Category Archives: Scrittori americani

Un uomo sulla soglia, Nicole Krauss

Samson Green, rispettato professore di letteratura, perde la memoria degli ultimi vent’anni in seguito all’asportazione di un tumore benigno. Non riconosce più la moglie né gli amici: ricorda solo i suoi primi dodici anni di vita.

Viene contattato da uno strano dottore che gli propone di diventare l’output di un esperimento psicologico: fare da ricettore di un ricordo altrui. Samson, che senza ricordi si trova più solo che mai, si lascia trascinare dall’affascinante dottor Ray, ma quando si ritrova con in testa il ricordo dell’esplosione di una bomba atomica, dà di matto, si sente più incompreso che mai, tradito.

Alla ricerca di qualcosa che lo leghi alla sua vera identità, si ritroverà davanti a una magnolia, il luogo dove ha seppellito le ceneri della madre, di cui non ricorda neanche la morte.

La trama è scarna ma la Krauss ha disseminato il libro di riflessioni che spaziano dalla solitudine all’amore, dall’empatia alla necessità delle abitudini.

Il romanzo inizia con un ricordo che Samson, suo malgrado, si ritroverà in testa, e finisce con una scena che lui, suo malgrado, non ricorda più: una simmetria leggera ma significativa.

E il bello è che Samson non desidera neanche ricordare: non sa cosa ha perso, dunque non sente il bisogno di riprenderselo.

E’ interessante anche la trama di riflessioni sui ricordi: siamo ricordo. Se non c’è ricordo, non ci sono abitudini, non c’è identità, e gli altri non possono più riconoscerci. Ma senza ricordi, siamo una tabula rasa aperta al momento presente.

E’ un romanzo che non si dipana nel tempo, ma nello spazio di una psiche.

Non è definibile. Lo chiudi e ti chiedi quante riflessioni puoi farci sopra.

Advertisements

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., Scrittori americani

Gesù dell’Apocalisse, Barbara Thiering

Ragazzi, pensavo che gli estremisti fossero ridicoli, ma devo dire che anche certuni che si fanno passare per Esperti non sono da meno…

Lettura sospesa quando ho trovato questo passo (trad. mia):

Gesù si è svegliato da una morte apparente. (…) quando Gesù ha gridato “ho sete”, gli è stata dato, come da lui organizzato, un veleno per commettere suicidio. Ma il veleno aveva bisogno di diverse ore per agire, e quando i due ‘ladri” (zeloti) sono stati portati nella grotta con lui, gli hanno dato la medicina che i suoi amici avevano fornito: una enorme quantità di aloe, il succo che ha agito come purgante.

La tesi di questa dottoressa (?) è che il libro dell’Apocalisse non è un insieme di immagini teologiche, ma una vera e propria raccolta storica di fatti accaduti dopo la morte di Gesù, che non è morto, ma è diventato un capo militare che ha lottato riprendere i territori conquistati dai romani.

Dunque, sempre secondo questa Thiering, i quattro cavalieri dell’apocalisse, i sette sigilli, la bestia del 666 ecc… andrebbero reinterpretati in modo totalmente diverso dalla teologica ufficiale, rifacendosi a un codice scoperto da lei nei codici di Qumran.

Dunque Gesù sarebbe morto nel 70 d.C. e la sua missione sarebbe stata poi presa in mano dal figlio.

No, davvero, non ce la faccio a continuare.

Che delusione.

 

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., Saggi, Scrittori americani

Libri in fuga, André Schiffrin @volandedizioni

Che bella vita, quella di Schiffrin.

Figlio di un intellettuale russo, ha continuato il mestiere del padre, quello di editore. Ma non un editore come quelli che abbiamo oggi in giro: padre e figlio credevano nella capacità dei libri di cambiare le idee della gente. O, almeno, di far sì che la gente si ponesse delle domande, o che mettesse in dubbio le versioni ufficiali fatte girare dal governo e dalla stampa di regime.

Allo scoppio della seconda guerra Mondiale, la famiglia Schiffrin riesce, dopo molti tentativi andati a vuoto, a scappare negli Stati Uniti. E’ qui che Andrè cresce, come uno studente americano, anche se sui generis: quando, a partire dai 13 anni, scopre quanto è interessante la politica di quel periodo, non smetterà più di occuparsene.

Vicino alle idee riformiste di sinistra, finirà spesso nel mirino dell’FBI e della CIA, soprattutto durante il maccartismo: è interessante l’analisi che fa della società in quel periodo e delle conseguenze che tale paura strisciante farà ricadere fino ai giorni nostri.

In questa autobiografia parla anche dell’antisemitismo e delle università americane ed inglesi (studierà due anni a Cambridge); ma parla soprattutto della sua attività di editore, prima presso la Pantheon e poi, quando la Pantheon viene fatta fuori dalle strategie del profitto, presso la New Press.

Nelle ultime pagine si sente tutta la sua nostalgia per i bei tempi andati in cui gli editori facevano il loro mestiere, quando le case editrici non erano parte di enormi e fagocitanti gruppi orientati al solo profitto (solo un dato: all’inizio degli anni Cinquanta a New York c’erano 350 libreria, dieci volte più di oggi).

E poi, cita una miriade di intellettuali che ha conosciuto di persona: non solo Gide, gran amico di suo padre, ma anche Chomsky, Sartre, De Beauvoir, Leonard Woolf, Hobsbawm, Amartya Sen e molti altri.

Non mancano le stoccate al “nostro” Berlusconi e a Bush:

L’indipendenza dell’editoria è stata duramente limitata quando è diventata proprietà di grandi gruppi. Ci sono voluti due anni prima che grandi case editrici iniziassero a pubblicare libri che denunciavano le menzogne dell’amministrazione Bush, e molti di questi titoli sono diventati dei best seller. Sono convinto che se la stampa e le case editrici lo avessero fatto da subito, Bush non avrebbe portato il paese alla disastrosa guerra irachena.

La libertà della stampa è importante. Non ce rendiamo conto, ma influenza le nostre vite: pensiamo al caso sopra riportato della guerra irachena…. ragazzi: una guerra! Si poteva evitare. Così come si potrebbero evitarne altre se l’opinione pubblica si informasse e leggesse vere informazioni e veri approfondimenti.

Invece siamo inondanti da riviste di gossip e cacche varie, da TG che parlano in tono pietoso di cani abbandonati e, subito dopo, di veline e calciatori; e, poi, da libri ad alta diffusione e basso prezzo che trattano di storielle a lieto fine e improbabili serial killer. Stiamo copiando il peggio dell’America.

 

1 Comment

Filed under autobiografie, Libri & C., Saggi, Scrittori americani, Scrittori francesi

La casa della gioia, Edith Wharton @CasaLettori

Lasciatemi un attimo, che mi riprenda dalla drammatica fine di questo romanzo…

Ecco, adesso ce la faccio.

Lily Bart è una bellissima donna della New York dei primi anni del Novecento. Viene da una famiglia caduta in rovina, è orfana, senza mezzi, ma è abituata al lusso e dotata di modi squisiti, e indispensabili, per l’alta società del tempo. Per queste ragioni, le signore se la contendono come fosse un trofeo da mostrare alle numerose feste della Saison.

Ma la vita che conduce, costringe Lily a spendere più di quello che la sua magra rendita e l’aiuto di una vecchia zia le permettono. L’unica soluzione davvero definitiva sarebbe sposare un ricco. E le occasioni non le mancano, data la sua bellezza e la sua grazia.

Eppure… eppure finisce sempre col mettersi nei guai. Parlerei quasi di autosabotaggio.

Perché Lily, in fondo, pur anelando ad appartenere a quel mondo pieno di luci, ne sente anche la vacuità.

Non è un personaggio facile, Lily. La sua smania di lusso me la fa sentire estranea, all’inizio: la nostra mentalità moderna ce la rende incomprensibile, soprattutto quando capiamo che si innamora del giovane e intelligente avvocato Selden, ma che non accetta di sposarlo perché lui non può garantirle il lusso che lei vorrebbe.

Pian piano Lily scende nella scala sociale, di gradino in gradino, fino a una delle infamie più dissacratorie: la necessità di lavorare per vivere (sob!!).

Lily Bart è un essere combattuto, che si comporta esternamente in un modo ma che, internamente, critica ciò che fa e le ragioni per cui è costretta a farlo. Le astuzie a cui si riduce per accalappiarsi i ricconi sono rese possibili dalla sua intelligenza e dalla sua capacità di indagare i fini ultimi delle persone; eppure tutto ciò non basta, e Lily finirà male. Molto male. Quando sembra che ci sia un filo di luce, un’ombra di redenzione… niente, finisce male.

Il finale tragico è inevitabile per due ragioni:

  1. l’orgoglio.
  2. L’educazione.

Sono questi i due diavoli che impediscono a Lily e Selden di capirsi; e sebbene le regole di quella società siano molto diverse dalla nostra, i moventi del comportamento individuale sono sempre gli stessi. Si cercano i soldi, per ottenere altro. Ma alla fine i soldi diventano lo scopo, e lo scambio tra obiettivo e mezzi diventa fatale.

Edith Wharton doveva fare la psicologa: certe sfumature emotive solo una psicologa (donna) poteva illuminarle così.

Solamente un neo nel libro: questa edizione è piena di refusi.

3 Comments

Filed under book, Libri & C., Scrittori americani

Olive Kitteridge, Elizabeth Strout @Fazieditore

Da leggere!

Olive Kitteridge è una insegnante di matematica, sarcastica, antipatica, dai commenti sferzanti; è sposata con Henry, mite e gentile proprietario di un negozio di ferramenta.

La storia che leggiamo in questa pagine non è solo la loro: vediamo scorrere davanti agli occhi la vita di tante persone della provincia del Maine. Alla fine, il romanzo è più una raccolta di racconti, uniti dalla presenza di Olive.

Le storie vengono raccontate nel corso degli anni: Henry ad un certo punto deve vendere il negozio, Olive va in pensione, ad Henry viene un ictus, il figlio Chistopher si sposa, divorzia e si risposa… Le piccole e grandi cose che possono succedere in una vita normale. Ma questo libro riesce a trasmetterci il piacere delle verità umili: una di questa è che le persone non le possiamo mai conoscere davvero. Ad esempio: Olive è caustica, scostante, eppure si scopre che a guidarla è una paura di fondo.

E poi, frasi come questa qui sotto, valgono la pena di leggere tutto:

(…) se l’amore era disponibile, lo si sceglieva, o non lo si sceglieva. E se il piatto di Olive era stato pieno della bontà di Henry e lei lo aveva trovato gravoso, limitandosi a mangiucchiare qualche briciola alla volta, era perché non sapeva quello che tutti dovrebbero sapere: che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l’altro.

 

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., Scrittori americani

Alaska, Brenda Novak @GiuntiEditore

Comprato a 9,9 euro all’autogrill. Mi era venuto il dubbio che fosse in offerta perché di bassa qualità… ma aveva una copertina così invitante, e poi avevo voglia di “vedere” un po’ l’Alaska, insomma, l’ho letto.

Ecco qui solo alcuni dei difetti che mi sento di segnalarvi:

a) l’amicizia tra la dottoressa Talbot e Lorraine, la prima vittima, non è resa bene: non basta dire che erano amiche, e che la dottoressa l’ha ospitata a casa sua dopo la separazione di Lorraine dal marito. Il rapporto non si sente, non traspare: non viene mostrato.

b) l’auto che non va in moto e che costringe il poliziotto ad ospitare la protagonista a casa sua per la notte è più banale di un’unghia incarnita.

c) il poliziotto bello, giovane, rispettosissimo, paziente, intelligente, dalle spalle ampie è più banale di un’unghia smaltata.

d) non si vede l’Alaska. Si vede solo la neve, ma non c’è una descrizione di una, dico una, casa o costruzione. Non so come sono fatte le strade, non so se per arrivare da un posto all’altro bisogna attraversare boschi o fabbriche. L’Alaska qui non c’è.

e) gli spostamenti delle persone sono incompleti. Da un momento all’altro te li trovi in una stanza o per strada e non hai letto da nessuna parte che si erano mossi.

f) per tutto il romanzo ti parlano di un episodio in cui Jasper si è fatto vivo dopo venti anni di latitanza. E’ successo l’estate precedente alla vicenda del romanzo. Ma non si sa come è successo, come è iniziato, perché è andato a buon fine (per la dottoressa). Non si sa niente.

g) i dialoghi tra la Talbot e il poliziotto figo sono molto improbabili. Si trovano nel mezzo di una possibile evasione di serial killer dal carcere di massima sicurezza e loro stanno a parlare di come e quando, vista la storia pregressa di Evelyn, potrebbero far sesso.

h) tralascio la banalità dei tempismi di apparizione di Glenn e Garza nella scena finale.

i) la direttrice del carcere è in Nuova Zelanda per il matrimonio della figlia, e per tutta la durata della vicenda non c’è modo di contattarla. Improbabile. Una con una responsabilità del genere deve essere sempre rintracciabile, matrimonio-della-figlia una mazza.

Eppure… sono arrivata alla fine della lettura. E che volete farci, dovevo capire se l’assassino era quello che avevo individuato fin dalle prime pagine!

Era quello.

E se una incapace come me lo ha capito fin da subito, allora il libro è proprio un thriller da poco.

Leave a comment

Filed under book, Libri & C., Scrittori americani

Saggi scettici, Bertrand Russell

Che pensatore meraviglioso… sfido io che abbia avuto una sfilza di donne.

Avvocato di un tipo di razionalità che chiamerei umanitaria, ci ha regalato una serie di saggi che ci mettono in guardia dai sogni campati in aria e dalle credenze erronee, facendoci ragionare sul fatto che, più spesso di quel che pensiamo, agiamo in forza dell’abitudine, piuttosto che di un piano razionale.

Sono eccezionali ed attualissime le parti in cui parla della libertà di pensiero e dei suoi ostacoli, riferendosi non tanto alla censura vera e propria, quanto agli ostacoli più sottili: quelli economici/professionali e quelli emotivi. Ad esempio, nelle università americane è difficile lavorare se non dimostri di essere omologato ad un certo tipo di pensiero; ma più in generale, chi non dispone di mezzi propri ha difficoltà ad esprimere il proprio sincero punto di vista se questo può mettere a repentaglio le sue fonti di reddito (e Russell propone anche un paio di esempi che lo hanno toccato personalmente).

E poi, guardiamo agli elementi necessari alla formazione di uno spirito critico. Per esempio, l’educazione: attualmente, qui come là, oggi come allora,

viene diretta al fine non di fornire la vera conoscenza, ma di rendere gli uomini docili alla volontà dei loro padroni.

L’educazione mira a impartire informazione senza impartire intelligenza. (…) non si desidera che la gente comune sappia pensare per conto proprio, perché si sente che il popolo che pensa per contro proprio è difficile a maneggiarsi e crea difficoltà amministrative.

Altro elemento che influisce sullo spirito critico è la propaganda. E non crediamo di esserne immuni:

Le riserve di fronte alla propaganda derivano non soltanto dal suo rivolgersi all’irrazionale, ma ancor più dallo sleale vantaggio ch’essa dà ai ricchi e ai potenti. Che le diverse opinioni abbiano uguali possibilità di manifestazione è un requisito essenziale se si vuole che vi sia vera libertà di pensiero.

Mi direte: ma oggi ci sono i social, che al tempo di Russell non c’erano. Posso dire quello che voglio sulla mia pagina Facebook, no? Bè, certo, ma chi ti ascolta, nel mare di informazioni e stronzate in cui lo scrivi? L’eccesso di informazioni oggi agisce come una forma di censura.

E poi, sentite questa Verità:

Se si vuole che al mondo esista la tolleranza, una delle cose insegnate a scuola dovrà essere l’abitudine a pesare le prove, e a non dare completo assenso alle affermazioni che non ci sia ragione di ritenere vere. Ad esempio, occorrerebbe insegnare l’arte di leggere i giornali.

Prendete il nostro presente: quanti vanno in escandescenze quando leggono un articolo su un nero che ha violentato una bianca? E quanti si rendono conto che statisticamente gli abusi sessuali compiuti da extracomunitari sono una minoranza rispetto a quelli compiuti dagli italiani? Solo che gli stupri compiuti da italiani fanno vendere meno giornali…

Per quanto questi saggi siano stati scritti sotto minaccia di guerra atomica, e nonostante i ripetuti esempi che si rifanno all’Urss,  li trovo attualissimi. C’è poi una parte in cui spiega perché non ci si può fidare di un governo di tecnici: eccezionale!

Ci manca del tutto

l’abitudine di tener conto di tutte le prove rilevanti prima di arrivare a creder una cosa.

Oggi si parla di fake news.

 

 

3 Comments

Filed under Libri & C., purposes, Saggi, Scrittori americani