Category Archives: Scrittori americani

Olive Kitteridge, Elizabeth Strout @Fazieditore

Da leggere!

Olive Kitteridge è una insegnante di matematica, sarcastica, antipatica, dai commenti sferzanti; è sposata con Henry, mite e gentile proprietario di un negozio di ferramenta.

La storia che leggiamo in questa pagine non è solo la loro: vediamo scorrere davanti agli occhi la vita di tante persone della provincia del Maine. Alla fine, il romanzo è più una raccolta di racconti, uniti dalla presenza di Olive.

Le storie vengono raccontate nel corso degli anni: Henry ad un certo punto deve vendere il negozio, Olive va in pensione, ad Henry viene un ictus, il figlio Chistopher si sposa, divorzia e si risposa… Le piccole e grandi cose che possono succedere in una vita normale. Ma questo libro riesce a trasmetterci il piacere delle verità umili: una di questa è che le persone non le possiamo mai conoscere davvero. Ad esempio: Olive è caustica, scostante, eppure si scopre che a guidarla è una paura di fondo.

E poi, frasi come questa qui sotto, valgono la pena di leggere tutto:

(…) se l’amore era disponibile, lo si sceglieva, o non lo si sceglieva. E se il piatto di Olive era stato pieno della bontà di Henry e lei lo aveva trovato gravoso, limitandosi a mangiucchiare qualche briciola alla volta, era perché non sapeva quello che tutti dovrebbero sapere: che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l’altro.

 

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Alaska, Brenda Novak @GiuntiEditore

Comprato a 9,9 euro all’autogrill. Mi era venuto il dubbio che fosse in offerta perché di bassa qualità… ma aveva una copertina così invitante, e poi avevo voglia di “vedere” un po’ l’Alaska, insomma, l’ho letto.

Ecco qui solo alcuni dei difetti che mi sento di segnalarvi:

a) l’amicizia tra la dottoressa Talbot e Lorraine, la prima vittima, non è resa bene: non basta dire che erano amiche, e che la dottoressa l’ha ospitata a casa sua dopo la separazione di Lorraine dal marito. Il rapporto non si sente, non traspare: non viene mostrato.

b) l’auto che non va in moto e che costringe il poliziotto ad ospitare la protagonista a casa sua per la notte è più banale di un’unghia incarnita.

c) il poliziotto bello, giovane, rispettosissimo, paziente, intelligente, dalle spalle ampie è più banale di un’unghia smaltata.

d) non si vede l’Alaska. Si vede solo la neve, ma non c’è una descrizione di una, dico una, casa o costruzione. Non so come sono fatte le strade, non so se per arrivare da un posto all’altro bisogna attraversare boschi o fabbriche. L’Alaska qui non c’è.

e) gli spostamenti delle persone sono incompleti. Da un momento all’altro te li trovi in una stanza o per strada e non hai letto da nessuna parte che si erano mossi.

f) per tutto il romanzo ti parlano di un episodio in cui Jasper si è fatto vivo dopo venti anni di latitanza. E’ successo l’estate precedente alla vicenda del romanzo. Ma non si sa come è successo, come è iniziato, perché è andato a buon fine (per la dottoressa). Non si sa niente.

g) i dialoghi tra la Talbot e il poliziotto figo sono molto improbabili. Si trovano nel mezzo di una possibile evasione di serial killer dal carcere di massima sicurezza e loro stanno a parlare di come e quando, vista la storia pregressa di Evelyn, potrebbero far sesso.

h) tralascio la banalità dei tempismi di apparizione di Glenn e Garza nella scena finale.

i) la direttrice del carcere è in Nuova Zelanda per il matrimonio della figlia, e per tutta la durata della vicenda non c’è modo di contattarla. Improbabile. Una con una responsabilità del genere deve essere sempre rintracciabile, matrimonio-della-figlia una mazza.

Eppure… sono arrivata alla fine della lettura. E che volete farci, dovevo capire se l’assassino era quello che avevo individuato fin dalle prime pagine!

Era quello.

E se una incapace come me lo ha capito fin da subito, allora il libro è proprio un thriller da poco.

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Saggi scettici, Bertrand Russell

Che pensatore meraviglioso… sfido io che abbia avuto una sfilza di donne.

Avvocato di un tipo di razionalità che chiamerei umanitaria, ci ha regalato una serie di saggi che ci mettono in guardia dai sogni campati in aria e dalle credenze erronee, facendoci ragionare sul fatto che, più spesso di quel che pensiamo, agiamo in forza dell’abitudine, piuttosto che di un piano razionale.

Sono eccezionali ed attualissime le parti in cui parla della libertà di pensiero e dei suoi ostacoli, riferendosi non tanto alla censura vera e propria, quanto agli ostacoli più sottili: quelli economici/professionali e quelli emotivi. Ad esempio, nelle università americane è difficile lavorare se non dimostri di essere omologato ad un certo tipo di pensiero; ma più in generale, chi non dispone di mezzi propri ha difficoltà ad esprimere il proprio sincero punto di vista se questo può mettere a repentaglio le sue fonti di reddito (e Russell propone anche un paio di esempi che lo hanno toccato personalmente).

E poi, guardiamo agli elementi necessari alla formazione di uno spirito critico. Per esempio, l’educazione: attualmente, qui come là, oggi come allora,

viene diretta al fine non di fornire la vera conoscenza, ma di rendere gli uomini docili alla volontà dei loro padroni.

L’educazione mira a impartire informazione senza impartire intelligenza. (…) non si desidera che la gente comune sappia pensare per conto proprio, perché si sente che il popolo che pensa per contro proprio è difficile a maneggiarsi e crea difficoltà amministrative.

Altro elemento che influisce sullo spirito critico è la propaganda. E non crediamo di esserne immuni:

Le riserve di fronte alla propaganda derivano non soltanto dal suo rivolgersi all’irrazionale, ma ancor più dallo sleale vantaggio ch’essa dà ai ricchi e ai potenti. Che le diverse opinioni abbiano uguali possibilità di manifestazione è un requisito essenziale se si vuole che vi sia vera libertà di pensiero.

Mi direte: ma oggi ci sono i social, che al tempo di Russell non c’erano. Posso dire quello che voglio sulla mia pagina Facebook, no? Bè, certo, ma chi ti ascolta, nel mare di informazioni e stronzate in cui lo scrivi? L’eccesso di informazioni oggi agisce come una forma di censura.

E poi, sentite questa Verità:

Se si vuole che al mondo esista la tolleranza, una delle cose insegnate a scuola dovrà essere l’abitudine a pesare le prove, e a non dare completo assenso alle affermazioni che non ci sia ragione di ritenere vere. Ad esempio, occorrerebbe insegnare l’arte di leggere i giornali.

Prendete il nostro presente: quanti vanno in escandescenze quando leggono un articolo su un nero che ha violentato una bianca? E quanti si rendono conto che statisticamente gli abusi sessuali compiuti da extracomunitari sono una minoranza rispetto a quelli compiuti dagli italiani? Solo che gli stupri compiuti da italiani fanno vendere meno giornali…

Per quanto questi saggi siano stati scritti sotto minaccia di guerra atomica, e nonostante i ripetuti esempi che si rifanno all’Urss,  li trovo attualissimi. C’è poi una parte in cui spiega perché non ci si può fidare di un governo di tecnici: eccezionale!

Ci manca del tutto

l’abitudine di tener conto di tutte le prove rilevanti prima di arrivare a creder una cosa.

Oggi si parla di fake news.

 

 

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Augustus, John Williams

Il vantaggio di essere affetta da ignoranza (di ritorno) è che quando leggi un romanzo storico come questo sei ancora capace di meravigliarti: oh, Augusto ha mandato in esilio sua figlia! Wow, Giulia era quasi ninfomane! Ehi, a Cicerone hanno tagliato testa e mani!

Al di là delle mie personali scoperte, ad ogni modo, una cosa è sicura: gli uomini e le donne usano la loro intelligenza più per rendersi la vita impossibile che per vivere felici.

La quotidianità ai tempi di Augusto doveva essere una melma: guerre, saccheggi, nubifragi, pirateria, intrighi di corte, tradimenti, faticose alleanze, spionaggio… nessuno, dal più povero contadino al più ricco possidente, poteva godersi i suoi giorni in santa pace, per un motivo o per l’altro. E se Augusto è riuscito a far vivere all’impero un breve periodo di pax romana, lo ha fatto solo a scapito della sua propria, di pace.

Il romanzo ricostruisce la storia di Augusto tramite lettere, diari, memorie e spacci militari: questo permette all’autore di esplorare i diversi punti di vista sulle stesse vicende. Si prende in considerazione il periodo che va dall’assassinio di Cesare, fino alla morte di Augusto, con un breve postscritto costituito dalla lettera che il medico dell’imperatore scrive nientepopodimeno che a Seneca: ma è una lettera che lascia presagire nere nuvole all’orizzonte, per lo meno nell’ottica di Williams, quando, citando Nerone, si chiamavano in causa le peggiori sciagure (credo che la storiografia successiva abbia rivisitato la figura di questo controverso suonatore di lira).

Se i cittadini italiani avessero la metà del senso dello stato che aveva Augusto, il nostro paese non sarebbe ridotto così. Mi sono però resa conto che gli italiani appena prendono in mano il potere non capiscono più una mazza: non è più questione di buoni e cattivi, di repubblica contro tirannia. E’ tutto il sistema etico che viene rovesciato, è l’io-vinco-contro-di-te.

Per non parlare di mariti e mogli: i matrimoni erano soltanto combinati allo scopo di consolidare il potere, e a questa usanza si sono adattati tutti, dal saggio Augusto alla moglie Livia. Una volta, col film Antonio e Cleopatra, (quello classico, con la Liz Taylor) credevo (quanti anni avevo, cinque? sei?) che loro due si volessero un po’ di bene… macchè! Bando alle ingenuità: Cleopatra mirava al potere, e quando ha visto che la guerra contro Augusto buttava male, non ha esitato a mollare là il suo consorte. Ma pure prima, non si fidava di lui, e si serviva di spie per controllare cosa combinava durante le sue campagne di guerra.

Veramente un bel romanzo che bisogna assolutamente leggere, per quanto sia tragico: ci fa capire che gli esseri umani sono sempre gli stessi.

 

 

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Armi, acciaio e malattie, Jared Diamond @Einaudiedizioni

Le domande attorno a cui Diamond ha costruito questo saggio possono essere del tipo: come mai ci sono paesi ricchi e paesi poveri nel mondo? Dipende dalla razza, dalle effettive differenze biologiche ed intellettuali dei popoli che li abitano o da qualche altra ragione? Perché gli europei hanno invaso e conquistato le Americhe e non viceversa?

Sembrerebbero questioni di poco conto, per chi ha a che fare con bollette, costo della benzina e orari di scuola dei figli. In realtà, il nostro presente è strettamente legato al passato, anche remoto, e i nostri comportamenti contemporanei, senza alcune conoscenze di base, rischiano di essere traviati da visioni simil-razziste.

La teoria di Diamond è che tutto si può far risalire a delle caratteristiche biogeografiche. A ben cercare la causa ultima delle differenze tra i popoli, ci si accorge che l’ambiente è risultato essere l’elemento più importante del progresso. I paesi che, favoriti da climi gentili e conformazioni orografiche accettabili, sono riusciti a sviluppare prima di altri l’agricoltura e l’allegamento di animali, hanno maturato un vantaggio che è risultato essenziale (anche se in alcuni casi è stato smangiucchiato da altri fattori).

Da qui è nata una catena di cause ed effetti che ha portato a surplus alimentari, che hanno causato l’aumento della popolazione e la possibilità di mantenere delle figure dedite ad attività diverse dalla produzione di cibo (produttori di utensili, inventori, scrittori, amministratori…). Le conoscenze acquisite si sono poi espanse nel mondo ma non in modo uniforme: era più facile che si espandessero sull’asse est-ovest, piuttosto che nord-sud, e questo dipendeva direttamente dal posizionamento dei continenti sul planisfero.

Agricoltura ed allevamento dunque sono stati i due sproni principali alla differenziazione dei popoli. E questi due cardini dipendevano dall’ambiente. Proviamo ad esempio ad immaginare gli animali di grossa taglia in Africa: sono addomesticabili? Per definirli addomesticabili bisogna far riferimento a una serie di caratteristiche: abitudini alimentari (non si possono prendere in considerazione gli animali carnivori, perché mangerebbero più calorie di quelle che aiutano a coltivare); tasso di crescita (quanti anni ci vogliono perché un gorilla diventi adulto?), riproducibilità in cattività, carattere, tendenza al panico, struttura sociale… senza animali che aiutino nei lavori dei campi, la produzione totale deve affidarsi alla sola forza umana. Senza contare che gli animali di piccola taglia non danno alcun aiuto in guerra. E che senza una vita a stretto contatto con certi animali, non si sviluppano anticorpi alle malattie contagiose (pensiamo alle stragi causate dal vaiolo tra gli indigeni amerindi).

Ho riassunto in modo blasfemo un processo per il quale Diamond ha impiegato quasi 400 pagina a illustrare…

Le cause remote delle differenze tra i popoli non posso riassumerle nel post di un blog; perfino Diamond ammette quante lacune ci rimangono ancora da chiarire (ad esempio: i giapponesi sono discendenti dei coreani o i coreani sono discendenti dai giapponesi?). Il consiglio che posso dare è di leggere il libro: si scoprono tante cosette interessanti. Ad esempio, perché la scrittura nasce (quando nasce!) o perché si diffonde (quando si diffonde!); come la linguistica può aiutare nel comprendere come si sono spostati i popoli; quanto importanti sono state le immondizie antiche per i paleontologi!

Si capisce anche, però, perché certi istituti politici siano essenziali per il progresso di un paese, anche a livello tecnologico; ad esempio: oggi la Mezzaluna Fertile non è più fertile, ma è solo una questione di cambio climatico o c’è di mezzo un c.d. “suicidio ecologico”? E perché in Cina sono state abbandonate scoperte, come l’orologio e altra tecnologia meccanica?

Non ci dovete fare un esame, su questo testo, ma leggetelo: certe domande è meglio farsele.

 

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Le lacrime di Nietzsche, Irvin D. Yalom @NeriPozza

Bel libro: mi sento di suggerirlo a tutti gli amanti dei romanzi, non solo a chi si interessa di psicanalisi e filosofia.

Yalom, psichiatra e scrittore, parte dai dati anagrafici, reali, di personaggi storici (Nietzsche, Lou Salomè, Breuer, Sigmund Freud…) per farne un romanzo di fantasia, ma senza mai allontanarsi dalla verosimiglianza dei caratteri per quanto se ne può trarre da testi e testimonianze scritte; tranne forse nel caso di Lou Salomè, che difficilmente si sarebbe sentita in colpa per aver rifiutato di sposare Nietzsche, almeno al punto da ricorrere a un medico per aiutarlo. Ma non c’è rischio di confondere fantasia e realtà, perché l’autore alla fine ci spiega cosa ha inventato e cosa no.

Le malattie (o la malattia) di Nietzsche sono un mistero clinico difficile da svelare. Breuer, nel romanzo, dandone un’interpretazione, quasi giunge a una forma di guarigione: e se non ci giunge del tutto, questo dipende da Nietzsche. Ma non posso dirvi di più, altrimenti svelo troppo.

Quello che posso dire, è che nel romanzo è ben delineata l’amicizia che nasce tra il filosofo e il medico, nonostante i blocchi emotivi di entrambi; e sebbene il rapporto medico-paziente venga rivisto in modo originale – ribaltato, direi –  alla fine entrambi riescono a imparare qualcosa su se stesso e sull’altro. Merito della logoterapia, la terapia della parola, che riesce non sono a creare un’amicizia, ma anche a farci conoscere personaggi storici nel loro carattere, nei loro pregi e difetti (perché, diciamolo, Nietzsche aveva dei problemi con le donne…).

L’insegnamento generale che ne ho ottenuto, però, non è tanto nozionistico: non gira attorno alla storia del pensiero o della filosofia. L’insegnamento che si ottiene da questo libro è che nella solitudine non si guarisce.

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Come un fucile carico, Lyndall Gordon @FaziEditore

Questa non è una biografia come ce ne sono tante: il suo scopo non è quello di proporci una lista dei fatti della vita di una poetessa, quanto di farci riflettere sulla difficoltà di capire CHI c’è dietro un nome famoso e, a volte, riverito. In questo caso, parliamo di Emily Dickinson.

Si parte, certo, dai fatti. Almeno da quelli che si possono appurare, coi dovuti limiti posti dal tempo.

Emily Dickinson ha avuto una vita ritiratissima, forse ciò ha contribuito in parte a creare la sua leggenda. Per motivi che la Gordon cerca di appurare, la poetessa non usciva mai dalla sua stanza: comunicava con pochi amici e parenti selezionati tramite pizzini, cartine, brevi messaggi annotati su qualunque tipo di supporto cartaceo le capitasse in mano. Ma era una poetessa: in questi stralci di carta non ci troviamo liste della spesa o elenchi di cose da fare: tutto è transunstanziato in immagini, a volte oscure.

Poi c’erano le lettere, e le poesie a tutto tondo: ad un certo punto, la poetessa ha iniziato a raccoglierle in libricini fatti a mano da lei stessa.

Ma quando è morta, sono cominciate le difficoltà.

Chi era Emily Dickinson? Chi ne ha tramandato la figura?

Dopo la sua morte, è iniziata una faida all’interno della sua famiglia per accaparrarsi il diritto di trasmettere ai posteri la verità sulla poetessa. Da un lato, sua cognata Sue, moglie dell’amato (ma anche criticabile) fratello Austin: Sue aveva costruito con Emily un rapporto molto forte, ma tale rapporto non è sempre giunto fino a noi, perché messo in ombra tramite omissioni e bugie, dall’amante di Austin, Mabel.

Attenzione: Mabel non era quella cacciatrice di dote che si potrebbe pensare. Voleva sì elevarsi socialmente, ma nonostante fosse una fedifraga, è a lei che si deve l’enorme lavoro di raccolta e sistemazione delle carte di Emily Dickinson (e solo se costretta ammetteva di non averla mai vista in viso).

Poi c’era la vera sorella di Emily, Lavinia, che nonostante volesse davvero bene alla poetessa, si è lasciata trascinare un po’ dalle due parti in lizza.

Nonostante tutto quello che le parti in causa hanno scritto su Emily Dickinson, molti sono stati i silenzi. Secondo la teoria di Lyndall Gordon, il primo importantissimo silenzio riguardava il motivo per cui la Dickinson non usciva mai di casa: soffriva di epilessia. Nella seconda metà dell’Ottocento, questa era una malattia vergognosa, soprattutto per le donne, che si doveva nascondere a tutti i costi. Si è spesso certato di travisare la verità scrivendo che la poetessa rimaneva segregata per via di un amore deluso…

Si è anche trasmessa un’idea della poetessa come donna eterea, senza bisogni fisici, quasi. Cosa che non era vera, e la Gordon ce lo spiega.

Altro grande silenzio, era la relazione tra Mabel e Austin Dickinson: chi ne ha fatto le spese, però, è stata solo Mabel, perché Austin era un avvocato importante di una famiglia importante (insomma: era un uomo); è interessante seguire pagina per pagina come si evolve un processo tra la famiglia Dickinson e Mabel senza che l’adulterio (doppio) venga mai pronunciato.

La faida è continuata anche nella seconda generazione. Le persone, gli esseri umani, si lasciano accecare dalle emozioni. Per decenni le debolezze umane hanno dato un’immagine della Dickinson poco veritiera.

Io non leggo poesia. Le poche che ho letto in questa biografia non le avrei capite se non ci fosse stata una spiegazione della Gordon.

Mai come in questa biografia mi sono trovata davanti alle prove dell’inconoscibilità dell’essere umano.

Non mi lamenterò se finalmente

quelli che ho amato qui

avranno il beneficio di capire

il motivo per cui li evitai tanto –

Svelarlo allevierebbe questo cuore

ma strazierebbe il loro –

 

 

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