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Sogni di pioggia, @ginanahai @librimondadori

Ma che bel libretto da leggere sul lettino in spiaggia!

La voce narrante è quella di Yaas, una ragazza di 12 anni che abita a Teheran. Racconta la storia di sua madre Bahar, ebrea povera, che è riuscita a sposare un ebreo ricco e che tramite questo matrimonio ha lasciato il quartiere degradato in cui viveva.

Sembra che i suoi sogni si siano avverati, ma non passa molto tempo che Bahar si accorge che il marito non è per niente innamorato di lei. Anzi, inizia subito una relazione con una bellissima e ricchissima donna.

Bahar si ritrova sì benestante, ma viene rifiutata sia dalla famiglia del marito che dall’ambiente in cui è stata inserita.

E’ una storia sulla mancanza di amore e sulle conseguenze che possono derivarne.

Scritto molto bene, dà bene l’idea delle chiacchiere e dei pettegolezzi che circolano attorno a una famiglia destinata al dramma, e lo fa tramite il discorso libero indiretto che dà voce a tutti quelli che commentano Bahar e la sua vicenda.

Ne vengono fuori vari ritratti di donne e uomini sempre in attesa del colpo di fortuna, e, allo stesso tempo, sempre sul chi va là (siamo in Iran: sembra siano tutti con occhi e orecchie aperte per scoprire qualche complotto degli americani…).

Ben congegnata la Cassandra della storia, incarnata (per modo di dire), dal fratello di Bahar, morto ma sempre presente sotto forma di fantasma: gira attorno a lei e alla sua famiglia, quasi a metterla in guardia su quello che sta per succedere. Solo dopo la prima metà del libro si capirà il legame che c’è tra questo fantasma e la ragazzina Yaas, la voce narrante.

Consigliato!

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Le cose che non ho detto, @azarnafisi @adelphiedizioni

Che meraviglia, che sincerità! L’autobiografia di Azar Nafisi, l’autrice di Leggere Lolita a Teheran, si legge come un romanzo e fa riflettere come un saggio.

La narrazione è incentrata sulla sua famiglia ma in un paese come l’Iran era impossibile ignorare la situazione culturale e politica.

Azar Nafisi ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la propria madre, donna bellissima ed intelligente ma scontenta della propria situazione e tendente a rifugiarsi in un passato idealizzato, anche a costo di tacere a se stessa certe realtà. Adoro leggere di ragazzine che si ribellano e che, al tempo stesso amano i propri genitori, perché è nella natura umana fare così, sebbene la Nafisi e sua madre abbiano avuto degli scontri davvero intensi.

Noi, quando raccontavamo una bugia, sapevamo di mentire, mentre lei non se ne rendeva neppure conto.

Farei torto al libro se cercassi di riassumere in poche righe questo rapporto controverso; però, leggendo della Nafisi che cerca di calarsi dal secondo piano del collegio svizzero e che cade facendosi parecchio male, mi è venuta la curiosità di andare a vedere su youtube come è, di persona, questa scrittrice. E mi trovo davanti a una signora compostissima, emotiva e dolce. Nonostante tutto quello che ha passato!!

Era legatissima al padre, che è stato sindaco di Teheran e che poi è stato incarcerato sotto false accuse. E’ stato lui a introdurla al mondo della letteratura tradizionale persiana.

Il rapporto della Nafisi coi libri è stato sempre molto intenso, direi quasi un bisogno fisico: questo è un aspetto che me l’ha resa molto vicina. Considerando la situazione politica iraniana, la guerra di otto anni con l’Iraq, Khomeini, gli assassini, le torture e la situazione delle donne nel suo paese, le difficoltà di tenere aperte le università laiche, è semplicemente meraviglioso che la Nafisi abbia dato così tanta importanza alla letteratura.

Anzi, la letteratura per lei va considerata come un vero e proprio antidoto all’assolutismo, ne ha fatto una bandiera del suo pensiero. Alla letteratura lei è sempre rimasta fedele, anche se sono cambiate le sue letture e anche se, lo ammette lei stessa, ha fatto i suoi errori politici (come, ad esempio, quando è andata a manifestare contro lo Scià senza rendersi conto che l’alternativa era lo stato Islamico di Khomeini).

 

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Qualcuno, di Alice McDermott @Einaudieditore

Come donna occhialuta dalla vita, diciamolo, piuttosto banale, devo rendere grazie alla McDermott per aver scritto un libro su una donna occhialuta dalla vita – diciamolo ancora – banale.

In fondo, cosa facciamo, dalla nascita alla morte, se non gioire e rattristarci delle solite cose? Nascite, morti, amori, disillusioni, delusioni, figli, lavoro… eppure, in questa normalità, ognuna sente a modo suo.

La Marie del romanzo ci racconta tutto con parole semplici, ma evocative: dalla sua infanzia a Brooklyn, al suo primo innamoramento con tanto di abbandono per una ragazza più ricca, al suo lavoro alle pompe funebri, al suo matrimonio e ai suoi figli. Una vita normalissima, come se la raccontasse ad un’amica appena incontrata dopo tanti anni.

Tace spesso, ma lascia intuire. In fondo, spesso neanche la vita ti spiega il perché di certi avvenimenti.

Sentite qui come descrive il dolore del suo primo parto:

Di suppliche al cielo ne avevo mandate talmente tante – per prima cosa che il bambino fosse sano, e di non morire di parto, se possibile; adesso soltanto che il dolore avesse fine – da sentirmi ormai come un venditore di spazzole che bussa a un robusto portone, un portone senza cardini, senza maniglie.

Quante Marie sono esistite e quante ne esistono e quante ne esisteranno ancora senza che nessuno ne scriva la storia?

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Le correzioni, Jonathan Franzen @Einaudieditore

Ora che l’ho finito, posso confessare (vergognandomene) che non ho letto questo romanzo tutto d’un fiato. Addirittura, l’avevo sospeso a metà, perché non sopportavo più le farneticazioni di Alfred e la depressione di Gary. Ma dovevo capirlo subito che quando i personaggi causano reazioni emotive così forti è perché lo scrittore è un grande scrittore.

La domanda del libro è: bisogna correggere le deviazioni? Dal buon gusto, dalla buona educazione, dal buon matrimonio, dal buon lavoro? E quanta vergogna è in grado di sopportare una persona quando quelle che lei considera deviazioni non vengono corrette?

Enid, alle prese con un marito col morbo di Parkinson, sogna di riunire i tre figli ancora una volta per Natale. Ma prima che il suo sogno si avveri, vediamo perché questi tre figli hanno difficoltà a tornare in famiglia, anche se solo per un giorno solo. Guardandoli con gli occhi di Enid, si vedono tre figli che non hanno raggiunto gli obiettivi classici del perbenismo americano: Gary è succube della moglie, nonostante sia ricco; Chip è rimasto senza lavoro perché ha sedotto una sua alunna e poi si è ingarbugliato in affari poco puliti; Denise è uno chef di successo ma è ancora confusa sulle sue preferenze sessuali.

Il casino di queste cinque vite sembra sia affievolirsi che gonfiarsi nella dimensione familiare. Ogni membro ha le sue difficoltà ad amare gli altri e a comprenderli, ognuno ha le sue difficoltà a dire quello che prova senza urlare o senza mettersi a piangere. E’ in questo che ho trovato molto verosimile la storia della famiglia Lambert: il dare per scontato certi sentimenti, il bisogno di nascondere le proprie deviazioni, per quanto insignificanti siano in un contesto più ampio.

La grandezza di Franzen si desume non solo dalla sua capacità di veicolare i temi generali attraverso una storia, ma anche da tante, tantissime frasi che mostrano come l’autore sia un acuto osservatore dell’animo umano:

(…) quell’anti-stile che le donne progressiste di una certa età ostentavano come emblema di identità femminista.

Non si intendeva di antiquariato o architettura, non sapeva disegnare come Sylvia, non leggeva come Ted, aveva pochi interessi e nessuna competenza. La capacità di amare era l’unica cosa che avesse mai davvero avuto.

Una persona è ciò che vuole.

(…) viaggiatori che per pazienza e isolamento sembravano più supplicanti da pronto soccorso che pendolari.

Chi di noi può dirsi esente dalla voglia di correggersi?

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Tre piani, Eshkol Nevo @NeriPozza

Non mi soffermerò molto sulle storie in sé, perché si possono leggerne i riassunti in ogni blog o sito che parli del libro. Vorrei solo sottolineare brevemente la bravura di Eshkol nel raccontare tre vicende, ambientandole nello stesso condominio, e legandole tra loro in modo lieve ma significativo.

Nel risvolto di copertina si legge che le tre storie rappresentano i tre piani freudiani della personalità umana, es, io e super-io.

Sarà… per me, però, risalta di più la scelta di far raccontare le storie direttamente dai personaggi in modo che i loro interlocutori siano sempre un po’ più lontani.

Mi spiego: nella prima parte, Arnon racconta la sua vicenda a un amico scrittore che non vede da tanto tempo, ma che ha là, davanti a lui, che può toccare, guardare negli occhi.

Al secondo piano, Hani racconta la sua vicenda a una vecchia amica, che però ora abita negli Stati Uniti e che non vede da molto tempo.

Infine, Dovra, la giudice del terzo piano, racconta la storia al marito defunto tramite la cassetta di una segreteria telefonica.

Tre interlocutori su tre diversi piani di lontananza.

Non è un caso.

Al primo piano, Arnon è succube della propria parte animale, c’è bisogno di qualcuno da toccare, di un rapporto fisico. Al secondo, Hani è già più evoluta, si fa molte domande sulla propria salute mentale, ma la sfera animale è già stata superata. Infine, al terzo piano Dvora è una persona che sa cos’è l’autocontrollo ma è anche quella che sente più degli altri la solitudine della sua situazione. E che si attiva per contrastarla. Il marito morto, già lontano, diventa superfluo del tutto alla fine:

Ma d’ora in poi non si tratta più della nostra strada, amore mio, fiore mio, mia sventura.

D’ora in poi è la mia strada.

Sono tre righe bellissime che concentrano autoconsapevolezza, responsabilità e amore.

Un bel libro. Oltre alle vicende in sé, è costellato di tante belle frasi che ti fanno capire come Nevo conosca la natura umana. Come questa, dove Hani racconta come non riesce a instaurare un rapporto di vera amicizia con le madri di altri bambini:

All’inizio stavo sempre ad aspettare il momento in cui da tante chiacchiere futili sarebbe emersa qualche verità. Per ora ci stiamo solo conoscendo, pensavo, i primi approcci, delicati. Fra poco una di noi si libererà dalla necessità di presentare la sua vita come perfetta e passeremo a una conversazione vera.

Col tempo ho capito: non succede mai. Resta sempre così. Un viaggio in nessun posto.

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Il giro del miele, Sandro Campani @Einaudieditore

Quando un libro scritto bene non mi piace, mi chiedo e mi richiedo il perché.

Nel caso specifico, la ragione può essere che, essendo scritto bene, i protagonisti risultano quasi veri, coi loro pregi e difetti. E io non sopporto i difetti di Davide. Ma non sopporto neanche tanto la sua ex moglie Silvia.

La storia: Davide, dopo anni dal divorzio da Silvia, va a trovare Giampiero, un vecchio amico di famiglia, perché, tramite lui, vuole far arrivare una lettera all’ex moglie, che non vuole più saperne di lui. Nel tempo di una notte, i due si raccontano i dettagli delle loro vite (perché anche Giampiero ha il suo segreto). Davide era il classico bravo ragazzo: dopo uno screzio col padre, che non ha voluto lasciargli la falegnameria, inizia a lavorare come buttafuori in una discoteca, cosa che non va a genio all’allora moglie. Pian pianino il rapporto si sfalda, tra i non detti e i goffi tentativi di comunicarsi affetto.

Davide e Silvia sono due individualisti che si sono sposati senza aver bene in testa cosa significhi vivere insieme. Trovo assurdo che uno prenda un lavoro senza parlarne con la moglie, ma trovo anche assurdo che una moglie cerchi di trovare un lavoro al marito senza prima chiedergli cosa ne pensa. E poi sono geneticamente incapaci di parlarsi: gli scoppi di rabbia di Davide sono tipici di gente che non sa controllarsi. E non diamo la colpa alla crisi economica, per favore, ma neanche alla fantomatica lince: si tratta di gente che non riflette sulle proprie reazioni estreme. E, nel caso soprattutto di Davide, non si può tacere che se non riesce a trovarsi un posto decente è anche per colpa sua, che non ha né arte né parte perché non si è dato da fare prima (la possibilità di studiare ce l’ha avuta).

Altro motivo di poca soddisfazione (per me) è stato il frequente uso del linguaggio parlato: è vero che dà immediatezza, ma a me, personalmente, non piace. Gusto soggettivo.

Ancora: tutto il libro si svolge in una notte. Trovo poco realistico che due uomini parlino così tanto. Soprattutto in questa letteratura italiana contemporanea, fatta di mutismi cronici con derive patologiche.

Quello che mi è piaciuto, invece, oltre alla storia in sé (e al colpo di scena di Giampiero), è stato imparare tante piccole cosette sulla falegnameria e sulle api: chicche che possono sempre tornar utili, un giorno (ad esempio relativamente all’anticatura del legno).

In conclusione: a me non è piaciuto, però leggetelo (vi ho mai consigliato di non leggere un libro?) perché è scritto bene, e poi ditemi cosa ne pensate!

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Il nostro caro Billy – Alice McDermott @Einaudieditore

Grande scrittrice, la McDermott.

Il romanzo inizia nel Bronx con una veglia funebre per Billy, il vecchio caro Billy, di cui tutti parlano un gran bene ma del quale, sottovoce per non farsi sentire dalla vedova Mauve, tutti ricordano il primo amore, Eva, l’Irlandese morta di tubercolosi nella terra natia prima che il loro sogno potesse realizzarsi.

La storia è narrata dalla figlia di Dennis, che è stato il miglior amico (nonché cugino) di Billy. Dennis però è anche il personaggio che ha, per così dire, creato il mito di Billy, perché è lui che ha comunicato all’amico la notizia della morte di Eva, molti, moltissimi anni prima. Ed è l’unico che per tutti quegli anni ha saputo che questa era una bugia: perché Eva non è morta di tubercolosi; no. Eva si è semplicemente tenuta i soldi che Billy le aveva mandato per tornare negli Stati Uniti e li ha utilizzati come acconto per l’acquisto di una stazione di servizio, dove è andata a stare col nuovo marito.

In cosa consiste il “mito” di Billy?  E’ il mito del primo amore, quello che non si scorda mai. Infatti, anche se Billy poi si sposa con Mauve, anche se non nominerà più Eva per il resto della sua vita matrimoniale, tutti sentono che lui è ancora legato a quel sogno; e tutti sanno, anche se non lo dicono, che Billy è diventato un alcolizzato e si è ucciso a forza di bere per colpa di quel sogno.

La bugia di Dennis viene rivelata subito nel primo capitolo, e la narrazione va avanti e indietro lasciandoci capire subito come finisce la storia di Billy; ma la bellezza del romanzo sta nell’alone di fascino che circonda questo protagonista (morto). Tutti vogliono credere in questa magia ambigua, che può darti tutta la forza del mondo, ma che può anche distruggerti se non riesci a imbrigliarla.

Durante la lettura mi è spesso venuto il dubbio: Billy è morto alcolizzato per colpa della bugia di Dennis? Mi sono risposta: no, l’autrice non voleva darci questa interpretazione. Perché le persone come Billy avrebbero trovato un’altra scusa per bere (un alcolizzato trova sempre una scusa per bere); Dennis ha creato un mito perché se avesse rivelato subito a tutti la verità, il loro mondo sarebbe stato un po’ meno bello.

Come mi sembravano tutti soli quella sera, i familiari e gli amici di mio padre: anime solitarie, tutti quanti, nonostante i mariti, i figli, i cugini e gli amici, con tutte le loro speranze, tutto quell’accoppiarsi e generare, quella mania di tenersi in contatto, di non perdersi di vista, tutto così vano alla fine, perché prima o poi tutti quanti erano costretti a rendersi conto che niente di ciò che avevano provato aveva cambiato le cose.

Questa secondo me è il periodo che illumina tutto il senso del romanzo: tutti sperano nell’amore come unico mezzo per dare senso alla vita, quella vita che alla fine tutti devono lasciare.

Consigliato.

 

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