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La miglior vita – Fulvio Tomizza @RizzoliLibri

Ho fatto una fatica bestia a finirlo, e sono arrivata alla fine solo perché era il titolo della discussione del Gruppo di Lettura, altrimenti lo avrei messo da parte.

Motivo? Scrittura troppo elitaria per me. Ma mi consola il fatto che altri del GdL abbiano incontrato la stessa difficoltà.

Però… se non sono (siamo?) più abituati a leggere una certa narrativa, non è colpa dell’autore, che nel 1977 si è adeguato agli standard del tempo (by the way, con questo romanzo ci ha preso pure lo Strega). Da parte mia, Tomizza ha peccato un pelino di compiacimento per la prosa complessa, tuttavia, non si può dire che non fosse un bravo scrittore. Certo, non è un libro per la massa (di cui faccio parte).

Il romanzo narra la storia di quasi un secolo di una zona a confine tra Italia e Jugoslavia e dei passaggi di nazionalità da un paese all’altro con i conseguenti drammi. E’ tutto narrato in prima persona; il narratore è il sacrestano, che racconta le grandi e le piccole storie in sette capitoli, uno per ogni sacerdote che passa nel suo paesetto.

Ci sono alcuni episodi umoristici, ma l’atmosfera complessiva si assesta sul nostalgico e struggente. Personalmente, la parte che mi è piaciuta di più è quella relativa all’ultimo sacerdote, don Miro, che si è innamorato di una maestra ma che, non potendo amarla, si dà al bere.

Nonostante non sia un libro per me, ripeto, la storia è carina. Ci vedrei bene un film.

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Quella luce – Carlos Saura

Carlos Saura

Che l’autore sia un regista, lo si capisce ogni volta che ci invita ad accostarci a un personaggio per ascoltarne le parole o a guardare meglio certi dettagli.

Ammetto che avevo iniziato il libro tre anni fa e lo avevo sospeso dopo poche pagine perché non mi prendeva, però ora che lo ho finito, devo dire che mi è piaciuto. E’ che mi piacciono le storie tragiche, cosa posso farci? Inoltre il romanzo ha un diretto riferimento a una storia vera accaduta ai genitori di un amico di Saura.

In breve: ecco la guerra civile spagnola. Diego e Teresa, entrambi comunisti e atei, si ritrovano divisi; lei finisce nella città di Zamora, dove vive la sua famiglia di origine, falangista e super-cattolica; lui, giornalista, resta a Madrid, accerchiata dai soldati di Franco, finché non va in trincea e resta ferito. Hanno una figlia di sei anni, che resta con la madre finché… e qui mi fermo.

Tra i due punti di vista, quello che mi ha interessato di più è stato quello di Teresa. Non capisci cosa significhi “guerra fratricida” se non ne senti parlare attraverso esempi concreti, se non vedi, attraverso le righe, la faccia di una madre scontenta delle parole della figlia. E Teresa si ritrova nei guai perché non riesce ad essere prudente, ad abbandonare gli amici, a star zitta e piegare la schiena. Io al posto suo (forse) mi sarei morsa la lingua, mi sarei piegata: perché c’era una bambina piccola in gioco. Lei invece si mette subito in conflitto con la sorella Margarita, che è una falangista convinta; anche se, essendoci di mezzo donne, la loro guerra personale non aveva origini solo politiche…

Sono convinta che un romanzo riesca a trasmettere la Storia molto meglio di cento libri di testo.

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I pilastri della terra – Ken Follett

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E dopo tanto entusiasmo da parte dei miei (pochi) amici lettori, finalmente l’ho letto.

Non si può dire che la storia non ti prenda, e anche l’ambientazione storica è affascinante. Bisogna anche ricordare che Follett ha un team di esperti storici che lavora alle sue dipendenze, se fosse poco accurato in certe descrizioni, sarebbe da far saltare qualche posticino…

Però i personaggi sono troppo netti. Chi è cattivo, è così dall’inizio alla fine, in tutti i settori. E viceversa chi è buono. Ma chi è cattivo di solito è pure brutto e incapace nel proprio ruolo. Gli esseri umani non sono così.

L’unico che cambia atteggiamento alla fine è il vescovo Waleran, che durante tutto il romanzo è un pezzo di cacca e che nelle ultime due pagine diventa un pentito che risolve il mistero durato trent’anni. Gli esseri umani non cambiano così.

 

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Questo io ricordo… – Eleanor Roosevelt

Eleonor Roosevelt

Le mogli dei presidenti… che vitaccia!

Devono sobbarcarsi non pochi impegni per colpa della scelta del marito. Ma questa donna qui, nel libro non se ne lamenta. Accenna, sì, alle difficoltà dei figli, che dovevano chiedere appuntamento per parlare col padre; all’attenzione che doveva prestare lei per evitare di procurare ulteriori preoccupazioni al marito; alle fatiche che deve affrontare ogni volta che deve imbarcarsi in un viaggio.

Ma lo fa con spirito di… non direi “sacrificio”… piuttosto, di missione.

E’ un libro autobiografico, Eleanor parla più di sé che del presidente Roosevelt e delle sue difficoltà da presidente americano (poliomelitico, per di più), a volte l’ho trovata noiosa, negli elenchi delle persone cui lei esprime gratitudine, e la traduzione risente degli anni in cui è uscito (solo in un’edizione del 1950 potevo trovarmi bank Holiday tradotta come vacanza bancaria!).

Ma l’ho ammirata tantissimo, questa donna, quando ho letto, che alla fine del secondo mandato, non sapeva se suo marito aveva intenzione di ripresentarsi. Cioè: non glielo aveva chiesto!! Vi rendete conto? Eleanor ha fatto figli con quest’uomo, ma non gli chiede se ha intenzione di ripresentarsi come candidato alla presidenza degli Stati Uniti D’America per paura di infastidirlo…

Altri tempi.

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Perché Trump non mi piace…

Donald Trump

… come Presidente degli Stati Uniti.

Sia chiaro: la sua personalità non andrebbe d’accordo con la mia, neanche al di fuori della politica, ma almeno, finché rimaneva coi suoi miliardi e le sue aziende, non me ne fregava niente. Mi fa paura però averlo come rappresentante della nazione più “influente” (eufemismo) della Terra.

Quando ho letto questo libro a gennaio, non sapevo che si stesse per candidare alle presidenziali, mi interessava solo l’approccio manageriale/psicologico, il suo modo di affrontare gli affari e la vita. E certe dritte le ho trovate, sebbene non ci fosse niente (assolutamente niente) di nuovi rispetto ad altri manuale di self-help. Della serie: pensa positivo, agisci, leggi tantissimo, metti per iscritto gli obiettivi, prendi ciò che ti piace e fanne un mestiere…

Ma è l’approccio generale che mi ha lasciata subito perplessa.

Il titolo in inglese è anche più chiaro di quello italiano: Think Big and Kick Ass in Business and Life. Cioè: manda tutti aff… negli affari e nella vita. Riassumendo 200 pagine con luoghi comuni: il fine giustifica i mezzi; poniti un obiettivo e raggiungilo, non importa chi ti si para davanti.

La cosa più importante è la dimensione delle vostre ambizioni.

E soprattutto, trovo preoccupante che un capo di stato dia alla vendetta un ruolo così importante nella vita di tutti i giorni:

Anche gli amici sono pericolosi: vogliono il vostro lavoro, la vostra casa, i vostri soldi, vostra moglie e persino il vostro cane. E sono gli amici; i nemici sono ancora peggio! (…) [by the way: Trump nel libro non esita a chiamare “amici” i Clinton, con cui andava a giocare a golf]

Io amo vendicarmi. Cercano di fregarmi in continuazione. Io gli rendo la pariglia, e sapete che cosa succede? Mi prendono in giro meno di altri. Sanno che se ci provano, troveranno un osso duro. Reagite sempre. Rendete la pariglia a chi vi fa del male. Non fatevi fregare. Reagite sempre e vendicatevi sempre. Viviamo in una jungla, piena di bulli di ogni genere che cercheranno sempre di fregarvi. se non reagite, vi giudicheranno dei perdenti, dei codardi! Penseranno di poter tranquillamente insultarvi, mancarvi di rispetto, e sfruttarvi. Non permetteteglielo! Reagite sempre e comunque. Vi rispetteranno per questo.

(…) Quando vi fanno un torto, restituitelo con gli interessi.

Vi sembra il ragionamento di una persona che può trattare con iraniani e nordcoreani?

A me, che valuto l’assenza di guerra come la necessità suprema in questo mondo: no, per niente. E sì, parlo “solo” di assenza di guerra (non di vera e propria pace), che sarebbe già un traguardo enorme, su questo pianeta. Ce ne sono già troppe di guerre in giro: se Trump adesso si mette a fare il bulletto con gli altri pazzi, va a finire che la guerra ce la troviamo a casa, visto che siamo pieni di basi militari straniere (e anche qui, si aprirebbe un discorso….).

Insomma, la mia paura principale con Trump al governo del mond… ops, degli Stati Uniti, è proprio quella di ritrovarmi il cratere fumante di una bomba in giardino. Non mi interessa come sia targata la bomba.

Fin qui la preoccupazione principale.

Poi, da donna, mi viene un leggero fastidio a leggere certe frasi:

Ho dato un tocco di sex appeal al mondo della formazione a New York, e ultimamente in tutto il paese, mettendo donne di bell’aspetto sulle copertine delle nostre riviste (…)

Ora, mi rivolgo ai maschietti: se vostra moglie, madre, sorella, figlia rimanesse disoccupata e l’unica possibilità di lavoro venisse da un’azienda Trump, credete che con questi presupposti la vostra mogliettina/mammina/sorellina/figlioletta sarebbe assunta sulla base delle sue capacità?

Sono andato a Parigi e mi sono trastullato con l’altra grade passione della mia vita: le belle donne, le super modelle.

“Trastullato”? Ma gli uomini vogliono davvero diventare come Trump? E’ il loro idolo segreto? Boh. Salvo poi sposare quelle come me… o come la maggior parte delle donne esistenti sul pianeta, che non sono né modelle, né super. Vi rendete conto di quanto umiliante sia una frase del genere per la compagna che avete accanto?????????????????????????????????????????????????????????

Le donne con cui mi sono accompagnato nel corso degli anni avrebbero potuto avere tutti gli uomini che volevano. Sono top model  e alcune tra le donne più belle del mondo. Sono riuscito a farmele tutte perché ho qualcosa che gli altri uomini non hanno. Non so che cosa sia, ma posso assicurarvi che alle donne è sempre piaciuto.

Ecco.

Se Trump si intende di politica internazionale come si intende di donne, meglio che vada a dire ai gatti di venir via dal giardino.

 

 

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Ma come ci giudicano gli stranieri?

Cicerone voce di Roma - Taylor Caldwel

Cicerone voce di Roma – Taylor Caldwel

Sì, lo so che ho già scritto di questo romanzo storico, ma non pensavo che mi piacesse così tanto, nonostante sia degli anni Sessanta e lo stile sia un po’ datato.

Non so voi, ma io non ho più ripreso in mano la storia italiana antecedente al Novecento dopo esser uscita da scuola. Insomma, sono ignorante come una capra. Ecco perché ho letto questo libro, che è sì molto romanzato (Cicerone ne viene fuori come una specie di seguace di Gesù sessant’anni prima dell’anno Zero), ma che ha il pregio di farti apparire interessante anche una sequela di triumviri, ammazzamenti di stato e guerre.

Cicerone viene identificato come saggista e scrittore ma non viene mai esposto il contenuto dei suoi testi (che, ho scoperto da altre fonti, sebbene non siano giudicati molto originali, ripropongono in modo sintetico il pensiero di molti filosofi greci). Ne viene invece sottolineata l’alta ispirazione morale, la razionalità (che a volte lo fa tentennare prima di prendere posizione perché deve valutare tutti i fatti in causa) e l’amore per la sua patria.

Mi rimane controverso l’aspetto dell’ambizione: da questo libro lui ne viene fuori come uno che non è per niente interessato alla fama e al potere, perché tutto dovrebbe essere subordinato al servizio del suo Paese. Anzi: quando lui se la prende con Crasso, Ottavio, Cesare, uno dei peggiori insulti che usa è proprio la parola ambizioso. Ma da altri testi ho scoperto che anche lui era ambizioso, non era proprio questo ingenuotto che l’autrice ci vuol presentare.

L’autrice è americana. E qui si apre un mondo. Perché? Man mano che leggevo mi son spesso chiesta: ma come ci vedono gli stranieri? Come un popolo che si infiamma per nulla; un popolo opportunista che oggi segue uno e domani l’altro in base a quanto pane e circo promettono; una massa di sempliciotti pronta a farsi corrompere; che non si solleva davanti alla tirannide ma che si incazza come una bestia se gli togli certi canali TV (no, questo l’ho aggiunto io). E il dubbio che questa visione coincida con la verità, è forte.

Eppure… eppure di questo popolaccio con la bocca aperta e il cervello spento, i governanti del romanzo dimostrano di avere sempre paura, come se si trovassero di fronte a un mostro mitologico che bisogna distrarre, perché altrimenti ti divorerebbe in un batter di ciglia. Un popolo a cui si può togliere la libertà e puoi fargli tutto quello che vuoi, basta che non se ne accorga…

Vabbè, tutta questa pericolosità io non ce la vedo, oggi. Quella volta, forse.

Lasciatemi però riportare una frase che appena l’ho letta mi è sorta un’immagine davanti agli occhi:

A loro piaceva perfino la calvizie di Cesare; quando una volta comparve a Roma con una corona di lauro per nasconderla, riservo battendosi i fianchi (…)

L’immagine che ho in testa io mi mostra una bandana al posto dell’alloro, e un personaggio di calibro alquanto inferiore a Cesare, ma altrettanto bugiardo e avido di potere.

Povera Italia.

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La meraviglia della vita – Michael Kumpfmueller

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Nonostante la poca voglia di leggere narrativa in questo periodo, ho scelto questo libro perché parlava di Kafka, dunque in qualche modo l’argomento doveva legarsi all’ambiente dell’arte, il topic delle mie letture in questo periodo.

Già dopo le prime pagine, però, mi sono accorta del granchio: Kafka non viene mai chiamato Kafka. In un paio di passaggi lo si chiama per nome, Franz, ma dalla storia potrebbe essere un qualunque Franz che scrive e che ha la tubercolosi.  Certamente l’autore voleva così, era sua intenzione raccontare l’ultima storia d’amore del grande scrittore come fosse stata la storia d’amore di una coppia qualunque nell’Europa appena prima della seconda guerra mondiale.

Ci può stare.

Però…. però…. insomma! Dai, non puoi ignorare del tutto l’opera di Kafka. Al massimo si trovano degli accenni ai “fantasmi” che lo tormentano, ma senza mai scendere nello specifico.

La sua donna, poi, Dora Diamant: non legge neanche le sue opere, e se le legge ammette di non capirci molto, quando addirittura non si preoccupa. Ma come fa uno scrittore come Kafka a innamorarsi di una così? Allora, istituiamo una regola: le donne devono finirla di essere intellettualmente inferiori ai loro uomini. Voglio la parità anche in questo!

La storia in sé dura pochi mesi: inizia quando i due si conoscono in villeggiatura e finisce quando lui muore tra le sue braccia. Non succede quasi nulla, e gli accenni all’antisemitismo incalzante e a Hitler sono, appunto, solo accenni. Si parla di più dell’inflazione galoppante di Berlino, e di come tutti debbano muoversi a fare le spese appena ricevuto lo stipendio perché il giorno dopo i prezzi saranno già saliti. Ci sono solo vari cambi di ambiente perché lui, ormai alla fine, deve spostarsi da un sanatorio all’altro.

Qui è pura storia d’amore, con lei che pensa a lui e lui che pensa a lei (e al fatto che dovrà morire presto).

Mi direte: va bene così, perché biografie su Kafka scrittore ce ne sono già tante in giro (davvero?), mentre mancava un romanzo su questa storia.

Allora non mi è piaciuto?

Non ho detto questo.

Sono poco portata per le sdolcinature, ma siamo comunque in un altro tempo e in un altro luogo, a contatto con dei personaggi storici che ci appaiono nella loro veste umana.

Insomma, sono arrivata alla fine. E sono anche riuscita ad appassionarmi e a prendermela per come Kafka è psicologicamente sottomesso al padre e per la fatica che ha fatto a parlare di Dora alla famiglia. Me la sono presa per la sua paura, insomma.

Una paura che, nonostante tutto, non gli ha impedito di diventare uno degli scrittori più famosi del secolo.

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