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Il museo del mondo (Melania Mazzucco)

Sono nel periodo di letture a tema artistico.

Ringraziamo il cielo che ci sono scrittori che scrivono di questo tema in modo comprensibile, come fa la Mazzucco, che ti fa venire la curiosità di entrare nei musei (o almeno di guardare le foto delle opere in internet), e mandiamo a quel paese tutti i critici che sporcano la carta con frasi incomprensibili al preciso scopo di allontanare le masse dall’arte.

In questo libro, la Mazzucco prende in considerazione solo di pittura che lei ha visto dal vivo e per la quale nutre il desiderio di rivederla.

Ecco, quando certe persone mi chiedono perché leggo tanto, non posso certo nominare la bellezza di un libro come questo, perché… beh, perché non ha uno scopo pratico. Non mi serve per applicare quello che imparo nel mio lavoro di tutti i giorni e non guadagnerò nulla dal sapere come si chiama un quadro di Bosch o di Georgia O’Keeffe, eppure, ogni tanto, ho bisogno di dedicarmi a qualcosa che non abbia applicazioni pratiche.

Non per denigrare le liste della spesa, per carità. Le liste della spesa sono utilissime quando devi andare al supermercato, ma nella vita di tutti i giorni, ormai, le conversazioni si riducono a un elenco di informazioni o di commenti che si fermano alla superficie delle cose.

Se passo davanti ad un bar e vedo delle persone sedute all’interno, non mi soffermo a pensarci. Fermarmi a pensare su quelle due persone potrebbe perfino essere controproducente nell’economia delle mie giornate.

Ma se guardo un quadro di Hopper in cui un uomo e una donna sono al bancone e non si parlano, allora mi faccio delle domande. Perché non si parlano? Perché si sono trovati là? Come se ne andranno? Insieme o separati? Siamo sicuri che tutte queste domande, un giorno, non possano tornarmi utili se applicate alla mia vita o a quelli che mi stanno vicini?

L’arte dovrebbe aiutarci a guardare sotto la superficie, e mai come oggi ce n’è bisogno.

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Una vita per l’arte (Peggy Guggenheim)

Quello che mi è rimasto più impresso dalla lettura di questa autobiografia è che Peggy Guggenheim era sì molto ricca ma non ricca da far schifo. Ci sono passaggi in cui racconta della necessità di risparmiare su cibo e vestiti: sì, certo, è perché i suoi zii hanno investito il suo patrimonio in titoli e dunque non è subito liquidabile, ma la cosa mi ha lasciato comunque sorpresa, perché la immaginavo come una donna alla quale uscissero le banconote dalle orecchie.

Suo padre è morto nell’affondamento del Titanic, ma il matrimonio dei genitori della Guggenheim era già in alto mare da un pezzo, perché lui tradiva la moglie a spron battuto: la moglie lo sapeva, ma, per rispettare le convenzioni sociali, non lo aveva lasciato (by the way: lui muore sul Titanic, ma la sua amante si salva).

Peggy nasce e cresce in una famiglia ricca, abituata ai servitori e alle vacanze all’estero, ma non nasce in un ambiente prettamente artistico: l’arte, soprattutto l’arte moderna, per lei sarà una conquista individuale, ottenuta attraverso le letture e le conoscenze personali.

Prima di diventare la mecenate che conosciamo, però, Peggy si è immersa nel mondo bohémienne dei suoi anni, incurante delle critiche che le arrivavano da parenti e amici. Leggendo la sua autobiografia, scritta nel corso di vari anni e rivisitata anche in tarda età, ho avuto l’impressione che si compiacesse di questa vita un po’ alla deriva: feste, uomini, bevute…

Non mi meraviglio che i figli di quest’epoca e di questo ambiente fossero molto criticati anche per la loro mancanza di partecipazione storica: guerre, profughi, malattie… e loro pensano a far festa e ad ubriacarsi.

Ad un certo punto ho perso il conto degli uomini con cui è stata, da sposata, compagna o solo da amante: ma anche questo faceva parte dell’atmosfera bohémienne che le piaceva tanto. D’altronde, solo chi vive fuori delle regole sociali può creare qualcosa di nuovo.

Lei, in realtà, non ha davvero creato qualcosa di nuovo, ma ha dato una mano chi lo stava creando: ha aiutato molti artisti che senza i suoi soldi non avrebbero potuto dedicarsi alla loro arte.

I nomi famosi si sprecano: Kandinskij, Pollock, Beckett, Joyce, Cocteau, Breton, Mondrian, Tanguy, De Chirico, Klee, Max Ernst… Tutte figure affascinanti quando se ne legge sui libri. Ma che oggi, per come sono io, non frequenterei volentieri. Troppi ubriachi, troppe feste, troppa azione frenetica. Tutto questo azionismo era il risultato dell’ambiente e delle personalità vulcaniche ma era spinto spesso all’estremo, perché nascondeva abissi che a volte portavano a suicidi e violenza, anche domestica, quest’ultima neanche stigmatizzata, ma descritta come un avvenimento al pari di altri.

Il guaio è che di questo lato oscuro nell’autobiografia della Guggenheim si intravedono solo tracce.

La Guggenheim non è capace di scrivere: ha lo stile di un’adolescente che riempie il diario.

Nessun approfondimento psicologico, nessuna sfumatura: le persone, in queste pagine, o sono felici o sono tristi, o sono intelligenti o sono stupide, o sono veloci o sono lente. Non è certo un libro scritto da un’artista. E’ un libro scritto da una donna che ha vissuto in mezzo ad artisti ma che non è stata contagiata dalla loro capacità di afferrare e riprodurre le sfumature umane.

Certi passaggi sono davvero più noiosi di una lista della spesa (Canetti, leggendo queste pagine, si rivolterebbe nella tomba).

Ho rivalutato i miei giudizi sulla gente che scrive le proprie memorie ricorrendo a un ghost writer: se la vostra vita merita di essere raccontata ma non ne siete capaci, sì, pagate uno che conosca il mestiere e che racconti per voi.

E’ inutile aver vissuto mille avventure: se non sapete raccontarle, alla fine rimarranno sempre un’esperienza privata.

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Sbucciando la cipolla (Günter Grass) @EinaudiEditore

Ammetto subito che lo ho sospeso due volte prima di finirlo: Grass usa una prosa molto ipotattica, piena di metafore elaborate che si ripetono e vengono approfondite nel corso del libro. Non una prosa semplice, insomma, e tutto il mio rispetto va al traduttore Claudio Gross, morto l’anno scorso, per il lavoro che ha compiuto su questo testo (se è difficile da leggere in italiano, non oso pensare cosa sia in tedesco).

Grass ha preso il premio Nobel per la letteratura nel 1999. Questo lo sapevo. Quello che non sapevo è che Grass faceva parte delle SS.

Certo, non ci è rimasto a lungo, e, va detto, aveva 16 anni quando ci è entrato: va anche detto che il suo primo battesimo del fuoco gli ha inflitto una tale dose di paura che si è fatto la pipì addosso e ha avuto gli incubi per anni, dopo la guerra.

E’ comunque interessante leggere come Grass dopo quasi sessant’anni cerchi di capire le ragioni di quell’appartenenza (soprattutto alla luce della sua successiva militanza nella sinistra tedesca) ma senza cercare giustificazioni postume. Va sottolineato però, che nel tentativo di prendere le distanze dal suo “io” di allora, quando parla del se stesso di quel periodo spesso lo fa in terza persona.

Salvatosi un paio di volte per puro caso, quando la guerra finisce Grass si ritrova senza arte né parte: non ha finito la scuola, non sa che fine abbia fatto la sua famiglia, non sa dove andare.

E così, il futuro premio Nobel, comincia una vita vagabonda, rimanendo per anni ospite della Caritas.

Nonostante la sua aspirazione a diventare un artista, prima di iscriversi ad una vera e propria accademia fa un po’ di tutto, dal lavoro in miniera allo scalpellino. In questi anni, tre sono i tipi di fame che lo affliggono: la fame vera e propria, la fame di donne e la fame d’arte.

Il libro termina quando, dopo vari tentativi di darsi alla scultura, Grass inizia a guadagnare i primi soldi con l’attività letteraria.

Da questa autobiografia si capisce come la sua vita sia spesso stata travasata nei suoi romanzi: spesso i personaggi dei suoi libri, tratti dalla realtà, si sovrappongono ai ricordi, distorcendoli.

Non è una lettura semplice, dicevo, ma se arrivate alla fine ne varrà comunque la pena.

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Da qualche parte starò fermo ad aspettare te (Lorenza Stroppa) @LibriMondadori

Il romanzo è raccontato dal punto di vista dei due protagonisti: Diego, che lavora come editor e colleziona donne senza mai impegnarsi davvero, e Giulia, pittrice, reduce da un evento che le ha segnato la vita ma del quale non sappiamo nulla fino a quasi metà libro.

Tutto nasce quando Diego trova l’agendina di Giulia sotto lo scaffale di un supermercato e viene travolto dalla curiosità: si improvvisa subito detective e inizia a frequentare i posti che frequenta lei.

No, non è un romanzo rosa.

E’ la seconda volta in poco tempo che mi sento in dovere di mettere in chiaro che non leggo romanzi rosa: con tutto il rispetto dovuto a chi li scrive, ma in questo libro la storia d’amore, pur occupando un ruolo importante, non è il perno della storia.

Piuttosto, parlerei di romanzo di formazione, sebbene i protagonisti non siano più adolescenti: la ragione di questa mia scelta è che entrambi hanno un nodo da sciogliere al proprio interno, un ostacolo che non permette loro di andare avanti, di crescere, di… prosperare.

Mi è piaciuto, di Diego, il fatto che lavori come editor: quando parla del suo lavoro vediamo quanto una figura professionale del genere debba mediare con gli autori, e ci rendiamo conto di quali capacità diplomatiche abbia bisogno. E’ un punto che già alcuni editor sottolineano nei loro canali YouTube: per chi si interessa di editoria, è bello avere uno scorcio diretto sulle vite di queste figure.

Di Giulia invece ho particolarmente apprezzato il suo rapporto con i colori.

Lavoro per un’azienda di design di alta gamma, dove si tende a dare una preferenza ai colori neutri che tendono sempre ad essere considerati come i più eleganti (il bianco è stato canonizzato, praticamente). Ma il modo in cui Giulia parla dei colori ci mette davanti alla “personalità” delle varie sfumature cromatiche: i colori ci parlano, anche se non sempre li ascoltiamo.

Questa storia è ambientata a Venezia: la Stroppa la conosce molto bene, essendo figlia di veneziani. E questo mi permette una digressione: vi capita mai di accorgervi, mentre leggete un libro, che qualcosa lo lega a quello che avete letto prima? Nel mio caso, Venezia lega il libro della Stroppa a “Tod zwischen den Zeilen” (Morte tra le righe) di Donna Leon, che sto leggendo adesso, e che è, anche lui, ambientato a Venezia.

Non solo: all’inizio di “Da qualche parte”, c’è un richiamo al dottor Zivago, il che lega strettamente questo libro a “Il colibrì”, di Veronesi, che ho finito due giorni fa e nel quale lo Zivago era il libro preferito del protagonista.

Queste sincronicità mi capitano sempre, leggendo…

Fine della digressione.

Nel romanzo della Stroppa ci sono anche dei punti che mi hanno lasciata perplessa.

Innanzitutto, l’amicizia tra Giulia e Rita: nella mia esperienza, le grandi amicizie nascono tra persone piuttosto simili. Il rapporto tra Giulia e Rita lo sento poco verosimile: Giulia è introversa, monogama e malinconica; Rita è spumeggiante, esorbitante, esagerata, bisex e un po’ ninfomane. Quante coppie di amici conoscete con questa differenza di caratteri? Amici veri, intendo, come sono Giulia e Rita. Io nessuna.

Un altro punto che mi ha fatto storcere il naso è l’episodio di Giulia che finisce a letto con Diego: era ubriaca, e non si ricorda se ci ha fatto l’amore oppure no. Ecco… l’amnesia da sbronza io non l’ho mai provata, non so fino a che punto ci si possa dimenticare certe cose, tuttavia, è un espediente a cui spesso si ricorre nei film di serie B: nel romanzo ci sta, si lascia leggere, eppure…

Ultimo appunto: c’è una scena in cui Giulia è a letto con Diego, che dorme. Lei si sporge per messaggiare con Rita. Ma Diego ha un braccio attorno alla sua vita, com’è che Giulia fa in tempo a fare un discorso per SMS prima che lui si svegli?

Ok, comunque queste sono pignolerie, nell’economia generale del libro..

Vi consiglio la lettura di questo romanzo?

Sì, perché la Stroppa scrive molto bene e perché… questo non è un romanzo rosa! Alla fine la protagonista fa uno scatto che mi ha portata a commentare: Ah, però! Brava Giulia! Sembravi destinata semplicemente a rifarti una vita come tutte le altre donne e invece…

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Misia (Misia Sert) @Adelphiedizioni

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Ho letto diverse biografie e autobiografie di personaggi del Novecento, però non ricordo che qualche artista, scrittore, poeta, pittore abbia mai menzionato questa Misia. E ora mi trovo ad aver letto un libro scritto da lei, che racconta la sua vita trascorsa tra alcuni dei personaggi più in vista del secolo scorso.

Alcuni nomi?

Picasso, Stravinsky, Proust, Cocteau, Mallarmé, Valery, Lautrec, Debussy, Ibsen, Apollinaire, Zola… Tutti personaggi che, agli inizi del Novecento, non erano ancora mostri sacri come oggi.

L’autobiografia dunque si rende interessante come ritratto di un’epoca, ma Misia, come essere umano, non mi ha colpita molto favorevolmente.

Sembra sempre preoccuparsi di mostrare quanto lei fosse amica di questo e di quello, ma in realtà le sue descrizioni – con alcune eccezioni – sono tutte piuttosto superficiali; ricorre molto al pettegolezzo, ai discorsi che si facevano in società sui debiti di uno e sui tradimenti dell’altro.

Misia dice di essere un essere nato per vivere tra gli artisti, ma non riesce a descriversi e a descrivere come un’artista: siamo su un altro mondo rispetto alle vivide immagine che ci ha lasciato Canetti dell’Europa del suo tempo e dei personaggi che ha incontrato nella sua gioventù.

Mi dà l’impressione che il suo interesse per gli artisti sia più mondano ed emotivo, e non guidato da un genuino amore per l’arte in sé. O, forse, le manca solo il talento letterario per esprimerlo e farcelo percepire, questo amore.

E poi, colpa mia, mi innervosisco quando sento gente ricchissima che si lamenta della noia e dell’infelicità, atteggiandosi a romantica con fare problematico, quando alle spalle ha cassetti pieni di gioielli, castelli, barche, automobili e conti in banca.

Misia non era un’intellettuale e, se si esclude la prima gioventù, non era neanche una gran lettrice:

(…) mi piace moltissimo stare ad ascoltare cose estremamente intelligenti che non capisco bene, è una delle mie debolezze.

Inoltre, certi aspetti superficiali non glieli perdono, mi fa male agli occhi leggere certe frasi, come quando sopravvaluta la bellezza fisica:

Questa virtù, secondo me, è tanto essenziale per una donna che non ho mai potuto avere un’amica brutta.

Oppure quando si lamenta che il suo primo marito si dia troppo da fare per ideali di promozione sociale aiutando le classi più disagiate. Lo lascia fare, ma non capisce la spinta che lo muove, ne parla come di un ragazzone che cerca un hobby.

Le autobiografie non sono tutte sincere.

Questa l’ho trovata molto poco sincera, ecco.

 

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L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica – Walter Benjamin

Trentotto pagine che ti fanno riflettere.

Siamo abituati a pensare all’arte come qualcosa dotata di AURA, di un misterioso alone luminoso, che non è in realtà niente altro che UNICITA‘. Non bisogna invece confondere la sua unicità con la sua irriproducibilità.

Perché le opere d’arte, fin dall’inizio, sono sempre state riproducibili: si pensi alle gazzelle disegnate sulle pareti delle grotte preistoriche, o ai dipinti degli allievi che ripetevano fino allo sfinimento i quadri e le tecniche dei loro maestri.

Certo, una cosa è la riproducibilità manuale, e un’altra cosa è la riproducibilità tecnica.

Quanto influisce il mezzo di riproduzione sull’aura? Una sinfonia di Beethoven ascoltata nel 2019 attraverso un MP4 perde la sua aura per il fatto che è riprodotta a secoli di distanza dalla morte del suo artista?

Benjamin non dà risposte: non potrebbe, visto che la tecnica è sempre in evoluzione e non si arriva mai ad un punto fermo. Però ci fa riflettere.

La riproducibilità tecnica, ad esempio, è stata sfruttata per portare l’arte alle masse. Una volta non era così: l’arte veniva presentata a un pubblico scelto, e la fruibilità era mediata dall’alto, gerarchicamente (si pensi all’esposizione di quadri nelle chiese e nei monasteri), allo scopo di controllare la reazione del fruitore.

Oggi l’arte si presenta alle masse: è diventata trasportabile e riproducibile. Questo riduce la possibilità di influire sulla reazione del pubblico, spesso culturalmente impreparato o semplicemente distratto, ma oggi verrebbe considerato come un aspetto positivo, democratico.

Un’altra conseguenza della riproducibilità tecnica è la scomparsa dell’elemento rituale.

L’arte è nata come un rituale magico (e poi religioso), ma il rito non è più necessario quando l’arte viene riprodotta: viene meno il luogo e vengono meno le formule che prima erano elemento transustanziale dell’oggetto artistico.

Oggi l’arte ha un valore di esponibilità che è superiore a quello cultuale.

Il breve saggio finisce con una postilla sul confronto tra fascismo e comunismo dal punto di vista del loro atteggiamento verso l’arte.

Il fascismo vede la propria salvezza nel consentire alle masse di esprimersi (non di veder riconosciuti i propri diritti).

Quando ho letto questa frase mi sono subito venuti in mente i social, in cui tutti si sfogano senza (quasi) mai combinare niente.

La guerra, e la guerra soltanto, rende possibile fornire uno scopo ai movimenti di massa di grandi proporzioni, previa conservazione dei tradizionali rapporti di proprietà.

Un testo che dovevo leggere.

Così stanno le cose riguardo all’estetizzazione della politica che il fascismo persegue. Il comunismo gli risponde con la politicizzazione dell’arte.

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Artista e designer – Bruno Munari

L’artista opera con la fantasia, mentre il designer usa la creatività.

(…) La fantasia è una facoltà dello spirito capace di inventare immagini mentali diverse dalla realtà (…). La creatività è una capacità produttiva dove fantasia e ragione sono collegate per cui il risultato che si ottiene è sempre realizzabile concretamente.

Credo che queste poche frasi siano la sintesi di tutto il libro: il resto è un corollario. E’ anche la distinzione che trovo più affine al mio modo di vedere le cose, sebbene non sia d’accordo con tutto quello che scrive Munari.

Secondo Munari, l’artista (parliamo di arti visuali) lavora da solo creando pezzi unici, e lo fa per se stesso e per un’élite; questa élite può essere molto diversa in base alla società presa in considerazione; dunque, se la società è corrotta, saranno gli artisti corrotti a prevalere, perché l’élite definirà artista chi le è congeniale.

Il designer invece lavora in gruppo per creare molti pezzi (non pezzi unici), e non lo fa per un’élite, ma per il pubblico: maggiore è il suo bacino d’utenza, meglio è.

Da quel poco che conosco in materia di arte contemporanea, questa è una generalizzazione: non è vero che gli artisti creino solo pezzi unici né che lo facciano da soli. Si pensi, tanto per fare un esempio (ma ce ne sarebbero diversi) alla land art, che ci propone installazioni enormi, ambientate in laghi, campi incolti o deserti: sono opere gigantesche, che necessitano di collaborazioni con persone di diverse capacità.

Non sono neanche convinta che il designer si rivolga sempre ad un pubblico il più vasto possibile, basta vedere i prezzi di certe articoli di arredamento di alcune marche.

Interessante anche quello che Munari ci dice in merito al background culturale: secondo lui, l’artista ha sempre una preparazione classicista da cui però poi spesso si allontana per innovare. Ne deriva uno scollamento tra la sua opera e la capacità recettiva dell’élite a cui si rivolge, perché anche questa ha una preparazione classicista, ma si è fermata là: ecco perché molti artisti, i veri capi-scuola, sono spesso incompresi. Avviano avanguardie e sono considerati, quando va bene, pazzi, per poi venir riconosciuti come maestri dopo la loro morte.

I designer, invece, agiscono su un substrato culturale meno classicista ma più attivo, più vissuto, perché il loro pubblico deve riconoscersi in quello che compra.

Un’altra differenza tra artista e designer è che il primo ha uno stile personale, deve averlo, anche ai fini del riconoscimento nel mercato dell’arte (anche a rischio di decadimento commercialo). Il designer, al contrario, non deve avere uno stile personale, perché deve essere più flessibile per adattarsi all’uso dell’oggetto.

L’esempio portato da Munari è molto chiaro: ci fa vedere le foto della poltrona Wassilly di Breuer nella sua versione definitiva e in quella originale, che si rifaceva ai quadri di Mondrian. La prima versione cerca di catturare lo stile personale di Mondrian: ed è una schifezza, come poltrona. La Wassilly, invece, è semplicemente perfetta per l’uso e ha una sua razionalità estetica.

E poi, lasciatemi lodare Munari per la sua critica alla critica d’arte: sono perfettamente d’accordo con lui. I critici dovrebbero aiutare il pubblico ad entrare in contatto con le innovazioni dei veri artisti, e invece ricorrono a testi troppo letterari o autoreferenti, con il risultato di allontanare la gente dall’arte (per me lo fanno apposta: se l’élite è troppo numerosa, non è più élite, con tutta una serie di conseguenze, ma qui il discorso si allargherebbe troppo).

E’ pure simpatico, Munari: gioca con l’impaginazione, con i registri linguistici (pensiamo alla tavola rotonda per la definizione di arte), e ricorre molto all’ironia e al sarcasmo (vedi la critica all’arte commerciale e ai designer che vogliono fare gli artisti e viceversa).

In conclusione: una lettura davvero piacevole, per quanto risalente al 1971, quando il problema delle copie nel design non era ancora così diffuso, e certe forme di arte visuale non erano ancora state inventate.

Voto: 4,5 su 5.

Quando l’artista opera nel suo mondo di arte pura, non si preoccupa del pubblico che osserverà la sua opera. Tutto preso dalla forza realizzativa in cui cerca di non perdere niente dell’idea pura che lo ha spinto a operare, non può preoccuparsi del fatto di essere capito o meno dal pubblico; la sua unica preoccupazione è di dar forma (pittorica o scultorea) alla sua idea artistica. Il pubblico capirà più tardi, quando avrà abbandonato i suoi preconcetti scolastici.

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Lolita – Vladimir Nabokov

Capolavoro della letteratura mondiale.

Così, perlomeno, è definita quest’opera. E dopo “Leggere Lolita a Teheran”, mi sembrava logico passare all’originale Lolita, anche perché mi piaceva l’interpretazione che ne dava Azar Nafisi, come di un romanzo che mostra come il potere oppressivo sia cieco ai bisogni e ai sentimenti altrui.

Sì, c’è anche questo in Lolita; e c’è anche molto altro. (Quasi) di sicuro, però, escluderei l’etichetta di “romanzo erotico”, etichetta utilizzata dal Club Degli Editori per identificare il libro con la pruderie necessaria ad aumentarne le vendite (con tanto di donne seminude sul retro di copertina, vedi foto) e ad inserirlo nell’omonima collana del 1978.

Ora: mi è piaciuto?

Ebbene, giudicatemi grezza, ma non lo inserirei nella lista dei miei libri preferiti; e c’è un motivo ben preciso: in questo romanzo non c’è nessuno con cui identificarsi. Nessuno. Neanche un personaggio secondario. Neanche l’operatore ecologico che svuota i secchi della spazzatura. Neanche la vecchina che prende un po’ d’aria sul portico.

Humbert Humbert, che parla in prima persona, è un uomo di cultura, fine, elegante, educato, che si intende di letteratura, che ricorre molto spesso a citazioni erudite. Sarebbe il personaggio giusto in cui identificarsi per guardare la storia dall’interno: peccato che sia un pedofilo.

La parola “pedofilo” non compare mai nel libro, così come non compaiono mai scene di sesso, ma come lo definite uno che va fuori di testa per le ragazzine di 11-13 anni? Uno che sposa la madre di Lolita pur di poter stare vicino alla sua adolescente tentazione? Uno che attraversa tutti gli Stati Uniti per godersi la “gioventù” di Lolita una o due volte al giorno senza mai perdere di vista le amichette della figlia adottiva?

C’è addirittura un passaggio in cui Humbert si lamenta che dopo due anni di vagabondaggi Lolita sta crescendo, e allora pensa di sposarla, per fare una figlia, che sarà uguale alla madre; e lui fa due conti, per giudicare che quando la figlia sarà pubere, lui sarà ancora sessualmente attivo; e poi si spinge ancora più in là, pensando alla nipotina…

Ecco, non si può identificarsi in un personaggio del genere senza definirsi malati.

Ma non ti puoi immedesimare neanche in Lolita. Per quando Humbert sia un narratore inaffidabile (e tu lo sai, che è inaffidabile), Lolita è da prendere a sberle. Non sono riuscita a sentire empatia per lei, neanche quando insultava Humbert per averla violentata. Credo sia un effetto voluto: Humbert te la descrive in modo così diabolico, che alla fine la vittima diventa il carnefice.

Anzi, più in generale, tutto il libro ti sfasa le sensazioni: mentalmente capisci che dovresti essere disgustato da Humbert, ma non lo sei. Mentalmente capisci che dovresti essere dalla parte di Lolita, ma non lo sei. E alla fine ti ritrovi quasi a prendere le difese di Humbert, a diventare un suo Bruder (fratello), come ti chiama lui mentre scrive le sue memorie.

Questo è il punto: siamo tutti colpevoli.

Tutti ci giustifichiamo, ci ammantiamo di cultura, di buone intenzioni, eppure, per quanto cerchiamo di abbellire la nostra maschera (maschera! Parola chiave!), dentro ci portiamo i nostri piccoli e grandi mostri.

Non è spiazzante?

Insomma, nel romanzo non trovi nessuno con cui identificarti. E la storia è una storia di sfruttamento e morte e infelicità.

E allora come ci si salva?

Con l’arte.

Senti qua:

Se non è possibile dimostrarmi che nel divenire infinito non importa un fico se una bambina pubere nord-americana a nome Dolores Haze è stata privata della fanciullezza da un maniaco, non vedo altro rimedio alla mia infelicità se non il palliativo malinconico e del tutto locale dell’arte articolata.

O ancora, alla fine:

(…) penso al rifugio dell’arte. E questa è la sola immortalità che tu ed io possiamo condividere, Lolita mia.

E difatti, la prosa del romanzo è arte allo stato puro.

Leggiamo di personaggi senza libertà di scelta, di gente infelice o, quando va bene, meschina (o almeno così ci viene descritta), ma attraverso lo schermo di un linguaggio da esteta, e l’abnorme perde in mostruosità.

Maschere, libertà, sensibilità, intellettualismo, paura, ossessione, passione, umanità, menzogna… ecco alcuni temi di questo romanzo. Che può piacere o non piacere, ma di sicuro non ti lascia indifferente.

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Perché alcuni romanzi ci piacciono… e altri no.

(English version: below)

E’ una questione a cui non sono ancora riuscita a dare una risposta univoca.

Il marketing letterario o i consigli degli amici possono influire solo in parte sulle nostre predilezioni: possono spingerci a comprare un romanzo, ma non ad amarlo, se non è nelle nostre corde.

Mi son posta la domanda perché ho iniziato a leggere due libri: “Il cardellino” di Donna Tartt e “Gioco per la vita” di Patricia Highsmith. Il primo ho iniziato a leggerlo perché sono in ferie, e posso permettermi 900 pagine di relax. Il secondo, perché la storia è ambientata in Messico, che è il paese su cui mi sto concentrando in queste settimane.

Stranamente, pura coincidenza, entrambi i protagonisti si chiamano Theo.

Subito, fin dalle prime pagine, mi sono accorta del mio diverso atteggiamento verso i due romanzi.

Il libro della Highsmith è un thriller, o così si definisce: inizia subito con un delitto. Lelia, una pittrice amata da due uomini, viene trovata morta col volto sfigurato e le indagini appurano che prima della morte c’è stata violenza sessuale.

Il libro della Tartt inizia con un ragazzo che si nasconde ad Amsterdam, non esce di casa, ha fatto qualcosa per cui non deve farsi trovare. Nelle lunghe ore di ozio, inizia a scrivere la sua storia, partendo dal giorno in cui sua madre è morta in un attentato in un museo.

Entrambi i romanzi iniziano dunque con fatti inquietanti, emotivamente coinvolgenti, eppure… eppure il thriller della Highsmith non decolla. Per me. Non mi fa sentire alcuna compassione per la donna, né per i due uomini rimasti orbati del loro amore. Né mi incuriosisco per l’ambientazione che, al di là di alcuni cliché, non mi fa entrare nella Weltanschauung messicana.

Con il libro della Tartt, invece, è tutta un’altra cosa. Parla (anche) di arte: non mi intendo di arte, eppure mentre leggo spero che le descrizioni della madre di Theo sui quadri che stanno guardando non finiscano mai. E quando la bomba scoppia, sono nella testa del ragazzino, che ancora non ha realizzato cosa è successo; sento la sua ansia, sento che sta per succedere ancora qualcosa, che sta per arrivare una presa di coscienza tremenda.

Perché questa differenza?

La ragione non sta nei fatti raccontati.

Ha a che fare col modo in cui sono narrati. Perché lo stile dell’autore è un estratto della sua visione della vita. E questa visione della vita, coincide, spesso, con la mia.

Non mi riferisco, volgarmente, a predilezioni e antipatie: non mi importa se l’autore parla bene dei quadri fiamminghi o male dei funerali in Messico. Piuttosto, mi riferisco al modo in cui giunge a certe conclusioni, in cui guarda gli altri personaggi, in cui mette in tavola i suoi dubbi e confessa le sue debolezze.

Pensate all’autobiografia di Elias Canetti: succede poco, molto poco. Ma il modo in cui parla della miriade di persone che incontra, ti fa pensare che lui, anche se non lo scrive, sta maneggiando Verità. Verità con la V maiuscola.

Non che ce l’abbia in mano. Piuttosto, ce l’ha in punta di penna: ancora non è uscita dall’inchiostro, ma l’autore ci sta provando, a tirarla fuori; quello è il suo scopo, ed è così vicino a raggiungerlo che… continui a leggere.

Patricia Highsmith nel suo libro cerca di giungere alla verità dell’omicidio. E’ una verità con la V minuscola. Non ci fa toccare con mano il suo coinvolgimento, e, dunque, non coinvolge neanche noi.

Donna Tartt, invece, è il suo libro. Leggendolo, stiamo viaggiando nei suoi organi interni. Sì, lo so, brutta immagine, ma credo di aver reso l’idea di un Qualcosa che c’è, che è importante (se non ci fosse, non saremmo vivi) e che ciononostante nessuno vede in azione.

Essendo io in ferie, darò ancora una possibilità alla Highsmith, magari il libro mi appassionerà nelle prossime pagine.

La Tartt mi ha già conquistata.


WHY WE LOVE SOME BOOKS AND… DISLIKE OTHER ONES.

I have not found an answer to this question, yet. Literary marketing or friend’s tips can push us to buy some books, but not to love them.

The question has become stronger in these days, when, being on holidays, I started reading two novels at the same time: “A game for the living” (Patricia Highsmith) and “The Goldfinch” (Donna Tartt).

I started the first one because the story takes place in Mexico, which is the country in which I am interested in these weeks; and I started the second one because… I am on Holiday and can afford 900 pages of relax.

Strange enough, but both protagonists are named Theo…

Immediately, from the beginning, I noticed my different attitude towards the two novels.

The Highsmith’s book begins with a dramatic scene in which there is a dead woman, Lelia, a beautiful woman and nice painter. She has been first sexually violeted and then her face has been completely ruined with a knife.

The Goldfinch begins with a young man, Theo, who is hiding in Amsterdam (but we do not know why, yet) and who starts telling his story during the idle hours in the hotel chamber. This is how we find out that he lost her mother during a terroristic attac in a museum, when he was thirtheen.

While reading the Highsmith’s book, I do not feel involved in the love of the two mens for Lelia, nor in their desperation when they discover that she is dead. Moreover, I do not feel any curiosity in the Mexican way of living, as if the author only described clichés.

While reading Tartt’s novel, I feel engaged in the description that Theo’s mother makes of pictures (and I am not particularly fond of pictures, in general); I would go on and on reading on these painters; and, when the bomb bursts out, I am in Theo’s mind, wondering what has happened, feeling his terror, his puzzling thoughts, his fears.

Why this difference?

Differences do not lie in story: both novels start with shocking facts.

Difference lies in author’s vision of life, but does not lie in authors tastes: it doesn’t matter if I agree with an author who loves paintry or hates mexican funerals, who puzzles about Amsterdam streets or mexican way of living. My preferences and the author’s can be different.

I believe that the important pivot is the way in which the author tells his/her stories. His trials to find out the Truth, with capital T. When you read, you feel that the author is looking for the Truth: he/she has not got it, but he/she is striving for that.

Truth is not in the author’s hand, but it is in his/her pen, it is there, and wants to go out. So you go on and on reading hoping that he will find what he search for, hoping that you will be with him/her when he will find it out.

Take, for instance, Canetti’s biography. There, very few facts happen. Despite this, you feel that the author is looking for the Truth in other people, in facts, in cities, in history.

Patricia Highsmith, in her novel, is looking for a little truth: who is the killer. But she doesn’t manage to invove the reader (me: I do not know if she manages to involve other Readers) in all the details she unrolls in front of us.

While reading Donna Tartt’s book, I am in her internal organs.

I do know that this image is not very nice, but it gives the idea of something important, something hidden, without which we couldn’t live. Something that is there, but that nobody can see while it is working.

Well, I am on holidays, so I can afford to lose some time on Highsmith’s novel – not to much, just a little bit, to see if she manages to involve me.

Donna Tartt is already the owner of a piece of my hearth.

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La maja nuda, V. Blasco Ibanez

Non so cosa pensare di questo romanzo. Mi è stato fatto passare come un caposaldo della letteratura mondiale in generale, e spagnola in particolare, ma l’ho trovato abbastanza slegato nelle sue varie parti.

Trama: Renovales, un pittore di Madrid, dopo una gioventù da bohemièn, si “sistema”, sposa Giuseppina, la figlia di un diplomatico decaduto, diventa ricco e famoso, e ha una figlia che per lui è un gioiellino, Milina. Tuttavia, gli manca qualcosa.

Nonostante la fama e la ricchezza, la sua arte è bloccata. I limiti principali li pongono, all’inizio, il bisogno di denaro, che lo costringe a dedicarsi alla ritrattistica anche se non ci si sente portato, e, in un secondo momento, la moglie, tutta casa e chiesa, che gli impedisce di dipingere nudi di donna, anche se lui si sente molto attratto da questo filone.

La moglie, poi, gli rovina la vita con la sua gelosia: lui è un marito fedele, ma lei lo incolpa di tradimenti che lui non ha compiuto. Finché si stanca e la tradisce sul serio con Conchita, una dama di gran classe ma abbastanza frivola.

Quando la moglie muore, lui rivive un innamoramento postumo: la vede in tutti i quadri che ha dipinto e la idealizza nella memoria, scontrandosi anche con i ricordi di chi la moglie l’ha conosciuta sul serio e gli dice che… beh, le cose non stavano proprio così!

Dopo un periodo in cui ricerca la moglie in donnine e cantanti dei bassifondi, si rende conto che lei è morta e che la morte sarà la vincitrice su tutte le passioni umane.

Renovales è un uomo dagli atteggiamenti altalenanti: il che, nella realtà, succede. Tuttavia, da un romanzo mi aspetterei una linea che guidi le scelte del personaggio; quel suo desiderare la morte della moglie e poi pentirsene subito dopo; quella sua fedeltà colpevolizzante e poi quel tradimento spudorato; quella sua brama spasmodica per Conchita e poi l’odio che lo prende quando lei lo deride… insomma, sei un adulto, deciditi!

E poi non sopporto i suoi personaggi femminili. Giuseppina è una borghese ignorante e bigotta che passa dall’amore profondo alla gelosia più abbietta e capricciosa. Milina sembrava la consolazione della vita del padre, e invece alla fine sta là con mani e bocca aperte in attesa di soldi per pagare i debiti. Conchita forse è la più umana: frivola sì, ma con stile. Insomma, qui non c’è una Donna degna di tale appellativo.

Credo che la traduzione che ho letto (il mio libro è del 1953) abbia contribuito non poco al mancato apprezzamento: odio i vezzeggiativi, e il romanzo è pieno di manine e boccucce…

Ma perché questo libro era così famoso?

Devono averci fatto sopra un film…

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