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Fuoriclasse – storia naturale del successo (Malcom Gladwell)

E’ interessante vedere come vengono tradotti i titoli nelle varie lingue. In tedesco, il titolo è Ueberflieger, che vuol dire sì fuoriclasse, ma indica più precisamente qualcuno che vola più in alto. E in tedesco è più significativo anche il sottotitolo: Perché alcune persone hanno successo e altre no (mentre in italiano leggiamo “Storia naturale del successo”: dove quel “naturale” è un’aggiunta arbitraria rispetto alla versione originale in inglese).

Ad ogni modo, questo libro non è un saggio di self-help. Anzi, ammetto che ti smonta un po’. Siamo lontani dalle visioni di Tony Robbins, che ti dice che puoi fare tutto ciò che vuoi se ti applichi.

No, Gladwell è molto più realistico: i fuoriclasse sono arrivati dove sono non solo grazie al loro talento e alla loro determinazione (leggi: capacità innate e buona volontà), ma anche, se non soprattutto, grazie a una concomitanza di… possibilità e vantaggi.

Non usa la parola “fortuna“, né tantomeno “culo“, ma il concetto è questo…

Facciamo un confronto con il tormentone dei manuali di autoaiuto che si leggono in giro, e prendiamo l’esempio delle 10.000 ore: ti dicono che puoi diventare un virtuoso di violino, un eccelso giocatore di pallacanestro, un famosissimo scrittore se ti applichi con costanza all’attività che hai scelto. Diecimila ore è la quantità di tempo indicativo che ti serve per arrivare ovunque nella vita.

Dicono.

Ma Gladwell ci fa notare: ok 10.000 ore. Ma per avercele, queste 10.000 ore, devi trovarti nella situazione adatta. Come ci arrivi ad avere tutto questo tempo a disposizione se non sei di buona famiglia, se non hai chi ti aiuta, se devi lavorare dodici ore al giorno per guadagnarti la pagnotta?

Oppure, prendiamo l’esempio dei geni matematici. Gladwell ci fa fare conoscenza con un ragazzo americano, Langan, le cui competenze di calcolo sono eccezionali: un quoziente intellettivo che fa vergognare Einstein, superiore anche a quello di Oppenheimer; Langan si è fatto conoscere al pubblico americano grazie a un quiz televisivo. Eppure questo ragazzo svolge un lavoro umile, uno di quelli con cui hai difficoltà a pagarti il dottore quando serve. Non ha saputo mettere a frutto le sue abilità.

Perché? Perché venendo da un ambiente svantaggiato, non possedeva le competenze sociali necessarie per farsi strada nel mondo universitario. E non è colpa sua se è nato in una certa famiglia e in un certo ceto.

Altri esempio di “condizioni favorevoli” sono l’anno di nascita (a volte anche il mese, per la scelta dei ragazzi nelle squadre di hockey), il ceto di appartenenza, il periodo in cui si frequenta l’università o si apre una certa attività, ecc…

Gladwell porta esempi molto dettagliati, mini-biografie, alla maniera americana.

Non so però se è un libro che può aver… successo. Credo di no, perché questo saggio è uscito in un momento in cui vanno alla grande i libri di self-help che ti dicono che puoi fare tutto quello che vuoi se lo vuoi (addirittura alcuni ti dicono che puoi fare quello che vuoi solo pensandoci), libri scritti da guru che danno speranza, che ti galvanizzano, che ti fanno uscire di casa per andare a correre e perdere quei trenta chili di sovrappeso che ti hanno chiuso le possibilità di trovare la bonazza di turno.

Gladwell è più equilibrato. Più realista.

La massa non vuole realismo, vuole reazioni di pancia, estremismo.

Ecco, in questo io facevo parte della massa.

A me piace la speranza.

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Dio, una storia umana – Reza Aslan @rizzolilibri

Un libro che è al tempo stesso un ampio resoconto di storia delle religioni e un personale percorso spirituale.

Aslan parte dagli inizi, da come l’uomo ha creato la religione, parla del bisogno di spiegare e ingraziarsi i fenomeni naturali, dell’innata credenza nell’anima separata dal corpo, e dell’incremento del pantheon degli Dei in varie parti del mondo, per arrivare alla fine (ma non dappertutto) al concetto di unico Dio.

Aslan ci dice che Dio è a nostra immagine, ed è ovvio: Come ci si può immaginare Dio se non lo si associa a qualcosa che già si conosce? Cosa si conosce meglio di se stessi? Ma dare agli dei i nostri stessi vizi e virtù, può risultare controproducente, a volte ottiene effetti ridicoli, ed ecco, nei secoli, sollevarsi l’esigenza di un Dio unico, che ricomprenda in sé tutti gli aspetti dell’umano.

Il monoteismo (che è diverso dalla monolatria) ha fatto una fatica bestia a farsi accettare: la gente semplice non lo comprendeva, non riusciva a concepirlo proprio. Il primo tentativo di monoteismo è sorto in Egitto, nel 1300 a.C, ed è finito male, col popolo che ha distrutto le statue del faraone che ha provato a imporlo. Il secondo tentativo di monoteismo è arrivato dalla Persia (l’attuale Iran) con Zoroastro, e anche lui, col suo Ahura Mazsa, ha ottenuto pochissimo successo: pensiamo che nei primi dieci anni della sua predicazione è riuscito a convertire solo un suo cugino…

Un monoteismo più duraturo lo mettono in piedi gli ebrei, anche se la storia non è così granitica: gli ebrei all’inizio erano politeisti. Se alla fine optano per un Dio unico, lo fanno dopo il primo esilio, scegliendo Jahvè (che tuttavia per un pezzo farà fatica a distinguersi da El/Elhoim), più per bisogno di unità che per motivi spirituali.

A quel tempo non si fronteggiavano solo gli eserciti, ma anche gli dei: nello scontro Jahvé-Marduk, aveva vinto quest’ultimo. E gli israeliti non sapevano spiegarselo… perciò si son detti: ma certo, abbiamo perso perché non ci siamo dedicati al vero Dio, Jahvè, ma abbiamo adorato anche gli altri…

Ecco perché Jahvè si definisce Dio geloso: per giustificare la sconfitta contro i babilonesi! Così, una volta fatti schiavi e mescolati a decine e decine di altre etnie, si sono stretti attorno al Dio prescelto: facendo questo, hanno potuto continuare a riconoscersi come popolo.

Ciò non significa che tutti gli israeliti venerassero davvero solo un dio, e il racconto del vello d’oro è significativo in questo senso: era un tentativo di tornare agli dei originali mentre Mosè (di cui non abbiamo tracce archeologiche, e che viene nominato solo nella Bibbia) andava a prendere le tavole della legge.

Con l’avvento del cristianesimo i casini sull’unità/trinità di Dio aumentano e non di poco: se si arriva a una conclusione univoca, è perché si dice: “E’ così, è per fede”, e si chiude la questione.

Aslan fa degli interessanti parallelismi tra nascita del monoteismo e nascita di un sistema morale (prima la religione non si interessava di moralità vera e propria, non c’erano sistemi di punizione/premiazione post-mortem).

Trovo interessante anche i tentativi messi in piedi dalle varie religioni per giustificare ognuna la propria visione di Dio: di chiacchiere ne hanno fatto non sono i nostri (marcioniti, agnostici ecc…) ma anche i mistici/religiosi altrui (sufi ecc…).

E’ un libro che affronta molti tempi ma in maniera semplice, adatta anche ai non-specialisti. C’è un punto in particolare che mi ha fatto sorridere.

Quando Mosè parla con Dio al roveto ardente, Dio gli si presenta come Jahvè, il dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Ma, dice Aslan, Abramo, Isacco e Giacobbe non sapevano neanche chi fosse, ‘sto Jahvè, perché loro adoravano, tra gli altri, El, non Jahvè!

La storia delle religioni è affascinante perché le religioni si impongono a dispetto di tutto, specie a dispetto della loro mancanza di vantaggio evolutivo: Aslan menziona Durkheim, Freud e altri, per elencare i motivi possibili di questo successo planetario, ma non si giunge mai a una conclusione univoca.

Un sola cosa sembra chiara: l’idea che siamo anime incarnate è universale ed è sempre esistita. Non si sa da dove arrivi questa idea, si sa solo che c’è sempre stata.

Affascinante.

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Il vangelo ebraico (Daniel Boyarin)

Sembra una contraddizione, parlare di Vangelo ebraico, considerando che gli ebrei non riconoscono Gesù come il figlio di Dio. Eppure…

Boyarin è professore di cultura talmudica ed è uno dei maggiori esperti di ebraismo al mondo. In questo libro, uno dei più leggibili nella lista delle sue opere, cerca di dimostraci che Gesù non ha operato una rottura col mondo ebraico, ma ha portato a compimento le profezie del proprio popolo.

Gli ebrei aspettavano il messia da tempo. La questione era: questo figlio di falegname, è il Messia?

Anche in questo saggio, si ribadisce che Gesù era ebreo. Se si è messo a litigare coi farisei, era per difendere la Torah scritta dalle loro pignolerie ed esagerazioni, per difendere la Vera Tradizione ebraica dalle interpretazioni rabbiniche, non per operare una cesura con essa.

I farisei applicavano la Torah alla lettera dicendo che stavano applicando la “tradizione degli antichi”: ma Gesù, e molti altri come lui, non era d’accordo. Gesù, da questo punto di vista, era un conservatore e cercava di far rispettare lo spirito della Torah, il suo aspetto umano.

Altro punto interessante, è che in realtà gli ebrei all’inizio dei tempi non erano perfettamente monoteisti. Le radici della loro religione vedono la coesistenza di due essenze divine, un Vegliardo, un Capo dei giorni, e un Figlio dell’Uomo. Ai tempi dei tempi, si parlava di El e Ba’al.

Questo dualismo è stato poi ripreso nelle prime due persone della Trinità. Dunque, anche qui: niente di nuovo.

E non è nuova neanche l’idea di un Messia che soffre e muore per l’uomo.

Boyarin, riprendendo la lettera di alcuni testi ebraici, ci spiega come la figura di Gesù sia stata travisata attraverso secoli di interpretazioni pilotare. Ma non è una critica, la sua. E’ una constatazione, un esame dei testi, un riconoscimento del tempo che passa e delle persone che manipolano le storie.

Perché di storie si tratta.

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Il vangelo del traditore, Bart D. Ehrman

Ma noi, che viviamo in un paese cattolico, lo abbiamo davvero capito perché Giuda ha “tradito” Gesù?

Guardiamo ai vangeli canonici.

In Marco, le motivazioni non vengono riportate. In Matteo si dice che Giuda tradisce per soldi. In Luca che il diavolo è entrato in lui. Per scoprire le vere motivazioni, dunque, dobbiamo rivolgerci altrove.

Negli anni Sessanta è stato scoperto in una grotta egiziana il Vangelo di Giuda (che non è stato scritto da Giuda, ma nel quale Giuda è, insieme a Gesù, il protagonista). In questo testo, Giuda non tradisce Gesù, bensì porta a compimento la profezia, perché tramite la consegna ai romani e la morte, Gesù riesce a liberarsi del corpo materiale per ascendere alla sfera divina. Si dice che Giuda era l’unico apostolo ad aver capito la natura di Gesù e che consegnandolo ai romani lo ha aiutato a diventare ciò che era.

Ne consegue, che neanche il vangelo di Giuda ci dà una base storica accettabile. Per forza: si tratta di un vangelo gnostico, corrente secondo la quale il mondo materiale è il Mal:  tutto ciò che esiste viene creato da una serie di esseri divini (alcuni esplicitamente negativi) e per essere liberati bisogna essere in possesso della Rivelazione (Gnosi) che viene elargita solo ad alcuni. Giuda, secondo il vangelo che prende il suo nome, era uno di questi favoriti.

Allora, come facciamo a sapere perché Giuda ha tradito?

Bisogna desumerlo dal contesto, sebbene una risposta sicura al 100% non sia possibile.

Partiamo dai pochi fatti certi che abbiamo: Gesù era un profeta ebreo apocalittistico. L’apocalittica era una corrente secondo la quale il mondo doveva aver fine per mano di Dio, che si era stancato del male che compivano gli uomini.

Quando Gesù parlava di Regno, quando diceva che il Regno stava arrivando, che non sarebbe passata la loro generazione senza vedere il Regno, lo intendeva in senso letterale, non spirituale. Sarebbe arrivato il Figlio dell’Uomo (che nei testi più antichi Gesù NON identifica con se stesso) che avrebbe fatto piazza pulita e avrebbe restituito il controllo delle 12 tribù di Israele (di cui 10, nel corso dei secoli, erano state decimate); ecco la ragione del numero 12, per gli apostoli: erano coloro che avrebbero dovuto guidare le tribù.

Ed ecco perché gli apostoli ad un certo punto si mettono a litigare tra loro per capire chi sarà il più importante tra loro: perché avevano inteso tutto in senso letterale. Era il senso in cui parlava Gesù. Il Regno era il regno terreno di Dio.

Quando Gesù ha cominciato a intuire che sarebbe finito male (non sarebbe stato il primo, tra i profeti ebrei che si mettevano sulla strada dei grandi sacerdoti) e ha cominciato a dire che sarebbe morto, si può immaginare la delusione degli apostoli.

Erano poveracci, neanche capaci di leggere e scrivere, ed era arrivato questo profeta a dire loro che sarebbero stati messi a comandare le tribù del regno di Dio… ci avevano creduto, tutto stava in piedi, anche le beatitudini acquistavano senso.

Questa può essere una ragione del tradimento di Giuda: una somma delusione, una frustrazione con i controfiocchi.

E come lo ha tradito? Nei vangeli sembra che Giuda si limiti a dire alle guardi dove si trova Gesù e a indicarlo con un bacio. Ma è poco probabile: le autorità romane avrebbero semplicemente potuto farlo seguire, non c’era bisogno di Giuda, per questo, né di baci e bacetti.

E poi, perché hanno arrestato Gesù?

Perché costituiva un pericolo per l’ordine pubblico. Insomma, si dichiarava re dei Giudei, il Messia, l’Unto; e dichiararsi re in un paese occupato equivale a una rivolta (tanto più che tra gli ebrei i rivoltosi armati non erano pochi).

Solo che se facciamo attenzione, Gesù non si era mai dichiarato Messia in pubblico.

Nei testi cristiani, canonici o meno, si dà per scontato che Gesù fosse il messia. Eppure lui non lo ha mai proclamato in pubblico. Ne deduciamo, che per saltare fuori, questo appellativo debba essere stato chiamato in causa da qualcuno. L’ipotesi più plausibile è che Gesù lo abbia usato in privato, nella stretta cerchia dei dodici, e che poi abbia chiesto di non divulgare la notizia.

Ecco in cosa consisteva davvero il tradimento di Giuda: nell’informare i sacerdoti che Gesù si era dichiarato il Messia. Era un segreto.

E nel divulgarlo, Giuda ha combinato un casino. Nell’ipotesi di Ehrman, Giuda non voleva che Gesù venisse ucciso. La sua intenzione era che venisse rinchiuso da qualche parte finché non passavano le feste ebraiche: se poi le autorità lo avessero interrogato, Giuda era sicuro che il pacifismo di Gesù sarebbe saltato fuori. Non aveva però fatto i conti con la tendenziosità delle alte cariche ebraiche, che appena vista l’occasione, la sfruttarono per mandare Gesù dai romani e farlo uccidere come sobillatore.

La buona fede di Giuda si può dedurre da un passaggio di Marco in cui Giuda chiede ai soldati di portarlo via “in modo sicuro”. La traduzione qui è troppo libera. Sarebbe più preciso tradurre con “sano e salvo”, cioè il timore di Giuda non era che Gesù scappasse (comportamento poco consono alla personalità di Gesù) ma che gli succedesse qualcosa di male a causa della confusione che c’era a Gerusalemme in quei giorni.

Ho riassunto in pochissime righe un libro che merita di essere letto tutto.

Ogni volta che mi immergo in testi storici del genere, mi meraviglio di come noi cattolici (io stessa, fino a pochi anni fa) diamo per scontate certe informazioni senza porci domande.

O meglio: io da piccola me le ponevo le domande; non capivo, ad esempio, perché Gesù era stato ucciso. Mi rispondevano: per salvarci dal peccato.

Che razza di risposta è??

Occorre ammazzare uno per salvare la gente dal peccato? Nell’ottica ebraica sì. Ci voleva il sacrificio. Non importa se a morire era il colpevole o un altro. Ma nessuno me l’ha mai spiegato. Non mi hanno mai spiegato le dinamiche romano-ebraiche del periodo, neanche da adulta. A messa, poi, lasciamo stare. Il pulpito potrebbe essere un magnifico luogo da cui insegnare certe cose, non dico in modo continuativo, ma ogni tanto, una notizia qui, una là, invece no, quasi certi fatti fossero segreti.

E vedo che anche in questi anni il mondo cattolico continua a divulgare parole vuote. Me ne accorgo dalle lezioni di religione e di catechismo: ai bambini viene detto che Gesù è morto in croce senza spiegare il perché.

Poi si cresce, si smette di farsi domande, e si ripetono frasi a papera.

Quando si trovano testi come quelli di Ehrman ci si trova sbalorditi: ehi, ma come mai ho smesso di chiedermi certe cose?

Forse perché nessuno ha mai risposto davvero, in certi contesti.

E poi si meravigliano che le chiese si svuotano.

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La verità sul codice Da Vinci, Bart D. Ehrman

So che è uscito Origin di Dan Brown, ma prima di leggerlo, avevo bisogno di chiarire esattamente (esattamente, non per sentito dire) cosa nel Codice Da Vinci era storia e cosa era invenzione. Questo piacevole saggio di Ehrman è perfetto allo scopo.

Il libro di Dan Brown è un’opera di fantasia, checchè ne dica l’autore quando all’inizio dichiara che le fonti a cui si è ispirato sono vere.

Innanzitutto, non sappiamo nulla sul presunto matrimonio tra Gesù e la Maddalena. Questo Brown non poteva ammetterlo, ma è probabile che Gesù fosse celibe e casto: niente di strano a quei tempi; anche gli esseni avevano scelto questo stile di vita (by the way: Gesù non era un esseno, ma il suo pensiero aveva molti punti in comune col loro).

Se Gesù fosse stato sposato, qualche fonte avrebbe riportato il dato. E invece niente, né nei quattro vangeli, né nei vangeli apocrifi.

Poi: se lui e la Maddalena fossero stati marito e moglie, perché identificare lei nominando la sua provenienza (Maria di Magdala) per distinguerla dalle altre Marie dei testi? Sarebbe bastato dire Maria moglie di Gesù, no?

Gesù era un apocalittico, un profeta ebreo che prevedeva l’arrivo IMMINENTE del Regno di Dio. In tale regno, non ci sarebbe più stata divisione tra uomo e donna, dunque nessun rapporto sessuale, perché tutti sarebbero stati casti: si presume dunque che Gesù volesse anticipare un po’ quello che sarebbe successo nel regno, che ai suoi giorni era solo un granello di senape, ma che sarebbe cresciuto fino a diventare un albero gigantesco. Niente di più probabile, dunque, che fosse celibe e casto.

E poi, guardiamo a Paolo: anche lui era un apocalittico. Anche lui prevedeva l’arrivo imminente del regno. E dunque scriveva, nelle lettere, che siccome tutto stava per essere sovvertito, non aveva senso darsi tanto da fare per cambiare le cose: chi era sposato, restasse sposato, chi era celibe, restasse tale. Tanto da là a poco arrivava il Regno…

Dan Brown dice che nel Vangelo apocrifo di Filippo sta scritto che la Maddalena è la compagna di Gesù, e che in aramaico, quando si dice Compagna, si intende moglie. Peccato che quel vangelo fosse scritto in copto, l’antico egiziano, e che la parola vada tradotta effettivamente come compagna, amica.

Cadendo la relazione sessuale tra Gesù e la Maddalena, cadrebbe tutto il Codice Da Vinci e Dan Brown non avrebbe fatto i miliardi. Ma in fondo lui è un romanziere, io mi son divertita a leggerlo. Il guaio si pone quando il pubblico in senso lato prende il romanzo come oro colato e va in giro a dire che Gesù era sposato e che la chiesa delle origini era matriarcale…

Ma andiamo avanti con i chiarimenti.

La Maddalena non era una prostituta. Non ci sono testi che lo affermano.

Tale idea si fece largo cinquecento anni dopo che queste fonti furono scritte, quando papa Gregorio il Grande tenne un sermone in cui affermava che Maria Maddalena non era altri che la peccatrice citata in Luca 7 (…)

Altra cosuccia errata del romanzo di Dan Brown è che la chiesa primitiva non celebrava il femminino sacro. Probabile, da alcuni accenni nei testi storici, che le donne avessero un ruolo più importante che nel resto della società, anche perché, se il Regno era vicino e se bisognava anticiparlo con dei gesti, era auspicabile che si iniziasse da subito a ridurre la distanza tra uomo e donna.

Ma le donne rimanevano comunque esseri subordinati e, per essere ammesse al regno, dovevano comunque… diventare come uomini. Col passare del tempo, poi, le iniziali aperture alle donne sono svanite, e ha ripreso vigore l’antico paternalismo: ma non è stato Costantino a decidere questa svolta, come dice invece Brown nel suo romanzo.

E ricordiamo comunque, che per quanto Gesù accettasse di parlare pubblicamente con le donne e per quanto alcune donne (presumibilmente ricche o nubili, cioè libere dai doveri domestici) facessero parte del suo seguito, aveva comunque scelto solo discepoli maschi, e faceva conto su questi 12 discepoli per guidare le 12 tribù di Israele.

Dopotutto, l’uguaglianza effettiva tra uomini  e donne si sarebbe concretizzata col Regno di Dio (che doveva arrivare presto, una questione di pochissimo tempo), perciò che senso aveva darsi da fare per mettere in piedi un progetto di riforma sociale? Si trattava solo di anticipare il Regno con piccoli segni, con piccoli granelli di senape. Poi il Regno avrebbe fatto il resto.

Altra incongruenza: non è  stato Costantino a decidere quali testi includere nel Canone. Il processo era già in atto, e terminò molto tempo dopo la morte dell’imperatore.

Ancora: nel romanzo, Dan Brown dice che Gesù aveva incaricato Maria Maddalena di guidare la sua chiesa. Sbagliato: in base al Vangelo apocrifo di Maria, Gesù avrebbe sì rivelato una verità alla Maddalena, ma questa Verità aveva a che fare con la salvezza dell’anima, non con la guida della sua chiesa (anche perché, non serviva guidarla molto a lungo, visto che il Regno sarebbe arrivato prima della fine della loro generazione).

Il post si sta allungando, non posso riportare altre differenze tra i documenti storici e il romanzo di Dan Brown; vorrei però sottolineare un punto, che riguarda l’esistenza di Gesù, perché per alcuni è ancora dubbia.

I testi che ne parlano sono i vangeli. E sono anche i testi più antichi e più attendibili.

Ci sono poi due fonti pagane, cioè non ebraiche né cristiane, che lo citano (Plinio, governatore romano, e Tacito, storico romano).

Infine c’è una fonte ebraica, Flavio Giuseppe. Queste sono le fonti più attendibili (e Ehrman, da buon storico, ci spiega ad un certo punto quando una fonte è attendibile).

Dunque Gesù è esistito, ha creato della confusione in Giudea ed è morto crocifisso.

Su cosa abbia detto e fatto ESATTAMENTE… bè, questo è un altro discorso.

 

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Storia del Cristianesimo, dalle origini a Teodosio, Panfilo Gentile

E’ un testo che risente, nello stile, degli anni in cui è stato scritto (1969). La parte relativa alla diffusione del cristianesimo post-Gesù è descritta in modo più appassionante da Carrère ne “Il Regno”.

Per quanto riguarda la vita di Gesù, invece, il libro risente, come quasi tutti i testi sull’argomento, di una grossa limitazione: si rifà quasi prevalentemente alle fonti cristiane.

Eppure, Panfilo Gentile, filosofo e giornalista laico, ci è utile per integrare o sottolineare alcuni punti.

a) Il sermone della montagna, come molte altre cose dette da Gesù, non è davvero “suo”. Sembra che questo discorso sia stato preso dal Hillel, un rabbino illuminato, forse maestro di Gesù stesso. Ce n’erano, di rabbini illuminati, a quei tempi: erano studiosi che cercavano di far staccare gli ebrei dalla lettera dei testi (ricciolini vari, divieti alimentari, ecc…) e di dare più importanza all’aspetto umanitario nella vita quotidiana.

b) L’ebraismo era una religione terrena, non prevedeva la resurrezione della carne. In realtà, secondo alcuni, neanche Gesù ne ha parlato. L’idea della resurrezione è di provenienza persiana.

c) Gesù è sempre stato ebreo. Era uno dei tanti ebrei che si staccavano dalla lettera della Legge, ma non ha mai preteso di creare una nuova religione (questo al 99% dei cattolici non è ancora chiaro).

d) Paolo giustifica la morte di Gesù in senso espiatorio, in linea con la tendenza ebraica, secondo cui Dio non perdona se qualcuno non viene sacrificato: che ad essere sacrificato sia chi ha commesso il peccato o un altro completamente innocente, secondo le tesi ebraiche era ininfluente.

e) Si può parlare della nascita di una nuova religione quando viene abbandonata la Legge e quando si accetta che anche i non ebrei possano essere salvati.

f) E’ Paolo che ha fondato il cristianesimo e ci è riuscito, in disaccordo dottrinario con Giacomo, Pietro e Giovanni, perché gli apostoli rimasti a Gerusalemme erano persone semplici, non in grado di controbattere alle argomentazioni di Paolo; senza contare il fatto che non ne avevano capito l’innovazione e che credevano di essere loro i veri depositari della storia di Gesù, perché loro, e non Paolo, lo avevano conosciuto di persona.

g) La distinzione che Paolo faceva tra carne e spirito era una metafora per le azioni cattive e quelle buone. E’ stata l’influenza ellenistica a travisare e a introdurre la contrapposizione tra corpo e anima.

h) I cristiani delle origini non sentivano il bisogno di dire che Gesù era nato da una vergine. E’ sempre l’influenza greca che si fa sentire, e che, abituata a ragionare in termini di Dei e semidei generati da un dio e da un/a umano/a, cambia le carte in tavola. Poi, siccome il dio ebraico non era antropomorfo, per risolvere il problema si è fatto entrare in campo lo spirito santo.

i) All’inizio i cristiani non sentivano il bisogno di una struttura gerarchica perché credevano davvero che il Regno fosse imminente. Poi si sono accorti che il regno non arrivava, e si son detti: “Beh, intanto che aspettiamo…”

l) Per circa 300 anni i cristiani non sono proprio considerati. Non se li filavano. L’impero era tollerante, gli andavano bene tutti gli dei pagani, bastava che non creassero casini. I primi cristiani erano considerati una setta interna all’ebraismo e gli imperatori volevano restare fuori dalle beghe dottrinarie. Non se ne occupavano neanche per perseguitarli e sembra che Nerone li abbia mandati a morire nel Colosseo solo perché sobillato da consiglieri ebrei (preoccupati da quella che consideravano una frangia blasfema), e solo in quanto convinto che i cristiani avevano dato fuoco alla città (cioè non li perseguitava in quanto cristiani).

m) Costantino voleva una religione unica per motivi di unificazione dell’impero. Per il resto, era superstizioso e non ci capiva nulla del cristianesimo. Non capiva neanche che il cristianesimo-ebraismo delle origini aveva un Dio geloso, che non ammetteva altri dei al di fuori di lui. Poi, una volta entrato a corte, il clero seppe come influire e brigare e dispensare favori ai propri fini.

Se è certo che da parte degli scrittori ecclesiastici si iniziò una campagna diretta ad ottenere dai principi una politica di sterminio del paganesimo e se è certo che un fanatismo sanguinario circolò fra le plebi cristiane, non è altrettanto certo che gli eredi di Costantino si ponessero al servizio di queste passioni sfrenate.

n) In generale, nell’impero anche dopo l’editto di Milano i riti pagani tra le folle convivevano con i riti cristiani:

Fino alla metà del V secolo a Roma si mantennero sempre i galli sacri per i presagi. I calendari di quest’epoca indicano sempre tutte le feste pagane e i giochi che le celebravano.

Fa bene leggere libri del genere, ogni tanto. Così non si danno per scontate istituzioni e credenza che vogliono farci credere universali nel tempo e nello spazio (e questo non ha niente a che fare con la fede).

 

 

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Racconto autobiografico, Eugenio Scalfari @espressonline @repubblica @Robinson_rep @einaudieditore

Il bello delle (auto)biografie di personaggi pubblici è che, oltre ad appassionarti come romanzi, ti fanno ripassare la storia recente di un paese. In questo caso, il mio, di paese, dove, sembra strano, ma nominare Calvi, De Lorenzo, Logge massoniche e compagnia bella fa sgranare gli occhi ai rappresentanti delle giovani generazioni, che questi nomi li hanno sentiti solo vagamente nominare (visto che i programmi scolastici non li comprendono mai).

Ho letto dell’infanzia fascista di Scalfari, della sua Calabria contadina e del contrasto con quella di oggi, del suo primo lavoro come direttore di una casa da gioco (!) e in una banca, e poi, finalmente, come giornalista a L’Espresso.

Scalfari ci parla del Piano Solo, il tentativo di colpo di stato che, ci dice, è stato il suo giornale a smascherare. Ci parla della fondazione di Repubblica e delle idee che sono alla sua base.

Ci parla però anche delle sue vicende più intime: i rapporti tra i suoi genitori, le due donne della sua vita. Questo è comunque l’ambito in cui si fa più reticente, non ti dice nulla che già non si potesse sapere: e io rispetto la sua scelta.

Un moto di fastidio l’ho provato quando ha raccontato della sua esperienza come parlamentare. Ammette che dopo un po’ ha perso slancio, si è annoiato, ha lasciato scemare l’impegno in aula. Mi son detta: ecco un altro che approfitta della sua elezione, si prende i soldi e lascia andare alla deriva tutte le nostre idee sul valore della politica e della rappresentanza popolare.

Nessuno è perfetto. Ma almeno Scalfari sembra esser stato sincero.

Tramite il giornalista incontriamo i lati poco conosciuti di Moro, La Malfa, Gianni Agnelli, Andreotti…

Insomma: storia recente.

Un ripasso necessario, ogni tanto, per cercare di capire (ma cercare soltanto) come siamo arrivati allo scatafascio di oggi.


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Ho scoperto cos’è il coefficiente di lettori: per ogni giornale (ma probabilmente lo stesso discorso si può fare per ogni tipo di carta scritta) ci sono degli acquirenti, ma i lettori di solito sono di più.

Questo, se il coefficiente di lettori di un giornale è elevato, mi porta a fare due considerazioni:

  • il giornale ha un buon livello di influenza (è un influencer, diremmo oggi)
  • ma quanti scrocconi ci sono in giro?

 

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