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Non lasciarmi – Kazuo Ishiguro @repubblica

Inghilterra, tardi anni Novanta.

Ma non sono gli anni Novanta veri: ci troviamo in una distopia, nel racconto di una realtà alternativa.

A parlare è Kathy, che è assistente dei donatori. Donatori di cosa? Perché hanno bisogno di assistenza? Il mondo di questo libro è cupo, senza speranza, ma Kathy e i suoi amici lo capiscono solo una volta cresciuti.

E’ lei a raccontarci la loro infanzia alla scuola di Hailsham: un’infanzia protetta, ma isolata dal mondo esterno, perché gli studenti sono “speciali”, sono nati con uno scopo specifico. Non hanno genitori, non hanno cognome, e si parla del loro destino solo in termini fumosi.

I ricordi di Kathy non sono niente di speciale, ma acquistano unicità in forza del futuro che si prospetta alle porte. Per lei sono importanti, le danno delle radici, ma per altri, per Ruth, ad esempio, sono anche fonte di una nostalgia troppo forte, tanto che a volte finge di aver dimenticato molti piccoli accadimenti.

Di fronte al destino che aspetta tutti questi giovani, l’aspetto che mi ha colpito di più è la loro rassegnazione. Non ci sono segni di ribellione: accettano di diventare donatori, e solo alcuni scelgono la strada dell’assistenza (che comunque sfocerà nella donazione).

Ci sono pettegolezzi, chiacchiere: a volte qualcuno parla di possibilità di rinvii, con l’arte, con l’amore, ma non c’è niente di vero. Il “completamento del ciclo”, come viene chiamata la morte, è ciò che li aspetta.

Non ci si può fare nulla…

Per questo il romanzo è una grande metafora. E se è vero che niente, né l’arte né l’amore né il sesso possono posticipare il completamento del ciclo, è anche vero che l’infanzia e la gioventù di Kathy sono state piacevoli e meritavano di essere vissute.

Non è un libro che arriverà nella top ten dei miei preferiti (atmosfere e sentimenti troppo rarefatti, molto giapponesi, per intenderci), però merita di essere letto.

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Bisogno di libertà, Bjorn Larsson @iperborealibri @casalettori

Tutti vogliono la libertà.

Ma…

a) pochi sono disposti a sopportare la responsabilità che ne deriva e…

b) pochi sono disposti a sopportare le persone davvero libere.

Ho fatto questa premessa perché il punto b) cade a pennello con Larsson. E’ un libro che di per sé è un atto di libertà, perché non si lascia catalogare: nelle biblioteche si potrebbe trovare sotto la voce “autobiografia”, ma la definizione è imprecisa.

Perché qui Larsson ci parla del suo rapporto personale, personalissimo con la libertà; e, tanto per darci un pugno in faccia, nella prima pagina ci mette subito davanti alla morte del padre, avvenuta per un naufragio quando l’autore aveva sette anni. E’ un atto di libertà ammettere (confessare, quasi) che questo evento non gli ha provocato la tristezza e la disperazione che ci si aspettava da lui.

Volete altri esempi dell’ecletticità del personaggio?

E’ finito tre volte in prigione (per un totale di circa cinque mesi) per renitenza alla leva.

Alle elementari è andato a scuola per un periodo con la cravatta. =ra che è adulto, non la indossa mai, per principio, perché odia ogni forma di divisa; e se gli capita di essere invitato a kermesse o cene in cui la cravatta è d’obbligo, bè, semplicemente, non ci va.

Ha rifiutato una borsa di studio negli Stati Uniti per diventare oceanografo, sebbene gli piacesse molto la materia: non gli piace il modello di vita americano. Ha trascorso un anno negli States, e gli è rimasto impresso come, a scuola, si studino solo la storia e la geografia americane, mettendo le basi per un nazionalismo della peggior specie.

Per Larsson, è essenziale non fare “come gli altri”, spostarsi spesso, cambiare prospettiva… per lui, tutto ciò è necessario al fine di non addormentarsi, di evitare l’abitudinarietà, di vivere, insomma.

Però, attenzione: se un personaggio così è da ammirare per le scelte che compie, non credo sia facile viverci assieme (e lui lo ammette). Se ne sono accorte soprattutto le sue compagne. Un esempio? Se uno ti dà un appuntamento e poi non si presenta, e non ti avvisa (il cellulare ce l’ha, ma spento), solo perché gli è passata la voglia di vederti… bè, ecco, io Larsson preferisco incontrarlo sui libri, e non frequentarlo di persona!!

E ora vi lascio un po’ di citazioni, perché ce ne sono davvero tante che meritano di essere incorniciate:

Ho imparato che spostarsi non è pericoloso, che si può vivere bene ovunque, che le amicizie perse sono rimpiazzate da amicizie guadagnate.

Per essere liberi dobbiamo sapere dove siamo.

Gran parte di coloro che sbandierano la loro differenza in maniera ostentata e provocatoria , rientreranno nei ranghi.

Senza sogni, la libertà è solo un miraggio.

La frenesia del consumo è un nemico pericoloso per chi vuole soddisfare il suo bisogno di libertà.

Dove la libertà è più difficile da realizzare e da vivere è nella quotidianità, nella famiglia e nel lavoro.

E’ la fantasia che rende gli uomini umani.

pocha)a)

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Le lacrime di Nietzsche, Irvin D. Yalom @NeriPozza

Bel libro: mi sento di suggerirlo a tutti gli amanti dei romanzi, non solo a chi si interessa di psicanalisi e filosofia.

Yalom, psichiatra e scrittore, parte dai dati anagrafici, reali, di personaggi storici (Nietzsche, Lou Salomè, Breuer, Sigmund Freud…) per farne un romanzo di fantasia, ma senza mai allontanarsi dalla verosimiglianza dei caratteri per quanto se ne può trarre da testi e testimonianze scritte; tranne forse nel caso di Lou Salomè, che difficilmente si sarebbe sentita in colpa per aver rifiutato di sposare Nietzsche, almeno al punto da ricorrere a un medico per aiutarlo. Ma non c’è rischio di confondere fantasia e realtà, perché l’autore alla fine ci spiega cosa ha inventato e cosa no.

Le malattie (o la malattia) di Nietzsche sono un mistero clinico difficile da svelare. Breuer, nel romanzo, dandone un’interpretazione, quasi giunge a una forma di guarigione: e se non ci giunge del tutto, questo dipende da Nietzsche. Ma non posso dirvi di più, altrimenti svelo troppo.

Quello che posso dire, è che nel romanzo è ben delineata l’amicizia che nasce tra il filosofo e il medico, nonostante i blocchi emotivi di entrambi; e sebbene il rapporto medico-paziente venga rivisto in modo originale – ribaltato, direi –  alla fine entrambi riescono a imparare qualcosa su se stesso e sull’altro. Merito della logoterapia, la terapia della parola, che riesce non sono a creare un’amicizia, ma anche a farci conoscere personaggi storici nel loro carattere, nei loro pregi e difetti (perché, diciamolo, Nietzsche aveva dei problemi con le donne…).

L’insegnamento generale che ne ho ottenuto, però, non è tanto nozionistico: non gira attorno alla storia del pensiero o della filosofia. L’insegnamento che si ottiene da questo libro è che nella solitudine non si guarisce.

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Stoner – John Williams

Me lo hanno consigliato così spesso, che alla fine l’ho comprato e letto.

Mi incuriosiva perché tutti quelli che, entusiasti, me ne parlavano, ammettevano che la storia in sé era piuttosto scarna, tanto che nessuno era stato capace di farmene un riassunto. I booktubers, poi, sono tutti estasiati dal libro, ma pochi ti dicono di cosa parla davvero (d’altronde, devo ammettere che la profondità della maggioranza dei booktubers italiani lascia un po’ a desiderare). Eppure tutti erano concordi che questo è un gran romanzo.

Dunque: l’intreccio è scarso, è vero. William Stoner è un professore di letteratura che conduce una vita povera di eventi. Si sposa e poi si accorge che lui e sua moglie non si amano. Si innamora di un’insegnante e ne diventa l’amante per poco più di un anno, ma poi devono dividersi perché la notizia ha cominciato a diventare pubblica. Ha un disaccordo importante con un altro professore che lo ha preso di mira per una stupidaggine e che, una volta fatta carriera, gli mette tutti i paletti tra le ruote. Alla fine, muore di tumore.

Stoner è un tipo tranquillo, con poche passioni: la letteratura è una di queste. Raramente prende decisioni eclatanti, preferisce tacere per quieto vivere. A volte ti lascia basito, da quanto è amorfo. Lui stesso ammette di avere deboli capacità di introspezione, e forse sono queste a renderlo apparentemente debole e privo di iniziativa.

Sembra che preferisca soggiacere alla sua personale natura e alle circostanze.

Ma quale è il tema del libro? Credo ce ne sia più d’uno.

Innanzitutto: l’incomunicabilità. Lui e sua moglie non si spiegano. Non si dicono quello che pensano l’una dell’altro. Ma lo stesso Stoner fa con la maggior parte dei suoi colleghi, dando tutto per scontato oppure rinunciando in partenza ai chiarimenti. Forse questa incomunicabilità deriva in parte dalla sua debole capacità di introspezione, ma questo è un dato che interseca quasi tutti i personaggi del romanzo. Non è un caso che, ad esempio, sia lui che sua moglie spesso dicano “credo di volere”. Ma anche sua figlia Grace si lascia andare senza prendere l’iniziativa, diventa un’alcolizzata, perde il figlio…

Nonostante la vita priva di rilievo, Stoner mi appare come un piccolo eroe che cerca di tirar avanti come può, date le circostanze e la sua natura personale. Tende alla passività, e trasmette questa tendenza alla figlia Grace, ma quelle volte che si risveglia dal suo sonno emotivo, sono le volte in cui tu, che leggi, ti svegli con lui e pensi: forse stavolta gli va bene, forse stavolta ce la fa. E invece no.

Stoner muore come è vissuto. Si può parlare di evoluzione del suo carattere? Non mi pare. Però… noi, esseri umani in carne ed ossa, evolviamo sempre? O piuttosto le nostre vite non sono fatte da passi avanti, passi indietro e soste (molte soste)? E poi: noi sappiamo sempre perché ci comportiamo in un certo modo? Capiamo sempre le motivazioni degli altri?

E poi, i piccoli fallimenti… Ad esempio: Stoner si accorge di amare immensamente la letteratura, ma per gran parte della sua vita di insegnante, è un insegnante mediocre. Oppure; Lomax, l’insegnante che gli renderà la vita così difficile, all’inizio lo incuriosisce; Stoner avrebbe voluto conoscerlo meglio, conversare con lui. Ma non lo fa. Per tutta una serie di motivi, non lo fa. E il rapporto va in una direzione invece che in un’altra. Quante volte è capitato a voi? A me non spesso, ma quelle volte ce le ho ben impresse in testa.

 

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Il pane di Abele – Salvatore Niffoi

Questo romanzo incarna in sé tutti e tre gli stati della materia. È solido, perché porta al suo interno un nocciolo che non muta col tempo e con lo spazio (l’amicizia, il tradimento…); è liquido, perché si adatta e prende la forma del luogo in cui è ambientato (la Sardegna barbaricina); è gassoso perché piccole frasi – piccole quasi come molecole – si staccano dalle pagine per andare a toccare temi molto più vasti, lontani dall’apparentemente facile trama.

Però io, che manco totalmente di cultura letteraria, senza l’aiuto di un Gruppo di Lettura, avrei travisato il titolo…

Pensavo che Abele fosse Nemesio, perché alla fine si prende una pallottola dall’amico fraterno Zosimo; e credevo che il pane fosse la Sardegna, quel coacervo di passioni, abitudini, paesaggi, parole e magie, che lo avevano nutrito durante la giovinezza; tanto che, nel momento in cui se ne era allontanato e si era dato al diverso pane morale del continente e della politica, erano germogliati in lui quei semi bacati di tradimento e falsità.

Invece l’interpretazione del Gruppo è più azzeccata.

Abele in realtà è stato personificato da Zosimo, perché è lui che è stato ucciso dal voltafaccia della moglie e dell’amico. Mentre il pane di cui si è nutrito era l’illusione che tutto andasse bene, nonostante i presagi di sventura gli girassero attorno come mosche cavalline.

Ed ecco un’altra riflessione che non mi sarebbe venuta in mente senza un appunto del Gruppo… durante la lettura quasi mi infastidiva il continuo utilizzo di parole sarde, perché il glossario alla fine è solo parziale. Ma un’altra lettrice ha detto: Niffoi lo ha fatto apposta. Ed è vero: un bravo scrittore non lascia nulla al caso; non ci ha dato un glossario completo perché, mancandoci il significato preciso di alcune parole, restassimo col senso di mistero e di lontananza; una lontananza che, per quanto mitigata da un glossario minimo, è inevitabile per chi non è nato e vissuto in Sardegna.

Insomma: chi lo ha detto che la lettura è un hobby solitario? È solitario per necessità, perché qua c’è poca gente che legge. Ma in un mondo ideale… (d’altronde, la lettura solitaria è un’invenzione abbastanza recente).

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The Tender Bar, a memoir – J.R. Moehringer

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Questa autobiografia è uscita in Italia col titolo “Il bar delle grandi speranze”.

Mi è piaciuto? Sì, ma in modo altalenante.

Trovo sempre un po’ fastidiosa una narrazione che riguarda la dipendenza. Da alcool, da fumo (che fastidioso “La coscienza di Zeno”!), dagli altri.

Il fulcro di questo libro è il bar, in cui il protagonista trova quelle figure maschili che non ha trovato in famiglia perché suo padre se ne è andato di casa appena lui è nato. Ma il bar diventa, appunto, una dipendenza: non si entra là se non bevi e se non fumi. E soprattutto, J.R. si ritrova a pensare a questo luogo come punto di riferimento: non gli può succedere niente senza che lui non si veda nella sua testa mentre va al bar a raccontare ai suoi amici cosa è successo e cosa succederà. Va bene l’amicizia, ma svegliati, ragazzo mio.

Un’altra dipendenza è suo padre. Non capisco la fissazione di J.R nel cercare continuamente suo padre: pazienza da piccolo, quando ancora non capisci cosa ha fatto (ha minacciato di morte sua madre un paio di volte e non ha voluto saperne di spillare un soldo, lasciando ex moglie e figlio in condizioni piuttosto critiche), ma da grande? Come puoi ancora cercare una persona che ti delude fino alla nausea e che non affronta minimamente le sue responsabilità? Sì, magari la cerchi… ma per metterla sotto con la macchina! Stessa cosa con il suo primo amore: è una che tiene i piedi in due scarpe, e non lo nega neppure, ma si giustifica dicendo che non è ancora matura, che il suo passato l’ha portata a quel punto ecc…. fatti curare! E pensare che gente così esiste davvero. Anche in Italia.

Incomprensibili, poi, per me che l’ho letto in inglese, le parlate di molti amici del bar: gergo? Balbettio? Onomatopee? Biascicamenti da ubriachi? Me lo sto ancora chiedendo.

Molto dolce e protettivo invece il rapporto che J.R ha con sua madre e molto istruttivi i suoi alti e bassi con l’università e col lavoro: aspetti di vita in cui ci si può anche identificare.

Ma la parte che mi è piaciuta di più, è l’incontro con Bill e Bud, due tipi strani che “gestiscono” una libreria stando sempre rinchiusi in uno sgabuzzino perché devono leggere. Quando capiscono da che parte va zoppo il protagonista e che nessuno lo ha mai guidato nella scelta dei libri, fanno a gara per regalarglieli (prendendoli dalla libreria in cui lavorano, e che non è la loro, ma togliendo le copertine, perché quelle vanno restituite alle case editrici per il rimborso degli invenduti). Ma perché io non incontro mai gente così? Qui in Italia già è difficile trovare gente che legge molto; se poi la trovi, di solito sono sboroni che ti guardano dall’alto in basso perché sono “specialisti” della letteratura (e se ci sono le eccezioni, è perché confermano la regola).

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L’amicizia – Francesco Alberoni

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Esiste ancora l’amicizia? Alberoni sostiene di sì, perché non esiste un modello da applicare, ma, dice, l’amicizia è un ideale a cui tendere. Certo che l’ideale che ci propone lui è davvero alto, e io non ne vedo molti esempi in giro.

Prendiamo subito una caratteristica che è anche riportata nel sottotitolo: poco lagnosa.

Auguri!

La stragrande maggioranza delle c.d. amicizie che vedo in giro non fanno altro che lamentarsi (soprattutto quelle femminili). Dei mariti, dei figli, del lavoro, del tempo, della casa, dei parenti, del cibo, degli animali…. Spesso, spessissimo vedo donne che passano gran parte del tempo insieme a creare alleanze, come se l’inimicizia verso qualcuna rafforzasse l’amicizia nella coppia. Tanto poi le parti si mischiano, e la nemica di prima diventa la confidente di adesso contro l’amica di prima. Se togliamo tutte queste chiacchiere lamentose, quanto dialogo resta? Puro dialogo, di quello che fa crescere entrambe, come dice Alberoni?

Su certi punti però sono pienamente d’accordo col sociologo. Innanzitutto, l’amicizia può aversi solo tra pari (anche se la parità va definita di volta in volta). Difficilissimo che ci sia amicizia vera tra maestro e allievo, o tra chi assume il ruolo di maestro di chi il ruolo di allievo: le traiettorie devono essere parallele e allo stesso livello, nessuno deve stare sopra o sotto. Non ci deve essere uno che ha bisogno, che chiede troppo spesso, perché questo crea dislivello (i sindacati non chiedono, ma esigono, proprio per mettersi allo stesso livello della controparte).

(…) solo chi vive nello stesso ambiente, parla la stessa lingua, appartiene allo stesso mondo, ha una concreta possibilità di incontrarsi.

Amicizia significa progredire insieme, non far cambiare l’altro. Ma neanche star fermi insieme! Entrambi devono essere in movimento.

Se c’è noia, non c’è amicizia.

La società ha paura dell’amicizia, perché l’amicizia si apparta e va oltre le convenzioni e la buona educazione. E’ per questo che i gruppi cercano di non permettere l’incontro agli amici (e l’incontro è il punto focale attorno cui ruota l’amicizia). Leggetevi questi estratti, che ne vale la pena anche se sono un po’ più lunghi del solito (i grassetti sono miei):

Siamo ancora una volta di fronte al processo di rimozione che le strutture sociali, le istituzioni consolidate, compiono nei riguardi di ciò che è vivo, irrequieto, di ciò che cerca il nuovo ed il diverso. L’amicizia come ricerca inquieta è disturbante.

C’è gente che si incontra, la sera, anno dopo anno, per fare quattro chiacchiere. Talvolta sono coetanei, compagni di scuola. hanno ben poco da dirsi. Gli argomenti sono quasi sempre gli stessi. Ripetono le stesse battute, fanno le stesse osservazioni. anche quando i partecipanti, presi singolarmente, sono intelligenti e vivaci, non appena entrano nella “compagnia” si appiattiscono completamente. la compagnia assorbe ogni interesse, banalizza ogni rapporto. Impone a tutti un minimo comun denominatore linguistico che impedisce di dire cose nuove. La conversazione, costruita su infinite ripetizioni, non può più uscire da se stessa. (…) La “compagnia” illustra, in modo emblematico, l’istupidimento e la degradazione dell’individuo ad opera del gruppo, quando il gruppo non ha un ideale, un fine, una ideologia, nulla. La compagnia amicale è un gruppo tradizionalista senza altro scopo che la propria sopravvivenza. (…) Moltissima gente, quando pensa agli amici, ha in mente questo tipo di formazione sociale. Si comprende, perciò, perché consideri l’amicizia poco stimolante (…)

Un’altra parte che secondo me molti dovrebbero fotocopiarsi in formato ingrandito e appiccicarsi sul lunotto dell’auto in modo da vederla ogni giorno, è questa in cui definisce l’organizzazione:

E’ una struttura sociale costruita in modo tale da realizzare i suoi obiettivi prescindendo dai fini e dai desideri di coloro che vi lavorano. La gente non va a lavorare in una fabbrica di scarpe perché ha una particolare passione per le scarpe, ma perché prende uno stipendio. Se, infatti, le offrono una retribuzione più alta, cambia volentieri lavoro.

Nell’organizzazione i partecipanti sono dei mezzi per il raggiungimento degli scopi. Non sono dei fini. Ecco perché il lavoro stanca: non tanto dal punto di vista fisico. La stanchezza, la frustrazione, vengono dall’essere sempre mezzo, mai fine. Nella vera amicizia, bisogna essere fine, non mezzo. Ecco perché è così difficile, direi impossibile, che ci possano essere forme di amicizia tra manager e sottoposti.

Insomma, se qualcuno legge questo saggio e poi riesce a individuare nella sua vita qualcuno che corrisponde o almeno tende all’idealizzazione di Alberoni, me lo faccia sapere, per favore. Pura curiosità.

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