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Becoming (@MichelleObama)

Donna, nera, povera. Almeno all’inizio della sua vita. Adesso povera non lo è più, ma questo è successo per due motivi: si è data da fare con lo studio e il lavoro, ed è stata appoggiata da familiari, amici ed istituzioni.

Secondo me, comunque, se non si fosse distinta per la sua buona volontà a scuola, non avrebbe potuto usufruire di aiuti speciali alle categorie disagiate, dunque l’istruzione, in questa storia di successo, fa da padrona (come in molte altre).

E’ partita da una scuola pubblica, in un sobborgo povero di Chicago, ma è sempre stata spronata a fare di più, e questa ricerca del “meglio” le è rimasta attaccata addosso, tanto che è stato difficile liberarsi della voglia di primeggiare ed essere accettata da chiunque (impossibile).

E’ prima arrivata alla Law School di Harvard ed è poi approdata in un ufficio di avvocati di alto livello con uno stipendio da favola e una vista mozzafiato, ma ci ha messo un po’ a capire che quel lavoro non faceva per lei.

Si occupava di brevetti e antitrust, mentre voleva lasciare il segno, aiutare la gente, parlare con le persone; così ha trovato il coraggio di mollare lavoro (e stipendio!) e di dedicarsi a delle aziende no profit.

Quando ha incontrato Obama, la sua prima impressione non è stata eccezionale; lui fumava e aveva un carattere molto diverso dal suo: lei sempre in prima linea ai party e agli aperitivi, lui più schivo, un ragazzo che non disdegnava di passare un sabato sera a leggere biografie e filosofia; lei sempre preoccupata di quello che pensavano gli altri, lui più ottimista.

Quando lui ha deciso di buttarsi in politica, lei era contraria: non le piaceva l’ambiente, e sapeva che questa attività avrebbe sottratto al marito molto tempo da dedicare alla famiglia. Eppure, una volta nel vortice, anche lei si è lasciata risucchiare, non poteva restare ai margini della vita politica se il marito era un senatore, prima, e un presidente, poi.

Il libro è molto interessante nella parte in cui parla della loro vita alla Casa Bianca e di come certe regole di sicurezza e di galateo abbiano sconvolto la vita della famiglia.

Le figlie non potevano andare al compleanno di un compagno di scuola prima che gli agenti dei servizi segreti avessero controllato la casa del festeggiato e la storia personale dei partecipanti alla festa (imbarazzante).

Michelle non poteva sedersi sul balcone a bere il caffè guardando il giardino se prima non avvisava le guardie, che dovevano sgomberare le strade su cui si affacciava la terrazza (frustrante).

Ogni loro uscita comportava il blocco del traffico di una parte della città, e per otto anni, né lei né suo marito hanno avuto bisogno di ricordarsi dove avevano messo le chiavi dell’auto e se avevano chiuso la porta di casa.

Il libro racconta sia l’aspetto pubblico che quello più privato e femminile: dalla paura di essere giudicata per ogni paio di scarpe sbagliato, alla necessità di combinare i bisogni pubblici con quelli privati.

Ad esempio, Michelle si è trovata ad affrontare la preoccupazione del peso della figlia più piccola, mentre il marito era senatore: sembra che la curva dell’indice di massa corporea avesse iniziato a salire, colpa probabilmente della scarsità di tempo da dedicare alla cucina e alla sovrabbondanza di fast-food e bibite gasate che afferrava mentre correva da un posto all’altro.

E da qui, la sua campagna contro l’obesità infantile e l’industria alimentare, che è stata una costante negli otto anni da first lady.

Per quanto possa essere celebrativa un’autobiografia del genere (molto è stato detto, ma cosa è stato taciuto?), a me è piaciuta.

Le lezioni che se ne traggono sono due: per “farcela”, sono due i fattori: lo studio e le relazioni con le persone.

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