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Un battito d’ali (Sveva Casati Modignani)

Partiamo dalla copertina dell’edizione Mondadori: la farfalla è quella che sbatte le ali e che richiama il titolo. Ed è quella che ha dato il là alla scrittrice per raccontarci la sua storia.

Era in giardino, stava pulendo le erbacce e all’improvviso ha sentito il profumo di suo padre, morto da trent’anni. Poi una farfalla si è appoggiata sul suo braccio.

Ecco come è nato il desiderio di raccontare al padre che non c’è più la propria vita lavorativa prima di diventare scrittrice; non si parla della sua vita privata qui: viene nominato un fidanzato, ma non si dice chi è, come lo ha conosciuto, se è quello che ha sposato…

Bice Cairati non ha finito l’università; non c’erano soldi, e suo fratello aveva la precedenza, perché una donna non sa cosa farsene di una laurea, visto che dopo il matrimonio l’attacca al muro. Così, soprattutto per insistenza di sua madre, ha iniziato a lavorare in un ufficio.

Ingenua al limite della stupidità, ci racconta un paio di aneddoti simpatici.

Come quando dice a un cliente al telefono che il suo capo è nel pensatoio (è una stanza dove il capo va a dormire), o quando scrive la sua prima lettera commerciale (“non ci conosciamo, mi chiamo Bice Cairati, sono la nuova segretaria del tal dei tali…”).

O quando, peggio, parla, a una cena col proprietario di un’azienda cliente, dell”argent de poche” (= bustarella) che consegnano regolarmente al suo direttore degli acquisti.

Ma questo lavoro non le piace. L’insoddisfazione cronica la porta a dare le dimissioni e ad andare a lavorare come segretaria in una famosa galleria d’arte di Milano, finché anche questo ambiente le rivela la pochezza di certi personaggi ricchi e famosi e la fa scappare.

Inizia a lavorare per un giornale ma è un ambiente iper-maschilista e la mandano sempre e solo a seguire i personaggi più glamour (attrici, cantanti, soubrettes), così si stanca e va in un altro giornale.

Quando alla fine inizia a scrivere la storia di alcuni componenti della famiglia, ha alle spalle una buona gavetta giornalistica e questo la aiuterà molto.

E’ sempre interessante leggere l’esperienza di persone che si son date da fare. Certo, non aspettatevi da questo libro l’approfondimento psicologico di un Bellow o di un Roth, ma è un’autobiografia che si legge in un pomeriggio, uno sforzetto si può fare.

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Pubblicità per il creativo che non vuole farsi pubblicità

Il libro per il creativo che non ama farsi pubblicità.

O almeno, pubblicità nel senso tradizionale del termine.

Kleon parte dall’assunto che il genio (ma anche la più normale creatività) non nasce nel vuoto assoluto, ma in un contesto fatto di persone, e sono queste persone la chiave per farsi pubblicità senza… farsela.

Quando sei appassionato di qualcosa, anche se non hai scopi professionali, ti metti a studiare quel qualcosa per conto tuo. Puoi fare errori, prendere strade sbagliate, ma proprio la passione ti rimetterà in senso.

Il consiglio di Kleon è di mostrarti come veramente sei: un appassionato, non un professionista. Mostra pure il tuo processo e i tuoi errori: c’è sempre qualcuno là fuori che è in cerca di esperienze altrui e che non vede l’ora di immedesimarsi nei tuoi successi e nelle tue difficoltà.

La gente vuole essere partecipe del processo, non si accontenta di vedere l’opera finita.

Il proprio lavoro si può mostrare in molti modi, tenendo conto che oggigiorno se non sei online, per il pubblico non esisti. Dunque ben vengano i diario online, gli scrapbook online, i forum online, i documentari online.

Oggi giorno il creativo deve condividere qualcosa, anche una piccola cosa, magari solo un dettaglio di ciò che ha fatto durante il giorno (attenzione: il lavoro deve sempre avere la precedenza, non si deve mai dare la precedenza alla pubblicazione del lavoro).

Bisogna lavorare ogni giorno: poi non tutti sarà condivisibile, ma tutto è utile per il processo.

Si possono condividere, ad esempio, le fonti di ispirazione (libri, film, altri creativi simili): l’importante è creare un legame con chi ha interessi simili.

Insomma, bisogna far quel che piace e poi parlarne, restare un amateur curioso e cercare chi è come te.

Mai lavorare per i soldi: i soldi, se il lavoro è ben fatto e se il processo piace, arriveranno.

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L’opera d’arte non parla da sé

Sabato sera sono andata a mangiare una pizza al Cucumangi di Noventa di Piave (VE). Accanto al nostro tavolo c’era questo quadro:

Sotto al quadro c’è un codice IQR, che, inquadrato, fornisce una presentazione dell’opera con parole comprensibili (Ritratto di passante con sole al tramonto) nonché dell’autore, Pietro Disegna, che ho scoperto essere originario del mio paese, San Stino di Livenza.

(Scusate se poco chiara ma ho fotografato lo schermo del PC perché non riesco a scaricare la foto del quadro)

Non mi intendo molto di arte, ma mi piacciono i colori e mi piace avere la possibilità di capire quello che vedo, e i critici d’arte non aiutano in questo, arroccati come sono nel loro limbo esclusivo.

L’opera d’arte non parla da sé, soprattutto se esposta in una pizzeria, dove si va per mangiare e non per guardare quadri, per questo devo fare i complimenti a Pietro Disegna che ci ha messo la spiegazione a portata di cellulare.

L’opera d’arte deve parlare a chi la guarda, ma per comunicare serve un linguaggio condiviso: per chi, come me, è praticamente analfabeta, serve un aiutino.

Certo, la spiegazione del codice IQR non dice tutto: un quadro, un’immagine può trasmettere messaggi diversi a persone diverse, ma un minimo di story telling è un buon trampolino di lancio.

Se certi critici d’arte fossero più chiari nelle loro esposizioni, i musei sarebbero un po’ più affollati.

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Il mio analfabetismo di ritorno

Dopo le superiori non ho più letto niente di storia rinascimentale. Ogni tanto mi piace leggere un saggio sulla seconda guerra mondiale o sulla diaspora degli ebrei, ma si può dire che dal Seicento in giù io non abbia più letto nulla a partire dai diciotto anni.

Quando si sente nominare il cognome “Borgia”, io rimango ferma agli stereotipi comuni, che mi fanno venire in mente una famiglia malefica, dedita all’incesto e all’avvelenamento degli avversari politici.

Non che questi elementi siano estranei alla storia della famiglia Borgia, ma le persone, anche quelle dei secoli passati, sono molto più di quello che la gente comune ricorda.

Nel libro “LA SAGA DEI BORGIA” di Antonio Spinosa, infatti, la storia inizia dalla fine, con un santo, Francesco Borgia, che è un pronipote di Papa Alessandro VI.

Francesco Borgia era ossessionato dai peccati dei suoi avi: era convinto che ogni disgrazia che gli capitava (ad esempio, la morte della madre e della moglie) fosse una conseguenza del male commesso da papa Borgia e dalla sua progenie.

Da questa ossessione per i peccati degli avi alle autofustigazioni e ai digiuni protratti, il passo è breve. Aggiungiamo poi un allungamento delle sessioni di preghiera, che duravano ore ed ore, molte opere di umiltà e servizio più qualche presunto miracolo, e la candidatura a santo è servita su un piatto d’argento.

Non mi sta antipatico, questo santo Francesco Borgia, anche se – incontrandolo oggi – avrei delle difficoltà a scindere le buone intenzioni dalla sua carica di fanatismo.

E vi dirò, che dopo la lettura del libro di Spinosa, non mi stanno tanto antipatici neanche Papa Alessandro VI e Lucrezia Borgia.

I Borgia avevano radici spagnole: se Alessandro VI ha cercato di attorniarsi di parenti e di lasciare a loro cariche redditizie, lo ha fatto anche per costruire un cuscinetto tra la propria persona e tutti quelli che lo odiavano in quanto straniero.

Savonarola lo considerava un anti-cristo.

Beh… Alessandro VI era praticamente ateo. Ma ha fatto quello che molti al suo posto avrebbero fatto avendone la possibilità: si è impossessato di una carica proficua e l’ha fatta rendere (cosa che fanno ai giorni nostri molti politici). A quel tempo le cariche ecclesiastiche ti davano una possibilità, e lui l’ha presa.

E che dire di Lucrezia?

E’ stata allontanata giovanissima dalla madre, tale Vannozza, locandiera, che per anni fu la preferita di Alessandro VI: e proprio il papa sottrasse la figlia alla madre per darle una educazione che si adattasse all’ambiente che avrebbe dovuto frequentare.

Poi, quando Lucrezia si innamora di un tipo, le impediscono di sposarlo, perché, per ragioni politiche, deve sposare, per forza, uno Sforza.

Voglio dire: ad un certo punto è normale che a una girino pure le palle e che se la prenda col mondo. Non c’è da meravigliarsi che si sia dedicata alla manifattura dei veleni.

Poi anche lei ha fatto quello che avrebbero fatto altre al suo posto: ha approfittato della sua posizione.

Ma alla fine della sua vita, gli ultimi dieci anni, quando è stata signora di Ferrara, è riuscita a viverli da donna costumata, addirittura amata dalla popolazione e dal suo signore.

I giudizi morali, nei secoli, si semplificano, e si perdono le sfumature delle persone, che sono trasformate in personaggi.

Eppure, chissà: forse se papa Borgia, Lucrezia o il duca Valentino potessero vederci, ora, dal luogo in cui si trovano, magari sarebbero contenti di vedere che ci ricordiamo ancora di loro.

Meglio essere ricordati male che non essere ricordati per niente.

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Pianura (Marco Belpoliti)

Avevo sospeso la lettura qualche settimana fa perché non ero entrata in sintonia col libro, ma devo ammette che al secondo tentativo, mi son lasciata prendere per mano dalla scrittura curata e dai personaggi ben delineati.

In realtà, non avevo trovato difficile la scrittura in sé: è colta, ma alzare l’asticella bisogna, ogni tanto. Quello che mi aveva bloccato era la sfilza di nomi di intellettuali che non conoscevo (quanto sono ignorante…).

Luigi Ghirri (esperto di foto dell’opacità e dell’invisibile), John Berger (critico d’arte), Giuliano della Casa (pittore), Yervant (artista polimorfico), Maria Nadotti (traduttrice), Piero Camporesi, Delfini, Garboli, e tanti, tantissimi altri, senza disdegnare cantanti (CCCP), architetti, ecc.

Belpoliti ne parla come di amici, e dà per scontato che il lettore li conosca: spesso ti dice cosa fanno solo di striscio, altre volte ti lascia dedurre il loro mestiere da altre informazioni che hanno poco a che fare con i loro mestieri e più con i paesetti della pianura Padana che attraversa insieme a loro, fisicamente o nella memoria.

Il libro parla di questi amici, e ne parla rivolgendosi ad un amico (di cui io non sono riuscita a capire l’identità), e il racconto viene fatto attraversando borghi e paeselli semisconosciuti della nostra Pianura.

Tocca argomenti di storia, archeologia, geologia, meteorologia, architettura, arte, geografia, cinema, e lo fa con un taglio a volte elitario, che non è per tutti, a causa della profondità delle argomentazioni e delle conoscenze.

Ho esultato quando tra i vari nomi sconosciuti sono finita su Sandro Vesce, di cui ho letto un libro (“Per un cristianesimo non religioso”) che ho letto… Ma per il resto mi ha fatto sentire più ignorante di come mi sentivo prima (e la cosa non è un male, dopo tutto).

Quanto c’è di vero in quello che scrive? E’ un libro autobiografico? E’ davvero amico di questa sfilza interminabile di artisti ed intellettuali? Di sicuro, Belpoliti è una persona curiosa.

Curiosa nel senso che è incuriosito, che vuol conoscere quello che lo circonda, ma anche curiosa nel senso di persona un po’ fuori del comune.

L’ho incontrato un paio di volte. Di recente, al Premio Comisso (che ha vinto): mentre tutti gli correvano dietro e cercavano un po’ della sua attenzione, lui spariva. Non gli piacciono le premiazioni letterarie, il fru-fru della celebrità, le foto ufficiali, e non ha paura di ammetterlo.

Gli piace la fantasia applicata agli oggetti. Gli piacciono le persone che guardano agli oggetti con occhi diversi dagli altri. Gli piace Primo Levi, forse perché così poliedrico da rendere difficile la vita a chi voleva affibbiargli un’etichetta. Gli piacciono le parole cadute in disuso (centuriazione, pispiò…). Gli piacciono le pietre delle costruzioni, e la loro storia. E di tutto ciò che gli piace, lui si interessa.

E’ un interesse fine a se stesso, non ha scopi utilitaristici. E’ un interesse fuori moda, oggi, che perfino se guardi un quadro devi farti un selfi e metterlo sui social per far sapere al mondo che stai guardando un quadro.

La sua scrittura, da questo punto di vista, è quasi memorialistica: ma di una memoria privata, che mi ricorda un po’ Montaigne.

La mia impressione?

Ha scritto questo libro per se stesso: se vi va di leggerlo, leggetelo; se non vi va, sappiate che lui non ne sarà più di tanto intristito. Ha fatto quello che si sentiva di fare.

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Il museo del mondo (Melania Mazzucco)

Sono nel periodo di letture a tema artistico.

Ringraziamo il cielo che ci sono scrittori che scrivono di questo tema in modo comprensibile, come fa la Mazzucco, che ti fa venire la curiosità di entrare nei musei (o almeno di guardare le foto delle opere in internet), e mandiamo a quel paese tutti i critici che sporcano la carta con frasi incomprensibili al preciso scopo di allontanare le masse dall’arte.

In questo libro, la Mazzucco prende in considerazione solo di pittura che lei ha visto dal vivo e per la quale nutre il desiderio di rivederla.

Ecco, quando certe persone mi chiedono perché leggo tanto, non posso certo nominare la bellezza di un libro come questo, perché… beh, perché non ha uno scopo pratico. Non mi serve per applicare quello che imparo nel mio lavoro di tutti i giorni e non guadagnerò nulla dal sapere come si chiama un quadro di Bosch o di Georgia O’Keeffe, eppure, ogni tanto, ho bisogno di dedicarmi a qualcosa che non abbia applicazioni pratiche.

Non per denigrare le liste della spesa, per carità. Le liste della spesa sono utilissime quando devi andare al supermercato, ma nella vita di tutti i giorni, ormai, le conversazioni si riducono a un elenco di informazioni o di commenti che si fermano alla superficie delle cose.

Se passo davanti ad un bar e vedo delle persone sedute all’interno, non mi soffermo a pensarci. Fermarmi a pensare su quelle due persone potrebbe perfino essere controproducente nell’economia delle mie giornate.

Ma se guardo un quadro di Hopper in cui un uomo e una donna sono al bancone e non si parlano, allora mi faccio delle domande. Perché non si parlano? Perché si sono trovati là? Come se ne andranno? Insieme o separati? Siamo sicuri che tutte queste domande, un giorno, non possano tornarmi utili se applicate alla mia vita o a quelli che mi stanno vicini?

L’arte dovrebbe aiutarci a guardare sotto la superficie, e mai come oggi ce n’è bisogno.

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Una vita per l’arte (Peggy Guggenheim)

Quello che mi è rimasto più impresso dalla lettura di questa autobiografia è che Peggy Guggenheim era sì molto ricca ma non ricca da far schifo. Ci sono passaggi in cui racconta della necessità di risparmiare su cibo e vestiti: sì, certo, è perché i suoi zii hanno investito il suo patrimonio in titoli e dunque non è subito liquidabile, ma la cosa mi ha lasciato comunque sorpresa, perché la immaginavo come una donna alla quale uscissero le banconote dalle orecchie.

Suo padre è morto nell’affondamento del Titanic, ma il matrimonio dei genitori della Guggenheim era già in alto mare da un pezzo, perché lui tradiva la moglie a spron battuto: la moglie lo sapeva, ma, per rispettare le convenzioni sociali, non lo aveva lasciato (by the way: lui muore sul Titanic, ma la sua amante si salva).

Peggy nasce e cresce in una famiglia ricca, abituata ai servitori e alle vacanze all’estero, ma non nasce in un ambiente prettamente artistico: l’arte, soprattutto l’arte moderna, per lei sarà una conquista individuale, ottenuta attraverso le letture e le conoscenze personali.

Prima di diventare la mecenate che conosciamo, però, Peggy si è immersa nel mondo bohémienne dei suoi anni, incurante delle critiche che le arrivavano da parenti e amici. Leggendo la sua autobiografia, scritta nel corso di vari anni e rivisitata anche in tarda età, ho avuto l’impressione che si compiacesse di questa vita un po’ alla deriva: feste, uomini, bevute…

Non mi meraviglio che i figli di quest’epoca e di questo ambiente fossero molto criticati anche per la loro mancanza di partecipazione storica: guerre, profughi, malattie… e loro pensano a far festa e ad ubriacarsi.

Ad un certo punto ho perso il conto degli uomini con cui è stata, da sposata, compagna o solo da amante: ma anche questo faceva parte dell’atmosfera bohémienne che le piaceva tanto. D’altronde, solo chi vive fuori delle regole sociali può creare qualcosa di nuovo.

Lei, in realtà, non ha davvero creato qualcosa di nuovo, ma ha dato una mano chi lo stava creando: ha aiutato molti artisti che senza i suoi soldi non avrebbero potuto dedicarsi alla loro arte.

I nomi famosi si sprecano: Kandinskij, Pollock, Beckett, Joyce, Cocteau, Breton, Mondrian, Tanguy, De Chirico, Klee, Max Ernst… Tutte figure affascinanti quando se ne legge sui libri. Ma che oggi, per come sono io, non frequenterei volentieri. Troppi ubriachi, troppe feste, troppa azione frenetica. Tutto questo azionismo era il risultato dell’ambiente e delle personalità vulcaniche ma era spinto spesso all’estremo, perché nascondeva abissi che a volte portavano a suicidi e violenza, anche domestica, quest’ultima neanche stigmatizzata, ma descritta come un avvenimento al pari di altri.

Il guaio è che di questo lato oscuro nell’autobiografia della Guggenheim si intravedono solo tracce.

La Guggenheim non è capace di scrivere: ha lo stile di un’adolescente che riempie il diario.

Nessun approfondimento psicologico, nessuna sfumatura: le persone, in queste pagine, o sono felici o sono tristi, o sono intelligenti o sono stupide, o sono veloci o sono lente. Non è certo un libro scritto da un’artista. E’ un libro scritto da una donna che ha vissuto in mezzo ad artisti ma che non è stata contagiata dalla loro capacità di afferrare e riprodurre le sfumature umane.

Certi passaggi sono davvero più noiosi di una lista della spesa (Canetti, leggendo queste pagine, si rivolterebbe nella tomba).

Ho rivalutato i miei giudizi sulla gente che scrive le proprie memorie ricorrendo a un ghost writer: se la vostra vita merita di essere raccontata ma non ne siete capaci, sì, pagate uno che conosca il mestiere e che racconti per voi.

E’ inutile aver vissuto mille avventure: se non sapete raccontarle, alla fine rimarranno sempre un’esperienza privata.

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Sbucciando la cipolla (Günter Grass) @EinaudiEditore

Ammetto subito che lo ho sospeso due volte prima di finirlo: Grass usa una prosa molto ipotattica, piena di metafore elaborate che si ripetono e vengono approfondite nel corso del libro. Non una prosa semplice, insomma, e tutto il mio rispetto va al traduttore Claudio Gross, morto l’anno scorso, per il lavoro che ha compiuto su questo testo (se è difficile da leggere in italiano, non oso pensare cosa sia in tedesco).

Grass ha preso il premio Nobel per la letteratura nel 1999. Questo lo sapevo. Quello che non sapevo è che Grass faceva parte delle SS.

Certo, non ci è rimasto a lungo, e, va detto, aveva 16 anni quando ci è entrato: va anche detto che il suo primo battesimo del fuoco gli ha inflitto una tale dose di paura che si è fatto la pipì addosso e ha avuto gli incubi per anni, dopo la guerra.

E’ comunque interessante leggere come Grass dopo quasi sessant’anni cerchi di capire le ragioni di quell’appartenenza (soprattutto alla luce della sua successiva militanza nella sinistra tedesca) ma senza cercare giustificazioni postume. Va sottolineato però, che nel tentativo di prendere le distanze dal suo “io” di allora, quando parla del se stesso di quel periodo spesso lo fa in terza persona.

Salvatosi un paio di volte per puro caso, quando la guerra finisce Grass si ritrova senza arte né parte: non ha finito la scuola, non sa che fine abbia fatto la sua famiglia, non sa dove andare.

E così, il futuro premio Nobel, comincia una vita vagabonda, rimanendo per anni ospite della Caritas.

Nonostante la sua aspirazione a diventare un artista, prima di iscriversi ad una vera e propria accademia fa un po’ di tutto, dal lavoro in miniera allo scalpellino. In questi anni, tre sono i tipi di fame che lo affliggono: la fame vera e propria, la fame di donne e la fame d’arte.

Il libro termina quando, dopo vari tentativi di darsi alla scultura, Grass inizia a guadagnare i primi soldi con l’attività letteraria.

Da questa autobiografia si capisce come la sua vita sia spesso stata travasata nei suoi romanzi: spesso i personaggi dei suoi libri, tratti dalla realtà, si sovrappongono ai ricordi, distorcendoli.

Non è una lettura semplice, dicevo, ma se arrivate alla fine ne varrà comunque la pena.

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Da qualche parte starò fermo ad aspettare te (Lorenza Stroppa) @LibriMondadori

Il romanzo è raccontato dal punto di vista dei due protagonisti: Diego, che lavora come editor e colleziona donne senza mai impegnarsi davvero, e Giulia, pittrice, reduce da un evento che le ha segnato la vita ma del quale non sappiamo nulla fino a quasi metà libro.

Tutto nasce quando Diego trova l’agendina di Giulia sotto lo scaffale di un supermercato e viene travolto dalla curiosità: si improvvisa subito detective e inizia a frequentare i posti che frequenta lei.

No, non è un romanzo rosa.

E’ la seconda volta in poco tempo che mi sento in dovere di mettere in chiaro che non leggo romanzi rosa: con tutto il rispetto dovuto a chi li scrive, ma in questo libro la storia d’amore, pur occupando un ruolo importante, non è il perno della storia.

Piuttosto, parlerei di romanzo di formazione, sebbene i protagonisti non siano più adolescenti: la ragione di questa mia scelta è che entrambi hanno un nodo da sciogliere al proprio interno, un ostacolo che non permette loro di andare avanti, di crescere, di… prosperare.

Mi è piaciuto, di Diego, il fatto che lavori come editor: quando parla del suo lavoro vediamo quanto una figura professionale del genere debba mediare con gli autori, e ci rendiamo conto di quali capacità diplomatiche abbia bisogno. E’ un punto che già alcuni editor sottolineano nei loro canali YouTube: per chi si interessa di editoria, è bello avere uno scorcio diretto sulle vite di queste figure.

Di Giulia invece ho particolarmente apprezzato il suo rapporto con i colori.

Lavoro per un’azienda di design di alta gamma, dove si tende a dare una preferenza ai colori neutri che tendono sempre ad essere considerati come i più eleganti (il bianco è stato canonizzato, praticamente). Ma il modo in cui Giulia parla dei colori ci mette davanti alla “personalità” delle varie sfumature cromatiche: i colori ci parlano, anche se non sempre li ascoltiamo.

Questa storia è ambientata a Venezia: la Stroppa la conosce molto bene, essendo figlia di veneziani. E questo mi permette una digressione: vi capita mai di accorgervi, mentre leggete un libro, che qualcosa lo lega a quello che avete letto prima? Nel mio caso, Venezia lega il libro della Stroppa a “Tod zwischen den Zeilen” (Morte tra le righe) di Donna Leon, che sto leggendo adesso, e che è, anche lui, ambientato a Venezia.

Non solo: all’inizio di “Da qualche parte”, c’è un richiamo al dottor Zivago, il che lega strettamente questo libro a “Il colibrì”, di Veronesi, che ho finito due giorni fa e nel quale lo Zivago era il libro preferito del protagonista.

Queste sincronicità mi capitano sempre, leggendo…

Fine della digressione.

Nel romanzo della Stroppa ci sono anche dei punti che mi hanno lasciata perplessa.

Innanzitutto, l’amicizia tra Giulia e Rita: nella mia esperienza, le grandi amicizie nascono tra persone piuttosto simili. Il rapporto tra Giulia e Rita lo sento poco verosimile: Giulia è introversa, monogama e malinconica; Rita è spumeggiante, esorbitante, esagerata, bisex e un po’ ninfomane. Quante coppie di amici conoscete con questa differenza di caratteri? Amici veri, intendo, come sono Giulia e Rita. Io nessuna.

Un altro punto che mi ha fatto storcere il naso è l’episodio di Giulia che finisce a letto con Diego: era ubriaca, e non si ricorda se ci ha fatto l’amore oppure no. Ecco… l’amnesia da sbronza io non l’ho mai provata, non so fino a che punto ci si possa dimenticare certe cose, tuttavia, è un espediente a cui spesso si ricorre nei film di serie B: nel romanzo ci sta, si lascia leggere, eppure…

Ultimo appunto: c’è una scena in cui Giulia è a letto con Diego, che dorme. Lei si sporge per messaggiare con Rita. Ma Diego ha un braccio attorno alla sua vita, com’è che Giulia fa in tempo a fare un discorso per SMS prima che lui si svegli?

Ok, comunque queste sono pignolerie, nell’economia generale del libro..

Vi consiglio la lettura di questo romanzo?

Sì, perché la Stroppa scrive molto bene e perché… questo non è un romanzo rosa! Alla fine la protagonista fa uno scatto che mi ha portata a commentare: Ah, però! Brava Giulia! Sembravi destinata semplicemente a rifarti una vita come tutte le altre donne e invece…

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Misia (Misia Sert) @Adelphiedizioni

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Ho letto diverse biografie e autobiografie di personaggi del Novecento, però non ricordo che qualche artista, scrittore, poeta, pittore abbia mai menzionato questa Misia. E ora mi trovo ad aver letto un libro scritto da lei, che racconta la sua vita trascorsa tra alcuni dei personaggi più in vista del secolo scorso.

Alcuni nomi?

Picasso, Stravinsky, Proust, Cocteau, Mallarmé, Valery, Lautrec, Debussy, Ibsen, Apollinaire, Zola… Tutti personaggi che, agli inizi del Novecento, non erano ancora mostri sacri come oggi.

L’autobiografia dunque si rende interessante come ritratto di un’epoca, ma Misia, come essere umano, non mi ha colpita molto favorevolmente.

Sembra sempre preoccuparsi di mostrare quanto lei fosse amica di questo e di quello, ma in realtà le sue descrizioni – con alcune eccezioni – sono tutte piuttosto superficiali; ricorre molto al pettegolezzo, ai discorsi che si facevano in società sui debiti di uno e sui tradimenti dell’altro.

Misia dice di essere un essere nato per vivere tra gli artisti, ma non riesce a descriversi e a descrivere come un’artista: siamo su un altro mondo rispetto alle vivide immagine che ci ha lasciato Canetti dell’Europa del suo tempo e dei personaggi che ha incontrato nella sua gioventù.

Mi dà l’impressione che il suo interesse per gli artisti sia più mondano ed emotivo, e non guidato da un genuino amore per l’arte in sé. O, forse, le manca solo il talento letterario per esprimerlo e farcelo percepire, questo amore.

E poi, colpa mia, mi innervosisco quando sento gente ricchissima che si lamenta della noia e dell’infelicità, atteggiandosi a romantica con fare problematico, quando alle spalle ha cassetti pieni di gioielli, castelli, barche, automobili e conti in banca.

Misia non era un’intellettuale e, se si esclude la prima gioventù, non era neanche una gran lettrice:

(…) mi piace moltissimo stare ad ascoltare cose estremamente intelligenti che non capisco bene, è una delle mie debolezze.

Inoltre, certi aspetti superficiali non glieli perdono, mi fa male agli occhi leggere certe frasi, come quando sopravvaluta la bellezza fisica:

Questa virtù, secondo me, è tanto essenziale per una donna che non ho mai potuto avere un’amica brutta.

Oppure quando si lamenta che il suo primo marito si dia troppo da fare per ideali di promozione sociale aiutando le classi più disagiate. Lo lascia fare, ma non capisce la spinta che lo muove, ne parla come di un ragazzone che cerca un hobby.

Le autobiografie non sono tutte sincere.

Questa l’ho trovata molto poco sincera, ecco.

 

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