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L’incanto del benessere (Paul Krugman)

Vi siete mai chiesti perché i politici prendono certe decisioni al posto di altre in materia economica?

Qualcuno può rispondere: perché si affidano agli economisti.

Ebbene, la risposta è parziale. Perché una cosa sono gli economisti, di solito accademici che scrivono per i pochi iniziati capaci di capirli, e un’altra cosa sono gli imprenditori politici, personaggi, di solito giornalisti (ma a volte anche economisti) che sanno come scrivere per il pubblico.

Ebbene, le due figure sono molto diverse. Di solito i politici non si affidano ad economisti tout court, perché le teorie economiche sono molto complesse e fanno ricorso a troppa aritmetica per riuscire a far colpo sull’elettorato. Ecco l’entrata in scenda, dunque, degli imprenditori politici, bravi divulgatori, spesso con un background economico, ma che, proprio per risultare “simpatici” al grande pubblico, spesso peccano di semplificazione (ed è per questo che, anche se di origini accademiche, spesso sono “ripudiati” dai colleghi).

Ai politici di professione questo importa poco: l’importante è convincere la gente a votare in un certo modo, e per farlo è più utile un professionista che sappia creare una narrazione efficace. Spesso un governo si scegli i i consulenti perché il loro discorso economico si adatta meglio alle idee che il governo ha già in testa.

Krugman sostiene questa tesi analizzando gli anni della politica repubblicana negli Stati Uniti dal 1973 fino al 1993 (il libro è uscito nel 1994).

Al di là di un ripasso generale sulle teorie keynesiane, monetariste e offertiste, Krugman commenta le decisioni politiche prese da dodici anni di governo di destra (Reagan e Bush) cercando di essere il più possibile super partes (lui sarebbe di estrazione keynesiana).

Infatti, io mi aspettavo che dicesse peste e corna del liberismo, invece è saltato fuori che i conservatori non hanno poi causato quel caos infernale che la controparte temeva, soprattutto perché i veri interventi economici sono attuati dalla Federal Reserve Bank, che in realtà è abbastanza autonoma dal governo centrale.

Qualcosa di brutto però, durante gli anni conservatori, è successo: è aumentata notevolmente la sperequazione dei redditi tra ricchi e poveri, flagello che tormenta gli Stati Uniti ancora oggi, nel 2021, e sono molto interessanti le pagine in cui Krugman spiega quali possono essere le cause di questa sperequazione.

Un altro grosso problema americano è la bassa produttività.

La produttività è il principio cardine su cui si basa lo stato di salute di un’economia, ma le cause delle sue oscillazioni non sono davvero conosciute.

Il problema è che i politici attribuiscono la colpa della bassa produttività a fattori diversi, in base a quello di cui hanno bisogno.

Un errore madornale, ad esempio, è quello di dire che la produttività è bassa per colpa della concorrenza internazionale.

Ebbene: produttività di un paese e scambi internazionali NON sono direttamente legati. Eppure, molti governi, da questa e dall’altra parte dell’oceano, sostengono che bisogna attuare delle politiche di controllo del commercio internazionale per sostenere l’economia del proprio stato…

Insomma: l’economia è una disciplina che dovrebbe farci capire come funziona una realtà, ma è poco adatta a dare indicazioni per modificare quella realtà in una data direzione perché le variabili sono troppe e poco controllabili. Eppure i politici si servono di divulgatori di professione, spesso per giustificare manovre che, altrimenti, sarebbero poco popolari per l’elettorato.

Più che una lotta tra diverse teorie politiche, è una lotta tra diverse narrazioni della realtà.

Ancora una volta, non è la realtà che ci spinge ad agire in un certo modo, ma la narrazione che ne facciamo (ve lo ricordate Harari??).

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Una morte irregolare – Béatrix Beck

 

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Barny, una giovane intellettuale, ha sposato Chaim, apolide di origini russe, ebreo e militante comunista che viene arruolato nell’esercito francese. Hanno una figlia di pochi anni, France. Lei e la figlia vivono dei lavoretti sporadici che Barny riesce a trovare nel paesetto alpino dove aspettano il marito e padre.

Ma un giorno arriva la fatidica lettera con cui si comunica a Barny che Chaim è morto.

Come?

Non si sa. Ma di sicuro è morto senza che la Francia gli riconoscesse i suoi onori, tanto che Barny e sua figlia devono affrontare diversi problemi burocratici.

Il libretto è breve, appena 119 pagine. In queste poche pagine ruota tutto attorno alle difficoltà economiche di Barny, a pochi personaggi che la aiutano o la criticano, e al mistero della morte del marito.

Verrà svelato, alla fine, questo mistero, ma ci resterà sempre il dubbio: un ebreo apolide e comunista che non è riuscito ad integrarsi, nonostante i suoi sforzi, è davvero morto in quel modo?

Non è un libro avventuroso, e neanche dal punto di vista psicologico l’ho trovato molto avvincente.

Forse non l’ho capito io, che ho dovuto spesso ricorrere al dizionario per tradurre dal francese. Se sono arrivata alla fine è solo perché mi ero imposta di finire un libro in lingua per fare esercizio!!

Il libro è parzialmente autobiografico: anche la Beck ha sposato un uomo che è stato ucciso in guerra; con la vedovanza, ha conosciuto dei giorni piuttosto difficili, rassegnandosi ad accettare i lavori che le venivano offerti nel dopoguerra (operaia, modella in una scuola di disegno, operaia a domicilio, impiegata in una scuola per corrispondenza, cameriera…).

Questo breve romanzo è stato pubblicato dalla Gallimard nel 1950.

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Sono stato imperatore (Pu Yi) @LibriBompiani

Non sono riuscita a leggere questa autobiografia senza fare il confronto, episodio per episodio, col film “L’ultimo imperatore” di Bernardo Bertolucci.

Per capire le numerose differenze, bisogna tenere a mente che l’autobiografia di Pu Yi è stata scritta in piena epoca Mao (la pubblicazione è avvenuta nel 1964).

Pu Yi non era una grande personalità: era debole di carattere, e i lussi in cui è vissuto gran parte della sua vita non hanno fatto altro che indebolirlo ulteriormente e incancrenire altri suoi difetti, tra i quali la crudeltà aveva un ruolo importante.

Nella biografia, Pu Yi parla del suo vecchio sè con rammarico e vergogna ma ci resterà sempre il dubbio di cosa pensasse davvero: di quanto fosse all’oscuro delle mire giapponesi durante l’occupazione del Manchukuo, dello sfruttamento bestiale del popolo cinese e della situazione internazionale.

La parte più interessante dell’autobiografia a mio parere inizia dopo la costituzione del Manchukuo, lo stato fantoccio: si vede un Pu Yi che pensa continuamente alla sua restaurazione come imperatore, si illude e poi cade, più volte, nella disperazione e nel terrore di venire ucciso, e allora si dà alla pratica del buddhismo e alle superstizioni (arrivando al punto di vietare ai servi di uccidere le mosche).

Quando il Giappone perde la guerra e il Manchukuo cade, Pu Yi finisce per cinque anni in un carcere russo, e, infine, in uno cinese.

Era pronto ad essere maltrattato, deriso, torturato e ucciso e invece… oh! Miracolo! Il comunismo è magnanimo!

E qui lo sbrodolamento inzuppa le pagine: tutti, anche i sopravvissuti a terribili massacri, lo perdonano; tutti si preoccupano solo della sua reintroduzione nella nuova società; la nuova società non è interessata ai suoi numerosi gioielli, e in carcere diventa un vero uomo. Così dice.

Negli ultimi anni avevo appreso qualcosa circa il mio effettivo valore dai miei tentativi di lavarmi gli abiti e fabbricare astucci per matite.

All’inizio avevo detestato il partito comunista, il governo del popolo e le autorità carcerarie, mentre ora non avevo motivo di avercela con loro, e più che mai sentivo che, se le cose stavano a quel modo, era per colpa mia.

La magnanimità dei contadini che avevo ritenuto rozzi, ignoranti e pronti a trar vendetta senza curarsi affatto della politica di clemenza e rieducazione. Adesso erano padroni del proprio destino, e dietro di loro stavano un potente governo e un esercito guidato dal partito comunista.

Una cosa era chiarissima nella mia mente: il partito comunista si serviva della ragione per conquistare la gente.

Mi fermo qui, ma avete colto il senso.

Impossibile sapere quanto Pu Yi fosse davvero convinto di queste lodi e quanto forte fosse la paura, ma anche se si resta col dubbio sulla sua sincerità (quanto ha esagerato i suoi crimini? Quanto ha esagerato la magnanimità del comunismo? Quanto ha taciuto?), questo è un libro che ho letto con piacere.

Voto: 3 su 5.

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Una donna – Annie Ernaux

Annie Ernaux inizia a scrivere questo libro pochi giorni dopo la morte della madre. Racconta la sua vita, l’ambiente in cui è cresciuta, il rapporto che si era creato tra loro e la malattia, l’alzheimer, che se l’è portata via, prima nella mente e poi nel corpo.

E’ la vita di una donna normale, che si è sempre data da fare per uscire dall’ambiente contadino e dalla povertà, per farsi una cultura e per far studiare la figlia.

La Ernaux ha una scrittura concisa che tratteggia le situazioni con neutralità e precisione: scrive per fissare la vita della madre, perché se non lo facesse, di lei non resterebbe niente, e questo è il carattere che più ci fa riflettere sulla nostra essenza.

Segue un andamento cronologico, con paragrafi quasi diaristici, senza nessun tema da dimostrare né alcuna scaletta preimpostata: i ricordi vengono messi su carta man mano che li richiama alla mente.

E’ una storia drammatica perché universale, ci riguarda tutti, da vicino o da lontano.

Al Gruppo di Lettura molti hanno sottolineato la mancanza di giudizi: la Ernaux ti mette davanti ai ricordi senza darti appigli morali per valutarli, lascia fare a te.

Leggendola, mi ha dato l’impressione che sia lei che sua madre abbiamo vissuto senza poter davvero scegliere, come se ogni loro comportamento sia stato dettato dall’ambiente o dall’epoca.

Perché? Dopotutto, entrambe si sono date da fare, non si son trovate la strada spianata: lavoro, studio, famiglia, la morte di un figlio e di un marito/padre, un divorzio…

Credo che la risposta stia proprio nello stile: la scrittura è così scevra da giudizi, che da nessuna parte vengono esternati i desideri che erano all’origine dei comportamenti.

Mi spiego: i comportamenti sono descritti; i pensieri che hanno portato a quelle azioni, invece, no. Riportare i pensieri, infatti, avrebbe significato fare ipotesi, e l’ipotesi porta in sé un giudizio, o comunque qualche tipo di valutazione.

Durante la lettura, dunque, quando mi trovo la madre che apre un negozio di alimentari e che si fa in quattro per mandarlo avanti, posso intuire la motivazione che c’è dietro, ma se mi fermo alla parola scritta, questa motivazione non è esplicitata, e il comportamento sembra eruttare da un corpo senza volontà propria.

Il libro piace, non può lasciarti indifferente.

Quello che è mancato, secondo me (ma non era nell’intenzione della Ernaux) è il piano, la scaletta, un tema di fondo che mi aiuti a far entrare il libro nel novero della grande letteratura.

E’ un’opera d’arte, perché è una forma di comunicazione consapevole (molto consapevole), ma forse è un po’ troppo personale, troppo legato alla sfera intima.

(Ehi, qui sto facendo le pulci a un bellissimo libro… non ci badate)

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Vita di Alberto Moravia (Moravia – Alain Elkann)

Libro intervista

Moravia è stato spesso accusato di essere un figlio di papà, un rampollo viziato e fortunato.

Bisogna dire che veniva da una buona famiglia: aveva una governante francese, i genitori si potevano permettere di andare all’opera, e il padre, architetto, lo mantenne ben oltre i trent’anni (fino al matrimonio), pagandogli anche i viaggi di piacere.

Fu il padre che gli prestò i soldi per pubblicare il suo primo libro, Gli Indifferenti, scritto tra l’altro ad un’età precocissima.

Tuttavia Moravia si è sempre difeso dicendo che ha avuto anche lui il suo periodo di sofferenza finanziaria (anzi, dice chiaramente “eravamo poveri), e in questa intervista ne parla senza amarezza, come di un’esperienza come un’altra.

Il primo evento che lo ha segnato stato la malattia: per tutta l’infanzia è stato malato, è stato anche in sanatorio, e anche una volta ufficialmente guarito si è sempre sentito l’ombra della malattia sul collo.

E poi ci sono state le donne.

Ha avuto tre mogli, Elsa Morante, Dacia Maraini e Carmen Llera, ma la schiera di avventure e innamoramenti è molto, molto lunga. Probabilmente se seguite il mio blog avete già intuito che sono un po’ talebana, e infatti questa facilità nell’andare a letto con donne appena conosciute mi lascia perplessa, ma non sono un uomo, forse i maschi ragionano in modo diverso.

Moravia non è il mio scrittore preferito. Ho come l’impressione che i suoi libri abbiano ottenuto quel successo enorme solo per casualità fortunate (pubblicazione nel momento giusto, appartenenze politiche, enorme rete di conoscenze).

La sua vita però è stata all’insegna del cosmopolitismo, e questo mi piace, nei scrittori e in tutti quanti.

Viaggi, viaggi, viaggi, ma non solo toccata e fuga: sono le persone dei paesi stranieri che ti permettono di toccare con mano la cultura diversa e Moravia doveva essere un tipo, alla fine, socievole, nonostante il cipiglio che gli si è attaccato alla faccia in vecchiaia (diciamo anche che la sua rete di conoscenze si nutriva da sé, visto che si faceva scrivere lettere di introduzione dai personaggi che conosceva e che gli permettevano di venir ammesso a molti salotti letterari a livello europeo).

Mi permetto di riportare una frase dell’autore, che parla della sua impressione appena sceso negli Stati Uniti negli anni Cinquanta:

La sensazione in America fu di un grande paese, in cui gli italiani non contavano nulla.

E’ una frase che gli italiani tenderanno a giustificare: erano gli anni Cinquanta, ora è diverso.

No, gente. Gli italiani non contano nulla nel mondo, adesso come allora. Siamo noi che ci gloriamo del nostro fastoso passato e crediamo che tutti ci studino e ci pensino: parlate con l’uomo medio americano, o cinese, o africano, o australiano, e chiedetegli la nostra forma di governo, il nome del nostro presidente della repubblica, o di un autore o cantante contemporaneo. Resteranno muti.

La biografia è interessante anche per tutte le opinioni che Moravia esprime sui più importanti personaggi letterari del Novecento: vi assicuro che li ha conosciuti quasi tutti (Prezzolini, Malaparte, Visconti, Pasolini…); per non tacere delle opinioni che lo scrittore ci semina qua e là in merito alla sua arte e che possono essere considerate come perline di saggezza per chi mira alla carriera letteraria.

Nonostante l’interesse di questo libro-intervista, Moravia non mi è diventato più simpatico di prima. Frasi come quella sotto mi hanno impedito di prenderlo a benvolere:

A quei tempi Borghese e Pancrazi, altro critico del Corriere della Sera, potevano creare uno scrittore, per quel centinaio di lettori che si interessavano di letteratura. Oggi questo non è più possibile, ci sono più lettori, è vero, ma la letteratura non è più qualche cosa di culturale, è un prodotto industriale come un altro.

Come a dire, che la cultura letteraria è solo quella creata dai critici, (che – si sa – possono essere ben di parte coi propri amici) e non dai lettori che formano il popolo “normale”.

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Hotel Shanghai – Vicki Baum

Vicki Baum è una di quelle scrittrici del Novecento che andrebbero tirate fuori dagli scaffali (difficile anche trovare recensioni online su questo libro).

Nata nel 1888 a Vienna da una famiglia facoltosa, studia musica, ma i suoi anni giovanili sono segnati dalla lunga malattia della madre. Quando quest’ultima muore, la Baum sposa un giornalista, da cui divorzia poco dopo; diventa battista e si sposta con un direttore d’orchestra. Naturalizzata americana nel 1938, ha iniziato da quell’anno a scrivere in inglese.

Muore in California nel 1961.

Non è il suo unico romanzo di genere “alberghiero”. Gli hotel le danno la possibilità di presentare più personaggi diversi e di vedere come si comportano quando si incontrano.

E’ quello che è successo in questo libro, ambientato a Shanghai nel 1937, appena prima dell’attacco giapponese (o cinese? Resta il dubbio).

I personaggi sono molti e di provenienza diversa.

Il dottor Yutsin è un cinese idealista e comunista, figlio di un ex coolie, ora diventato un ricchissimo banchiere. Ha sposato una straniera che non può dargli figli e il padre lo costringe (ma neanche insistendo tanto) a prendersi una bellissima concubina.

Il Dottor Hain, invece, è un ebreo tedesco scappato dal proprio paese a causa della persecuzione nazista: vive nella speranza di riunirsi alla moglie Irene, ma qualcosa andrà storto…

Helen e Bertrand Russell, marito e moglie: lei bellissima ed elegante. Lui ricchissimo, imparentato con politici influenti, ma razzista, alcolizzato e violento. Ho capito dopo un pezzo, praticamente alla fine del romanzo, che non si trattava del filosofo Bertrand Russell… (eh, non sono tanto sveglia, lo so, ma per praticamente 700 pagine non ho fatto altro che cercare online, senza trovarle, informazioni sul vero Bertrand Russell e questa intrigante moglie).

Helen Russell inizia una relazione con l’americano Frank Taylor, che sta aspettando la fidanzata. Salta fuori che questa Helen in realtà è russa e ha avuto un passato turbolento a Parigi, sempre alla ricerca di un marito facoltoso che la mantenesse come una regina.

C’è Yen, un coolie poverissimo, oppiomane e sempre indebitato, che si indebita ulteriormente per far bella figura col figlioletto che sta per arrivare a Shanghai.

E c’è Yoshio Murata, giornalista giapponese con una penna più letteraria che giornalistica. I giapponesi non sono certo i benvenuti, dopo che hanno occupato la Manciuria e riempito i mari cinesi di navi da guerra… Murata viene incaricato di un compito delicato che lo fa scivolare nello spionaggio.

Tutti i personaggi ruotano attorno all’hotel Shanghai, situato nella zona internazionale: zona che, a dire di tutti, non sarà bersagliata dalle bombe giapponesi.

Ho iniziato il libro il 27 aprile del 2003 e l’ho finito oggi, 9 agosto 2019. Credo sia il libro che mi ha richiesto più tempo e più interruzioni, complice anche la lingua francese, che non è la mia preferita; tuttavia, una volta entrati nelle storie di ognuno dei personaggi, ci si lascia trascinare.

E mi è rimasta ancora voglia di leggere libri ambientati in Cina.

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Il sari rosso – @javiermoro123 @rahulgandhi

Sapevo che Sonia Gandhi era italiana ma non che fosse vicentina (ehi, siamo della stessa regione)!

E ho sempre pensato (ma non sono l’unica) che Indira Gandhi fosse la figlia del Mahatma, mentre invece era solo amici: il Mahatma frequentava il padre di lei, Nehru… Indira aveva acquistato il cognome Gandhi dal marito (che tra l’altro si chiamava Ghandi, e che si fece cambiare il cognome all’anagrafe).

Sonia Maino incontrò il futuro marito Rajiv Gandhi a Cambridge, dove era andata a studiare inglese. E’ figlia di un muratore che, lavorando come un matto (da bravo veneto) era diventato imprenditore.

Persona schiva e timida, le è venuto un attacco di panico quando il futuro marito Rajiv ha cercato di farle conoscere la suocera, Indira…

E’ così che Sonia entra a far parte della famiglia Gandhi. Negli anni, acquisterà la nazionalità indiana e assumerà le abitudini del suo paese di adozione (sapevate che l’India è la più grande democrazia al mondo?).

Scordatevi rose e fiori: la biografia inizia con la morte del marito di Sonia, ucciso da un attacco kamikaze. E per chi non se lo ricorda, anche la suocera Indira era stata uccisa per motivi religioso-politici. Il nonno Nehru, invece, era morto di morte naturale, ma aveva trascorso così tanti anni in prigione che la figlia, un giorno, quando qualcuno le ha chiesto dov’era suo padre, ha dovuto dire che erano tutti in prigione…

La storia tra l’italiana e il rampollo della dinastia Gandhi (rampollo suo malgrado: non avrebbe voluto entrare in politica, a lui piaceva fare il pilota) è però una storia d’amore. Parola abusata, ma qui, stavolta, sembra che anche dopo vent’anni di matrimonio, Rajiv trovasse il tempo, tra un viaggio e l’altro, di mandare teneri biglietti.

Insomma, nonostante tutto il cinismo che ci si può mettere a descrivere la vita di una coppia trascinata dalla politica, qui bisogna tacere, e lasciar spazio al pudore.

Le disgrazie della famiglia si sono accumulate negli anni. Il fratello di Rajiv, per esempio, è morto in un incidente aereo. Sua moglie Maneka, che non è mai andata molto d’accordo con la suocera Indira e con Sonia, ha ingaggiato contro di loro una vera e propria guerra politica, dopo esser rimasta vedova.

E sullo sfondo, l’India, piena, piena zeppa di contraddizioni: un paese con un altissimo tasso di poverissimi e un bassissimo (ma in crescita) tasso di ultramiliardari. Un paese che, negli anni di Indira, è ricorso alla sterilizzazione coatta, un paese con forti divisioni religiose e una corruzione distribuita a tutti i livelli del potere.

Non è possibile riassumere in un post quasi 600 pagine di libro: a me è piaciuto, perché è ambientato in un paese lontano ma parla di quasi cinquant’anni di storia (storia che non si riesce mai a studiare a scuola). E poi perché una delle protagoniste è italiana: non dimentichiamo che Sonia Gandhi, nonostante la sua ritrosia ad entrare in politica, è stata definita da Forbes come una delle donne più influenti del pianeta.

Mi è piaciuto anche perché ha dato molto spazio alle difficoltà personali dei personaggi e alla loro (di Sonia e Rajiv) riluttanza ad entrare in politica: mi son trovata davanti ad esseri umani, non statisti. E col brutto esempio degli “statisti” che abbiamo in Italia, questa è stata proprio una boccata di aria fresca.

Ecco, se devo trovare un difetto alla biografia, è che l’autore spesso giustifica Indira: è vero che il potere ti costringe a decisioni scomode, è vero che l’amore per il figlio pecora-nera l’ha spinta a scelte criticabili, è vero che è caduta vittima di superstizioni e santoni vari… Moro sembra sempre porre più in evidenza le giustificazioni ai comportamenti più difficilmente giustificabili.

Poco male: si tratta di storia così recente che è inevitabile essere di parte. Fra una trentina d’anni vedremo da che parte tira il vento.

Mi resta una curiosità: perché un autore spagnolo si è interessato così tanto alla storia di un’italiana che è diventata un personaggio di spicco in un paese così lontano come l’India?

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Fiorirà l’aspidistra – George Orwell

Spero di non rendermi più antipatica del protagonista del libro se faccio un po’ di spoiler…

Ma è difficile essere più antipatici di Gordon Comstock: è un trentenne inglese che odia il denaro e tutto ciò che gli è legato. Odia la ricerca della felicità borghese, odia il conformismo, la rispettabilità, le ambizioni. Arriva a desiderare una guerra che mandi all’aria il mondo meschino in cui vive.

Ha rinunciato a un “buon posto” in un’agenzia pubblicitaria, e preferisce lavorare per pochi soldi in una libreria del popolino, anche se poi, alla sera, nella sua misera cameretta in affitto, prova a scrivere poesia: perché è con quella che vorrebbe vivere.

Dà mostra di orgoglio smisurato quando rifiuta aiuti economici dal suo ricco amico Ravelston (ricco e socialista), ma poi finisce sempre con l’accettare soldi dalla sorella che stravede per lui ma che fatica ad arrivare a fine settimana.

Ha anche una ragazza da due anni, ma non sono ancora andati a letto insieme: superfluo aggiungere che Gordon ne attribuisce la colpa ai quattrini.

I quattrini secondo lui sono la ragione di ogni negatività nel mondo, e l’aspidistra, la pianta insignificante e sempreviva che troneggia nei salotti borghesi, ne diventa il simbolo.

L’ho trovato particolarmente indisponente quando, dopo aver vinto una piccola somma per una poesia pubblicata negli States, dissipa tutto il denaro, dimenticandosi di restituire almeno qualcosa alla sorella che da anni lo finanzia.

Insomma: Gordon odia i quattrini, ma non fa altro che pensarci! E’ insopportabile e monotematico. Effetto voluto, naturalmente, perché, dopo una discesa agli inferi che lo porterà pure in galera, la risalita sarà più sorprendente.

Gordon cambia quando Rosemary gli dice che è rimasta incinta.

All’inizio si fa un sacco di problemi, e poi, finalmente rinsavito e responsabilizzato, torna in sé e rinuncia al suo falso orgoglio per diventare, anche lui, un uomo rispettabile con moglie, figlio, appartamentino e aspidistra.

E in tutto questo, Orwell, da che parte sta?

Credo che volesse fare appello a un razionale senso dell’equilibrio: inutile rifiutare in blocco certi modi di vita, inutile imbruttirsi, inutile sbandierare valori che sono VERI solo in via teorica. Al di là delle grandi dichiarazioni, c’è la vita di tutti i giorni: ci sono le persone che, sotto le loro etichette di borghesi, si danno da fare per coltivare i loro piccoli e dignitosi piaceri.

Vi dirò: arrivata al momento della conversione, ho provato, come Gordon, un vero e proprio sollievo. Perché ormai le sue dichiarazioni solenni erano diventate gabbie: era partito dal rifiuto della vita basata sui quattrini, e stava per mandare all’aria tutti i legami che davvero contavano. E solo per poter dire “sono rimasto fedele alle mie idee”.

Insomma: una cosa è essere coerenti, una cosa è essere stupidi.

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L’arminuta, Donatella di Pietrantonio @einaudieditore

Una tredicenne si trova davanti a una porta sconosciuta: dietro c’è una famiglia che non ha mai visto, la sua, i suoi veri genitori e i suoi veri fratelli e sorelle. Scopre così di aver vissuto tutti quegli anni con una lontana parente che non poteva aver figli, in una casa accogliente, in una bella scuola, in un’altra parte del paese dove frequentava la piscina e il corso di nuoto.

Nella sua nuova famiglia, invece, anche se i legami di sangue sono più stretti, si trova subito male: sono poveri, grezzi, sporchi. Per fortuna c’è Adriana, la sorella di pochi anni più giovani, con la quale instaurerà un rapporto profondo e diverso da ogni altro rapporto intessuto fino a quel momento.

Ma perché la sua madre adottiva l’ha ri-abbandonata nelle mani della madre vera?

Entriamo in un mondo di analfabetismo emotivo, di sottomissione e insicurezza, dove a mancare non è solo il cibo sulla tavola.

Ma al di là della crudezza dei rapporti, ci sono scene che ti scaldano come una fetta di pane appena uscita dal forno. Ad esempio, la scena in cui muore la vecchia Carmela, o le varie scene in cui Adriana dimostra il suo attaccamento alla sorella.

Vincitore del premio Campiello 2017.

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La guardarobiera, @pmcgrathnovels, @lanavediteseoed

Non dovete leggere questo romanzo aspettandovi la stessa morbosità di “Follia”, “Il morbo di Haggard” o di “Grottesco”. E’ qualcosa di diverso, molto più sottile, con meno accadimenti drammatici, meno macabri, (forse) meno passionalità. Eppure è un libro che merita di esser letto.

Joan, capo guardarobiera di teatro, è appena rimasta vedova del marito, famoso e affascinante attore. Siamo nella Londra del 1947, in un inverno freddissimo: è difficile trovare viveri e riuscire a scaldarsi, ci sono, qui e là, episodi di rinascente fascismo.

Joan è confusa: si convince che il marito non è morto, che il suo spirito c’è ancora. Lo sente dentro l’armadio, tra i suoi vestiti, e crede di rivederlo in Frank Stone, giovane attore con cui inizia una relazione.

Il romanzo è tutto un gioco di specchi tra realtà e immaginazione (malata): Joan prima sente la mancanza del marito, poi inizia ad odiarlo perché scopre che era un fascista (lei è ebrea); prima odia il genero, credendolo l’assassino del marito, poi ne abbraccia la causa; Frank Stone prima è il recipiente del defunto, poi è un contenitore vuoto (talmente vuoto che passa dalla madre alla figlia con “maschia” velocità).

Interessante la scelta di affidare la narrazione ad un presunto coro femminile, al corrente dei fatti e a volte materialmente presente, eppure non ben definito.

Ciò che sembra, non è; le rivelazioni non sono mai plateali, ma sfumate, si scivola dalla fantasia alla realtà senza fuochi d’artificio, ed è forse questo l’elemento più realistico del romanzo. Per questo non lo definirei “thriller psicologico”, come dicono tante recensioni giornalistiche. E’ un romanzo prima psicologico, e poi storico.

Notevole la capacità di McGrath di immedesimarsi nelle paturnie degli attori di teatro, nelle sfumature dei loro pensieri. Mentre leggevo mi chiedevo come faceva, e poi l’ho scoperto: è sposato con un’attrice…

Insomma, una lettura consigliata non a chi cerca fuoco e fiamme, passioni e tremori, ma sì a chi vuole immergersi in una mente ai… confini.

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