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48 giorni per ottenere il lavoro che ami – Dan Miller

Perché lavorate?

La maggior parte della gente che frequento mi risponderebbe: per prendere uno stipendio.

Biiip! Risposta sbagliata.

Dan Miller ci propone subito una distinzione tra lavoro, carriera e vocazione.

Faccio un esempio: se io avessi la vocazione (calling) di aiutare a migliorare il mondo, potrei scegliere di fare il medico, il volontario, lo scrittore, l’insegnante, lo scienziato ecc. Queste sarebbero le carriere (career). Allo stadio pratico, però, la carriera può comprendere diversi tipi di lavoro (job): posso fare lo scrittore di romanzi, saggi, mailing list, pubblicità, testi teatrali, volantini politici… se scelgo la carriera di insegnante, posso rivolgermi a una classe di 32 bambini o scegliere una scuola serale per adulti o insegnare inglese in un paese del terzo mondo… se sono un dottore, posso fare il medico di famiglia, specializzarmi in pediatria, far consulenza per un’assicurazione ecc…

Il lavoro è l’attività concreta che vi porta lo stipendio in casa. Il problema è che quasi nessuno, all’inizio della propria esperienza lavorativa, programma il futuro tenendo conto di tutti e tre i seguenti aspetti: competenze, tendenze personali e desideri/sogni.

Le competenze (skills) sono ciò che sai fare: comprendono non solo ciò che si è imparato a scuola, ma anche le singole capacità acquisite nei lavori precedenti (amministrazione, capacità matematiche, organizzative, scrittura, gestione del personale, uso del computer, pianificazione…). Sono capacità che possono essere spese in diversi posti di lavoro.

Le tendenze personali si incentrano sulle preferenze caratteriali: ti piace di più lavorare in team o impegnarti su un compito per conto tuo? Ti piacciono i cambiamenti o sei più portato per l’abitudinarietà? Sei diretto nel parlare o sei più diplomatico? Hai molta fiducia in te stesso o tendi ad essere cauto?

Infine ci sono i sogni, i valori e le passioni: quello che ti rende felice quando lo fai. Che ti fa trascorrere il tempo senza guardare l’orologio. Quello che faresti anche senza riceverne una remunerazione in cambio.

Nella ricerca di un lavoro bisognerebbe integrare le competenze con le proprie tendenze personali senza mai dimenticare i sogni.

Per quanto vedo in giro io, invece, il primo problema usciti dalla scuola/università è trovarsi un lavoro. Qualunque lavoro. Circa l’80% dei diplomati e dei laureati viene impiegato in un campo che non ha nulla a che fare con quello che ha studiato: il che non è un male in sé, ma è solo il sintomo di una mancanza di programmazione.

E diventa un male quando la scelta iniziale fa “curriculum” e vincola l’assunzione nei lavori successivi.

Quando si cambia lavoro (e lo si può cambiare perché costretti da un licenziamento o per libera scelta), non bisogna farsi legar le mani dal proprio passato, ma concentrarsi sul futuro, su ciò che si vuol fare.

Dunque… è importante sapere cosa si vuol fare. Una buona parte della fatica nel cercare il lavoro, è data dallo studio su se stessi (skills, tendencies e dreams).

L’85% dei casi in cui la gente viene promossa o ottiene delle opportunità di carriera nelle aziende dipende da capacità personali – attitudine, entusiasmo, autodisciplina e capacità interpersonali. Il 15% dei casi di promozioni lavorative è dovuto a capacità tecniche o educative, oppure a credenziali varie. (trad.mia)

Si può essere un buon medico (job), dunque aver buone capacità (skill), ma non amare il proprio lavoro, ad esempio perché non si sopporta veder soffrire i pazienti (tendency) o perché si vorrebbe lavorare la terra (dream).

Paul Gauguin lavorava in banca prima di diventare pittore. Tom Clancy era un agente assicurativo prima di diventare scrittore. Paul Newman era un operaio edile, prima di diventare attore. Nessuno di questi personaggi si è lasciato vincolare dal proprio curriculum.

Il difficile è:

  1. fidarsi dei propri sogni e
  2. mettere in modo un piano d’azione

Il libro di Dan Miller ci ispira a prendere in mano la nostra situazione lavorativa (e non solo).

Ha solo un difetto, ed è quello a causa del quale non verrà mai tradotto in Italia: inserisce, quasi ad ogni pagina, un riferimento a Dio e alla Sua volontà.

Dan Miller è figlio di un predicatore americano ed è cristiano praticante.

Io non sono cristiana osservante, e tutti questi riferimenti alla volontà di Dio, ai suoi progetti su di me ecc… mi ha dato un certo fastidio, all’inizio. Poi però il fastidio l’ho superato, non è grave, se i consigli alla fine sono ragionevoli. Il libro sta in piedi anche senza questi riferimenti divini.

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La trama della vita – Jerome Kagan

Genetica o ambiente?

Ecco di cosa tratta questo saggio di Kagan. Genetica e ambiente sono due fili che si intrecciano fino a dar vita a un tessuto il cui colore è una cosa diversa da quello dei fili che lo compongono: i fili possono essere bianchi e neri, ma il tessuto finale sarà grigio. Ecco perché è così difficile capire da cosa derivano alcuni tratti del nostro carattere: perché predisposizione e cultura sono così ben intrecciati tra loro da perdere la loro identità originaria.

L’influenza dell’ambiente comincia a farsi sentire già dentro alla pancia della mamma:

(…) alcune madri canadesi che nel 1998 erano state esposte a una violenta tempesta di ghiaccio quando si trovavano nel secondo trimestre di gravidanza ebbero maggior probabilità di dare alla luce bambini che presentavano impronte digitali diverse sulle dita corrispondenti delle due mani: un segno di sviluppo disturbato che si riscontra con frequenza in adulti affetti da schizofrenia.

Ma non tutti quei bambini sono diventati schizofrenici da adulti!! (Per la cronaca, la differenza nelle impronte digitali delle due mani ce l’ho pure io…)

La predisposizione però, sebbene non ci possa aiutare nel prevedere come si svilupperà un certo bambino, ci può dire con un buon grado di certezza cosa quel bambino NON diventerà: è raro, se non impossibile, che una personalità sensibile e ipereccitabile (carattere dovuto a una certa conformazione del cervello presente fin dalla nascita) da adulto diventi estroversa ed espansiva.

Kagan scende molto nel dettaglio dell’analisi sia dei fattori genetici (tipi temperamentali, segni biologici, reattività), sia dei fattori ambientali (pedigree familiare, ordine di nascita tra fratelli, classe sociale, etnia, dimensioni della comunità, periodo storico, sesso…).

Vi dirò: per i miei scopi, è sceso anche troppo nel dettaglio. Nonostante alcuni paragrafi fossero interessanti, e anche se ho apprezzato molto i suoi commenti sull’impossibilità di sfruttare la scienza per indirizzare moralmente certe scelte, alla fine il succo di tutto è che genetica e ambiente si mescolano, si mescolano, si mescolano.

Un colpo al cuore me l’ha l’epigenetica: certi eventi significativi nella vita di una persona possono modificare l’espressione genica. E i geni così modificati possono essere trasmessi alla prole.

Dunque, mai dare niente per scontato.

Niente è immodificabile (buddhismo a manetta).

Questo ci dà sempre speranza, ma anche più responsabilità.

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Il libro delle illusioni, Paul Auster

David Zimmer è un professore che, in seguito alla morte della moglie e dei due figli, ha perso la voglia di vivere.

Un giorno, per caso, si ritrova a guardare un film degli anni Venti, e gli scappa una risata. Basta questo per invogliarlo a iniziare una ricerca sul protagonista di quella comica, Hector Mann, un attore che stava per salire alla ribalta di Hollywood quando, all’improvviso, è misteriosamente scomparso.

Zimmer viene contattato via lettera da Frieda Spelling, che si dice moglie di Hector Mann: gli spiega che il marito è ancora vivo e che vuole conoscerlo.

Il professore si lascerà coinvolgere dalla storia dell’ex attore, ma noi, che leggiamo il resoconto scritto undici anni dopo i fatti, restiamo sempre col dubbio se ciò che è successo è successo davvero così.

Hector Mann è morto di morte naturale, o no?

I suoi film sono stati tutti distrutti, o no?

Ciò che si vede è ciò che c’è, o c’è anche ciò che non si vede?

La verità è davvero l’unica cosa che conta?

Può esistere l’arte fine a se stessa, destinata a non esser condivisa?

Se spariscono dal mondo tutte le testimonianze della vita di Hector, allora Hector sarà davvero esistito?

Chiuso il libro mi è rimasto il sentore di non averlo capito del tutto: cosa voleva dirci Auster con questa corsa all’ultimo minuto per vedere dei film che sono stati girati allo scopo di venir distrutti per sempre?

Guardiamo alle somiglianze: Zimmer sta traducendo le Memorie di un uomo morto (Chateaubriand) e ha scritto un libro che potrà esser letto solo dopo la propria morte e Alma (la sua ragazza per otto giorni) ne ha scritto un altro che potrà pubblicare solo una volta morto Hector Mann (non faccio altro spoiler).

C’è morte ovunque, in questo libro, nel senso di morte fisica e di dimenticanza.

La morte fisica avviene per caso: un incidente aereo, una pallottola vagante, uno spintone. Non ci si può far niente.

Ma contro la dimenticanza sì, si può lottare. Coi libri, coi film con l’arte.

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Fuoriclasse – storia naturale del successo (Malcom Gladwell)

E’ interessante vedere come vengono tradotti i titoli nelle varie lingue. In tedesco, il titolo è Ueberflieger, che vuol dire sì fuoriclasse, ma indica più precisamente qualcuno che vola più in alto. E in tedesco è più significativo anche il sottotitolo: Perché alcune persone hanno successo e altre no (mentre in italiano leggiamo “Storia naturale del successo”: dove quel “naturale” è un’aggiunta arbitraria rispetto alla versione originale in inglese).

Ad ogni modo, questo libro non è un saggio di self-help. Anzi, ammetto che ti smonta un po’. Siamo lontani dalle visioni di Tony Robbins, che ti dice che puoi fare tutto ciò che vuoi se ti applichi.

No, Gladwell è molto più realistico: i fuoriclasse sono arrivati dove sono non solo grazie al loro talento e alla loro determinazione (leggi: capacità innate e buona volontà), ma anche, se non soprattutto, grazie a una concomitanza di… possibilità e vantaggi.

Non usa la parola “fortuna“, né tantomeno “culo“, ma il concetto è questo…

Facciamo un confronto con il tormentone dei manuali di autoaiuto che si leggono in giro, e prendiamo l’esempio delle 10.000 ore: ti dicono che puoi diventare un virtuoso di violino, un eccelso giocatore di pallacanestro, un famosissimo scrittore se ti applichi con costanza all’attività che hai scelto. Diecimila ore è la quantità di tempo indicativo che ti serve per arrivare ovunque nella vita.

Dicono.

Ma Gladwell ci fa notare: ok 10.000 ore. Ma per avercele, queste 10.000 ore, devi trovarti nella situazione adatta. Come ci arrivi ad avere tutto questo tempo a disposizione se non sei di buona famiglia, se non hai chi ti aiuta, se devi lavorare dodici ore al giorno per guadagnarti la pagnotta?

Oppure, prendiamo l’esempio dei geni matematici. Gladwell ci fa fare conoscenza con un ragazzo americano, Langan, le cui competenze di calcolo sono eccezionali: un quoziente intellettivo che fa vergognare Einstein, superiore anche a quello di Oppenheimer; Langan si è fatto conoscere al pubblico americano grazie a un quiz televisivo. Eppure questo ragazzo svolge un lavoro umile, uno di quelli con cui hai difficoltà a pagarti il dottore quando serve. Non ha saputo mettere a frutto le sue abilità.

Perché? Perché venendo da un ambiente svantaggiato, non possedeva le competenze sociali necessarie per farsi strada nel mondo universitario. E non è colpa sua se è nato in una certa famiglia e in un certo ceto.

Altri esempio di “condizioni favorevoli” sono l’anno di nascita (a volte anche il mese, per la scelta dei ragazzi nelle squadre di hockey), il ceto di appartenenza, il periodo in cui si frequenta l’università o si apre una certa attività, ecc…

Gladwell porta esempi molto dettagliati, mini-biografie, alla maniera americana.

Non so però se è un libro che può aver… successo. Credo di no, perché questo saggio è uscito in un momento in cui vanno alla grande i libri di self-help che ti dicono che puoi fare tutto quello che vuoi se lo vuoi (addirittura alcuni ti dicono che puoi fare quello che vuoi solo pensandoci), libri scritti da guru che danno speranza, che ti galvanizzano, che ti fanno uscire di casa per andare a correre e perdere quei trenta chili di sovrappeso che ti hanno chiuso le possibilità di trovare la bonazza di turno.

Gladwell è più equilibrato. Più realista.

La massa non vuole realismo, vuole reazioni di pancia, estremismo.

Ecco, in questo io facevo parte della massa.

A me piace la speranza.

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Il vangelo ebraico (Daniel Boyarin)

Sembra una contraddizione, parlare di Vangelo ebraico, considerando che gli ebrei non riconoscono Gesù come il figlio di Dio. Eppure…

Boyarin è professore di cultura talmudica ed è uno dei maggiori esperti di ebraismo al mondo. In questo libro, uno dei più leggibili nella lista delle sue opere, cerca di dimostraci che Gesù non ha operato una rottura col mondo ebraico, ma ha portato a compimento le profezie del proprio popolo.

Gli ebrei aspettavano il messia da tempo. La questione era: questo figlio di falegname, è il Messia?

Anche in questo saggio, si ribadisce che Gesù era ebreo. Se si è messo a litigare coi farisei, era per difendere la Torah scritta dalle loro pignolerie ed esagerazioni, per difendere la Vera Tradizione ebraica dalle interpretazioni rabbiniche, non per operare una cesura con essa.

I farisei applicavano la Torah alla lettera dicendo che stavano applicando la “tradizione degli antichi”: ma Gesù, e molti altri come lui, non era d’accordo. Gesù, da questo punto di vista, era un conservatore e cercava di far rispettare lo spirito della Torah, il suo aspetto umano.

Altro punto interessante, è che in realtà gli ebrei all’inizio dei tempi non erano perfettamente monoteisti. Le radici della loro religione vedono la coesistenza di due essenze divine, un Vegliardo, un Capo dei giorni, e un Figlio dell’Uomo. Ai tempi dei tempi, si parlava di El e Ba’al.

Questo dualismo è stato poi ripreso nelle prime due persone della Trinità. Dunque, anche qui: niente di nuovo.

E non è nuova neanche l’idea di un Messia che soffre e muore per l’uomo.

Boyarin, riprendendo la lettera di alcuni testi ebraici, ci spiega come la figura di Gesù sia stata travisata attraverso secoli di interpretazioni pilotare. Ma non è una critica, la sua. E’ una constatazione, un esame dei testi, un riconoscimento del tempo che passa e delle persone che manipolano le storie.

Perché di storie si tratta.

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Una vita nel vuoto, Irwin Shaw

Mi piacciono i film americani, ma solo quando sono… film, non quando sono libri scritti sotto forma di sceneggiatura camuffata da romanzo.

Questa storia, poi, la trovo molto didascalica: il protagonista è malato di adrenalina, vive una vita senza significato e si sente rinascere solo quando si dedica agli sport estremi o rischia di morire.

Mi fa poi un po’ ridere la classica storia romantica in cui i due si sposano dopo appena cinque mesi che si conoscono: colpo di fulmine, amore per tutta la vita. E’ uno stereotipo così… americano, così… cinematografico!

Ho sospeso la lettura a p. 135 (su 314) perché non ce la facevo a continuare, e poi ho sbirciato la fine (attenzione: spoiler!!!), dove Mike si riconcilia con la moglie quando capisce da che parte stanno i veri valori.

Banale.

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L’evoluzione di Jane, Cathleen Schine

L’evoluzione di Jane va intesa in senso psicologico e letterale: l’Evoluzione darwiniana.

La vicenda ha luogo alle Galapagos, dove Darwin ha effettuato alcuni degli studi più importanti per il pensiero contemporaneo.

Jane, reduce da un divorzio, è in crisi. Sua madre, per aiutarla, le regala un viaggio alle Galapagos. Jane scoprirà che la guida locale è Martha, la sua migliore amica di gioventù (nonché lontana cugina) che, da quando non è più tale, è diventata una sua ossessione: perché l’amicizia è finita? Cosa ha fatto perché Martha sparisse dalla sua vita? E come inizia un’amicizia? Che cos’è?

Le domande si accumulano insieme ai ragionamenti sulla speciazione e alle esperienze naturalistiche. A complicare le cose ci si mette una (forse) presunta faida familiare: che sia stata la faida la causa della rottura?

La Schine sa scrivere. Tuttavia ho trovato poco allettante il modo in cui ha affrontato il tema dell’amicizia femminile. Jane è una classificatrice a manetta. Ha bisogno di sezionare e riflettere fino all’assurdo. Una persona molto cervellotica, pesante.

Sì, arriverà a maturare, ma prima di farlo, ci costringe a seguire le sue elucubrazioni inutili.

La Schine è una grande osservatrice del comportamento umano: può fare di meglio.

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