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Venivamo tutte per mare (Julie Otsuka) #TeaEditore

Romanzo breve, appena 140 pagine, ma densissimo: all’interno troviamo la storia di tante, tantissime donne giapponesi arrivate negli Stati Uniti nella prima metà del Novecento, per sposare uomini di cui, nella stragrande maggioranza dei casi, non sapevano nulla.

Partivano con una lettera in mano o una foto, ma le parole e le immagini spesso si rivelavano, al loro arrivo, delle mere bugie: l’uomo che diceva di essere il proprietario di un ristorante, in realtà era uno sguattero; quello che diceva di dirigere una catena di lavanderie, in realtà era addetto alla stiratura; quello alto e con gli occhi intensi, in realtà era il cugino dell’uomo che la donna avrebbe dovuto sposare.

Poi gli anni passano, e le ragazze si adeguano al lavoro, ai soprusi, ai figli e alle loro morti. Sono poche quelle che hanno una vita facile.

E poi c’è Pearl Harbour: arrivano i sospetti, le sparizioni, i trasferimenti di massa.

E’ interessante lo stile: nei primi capitoli, sono le donne giapponesi a palare col “noi”.

Le assicurazioni ci cancellarono la polizza. Le banche ci congelarono il conto. I lattai smisero di consegnarci il latte a domicilio.

Nell’ultimo, quando le comunità giapponesi iniziano a ridursi ai minimi termini, quando i negozi e le strade che prima erano abitate da giapponesi diventano elementi di una città fantasma, il “noi” cambia. Sono gli americani che si chiedono cosa sia successo, se era giusto che succedesse, e cosa succederà.

Nuovi inquilini cominciano a trasferirsi nelle loro case.

“Noi” e “loro” non solo due pronomi: sono due culture e due destini.

Eppure sono anche pronomi, che ogni gruppo può usare: perché il contenuto di quel “noi” cambia nel tempo. Se oggi noi siamo i vincitori, domani potremmo diventare “loro”. E viceversa.

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Malaguti, Premio Campiello 2021, a S. Donà di Piave (VE)

Finalmente sono andata alla presentazione di un libro! E ho rincominciato in grande, ieri sera, al Caffè Letterario di S. Donà, con Paolo Malaguti, Premio Campiello 2021 Selezione Giuria dei Letterati.

Davanti a un gruppetto poco numeroso ma molto attento, ci ha parlato di “Se l’acqua ride”, un romanzo ambientato nella bassa padovana che ci racconta della fine della fine navigazione fluviale tra il 1965 e il 1967.

E’ dunque un libro incentrato sul momento di passaggio da un sistema economico che ruotava attorno al fiume, ad uno che ruota attorno all’industria e al trasporto su gomma. Non lo ho ancora letto, dunque non mi soffermerò sui dettagli, ma mi limiterò a raccontarvi un po’ di quello che è stato detto ieri sera.

Malaguti è affascinato dalle parole, soprattutto da quelle che sono cadute in disuso, e ammette che spesso parte da un termine per costruirci attorno una storia: cioè, non è il contenuto che guida la scelta delle parole, ma è l’autore che vuole assolutamente utilizzare una parola e inizia a chiedersi cosa può succedere attorno ad essa.

E qui è intervenuta Irene Pavan, che, in veste, per la prima volta, di presentatrice, gli ha chiesto se l’utilizzo di parole venete in un romanzo pubblicato da un editore a distribuzione nazionale non poteva essere pericoloso.

E’ una domanda che avrei potuto fare anche io, che ho sempre difficoltà a leggere libri di autori siciliani o napoletani che utilizzano troppi termini dialettali, ma devo ammettere che col veneto, per ovvi motivi, faccio meno fatica.

Qui Malaguti però ha detto una cosa interessante: la comprensione va… provocata. Cioè, non bisogna limitarsi a scrivere quello che si sa che il pubblico può capire, non stiamo leggendo un libretto di istruzioni per montare un mobile Ikea. La letteratura in quanto tale possiede un’anima poetica, e la poesia può e deve celarsi: è dunque tutto a posto se la sfumatura che un lettore dà a una frase è diversa dalla sfumatura che ne dà un altro lettore (cosa che potrebbe creare problemi invece se dovessimo montare una libreria).

In secondo luogo, ha aggiunto Malaguti, l’italiano non è una lingua parlata (Meneghello docet) e non ha una origine popolare, e questo lo priva di alcuni connotati affettivi che sono intrinseci alla lingua che si usa tutti i giorni e che di fatto è nostra nel senso più completo del termine.

Sono stati affrontati anche molti altri temi prima di chiudere l’incontro e di dedicarci alla firma degli autografi, ma mi fermo qui, perché voglio prima leggere il romanzo e poi confrontare quello che ho sentito con quello che leggerò.

Mi concedo solo un ultimo commento sulla sensazione generale della serata.

Come ho detto c’erano poche persone: se da un lato S. Donà non ci ha fatto una bella figura, dall’altro… si stava proprio bene! La gente era seduta ai propri tavolini, con la possibilità di bersi uno spritz, non c’era confusione, e non ho dovuto uccidere nessuno per farmi fare l’autografo.

Malaguti ed Irene, poi, avevano un atteggiamento rilassato, sembravano a casa propria tutti e due: capisco Malaguti, che è insegnante ed è abituato a parlare davanti a tanti occhi che lo guardano, ma lasciatemi fare i complimenti ad Irene Pavan (che è l’autrice di Solo per dirti addio) e che non ha lasciato trasparire quasi nulla dell’emozione che si portava dentro.

Ci sono scrittori che ti fanno sentire un animale di razza inferiore: magari non lo fanno consapevolmente, perché non ti conoscono e non vogliono farti del male, ma la sensazione ti arriva lo stesso attraverso l’uso di una frase in latino, o un movimento della testa quando dici qualcosa di ingenuo dal loro punto di vista.

Malaguti non è così: pur avendo vinto uno dei più importanti premi letterari italiani e pur essendo pubblicato dall’Einaudi, quando sorride, sorride.

Non è scontato.

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Open (Andre Agassi) @LibriEinaudi

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Ho deciso di dedicarmi a questa biografia, solo dopo aver letto molte recensioni positive: non mi interessa il tennis e quasi non mi ricordavo di Agassi, perché avrei dovuto perdere tempo con 496 pagine di sport?

Per fortuna, qui di tennis non si parla molto.

Inoltre, il testo in sé è stato scritto da Moehringer, un premio Pulitzer: e si sente.

Ben fatto! Senza fingere che il nome in copertina sia anche quello dell’autore, Agassi ha deciso di svelare nell’ultimo paragrafo il nome di chi si è occupato della stesura. E’ una sincerità che mi piace: odio le bio di personaggi che si spacciano per scrittori.

Le parti più sconvolgenti, sono quelle che parlano del padre di Agassi. Armeno-iraniano, è immigrato negli Stati Uniti con documenti falsi. Già in Iran era famoso come pugile (aveva partecipato anche alle olimpiadi). Arrivato negli Stati Uniti, decide che i figli devono diventare ricchi e famosi col tennis.

Li fa morire!

Allenamenti estenuanti, spara-palle costruito da lui, monotematicità dei discorsi, pillole, spinte, scuola-prigione, urli e umiliazioni: tutto per cercare di farli sfondare.

Ci riesce solo con Andre, anche se, per anni e anni, Andre odierà il tennis.

Incapace di accettare le sconfitte, Andre sarà spesso tentato di mollare tutto: una volta regalerà racchette da centinaia di dollari ai barboni, una volta darà fuoco a fogli e foglietti in una camera d’albergo…

Incredibile come le persone ricche e famose siano insicure di sé, incredibile quante paure le tormentino.

Andre Agassi sarà sempre incompreso dai giornalisti, che criticavano il suo look simil-punk, e lui sarà sempre incapace di passare incolume sopra certi articoli.

Un’altra fisima saranno i suoi capelli: li perdeva. Era arrivato al punto di indossare un parrucchino, con tutta l’ansia che poteva provocargli il rischio che cadesse durante un match.

E poi… la sua amicizia con Barbra Streisand, i suoi matrimoni con Brook Shields e Steffi Graf… i suoi amici, importantissimi…

Inquieto, insoddisfatto, lunatico: sono tanti gli aggettivi che gli si addicono. Si sente davvero felice solo quando aiuta qualcuno: la figlia di un amico ferita in un incidente, il cameriere di un ristorante che non ha soldi per l’università dei figli… E la sua fondazione per l’educazione in un quartiere degradato.

Lui, che ha mollato la scuola in terza media, raccoglie milioni di dollari per mandare avanti una scuola modello.

E su tutto, su ogni vicenda, personale o pubblica, incombe il tennis, l’odiato tennis.

Quanta gente conoscete che fa un lavoro che odia eppure lo fa bene?

Il fatto è che una volta intrapresa una strada, bella o brutta, cambiare è difficilissimo.

Una volta che il tuo curriculum mostra un certo ruolo professionale, continuano a cercarti per quel ruolo professionale. Non ti schiodi più.

Scusate, sto divagando…

 

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Cronache di un venditore di sangue (Yu Hua)

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Cina, seconda metà del secolo scorso.

Chi ha bisogno di soldi, l’equivalente di sei mesi di lavoro in campagna, vende il sangue.

La vendita del sangue è l’espediente a cui Yu Hua ricorre per narrare la vita di Xu Sanguan.

Il primo guaio che deve affrontare, e per il quale gli servono soldi urgenti, è quello procuratogli dal figlio Felice Uno, che spacca la testa al figlio del fabbro Fang.

Un’altra volta, vende il sangue per fare dei regali a una collega con la quale è finito a letto.

Un’altra volta per dar da mangiare alla famiglia, ridotta pelle e ossa a causa di un’inondazione e di una carestia (ma anche della politica di Mao).

Un’altra volta per offrire una cena sontuosa al capobrigata del figlio Felice Due, perché un’accoglienza insufficiente rischierebbe di causare al figlio grosse difficoltà.

Infine, Xu Sanguan ricorre alla vendita del sangue, più volte, per salvare la vita al figlio Felice Uno, ammalatosi di epatite, che deve essere curato a Shanghai: lo vende più volte, lungo il tragitto da casa fino all’ospedale, rischiando la vita (e attenzione, che Felice Uno non è suo figlio, anche se lui lo ha creduto per nove anni).

All’inizio, la lettura mi è risultata un po’ difficile: lo stile è molto ironico, i protagonisti parlano gesticolando molto, si ripetono, un po’ come nei film di Bruce Lee; poi però si capisce che dietro certe scene apparentemente comiche si celano dei drammi non indifferenti.

Lungo tutto il romanzo, serpeggiano paure: di morire di fame, di perdere la faccia davanti alla comunità, di scialacquare il sangue, simbolo di forza, vita e retaggio degli avi.

Della storia della Cina si parla solo indirettamente.

 

 

 

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Non volare via – Sara Rattaro @GarzantiLibri

(Attenzione: spoiler)

Le aspettative sono importanti.

Se il risvolto di copertina mi parla di Matteo, un bambino sordo, e della sua paura che il padre voli via per seguire l’amore della sua vita, io mi aspetto che il libro parli di Matteo e delle sue paure.

Non dico che non voglio la storia dal punto di vista del padre che, da diciottenne, si innamora, ricambiato, della bellissima Camilla, e che perde di nuovo la testa quando è sposato con due figli, di cui uno sordo… ma dico che il risvolto di copertina poteva essere un po’ più inerente alla storia raccontata.

Tornando al libro in sé: la Rattaro sa scrivere, certo; però, leggere un suo romanzo dopo aver letto Philip Roth non è stata una buona idea… mi saltavano all’occhio tutti i difetti (sui quali avrei sorvolato in altri momenti, perché, alla fine, questa è una lettura piacevole).

Passiamo alle ovvietà e gli scivoloni…

L’Alberto diciottenne, per sua ammissione postuma, è insignificante: non è una bellezza, non è simpatico, tutti lo ignorano. E appena arriva Camilla, bellissima e popolarissima, lei si innamora subito di lui. I want You, sembra dirgli ogni volta che gli rivolge la parola. Conoscendo i ragazzi (di oggi o di ieri, non importa), vi sembra verosimile?

Poi: quale è il sogno di Camilla? Fare la ballerina, come faceva la madre morta. E già qui…

Ma poi ci sono un paio di scene che sembrano copiate e incollate dall’immaginario televisivo. Ad esempio, quella in cui Camilla balla solo per Alberto in un teatro deserto, di notte. E poi, quella in cui lei, di notte, in spiaggia, si spoglia senza tanti pudori per correre a tuffarsi in acqua, tirando per il braccio un riluttante quanto banale Alberto.

Un altro elemento stonato, è l’atteggiamento di Sandra, la madre di Matteo e moglie di Alberto: è isterica. Alberto non fa altro che lodarne la forza e la resistenza, dicendo che è grazie a lei se la famiglia resta unita, eppure questa donna pianta crisi isteriche ai dottori e agli insegnanti perché non condivide i loro metodi o perché ritiene che il figlio non sia seguito/curato nel modo adeguato.

Ecco: queste sono scene cinematografiche. Ci possono stare in un romanzo, se è il pathos che cerchi (ognuno ha il diritto di cercare quello che vuole, in un romanzo!), ma sono troppo televisive.

Mio malgrado, li frequento, gli ospedali; e madri di figli disabili ne vedo tante, ma tante, tante. Crisi isteriche non ne ho mai viste; di solito vedo donne molto controllate: meno attirano l’attenzione e meno ansia lasciano trasparire.

Altro difetto: l’abbondanza di “tesoro mio, amore, piccolo… ecc…”. Siamo sicuri che la gente parli così?

Sì: in TV.

Punto incompreso: le parti in corsivo…

All’inizio credevo che le parti in corsivo riportassero verità rivelate, frasi che uscivano dal testo per attaccarsi alla vita del lettore, ma non era così. Erano frasi pensate dal personaggio, sue riflessioni; e allora… perchè in corsivo!!??

Alcuni esempi:

E’ come nelle foto, vieni sempre benissimo se sai quando avviene lo scatto.

Certe cose sono straordinarie solo per chi le racconta.

Non importa quanto cerchi di allontanarti. Prima o poi ritorni sempre dove ti eri fermato.

Se c’è un blackout o sbagli la direzione del treno, non puoi fare altro che aspettare.

La fiducia è qualcosa di fragile, ha sempre i minuti contati e raramente accetta scuse.

Sono solo io che le trovo frasi banali? Forse mi sembrano più banali proprio perché messe in corsivo, come nel tentativo di farle risaltare allo scopo di creare l’aforisma che l’adolescente possa poi trascriversi nei social.

Vogliamo parlare di Camilla? Di questa ballerina che ha avuto un successo strepitoso ma che (non si capisce bene perché) torna dopo qualche lustro di assenza e subito va a rompere le palle al suo ex, senza storcere un ciglio quando scopre che lui è sposato? Un minimo di rimorso, un ripensamento, un qualcosa, non si poteva lasciar trapelare?

Suo padre, quando lei frequentava le superiori, la picchiava: Alberto scopre i lividi sul suo corpo. Ma non fa niente. Niente. Neanche domande. Vi sembra verosimile?

Un altro punto che considero una debolezza, sono le coincidenze.

Alberto, adulto, ascolta sempre un certo Davide alla radio. E guarda caso, dopo che lui ha tradito la moglie Sandra e ci è tornato assieme, scopre che lei si è innamorata proprio di questo Davide che ha, pure lui, un figlio sordo.

Mi fermo qui.


Eh, ma che pignola, che sei… direte.

Vero.

Ho elencato molti dei difetti che mi sono saltati all’occhio (o quelli che io considero difetti), dunque è mio dovere ribadire che è una lettura piacevole (magari, non dopo aver letto Philip Roth), leggera, nonostante i temi caldi, e, sì, meritevole, considerata l’età dell’autrice: se non si lascia trascinare dal mercato, è una che può migliorare molto.

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Lolita – Vladimir Nabokov

Capolavoro della letteratura mondiale.

Così, perlomeno, è definita quest’opera. E dopo “Leggere Lolita a Teheran”, mi sembrava logico passare all’originale Lolita, anche perché mi piaceva l’interpretazione che ne dava Azar Nafisi, come di un romanzo che mostra come il potere oppressivo sia cieco ai bisogni e ai sentimenti altrui.

Sì, c’è anche questo in Lolita; e c’è anche molto altro. (Quasi) di sicuro, però, escluderei l’etichetta di “romanzo erotico”, etichetta utilizzata dal Club Degli Editori per identificare il libro con la pruderie necessaria ad aumentarne le vendite (con tanto di donne seminude sul retro di copertina, vedi foto) e ad inserirlo nell’omonima collana del 1978.

Ora: mi è piaciuto?

Ebbene, giudicatemi grezza, ma non lo inserirei nella lista dei miei libri preferiti; e c’è un motivo ben preciso: in questo romanzo non c’è nessuno con cui identificarsi. Nessuno. Neanche un personaggio secondario. Neanche l’operatore ecologico che svuota i secchi della spazzatura. Neanche la vecchina che prende un po’ d’aria sul portico.

Humbert Humbert, che parla in prima persona, è un uomo di cultura, fine, elegante, educato, che si intende di letteratura, che ricorre molto spesso a citazioni erudite. Sarebbe il personaggio giusto in cui identificarsi per guardare la storia dall’interno: peccato che sia un pedofilo.

La parola “pedofilo” non compare mai nel libro, così come non compaiono mai scene di sesso, ma come lo definite uno che va fuori di testa per le ragazzine di 11-13 anni? Uno che sposa la madre di Lolita pur di poter stare vicino alla sua adolescente tentazione? Uno che attraversa tutti gli Stati Uniti per godersi la “gioventù” di Lolita una o due volte al giorno senza mai perdere di vista le amichette della figlia adottiva?

C’è addirittura un passaggio in cui Humbert si lamenta che dopo due anni di vagabondaggi Lolita sta crescendo, e allora pensa di sposarla, per fare una figlia, che sarà uguale alla madre; e lui fa due conti, per giudicare che quando la figlia sarà pubere, lui sarà ancora sessualmente attivo; e poi si spinge ancora più in là, pensando alla nipotina…

Ecco, non si può identificarsi in un personaggio del genere senza definirsi malati.

Ma non ti puoi immedesimare neanche in Lolita. Per quando Humbert sia un narratore inaffidabile (e tu lo sai, che è inaffidabile), Lolita è da prendere a sberle. Non sono riuscita a sentire empatia per lei, neanche quando insultava Humbert per averla violentata. Credo sia un effetto voluto: Humbert te la descrive in modo così diabolico, che alla fine la vittima diventa il carnefice.

Anzi, più in generale, tutto il libro ti sfasa le sensazioni: mentalmente capisci che dovresti essere disgustato da Humbert, ma non lo sei. Mentalmente capisci che dovresti essere dalla parte di Lolita, ma non lo sei. E alla fine ti ritrovi quasi a prendere le difese di Humbert, a diventare un suo Bruder (fratello), come ti chiama lui mentre scrive le sue memorie.

Questo è il punto: siamo tutti colpevoli.

Tutti ci giustifichiamo, ci ammantiamo di cultura, di buone intenzioni, eppure, per quanto cerchiamo di abbellire la nostra maschera (maschera! Parola chiave!), dentro ci portiamo i nostri piccoli e grandi mostri.

Non è spiazzante?

Insomma, nel romanzo non trovi nessuno con cui identificarti. E la storia è una storia di sfruttamento e morte e infelicità.

E allora come ci si salva?

Con l’arte.

Senti qua:

Se non è possibile dimostrarmi che nel divenire infinito non importa un fico se una bambina pubere nord-americana a nome Dolores Haze è stata privata della fanciullezza da un maniaco, non vedo altro rimedio alla mia infelicità se non il palliativo malinconico e del tutto locale dell’arte articolata.

O ancora, alla fine:

(…) penso al rifugio dell’arte. E questa è la sola immortalità che tu ed io possiamo condividere, Lolita mia.

E difatti, la prosa del romanzo è arte allo stato puro.

Leggiamo di personaggi senza libertà di scelta, di gente infelice o, quando va bene, meschina (o almeno così ci viene descritta), ma attraverso lo schermo di un linguaggio da esteta, e l’abnorme perde in mostruosità.

Maschere, libertà, sensibilità, intellettualismo, paura, ossessione, passione, umanità, menzogna… ecco alcuni temi di questo romanzo. Che può piacere o non piacere, ma di sicuro non ti lascia indifferente.

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L’ultima lezione – Randy Pausch (con Jeffrey Zaslow)

Nelle università statunitensi si usa offrire agli studenti una “ultima lezione”: il professore fa un sunto dei punti più importanti del suo insegnamento, come se poi non ci fossero altre lezioni, in vista di un’ipotetica morte annunciata.

Quando è toccato a Randy Pausch, le autorità accademiche volevano cambiare il titolo in qualcosa di meno macabro: Randy Pausch infatti, quarantasettenne professore di informatica, aveva una decina di metastasi al pancreas e non gli restavano molti mesi di vita. Ma Pausch non ha accettato.

Potete vedere interamente la sua ultima lezione online (#thelastlecture), intitolata “Realizzare davvero i sogni dell’infanzia”.

La sua ultima lezione non parla di informatica, ma di vita. E il libro che ne è nato, non è di quelli che ti fa piangere ad ogni pagina: è un insieme di aneddoti sulla sua vita e una raccolta degli insegnamenti che lui si sente di lasciare ai suoi tre figli.

Ne esce il ritratto di un uomo pieno di energia, amante dei parchi giochi, luna park e delle giostre estreme, che è riuscito a coniugare la professione con le sue passioni. Uno che aveva dei sogni da piccolo e che è riuscito a farli avverare.

Sono messaggi semplici, niente di trascendentale, eppure sono impregnati delle piccole verità che danno significato alla vita.

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Il principio dell’amore – Maeve Brennan

Ancora un’autrice irlandese, ma trapiantata negli Stati Uniti. Maeve Brennan, scrittrice di racconti, si mantenne come giornalista lavorando al New Yorker.

Ad un certo punto della sua vita

Aveva cominciato a soffrire di manifestazioni psicotiche e si sistemò nella toilette delle signore del New Yorker come se fosse la sua unica casa. Nessuno glielo impedì e le segretarie tolleravano, se pur nervosamente, il suo comportamento, a volte allucinato, che poteva anche diventare violento.

Nel libro che ho letto io, ci sono due serie di racconti: ogni serie ruota attorno ad una coppia. Entrambe le coppie hanno in comune dei problemi coniugali: problemi che non trapelano all’esterno, perché marito e moglie fingono che vada tutto bene e, sebbene infastiditi dal compagno, cercano di evitare lo scontro in tutti i modi.

Un’altra cosa che accomuna le due coppie, è che le due mogli sono molto sottomesse, sempre pronte a dire sì e completamente dedicate alla famiglia, senza alcun altro interesse. Ne risulta che nessuno dei due mariti può dire di aver davvero conosciuto la propria moglie.

In ogni racconto, la chiave di volta è l’incomunicabilità tra i due coniugi, ma anche l’incapacità dei mariti di capire quello che sentono davvero nei confronti della moglie. Nelle loro teste c’è una vera e propria confusione emotiva.

Più accattivante l’ultimo racconto, quello in cui il punto di vista è preso da Min, la gemella ottantatreenne di Martin, che è morto dopo otto anni di vedovanza. Min non ha mai sopportato la cognata e, insieme alla madre e alle sorelle, ha fatto di tutto perché il fratello non se ne andasse da casa per sposarsi.

Min è il personaggio meglio delineato: una vecchia zitella rancorosa e acida, ma vista dal suo punto di vista, dove le giustificazioni non sono mere scuse, anzi, sembrano quasi motivi fondati, buone ragioni per cui è bene essere tirchi e parlare male della cognata morta.

Ritmi molto lenti: libro poco adatto all’estate.

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Arlington Park – Rachel Cusk

Cinque donne abitano in Inghilterra, ad Arlington Park, una zona-bene, ma lontano dal traffico londinese.

Una giornata di 24 ore in cui non succede, praticamente, nulla.

Eppure, il romanzo me lo sono bevuto.

Perché quello che non succede fuori, succede dentro le teste di queste cinque giovani donne, tutte madri di famiglia, tutte con una situazione economica che non desta preoccupazioni.

E che succede in queste teste, come in tutte le teste delle donne medie contemporanee? Succede che… si preoccupano lo stesso.

Si preoccupano che il pollo per la cena non sia perfetto, che ci sia una macchia sul divano, che i mariti non aiutano, che le madri sono sole, che l’ambiente sta raggiungendo un punto di non ritorno, che il cibo che mangiamo non è più sano, che i figli vengano investiti… si preoccupano della ripetizione di tutto, perfino della ripetizione delle preoccupazioni:

Maisie era così abituata a percepire dentro di sì una forza di rinnovamento, che si era accorta in ritardo di averla perduta, di vivere ormai in una specie di spirale o circuito che la riportava continuamente negli stessi posti a fare le stesse cose.

Tutte e cinque ruotano attorno a se stesse in cerca di qualcosa, ma non sanno esattamente cosa.

E’ un romanzo sulla mancanza, sull’assenza di senso che ti prende quando non hai preoccupazioni economiche: non essendoci un vero e proprio problema, non c’è neanche una soluzione.

Ah, che bello sarebbe avere una soluzione! Ma niente, non si capisce dove sta, ‘sta soluzione; a volte sembra che il problema sia solo la stanchezza, o la mancanza di empatia col proprio partner, ma non è così.

E’ qualcos’altro.

Tutta la storia (…) si riduce a questo: un luogo di benessere puramente materiale, attraversato da pensieri segreti.

E’ una fatica di Ercole, questo cercare e cercare non si sa cosa. E’ faticosissimo pensare di continuo: gli uomini non lo capiscono. Guardano una donna che prepara un’insalata russa e pensano: sta preparando un’insalata russa.

Illusi…

Maisie, ad esempio: perché ha certi scatti di rabbia? E Juliet cosa ne ha fatto della sua eccezionalità, di quella capacità di distinguersi che le riconoscevano tutti quando andava a scuola?

Era un lavoro sporco, l’incessante lotta per mantenere la separazione tra dentro e fuori.

In un paio di occasioni, loro stesse dicono che hanno perso la capacità di divertirsi. Io direi invece, che hanno bisogno di preoccuparsi: è comunque un modo di darsi un senso, di distinguersi nel magma delle mamme che vanno al parco e che sembrano tutte uguali.

(…) si lasciava dietro il suggerimento che la vita dovesse andare nella direzione feconda del rischio e dell’eccentricità, piuttosto che in quella di un ordine mortale.

Voto: 4,5/5.

Rachel Cusk è bravissima coi dettagli: ti sembra di essere davanti a un personaggio e osservarlo con calma in tutte le sue sfumature senza che lui si accorga di questo esame. Non avete mai provato una forte curiosità davanti a una persona che incrociate per strada o in treno ma che non potete fissare perché risultereste maleducati? Be’, i personaggi della Cusk puoi fissarli fin che vuoi, dentro e fuori. Che soddisfazione!

Che consolazione sapere che in giro per il mondo ci sono tante donne che sono stanche senza neanche sapere bene ci cosa. Provo un senso di appartenenza alla categoria:

Si era aspettata di ritrovarsi in qualche dipartimento universitario, o nella redazione di un quotidiano nazionale. Anche altri l’avevano pensato. A scuola era lei, quella eccezionale. Era lei, quella di cui tutti parlavano. Era la prima in tutte le materie; aveva vinto una borsa di studio (…). Veniva da pensare (…) che non fosse affatto intelligente, dotata o eccezionale. Ma semplicemente brava a scuola.

Dunque non sono sola!

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La misura della felicità – Gabrielle Zevin

Il sottotitolo “Come una bambina insegnò a un libraio ad amare i libri” lascia un po’ perplessi, dopo aver letto il romanzo. In realtà, Maya, la bambina, insegna al libraio Fikry ad amare un po’ tutto, persone comprese; ma non c’è una parte del romanzo in cui lui “odi” i libri, dunque Maya non gli insegna molto, da questo punto di vista…

Ma ecco la storia. Fikry è un libraio di mezza età rimasto vedovo da poco. E’ diventato un misantropo: cinico e dalla battuta velenosa, non è ancora alcolizzato ma non tralascia di ubriacarsi una volta alla settimana per permettersi di sognare meglio la moglie morta.

Dopo uno di questi eccessi alcolici, si accorge che qualcuno gli ha rubato un libro raro, il Tamerlane, scritto da un diciottenne E.A. Poe e stampato in soli cinquanta esemplari. Era l’unico oggetto di valore in suo possesso, qualcosa che gli avrebbe permesso di vendere la libreria e andare in pensione.

Il giorno dopo il furto, Fikry trova una bambina di due anni nella sua libreria: il biglietto che ha con sé è stato scritto dalla madre, che si dichiara disperata ma desiderosa che la figlia cresca attorniata dai libri.

In America le adozioni non vanno per le lunghe come da noi, e Fikry diventa… padre.

Ma chi è Maya? Sua madre viene ritrovata pochi giorni dopo morta sulla spiaggia: presunto suicidio. E il padre?

Non è un giallo, questo. Scivola più nel genere rosa, quando Fikry si innamora di una rappresentante e i due si sposano. Tuttavia, un lato “giallo” si scorge proprio sulla vicenda del Tamerlane e del padre di Maya… ma non vado oltre, sennò vi rubo il gusto di leggerlo.

Il romanzo è leggero (non spiacevole, dipende da cosa cercate e dal momento in cui lo leggete), ma, con una pila di libri in copertina e avendo un libraio come protagonista, mi sarebbe piaciuto che si parlasse più di letteratura… Si parla di libri, sì, ma poco, rispetto alle aspettative create. Gli apporti più numerosi sono quelli all’inizio di ogni capitolo, presentati sotto forma di note che Fikry scrive alla figlia (note che lasciano capire già a metà libro come finirà la storia).

Ad ogni modo, la copertina e il sottotitolo sono scelte editoriali, e non posso farne una colpa all’autrice.

E’ un romanzo leggero anche perché non indugia sui drammi: ci sono molti dialoghi, ma niente di sentimentale; piuttosto, un umorismo bonario, di quelli che ti fanno sorridere perché ti piacerebbe davvero prendere la vita come fanno i personaggi della storia.

Valutazione complessiva: 3,5 punti su 5.

Nella vita, quasi tutte le cose negative sono frutto di una tempistica sbagliata, e tutte le cose positive sono frutto di una tempistica giusta.

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