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El polvo del México, @Pinocacucci1 @feltrinellied

(Italiano de bajo)

No sabìa que los gallos de pelea pueden ser utilizado como perros de guardia e que un globo puede subiar una camioneta. No sabìa che William Seward Burrought ha asesinado su mujer mientras juegavan al “Wilhelm Tell” e que Edward James, nieto del rey Eduardo VII, amigo de Salvador Dalì, Bertolt Brecht, Magritte y Picasso, ha construido una casa infinita entre la floresta. No sabìa que Ciudad de Mexico es conocida como “el Monstruo”; que allì hay un luego donde los “evangelistas” escriben letras de familia e amor y que en el barrio de Coyoacan hay muchos escritores…

Casi nadie conosce estos (y otros) hechos sobre México, in mi pais (Italia).

Soy fortunada de hacer encontrado esto libro de Pino Cacucci, “El polvo del Mexico”: después yo me hé quitado el polvo del cerebro y, el dia 20.03, hé empezado estudiar espanol: encontrar las palabras mejor por explicarme, todavìa me lleva un buen rato y tiengo que darle cana, pero, sin presa, ni pausa, ni miedo…

(Quiero perdono por los errores y si a veces escribo palabras italianas: los dos idiomas son demasiado sìmil).


Non sapevo che i galli da combattimento possono essere utilizzati come cani da guardia e che una mongolfiera può sollevare un camion. Non sapevo che William Seward Burrought ha ucciso sua moglie giocando a fare Guglielmo Tell e che Edward James, nipote del re Edoardo VIII, amico di Salvador Dalì, Bertolt Brecht, Magritte e Picasso, ha costruito una casa infinita in mezzo alla foresta. Non sapevo che Città del Messico è conosciuta come “il mostro”, che qui c’è un luogo dove gli “evangelisti” (una sorta di scrivani) scrivono sotto dettatura lettere di famiglia e d’amore; non sapevo che nel Barrio de Coyoacan ci sono molti scrittori.

Quasi nessuno conosce questi (e altri) fatti sul Messico, in Italia.

Sono fortunata di aver trovato questo libro di Pino Cacucci, “La polvere del Messico”: poi sono io che mi son levata la polvere di dosso e il giorno 20 maggio ho iniziato a studiare spagnolo.

Ce ne vorrà ancora un bel po’, per me, per trovare le parole migliori per esprimermi e devo darmi da fare, ma, senza fretta né pause né paura…

(Chiedo scusa per gli errori e se a volte scrivo parole che sono italiane: le due lingue sono troppo simili!)

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Come vivere 120 anni, Adriano Panzironi

Diamo a Panzironi quel che è di Panzironi: per scrivere questo libro si è dato da fare. Ha studiato un bel po’ di termini medici e, per il poco che ne so, li ha usati anche in maniera corretta. Allora, quale è il problema? E’ che ha guardato solo una faccia della luna. Ha ridotto tutto ai carboidrati insulinici, affermando che qualunque problema di salute, alla fin fine, va fatto risalire ai carboidrati quale pane, pasta, riso, patate ecc…

E quando dico tutti, intendo davvero tutti, non so cosa resta fuori: cita depressione, mal di testa, malattie dentarie, canutismo, stipsi, emorroidi, cellulite, raffreddori, impotenza, Alzheimer, tumori, acidosi tissutale, osteoporosi, tiroidismo, gotta, intolleranze alimentari, candida, malattie intestinali, arteriosclerosi, dislipidemia, artrosi e artrite, diabete,…

Il suo approccio è una sorta di regime paoleolitico: proteine animali sia a pranzo che a cena, verdure, poca frutta. Via libero ai grassi, stop ai carboidrati e ai cereali.

I punti con cui mi trovo in disaccordo o che mi lasciano perplessa sono talmente tanti che non riesco a riassumerli tutti qui in modo dettagliato, ma ne faccio un breve elenco:

a) Manca la bibliografia: Panzironi cita delle fonti all’interno del testo ma non indica le ricerche sulle quali si appoggia per fare certe affermazioni. Siccome dice che il sistema Life120 è scientifico e che si basa su scoperte scientifiche (che qualche complotto universale vuol farci dimenticare), sarebbe bene menzionare le fonti. E quando cita le ricerche scientifiche, bisogna specificare almeno il numero dei soggetti coinvolti e se l’esperimento era in doppio cieco. In questo libro non c’è niente di tutto ciò.

b) Ci suggerisce caldamente di eliminare i legumi dall’alimentazione perché contengono troppi carboidrati e alzano il carico glicemico: però allora non si spiega come mai i paesi in cui si vive più a lungo (v. le blue zones) fanno dei legumi il piatto giornaliero.

c) Parla degli Orac, ma sorvola sul fatto che la carne non ne abbia.

d) Ci dice che siamo fatti per la carne ma non spiega come mai il nostro intestino è così lungo, mentre l’intestino degli animali carnivori è brevissimo, proprio allo scopo di ridurre al minimo la permanenza della carne all’interno del corpo.

e) Sorvola sul fatto che la nostra dentatura non è una dentatura da carnivori.

f) Dice che mancare un etto di spaghetti o 80 grammi di zucchero da cucina è esattamente la stessa cosa. Troppo semplicistico: non è la stessa cosa! C’è una differenza di assorbimento tra zuccheri semplici e zuccheri complessi, ma anche tra pasta raffinata e pasta integrale (visto che le fibre rallentano l’innalzamento della glicemia). Così come c’è differenza di assorbimento tra pane e pasta di grano duro… ma son tutti dettagli neanche menzionati.

g) Dice che a Okinawa e in Ecuador, dove c’è una alta incidenza di centenari, si mangiano pochi carboidrati: falso. Mangiano molti legumi e verdure. Assolutamente non mangiano paleo tutti i giorni.

h) Suggerisce di mangiare frutta solo alla fine dei pasti perché lo zucchero in essa contenuto viene assorbito più lentamente. Sbagliato: mangiata alla fine del pasto, la frutta fermenta e immette in circolo la putrescina, che fa tutto tranne che bene.

i) Suggerisce di mangiare salumi a colazione, senza specificare che sono pieni di nitriti e nitrati, che possono essere cancerogeni.

l) Non fa sostanziale distinzione tra carni bianche e carni rosse.

Mi fermo qui?

No, ultima critica: il libro è una lunga preparazione al consiglio di assumere integratori. Che in sé può non essere un brutto consiglio, ma mi faccio delle domande quando gli integratori sono i suoi, di Adriano Panzironi e fratello.

Non mi disturba il fatto che Panzironi non sia un medico: molti medici sono ignoranti dal punto di vista alimentare, e lui ha dalla sua il fatto di essersi dato da fare per chiarirsi concetti a volte ostici.

Quel che mi dà fastidio è che… Panzironi è un imprenditore. E un imprenditore non può essere obiettivo. Non esiste. Ben che vada, adotterà un approccio riduzionista, con una fetta di non-detto più importante del detto.

Insomma: trovatemi un ultracentenario che ha mangiato per tutta la sua vita come suggerito da Panzironi. Uno solo.

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Come legge i libri Bill Gates

Condivido con voi un video dove Bill Gates ci racconta come legge i libri. Il video è in inglese, per chi lo sa; per chi non lo sa, riassumo qui sotto i punti principali.

Innanzitutto, prende appunti: e quando gli capita di trovarsi in disaccordo con l’autore, ci mette un sacco a finire il suo libro, perché deve scrivere ogni sua opinione a margine del testo.

In secondo luogo, la sua regola d’oro è: non iniziare ciò che non finisci. Ma ci sono eccezioni, lui stesso l’ha fatto con Foster Wallace.

In terzo luogo, si ripromette passare agli e-book. Si ripromette. Non lo ha ancora fatto. Nel video parla al futuro, perché ha la casa invasa dai libri. Lo farà (un giorno, forse, chi lo sa).

Infine, siccome è dell’idea che non si possa leggere bene rubando dieci minuti qui e cinque minuti là, lui si fissa un tempo dedicato solo alla lettura. Ad esempio, dalle 20 alle 21: e in quell’ora legge, non fa altro.

Ora: Bill Gates sarà sicuramente un signore molto ricco, ma molti di noi leggono, e ognuno ha le proprie modalità.

Le mie cambiano nel tempo. Ad esempio, una volta, a vent’anni, ne facevo un punto d’onore di finire un libro iniziato. Ora non più. Ora, se serve, li sospendo (non li butto, non li distruggo, mi lascio una porta aperta). L’ultimo che ho sospeso è Lawrence, “Donne innamorate”: perché non c’è trama. Lawrence è un grande pittore di caratteri, ma in questo periodo ho bisogno di belle storie, di qualcosa che abbia un inizio e una fine, non di sperimentazioni novecentesche.

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L’arte di passare all’azione – Gregg Krech

Più che un manuale, questo libretto è un saggio per meditare sulla necessità dell’azione.

Si parla, sì, di agire, di fare piccole azioni piuttosto che star a pensare e ripensare sul passo da compiere, ma la gran parte del libro si occupa del farci riflettere sul perché.

Ad esempio: devo fare qualcosa di importante o solo di urgente? Pagare una bolletta può essere urgente, ma giocare con il figlio è importante. E’ questo il limite delle ormai diffusissime To-Do list, che comprendono un elenco delle cose da fare ma di solito ignorano ciò che ci sta più a cuore.

Altro esempio: Krech ci invita a riflettere sulla necessità di rallentare. E questa può essere una buona riflessione, però non l’avrei inserita in un manuale con un titolo che richiama l’azione tout court…

Ancora un altro esempio: pensiamo a quante volte la nostra inattività si ripercuote sulla sfera altrui. Siamo in ritardo dal dentista? Magari gli abbiamo fatto perdere un altro appuntamento, lo abbiamo fatto innervosire, causandogli un tremore della mano che può trasformarsi in un tocco meno delicato sul paziente successivo… non bisogna mai sottovalutare l’effetto domino della nostra inazione (e qui apro una parentesi: quando passerà di moda l’usanza di aspettare un quarto d’ora prima di iniziare una conferenza o un incontro di qualunque tipo per vedere se arriva qualcun altro??? Non è rispettoso per quelli che sono arrivati in orario!!!)

Nel libro si trovano diverse riflessioni interessanti:

Le persone sono piene di energia solo quando fanno le cose che amano.

Abbiamo molto più controllo sul corpo (azioni) che sulla mente (pensieri).

La mente e il corpo viaggiano su binari diversi.

L’autoriflessione ci aiuta ad essere grati della capacità di svolgere il nostro lavoro.

Tuttavia, i consigli concreti sono relegati nell’ultimo capitolo:

L’alternativa alla TV è riempire il tempo con la vita reale.

Molte volte l’errore è meno importante di ciò che fate dopo averlo commesso.

Quando date incoraggiamento agli altri, togliete nutrimento al vostro dolore.

La scelta giusta non esiste. E’ più intelligente cercare di dare il meglio di sé in ogni circostanza che smarrirsi nell’ansia di fare la “scelta giusta”.

Prendere decisioni in base allo scopo, anziché alle emozioni.

Non mi è piaciuto molto che ci fossero interventi di autori diversi: Krech li ha presi e li ha inseriti nel libro, ma sono argomenti che toccano l’azione solo lateralmente e nel completo l’opera risulta un po’ frammentaria.

Nel complesso, non è stato uno di quei libri pieni di ispirazione che non vedi l’ora di tornare a casa per leggerli (detto questo: leggetelo lo stesso, si impara sempre, magari anche da una frase sola, tipo questa: “L’azione è l’antidoto alla disperazione“).

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Il diritto di scrivere

Il primo trucco (…) è di iniziare subito. E’ un lusso trovarsi nella modalità di scrittura. Una benedizione, ma non una necessità.

Quando faccio fatica a scrivere è perché sto cercando di parlare alla pagina, invece di ascoltarla.

Il mito secondo cui dobbiamo avere “tempo” – più tempo – per creare è un mito che ci impedisce di usare il tempo che abbiamo.

Il trucco per trovare il tempo di scrivere, è di scrivere per amore e non con il pensiero al risultato finale. Non provare a scrivere qualcosa di perfetto: scrivi e basta.

Ho scritto le Pagine del Mattino per ben due decenni. Sebbene non siano destinate ad essere arte, spesso sono il seme per l’arte.

Molta gente – non-scrittori, se esiste una cosa del genere – pensa che scrivere un romanzo significhi sapere tutto prima di iniziare.

Le “Pagine del Mattino” sono il fondamento di una vita fatta di scrittura. (…) Dedicati a loro come prima cosa al mattino, prima che la tua mente innalzi le difese.

Non posso cambiare gli eventi della mia vita, ma posso trasformarli in arte.

E’ praticamente impossibile essere onesti ed essere noiosi allo stesso tempo.

La pozione di uno scrittore è il veleno di un altro.

Gli scrittori devono vivere nel mondo.

(frasi tratte da “The right to write” di Julia Cameron, trad. mia)

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48 giorni per ottenere il lavoro che ami – Dan Miller

Perché lavorate?

La maggior parte della gente che frequento mi risponderebbe: per prendere uno stipendio.

Biiip! Risposta sbagliata.

Dan Miller ci propone subito una distinzione tra lavoro, carriera e vocazione.

Faccio un esempio: se io avessi la vocazione (calling) di aiutare a migliorare il mondo, potrei scegliere di fare il medico, il volontario, lo scrittore, l’insegnante, lo scienziato ecc. Queste sarebbero le carriere (career). Allo stadio pratico, però, la carriera può comprendere diversi tipi di lavoro (job): posso fare lo scrittore di romanzi, saggi, mailing list, pubblicità, testi teatrali, volantini politici… se scelgo la carriera di insegnante, posso rivolgermi a una classe di 32 bambini o scegliere una scuola serale per adulti o insegnare inglese in un paese del terzo mondo… se sono un dottore, posso fare il medico di famiglia, specializzarmi in pediatria, far consulenza per un’assicurazione ecc…

Il lavoro è l’attività concreta che vi porta lo stipendio in casa. Il problema è che quasi nessuno, all’inizio della propria esperienza lavorativa, programma il futuro tenendo conto di tutti e tre i seguenti aspetti: competenze, tendenze personali e desideri/sogni.

Le competenze (skills) sono ciò che sai fare: comprendono non solo ciò che si è imparato a scuola, ma anche le singole capacità acquisite nei lavori precedenti (amministrazione, capacità matematiche, organizzative, scrittura, gestione del personale, uso del computer, pianificazione…). Sono capacità che possono essere spese in diversi posti di lavoro.

Le tendenze personali si incentrano sulle preferenze caratteriali: ti piace di più lavorare in team o impegnarti su un compito per conto tuo? Ti piacciono i cambiamenti o sei più portato per l’abitudinarietà? Sei diretto nel parlare o sei più diplomatico? Hai molta fiducia in te stesso o tendi ad essere cauto?

Infine ci sono i sogni, i valori e le passioni: quello che ti rende felice quando lo fai. Che ti fa trascorrere il tempo senza guardare l’orologio. Quello che faresti anche senza riceverne una remunerazione in cambio.

Nella ricerca di un lavoro bisognerebbe integrare le competenze con le proprie tendenze personali senza mai dimenticare i sogni.

Per quanto vedo in giro io, invece, il primo problema usciti dalla scuola/università è trovarsi un lavoro. Qualunque lavoro. Circa l’80% dei diplomati e dei laureati viene impiegato in un campo che non ha nulla a che fare con quello che ha studiato: il che non è un male in sé, ma è solo il sintomo di una mancanza di programmazione.

E diventa un male quando la scelta iniziale fa “curriculum” e vincola l’assunzione nei lavori successivi.

Quando si cambia lavoro (e lo si può cambiare perché costretti da un licenziamento o per libera scelta), non bisogna farsi legar le mani dal proprio passato, ma concentrarsi sul futuro, su ciò che si vuol fare.

Dunque… è importante sapere cosa si vuol fare. Una buona parte della fatica nel cercare il lavoro, è data dallo studio su se stessi (skills, tendencies e dreams).

L’85% dei casi in cui la gente viene promossa o ottiene delle opportunità di carriera nelle aziende dipende da capacità personali – attitudine, entusiasmo, autodisciplina e capacità interpersonali. Il 15% dei casi di promozioni lavorative è dovuto a capacità tecniche o educative, oppure a credenziali varie. (trad.mia)

Si può essere un buon medico (job), dunque aver buone capacità (skill), ma non amare il proprio lavoro, ad esempio perché non si sopporta veder soffrire i pazienti (tendency) o perché si vorrebbe lavorare la terra (dream).

Paul Gauguin lavorava in banca prima di diventare pittore. Tom Clancy era un agente assicurativo prima di diventare scrittore. Paul Newman era un operaio edile, prima di diventare attore. Nessuno di questi personaggi si è lasciato vincolare dal proprio curriculum.

Il difficile è:

  1. fidarsi dei propri sogni e
  2. mettere in modo un piano d’azione

Il libro di Dan Miller ci ispira a prendere in mano la nostra situazione lavorativa (e non solo).

Ha solo un difetto, ed è quello a causa del quale non verrà mai tradotto in Italia: inserisce, quasi ad ogni pagina, un riferimento a Dio e alla Sua volontà.

Dan Miller è figlio di un predicatore americano ed è cristiano praticante.

Io non sono cristiana osservante, e tutti questi riferimenti alla volontà di Dio, ai suoi progetti su di me ecc… mi ha dato un certo fastidio, all’inizio. Poi però il fastidio l’ho superato, non è grave, se i consigli alla fine sono ragionevoli. Il libro sta in piedi anche senza questi riferimenti divini.

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Le consolazioni della filosofia – Alain De Botton @GuandaEditore

Dai ammettiamolo: la parola Filosofia incute timore alla maggior parte dei lettori medi.

Perché? Credo che la ragione sia da ricercarsi in un errore di metodo.

Mi spiego: a scuola si parte dal periodo storico e dai filosofi di quel periodo. Stiamo studiando il Novecento? e vai di Heidegger e Nietzsche e Adorno, finché non ti viene la nausea. Così, a valanga, senza minimamente porsi la domanda se i loro contenuti possono integrarsi nel vissuto degli studenti.

Secondo me è sbagliato: per avvicinare il lettore medio alla filosofia bisogna partire dai problemi concreti, e poi leggere i filosofi che li hanno affrontati. Un approccio, diciamo, per argomento.

In questo momento ho questo problema, dunque in questo momento dovrei leggere Tizio. Ho un altro cruccio? Allora leggo Caio. Deve essere l’interesse contingente ad avvicinare il lettore a certi autori: una volta fatta conoscenza, poi, la voglia di approfondire verrà da sola.

E’ l’approccio che ha adottato Alain De Botton, svizzero trapiantato a Londra, che ha già reso la filosofia più abbordabile con altri suoi romanzi divulgativi (es. “Il piacere di soffrire”, “Cos’è una ragazza”).

Hai problemi di impopolarità? Allora leggi Socrate, impopolare per eccellenza, uno che stava così sulle balle ai propri concittadini che lo hanno fatto ammazzare.

Problemi di denaro? Leggiti Epicuro, così ti renderai conto che la parola “epicureo” ha un significato molto diverso da quello accolto nella mentalità comune, e magari incomincerai anche a ridimensionare le tue voglie e i tuoi desideri.

Soffri di frustrazione? Seneca fa per te (mi permetto di consigliare le “Lettere a Lucilio”, di semplicissima lettura e sempre, ma sempre semprissimo, attuali).

(…) secondo Seneca, a farci arrabbiare sono le aspettative pericolosamente ottimistiche nei confronti del mondo e delle persone.

Senso di inadeguatezza? Non sei l’unico: guarda Montaigne. Oltre a parlare liberamente di funzioni corporali (tanto per ricordarci che anche i filosofi sudano, fanno la cacca e che sono influenzati dal loro sistema fisiologico), ci aiuterà a sentirci meno inadeguati, ad esempio quando leggiamo che amava solo i libri piacevoli e facili.

Pene d’amore? Alain de Botton ci suggerisce Schopenhauer. Non sono molto d’accordo con la sua scelta: Schopenhauer non esita a dire che

Il fine del matrimonio non è il piacere intellettuale, bensì la procreazione dei figli.

Io avrei scelto un Bertrand Russell, con la sua razionalità cristallina che non dimentica mai la complessità emotiva dell’uomo. Ma i gusti son gusti.

Infine, trovi difficile la vita? E fatti un Nietzsche, dice De Botton. Nietzsche ci consiglia di prendere le difficoltà e di trasformarle in trampolini di lancio, in occasioni di crescita. Sì, sto generalizzando, sto brutalizzando Nietzsche, ma De Botton lo rende un po’ più allettante, credetemi.

I filosofi erano persone normali, come noi, solo che hanno dedicato molto più tempo di noi a riflettere su certi problemi. Sfruttiamo i loro ragionamenti: uno scambio di opinioni con certe menti non può far che bene.

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