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Alice in Cina – Pat Barr

Romanzo difficile da definirsi.

Forse gli elementi preponderanti sono l’avventura e la storia cinese di fine Ottocento, ma Pat Barr se la cava molto bene nella definizione psicologica dei personaggi.

E’ la storia di Alice, figlia di un missionario inglese in Cina, che, dopo l’assassinio del padre, viene rapita assieme al fratellino Frank, e portata nell’interno.

L’arrivo nella grande casa di Lung-Kuang è scioccante, perché i bambini sono considerati barbari, quasi esseri subumani. Ci vorrà del tempo perché instaurino die rapporti, sebbene sempre restando nella categoria dei servi.

Frank diventa stalliere e Alice concubina del quarantenne Lung-Kuang.

Lei ha 15 anni.

Ma Lung-Kuang non è il barbaro che gli stranieri credono, e alla fine Alice ci prende gusto. Lu-Kuang è un uomo raffinato e gentile, anche se per lui Alice è solo una concubina.

I problemi veri e propri nascono quando lei rimane incinta e il suo signore è via per affari. E’ costretta a scappare e, dopo alcune avventure, ritrova la sua famiglia.

Ebbene, il rientro è duro, perché nessuno capisce, come lei, che gli indigeni hanno la loro cultura e i loro principi. Alice si ritrova spesso a dover difendere i cinesi davanti alla propria madre, al proprio zio e al proprio fratello maggiore.

Non vi racconto tutte le vicissitudini di questa ragazza, ma il libro meriterebbe di essere più conosciuto.

L’aspetto psicologico di Alice non è secondario: lei vorrebbe fare, ma i suoi cercano sempre di azzittirla e di tenerla fuori dagli affari. Le frasi che riportano il suo stato d’animo non abbondano, ma sono sufficienti a farci capire la sua frustrazione.

Insomma, è vero che i cinesi la consideravano poco più di un animale intelligente, ma gli inglesi e gli americani la considerano quasi come un elemento decorativo. Guai a interessarsi della fasciatura dei piedi delle bambine cinesi, guai a guardare i libri contabili, guai a uscire da sola, guai (all’ennesima potenza) a innamorarsi di un cinese!

Pat Barr è una buona conoscitrice della realtà cinese e gli ambienti sono descritti come se li avesse visti di persona.

Sarà difficile che riusciate a trovare questo romanzo ancora in giro, ma se vi va di fare un po’ di fatica, ne varrà la pena.

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Figlia del fiume, Hong Ying

Questa è l’autobiografia di una scrittrice e poetessa cinese, Hong Ying, nata sulle rive del fiume Yangtse nel 1962, proprio alla fine dei tre anni del “Grande Balzo”.

Il Grande Balzo, nella mente di Mao Zedong, doveva prendere la forma di un enorme progresso tecnologico che avrebbe portato la Cina al passo con gli altri paesi occidentali. Solo che si concluse con un fiasco: lo spostamento di fondi e manodopera dall’agricoltura all’industria fu una delle cause di una carestia senza pari. La gente moriva letteralmente di fame.

Hong Ying nasce in questo periodo. Il padre è un battelliere che ha problemi alla vista e ben presto resta cieco, perdendo il lavoro. La madre si arrangia come può per dar da mangiare ai sei figli. Hong Ying è la Numero Sei, e questo è il suo nome in famiglia.

Ma oltre alla fame, la futura scrittrice deve affrontare anche l’ostilità della famiglia, di cui non riesce a individuare le ragioni. Oltre al disprezzo delle sorelle e alla freddezza della madre, si trova davanti anche la derisione continua dei vicini di casa.

E’ come se tutti tranne lei conoscessero un segreto che le sta scritto in fronte.

A ciò si aggiunge che, da anni, un uomo la segue. Nell’ombra, senza rivelarsi né molestarla.

Posso fare un po’ di spoiler, tanto è difficile che riusciate ancora a trovare questo libro in giro;-)

Bè, l’uomo che la segue in realtà è suo padre. Lui e sua madre l’hanno concepita quando il marito di lei era all’ospedale, e lei non sapeva da che parte girarsi per mettere qualcosa in pancia ai figli.

E’ lo scandalo.

Nella Cina comunista il moralismo in materia sessuale non ha niente da invidiare ai più retrogradi ambienti cattolici. Ma il marito, una volta tornato dall’ospedale, decide che la moglie deve tenere il bambino.

Per evitare ulteriori conseguenze in famiglia, è costretto a denunciare l’amante della moglie. Al processo, questi viene giudicato colpevole di stupro (anche se tutti sanno che il rapporto era stato consenziente), condannato a non rivedere il figlio (la figlia) fino al compimento della sua maggiore età e a passare una somma mensile alla madre per il mantenimento.

Sembra un romanzo, vero?

E invece è vita vissuta.

Di questa autobiografia mi resterà in mente, al di là delle descrizioni della miseria e dei tentativi assurdi per trovare cibo, la mancanza di sentimenti positivi. Non c’è amore nella vita di Hong Ying, né da parte dei suoi, né da parte dell’insegnante di storia, col quale avrà una breve relazione (e che finirà per suicidarsi, così, tanto per mantenere allegra l’atmosfera).

Forse l’unico a cui la sua vita interessa è il suo vero padre, ma lei non gli permette di stringere un vero rapporto padre-figlia.

Il libro l’ho trovato in tedesco, dunque non ho potuto apprezzarne a pieno lo stile, tuttavia, da quel poco che ho captato, la Hong ha una scrittura asciutta ma densa, attenta ai particolari psicologici.

Se vi piace la Cina, vale la pena fare un po’ di fatica per cercare il libro in qualche negozietto di remainders.

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L’arminuta, Donatella di Pietrantonio @einaudieditore

Una tredicenne si trova davanti a una porta sconosciuta: dietro c’è una famiglia che non ha mai visto, la sua, i suoi veri genitori e i suoi veri fratelli e sorelle. Scopre così di aver vissuto tutti quegli anni con una lontana parente che non poteva aver figli, in una casa accogliente, in una bella scuola, in un’altra parte del paese dove frequentava la piscina e il corso di nuoto.

Nella sua nuova famiglia, invece, anche se i legami di sangue sono più stretti, si trova subito male: sono poveri, grezzi, sporchi. Per fortuna c’è Adriana, la sorella di pochi anni più giovani, con la quale instaurerà un rapporto profondo e diverso da ogni altro rapporto intessuto fino a quel momento.

Ma perché la sua madre adottiva l’ha ri-abbandonata nelle mani della madre vera?

Entriamo in un mondo di analfabetismo emotivo, di sottomissione e insicurezza, dove a mancare non è solo il cibo sulla tavola.

Ma al di là della crudezza dei rapporti, ci sono scene che ti scaldano come una fetta di pane appena uscita dal forno. Ad esempio, la scena in cui muore la vecchia Carmela, o le varie scene in cui Adriana dimostra il suo attaccamento alla sorella.

Vincitore del premio Campiello 2017.

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Non lasciarmi – Kazuo Ishiguro @repubblica

Inghilterra, tardi anni Novanta.

Ma non sono gli anni Novanta veri: ci troviamo in una distopia, nel racconto di una realtà alternativa.

A parlare è Kathy, che è assistente dei donatori. Donatori di cosa? Perché hanno bisogno di assistenza? Il mondo di questo libro è cupo, senza speranza, ma Kathy e i suoi amici lo capiscono solo una volta cresciuti.

E’ lei a raccontarci la loro infanzia alla scuola di Hailsham: un’infanzia protetta, ma isolata dal mondo esterno, perché gli studenti sono “speciali”, sono nati con uno scopo specifico. Non hanno genitori, non hanno cognome, e si parla del loro destino solo in termini fumosi.

I ricordi di Kathy non sono niente di speciale, ma acquistano unicità in forza del futuro che si prospetta alle porte. Per lei sono importanti, le danno delle radici, ma per altri, per Ruth, ad esempio, sono anche fonte di una nostalgia troppo forte, tanto che a volte finge di aver dimenticato molti piccoli accadimenti.

Di fronte al destino che aspetta tutti questi giovani, l’aspetto che mi ha colpito di più è la loro rassegnazione. Non ci sono segni di ribellione: accettano di diventare donatori, e solo alcuni scelgono la strada dell’assistenza (che comunque sfocerà nella donazione).

Ci sono pettegolezzi, chiacchiere: a volte qualcuno parla di possibilità di rinvii, con l’arte, con l’amore, ma non c’è niente di vero. Il “completamento del ciclo”, come viene chiamata la morte, è ciò che li aspetta.

Non ci si può fare nulla…

Per questo il romanzo è una grande metafora. E se è vero che niente, né l’arte né l’amore né il sesso possono posticipare il completamento del ciclo, è anche vero che l’infanzia e la gioventù di Kathy sono state piacevoli e meritavano di essere vissute.

Non è un libro che arriverà nella top ten dei miei preferiti (atmosfere e sentimenti troppo rarefatti, molto giapponesi, per intenderci), però merita di essere letto.

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Certi libri… son poco recensiti

WHY SOME BOOKS GET FEW REVIEWS (English version: below)

Se non se ne parla, non esiste. Chi lo diceva?

Non mi ricordo. Certo è che la frase è tanto più vera nella nostra quotidianità infarcita di social e smartphone. Sento però un obbligo morale di aggiungermi alle poche recensioni che ci sono in giro (oggi, non al momento della pubblicazione) per la quadrilogia “Giuseppe e i suoi fratelli” di Thomas Mann.

La storia la conoscete perché è scritta nella Bibbia. Ma è proprio quando una storia è conosciuta, e raccontata e riraccontata, che, a forza di sentirla, perde forza, perde l’energia che l’aveva ispirata quando è stata elaborata la prima volta.

Per un libro, il fatto di basarsi su una storia biblica ne riduce l’attrazione. Oggi impera il laicismo, l’indipendenza intellettuale: l’immagine della religione è legata a oscurantismo, pecore e pecoroni.

In un certo senso sì. Però il rifiuto in blocco di una corrente di pensiero è sintomo di scarsa indipendenza intellettuale.

E l’opera di Thomas Mann (così come quella di Carrère e di altri narratori che si sono cimentati con i miti) diventa doppiamente valente: perché riscopre i moventi psicologici che hanno dato il via alle storie.

E, credetemi, i moventi umani sono sempre gli stessi.

Sempre.

Certo, il libro risente degli anni in cui è stato scritto: la gente di oggi non parla come Ruben, Beniamino, Giacobbe e Giuseppe. Però si comporta allo stesso modo: soprattutto, ho ritrovato in queste pagine le stesse sottigliezze linguistiche che ognuno di noi adopera per giustificare i propri atti, anche se la coscienza ci dice che non erano proprio… morali!

A nessuno piace ammettere di essere vanitoso o geloso o invidioso. E allora ci giustifichiamo.

E così fanno Giuseppe e i suoi fratelli.

Tranquilli: la prossima volta che ci comporteremo da vanitosi, gelosi, invidiosi, non ci ricorderemo del libro di Thomas Mann, né cambieremo atteggiamento per il solo fatto di averlo letto.

Saremo troppo impegnati a giustificarci.


I you do not talk about it, it does not exhist.

This is even truer in our world full of smartphone and fanpages, therefore I want to add my humble review to the few ones I found in internet about Thomas Mann’s “Joseph and his brothers” (please note that you find few reviews today, but when the book was published: Mann’s books Always were bestsellers).

You know the story, because it is a biblical one. But the fact that you hear the same story more and more, it means that the story looses strenght, it looses the energy that it showed when it was released the first time).

Nowadays a big slice of population prefers to stay away from religion: the word calls for oscurantism, sheeps and intellectual restriction.

Actually, on the contrary, if someone refuses a thinking method, this is sign of a restricted… brain!

And this is why we must be grateful to Thomas Mann (but also to Carrère and other Writers who has worked on biblical themes): because he showed us the psychological reasons of those ancient acts.

And, believe me: men act Always in the same ways. With the same purposes.

Always.

Of course: today people do not talk like Joseph and his brothers. But inner motives are the ones that move us today.

Justification, for instance. Joseph justifies himself because he make the spy with his father, and his brothers justify themself because they hate him.

Be careful: next time that you will justify yourself for something immoral, for being envious, jealous, or mean, you will not remember this novel. Because you will be too busy in justifying yourself.

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Nemico senza volto, Charlotte Link

(Deutsche Version: unten)

Nathan e Livia Moor fanno naufragio nei pressi dell’isola di Skye. Vengono salvati per miracolo, ma non hanno più nulla al mondo, perché avevano investito tutto nella barca colata a picco. Livia è completamente sotto shock e viene ricoverata in un ospedale.

I due sono aiutati da Virginia Quentin e suo marito Frederic, che si trovano in vacanza da quelle parti. Solo che Nathan li segue anche quando i due tornano a casa, nel Norfolk.

Ovvio: non ha più un soldo, ha bisogno di tutto. Però mentre Frederic è a Londra per la sua campagna elettorale, sua moglie si innamora di Nathan. I due amanti trascorrono due giorni nella casa delle vacanze e Virginia affida la figlia Kim alla vicina di casa (mah…). Peccato che la figlia scompaia.

Due volte. La prima volta scoprono che si era nascosta in una casa su un albero dove giocava da piccola. La seconda volta non la trovano più. E c’è un maniaco pedofilo in giro che ha già ucciso due bambine.

Non faccio spoiler, ma vi dico che se non fosse stato per il mio bisogno di esercitare il tedesco non avrei finito il libro.

Innanzitutto, ci sono troppe riflessioni. I personaggi pensano, pensano, rimuginano su quello che hanno fatto, su quello che potrebbe accadere, su quello che avrebbero potuto fare… Alla fine, tutti questi pensieri non portano da nessuna parte.

In secondo luogo, il comportamento di Virginia Quentin non è verosimile. Quando se ne va sull’isola di Skye con l’amante, quasi non si pone il problema della figlia, che il lunedì ricomincia la scuola. Se ne ricorda dopo due giorni. Quando torna e scopre che la figlia è scomparsa, va nel panico: la ritrovano, bene, non è successo niente. Ma lei che fa? Invece di attaccarsi stretta stretta figlia, la riconsegna nelle mani dei vicini perché deve andare a prendere il marito alla stazione e parlargli…?

Questa bambina è abbandonata due volte dalla madre, una volta dal padre (che se ne va alle sue cene elettorali dopo che la moglie gli ha messo le corna), una volta da entrambi i genitori (che devono andare a una festa a Londra e non vogliono portarsi dietro la figlia). Anche quando la bambina c’è, è come se non ci fosse. La madre se ne dà poco conto.

Però, poi, quando Kim scompare, vanno fuori di testa. Ma datela in adozione, che fate prima!!

Una madre non si comporta così. Non mi comporterei io, così. E io, notoriamente, non sono per niente una mamma apprensiva.

L’autrice cerca di giustificare questi comportamenti assurdi spiegando, piano piano, il passato di Virginia Quentin, i suoi sensi di colpa nei confronti dell’ex fidanzato e di un bambino morto per colpa sua; il bisogno di sentirsi libera e leggera come in gioventù; ma nonostante le tante pagine scritte per fondare certi atteggiamenti, leggendo mi mancava qualcosa: la verosimiglianza.

Lo definirei “Thriller psicologico”, però poco “thriller” e molto psicologico. E, che resti tra noi, non so se è più malata la psicologia del pedofilo o di Virginia Quentin. A volte, è solo questione di gradi.


DAS ECHO DER SCHULD, Charlotte Link (Goldmann Verlag)

Die deutschen Aussteiger Nathan und Livia Moor haben alles ihr Hab und Gut in einem Schiffbruch verloren. Livia muss in einem Hospital wegen des Schockes bleiben, aber ihr Mann verliebt sich in Virginia Quentin, die Frau, die ihnen hilft. Virginia war auf Urlaub mit Ihrem Mann Frederick und ihrer Tochter Kim auf die Insel Skye.

Spaetestens folgt Nathan Virginia auch wenn sie Zuhause in Norfolk zurueckkommt. Sie werden Liebhaber. Sie verbringen zwei Tagen in dem Urlaubshaus in der Insel Skye, und Kim verschwindet.

Zweimal.

Das erste Mal, hatte Kim sich in einem Baumhaus versteckt, wo sie als kleines Kind spielte, so passierte nichts, nut eine toedliche Angst.

Voraussichtlich aber nicht so toedlich, wenn die Mutter ihr Kind nochmal verlaesst. Und das zweite Mal kann niemand das Maedchen finden.

Und in der Naeh gaben es schon zwei Maedchen tot gefunden worden.

Das Kind wird im Laufe des Buches mehrmals hier und dort verlassen… das ist ganz unglaublich. Ich bin nicht die aengstlichste Mutter in der Welt, doch haette ich nie so gemacht!

Das ist das erste Defekt vom Buch, und, meinetwegen, ziemlich gross.

Zweitens, und das ist nur entnervig, gibt es zu viele Denkens. Man denkt, was man gemacht hat. Man ueberlegt, was zu tun ist. Man fragt, was man getan hat und was wuerde es geschen, wenn man etwas anders tun wuerde… es ist als ob, die Schriftstellerin, die Blaetter nur einfuellen wollte.

Krimi? Nein: zu viele Gedanken. Liebesgeschichte? Nein: hier spielt Liebe gar keine Rolle. Pshychologisches Roman? Vielleicht: aber wegen der pshychologischen Krankheit von Virginia Quentin, die so unglaublich wirkt; nicht wegen der Pshychologie vom Killer, der, am Ende, sogar ein bisschen banal war.

Luegen, Erpressung, Geheimnissen, schreckliche Geschehnissen: in diesem Buch ist es, alles zusammen genommen, ganz unwahrscheinlich.

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Le intermittenze della morte, José Saramago @feltrinellied

Non mi aspettavo di trovare un Saramago così ironico, dopo la lettura di Cecità, ma, si sa, i grandi sanno giocare con lo stile; e ho l’impressione che qui il premio Nobel si sia divertito un sacco.

TRAMA

La morte decide di non lavorare per un po’, solo per far capire agli uomini di un certo paese (che non viene mai nominato) quanto lei, in realtà, sia necessaria. Infatti quando nessuno muore più cominciano i problemi. Nella prima parte Saramago passa in rassegna una serie di istituzioni che vanno letteralmente nel pallone: la Chiesa, le case di riposo, le assicurazioni, le pompe funebri…

Ma il problema tocca subito il privato, le famiglie in cui ci sono dei malati che non muoiono, indipendentemente dalle condizioni in cui si trovano. Perché nel paese si continua a invecchiare, con tutti gli svantaggi del caso. Per “aiutare” un po’, ci si mette anche la mafia (“maphia”, col ph), che si incarica, dietro compenso, di trasferire i malati terminali al di là dei confini per rendere possibile il trapasso, con conseguenze internazionali che mettono in pericolo anche i rapporti coi paesi confinanti.

Ad un certo punto, dopo aver dato questa dimostrazione, la morte ricomincia a operare, ma decide di farlo mandando delle lettere di avviso, in modo da dare una settimana ai predestinati per sistemare le proprie cose.

Sembra che tutto sia ristabilito, con le dovute modifiche della procedura, quando la morte si accorge che un tipo, un violoncellista, non muore.

Un romanzo dissacratore, che si prende gioco della Chiesa, del re, della filosofia, del lettore e di tutte le velleità umane; ma che si prende il gioco anche delle morte: insomma, non si salva nessuno, tranne il violoncellista (o quello che lui rappresenta).

Prendete fiato (perché di punti e di paragrafi ce ne sono pochi), dateci una letta e ditemi cosa ne pensate. A causa della mia idiosincrasia verso l’ironia, ho preferito Cecità, però devo ammettere che Saramago è stato bravissimo a rendere la tragicità delle conseguenze di un evento assurdo: e il rovesciamento della prospettiva è sempre un indice di genialità.

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