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L’amore fatale (Ian McEwan)

Tutto inizia con un incidente in mongolfiera: Joe, il protagonista, è un giornalista scientifico e sta per iniziare un pic-nic in un prato con la sua fidanzata, quando sente delle urla.

La mongolfiera è quasi a terra: è trascinata dal vento, e all’interno c’è un ragazzetto immobilizzato dalla paura, mentre lo zio, che guidava, non riesce a rientrare per spegnere il gas. Poco vicino, i fili dell’alta tensione.

Joe e altri uomini corrono per cercare di tenere a terra il veicolo volante, ma ci scappa il morto.

Ebbene, appena dopo l’evento, Parry, un giovane che aveva cercato di aiutare, rivolge la parola a Joe chiedendogli di pregare insieme. E qui inizia tutto.

Parry è un’ossessione: è convinto che Joe gli stia mandando dei messaggi, che lo ami, che siano destinati a vivere insieme per il resto della loro vita.

Joe comincia a perdere i punti di orientamento: non è più soddisfatto del suo lavoro, va in crisi con la fidanzata.

Prova a denunciare Parry alla polizia ma nessuno ha davvero commesso un reato, non ci sono neanche aperte minacce: le minacce sono solo velate.

Tutto precipita nella seconda parte del romanzo, quando avviene un tentativo di omicidio e Joe decide di procurarsi un’arma.

Adoro lo stile di McEwan.

All’inizio ci sono continui rimandi a ciò che sta per accadere, e questo crea una bella tensione che ti costringe ad andare avanti con la lettura. E poi ci sono tante digressioni interessanti.

E, ovviamente, la sua scrittura: la sua creatività verbale è infinita.

McEwan ha già trattato le ossessioni in altri suoi libri, direi che è il suo tema preferito.

Siamo ai limiti dell’amore, sconfiniamo nella patologia (sindrome di Clérambault). Per chi non vuole annoiarsi con i sentimenti e le sensazioni annacquate di tutti i giorni.

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L’ultimo amico (Tahar Ben Jelloun)

A volte scelgo i libri in base al paese in cui mi piacerebbe trovarmi in quel momento.

Vivendo nella pianura Padana, adesso che in inverno è tutto freddo e grigio, e avevo bisogno di caldo e colori, così ho scelto il Marocco. Ma di paesaggi e luoghi in questo libro ho trovato ben poco.

E’ la storia di due amici, Alì e Mamed. Si conoscono da adolescenti e il loro legame dura per trent’anni, attraverso incarcerazioni, allontanamenti, matrimoni e malattia.

La vicenda inizia quando Alì, adulto, riceve una lettera dall’amico:

Poche frasi, brutali, secche, definitive. Le ho lette e rilette. Non è uno scherzo, una trovata di pessimo gusto. E’ una lettera destinata a distruggermi. La firma è proprio quella del mio amico Mamed. Non ci sono dubbi. Mamed, il mio ultimo amico.

Si inizia dunque a leggere il libro con l’aspettativa di scoprire quale è il contenuto della lettera. Il Primo a raccontare la storia è Alì, che passerà il testimone a Mamed dopo essere arrivato al punto definitivo della rottura dell’amicizia, senza però spiegarne il motivo.

Alì è un insegnante di lettere, molto colto, sposato con Soraya che non può avere figli. Mamed è un medico che ad un certo punto della sua vita si trasferisce in Svezia, e comincia a sentirsi diviso tra il rispetto per il paese di adozione e la nostalgia del paese di origine. Da giovani hanno vissuto insieme l’esperienza del carcere per le loro idee politiche e si sono sempre protetti a vicenda.

Il matrimonio di entrambi causa delle incrinature nell’amicizia: fa sorgere delle invidie, soprattutto da parte di Mamed, ma niente di così forte da rompere il rapporto. Eppure, ad un certo punto, Mamed incolpa Alì di aver cercato di imbrogliarlo quando si è occupato di arredare l’appartamento che Mamed aveva acquistato in Marocco mentre era in Svezia.

Le accuse sono spiazzanti, dopo tutto quello che hanno passato insieme.

Mentre leggi il libro ti viene naturale chiederti quando ci si può definire “amici”.

Credo che sia essenziale un certo grado di parità: se ci sono troppe differenze c’è sempre la possibilità che uno dei due possa sviluppare invidia nei confronti dell’altro… ma forse questo si verifica con più frequenza nelle amicizia femminili. Gli uomini – anche i due protagonisti – non scendono mai nei dettagli delle proprie emozioni, quando parlano. Mamed e Alì non parlano mai del rapporto con le proprie mogli, ad esempio. Le donne lo fanno: condividono molto, ma mettere sul tavolo certe emozioni ti espone anche alle ferite, ti rende vulnerabile.

Di certo il matrimonio cambia le cose: è un sovvertimento importante. Solo le vere amicizie sopravvivono.

E di sicuro, non si possono avere molti amici. Veri, intendo.

Conosco persone che esce quasi tutte le sere con così detti “amici”, ma quando hanno bisogno di qualcosa, non si vede nessuno. La vera amicizia richiede un investimento emotivo e temporale: devi sentire quello che sente il tuo amico, e per far questo, hai bisogno di trascorrere tempo con lui, essere concentrato su quello che prova.

Non ci sono molti veri amici nei grandi gruppi di persone, perché l’amicizia richiede un certo grado di esclusività: è nel rapporto a due, a quattro occhi, che puoi parlare sul serio, non davanti alla pizza, attorniamo da un gruppo di dieci, quindici persone.

E l’amicizia vera richiede un certo grado di accettazione del sacrificio.

Con i ritmi di oggi, vedo davvero poche vere amicizie. Tanta gente che esce a mangiare insieme, quella sì, ma c’è poca vera comunicazione. Si parla di argomenti neutri, che non ci riguardano sul serio, non si toccano neppure le paure e i desideri, c’è sempre il timore di esporsi. di rendersi attaccabili. Manca una vera fiducia di fondo.

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Belle Greene (Alexandra Lapierre) @EdizioniEO

Vincitore del Premio Comisso 2022 sezione Biografia

Un libro bellissimo: bella storia, ben scritto, ben documentato.

Tratta della vita di Belle Greene, bibliotecaria del finanziere miliardario J. P. Morgan, la donna più pagata all’epoca. E’ la storia di una passione, quella dei libri.

Belle Da Costa Greene in realtà era nata Belle Greener e proveniva da una famiglia di colore. Suo padre era stato il primo studente nero a laurearsi ad Harvard e il primo avvocato nero a cui fosse stato permesso di esercitare. Divenne anche il primo console di colore in missione all’estero (Vladivostok).

Un grande uomo, dunque, no?

Beh, anche io sono affascinata dagli uomini che si fanno avanti nel mondo a forza di studio e resilienza, ma si dà il fatto che il padre di Belle Greene nella vita privata fosse quel che si dice un farabutto. Lasciò la moglie per dedicarsi alla causa dei neri (nonché alle sue numerose amanti) e rifiutò categoricamente di aiutare la famiglia.

Geneviève, la moglie, si trovò a gestire da sola i figli. Come fare per garantire loro un futuro decente, senza dover lottare quotidianamente contro la povertà e le ingiustizie? Facendosi passare per bianca, approfittando del colore chiaro della pelle della sua famiglia (alcune figlie erano proprio bionde).

Si inventarono un lignaggio nobile di ascendenza portoghese, i Da Costa, e si trasferirono in un quartiere bianco, tagliando del tutto i ponti con la famiglia di Georgetown, che pure amavano. I figli giurarono solennemente che non avrebbero mai avuto una discendenza, per evitare che il colore scuro degli antenati potesse palesarsi in una delle generazioni successive.

Belle fin da piccola ha un sogno: lavorare con i libri e tra i libri.

Studia, raccoglie informazioni, osserva, fino ad arrivare a lavorare per il magnate J. P. Morgan, famoso tanto per la sua collezione di libri rari quanto per le sue sfuriate. Il rapporto è complesso: il miliardario è sospettoso di natura, deve esserlo, con tutti gli avvoltoi che gli volano attorno solo per i suoi soldi; ma si accorge subito della competenza e dell’energia di Belle, che, pian piano, diventa la donna più pagata d’America.

Si fida di lei: ad un certo punto, Belle ha carta bianca alle aste, può comprare senza limiti di spesa, eppure lei si comporterà sempre con attenzione e rispetto (guai a parlar male del signor Morgan in sua presenza!). Molto spesso rischierà grosso, soprattutto per trasportare opere d’arte e libri dall’Inghilterra all’America frodando le autorità doganali.

Morgan la inserirà nel testamento per un cospicuo legato, ma sarà, per tutta la durata del loro rapporto, un padrone esigente e tiranneggiante: arriverà al punto di dirle che non deve sposarsi!

Lei a sposarci non ci pensa. Non le mancheranno gli amanti, tutti di un certo livello: tra questi bisogna nominare Bernhard Berenson, famosissimo e richiestissimo critico d’arte, dal quale Belle assorbirà quanto più possibile della sua conoscenza, ma che farà anche il finto tonto quando lei, incinta, andrà ad abortire clandestinamente.

Il divieto di avere bambini sarà bellamente ignorato dalla sorella più giovane, Teddy. Il primo figlio nascerà senza conoscere il padre, che muore in Europa durante la prima guerra mondiale, e viene adottato da Belle, che stravede per lui.

Ma il segreto della famiglia è sempre in pericolo, soprattutto a causa del padre di Belle, che sarà una costante ombra minacciosa e che li ricatterà per motivi economici.

Io l’ho trovato un libro bellissimo e vorrei consigliarlo a tutti.

Ognuno di noi ha una paura che lo tiene incatenato dove si trova. Belle rischiava grosso facendosi passare per bianca: se l’avessero scoperta avrebbe perso il lavoro (con il quale aveva garantito un alto tenore di vita a tutta la famiglia) e sarebbe potuta andare in prigione. Eppure lei non si è fatta legare le mani: si è data da fare e ha esaudito il suo sogno.

Inspiring.

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Tutte le anime (Javier Marìas)

La voce narrante appartiene ad un professore spagnolo di letteratura che deve tenere un corso biennale a Oxford negli anni Ottanta.

La sua esperienza è quella di un estraneo che non riesce ad integrarsi. Se si escludono due insegnanti e l’amante, il giovane professore continua a percepire un turbamento di fondo che lo isola dall’ambiente della cittadina: non giunge mai a dire che non gli piace (troppo raffinato per esprimersi con termini così terra-terra), ma ogni giorno annusa un odore di stantio e vecchiume che trasuda da ogni muro e da ogni toga.

Per due anni vive in uno dei più famosi santa sanctorum della cultura e dell’istruzione, e lui mai tradisce un alito di rispetto.

A un occhio esterno può sembrare strano, ma quando assistiamo alla prima delle cene tra professori e studenti, capiamo subito il motivo del suo estraniamento: è una cena assurda, regolata da consuetudini ridicole, con commensali al limite del morboso.

Anche gli altri insegnanti sembrano essere soli. Molti di loro hanno un passato di spia e collaboratore governativo, ma adesso sono isolati, senza scopo: l’insegnamento di certo non è più il fuoco sacro che ci si aspetta da professori togati di questo livello.

Il giovane spagnolo inizia una relazione con Claire, anche lei insegnante. Ma lei è sposata e ha un figlio: non parlano mai di cosa succederà una volta che terminerà il contratto biennale di lui, eppure i due si sentono legati dal fatto di non aver radici nella cittadina, di esser radicati altrove: lui in Spagna e lei in India ed Egitto.

Non c’è molta trama, quasi nessun evento: è un romanzo che gira attorno alle psicologie di pochi personaggi, ma ben approfondite, pur senza alcuna possibilità di raggiungere il cuore di ognuno – è un’impossibilità congenita, è la causa di ogni solitudine.

Un romanzo molto autunnale.

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Gli anni della leggerezza (Elizabeth Jane Howard) @FaziEditore

Sussex, 1937. La famiglia Cazalet, come ogni anno, si riunisce nella casa di campagna dei capistipite, il generale e la duchessa.

Ci sono quattro figli: Hugh, il più vecchio, tornato dalla prima guerra mondiale senza la mano sinistra e con dei ricorrenti mal di testa; è sposato con Sybil, che è incinta, e hanno due figli.

Il secondo figlio è Edward: bello e affascinante, è sposato con Villy, ma ha una serie di amichette segrete, mentre la moglie si chiede in continuazione se ha fatto bene ad abbandonare la sua carriera da ballerina per dedicarsi al marito e ai figli.

Poi c’è Rachel, nubile, che vive con i genitori, ma che ama la sua amica Sid, un rapporto che è necessariamente tenuto nascosto a tutti.

Infine c’è Rupert, il più giovane e giocoso, vedovo e risposato con la giovanissima Zoe, che fatica a inserirsi nella famiglia e che è totalmente dedita alla propria bellezza.

Il generale, senza star tanto a parlarne, inizia a costruire e preparare alloggi per orfani e feriti di guerra, e tutta la famiglia è coinvolta nei lavori, sebbene i più giovani si dedichino anche ai loro svaghi estivi.

Le donne del romanzo sono come ci si aspetta siano le donne dell’epoca vittoriana: lavorano a maglia, organizzano la servitù, si preoccupano dell’entrata in società delle figlie e delle scuole dei figli. Non ci si aspetta da loro che provino desideri di carriera o che si interessino di politica.

Eppure desideri e curiosità inespresse covano sempre sotto l’aspetto esteriore.

Viene dato molto spazio ai più piccoli, alle loro litigate, alle loro domande e ai loro crucci: da Polly, la figlia di Hugh, che ha paura della guerra e non vuol sentirne parlare, a Louise che, un po’ più grande, si trova al centro di un’attenzione malsana da parte del padre, Edward.

Molti sentimenti e sensazioni, però, ci sono descritti dalla Howard senza che i protagonisti li esternino: non va bene piangere in pubblico, né parlar male di qualcuno, tanto meno nominare bisogni fisiologici; il sesso, poi, è un tabù che genera più curiosità che rassegnazione.

Un bel romanzo che ci presenta tante psicologie diverse.

E mi chiedo: la situazione della donna media è davvero tanto diversa oggi?

Quanta fatica fa ad affermarsi l’idea che il cognome della madre abbia la stessa dignità di quello del padre, ad esempio?

La necessità del cognome unico (paterno) viene giustificata ricorrendo alla praticità, alla tradizione, alla semplicità… e non ci si rende conto che la parità dei diritti passa anche attraverso la parola (anzi, spesso sono le donne a non rendersene conto).

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Tecniche di seduzione (Andrea De Carlo) @LibriBompiani

Non sono una grande fan di Andrea De Carlo, ma questo libro me lo ha consigliato il mio amico Riccardo Perosa, musicista e scrittore (anche se non ancora pubblicato). E in effetti, a differenza degli altri libri di De Carlo, sono riuscita ad arrivare alla fine, cosa che non faccio se il romanzo non mi piace proprio.

Roberto Bata lavora in un settimanale milanese: è insoddisfatto di quello che scrive sul giornale e sta lavorando a un suo romanzo che parla di questa frustrazione. E’ sposato da sette anni con Caterina e il loro matrimonio è fatto di abitudini e rispetto reciproco.

Quando Roberto incontra Polidori, acclamatissimo scrittore conosciuto in Italia e all’estero, la sua vita cambia. Polidori gli trova un posticino in un giornale romano: Roberto molla il lavoro e si trasferisce lasciando la moglie a Milano; si accorge subito che il lavoro è solo fittizio: la redazione vive sui soldi pubblici e ogni collega, in ufficio, si dedica agli affari propri.

Questa inattività è però redditizia e gli permette di dedicarsi alla revisione del suo romanzo, che Polidori insiste per pubblicare il prima possibile.

Pensavo che non avevo fatto nessun lavoro per essere pagato; pensavo a quanti altri soldi pubblici dovevano passare di mano nello stesso modo in quel momento.

Roberto si è innamorato perdutamente di Maria Blini, una bella attricetta che gli si concede fisicamente ma che non gli dice quasi nulla della sua vita.

Polidori intanto lo inizia alla vita altolocata romana: gli presenta rappresentanti dell’editoria, del mondo politico e televisivo, e rappresenta ognuno di questi personaggi nella peggior luce possibile, svelandone i lati più meschini, ma sempre ammettendo, col suo comportamento più che a parole, che la loro frequentazione è necessaria.

Roberto si lascia trascinare da Maria e Polidori senza quasi aver volontà propria, tranne quella di far sesso con la ragazza: è una persona che non riflette sulle intenzioni altrui, e infatti ne pagherà le conseguenze.

Ma il protagonista vero del libro non è lui: piuttosto, è l’ambiente in cui è andato a vivere, pieno di doppiogiochisti e ciarlatani e approfittatori, tutti considerati come mali necessari e oramai dati per scontati.

Non credo sia un caso che Roberto inizia la sua storia a Milano, poi scende a Roma, e finisce a Palermo: parallelamente, c’è una discesa negli inferi della sua vicenda.

A Roma si accorge di quanti vivano alle spalle del popolo italiano, ma in città si può ancora vivere senza paura. Questo non accade a Palermo, dove la paura è quasi un dato costante ogni volta che si esce in strada. Ed è a Palermo che scopre cosa sta succedendo alle sue spalle.

Nel romanzo ci sono alcune piccole verità che condivido: come l’opinione di Polidori sull’aria accademica che tira nel mondo letterario italiano, dove più scrivi aria fritta e più ti stimano come grande autore, meno ti si capisce, più grande diventa l’alone di letterarietà che ti aleggia sulla testa.

Certi atteggiamenti dei personaggi, però, li trovo troppo fasulli.

Maria Blini ci prova con Roberto Bata la seconda volta che lo incontra: la bellissima attrice che finisce a letto con uno sconosciuto spiantato? Poco credibile.

Quando la loro relazione inizia, poi, Roberto Bata non insiste per conoscere le ragioni della ritrosia intermittente di Maria Blini. Il comportamento della ragazza è così bizzarro che avrebbe richiesto una spiegazione, ma lui non la pretende, la contempla in adorazione e vive in attesa delle sue telefonate, ma non insiste per ottenere risposte. Poco credibile.

Infine: sicuramente il mondo letterario italiano ha i suoi difetti, i suoi furbastri e i suoi incapaci. Però se ci limitiamo al cerchio di conoscenze romane di Roberto Bata, sembra che sia tutto qui, che non ci sia nessuno che scriva bene, che scriva contenuti, che scriva o che pubblichi perché ci crede. E’ sicuramente una visione distorta perché tutte le conoscenze di Bata sono guidate da Polidori, che ha i suoi interessi, però la visione d’insieme è così cupa e oppressiva che, chiusa l’ultima pagina, ti chiedi dove andremo a finire.

Polidori è un bel personaggio: ha le sue idee sulla gente che frequenta e su come ci si deve comportare, sa argomentare, sa sedurti. La seduzione di cui parla il titolo, è la sua, non quella di Roberto Bata con Maria Blini, ed è un mix di attenzione e assenza ben dosate tra loro. E’ una forma di arte.

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Invidia il prossimo tuo (John Niven)

Romanzo molto godibile.

Alan è un critico gastronomico famoso; sposato con una giornalista di ricchi natali, vive la vita invidiabile dell’alta borghesia, col giardiniere, la colf e la baby sitter; è iscritto a un club di lusso e si concede golf e vacanze ai tropici senza rimorsi.

Un giorno si imbatte in un barbone che lo saluta chiamandolo per nome e scopre che è il suo ex compagno di classe Craig: dopo un debutto fragoroso nel mondo della musica, Craig era uscito di scena e i due si erano persi di vista quasi trent’anni prima.

Alan è combattuto: da un lato inizia ad aiutare l’amico ospitandolo a casa sua ed informandosi da un avvocato circa i diritti che gli spettano per i dischi venduti; dall’altro, continua a provare verso di lui un’antica invidia per la sua scioltezza, il suo corpo ancora tonico, e, in generale, per la sua capacità di attirare la simpatia altrui.

Quando sono insieme, Alan e Craig tornano sedicenni: si ubriacano, ricominciano a parlare col vecchio accento scozzese, fanno le ore piccole.

Ma qualcosa va storto…

Mi fermo qui.

Romanzo ben costruito, sia dal punto di vista psicologico che della creazione dell’aspettativa, che poi viene premiata.

Interessante e ben dettagliato anche l’ambiente alto-borghese in cui Alan vive, senza dimenticare alcune scene comiche che sono piaciute pure a me (che di solito preferisco il drammatico).

Insomma: da leggere.

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Figli della furia (Chris Kraus)

1973. In ospedale, l’ex agente segreto Koja racconta la sua vita a un giovane idealista con dei bulloni di titanio che gli tengono chiuso il cranio.

La storia inizia nella prima metà del Novecento a Riga, dove Koja e il fratello maggiore Hub vivevano col padre ritrattista e la madre baronessa russa. Adottano, per intercessione di una domestica, la piccola Ev di oscure origini.

Ev sposa Erhard, che inizia i fratelli al nazismo, che sembra essere l’unico sbocco per entrambi, quasi un’ancora di salvezza, soprattutto per Koja, che, diventato architetto, non riesce a mantenersi col suo lavoro. La passione di Hub per la causa, però, si scontra con la tiepida adesione del fratello e di Ev, che divorzia dal marito.

Ev sposa Hub, ma Koja scopre che lei è ebrea. Non glielo dice subito, aspetterà anni prima di farlo: e nel frattempo, di nascosto dal fratello, genererà con lei una figlia, Anna, fingendo che sia sua nipote.

Finita la guerra, Koja diventa una spia russa: lo fa per salvare Maja, una sua ex amante che lui aveva addestrato per uccidere Stalin e che è stata catturata dai rossi.

Quando Ev scopre di essere ebrea (nel frattempo la figlia è morta, non-vi-dico-come), vuole assolutamente trasferirsi in Israele e Koja la segue di malavoglia sotto falso nome. Ev incomincia a raccogliere materiale per incriminare nazisti (suo marito è uno di questi), senza preoccuparsi troppo che queste ricerche potrebbero portare alla morte anche Koja, che nel frattempo vive con lei come un marito vero e proprio.

Insomma…

E’ un libro pieno di avventura, di avvenimenti, doppi e tripli tradimenti, viaggi, omicidi, avvelenamenti, bugie, suicidi, braccia che saltano, pallottole incastrate nei cervelli…

Fin troppo.

Chris Kraus è famoso in Germania come regista e questo libro gli è costato dieci anni di vita. Tutto è iniziato quando ha scoperto che il nonno, a cui era molto legato, era stato un criminale di guerra: uno di quelli brutti, colpevole di migliaia di uccisioni. Ma in famiglia non se ne parlava, era un segreto ben custodito.

La necessità di far coincidere questa brutale immagine con il ricordo che il bambino viziato aveva del nonno, lo ha portato a scrivere questa storia, che si basa su fatti realmente avvenuti e che cita anche molti personaggi realmente esistiti.

E’ un libro che va al di là del significato personale e che in Germania ha suscitato scalpore, perché è andato a toccare argomenti sensibili, come la partecipazione di tanti, tantissimi ex nazisti al processo di ricostruzione postbellico.

E’ un romanzo da leggere sotto l’ombrellone se siete amanti del genere.

Ma che genere, poi?

Spionistico di sicuro, ma anche drammatico e storico.

Io ho qualche difficoltà con gli agenti segreti, non mi piace neanche 007. Non mi piacciono le mezze verità, le mezze frasi, i non detti, la gente che passa da una parte all’altra giustificandosi in tutti i modi possibili. Ma è un gusto personale.

Mi è piaciuta molto la parte in cui i due fratelli aderiscono al nazismo: è credibile.

Non mi è piaciuta Ev: è un personaggio che sembra volersi rendere troppo interessante, passa da un marito a un fratello all’altro fratello a uno psichiatra, senza farsi problemi, con una falsa ingenuità che dopo un po’ perde di verosimiglianza.

E’ un medico che lavora nei campi di concentramento ma non si parla di quello che ha visto là dentro, né si dice se ha fatto qualcosa di concreto là dentro, né si approfondisce cosa ha provato, là dentro. Quel periodo lo veniamo a conoscere solo per sentito dire, e invece sarebbe stato interessante, anche se, leggendo tutto attraverso gli occhi di Koja, è giusto che la nostra conoscenza resti parziale.

Uscito nel 2017 in Germania e nel 2021 in Italia (Sem).

Da leggere.

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Autobiografia di mia madre (Jamaica Kincaid)

Jamaica Kincaid (vero nome Elaine Potter Richardson) è nata nel 1949 nell’isola caraibica di Antigua e si è trasferita nel 1996 a New York dove ha svolto vari lavori. Nel 1976 entra nel giro del New Yorker e da lì inizia la sua carriera di scrittrice.

Quello che mi ha colpito di più di questo libro è lo stile: personalissimo, mai visto niente di simile prima.

Xuela è la protagonista: sua madre muore nel darla alla luce.

Mia madre è morta nel momento in cui nascevo, e così per tutta la mia vita non c’è mai stato nulla fra me e l’eternità; alle mie spalle soffiava sempre un vento nero e desolato.

Suo padre è un poliziotto che approfitta della sua posizione per depredare poveracci: è un uomo insondabile, di cui Xuela non riesce mai a carpire i pensieri, ma è l’unico genitore che le è rimasto e lei nutre verso di lui una curiosità non scevra da giudizi.

La pelle di mio padre era del colore della corruzione.

Xuela vive sulla propria pelle la crepa esistente tra i colonialisti e gli indigeni, tra i vincitori e i vinti, ma lei non si lascia irretire dai rapporti di potere e si concentra su se stessa e le sue forze.

Quando il padre si risposa, la matrigna cerca di ucciderla con un incantesimo (la magia e gli spiriti sono dati per scontati, in questo romanzo), e l’odio che prova per quella donna è molto più forte dell’amore che prova nei confronti del padre.

Viene mandata in città a studiare e alloggia presso un amico del padre che si approfitta della sua ingenuità fino a lasciarla incinta. Xuela va ad abortire di nascosto (lo farà molte volte) perché non vuole figli (non li vorrà neanche una volta sposata).

Quando riesce a sposare Philip, un inglese discendente dei colonizzatori, potrebbe considerarsi arrivata: è la moglie di un medico senza problemi di denaro che stravede per lei. Ma lei continua a percepire fortissimamente il dolore dell’esistenza, e non riuscirà a sbarazzarsene neanche quando si innamorerà davvero di un uomo, Roland.

E’ un libro sul mistero dell’esistenza e degli esseri umani, ma anche sulle capacità di accettazione delle difficoltà della vita e delle proprie origini.

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La camera azzurra (Georges Simenon)

Tony Falcone ha una relazione con Andrée da circa otto mesi. Si incontrano in una stanza dell’albergo del fratello di lui, la Camera azzurra.

Tony rivive l’ultimo incontro con la donna attraverso un interrogatorio.

Un po’ alla volta veniamo a scoprire che indossa le manette, che lo portano nella stanza degli interrogatori col cellulare. Dunque è stato compiuto un reato ma non si sa quale, non si sa se sia stato ucciso qualcuno, chi, quando, perché.

Sia lui che lei sono sposati: lei con un uomo che soffre di epilessia; lui con Giséle, che le ha dato una figlia, Marianne, di sei anni.

Scopriamo che Andrée è innamorata di lui dai tempi delle scuole, ma che poi Tony se ne è andato dal paese per una decina d’anni, e lei, in assenza di lui, si è sposata con Nicolas, ricco e malato.

Tutto quello che veniamo a scoprire sulla coppia clandestina, lo sentiamo dalla voce o dai pensieri di Tony durante gli interrogatori.

Una delle grandezze di questo libro è che c’è stato un reato, ma non si dice quale: al centro della storia c’è la psicologia dell’uomo e della donna coinvolti.

Tony non si fa domande, né su di sé, né su Andrée, né sulla moglie. Il più delle volte giustifica il proprio comportamento e quello altrui con frasi del tipo: E’ quello che fanno le donne, è quello che fanno gli uomini.

E’ un essere umano che vive quasi ai limiti dell’animalità, seppur travestita da perbenismo: il lavoro, la casa, la famiglia, tutto è accettato perché “si fa così”.

Non si chiede mai che cosa vuole davvero Andrée, e anche quando lei gli parla in modo da fargli capire cosa davvero desidera, lui registra le parole senza rendersi conto delle possibili conseguenze.

Non si chiede mai cosa pensa la moglie Giséle, dice di amarla ma non sa definire cosa sia l’amore. D’altronde, quando Andrée gli chiede espressamente se lui la ama, lui non sa rispondere con un sì o con un no neanche a lei.

Alla fine, il delitto gli cade addosso senza che lui quasi abbia fatto nulla, eppure sa di essere colpevole.

E’ colpevole.

Non è un libro giallo, dove c’è un delitto e si deve scoprire movente e colpevole; piuttosto è un romanzo sul senso dell’essere umano: cosa ci rende davvero umani? La consapevolezza di esserlo, la riflessione, il pensiero.

Chi non si fa certe domande è colpevole e deve venir punito.

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