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La camera azzurra (Georges Simenon)

Tony Falcone ha una relazione con Andrée da circa otto mesi. Si incontrano in una stanza dell’albergo del fratello di lui, la Camera azzurra.

Tony rivive l’ultimo incontro con la donna attraverso un interrogatorio.

Un po’ alla volta veniamo a scoprire che indossa le manette, che lo portano nella stanza degli interrogatori col cellulare. Dunque è stato compiuto un reato ma non si sa quale, non si sa se sia stato ucciso qualcuno, chi, quando, perché.

Sia lui che lei sono sposati: lei con un uomo che soffre di epilessia; lui con Giséle, che le ha dato una figlia, Marianne, di sei anni.

Scopriamo che Andrée è innamorata di lui dai tempi delle scuole, ma che poi Tony se ne è andato dal paese per una decina d’anni, e lei, in assenza di lui, si è sposata con Nicolas, ricco e malato.

Tutto quello che veniamo a scoprire sulla coppia clandestina, lo sentiamo dalla voce o dai pensieri di Tony durante gli interrogatori.

Una delle grandezze di questo libro è che c’è stato un reato, ma non si dice quale: al centro della storia c’è la psicologia dell’uomo e della donna coinvolti.

Tony non si fa domande, né su di sé, né su Andrée, né sulla moglie. Il più delle volte giustifica il proprio comportamento e quello altrui con frasi del tipo: E’ quello che fanno le donne, è quello che fanno gli uomini.

E’ un essere umano che vive quasi ai limiti dell’animalità, seppur travestita da perbenismo: il lavoro, la casa, la famiglia, tutto è accettato perché “si fa così”.

Non si chiede mai che cosa vuole davvero Andrée, e anche quando lei gli parla in modo da fargli capire cosa davvero desidera, lui registra le parole senza rendersi conto delle possibili conseguenze.

Non si chiede mai cosa pensa la moglie Giséle, dice di amarla ma non sa definire cosa sia l’amore. D’altronde, quando Andrée gli chiede espressamente se lui la ama, lui non sa rispondere con un sì o con un no neanche a lei.

Alla fine, il delitto gli cade addosso senza che lui quasi abbia fatto nulla, eppure sa di essere colpevole.

E’ colpevole.

Non è un libro giallo, dove c’è un delitto e si deve scoprire movente e colpevole; piuttosto è un romanzo sul senso dell’essere umano: cosa ci rende davvero umani? La consapevolezza di esserlo, la riflessione, il pensiero.

Chi non si fa certe domande è colpevole e deve venir punito.

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Il canto dell’ippopotamo (Alberto Garlini)

Il canto dell’ippopotamo è qualcosa che si dice quando si vuol dire qualcos’altro, ma è anche una specifica allusione ad un suono che esce da un animale sgraziato che sguazza nel fango: è, insomma, una metafora della poesia.

Anche la poesia ha bisogno di mettere i piedi sulla terra e di sporcarsi, per elevarsi.

“Ci piaceva considerarci degli animali sgraziati, degli ippopotami appunto, che però possono cantare con una voce vera.”

E di poesia in questo libro si parla parecchio: ne ha scritta Garlini, l’autore, ma ne ha scritta soprattutto Pierluigi Cappello, che di Garlini era grande amico.

Ma si parla anche del fango della depressione e dei rapporti umani avvelenati, come quello con Esther, la donna ha un ruolo non indifferente nella caduta dell’autore.

Arrivato alla soglia dei trent’anni, Garlini si accorge che non sa cosa fare della propria vita. Ha una laurea in legge, ma la sola idea di entrare in uno studio legale gli fa venire la nausea. Gli piace scrivere poesie, ma si ritrova sempre squattrinato, e per di più incontra questa Esther, ballerina, studente universitaria di non si sa cosa, bellissima e dannosa come un veleno che crea dipendenza e ti uccide lentamente.

Gli unici momenti in cui si sente bene sono legati alla poesia, quella vera, soprattutto se si trova assieme all’amico Pierluigi, che, pur essendo costretto su una sedia a rotelle, non parla mai del dolore, né fisico né morale, ed ha un sorriso per tutti.

E’ interessante leggere dei rapporti personali tra letterati. Quando leggo un libro mi faccio sempre un’idea degli autori come di persone che vivono di pensieri elevati e che parlano di argomenti inerenti alla storia culturale del nostro paese.

Niente di più fuorviante, visto che si dedicano spesso al pettegolezzo, anche quello cattivo, e che gran parte del tempo passato assieme se ne va in birre, pizze e scemenze varie.

“Non c’è letteratura senza la felice vergogna di avere detto o fatto stupidaggini bambinesche”.

Però poi il libro che hai davanti agli occhi lo hanno scritto, e allora ti interroghi sulle incongruenze della natura umana.

La depressione clinica io non l’ho mai provata, non al punto di dover ricorrere ad un medico o a delle medicine; in realtà non sono sicura di non averla mai provata… il fatto è che Garlini te la descrive in modo da farti riconoscere questi momenti di abisso come qualcosa di conosciuto, asfissiante, in modo da farti venire il dubbio che anche tu, in qualche momento della tua vita, ci sei stato, laggiù, e guardavi in alto la luce, come dal fondo di un pozzo.

Il bello del libro, il lato più umano, dunque, non è la sequenza degli eventi, che sono abbastanza scarsi: il bello è che Garlini è sincero (o perlomeno è sincero finché gli è possibile esserlo). Anche se eventi e persone possono non essere avvenuti ed esistiti come li ha descritti, lui si mette a nudo con le sue debolezze, e non cerca scusanti: sono stato così, sembra dirci, non posso farci niente.

Ce lo dice da un punto di vista di un uomo che si è allontanato dalla depressione (anche se la minaccia è sempre dietro la porta) e che ha, non dico accettato, ma preso atto della violenza (il fango) che il mondo può esercitare:

Pierluigi “sapeva come la violenza del mondo ti obbliga a fare cose che non vuoi fare“.

E’ un libro abbastanza cupo, anche quando racconta delle mattane combinate con gli amici, ma la cupezza non è un giudizio di valore, perché non si può dare un valore morale a una giornata nuvolosa, e comunque questo buio si dissolve quando Pierluigi parla, legge, muove le mani.

E’ stato un sollievo leggere, alla fine (attenzione: spoiler) che Esther non è una persona reale, bensì il condensato di una serie di incontri che hanno infestato la vita di Garlini in quegli anni.

Io non ho avuto una gioventù così stropicciata, anzi, era tutta ordine e obbedienza, e durante la lettura ho sentito un po’ di invidia per questi momenti: senza di essi Garlini non sarebbe forse diventato scrittore, forse è grazie ad essi che ha trovato il coraggio di dedicarsi alla scrittura, perché se non fosse caduto così in basso forse non avrebbe fatto lo sforzo che ha fatto per scrivere, gliene sarebbe mancata la motivazione. Chissà.

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Mildred Pierce (James M. Cain)

Siamo negli Stati Uniti durante la depressione. Mildred Pierce è una vedova bianca, una donna che deve occuparsi di due figlie da sola, perché ha buttato fuori di casa il marito che non lavora e ha un’amante.

La prima soluzione che le viene in mente è di sostituire il compagno con un altro uomo. Ha un’avventura con un ex collega del marito, ma si accorge che non è la strada giusta.

Decide allora di trovarsi un lavoro, ma l’unica cosa che sa fare è far torte e badare a una famiglia, dunque le offrono solo lavori da cameriera o da governante e lei è troppo orgogliosa per accettarli, la sola idea di indossare un grembiule la fa star male. Lo fa solo quando è agli sgoccioli coi soldi e la rata del mutuo della casa incombe.

Inizia dunque a lavorare come cameriera in un caffè e ben presto si accorge di cavarsela molto bene. Il guaio è che deve tener nascosto il suo lavoro alla figlia Veda di undici anni: è una ragazzina snob che disprezza i lavori umili e che ben presto scopre come la madre porta a casa i soldi.

Nel romanzo si affrontano queste due donne: entrambe sanno cosa fare per raggiungere i propri obiettivi, ma Veda lo farà a spese della madre, senza risparmiarle il suo disprezzo e senza alcuna riconoscenza per suoi gli sforzi che la donna compie per non farle mancare niente. E’ una ragazzina manipolatrice che si approfitta della madre, che stravede per lei, e che offende come una figlia non dovrebbe permettersi di fare.

Insomma, Veda è proprio una stronza, e ogni volta che tira fuori la sua natura, ti chiedi come fa Mildred a non buttarla fuori a calci. Viste le premesse, pensavo che Veda si sarebbe rovinata, e invece il romanzo ti sorprende…

Mildred è un bel personaggio: ha i suoi lati oscuri e non disdegna di infrangere alcune regole sociali pur di sollevarsi economicamente (se si deve andare a letto con uno, si fa…); quello che più mi ha sorpreso è che butta fuori di casa il marito pur amandolo, e che ha dei sentimenti molto diversi nei confronti delle due figlie (quasi al limite dello shock, per chi legge).

Ma le ambiguità di Mildred non sono mai buttate là, si mescolano bene con gli altri aspetti del suo carattere, e alla fine ne viene fuori un personaggio credibile a cui ti affezioni: prendi le sue parti, perché, molto orgogliosa, si accorge subito se qualcuno la considera inferiore, e la sua determinazione a ridurre le distanze economiche è seconda solo alla volontà di compiacere Veda.

Veda è insopportabile, ma non diventa mai una macchietta: non è facile creare un personaggio così ma l’autore ci è riuscito molto bene.

Un bel romanzo, scritto in terza persona dal punto di vista di Mildred: ci fa ragionare sui sentimenti, sulla cecità dell’amore, sulle distanze sociali ed emotive.

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Chiara Gamberale a S. Donà di Piave (VE)

Ieri sera sono stata alla presentazione de “Il grembo paterno” alla Libreria Moderna.

Chiara Gamberale è una donna spigliata e sorridente, una che ti immagini sempre circondata da tante amiche.

Per prepararmi alla presentazione, visto che non avevo ancora acquistato l’ultimo libro, mi son letta “La zona cieca” (Premio Campiello selezione Giuria dei Letterati 2008). E devo ammettere che Lorenzo, il protagonista maschile, l’ho trovato insopportabile.

Lidia però ne è innamorata e sopporta i suoi sbalzi di umore, i tradimenti, le frasi sprezzanti, la dipendenza dalle droghe, le bugie, le depressioni, le assenze fisiche e mentali. Ho fatto fatica ad arrivare alla fine, perché mi chiedevo: ma come si può abbassarsi a questi livelli? E parlo di Lidia, non di Lorenzo…

Come si può rinunciare ad avere una vita decente per colpa di un tipo così?

Poi però alla presentazione di ieri sera ho capito che cosa ha portato Chiara Gamberale a dedicare tempo a mettere su carta due personaggi così, che sembrano legati da una maledizione più che dall’amore.

Chiara Gamberale è sempre stata affascinata dalle parole e dalle persone che sanno usarle bene. Fin da piccola (ha scritto il suo primo romanzo a sette anni e mezzo) diceva che sarebbe andata a vivere nel paese degli scrittori, proprio perché ai suoi occhi gli scrittori erano persone belle, che sapevano “parlare bene”.

Con gli anni, però, si è accorta che le parole si possono usare in modi diversi, anche per fare del male, anche per sedurre: anche chi “parla bene” può usare le parole a scopi egoistici (anche se non sempre ne è consapevole).

Sotto questo punto di vista, Lorenzo de “La zona cieca” e Nicola de “Il grembo paterno” si assomigliano molto (prima di scoprire le differenze tra i due, devo leggere il secondo romanzo).

Chiara Gamberale è tornata a scrivere dopo quattro anni di pausa.

Quattro anni fa, infatti, è nata sua figlia Vita e questo le ha causato una specie di lockdown creativo, un vero e proprio evento, per lei che è sempre stata inseguita da così tante storie da aver difficoltà a scegliere quale mettere su carta. Due anni fa, poi, quando il primo marzo ha iniziato a portare Vita all’asilo e sperava di poter mettersi a scrivere di nuovo, è arrivato il Covid19, il lockdown per “eccellenza”, e quindi la piccola è rimasta quasi sempre a casa.

Questa era la seconda volta che le veniva il c.d. blocco dello scrittore. La prima volta è stato quando si è innamorata sul serio: era rimasta altri due anni senza scrivere (e poi ha scritto undici romanzi uno dietro l’altro).

Sembra dunque che quando le succedono questi eventi così importanti, la sua creatività vada in cantina: ma anche da là, continua ad ascoltare e immagazzinare quello che sente, come una brava massaia che mette via i vasetti di conserva per l’inverno.

Il messaggio di “La zona cieca” è ottimista e intimista: abbiamo tutti un passato, degli amori che ci sono stati donati, magari male, magari storti, ma che ci hanno plasmato in qualche modo; e questo è il materiale da cui dobbiamo partire per creare nuovo amore. E’ un messaggio molto diverso rispetto ad altri libri di altri autori (lei citava “La solitudine dei numeri primi”), ma mi è piaciuto, dà una scrollata ai rinunciatari e a chi si adagia su affermazioni coniugate al passato, come “questo mi è successo!”.

Adoro andare alle presentazioni dei libri. Si impara sempre qualcosa.

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Siamo solo amici (Luca Bianchini)

Ci sono diversi protagonisti in questo romanzo. Il primo che incontriamo è Giacomo, portiere/direttore di un piccolo ma lussuoso albergo a Venezia. Poi c’è Rafael, brasiliano, ex portiere di calcio che è venuto a Venezia per incontrare un’attrice sua compaesana che cerca di scappare dai fans. Poi c’è Elena, siura torinese in rotta col marito e che è tornata a Venezia per “approfondire l’amicizia” con Giacomo.

Poi ci sono Frida, la prostituta da cui Giacomo si reca ogni mercoledì, e l’anziana signora Silvana, che ogni giorno va all’albergo per bere l’aperitivo. Ma ci sono anche Tamara, che lavora a Milano con Rafael, e altri amici di Raphael (macchiette, solo per rallegrare la storia, e che se non ci fossero stati non avrebbero tolto niente al romanzo, anzi).

E come ci sono diversi protagonisti, ci sono diverse storie: quella tra Elena e Giacomo, quella tra Frida e Rafael, quella tra Rafael e l’attrice brasiliana, e quella tra Giacomo ed Ivano, un vecchio amico di gioventù che in realtà comparirà solo alla fine.

E’ un romanzo corale agro-dolce, romantico e a volte umoristico: tutte caratteristiche che, quando scelgo un libro, cerco di evitare come il Covid19.

Sembra che lo scopo della vita sia trovarsi un compagno o una compagna, e finché non lo/la si trova, non si trova la felicità.

Approfondimento psicologico, dunque, quasi nullo, salvo gli aspetti umorali legati alla presenza o all’assenza dell’amato.

E’ particolarmente macchietta la siura Elena, ricca, viziata (“Non si bada a spese!”), super attenta all’arredamento e alle feste borghesi, che molla il marito dopo aver saputo di un tentato tradimento. Il bello è che molla anche le figlie. E fin qui, non è così inverosimile. La cosa inverosimile è che nel libro, quando la storia è narrata dal suo punto di vista, questa donna non nomina mai le figlie. Le chiama “pupe”: esseri senza nome, senza carattere e senza età.

Beh, per quanto una madre sia snaturata, almeno il nome delle figlie doveva passarle per la testa… Il fatto che Bianchini non ci abbia pensato mi fa credere che fosse molto giovane quando ha scritto il libro e che conosceva poche madri di famiglia (per quanto snaturate).

Non dico che non sia un libro piacevole: dico che non è piaciuto a me. Mi piacerebbe sapere quanto ha venduto.

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Due di due (Andrea De Carlo) @EinaudiEditore

Ci sono libri che quando li cominci sai già come andrà a finire, eppure ciò non ti rovina il piacere di leggerli. “Due di Due” rientra nella categoria.

Mario, la voce narrante, ci racconta la storia della sua amicizia con Guido, dall’adolescenza, alla fine degli anni Sessanta, fino alla maturità.

Guido è un tipo che piace alle donne, insoddisfatto del mondo e sempre alla ricerca di nuovi stimoli. Mario non riesce a sottrarsi al fascino che emana, e per diversi anni lo segue nei suoi interessi, anche se ciò significa mettersi nei guai con i gruppi fascistoidi o farsi rincorrere dalla polizia alle manifestazioni.

Insomma, pur provenendo da due ambienti sociali molto diversi, Mario e Guido sono amici.

Negli anni, si perdono di vista: Mario riesce in qualche modo a creare un piccolo mondo che funzioni secondo i suoi principi restaurando due case in mezzo alla campagna di Gubbio; Guido se ne va in giro per il mondo, Londra, Australia, Stati Uniti, cambiando mille lavori e mille ragazze.

Nonostante le scelte di vita siano così diverse, i due restano periodicamente in contatto.

Guido però è sempre più spiazzato e spiazzante: scopre di possedere una buona vena da scrittore, ma il suo carattere e le sue insoddisfazioni gli impediscono di sfruttarla. La sua vita privata non va meglio: si sposa e fa un figlio, lui che era sempre stato contrario ai contratti matrimoniali, ma non riesce a rispettare le regole che gli impone una vita di famiglia.

Qualche anno fa avevo iniziato “Pura vita” di De Carlo: dopo una trentina di pagine l’avevo messo giù e mi ero ripromessa di non leggere più questo autore. Sono contenta di non aver mantenuto al promessa, perché in “Due di due” lo scrittore usa uno stile completamente diverso, molti meno dialoghi e più introspezione.

Sebbene sia ambientato tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, De Carlo ci mette davanti a una personalità insoddisfatta come ce ne sono in tutte le epoche, soprattutto tra i giovani. Quando sei insoddisfatto, o riesci a incanalare le tue energie in modo positivo, o ti bruci.

Indovinate che fine fa Guido?

Quattro stelle su cinque.

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Il colibrì (Sandro Veronesi) @lanavediteseoed

Per me è raro leggere il vincitore dello Strega nello stesso anno in cui è stato nominato: di solito compro i libri ai mercatini dell’usato, ma questo mi è arrivato in regalo (finalmente qualcuno che mi regala libri).

A dispetto di quello che si può dire dei premi letterari, per quanto accusati di brogli e favoritismi, il vincitore dello Strega è comunque sempre un bel libro, curato, con una prosa ricercata. Non come i titoli che sono usciti durante il lockdown e che parlavano del lockdown mentre era in corso (ma si può scrivere un buon romanzo in un mese??).

Marco Carrera, oculista, fin dall’adolescenza è conosciuto come il Colibrì, perché è piccolo ma aggraziato. Il nomignolo gliel’ha dato la madre, ma anche quando il suo problema di statura sarà superato grazie ad una terapia a base di ormoni, il soprannome gli resterà attaccato e acquisterà un nuovo significato.

Un colibrì è un uccellino che sbatte le ali settanta volte al secondo in modo da riuscire a restare fermo in volo e non cedere alla forza di gravità. Questo è quello che fa Marco Carrera: subisce una serie di lutti pesanti, non riesce a unirsi alla donna che ama dall’adolescenza, la moglie ha perso la ragione, il fratello non gli parla da anni, eppure trova sempre la forza di andare avanti, non collassa, non cade.

Un romanzo sulla resilienza?

In realtà è un romanzo che parla a tutti noi: a chi non capitano lutti e disgrazie? Eppure ognuno a modo proprio trova in sé le ragioni per continuare a vivere, e, a volte, anche per godersela.

Il messaggio che più mi piace, però, è quello che Marco Carrera e quelli come lui hanno la propria dignità: anche se non correno a destra e sinistra, anche se non si pongono obiettivi grandiosi, anche se non sono costantemente in affanno per raggiungere un obiettivo prestigioso, anche se “stanno fermi”, loro sono dignitosi, loro… valgono.

E’ un messaggio in sordina, eppure potente, che mi richiama alla memoria lo Stoner di Williams.

E’ grazie a questi piccoli esseri coraggiosi se la generazione futura avrà la forza di opporsi a chi negherà la dignità a chi non può rivendicarla con la forza (i deboli, gli immigrati, le minoranze, i disabili…).

O per lo meno così ho interpretato io il libro.

Un breve commento sullo stile: i capitoli non sono in ordine cronologico, la narrazione va avanti e indietro negli anni, fino ad arrivare a un ipotetico 2030.

Non sono d’accordo con molti booktuber che sostengono che la prosa sia semplice e adatta a tutti, anche ai lettori non abituali: sebbene ogni capitolo sia a sé (messaggi telefonici, dialoghi, lettere, prosa “classica”, flusso di coscienza ecc…), il registro medio è piuttosto alto, soprattutto in quelle parti prive di punti per pagine e pagine.

Ma a me non ha disturbato.

L’unica pecca è che devi metterti a leggerlo quando sai che non hai altri impegni: non puoi mollare una frase infinita per andare a mescolare il risotto.

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La mia vita di uomo (Philip Roth)

Peter Tarnopol, scrittore ebreo di New York, sposa Maureen e poi non riesce più a divorziare senza doverle un sacco di alimenti, finché la donna muore e… lui è libero.

La trama è brevissima, eppure Roth riesce a costruirci un libro di 374 pagine: questo grazie alle numerosissime riflessioni, a due racconti scritti dallo stesso Tarnopol, alle sue scaramucce con lo psicanalista, alla sua relazione con Susan e le altre.

La domanda che Tarnopol continua a farsi è: come sono finito in questo garbuglio? Io che ero uno scrittore promettente? Io che sono uscito dall’università con lode; io, bello, intelligente, pieno di risorse? Perché non riesco a liberarmi di questa donna?

E fa bene a chiederselo, perché, nonostante la moglie dimostri più volte comportamenti al limite della malattia mentale, nonostante le numerose scenate in pubblico e le aggressioni fisiche da entrambe le parti, lui verso di lei continua a provare un senso del dovere che non si capisce da cosa nasca.

Nonostante la storia raggiunga a volte punte grottesche, la vicenda di Tarnopol è anche quella di ognuno di noi: da giovani siamo pieni di speranze e capacità, e poi con gli anni, ci ritroviamo a svolgere un lavoro che non ci piace, in un’azienda che ci ha stancato, o a vivere in una famiglia per la quale siamo ormai dei soprammobili (quando va bene).

E allora che si fa?

Esiste un senso per la vita di ognuno di noi?

Ognuno di noi questo senso deve crearselo. Tarnopol ci prova mettendolo su carta: prima ci prova con due racconti in cui il protagonista è un “certo” Zuckermann (conosciuto a tutti i lettori di Roth), e poi raccontando la sua vera storia.

O perlomeno raccontando la sua versione.

Perché a volte ho davvero l’impressione che Tarnopol sia il classico narratore inaffidabile, che si dipinge intellettuale, colto, controllato, e poi salta fuori che picchia la moglie e si veste da donna.

Ma è proprio qui il punto: siamo tutti narratori inaffidabili delle nostre storie.

La vita è un succedersi di fatti: sono legati tra loro da cause ed effetti, certo, ma – sotto – non c’è alcun disegno. Il disegno dobbiamo farlo noi.

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Due biografie: Agatha Christie e Katherine Mansfield

Nate entrambe alla fine dell’Ottocento, la Christie ha superato gli ottanta anni, mentre la Mansfield non è arrivata ai quaranta.

Entrambe con una spasmodica voglia di vita ed esperienze, la prima è riuscita a viaggiare per il mondo e a vivere della sua arte, mentre la Mansfield è sempre rimasta insoddisfatta del suo lavoro e ha viaggiato quasi solo allo scopo di trovare sollievo alla sua malattia.

Tra le due biografie, ho adorato quella della Christie: sapevate che ha sofferto di un disturbo della personalità per un breve periodo?

È stato in seguito alla morte della madre e del tradimento del marito.

Si è ripresa grazie al secondo marito, un archeologo, che lei ha seguito nei suoi viaggi, anche dedicandosi personalmente agli scavi e ai reperti.

La biografia della Mansfield, invece, è meno ricca di esperienze. Un po’ perché, a causa della tubercolosi, lei non ha potuto fare sfogo alla propria vitalità, un po’ perché in questa biografia c’è tanto Citati e poca Mansfield 😭😠

Citati è uno scrittore poco adatto alle biografie, secondo me. Riporta pochissimi fatti, incentra tutto sulle sensazioni e sui dettagli, non riporta dialoghi, dà più importanza a una mela e a un’ombra sul muro che alla malattia della scrittrice.

Finito il libro, della Mansfield so poco più di quello che sapevo prima…

Se cercate un libro bello, vero e interessante, vi consiglio questa biografia di Agatha Christie 😁✔️

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Tutto il pane del mondo (Fabiola De Clercq)

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Cronaca di una vita tra anoressia e bulimia

Sono in imbarazzo nello scrivere commenti negativi su questa breve autobiografia (appena 127 pagine), perché la De Clercq merita rispetto per la sofferenza che ha vissuto; tuttavia devo avanzare alcune critiche sul libro.

Non c’è trama: tutto il libro è una lunga riflessione sui propri stati d’animo. Lei che cerca la ragione che l’ha portata a diventare anoressica-bulimica, lei che cerca l’analista giusto, lei che soffre nei suoi vari tentativi di vomitare…

Pochi gli eventi, e tutti descritti a pennellate sfumate: la morte del padre, il disinteresse della madre, gli amanti della madre che le fanno delle avances, la nascita del figlio, il divorzio…

Mancano i dettagli. Potrebbe essere una mancanza voluta, perché, tutta presa dalla sua malattia, l’autrice non li ha notati, ma sono i dettagli che rendono “visibile” una storia.

In merito ai contenuti, vorrei metterne in luce solo alcuni: il suo spasmodico desiderio di arrangiarsi senza chiedere mai aiuto (fino al punto di togliersi un calcolo sublinguale), e la tendenza a radicare tutti i suoi problemi nel suo passato, come se il passato fosse l’unica causa della malattia.

Non vengono neanche descritti gli… altri. Padre, madre, zio, figlio, amiche: ci sono, ma restano vaghi, senza contorni né visi. Non ci sono dialoghi né gesti. E’ tutto un lunghissimo monologo, una riflessione sulle proprie sensazioni.

Non si sa neanche che lavoro faccia per vivere, la De Clercq: nel libro parla di un atelier, ma di cosa?

E’ un libro da leggere per il suo valore biografico, ma a livello stilistico non è il massimo, è tutto scritto al presente, si serve solo della struttura paratattica e le poche similitudini suonano sforzate.

E’ un libro che vuol far passare un messaggio e sensibilizzare sul problema, non sedurci con la scrittura.

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