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E se votassimo tutti scheda bianca?

SAGGIO SULLA LUCIDITA’ (JOSE’ SARAMAGO)

E se votassimo tutti scheda bianca? E’ questo lo scenario da cui parte Saramago per scrivere il romanzo che è la continuazione di Cecità.

In una capitale non meglio precisata, le votazioni vanno prima deserte e poi, al secondo tentativo, la maggioranza delle schede è bianca. La destra riesce comunque ad andare al potere, ma il comportamento della popolazione lascia sconcertati i politici che si mettono subito alla ricerca del colpevole.

Il governo cerca di scoprire i cospiratori ricorrendo prima a delle spie infiltrate in città, poi con interrogatori segreti e cruenti e infine dichiarando lo stato di assedio e abbandonando i cittadini a loro stessi.

I politici non riescono a capacitarsi che l’83% dei votanti abbia lasciato cadere una scheda bianca nell’urna senza un qualche tipo di guida comune, non ammettono che il popolo sia solo disilluso, ci deve per forza essere un piano eversivo comune, ma tutti i tentativi di scoprire i colpevoli si rivelano infruttuosi.

Il governo ricorre ad ogni mezzo: fa perfino scoppiare una bomba alla stazione per cercare di mobilitare la popolazione che però, dopo il primo sconcerto, continua a comportarsi in maniera civile.

Ma un colpevole è necessario.

Dopo una serie di battibecchi tra primo ministro, ministro dell’interno e ministro della giustizia, si decide di mandare tre poliziotti in incognito in città allo scopo di indagare su una donna che quattro anni prima, nel bel mezzo dell’epidemia di cecità (ecco il legame col primo libro) non si è ammalata. Lei deve essere la colpevole, è stato deciso così.

I messaggi del libro sono tanti.

Intanto, l’importanza delle parole: il superintendente che indaga sulla donna, e che avrà un ruolo importante nella seconda parte del libro, ci tiene che vengano utilizzate le parole corrette. Se non nomini le cose con termini precisi, rischi di togliere realismo a quelle cose.

Poi c’è l’atteggiamento dei governi autoritari: l’incapacità di guardarsi dal di fuori, il bisogno spasmodico di trovare capri espiatori per giustificarsi, la necessità di CREARE I NEMICI, l’accentramento dei poteri.

Poi c’è l’importanza del voto: Saramago sembra dirci che anche se non votiamo, qualcun altro lo farà per noi.

E infine la cecità: guarda caso, il popolo ha sofferto di cecità proprio quattro anni prima. Quattro anni di solito è il periodo di durata delle legislature. E’ come se quattro anni prima il popolo cieco avesse votato per il partito sbagliato, se ne fosse reso conto e, perse ormai le speranze, abbia deciso di rinunciare a votare.

Se quattro anni prima erano stati ciechi, dunque, adesso sono ben lucidi.

Peccato che la lucidità adesso non serva a molto, perché le conseguenze della cecità di quattro anni prima si protraggono negli anni.

Ho letto adesso questo libro alle soglie delle elezioni del 25 settembre (che è pure il giorno del mio compleanno) e spero che gli italiani non siano così ciechi da consegnare il potere a chi poi – in un modo o nell’altro – non lo mollerà più.

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Pastorale americana – Philip Roth @CasaLettori

Nathan Zuckerman, l’alter ego di Philip Roth che ritroviamo anche in altri romanzi, da giovane è stato un fan silenzioso dello Svedese, un giovane ebreo bello, bravo, gentile, benestante. Per Zuckerman e per molti altri, lui era un modello da imitare: per anni ed anni Zuckerman è vissuto col ricordo di un episodio in cui lo Svedese, semplicemente, gli ha rivolto la parola, tirandolo fuori dal limbo dell’inesistenza in cui vivacchiava.

Per questo, quando, ormai sessantenne e con un’operazione alla prostata alle spalle, riceve una lettera dello Svedese in cui gli chiede di incontrarlo, Zuckerman va in fibrillazione. Nella lettera il suo idolo gli ha anticipato che vuole parlargli di alcuni fatti che hanno amareggiato la vita al padre, ma quando si incontrano, al ristorante, nessuno dei due trova il coraggio per entrare in argomento.

Solo qualche mese dopo Zuckerman viene a scoprire che lo Svedese è morto di tumore. E’ il fratello dello Svedese, a raccontarglielo e ad accennargli del dramma che aveva sconvolto la sua famiglia: l’amatissima figlia, lasciatasi trascinare dall’odio contro la guerra nel Vietnam, aveva messo una bomba in un ufficio postale uccidendo una persona innocente.

Ma la trama, come in tutti i libri di Roth, è solo una scusa: i temi vanno al di là degli atti di terrorismo. Qui si parla di America, del sogno americano e della delusione che questo sogno ha causato. Si parla di concorsi di bellezza e di baseball, delle aspettative e dei problemi che ne derivano; si parla di ricerca di senso nella religione e nella morale; si parla di incomunicabilità all’interno della famiglia e della cerchia degli amici più stretti; si parla dell’impossibilità di conoscere davvero un essere umano; e si parla dell’America.

Philip Roth, come i suoi personaggi, si è sempre sentito americano: ebreo sì, ma integrato, e felice di vivere nel suo paese. Ciò non gli ha impedito (e non ha impedito ai suoi personaggi) di accorgersi delle contraddizioni: del razzismo, ad esempio, strisciante o apertamente dichiarato; ma anche dell’incapacità di trovare un senso nel benessere materiale.

Una volta gli ebrei cercavano di sfuggire all’oppressione; adesso scappano da dove l’oppressione non esiste. Una volta scappavano perché erano poveri; adesso scappano perché sono ricchi.

Prendiamo lo Svedese: visto dall’esterno aveva tutto ciò che un americano può desiderare per sentirsi soddisfatto, a partire dall’azienda bene avviata, fino alla moglie ex reginetta di bellezza. Si è sempre dato da fare, si è sempre sentito responsabile per la famiglia e l’azienda e il suo paese, è sempre stato attento a non offendere chicchessia; eppure, gli capita questa mazzata tra capo e collo.

E chi è il colpevole? Lo Svedese analizza tutta la sua vita, quasi giorno per giorno, in cerca del suo peccato originale, ma non c’è niente che possa essere considerato come la causa scatenante delle sue disgrazie. E di questa mancanza di una ragione lui non riesce a capacitarsi.

Eppure, nell’occhio del ciclone, ancora si sforza per tenere insieme i cocci:

Sua figlia era una folle assassina che si nascondeva sul pavimento di una stanza di Newark, sua moglie aveva un amante che fingeva di scoparla sopra il lavandino della cucina, la sua ex amante aveva portato coscientemente la sua famiglia al disastro e lui stava cercando d’ingraziarsi suo padre spaccando il capello in quattro.

La visione generale è cupa, è vero, ma Roth non cerca soluzioni. Il romanzo stesso termina senza aver chiuso tutti i fili narrativi (ad esempio manca tutta la storia dello Svedese con la seconda moglie, e non si sa nulla di come finisce davvero la figlia).

Perché mi è dunque piaciuto questo romanzo?

Innanzitutto per la prosa così ricca, mai banale. E poi perché ad ogni riga c’è una piccola verità: tanti, tanti dettagli, sia psicologici che ambientali. Pastorale Americana è un quadro che puoi restare a osservare per ore, scoprendo sempre qualcosa che non avevi notato prima.

I dettagli sono così tanti che è impossibile non trovarne alcuni che si adattano alla tua vita.

Alla fine dici: bè, sì, anche io sono un po’ Svedese. O sono un po’ sua moglie, o sua figlia, o suo padre. O mio padre è come suo padre, o la mia vicina di casa è come sua figlia, o, o…

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Il sari rosso – @javiermoro123 @rahulgandhi

Sapevo che Sonia Gandhi era italiana ma non che fosse vicentina (ehi, siamo della stessa regione)!

E ho sempre pensato (ma non sono l’unica) che Indira Gandhi fosse la figlia del Mahatma, mentre invece era solo amici: il Mahatma frequentava il padre di lei, Nehru… Indira aveva acquistato il cognome Gandhi dal marito (che tra l’altro si chiamava Ghandi, e che si fece cambiare il cognome all’anagrafe).

Sonia Maino incontrò il futuro marito Rajiv Gandhi a Cambridge, dove era andata a studiare inglese. E’ figlia di un muratore che, lavorando come un matto (da bravo veneto) era diventato imprenditore.

Persona schiva e timida, le è venuto un attacco di panico quando il futuro marito Rajiv ha cercato di farle conoscere la suocera, Indira…

E’ così che Sonia entra a far parte della famiglia Gandhi. Negli anni, acquisterà la nazionalità indiana e assumerà le abitudini del suo paese di adozione (sapevate che l’India è la più grande democrazia al mondo?).

Scordatevi rose e fiori: la biografia inizia con la morte del marito di Sonia, ucciso da un attacco kamikaze. E per chi non se lo ricorda, anche la suocera Indira era stata uccisa per motivi religioso-politici. Il nonno Nehru, invece, era morto di morte naturale, ma aveva trascorso così tanti anni in prigione che la figlia, un giorno, quando qualcuno le ha chiesto dov’era suo padre, ha dovuto dire che erano tutti in prigione…

La storia tra l’italiana e il rampollo della dinastia Gandhi (rampollo suo malgrado: non avrebbe voluto entrare in politica, a lui piaceva fare il pilota) è però una storia d’amore. Parola abusata, ma qui, stavolta, sembra che anche dopo vent’anni di matrimonio, Rajiv trovasse il tempo, tra un viaggio e l’altro, di mandare teneri biglietti.

Insomma, nonostante tutto il cinismo che ci si può mettere a descrivere la vita di una coppia trascinata dalla politica, qui bisogna tacere, e lasciar spazio al pudore.

Le disgrazie della famiglia si sono accumulate negli anni. Il fratello di Rajiv, per esempio, è morto in un incidente aereo. Sua moglie Maneka, che non è mai andata molto d’accordo con la suocera Indira e con Sonia, ha ingaggiato contro di loro una vera e propria guerra politica, dopo esser rimasta vedova.

E sullo sfondo, l’India, piena, piena zeppa di contraddizioni: un paese con un altissimo tasso di poverissimi e un bassissimo (ma in crescita) tasso di ultramiliardari. Un paese che, negli anni di Indira, è ricorso alla sterilizzazione coatta, un paese con forti divisioni religiose e una corruzione distribuita a tutti i livelli del potere.

Non è possibile riassumere in un post quasi 600 pagine di libro: a me è piaciuto, perché è ambientato in un paese lontano ma parla di quasi cinquant’anni di storia (storia che non si riesce mai a studiare a scuola). E poi perché una delle protagoniste è italiana: non dimentichiamo che Sonia Gandhi, nonostante la sua ritrosia ad entrare in politica, è stata definita da Forbes come una delle donne più influenti del pianeta.

Mi è piaciuto anche perché ha dato molto spazio alle difficoltà personali dei personaggi e alla loro (di Sonia e Rajiv) riluttanza ad entrare in politica: mi son trovata davanti ad esseri umani, non statisti. E col brutto esempio degli “statisti” che abbiamo in Italia, questa è stata proprio una boccata di aria fresca.

Ecco, se devo trovare un difetto alla biografia, è che l’autore spesso giustifica Indira: è vero che il potere ti costringe a decisioni scomode, è vero che l’amore per il figlio pecora-nera l’ha spinta a scelte criticabili, è vero che è caduta vittima di superstizioni e santoni vari… Moro sembra sempre porre più in evidenza le giustificazioni ai comportamenti più difficilmente giustificabili.

Poco male: si tratta di storia così recente che è inevitabile essere di parte. Fra una trentina d’anni vedremo da che parte tira il vento.

Mi resta una curiosità: perché un autore spagnolo si è interessato così tanto alla storia di un’italiana che è diventata un personaggio di spicco in un paese così lontano come l’India?

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Chi sono i terroristi suicidi, Marco Belpoliti @GuandaEditore

Questo breve libro è una raccolta di testi scritti per lo più in occasione dei tanti attentati successi negli ultimi anni (Bataclan, Charlie Hebdo, Bruxelles…). E’ un’opera di pubblica utilità: ci aiuta a non rifugiarci nei clichés e a ragionare sugli avvenimenti.

Belpoliti cita molti altri autori, destreggiandosi tra letteratura, sociologia, filosofica, antropologia, storia, psicologia sociale.

Certi articoli ti fanno pensare in modo particolare. Ad esempio, il primo, “Eccesso”. Si ricorre all’eccesso, per uscire da un sistema incerto, che oscilla su posizioni poco chiare, come può essere la situazione di un adolescente o di un giovane (non è un caso che quasi tutti i terroristi suicidi siano giovani), ma anche, più in generale, in un ambiente in cui mancano degli ideali a cui appellarsi.

E allora, l’uomo della strada occidentale, così laicizzato, odia sì i terroristi, ma siamo sicuri che non ci sia, sotto sotto, anche un po’ di invidia per gli chi ideali, comunque, ce li ha? Siamo sicuri che i terroristi siano, come forma mentis, poi molto lontani da noi?

E ancora: perché lo fanno?

Belpoliti sottolinea un concetto: il suicidio purifica l’omicidio. Un terrorista suicida che pur uccida un bel po’ di infedeli ma che non riesca ad uccidere se stesso, ha comunque fallito.

Chi sono?

Molti sono giovani, o giovanissimi. Di solito sono gregari (i leader non fanno attentati suicidi, si limitano a organizzarli). Spesso hanno studiato (molti sono ingegneri, e Belpoliti spiega bene perché). Tutti stanno attenti a creare il proprio storytelling: con testamenti video, facendo appello al sentimento di vendetta, passando per vittime dei nemici.

Dunque non sono “sradicati” nel senso comune del termine. Sradicati, però, lo sono nel senso che con loro è inutile appellarsi alla realtà, perché è ciò che loro vogliono combattere.

Infine, un altro importantissimo elemento in comune che uniforma i terroristi suicidi islamici con altri in altre parti del mondo è la rinuncia a controllare il proprio io: abdicano il potere di scelta ai propri leader. Torna anche qui l’attualità di un testo che non smetterò mai di suggerire per capire tantissime dinamiche dei comportamenti umani: “Fuga dalla libertà” di Erich Fromm.

Belpoliti non fornisce soluzioni, ma attira la nostra attenzione su due punti fondamentali: non ci sarebbero martiri senza storytelling e senza appoggio di una comunità.

Se questa non è una soluzione, è comunque una direzione a cui guardare.

Ps: bellissimo l’ultimo capitolo, intitolato “Cosa leggere”. Una specie di bibliografia ma con piccole note che ti indirizzano verso nuovi libri e articoli. LOL!

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La leonessa – Henning Mankell @MarsilioEditori

Non amo particolarmente i gialli, ma questo me lo sono letto con piacere. Merito del protagonista, il commissario Wallander, che è un uomo normale, senza cinismi cronici (anche se alla fine sì, nella depressione ci cade, ma non è cronica).

Merito anche dell’intreccio, molto complesso, che si snoda tra Svezia e Sud Africa.

Jan Klein, un boero razzista membro dei servizi segreti sudafricani, insieme a dei suoi compaesani sta organizzando un attentato a Nelson Mandela. Per eseguirlo, manda Viktor Mabasha, un killer di colore, in Svezia, ad allenarsi sotto la supervisione di Kovalenko, ex appartenente al KGB.

Le misure di sicurezza per non farsi scoprire sono notevoli, tuttavia, Kovalenko commette un errore: uccide una donna svedese che passava per caso dalle parti del loro nascondiglio. L’omicidio finisce così sulla scrivania del commissario Wallander, che arriverà a scoprire i nomi dei killer designati per l’attentato (e ho usato la parola al plurale con cognizione di causa, ma non posso dirvi altro).

Wallander è un uomo empatico e intuitivo, ma anche alcuni suoi colleghi sono in gamba. Si usa molta psicologia in questo romanzo, che, vista nel contesto storico del Sud Africa, mi fa pensare che Mankell utilizzi il genere thriller per parlare di qualcos’altro. Non è tanto la ricerca del colpevole, che lo interessa, quanto gli uomini e le donne coinvolti nelle situazioni estreme.

Detto questo, passo a elencare un paio di punti che, nonostante il buon livello del libro, ho notato poco congruenti:

  1. secondo me la scelta della Svezia come luogo di addestramento del killer non è ben giustificata. Ci sono molti paesi africani in cui il killer avrebbe potuto allenarsi senza rischiare viaggi internazionali con documenti falsi;
  2. quando Konovalenko decide di dedicarsi alla ricerca e all’uccisione di Wallander, trascura l’addestramento del secondo killer. Considerando la pignoleria di Konovalenko davanti ai propri compiti (scuola russa!), questo è poco verosimile.
  3. Perché Konovalenko, che ha già dimostrato varie volte di essere spietato e senza sentimenti, non uccide il padre di Wallander e si prende la briga di legarlo e imbavagliarlo?
  4. Wallander mostra poca preoccupazione per il padre ottantenne che è stato imbavagliato e legato. Capisco che sia preoccupato di più per il rapimento della figlia, ma… neanche un pensierino?

Bell’intreccio, dicevo. Ma complesso. Non lo vedrei bene adattato per lo schermo, perché se togli parti, rischi di intaccare l’equilibrio complessivo. Da leggere e basta.

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