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Con questo cedo le armi…

Passaggi in Siria, Samar Yazbek

Non sospendo la lettura perché sono di stomaco delicato e non riesco a leggere i passaggi sui bambini mutilati, sugli innocenti uccisi dai cecchini e sulle donne violentate. La sospendo perché non capisco queste zone del mondo. Non capisco questi potenti che vogliono imporsi con la forza sulla popolazione.

Come si può arrivare al punto di sottomettere un’intera popolazione? E per cosa?

Senza contare quanto mi innervosisco leggendo che, a combattere il dittatore, ci sono anche molti estremisti islamici, che appena si insediano in un luogo applicano la legge islamica e la libertà delle donne va a farsi benedire.

Ma cazzo, non siete capaci di vivere in pace?? Dovete per forza avere qualcuno sotto di voi che vi idolatri e obbedisca ai vostri ordini??

Samar Yazbek è una giornalista siriana che è scappata dal regime e si è rifugiata in Francia con la figlia ma ad un certo punto, forse per senso di responsabilità, è tornata clandestinamente nel suo paese. E ha trovato il macello.

Non è il momento di leggere questo libro: sospeso a pagina 48 (su 284).

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Ripensare il terrorismo in termini di storytelling

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Uno dei capitoli de “21 lezioni per il 21° secolo” di Yuval Noah Harari si intitola “Terrorism – don’t panic”.

Oggi il terrorismo uccide in media, globalmente, 25.000 persone all’anno (principalmente in Iraq, Afghanistan, Pakistan, Nigeria e Siria).

Consideriamo che ogni anno, solo in Europa, muoiono 80.000 persone in incidenti d’auto. In America, i morti per incidenti sulle strade sono 40.000; in Cina sono 270.000.

A livello mondiale, i morti per incidenti stradali sono 1,25 milioni.

Contro i 25.000 morti per attacchi terroristici.

Eppure, non ci sono governi che perdono le elezioni a causa del numero di morti sulle strade, mentre ci sono governi che le perdono a causa di attacchi terroristici.

Perché?

Perché l’attacco terroristico mina direttamente la legittimità dello stato.

Gli stati odierni si fondano sulla promessa di proteggere i cittadini dalla violenza politica.

Se ci pensate, nel medioevo, quando ogni signorotto o vescovo possedeva interi eserciti, non c’erano problemi di terrorismo, perché lo Stato non prometteva di proteggere i cittadini dalla violenza politica, che abbondava – così come nessuno stato ha perso legittimità quando la peste ha decimato da un quarto a metà popolazione europea: perché non ci si aspettava che uno Stato dovesse prevenire le epidemie.

Uno Stato basa la propria legittimità sul rispetto delle promesse che fa.

Ora, guardando al terrorismo con occhi obiettivi, si nota che agisce come farebbe un disperato: non dispone di eserciti organizzati, dunque attacca con l’unico scopo di creare panico. Terrore, appunto, come dice il suo nome.

Un esercito statale, invece, attacca obiettivi militarmente strategici: pensate a Pearl Harbour, quando i giapponesi hanno distrutto la forza navale statunitense.

E ora pensate a un camion che travolge un centinaio di passanti in Spagna: il governo spagnolo, sia prima che dopo l’attacco, continua a disporre della sua forza militare, nessuno dei suoi siti strategici è stato intaccato.

Dunque, perché i terroristi continuano a comportarsi in modo così irrazionale? Sapendo che il loro nemico non viene minimamente indebolito dall’attacco?

Perché in realtà ciò che viene indebolita è la legittimità dello Stato, che dimostra ai suoi cittadini di non esser stato capace di difenderli dalla violenza politica.

E cosa fa lo Stato? Reagisce in modo esagerato.

Di fronte a una minaccia minima, quella terroristica, lo Stato di solito va fuori di testa, adottando misure che sono sproporzionate in confronto alla vera minaccia.

E’ quello che vogliono i terroristi: si comportano come un giocatore di carte che ha una mano particolarmente sfortunata, e allora, non avendo niente da perdere, sperano che la controparte rimescoli le carte. Le probabilità che escano carte favorevoli sono basse, ma ci prova lo stesso, perché non sa cosa altro fare.

I terroristi agiscono con mentalità teatrale: uccidere una dozzina di persone in Belgio fa più scena che ucciderne centinaia in Nigeria. Vogliono che lo Stato reagisca, perché uno Stato NON può perdere la faccia davanti ai suoi cittadini.

Quale sarebbe la giusta reazione davanti a un attacco terroristico?

Uno Stato dovrebbe intraprendere mirate azioni di intelligence e tagliare i flussi finanziari che permettono ai terroristi di comprare armi. Il guaio – grosso guaio – è che queste azioni sono discrete, non fanno parlare i mass media.

Molto meglio mandare bombardieri a radere al suolo interi villaggi…

…Spendendo miliardi che potrebbero essere utilizzati per combattere la povertà, gli incidenti stradali, e intraprendere azioni contro il riscaldamento globale nel proprio paese.

Insomma, se i terroristi fanno scena, gli Stati si sentono in obbligo di reagire con altrettanta scena.

Lo Storytelling diventa sovrano.

Non vogliatemene: anche solo una persona innocente morta a causa di un attentato è un dramma familiare e sociale. Tuttavia, la reazione di un governo non può essere puramente emotiva.

E noi, gente, non possiamo farci prendere per il naso da chi manipola le nostre paure.

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L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica – Walter Benjamin

Trentotto pagine che ti fanno riflettere.

Siamo abituati a pensare all’arte come qualcosa dotata di AURA, di un misterioso alone luminoso, che non è in realtà niente altro che UNICITA‘. Non bisogna invece confondere la sua unicità con la sua irriproducibilità.

Perché le opere d’arte, fin dall’inizio, sono sempre state riproducibili: si pensi alle gazzelle disegnate sulle pareti delle grotte preistoriche, o ai dipinti degli allievi che ripetevano fino allo sfinimento i quadri e le tecniche dei loro maestri.

Certo, una cosa è la riproducibilità manuale, e un’altra cosa è la riproducibilità tecnica.

Quanto influisce il mezzo di riproduzione sull’aura? Una sinfonia di Beethoven ascoltata nel 2019 attraverso un MP4 perde la sua aura per il fatto che è riprodotta a secoli di distanza dalla morte del suo artista?

Benjamin non dà risposte: non potrebbe, visto che la tecnica è sempre in evoluzione e non si arriva mai ad un punto fermo. Però ci fa riflettere.

La riproducibilità tecnica, ad esempio, è stata sfruttata per portare l’arte alle masse. Una volta non era così: l’arte veniva presentata a un pubblico scelto, e la fruibilità era mediata dall’alto, gerarchicamente (si pensi all’esposizione di quadri nelle chiese e nei monasteri), allo scopo di controllare la reazione del fruitore.

Oggi l’arte si presenta alle masse: è diventata trasportabile e riproducibile. Questo riduce la possibilità di influire sulla reazione del pubblico, spesso culturalmente impreparato o semplicemente distratto, ma oggi verrebbe considerato come un aspetto positivo, democratico.

Un’altra conseguenza della riproducibilità tecnica è la scomparsa dell’elemento rituale.

L’arte è nata come un rituale magico (e poi religioso), ma il rito non è più necessario quando l’arte viene riprodotta: viene meno il luogo e vengono meno le formule che prima erano elemento transustanziale dell’oggetto artistico.

Oggi l’arte ha un valore di esponibilità che è superiore a quello cultuale.

Il breve saggio finisce con una postilla sul confronto tra fascismo e comunismo dal punto di vista del loro atteggiamento verso l’arte.

Il fascismo vede la propria salvezza nel consentire alle masse di esprimersi (non di veder riconosciuti i propri diritti).

Quando ho letto questa frase mi sono subito venuti in mente i social, in cui tutti si sfogano senza (quasi) mai combinare niente.

La guerra, e la guerra soltanto, rende possibile fornire uno scopo ai movimenti di massa di grandi proporzioni, previa conservazione dei tradizionali rapporti di proprietà.

Un testo che dovevo leggere.

Così stanno le cose riguardo all’estetizzazione della politica che il fascismo persegue. Il comunismo gli risponde con la politicizzazione dell’arte.

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La bellezza delle cose fragili – Taiye Selasi @EinaudiEditore

Il libro inizia con un uomo che muore per infarto. Kweku è ghanese, ma ha vissuto molti anni negli Stati Uniti, dove aveva una famiglia composta dalla bellissima moglie Fola e da quattro figli.

Mentre si accorge che la sua vita sta per finire, Kweku ripercorre la sua storia con Fola e, soprattutto, l’evento dopo il quale lui l’ha lasciata coi bambini piccoli.

Si tratta di una disgrazia che, ad un primo acchito, non sarebbe – secondo me, una buona ragione per abbandonare la famiglia, ma la vita di Kweku va contestualizzata, e soprattutto, bisogna tener conto della fortissima voglia di rivalsa che ha guidato ogni sua azione e ogni suo sacrificio.

Ma il romanzo, dopo la prima parte narrata dal punto di vista di Kweku, si dedica anche ai quattro figli.

Olu, il più grande, è sempre stato il più responsabile, quello più capace di adeguarsi alle aspettative del mondo. Chirurgo come il padre, ha sposato una donna cinese, ma l’abbandono del genitore lo ha segnato in modi che lui non vuole ammettere.

I due figli mediani sono gemelli: la ragazza Taiwo, e il ragazzo, Kehinde, sono bellissimi. La loro avvenenza non passa mai inosservata. Anche loro però sono segnati dall’abbandono del genitore perché la madre ad un certo punto si è trovata in grosse difficoltà e li ha mandati a vivere in Nigeria dal ricchissimo fratellastro.

E’ proprio in questa nuova casa che vivranno l’esperienza che li allontanerà, proprio loro due, che riuscivano a comunicare senza aprir bocca.

Infine c’è la più piccola, Sadie, “a cui piacciono le donne”, affetta da bulimia.

Tutti e cinque si ritroveranno in occasione del funerale di Kweku: sarà un incontro in cui tutti i non detti saliranno a galla, anche se in modo delicato, quasi una presa di coscienza che aveva bisogno della compresenza di tutti i protagonisti.

Le caratteristiche principali del romanzo del romanzo sono la lentezza – che si traduce in profondità psicologica e ricchezza di dettagli – e la prosa poetica – quando inizi una frase, non sai mai come va a finire, perché non c’è niente di banale.

Non un libro per tutti, e anche per quei pochi, è da leggere nel momento giusto, quando si è tranquilli e non si cercano facili svaghi.

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Una donna – Annie Ernaux

Annie Ernaux inizia a scrivere questo libro pochi giorni dopo la morte della madre. Racconta la sua vita, l’ambiente in cui è cresciuta, il rapporto che si era creato tra loro e la malattia, l’alzheimer, che se l’è portata via, prima nella mente e poi nel corpo.

E’ la vita di una donna normale, che si è sempre data da fare per uscire dall’ambiente contadino e dalla povertà, per farsi una cultura e per far studiare la figlia.

La Ernaux ha una scrittura concisa che tratteggia le situazioni con neutralità e precisione: scrive per fissare la vita della madre, perché se non lo facesse, di lei non resterebbe niente, e questo è il carattere che più ci fa riflettere sulla nostra essenza.

Segue un andamento cronologico, con paragrafi quasi diaristici, senza nessun tema da dimostrare né alcuna scaletta preimpostata: i ricordi vengono messi su carta man mano che li richiama alla mente.

E’ una storia drammatica perché universale, ci riguarda tutti, da vicino o da lontano.

Al Gruppo di Lettura molti hanno sottolineato la mancanza di giudizi: la Ernaux ti mette davanti ai ricordi senza darti appigli morali per valutarli, lascia fare a te.

Leggendola, mi ha dato l’impressione che sia lei che sua madre abbiamo vissuto senza poter davvero scegliere, come se ogni loro comportamento sia stato dettato dall’ambiente o dall’epoca.

Perché? Dopotutto, entrambe si sono date da fare, non si son trovate la strada spianata: lavoro, studio, famiglia, la morte di un figlio e di un marito/padre, un divorzio…

Credo che la risposta stia proprio nello stile: la scrittura è così scevra da giudizi, che da nessuna parte vengono esternati i desideri che erano all’origine dei comportamenti.

Mi spiego: i comportamenti sono descritti; i pensieri che hanno portato a quelle azioni, invece, no. Riportare i pensieri, infatti, avrebbe significato fare ipotesi, e l’ipotesi porta in sé un giudizio, o comunque qualche tipo di valutazione.

Durante la lettura, dunque, quando mi trovo la madre che apre un negozio di alimentari e che si fa in quattro per mandarlo avanti, posso intuire la motivazione che c’è dietro, ma se mi fermo alla parola scritta, questa motivazione non è esplicitata, e il comportamento sembra eruttare da un corpo senza volontà propria.

Il libro piace, non può lasciarti indifferente.

Quello che è mancato, secondo me (ma non era nell’intenzione della Ernaux) è il piano, la scaletta, un tema di fondo che mi aiuti a far entrare il libro nel novero della grande letteratura.

E’ un’opera d’arte, perché è una forma di comunicazione consapevole (molto consapevole), ma forse è un po’ troppo personale, troppo legato alla sfera intima.

(Ehi, qui sto facendo le pulci a un bellissimo libro… non ci badate)

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L’isola di due mondi – Geraldine Brooks @NeriPozza @Pulitzerprizes

E’ un romanzo basato sulla vera storia del primo indiano d’America che si è laureato, raccontata dal punto di vista di una ragazzina di quindici anni, Bethia, figlia del pastore della comunità puritana nell’isola di Marta’s Vineyard.

Bethia, come ogni donna che si rispettasse al tempo, era esclusa, suo malgrado, dallo studio e dai libri: la sua vita si dipanava tra la cura della famiglia e le passeggiate nella sua amata isola. E’ durante una di queste passeggiate che conosce Caleb, della tribù Wampanoag: da lui impara la lingua dei locali, ma lo fa di nascosto, perché la sua comunità non approverebbe certe frequentazioni.

Il padre di Bethia è dedito alla conversione degli indiani e a tal fine accoglie in casa sua proprio Caleb, al fine di convertirlo e di farsi aiutare nella missione.

Alla fine Caleb riuscirà davvero a laurearsi ad Harvard, tra mille difficoltà, sebbene l’epilogo della sua storia vera sia un pugno in faccia alla nostra voglia di lieto fine.

Il romanzo è davvero bello: la mentalità di Bethia è resa molto bene tra la sua voglia di ribellione e la sua acquiescenza indotta, tra la sua attrazione per Caleb e le vicende amorose con lo studioso che poi diventerà suo marito.

Niente è dato per scontato: né il suo futuro, né quello degli indiani. Non ci sono smancerie, ma ben si sente la tensione tra lei e Caleb.

Interessantissima la descrizione dell’Harvard dei primi tempi, in cui c’era un settore dedicato agli indiani per la cui manutenzione venivano raccolte offerte da molti benefattori; offerte che non di rado venivano intascate dai baroni universitari.

Un’altra prova che i premi Pulitzer sono affidabili (molto più di uno Strega o di un Campiello).

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Cesare padrone di Roma – Conn Iggulden @edizpiemme

Ma quanto noioso era studiare storia romana a scuola? Forse non è un caso che una volta lontana dai banchi io mi sia dimenticata tutto. Ecco perché ogni tanto devo leggermi un romanzo storico o qualche biografia: se non mi appassiono a una storia, non imparo… la Storia!

Cesare, dunque!

Il libro ci racconta cosa ha combinato dalla campagna spagnola fino al passaggio del Rubicone.

Non erano tempi facili, quelli, ma una cosa è certa: gli uomini erano stupidi come quelli di oggi. Cesare incluso, eh?! Alla fine il suo scopo era quello di conquistare paesi e popoli per la gloria… di Roma? Macchè, non ci crede nessuno. Era la sua, di gloria, che gli interessava.

Idem per Pompeo, Crasso… Alessandro (morto da un pezzo), che era i suo idolo… e tanti altri. Ammazzamenti, squartamenti, stupri, omicidi di donne e bambini, incendi, furti. E tutto per cosa? Per ottenere più potere, più visibilità, più concessioni commerciali, un posto in senato, per diventare console, per ottenere i trionfi.

Patetici.

Il libro inizia quando la ribellione degli schiavi è già stata sedata: è stata uno shock per la classe dominante.

Insomma, il popolo di Roma andava tenuto tranquillo, con spettacoli regolari e regolari distribuzioni di soldi e cibo. Quello che facevano i politici, ai livelli più alti, lo sapevano solo loro: scambi di favori, ricatti, appropriamenti, debiti… (vi suona familiare?)

Cesare non era meglio degli altri. E’ solo diventato più famoso perché ha vinto… è il vincitore che scrive la storia. Ma anche lui si è allontanato da Roma per non pagare i debitori, anche lui si è appropriato delle ricchezze della Spagna per finanziare la campagna elettorale, anche lui ha mandato in giro per Roma migliaia e migliaia di sostenitori “pagati” per raccogliere consensi… Funzionava così, allora (e oggi? Oggi abbiamo la TV, ma il popolo non è molto più intelligente dopo duemila anni).

Interessante è vedere come si sviluppa il rapporto tra Cesare e Bruto: amici intimi fin da piccoli, tutto si incrina quando Cesare incomincia una relazione con Servilia, la madre di Bruto, tenutaria di bordello e vent’anni più vecchia dell’amante.

Vorrei vedere voi al posto di Bruto… insomma, alla fine Bruto era un uomo italiano, la mamma non si tocca.

Al di là dei dettagli storici, insomma, la lezione è che gli uomini non cambiano (le donne si son fatte un po’ più furbe. Un po’).

Quanti altri millenni ci servono per evolverci un pochino?

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Jade, di Lisa Huang

Gli scrittori cinesi sono facilitati nel compito di trovare ambientazioni interessanti per le loro storie: le trovano nel proprio paese, nell’arco di un solo secolo, il Novecento. Hanno tutto lì!

Gliene sono capitate di tutti i colori, ai cinesi.

La storia di Lisa Huang si incentra su Jade, una bambina di buona famiglia che perde il padre in tenera età: con esso, se ne va tutta la ricchezza e la sicurezza della famiglia. Per permettere al fratello di entrare nell’esercito con un buon grado, sposa il rampollo di una famiglia nobile: peccato che poco dopo il matrimonio si accorge che il maritino è dedito all’oppio e che i suoi genitori si sono venduti tutti pur di assecondarlo.

Siamo in Cina all’inizio del Novecento: Jade rimane col marito e lo accudisce fino alla morte, fare diversamente avrebbe significato lo stigma. Dopo esser rimasta vedova, rimane addirittura coi suoceri, che la odiano e cercano di avvelenarla, ma lei non se la sente di abbandonarli finché non è costretta (anzi: anche dopo essersene andata ad abitare da un’altra parte, ogni mattina porterà ai vecchi una porzione di cibo per la giornata).

Inizia a insegnare (vergogna: una donna che lavora!), ma attorno a lei infuriano invasioni giapponesi e guerre civili.

Si sposa con un funzionario del Kuomintang, ha due figlie, ma non riesce a dargli il maschio. Decidono di adottarne uno: non è difficile, in un’epoca di battaglie e macellazioni umane. Il problema si pone quando il bambino, ormai cresciuto, scopre di non essere davvero il loro figlio…

Ho iniziato il libro a novembre 2018 e l’ho finito solo ieri, ma la lentezza era dovuta alla lingua tedesca, non al libro, che, ripeto, è affascinante per ambientazione, storia e descrizioni di luoghi e sentimenti.

Jade è una donna che rispetta le tradizioni ma che non può far nulla contro i cambiamenti che stanno travolgendo lei, la sua famiglia e tutto il suo paese. La sua stessa migliore amica, che si è dedicata al comunismo con anima e corpo, nonostante tutti i suoi sforzi resta travolta dalla storia: ne viene fuori un’immagine desolata, di esseri umani che non possono nulla contro le grandi forze che li avviluppano.

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E l’eco rispose – @KhaledHosseini

Dopo aver letto “Il cacciatore di aquiloni” e “Mille splendidi soli”, eccomi qui a dirvi che “E l’eco rispose” è il migliore dei tre.

Meravigliosa la sua struttura narrativa, dove la storia principale viene narrata da più personaggi, tutti uniti da legami parentali o, semplicemente, da eventi e luoghi.

La storia principale riguarda Abdullah e la sorellina Pari: la bimba di tre anni viene venduta dal padre a una famiglia molto ricca. Non è un atto semplice, compiuto per ingordigia: il padre, uomo di poche parole, ha sacrificato il dito per salvare la mano, data la situazione di estrema povertà in cui vivono (un neonato gli è morto pochi mesi prima).

E qui la storia parte: racconta dal punto di vista di Abdullah, dello zio che ha avviato la trattativa, della madre adottiva dei bambini, di Pari, della madre adottiva di Pari, di un dottore che è entrato in contatto con lo zio, dei figli di un vicino di casa, della figlia di Abdullah, del figlio di un signore della guerra che uccide uno zio di Abdullah…

Di solito non mi piacciono i romanzi corali, li trovo dispersivi, ma qui ogni personaggio ha la una storia intrigante e tutto si snoda dal 1952 fino ai giorni nostri intrecciandosi con avvenimenti storici…

La storia che mi ha colpita di più, è quella di Idris, un figlio dei vicini di casa dello zio. Dopo le varie guerre che hanno coinvolto e devastato l’Afghanistan, l’uomo, diventato adulto, torna insieme al fratello per cercare di recuperare la casa di famiglia, visto che ora Kabul è piena di volontari e organizzazioni e i prezzi immobiliari sono saliti alle stelle.

A Kabul conosce, in un ospedale, Roshi, una bambina che ha la testa completamente rovinata: è così malridotta che è difficile a guardarsi, e ha bisogno di un’operazione altamente sofisticata per poter sperare in una vita normale. Non è una vittima della guerra, ma di uno zio che ha ucciso tutta la sua famiglia a colpi d’ascia a causa di una faida di lunga data.

Idris, che è medico, promette di prendersi cura della bambina, di tornare negli Stati Uniti e di raccogliere i fondi che le permetteranno di essere operata in America. Solo che una volta tornato a casa sua, un po’ alla volta, il volto di Roshi si scioglie nella sua memoria.

E questa è la parte più umana: tutti siamo bravi a infervorarci davanti alle storie tristi, ma una volta immersi nella nostra quotidianità i bei propositi si sfaldano.

Lo ritroviamo molti anni dopo, quando Roshi, scritta la storia della propria vita, presenta il suo libro al pubblico dei lettori. Lui si metterà in fila per farsi fare l’autografo, ma arrivato davanti alla donna, pieno di rimorsi e vergogna, non troverà il coraggio di dirle chi era.

Voto: 5/5.

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Ruggine americana, Philipp Meyer

Gli Stati Uniti potenza mondiale?

Stando alla quotidianità dei suoi cittadini, non si direbbe. Ed è proprio la quotidianità provinciale che ci viene raccontata da Meyer in questo suo primo romanzo (pluripremiato).

Isaac è un ventenne con geniali doti matematiche e scientifiche, tanto da renderlo un po’ incomprensibile alla media delle persone che può frequentare. Isaac vive in una zona degli Stati Uniti che ha vissuto un periodo di prosperità nel passato ma che ormai, a causa della dismissione delle acciaierie che avevano reso possibile il breve miracolo economico, è costellata di ruderi di fabbriche e magazzini.

Sua madre si è suicidata. Anche lui ci prova, ma viene salvato da Billy Poe, un suo coetaneo che è più portato per il football che per le… analisi filosofiche.

La sorella di Isaac, anche lei dotata di un altissimo quoziente intellettivo, è riuscita ad andarsene da quei luoghi, è andata al college e si è sposata “bene”, ma vive nel costante rimorso di aver abbandonato fratello e padre (disabile in seguito a un incidente sul lavoro).

Tutto il romanzo nasce da un omicidio: Isaac, il timido e intellettuale e mingherlino Isaac, uccide un uomo, un barbone (ce ne sono di barboni, in questa storia!) per salvare la vita a Billy Poe. Però poi Isaac parte, a piedi, verso la California, come aveva intenzione di fare fin dall’inizio, e Billy Poe rimane inguaiato, perché tutti credono che sia stato lui ad uccidere il senzatetto.

Billy Poe ha molti difetti, ma non vuole denunciare l’amico.

E qui si intersecano le storie di tutti i personaggi: a quelli già nominati si aggiungono Harris, il poliziotto; Grace, la madre di Poe che ha avuto una storia con Harris; il padre di Isaac e Lee, sua sorella.

Il romanzo ci mostra il cittadino americano in difficoltà. E’ un’analisi psicologica, sociologica e quasi storica di come la crisi economica vada ad incidere nelle vite dei singoli e di come la disoccupazione comporti problemi a catena.

Ma è anche molto più di questo.

Ad esempio, prendiamo Billy Poe, che è uno sempre pronto a menare le mani, uno grande e grosso che sembra non aver paura di nulla: ebbene, è molto più fragile di quanto pensiamo; non può mangiare cibo industriale, tanto per dire: un panino del McDonald gli causa problemi intestinali. Perché anche il cibo, negli Stati Uniti, è in crisi.

Chi si salva?

  1. Chi se ne va. E infatti il desiderio di andarsene dalla valle è diffuso. Tutti ne parlano, ma solo pochi ci riescono (e non tutti quelli che se ne vanno riescono poi a risollevarsi davvero).
  2. L’ambiente naturale, che è quello che si riappropria dei propri spazi in un territorio abbandonato da industriali e ditte di trasporto.
  3. Chi rimane fedele a pochi e solidi rapporti interpersonali (familiari o sentimentali).

Chiusa l’ultima pagina del romanzo, ci resta l’amarezza di un’esperienza di difficoltà: gente che fa fatica ad arrivare alla fine del mese e a pagare i propri debiti. Non è una questione solo economica, né solo individuale.

Quando leggi che non sono rimasti neanche i soldi per smantellare come si deve le acciaierie, lasciate là ad arrugginire, e che i dipendenti comunali sono pagati in obbligazioni, e che le armi sono oggetti comuni in ogni famiglia americana, e che un giovane non riesce ad uscire dalla spirale della violenza neanche impegnandosi, bè, ti fai delle domande, perché noi italiani, fino ad ora, abbiamo sempre copiato gli Stati Uniti a qualche anno di distanza.

Al di là della storia, cruda e realista (vi raccomando le pagine che raccontano di Billy Poe in prigione), di Philipp Meyer bisogna lodare anche lo stile, soprattutto la sua capacità di cambiare registro; ad esempio, quando segue il punto di vista di Isaac, il genio incompreso, la scrittura si fa frammentata, diventa quasi un dialogo schizofrenico tra due personalità interne allo stesso corpo, e la frammentazione aumenta di capitolo in capitolo, finché Isaac non giunge a una decisione risolutiva.

Voto: 4,5 su 5.

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