti mi lasciano perplessa. Ad esempio: Sumire sparisce come fumo. Myu allora chiama in aiuto K: ma non si capisce in cosa consista questo aiuto. K non fa nulla: passa le giornate a passeggiare, prendere il sole, ascoltare musica. Sarebbe stato più logico chiamare i genitori: il fatto che Myu non abbia scelto questa alternativa non è ben motivato.

E poi, una ragazza di 22 anni sparisce in un’isola greca: è piuttosto grave. Ma quando K arriva sull’isola, Myu, prima di spiegargli cosa è successo (e faccio notare che K è volato in Grecia senza neanche sapere che fosse sparita) lo fa mangiare, bere, camminare… solo dopo ore gli racconta tutto: con calma, eh!?!

E poi spiegatemi cosa c’entra nell’economia del romanzo l’ultima vicenda: il ragazzino, figlio dell’amante di K, che ha rubato nel supermercato.

Il libro si era sollevato un attimo quando gira attorno all’episodio surreale successo a Myu quattordici anni prima: il tema del doppio sta bene insieme al tema della solitudine. Ma tutto il resto è scollegato.

Banale. Noioso. Letto solo perché è stato scelto dal Gruppo di Lettura.

Murakami con me ha chiuso.

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