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Dieci cose da sapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi (Alan Friedman) @AlanFriedmanit

Lo ho letto in due giorni scarsi, tutta presa dalla curiosità di arrivare alla fine e vedere se ci offriva una soluzione facile e indolore alla situazione italiana.

Ovviamente, come dovevo aspettarmi, le soluzioni facili e indolori non esistono, e Friedman ce lo ricorda ogni due pagine. Però una visione realista, anche se negativa, è sempre meglio di una frottola, come quelle che ci raccontano molti politici pur di tirar su voti.

E poi, ho ripassato alcuni concetti su cui non si riflette mai abbastanza.

Lo Spread, ad esempio.

Lo spread è dato dalla differenza dei tassi d’interesse pagati dai paesi sui loro titoli di stato. Di solito si confrontano i tassi tedeschi con quelli italiani: siccome l’Italia non è considerata un paese solvibile e affidabile (siccome dunque prestarle soldi è rischioso), i suoi tassi di interesse sono alti.

Investimento rischioso –> alto interesse.

La Germania al contrario è considerata affidabile, e, come succede con tutti i prestiti, se sono sicuri danno un basso rendimento, dunque i tassi di interessi tedeschi sui suoi titoli di stato sono bassi.

Più l’Italia è considerata inaffidabile, più i prestiti a lei fatti sono considerati rischiosi, più aumentano i tassi di interesse sui suoi buoni del tesoro, più aumenta la differenza con i tassi tedeschi (e dunque lo spread).

Ogni aumento dello spread ci costa diversi miliardi di interessi in più sul debito italiano.

Ma visto che il processo è noto, mi viene da pensare che quando un politico fa una cazzata e fa cadere la fiducia che si nutre nei confronti del sistema Italia, ci sia sotto qualche forma di intenzione mirata…

Un altro passo interessante è quello che riguarda le pensioni.

Purtroppo l’argomento è diventato il cavallo di battaglia di molti politici che promettono azioni popolari ma per nulla gestibili.

Per esempio, io non avevo capito (da grande ignorante che sono) l’ineguaglianza di fondo del sistema pensionistico retributivo.

Quando la Fornero ci ha fatto passare (anche se non subito) dal sistema retributivo a quello contributivo, tutti si sono concentrati sulla diminuzione delle pensioni.

Ma pochi hanno sottolineato quanto ineguale era il sistema pensionistico retributivo, che manteneva lo stesso introito ai pensionati in base agli stipendi degli ultimi anni (ma totalmente svincolato dagli effettivi contributi versati!). Significava che i pensionati continuavano a percepire una somma che era superiore ai contributi versati!

E questa differenza veniva pagata in parte dai lavoratori, in parte dal debito pubblico.

Quello che non mi convince, è che Friedman dice che l’unica soluzione è ricorrere a fondi pensionistici privati.

E non mi convince per esperienza personale: perché nessuno di quelli a cui mi son rivolta per aprire un fondo pensionistico è stato in grado di dirmi quanto ritirerò di pensione integrativa. Perché?

Almeno un’idea dovrebbero averla, questi consulenti, no? Togli le oscillazioni dovute all’inflazione e ai tassi di interesse, un minimo di idea dovrebbero averla. Per lo meno, se la pensione, con questi fondi, è calcolata col sistema contributivo. O no? Boh, non mi convincono.

Friedman se la prende, a ragione, con la demagogia di certi politici che sfruttano il malcontento popolare per racimolare voti.

Uno degli argomenti più caldi al momento è l’uscita dall’euro (sebbene l’uscita dall’euro e dalla Comunità Europea siano due concetti che spesso vengono confusi).

Il Salvini di turno dice che se usciamo dall’euro, la lira, avendo un valore più basso rispetto alle altre valute, renderebbe più competitivi i prodotti italiani, incrementando l’export. Peccato che allo stesso tempo renderebbe molto più costosi tutti i prodotti che importiamo (energia in primis, perché ci siamo accorti che non ne abbiamo molta, di nostra, vero?).

Altri argomenti interessanti, spiegati in modo comprensibile, sono la tassazione, la disoccupazione, il sistema bancario, i mercati finanziari.

Questo libro è uscito nel 2018 ma è ancora molto attuale (certo, non poteva prevedere la mazzata del Covid, ma sono sicura che Friedman ne parli nel suo ultimo libro, in uscita in questi giorni).

Molti aspetti economici me li ha chiariti. Su altri mi ha fatto sorgere delle domande (il che non è una cosa negativa).

Ad esempio: se si riducesse il cuneo fiscale (la differenza tra lo stipendio pagato dall’azienda e lo stipendio percepito dal lavoratore) riducendo le tasse, chi ci dice che gli imprenditori non sfrutterebbero questo sconto per tenersi i soldini invece di lasciarli al dipendente?

E poi: questa insistenza sulla necessità di produrre di più e consumare di più per aumentare il PIL… Fino a quanto bisogna aumentare la produzione e il consumo? Il consumo è il motore dell’economia, ma possono il consumo e la produttività crescere all’infinito?

Io cambio auto ogni vent’anni, o finché funziona: perché devo cambiarla ogni dieci, solo per aiutare il PIL?

Non compro il cellulare nuovo perché è uscito un nuovo modello, uso quello che ho perché mi basta per l’uso che ne faccio. Per indurmi a cambiarlo, devono convincermi che mi servono le nuove funzionalità: ed ecco la necessità di creare nuovi bisogni…

Infine, un appunto all’autore: lungo tutto il saggio utilizza la storia di una famiglia di Livorno per far capire meglio al lettore come funziona un sistema economico, prendendo la famiglia come esempio del sistema Italia. A volte questa storia va fuori tema.

Ho capito che bisogna semplificare, ma descrivere il menù della famiglia quando va a trovare lo zio ricco mi sembra esagerato.

Poi: non si esce dallo schema che il marito guadagna di più e che la donna si dedica a lavori di cura, che l’uomo si occupa di politica e che la donna va a guardare i fiori in giardino lasciando marito e cognato a discutere di politica ed economia… Questa parte non mi è piaciuta per niente. Scusate, ma ormai in ogni romanzo e ogni film c’è una coppia gay: stiamo superando il cliché della famiglia tradizionale, ma quando compare una famiglia tradizionale, il ruolo della donna è sempre quello della cuoca e del silenzio.

Infine: ad un certo punto il marito ammette di non sapere cosa significhi suddividere il rischio degli investimenti.

Dubito che un lettore medio (come quello che può essere colui che si accinge a leggere un libro di Friedman) non sappia cos’è la diversificazione del rischio. Ho capito che Friedman si rivolge a un pubblico non professionista, però ci sono gradi e gradi di ignoranza.

Insomma, a parte la storia della famiglia, credo che sia un libro da leggere.

E’ quasi profetico nel suo desiderio di un politico competenze in materia economica (ricordo che il libro è uscito nel 2018!) e non mi meraviglio che Friedman sia così entusiasta di Draghi (già ne parlava bene nel libro, quando ancora non si pensava a Draghi come presidente del consiglio).

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Becoming (@MichelleObama)

Donna, nera, povera. Almeno all’inizio della sua vita. Adesso povera non lo è più, ma questo è successo per due motivi: si è data da fare con lo studio e il lavoro, ed è stata appoggiata da familiari, amici ed istituzioni.

Secondo me, comunque, se non si fosse distinta per la sua buona volontà a scuola, non avrebbe potuto usufruire di aiuti speciali alle categorie disagiate, dunque l’istruzione, in questa storia di successo, fa da padrona (come in molte altre).

E’ partita da una scuola pubblica, in un sobborgo povero di Chicago, ma è sempre stata spronata a fare di più, e questa ricerca del “meglio” le è rimasta attaccata addosso, tanto che è stato difficile liberarsi della voglia di primeggiare ed essere accettata da chiunque (impossibile).

E’ prima arrivata alla Law School di Harvard ed è poi approdata in un ufficio di avvocati di alto livello con uno stipendio da favola e una vista mozzafiato, ma ci ha messo un po’ a capire che quel lavoro non faceva per lei.

Si occupava di brevetti e antitrust, mentre voleva lasciare il segno, aiutare la gente, parlare con le persone; così ha trovato il coraggio di mollare lavoro (e stipendio!) e di dedicarsi a delle aziende no profit.

Quando ha incontrato Obama, la sua prima impressione non è stata eccezionale; lui fumava e aveva un carattere molto diverso dal suo: lei sempre in prima linea ai party e agli aperitivi, lui più schivo, un ragazzo che non disdegnava di passare un sabato sera a leggere biografie e filosofia; lei sempre preoccupata di quello che pensavano gli altri, lui più ottimista.

Quando lui ha deciso di buttarsi in politica, lei era contraria: non le piaceva l’ambiente, e sapeva che questa attività avrebbe sottratto al marito molto tempo da dedicare alla famiglia. Eppure, una volta nel vortice, anche lei si è lasciata risucchiare, non poteva restare ai margini della vita politica se il marito era un senatore, prima, e un presidente, poi.

Il libro è molto interessante nella parte in cui parla della loro vita alla Casa Bianca e di come certe regole di sicurezza e di galateo abbiano sconvolto la vita della famiglia.

Le figlie non potevano andare al compleanno di un compagno di scuola prima che gli agenti dei servizi segreti avessero controllato la casa del festeggiato e la storia personale dei partecipanti alla festa (imbarazzante).

Michelle non poteva sedersi sul balcone a bere il caffè guardando il giardino se prima non avvisava le guardie, che dovevano sgomberare le strade su cui si affacciava la terrazza (frustrante).

Ogni loro uscita comportava il blocco del traffico di una parte della città, e per otto anni, né lei né suo marito hanno avuto bisogno di ricordarsi dove avevano messo le chiavi dell’auto e se avevano chiuso la porta di casa.

Il libro racconta sia l’aspetto pubblico che quello più privato e femminile: dalla paura di essere giudicata per ogni paio di scarpe sbagliato, alla necessità di combinare i bisogni pubblici con quelli privati.

Ad esempio, Michelle si è trovata ad affrontare la preoccupazione del peso della figlia più piccola, mentre il marito era senatore: sembra che la curva dell’indice di massa corporea avesse iniziato a salire, colpa probabilmente della scarsità di tempo da dedicare alla cucina e alla sovrabbondanza di fast-food e bibite gasate che afferrava mentre correva da un posto all’altro.

E da qui, la sua campagna contro l’obesità infantile e l’industria alimentare, che è stata una costante negli otto anni da first lady.

Per quanto possa essere celebrativa un’autobiografia del genere (molto è stato detto, ma cosa è stato taciuto?), a me è piaciuta.

Le lezioni che se ne traggono sono due: per “farcela”, sono due i fattori: lo studio e le relazioni con le persone.

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Nella testa del dragone – Giada Messetti @LibriMondadori

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Saggio sulla Cina, uscito a febbraio del 2020: ma vi assicuro che non è il classico libro che approfitta della visibilità data alle pubblicazioni legate al Covid19, semplicemente perché è ben scritto, ben documentato, e ben approfondito, dunque la Messetti ha di sicuro iniziato a scriverlo in tempi non sospetti!

La Cina sorprende sempre.

Col barbone che, al posto della classica ciotola per le offerte, ha un IQR code; con l’enormità dei suoi investimenti in Africa e sulla Via della Seta; con le App statali a punti, che sono attribuiti sulla base della tua affidabilità sociale (attraversi col rosso? Meno cinque punti, e se continui così, poi non puoi più comprare i biglietti della metro!).

Ma soprattutto mi lascia sbalordita la lungimiranza dei governanti cinesi: programmano ragionando per… decenni.

Un esempio su tutti, è la sua politica di influenza sui paesi africani. Oltre agli investimenti sulle infrastrutture, il governo cinese accoglie migliaia e migliaia di studenti africani. Paga vitto, alloggio, studi.

Perché? Perché sta formando la futura classe dirigente africana. E a chi saranno grati, questi leader, una volta che saranno saliti al potere?

Capite che investire milioni su studenti stranieri è una tattica che può funzionare solo nel lungo periodo… E il confronto con l’Italia, incapace perfino di emanare una finanziaria annuale, è inevitabile!

Ci sono state molte altre pagine di questo saggio che mi hanno tenuta incollata fino a tardi. Ad esempio quelle in cui racconta come il governo crea legami diplomatici attraverso la politica dei panda (!!); oppure quelle in cui si spiega quanto la tecnologia abbia pervaso la vita cinese.

La Cina mi affascina, ma mi fa paura, anche.

Quando sono stata a Pechino, al centro olimpico, le scritte in inglese sui cartelli erano state tutte cancellate col pennarello. E nessuno parlava inglese (se non le due tipe che ci hanno fregato). Il nazionalismo è una costruzione sociale, e i cinesi sono bravi in questo.

Basti pensare al fatto che nessun cinese si lamenta delle violazioni alla privacy effettuate tramite la tecnologia di Stato. Accettano limitazioni a certe libertà, se questo garantisce loro sicurezza.

Un’altra cosa che mi fa paura? Gli investimenti cinesi nel settore militare.

Sono enormi.

Certo, molti sono funzionali alle infrastrutture all’estero. Così dicono. Ma quanto ci vuole per passare all’ingerenza politica, o peggio?

Insomma: la Cina va studiata. Non solo perché ci sono cinesi dappertutto, anche dietro ai film che guardiamo e ai vestiti che indossiamo.

Che la Cina meriti una più approfondita attenzione, me lo dice il fatto che la nipote di Trump, cinque anni, parla cinese.

Voglio dire: la nipote di Trump, il biondo che fa la guerra doganale ai cinesi, ha la nipotina che parla cinese mandarino!!!

Pensiamoci.

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Shock politics, Naomi Klein

Quando Katrina si abbatté sulla costa del Mississippi nell’agosto 2005, era stato abbassato da uragano livello 5 a un ancora devastante livello 3. Ma quando arrivò a New Orleans, aveva perso quasi tutta la sua forza, venendo declassato a “tempesta tropicale”.

(…) una tempesta tropicale non avrebbe mai sfondato le difese di New Orleans contro le alluvioni. Invece Katrina ci riuscì perché gli argini artificiali che proteggono la città non ressero. Perché? Oggi sappiamo che, nonostante i ripetuti allarmi sui rischi, il Genio militare aveva lasciato che i levees (argini, n.d.t.) non avessero una manutenzione sufficiente.

Attenzione: le case più esposte alla furia delle acque sarebbero state quelle nel Lower Ninth Ward, dove gli abitanti erano quasi tutti di colore. D’altronde, se fai una guerra sistematica al settore pubblico, è ovvio che i soldi non vanno alle infrastrutture di utilità pubblica (ma piuttosto alla polizia e all’esercito).

Cosa è successo dopo l’alluvione? Che tutte le strutture federali adibite ai soccorsi hanno fatto cilecca. Ci sono voluti cinque giorni prima che portassero cibo e acqua alle famiglie abbarbicate sopra i tetti.

Risultato:

I bisognosi, lasciati in città senza cibo né acqua, fecero quello che avrebbe fatto chiunque nelle medesime circostanze: si presero le provviste dai negozi del posto. Fox News e le altre testate ne approfittarono per definire i residenti neri di New Orleans “saccheggiatori” che presto avrebbero invaso le parti asciutte e bianche della città.

Dunque… bisogna difendersi, no? E allora ecco i poliziotti che sparavano a vista ai residenti neri e “bande di vigilantes bianchi armati che battevano le strade in cerca dell’occasione per dare la caccia ai neri.”

Per non parlare delle guardie private di compagnie come la Blackwater arrivate di fresco dall’Iraq.

Capito? “Guardie private“. In America si privatizza tutto (voi lo sapevate che anche molte prigioni sono private? E anche i servizi di addestramento dell’esercito e della polizia: sono i privati che addestrano i militari, incredibile).

E la Fema, l’agenzia federale adibita ai soccorsi? Si era appoggiata a un’agenzia privata per allestire i campi base per i soccorritori: allestimento che venne pagato 5,2 milioni di dollari e che non venne mai portato a termine.

Ma, direte, poi l’emergenza è finita. Sì, però, guarda caso, la tragedia è diventata la scusa per privatizzare quanto più possibile: largo alle multinazionali! Tra le prime istituzioni da privatizzare ci sono state le scuole. Milton Friedman, il teorizzatore del neoliberismo, lo ha detto chiaro e tondo, che l’uragano “è anche l’occasione buona per riforare radicalmente il sistema scolastico”.

Nel giro di un anno, New Orleans diventò il sistema scolastico più privatizzato negli Stati Uniti.

Ma non è finita qui.

Nei mesi successivi all’uragano

(…) furono abbattute migliaia di unità abitative pubbliche, molte delle quali avevano subito danni minimi perché si trovavano in un punto elevato, per essere sostituite da condomini e torri abitative dal costo irraggiungibile per chi aveva vissuto lì in precedenza.

E, ovviamente:

Per compensare le decine di miliardi che andavano ai privati come contratti ed esenzioni fiscali, nel novembre 2005 il Congresso a maggioranza repubblicana annunciò che doveva tagliare 40 miliardi dal bilancio federale. Tra i programmi falcidiati: prestiti studenteschi, Medicaid e buoni alimentari.

Scandalo isolato? Colpa dell’amministrazione Bush?

Purtroppo no.

Questo è solo uno dei tanti casi della deriva neoliberista che sta prendendo piede nel mondo.

In copertina vediamo la sagoma di Bush, ma Bush è solo l’esempio più visibile. La strategia è quella di creare o di approfittare di crisi esistenti per varare tutta una serie di politiche illiberali favorevoli a una minoranza di ricchi. E il guaio è che si tratta di un serpente che si morde la coda: la crisi del 2008, di cui stiamo ancora scontando gli effetti, è stata causata dalla deregulation voluta da Clinton. E tranquilli: sarà causa di altre crisi finanziarie simili.

Capito? Si riducono i controlli sulle banche, per favorire i loro profitti, e si mettono a repentaglio i risparmi delle famiglie. Goldman Sachs e Lehmann Brothers sono tra le aziende più rappresentate nell’attuale governo Trump!

Ma se vogliamo parlare del governo americano, possiamo tacere che nel suo esecutivo ci sono solo miliardari? E pieno di rappresentanti di multinazionali con palesi conflitti di interessi (come può la Exxon, i cui miliardi dipendono dal settore petrolifero, favorire le energie verdi?).

E Trump?

Oh, Trump (che si è pubblicamente vantato di aver evaso il fisco e il cui patrimonio non è noto) ha lasciato le sue aziende in mano ai figli, vero (anche se non ha rinunciato ai profitti che queste aziende producono).

Però attenzione: Trump è un logo. Un marchio. Lui guadagna sulle royalities che i costruttori gli pagano per usare il suo nome su un campo da golf o su un grattacielo. Trump non è più un immobiliarista: guadagna sui diritti di sfruttamento del suo logo.

Vi rendete conto che incassa miliardi ogni minuto che passa alla Casa Bianca? Che chi è in grado di pagare il suo marchio su un albergo, può dire “sul mio albergo c’è il nome del presidente degli Stati Uniti”?

Le multinazionali (e Trump è una multinazionale) non producono quasi più niente: fanno outsourcing (in Cina, India…) e appiccicano etichette. Poi, è tutta questione di pubblicità.

Trump… D’altronde, bastava leggere i suoi libri: vinci e schiaccia chi rimane indietro. Non lo dice in modo velato, signori miei. E’ la tattica che ha usato per fare i soldi. Se dobbiamo riconoscergli un pregio, è che è sincero: lo ammette. Ammette che ha frodato il fisco perché è più furbo di altri.

Allarghiamo la visione: e il settore ambientale? Il neoliberismo ne è infastidito. Diffonde finta scienza, nega il riscaldamento globale (negli Stati Uniti, sono stati chiusi tutti i siti governativi che ne parlavano!)… come se non ci accorgessimo che inondazioni e trombe d’aria ci minacciano sempre più spesso negli ultimi anni. C’è ancora qualcuno che non collega il riscaldamento globale al cambiamento climatico in atto???

Ma Trump (e quelli come lui sparsi in altri governi mondiali) dice che c’è bisogno di petrolio. Che bisogna continuare con le perforazioni e con la posa di condutture e con le trivellazioni polari.

Per ora va tutto a rilento. Ma tranquilli: è solo perché il prezzo del petrolio non è abbastanza alto, e le trivellazioni in zone ghiacciate costano un botto. I neoliberisti aspettano solo la prossima crisi (una guerra sarebbe perfetta!) per sfruttare l’aumento del prezzo del petrolio.

Crisi, shock: ecco cosa serve a questa gente. Scuse per privatizzare servizi pubblici. Per far guadagnare aziende private.

Che poi, diciamo Trump, ma noi in Italia abbiamo avuto Berlusconi: siamo caduti anche noi nell’illusione che un miliardario, per il solo fatto di aver costruito un impero, potesse voler guidare un paese per soli scopi umanitari.

Viviamo in un film della DC Comics? Crediamo ancora che possa esistere un miliardario filantropo alla Bruce Wayne che si sacrifica per i cittadini?

Naomi Klein fa appello a noi, poveracci. Perché, tutti insieme, possiamo fare qualcosa, fornire alternative. E il boicottaggio è solo una strada.

Nelle ultime pagine, Naomi Klein afferma che per attuare un cambiamento totale, abbiamo bisogno di più utopia, di più sogni, di più visioni grandiose; non di aggiustamenti minimi in direzione di una maggiore giustizia sociale (solo un pochetto di più). Mi sembrava un’affermazione un po’ ingenua, ma devo fissarmi da qualche parte questo pensiero di Eduardo Galeano:

L’utopia è come l’orizzonte. Mi avvicino di due passi, e lei si allontana di due passi. Faccio altri dieci passi e l’orizzonte si allontana di altri dieci. Per quanto io possa avanzare, non lo raggiungerò mai. Allora che senso ha l’utopia?

Il senso è: continuare ad avanzare.

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The game, Alessandro Baricco @einaudieditore

Non avrei mai creduto di appassionarmi così a:

a) un libro di Alessandro Baricco

b) un libro sul mondo digitale.

Eppure…

Baricco si è messo a ricercare le radici (la spina dorsale, i reperti archeologici) del mondo digitale di oggi risalendo agli anni Settanta e ha fatto una serie di scoperte interessanti.

Intanto: perché il mondo digitale è nato? Perché chi lo ha creato (ingegneri/scienziati maschi bianchi della controcultura americana) venivano dal Novecento, uno dei secoli più sanguinosi della storia umana. Per evitare il ripetersi di una tale tragedia, nelle loro menti, forse a livello inconscio, bisognava:

a) distribuire a tutti le informazioni e impedire, tramite la velocità, che le ideologie si fossilizzassero in pericolose direttive d’azione.

b) togliere il potere alle vecchie élites (professoroni, sacerdoti & C.)

(…) l’immobilismo culturale dei popoli e il ristagno piombato delle informazioni avevano portato i loro padri a vivere in un mondo in cui si poteva fare Auschwitz senza che nessuno lo sapesse, e sganciare una bomba atomica senza che la riflessione sull’opportunità di farlo riguardasse più di una manciata di persone.

Nel far ciò, è nata una certa ossessione per il movimento, per l’abbattimento delle barriere: in fondo, se si facevano le guerre era per mantenere o allargare i propri confini, in senso materiale e non.

Per allargare la base degli utilizzatori delle informazioni, l’unico modo era cambiare i tools, gli strumenti che usavano (perché, ricordiamoci che le persone non le cambi con interventi diretti, devono cambiare da sole): da qui ecco l’importanza data alla facilità d’uso.

Nel Novecento, infatti, le élites ci rappresentavano il mondo come un iceberg alla rovescia, dove la base, enorme, sopra l’acqua rappresentava il caos, il reale, e sotto, la puntina che solo alcuni potevano scoprire, stava la Verità.

I creatori del mondo digitale, invece, hanno fatto il contrario: l’iceberg tiene l’enorme base sotto l’acqua (la complessità dei devices) e lascia emergere solo la semplicità offerta all’utilizzatore (l’I-phone che si lascia gestire con un dito).

Questo può creare delle storture, certo. Ad esempio, viene rivisto il concetto stesso di verità: non è più vero ciò che è vero, ma è vero ciò che viene meglio raccontato (ecco l’importanza dello storytelling). D’altronde, se il movimento delle informazioni deve essere veloce, è normale che nella corsa alcuni dettagli si perdano per strada.

Altra stortura è la creazione di nuove élites: chi sa usare i nuovi strumenti. Chi non lo sa fare (o chi, semplicemente, non può permetterselo), resta indietro. Ricchezza e povertà, nel mondo digitale, sono ancora molto novecenteschi. E come le élites novecentesche, quelle digitali sono difficili da controllare (solo per fare un esempio, i bestioni digitali non pagano tasse o non le pagano come dovrebbero fare).

Altra stortura: la privacy è costantemente violata, checché ne dicano i sistemisti aziendali. Pensate alle cloud: non sono nuvolette nel cielo azzurro. Sono altri computer. Di chi? Dove? Mah. E i nostri dati, siamo noi: non è così difficile orientare le nostre scelte.

Baricco però mi ha fatto notare una cosa:

Il fatto che la Rete bene o male ti faccia arrivare solo le notizie che vuoi leggere, e che ti rafforzano nelle tue convinzioni, è una cosa che può davvero temere gente che ha conosciuto le parrocchie, le sezioni di partito, il Rotary, il telegiornale di quando non c’era la Rete e i giornali degli anni ’60?

Insomma, mi fa pensare il fatto che l’unico paese in cui oggi non arriva il segnale digitale è la Corea del Nord… è la prova che la rete fa paura a certi poteri.

Certo, c’è anche il problema dei millennials, che viaggiano veloci ma senza profondità, e che non hanno conosciuto i drammi del Novecento, e dunque non sanno perché è nato il mondo digitale.

Certo, gli umani aumentati, con gli smartphone in tasca, si sentono potenti, rifiutano il parere degli esperti perché pensano di poter fare da soli anche quando non è vero, e hanno sviluppato nuove forme di egoismo di massa.

Ma allora, se consideriamo tutte queste storture, che ci stiamo a fare ancora qui? Perché non ci solleviamo in blocco e smettiamo di usarle il cellulare e i computer e di ordinare tramite Amazon e di prenotarci le vacanze da soli? In fondo i fautori della rivoluzione digitale non sono solo i vari Jobs e Zuckenberg, è da idioti presentarla come una metamorfosi imposta dall’alto e dalle forze del male!

Qualcuno ce l’ha PROPOSTO semmai, e noi ogni giorno torniamo ad accettare quell’invito.

E infatti, chi si solleva davanti al mondo digitale, non lo fa per tornare indietro all’analogico.

Ebbene, la rivoluzione digitale è, appunto, una rivoluzione: un cambio repentino e violento del gioco. Ma le regole si costruiscono man mano che si gioca. E giochiamo tutti.

Se devo trovare un difetto al libro, è che Baricco a volte si lascia prendere dalla prosa e dalle immagini, e si dimentica di presentare qualche esempio che potrebbe rendere più concreta la tesi specifica.

Per il resto, questo è un libro facile da leggere ma illuminante che, attraverso la storia (anche se al limite della contemporaneità) ci fa capire l’oggi.

Ottimista ma non semplicistico, tocca, attraverso la realtà digitale, tutti i campi del nostro vivere quotidiano, dagli acquisti online alla politica interna ed internazionale, dalla famiglia ai passatempi.

Lo devono leggere assolutamente gli ingegneri, soprattutto italiani, che non sono come gli ingegneri della controcultura americana degli albori del digitale; ma anche chi usa tutti i giorni la piccola bomba atomica che ci teniamo in tasca/borsetta.

Un invito all’Einaudi: per favore, questo libro fatelo andare oltreoceano, non aspettate troppo a farlo tradurre………………………………

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Il figlio – Philipp Meyer

Uno dei libri più belli che ho letto nelle ultime settimane!!

Ci sono tre punti di vista, tre personaggi principali, tutti della stessa dinastia, quella dei McCullough: Eli, che viene rapito dai Comanche da adolescente; Peter, che si innamora di una discendente dei Garcia, la famiglia che i suoi parenti hanno decimato; Jeanne Anne, l’unica donna che prenderà in mano il patrimonio dei McCullough.

Non è un libro per stomaci delicati, soprattutto quando descrive gli indiani che fanno lo scalpo ai bianchi o ad altri indiani (per la cronaca: io NON ho lo stomaco delicato). Ma le ricerche che Meyer ha fatto prima di scrivere il romanzo, lo stile chiaro con cui ci descrive i dettagli di come vivevano negli Stati Uniti del Sud alla fine dell’Ottocento, e le verosimili psicologie dei personaggi, ti fanno innamorare del libro fin dalle prime pagine.

Questo è il secondo romanzo di Meyer, ma non ho paura di pronosticare un grande futuro per lui!

Un autore che scrive dal punto di vista di una donna in questo modo credibilissimo, tanto da farmi immedesimare coi pensieri di J. A., salirà agli altari letterari mondiali.

E’ un romanzo pieno di violenza, sì, ma perché descrive una realtà che è tale. Vado oltre: è un romanzo che si pone su una linea polemica nel panorama politico contemporaneo. Perché ci ribadisce un’altra volta che gli Stati Uniti sono il frutto di una serie di furti di territorio.  Perché la torta è quella che è, e se ne vuoi una fetta in più, devi prenderla al tuo vicino.

Gli americani… (…) Rubavano una cosa e poi pensavano che nessuno avesse il diritto di rubarla a loro. (…) La sua gente aveva rubato la terra agli indiani, eppure quel pensiero non lo aveva mai sfiorato: pensava solo che i texani l’avevano rubata alla sua gente. E gli indiani, che erano stati derubati dalla sua gente, avevano rubato la terra ad altri indiani.

E poi, sentite questa frase, che potrebbe uscire direttamente dalla bocca di Trump:

Solo le pallottole e i muri ti garantiscono dei vicini onesti.

Il personaggio più enigmatico è Eli, che poi verrà chiamato il Colonnello: sarà il capostipite della ricchezza dei McCullough. Ma quanta fatica ha fatto a reinserirsi nel mondo dei bianchi dopo esser stato venduto dalla sua famiglia comanche? E come si fa a far coincidere questa figura di adolescente inquieto e confuso con quella del vecchio che fa decimare la famiglia del vicino, che pure conosceva?

E’ un romanzo con mille sfaccettature. Per quanto se ne possa scrivere, non se ne renderà mai la ricchezza: leggetelo!

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