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Tokaido (Lucia St. Clair Robson)

Bella l’ambientazione: Giappone del Settecento, con tutte le sue stranezze.

Lo sapevate che le prostitute tenevano tantissimo alle proprie unghie? Ci tenevano così tanto che le usavano come pegno verso l’amante del momento. Solo che a volte gli amanti erano più d’uno, e per evitare che uno sapesse dell’altro, dopo aver regalato la seconda o la terza unghia, ne acquistavano altre al mercato nero.

Insomma, c’era un fiorente mercato di unghie, a quel tempo.

La protagonista della storia è Gatta, la figlia illegittima di un samurai che si è dovuto suicidare a causa di un signorotto. La giovane si ritira dunque in un quartiere di piacere, finché un giorno scappa per mettere in pratica la sua vendetta.

Il suo scopo è raggiungere un ex samurai del padre, ma per raggiungerlo deve percorrere la via Tokaido, che attraversa il Giappone da nord a sud.

Lungo la strada incontra un bel po’ di gente: dai venditori ambulanti di tè, ai contadini che, vedendola travestita da monaco, le chiedono di interferire contro uno spirito che rende le donne sterili; dai samurai inviati dal nemico del padre, agli attori di teatro…

Gatta, che ha studiato arti marziali, viaggia tenendosi pronta a combattere e a morire.

E… beh, ecco, neanche l’ambientazione nel Giappone feudale è riuscita a farmi continuare la lettura (interrotta a pag. 84, su 420).

Il fatto è che questa protagonista è assurdamente improbabile.

Ha vissuto nella bambagia prima, e in un bordello poi, ma anche nel bordello era una cortigiana di classe, dunque ha continuato a far la bella vita.

Ma quando deve scappare, è in grado di travestirsi da uomo, dar fuoco a un nemico per creare un diversivo, farsi passare per un monaco errante, combattere dei samurai con la naginata

Gatta è credibile quando non sa decidersi a usare le monete per pagarsi da mangiare, perché le donne di una certa classe sociale a quel tempo non dovevano maneggiare denaro, ma non è per niente credibile quando si trasforma in un guerriero misterioso che ha letto Musashi e che sa controllare il respiro anche in situazioni pericolose.

Un artista marziale non è tale solo perché da giovane si è allenato per un paio di anni, e poi basta. Certi automatismi li acquisisci solo col tempo e la pratica costante, pratica che a Gatta è mancata completamente negli anni in cui ha abitato nel quartiere di piacere.

Inoltre, Gatta si traveste da uomo e scappa: come se bastasse osservare da vicino gli uomini per assumerne le movenze, la voce, il timbro, lo sguardo…

Insomma, questa protagonista è troppo finta.

Mi ha fatto venire i brividi anche lo stile in cui il romanzo è scritto: ogni volta che si incontra un termine giapponese (da sensei a naginata a tabi e tanti altri), c’è una virgola e una frase incidentale che ci spiega il significato della parola.

E’ una procedura che a lungo andare non fa altri che strapparci fuori dal patto narrativo, ricordandoci che, sebbene la storia sia narrata dal punto di vista di Gatta, c’è uno scrittore che ha scritto quelle pagine e che ci spiega i termini con cui lei era quotidianamente a contatto.

Questo succede perché il libro vuole rivolgersi a un pubblico vasto, vastissimo, che include molta gente che non ha la più pallida idea di cosa fosse la cultura giapponese tre secoli fa, sfruttando il fascino dell’esotico a discapito della fluidità della lettura.

E poi, non lascia nulla all’immaginazione del lettore. Ti dice tutto dei sentimenti dei protagonisti (dice, non mostra, shows, does not tell).

Volete la mia opinione? Con questo libro ci verrebbe fuori un bel filmetto, perché è pieno di avventura, ma non è un romanzo di alto valore letterario.

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Le storie del negozio di bambole @tsuharayasumi

E’ il primo romanzo che leggo di questo autore, diventato famoso in Giappone con libri per bambini e che poi ha spaziato dall’horror al mainstream.

Mio è diventata proprietaria di un negozio di bambole dopo averlo ereditato dal nonno, che ha mollato tutto e se ne è andato in Nuova Zelanda. Ad aiutarla ci sono due collaboratori, Tominaga, che va e viene agli orari che vuole ma che espertissimo di bambole, e Shimura, di cui Mio non è riuscita a scoprire nulla, se non che è un esperto di burattini tradizionali giapponesi (bunraku).

I due collaboratori, chiamati con rispetto “artigiani”, sono un aiuto indispensabile. Sono loro che capiscono come e quando riparare le bambole che arrivano in negozio.

Spesso, per ripararle nel modo giusto, è necessario capire chi sono le persone che le hanno portate là: la riparazione diventa quasi un’operazione psicologica, come la bambola che ha l’aspetto della proprietaria, e che deve essere rifatta tenendo conto del passare del tempo sul viso della donna.

Ma è necessario capire anche quando l’intervento deve fermarsi: come su un orsetto che il bambino smembra ogni notte, lasciandone intatti solo il dorso e la testa.

Le bambole non sono più solo degli oggetti da dare ai bambini: diventano simboli di una personalità, di un desiderio, entità a cui ci si può affezionare come a delle persone reali, ma anche possibili portatrici di morte.

Il libro è breve ma ci presenta una variegata carrellata di bambole giapponesi e straniere: dalle love doll, ai burattini della Cecoslovacchia, dalle bambole che sembrano esseri umani, a quelle che camminano finché hanno una tazza di tè in mano e che si fermano quando gliela togli.

E’ tutto un mondo!

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