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Sottomissione (Michel Houellebecq) @libribompiani

Libro molto chiacchierato perché parla della presa del potere da parte di un partito islamico in Francia ed è uscito il giorno dell’attacco terroristico a Charlie Hebdo.

Ne ho sentito parlare da alcuni Youtuber, anche termini molto diversi tra loro, e questo è segno che il romanzo dà adito a molte interpretazioni.

La storia non è complicata: Francois è un professore universitario esperto di Huysmans. Insegnare non gli è mai interessato, ma la carriera accademica è ben pagata, prestigiosa, e gli permette di venire in contatto con molte studentesse che gli regalano relazioni tanto focose quanto brevi.

Vive da solo, non ha amici, ha tagliato i ponti coi genitori, mangia cibo surgelato e non si interessa di politica, finché (siamo nel 2022!) un islamico vince le elezioni presidenziali.

La Francia inizia a cambiare: viene ammessa la poligamia e pian piano si modifica l’abbigliamento delle persone che si vedono per le strade; le donne non possono più lavorare e all’università possono insegnare solo professori islamici.

Francois perde il lavoro, ma non si spaventa per niente, perché gli viene data una buona pensione e potrebbe continuare a vivere così.

Ma vivere come?

Non ha interessi, non ha amici, è un uomo senza scopo che ormai pensa al suicidio.

Non vi dico come finisce, anche se si può intuire.

E’ un romanzo sulla sottomissione delle donne all’uomo e dell’uomo alla religione; del ritorno dell’irrazionale, dell’aborrimento della laicità. Ma Houellebecq non ha forse azzeccato alcune tendenze?

Di recente negli USA è stata abolita una famosa sentenza che permetteva alle donne di abortire: non è questa sottomissione delle donne all’uomo?

Le famiglie sono sempre più nucleari, e l’individualismo prevale (di solitudine non parliamo): venute meno le grandi religioni, niente le ha sostituite, se non la grande distribuzione: non è mancanza di senso questa?

E poi, fate attenzione: come ha intenzione di prevalere la religione musulmana nel romanzo? Prendendo il controllo della cultura, della scuola, dai gradi più bassi fino alle università. Tolgono i fondi alla scuola pubblica, ridimensionandone di molto la qualità, mentre le scuole private (islamiche), godendo di aiuti petrolarabi, sono l’unica scelta possibile per genitori che vogliono dare una cultura ai figli.

E’ così che si diffonde un pensiero.

E’ un romanzo, ci mostra il punto di vista di Francois, che non è proprio una bellissima persona: le donne gli interessano solo dal punto di vista sessuale, è cinico, ingeneroso… ma è interessante come, nella mente di Houellebecq, la mancanza di senso porti all’islam.

L’autore ha scelto l’islam, ma forse poteva mettere qualche altro tipo di religione dalle regole ferree e irrazionali (come, a mio parere, sono tutte le religioni: irrazionali). O forse no.

Fatto sta che il modo in cui l’islam, nel romanzo, sale al potere, è perfettamente legale: attraverso gli inciuci politici e – forse – il controllo dei media, che, pian piano, fanno accettare i cambiamenti all’opinione pubblica.

Se infatti ci sono dei tafferugli, all’inizio, Francois quasi non li nota, non ci pensa più di tanto: sì, va a casa di un tipo per star tranquillo, ma non mostra alcuna indignazione, alcun impeto a far qualcosa.

Francois è un intellettuale che potrebbe agire ma non agisce, perché più interessato alla cena da scongelare e alle mutandine della prossima studentessa che alla deriva del suo paese. Forse è questa la chiave di lettura del romanzo: non l’ascesa dell’islam, ma il ritiro dell’intellighenzia nelle torri d’avorio.

Mi chiedo se il romanzo non sia anche una critica velata alla troppa libertà che c’è in giro.

Libertà significa possibilità di scegliere, ma le scelte, in questo mondo, sono sempre più più, e ogni scelta è dolorosa, perché comporta almeno una rinuncia. E le rinunce creano angoscia, se la scelta non ha linee guida, se tutte le opzioni hanno lo stesso valore. Da qui, la necessità di sottomettersi a qualcuno che faccia le scelte per te.

Per chi non lo ha letto, è lo stesso processo di cui parla Fromm in “Fuga dalla libertà”.

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Balzac e la Piccola Sarta cinese – Dai Sijie

Quando un giorno ci vieteranno di leggere libri, allora in Italia ci tornerà la voglia di leggerli.

Ecco cosa mi è venuto in mente leggendo questo romanzo: i due ragazzi cinesi costretti, negli anni Settanta, a vivere in mezzo ai monti per essere rieducati perché figli di intellettuali, sviluppano una voglia pazzesca di leggere proprio perché gli è stato vietato.

Difficile immaginare un paese con milioni di esseri umani a cui è vietato leggere: dove tutti i libri sono stati bruciati (ad eccezione dei testi “formativi”, alla Mao).

Dove possedere un volume proibito è davvero pericoloso.

Ma in quegli anni, non erano solo i libri a mancare: erano proprio le storie! La fantasia! La bellezza!

Il capo villaggio, che ha la responsabilità di vigilare sui suoi paesani, sente questa mancanza come tutti gli altri, ed è disposto a concedere ai due giovani una giornata di libertà dai lavori affinché loro vadano in paese a vedere un film, e tornino a raccontarlo.

La fine è spiazzante: l’effetto che i libri di Balzac avranno sulla bellissima sartina cinese, di cui entrambi i ragazzi sono innamorati, mi ha lasciato quasi a bocca aperta.

Ma è così: ognuno prende dai libri quello che gli interessa, quello che sente più affine.

E i due giovani rieducandi si troveranno a compiere un gesto che non si sarebbero mai sognati di fare…

Bel romanzo: solo apparentemente leggero, con tanti significati dietro le righe.

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Chesil Beach – Ian McEwan

Ottimo romanzo psicologico.

La prima scena si apre nel 1962 in una suite nuziale, in un albergo sulla spiaggia inglese di Chesil Beach.

Florence ed Edward, ventiduenni, entrambi vergini, si sono sposati poche ore prima e ora stanno timidamente mangiando un pasto di cui non interessa nulla a nessuno dei due.

Con sapienti cambi del punto di vista, McEwan ci mostra le paure dell’uno e dell’altra di fronte all’evento che li aspetta nella camera accanto, dove il letto matrimoniale incombe con il suo baldacchino.

Edward ha atteso questo momento con trepidazione (è stato addirittura capace di astenersi dal “piacere solitario” per una settimana!), ma ora la sua paura principale è quella di “concludere troppo in fretta”. Florence, invece, è terrorizzata: il contatto fisico non le è mai interessato, non le piace il bacio alla francese e l’atto sessuale in sé, di cui ha letto in un libro considerato, ai tempi, moderno, la ripugna.

Eppure si amano. Si amano a dispetto delle loro personalità così diverse, che impariamo a conoscere nei lunghi flash-back: Florence, di famiglia ricca, vive per il violino e la musica classica, di cui a Edward, amante del rock, non interessa un fico secco, se non per compiacere la sua compagna. Edward viene da una famiglia modesta e problematica, con una madre che, in seguito a una caduta, ha problemi comportamentali e di memoria.

Le parte del libro in cui McEwan ci mostra le case dei protagonisti è emblematica delle differenze tra i due. Ma la distanza di mentalità ed esperienze è ancora più evidente quando Edward, ospite dei futuri suoceri, deve mangiare cibi che non ha mai assaggiato né visto:

Quell’estate assaggiò per la prima volta l’insalata condita con olio e limone e, una mattina, lo yogurt (alimento fiabesco a lui noto soltanto dalla lettura di un romanzo di James Bond). La modesta cucina del padre e il regime a base di pasticcio di carne e patate dei suoi anni studenteschi non l’avevano di certo preparato per le stravaganti verdure – melanzane, peperoni sia verdi sia rossi, zucchine e taccole – che gli venivano regolarmente proposte.

Insomma, ve lo immaginate lo yogurt… fiabesco? E le melanzane… stravaganti?

Ma la notte di nozze incombe e la cena arriva alla fine. Devono decidersi a compiere… l’atto!

Ovviamente, con due tipi così, le paure di Edward diventano realtà.

E qui scoppia il dramma: entriamo nella testa prima dell’uno e poi dell’altra e vediamo come cambiano le loro emozioni, come la paura lascia il posto alla vergogna e alla rabbia, come l’incapacità di parlarsi li induce a ragionamenti che ingigantiscono e travisano i fatti realmente accaduti.

Però il romanzo è ben costruito: l’epilogo finale non poteva essere diverso.

Il tema chiave della storia è l’incomunicabilità dettata dai tempi, tuttavia, l’elemento psicologico individuale non cessa mai di svolgere il proprio ruolo: in fondo, non tutte le coppie che si sono sposate nel 1962 sono finite come Edward e Florence!

Mi piace molto McEwan: anche questo romanzo, al di là della storia e del tema, ci illumina all’improvviso con frasi quasi… confuciane, nella loro saggezza e brevità:

Ecco come il corso di tutta una vita può dipendere… dal non fare qualcosa.

E poi ci sono quelle frasi in cui, con poche parole, ti condensa tutto il libro:

Si conoscevano pochissimo, e non avrebbero fatto grandi progressi in tal senso data l’imbottitura di premuroso silenzio con cui smussavano le rispettive identità.

Romanzo introspettivo con pochi dialoghi e accadimenti, ma la sua ricchezza va cercata altrove.

Voto: 4/5.

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Non lasciarmi – Kazuo Ishiguro @repubblica

Inghilterra, tardi anni Novanta.

Ma non sono gli anni Novanta veri: ci troviamo in una distopia, nel racconto di una realtà alternativa.

A parlare è Kathy, che è assistente dei donatori. Donatori di cosa? Perché hanno bisogno di assistenza? Il mondo di questo libro è cupo, senza speranza, ma Kathy e i suoi amici lo capiscono solo una volta cresciuti.

E’ lei a raccontarci la loro infanzia alla scuola di Hailsham: un’infanzia protetta, ma isolata dal mondo esterno, perché gli studenti sono “speciali”, sono nati con uno scopo specifico. Non hanno genitori, non hanno cognome, e si parla del loro destino solo in termini fumosi.

I ricordi di Kathy non sono niente di speciale, ma acquistano unicità in forza del futuro che si prospetta alle porte. Per lei sono importanti, le danno delle radici, ma per altri, per Ruth, ad esempio, sono anche fonte di una nostalgia troppo forte, tanto che a volte finge di aver dimenticato molti piccoli accadimenti.

Di fronte al destino che aspetta tutti questi giovani, l’aspetto che mi ha colpito di più è la loro rassegnazione. Non ci sono segni di ribellione: accettano di diventare donatori, e solo alcuni scelgono la strada dell’assistenza (che comunque sfocerà nella donazione).

Ci sono pettegolezzi, chiacchiere: a volte qualcuno parla di possibilità di rinvii, con l’arte, con l’amore, ma non c’è niente di vero. Il “completamento del ciclo”, come viene chiamata la morte, è ciò che li aspetta.

Non ci si può fare nulla…

Per questo il romanzo è una grande metafora. E se è vero che niente, né l’arte né l’amore né il sesso possono posticipare il completamento del ciclo, è anche vero che l’infanzia e la gioventù di Kathy sono state piacevoli e meritavano di essere vissute.

Non è un libro che arriverà nella top ten dei miei preferiti (atmosfere e sentimenti troppo rarefatti, molto giapponesi, per intenderci), però merita di essere letto.

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L’amore molesto, Elena Ferrante @edizionieo @robadalettori

(English version: below)

Sono solo 170 pagine, ma sono dense di psicologia, luoghi, passioni e pensieri.

La madre di Delia annega la notte del 23 maggio, il giorno del compleanno della figlia. Non è chiaro se si tratti di suicidio, incidente o omicidio.

Delia lascia Roma e torna a Napoli per il funerale e per cercare di capire cosa è successo. Mentre ripercorre i luoghi della sua infanzia, salgono pian piano in superficie i suoi ricordi e ci permettono di ricostruire il passato della sua famiglia.

Veniamo così a scoprire che Amalia era una donna passionale, a volte civettuola, con molta voglia di vivere, che però veniva spesso picchiata dal marito gelosissimo. Che aveva un amico di lunga data, detto Catania, che frequentava anche in età avanzata. Che il padre di Delia aveva minacciato di uccidere la ex moglie solo una settimana prima della sua morte.

I ricordi però sono confusi, e non chiariscono del tutto il mistero della morte di Amalia. Pazienza: non è un giallo, questo. Vuole invece mettere sulla pagina una sofferta incomprensione tra madre e figlia, un rapporto in cui repulsione e voglia di immedesimazione si sovrappongono. E poi si parla di solitudine, tanta.

La Ferrante ha una bella scrittura che sonda nelle sfumature della psiche femminile come poche.

Però non mi piace molto l’immagine che dà degli uomini napoletani.

Io a Napoli non ci sono mai stata, ma i napoletani sono davvero così? Non se ne salva uno: tutti con tendenze violente, rozzi, con un’unica cosa in testa, sempre pronti a fissare nella scollatura delle donne, o a infastidirle nei mezzi pubblici, gelosi, braccano le sconosciute e i bambini per strada, fanno sesso con una che non vedono da trent’anni…

No, davvero, gente: è questa l’immagine del napoletano che vogliamo diffondere per il mondo?

Perché i libri della Ferrante sono tra i pochi libri di autori italiani che vengono pubblicati e letti all’estero. E io mi preoccupo, perché poi gli stranieri si fanno delle idee.

Inoltre, sebbene il libro mi sia complessivamente piaciuto, devo annotare una tendenza della scrittura della Ferrante che – secondo me – toglie un po’ di verosimiglianza ai suoi libro: le sue protagoniste pensano, sentono, ricordano molto. Però parlano poco, troppo poco.

Qualche parola, qualche frase smozzicata… le sue protagoniste me le immagino un po’ svagate, indecise sulle sensazioni da provare, sempre intente a studiare se stesse e gli altri. Donne che non agiscono per cause ed effetti, ma un po’ guidate dal momento, da sentimenti un po’ nebulosi…

So di toccare un mostro sacro, ma sono l’unica a pensarla così?


TROUBLING LOVE, by Elena Ferrante

The story takes place in Naple, where Delia comes back after 30 years for the funeral of her mother, who drowned the night of Delia’s birthday.

In a brief time Delia traces back her past: the violent father, the vivid mother, Caserta, the man who was perhaps in love with her mother, her uncle with one arm…

I never was in Naple, but I doubt that men there are very different from the men I know here in the North East of Italy. Ferrante’s men are all lustful, are always ready to touch women’s ass in buses, are violent and vulgar and have just one thing in their heads. No men in this book is safe from this stereotype.

Well, folk: this is not true, please.

Please: do not take this book as a realistic image of Italian male!!

Another thing that I do not like in Ferrante’s book is that her protagonists do not talk. Just few words or sentences, but in general, they seem absent-minded or too absorbed into their thoughts about themselves or other people.

That is true above all for this book, in Naple, where everyone is a chatterbox: here Delia seems an ET.

And you, abroad, have you ever read some of Ferrante’s books?

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Il libro delle illusioni, Paul Auster

David Zimmer è un professore che, in seguito alla morte della moglie e dei due figli, ha perso la voglia di vivere.

Un giorno, per caso, si ritrova a guardare un film degli anni Venti, e gli scappa una risata. Basta questo per invogliarlo a iniziare una ricerca sul protagonista di quella comica, Hector Mann, un attore che stava per salire alla ribalta di Hollywood quando, all’improvviso, è misteriosamente scomparso.

Zimmer viene contattato via lettera da Frieda Spelling, che si dice moglie di Hector Mann: gli spiega che il marito è ancora vivo e che vuole conoscerlo.

Il professore si lascerà coinvolgere dalla storia dell’ex attore, ma noi, che leggiamo il resoconto scritto undici anni dopo i fatti, restiamo sempre col dubbio se ciò che è successo è successo davvero così.

Hector Mann è morto di morte naturale, o no?

I suoi film sono stati tutti distrutti, o no?

Ciò che si vede è ciò che c’è, o c’è anche ciò che non si vede?

La verità è davvero l’unica cosa che conta?

Può esistere l’arte fine a se stessa, destinata a non esser condivisa?

Se spariscono dal mondo tutte le testimonianze della vita di Hector, allora Hector sarà davvero esistito?

Chiuso il libro mi è rimasto il sentore di non averlo capito del tutto: cosa voleva dirci Auster con questa corsa all’ultimo minuto per vedere dei film che sono stati girati allo scopo di venir distrutti per sempre?

Guardiamo alle somiglianze: Zimmer sta traducendo le Memorie di un uomo morto (Chateaubriand) e ha scritto un libro che potrà esser letto solo dopo la propria morte e Alma (la sua ragazza per otto giorni) ne ha scritto un altro che potrà pubblicare solo una volta morto Hector Mann (non faccio altro spoiler).

C’è morte ovunque, in questo libro, nel senso di morte fisica e di dimenticanza.

La morte fisica avviene per caso: un incidente aereo, una pallottola vagante, uno spintone. Non ci si può far niente.

Ma contro la dimenticanza sì, si può lottare. Coi libri, coi film con l’arte.

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L’età del malessere, Dacia Maraini

A volte mi capita che un romanzo non mi piaccia perché… è scritto troppo bene.

Mi spiego: i romanzi son fatti di personaggi, e se i personaggi sono molto reali, allora tu, per tutto il tempo della lettura, trascorri le tue ore con loro.

Nel caso de “L’età del malessere”, ho frequentato gente senza un minimo di progetto nella vita: gente che si lascia trascinare dall’impulso del momento, e questo indipendentemente dal loro livello di studio o dal loro ceto economico.

Tutti i personaggi del libro si lasciano vivere, si lasciano trascinare dai propri impulsi o dagli altri senza rifletterci su. Dopo aver appena letto il saggio di Mancuso sulla libertà da e libertà per, la cosa mi ha davvero appesantito gli occhi davanti alla pagina!

Mi chiedo inoltre se un romanzo così, dove nessuno si salva (salve la protagonista, che aspetta le ultime righe per farlo) possa considerarsi realistico. Possibile che nessuno si sollevi dalla massa?

E poi questa Enrica: passa uno in macchina, la carica su e lei ci va a letto… sono una dannata moralista, ma mi dà fastidio frequentare gente così! E non dipende dal fattore “sesso”: se avesse gettato in terra una carta perché qualcun altro gliel’aveva chiesto, mi avrebbe dato lo stesso fastidio.

Per non parlare di come si fa trattare da quel ca…ne di Cesare!

No, no, io non posso frequentare queste persone qui.

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Uccelli da gabbia e da voliera, Andrea De Carlo

Sospendere a p. 139, a più di metà romanzo (in tutto sono 226) è un obbligo morale, se il romanzo fa schifo.

Ho voluto dare un’altra occasione a De Carlo, dopo aver provato con Pura Vita (altro libro senza arte né parte), e ora mi sa che questo autore, per me, finisce in cantina.

Fiodor è un ventunenne figlio di genitori ricchi che non ha né arte né parte né ambizioni né passioni. Viveva negli Stati Uniti, ma, dopo aver causato un incidente stradale, scappa a Milano (dopo una breve visita al padre in Costa Rica) per andare a lavorare nell’azienda del fratellone. Nessun commento, nessun rimorso per la poveraccia a cui è andato addosso senza rimborsarle le spese (visto che non aveva l’assicurazione sull’auto).

Il lavoro per il quale viene assunto rimane vago. Si parla di stilare generici rapporti, di aprire una sede in Liberia, tutto resta fumoso: mi dà l’impressione che l’autore, molto pignolo nella descrizione di altre azioni, non abbia la più pallida idea di cosa si faccia in un ufficio.

Si innamora a prima vista di una ragazza misteriosa che non si fa inquadrare e sparisce di continuo senza dare spiegazioni.

Gli sparano addosso.

Fa un altro incidente stradale dopo esser scappato da un tizio che in realtà gli era stato messo alle calcagna dal fratello come guardia del corpo.

Mi son fermata qui perché la noia mi ha sopraffatto.

Ci sono tante azioni, in questo romanzo: tutte superflue. Si spostano oggetti, si cammina, si guarda, si fuma, si muovono i piedi, si mangiano cibi, si beve latte. Tutto descritto nei minimi dettagli ma senza necessità. Ti dà l’impressione che l’autore volesse solo allungare il romanzo.

Incontriamo tre ragazze, fino a dove son arrivata io. E tutte e tre ci provano con Fiodor (due ci vanno a letto) dopo pochi minuti di conversazione. Mentalità da uomo poco profondo che crede che le donne siano tutte là ad aspettare un qualsiasi esemplare del sesso maschile.

Come dicevo, le descrizioni si sprecano, soprattutto per le donne. Ma quando si arriva a leggere di Lynn, la figlia di cinque anni di Sue (una di quelle che finirà a letto con Fiodor), bè, lei resta senza volto. Si sa che scalcia, che piange, che giocherella, ma resta un animaletto rompiballe, una figura di disturbo. Come se l’autore non avesse mai avuto a che fare con una bambina (il che può essere, ma se vuoi fare lo scrittore, devi entrare nella situazione, porti delle domande, devi farmi vedere).

Arriviamo a Fiodor. Personaggio vuoto. Senza prese di posizione morale. Senza passioni (esclusa Malaidina). Non sente niente nei confronti del padre; si infastidisce col fratello senza darlo a vedere perché comunque gli torna comodo così; va a letto con la moglie di Bob senza porsi il problema di Bob; va a trovare il fratello di Malaidina per semplice noia o solo per sapere dove trovare sua sorella; causa un incidente e non si dispiace minimamente per la donna coinvolta, notando solo che è grassa e muove il collo… ecc…

Si scalda solo quando entra in scena Malaidina, questa evanescente ragazza di cui non sa assolutamente nulla, ma che è molto bella e con la quale ha fatto sesso una volta. Tutto resta molto superficiale. Indifferente.

Come fai ad appassionarti a un personaggio del genere?

Noia, noia, noia.

 

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L’albergo delle donne tristi, Marcela Serrano @Feltrinellied

L’Albergo è stato fondato da Elena per dare rifugio a donne che hanno bisogno di raccogliere i propri cocci. Ognuna può starci al massimo tre mesi. Ci sono delle attività di gruppo e dei lavori manuali da svolgere. Ma, soprattutto, si parla e si riflette.

I casi umani che si raccolgono all’albergo sono l’uno diverso dall’altro, ma ogni donna ha un problema legato, in un modo o in un altro, agli uomini. Son sempre che parlano di uomini, di quanto non ci capiscono, di quanto hanno paura di noi donne, di quanto ci sfruttano.

Floreana, storica, si è ritirata là per dimenticare un lutto e una delusione d’amore. Nonostante i propositi di dedicarsi alla castità, si sente subito attratta da Flaviàn, l’affascinante quanto scostante medico del paese. E qua inizia il tiritera: lo vuole ma ne ha paura. Lui si capisce che è attratto da lei ma ha paura.

Insomma: paura d’amare.

Il tema non è nulla di nuovo, ma anche tutti i discorsi che vengono fuori da questa torma di donne non brilla per originalità. Parlano di divorzi, figli, sesso, orgasmo, incomunicabilità. Molti i luoghi comuni.

Trovo poco realista sia il cameratismo che si instaura tra le donne dell’albergo (privo di invidie e malignità: ma dove vive la Serrano? Dove le ha prese queste donne?) sia i discorsi che fanno tra loro, troppo verbosi, troppo intimisti, troppo cinici verso gli uomini. Donne troppo legate al fumo e agli alcolici, sempre che fumano e pensano al alla vodka (tanto che Elena ha dovuto metterci un divieto): ma fatevi curare, viene da dir loro…

Non è certo un libro che mi ricorderò da qui a qualche mese.

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Nudi e crudi, Alan Bennett @adelphiedizioni

Novantacinque pagine, solo 95 pagine, ma piene di ironia e ben scritte.

I coniugi Ransone rientrano da una serata all’opera e ritrovano la casa vuota; ma proprio vuota-vuota. Non è rimasta neanche la moquette, neanche lo sformato in forno. Chi sarà stato?

Il giallo si scopre solo alla fine, ma nel frattempo entriamo nell’intimità della coppia, scopriamo la povertà emotiva che ha caratterizzato i loro trent’anni di matrimonio, le loro abitudini incancrenite, i loro riti ormai inutili, i loro sotterfugi e le loro piccole meschinità.

Il signor Ransome è un avvocato, pignolo, che riprende la moglie ad ogni minima défaillance, anche verbale. Lei è una sciocchina, che non riesce a finire un libro capendone i contenuti, abituata a contare sul marito anche per fare la spesa. Eppure, tra i due, sarà lei a uscirne. Viva.

Viva due volte, non solo perché il marito morirà, ma perché la signora Ransome riuscirà, pian piano, proprio grazie al furto di trent’anni di oggetti, a cambiare. Si accorgerà di un bar che aveva sotto casa e in cui non era mai entrata; si comprerà dei mobili pacchiani da un indiano; inizierà a imparare un lessico emotivo tramite delle trasmissioni trash che non aveva mai visto.

E’ un romanzo sulla mancanza di comunicazione tra due persone che si conoscono da decenni, ma anche sulla mancanza di comprensione di se stessi (finché non subentra uno shock).

Molto carino.

Io non ho humor inglese, non mi sono messa a ridere mentre lo leggevo, ma so di gente che lo ha fatto. Per gli altri: leggetelo perché racconta con molta eleganza sia gli aspetti allegri che gli aspetti tristi di una convivenza.

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