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Un battito d’ali (Sveva Casati Modignani)

Partiamo dalla copertina dell’edizione Mondadori: la farfalla è quella che sbatte le ali e che richiama il titolo. Ed è quella che ha dato il là alla scrittrice per raccontarci la sua storia.

Era in giardino, stava pulendo le erbacce e all’improvviso ha sentito il profumo di suo padre, morto da trent’anni. Poi una farfalla si è appoggiata sul suo braccio.

Ecco come è nato il desiderio di raccontare al padre che non c’è più la propria vita lavorativa prima di diventare scrittrice; non si parla della sua vita privata qui: viene nominato un fidanzato, ma non si dice chi è, come lo ha conosciuto, se è quello che ha sposato…

Bice Cairati non ha finito l’università; non c’erano soldi, e suo fratello aveva la precedenza, perché una donna non sa cosa farsene di una laurea, visto che dopo il matrimonio l’attacca al muro. Così, soprattutto per insistenza di sua madre, ha iniziato a lavorare in un ufficio.

Ingenua al limite della stupidità, ci racconta un paio di aneddoti simpatici.

Come quando dice a un cliente al telefono che il suo capo è nel pensatoio (è una stanza dove il capo va a dormire), o quando scrive la sua prima lettera commerciale (“non ci conosciamo, mi chiamo Bice Cairati, sono la nuova segretaria del tal dei tali…”).

O quando, peggio, parla, a una cena col proprietario di un’azienda cliente, dell”argent de poche” (= bustarella) che consegnano regolarmente al suo direttore degli acquisti.

Ma questo lavoro non le piace. L’insoddisfazione cronica la porta a dare le dimissioni e ad andare a lavorare come segretaria in una famosa galleria d’arte di Milano, finché anche questo ambiente le rivela la pochezza di certi personaggi ricchi e famosi e la fa scappare.

Inizia a lavorare per un giornale ma è un ambiente iper-maschilista e la mandano sempre e solo a seguire i personaggi più glamour (attrici, cantanti, soubrettes), così si stanca e va in un altro giornale.

Quando alla fine inizia a scrivere la storia di alcuni componenti della famiglia, ha alle spalle una buona gavetta giornalistica e questo la aiuterà molto.

E’ sempre interessante leggere l’esperienza di persone che si son date da fare. Certo, non aspettatevi da questo libro l’approfondimento psicologico di un Bellow o di un Roth, ma è un’autobiografia che si legge in un pomeriggio, uno sforzetto si può fare.

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Diario 1934-1939 (Anais Nin)

Questo volume del diario è un estratto degli innumerevoli quaderni che la Nin scriveva (e che poi conservava in una cassetta di sicurezza in banca). Sono stati “censurati” dalla famiglia in varie parti, ma anche così sono un documento ben nutrito.

In questi anni, Anais Nin, che è sempre stata succube dei suoi amici, comincia a diventare insofferente. I suoi amici sono scrittori, scultori e artisti in generale, più una serie di persone dal ruolo sociale non meglio definito ma che non possiamo che definire… interessanti.

All’inizio di questo diario, Anais Nin fa la psicoterapeuta a New York, da brava allieva di Otto Rank. E resto interdetta dalla facilità con cui si poteva iniziare una professione del genere all’epoca (lei non aveva titoli ufficiali), in confronto ad oggi.

Questo lavoro tuttavia la sfianca: è troppo sensibile e si fa carico emotivamente di tutti i suoi pazienti. Così torna in Francia a fare la scrittrice.

Continua la sua amicizia con Henry Miller, l’autore de “Il tropico del cancro”, ma Nin lo vede in modo meno favoleggiante. Pur riconoscendone il valore artistico, ne descrive spesso le piccolezze e le meschinerie.

Spesso la Nin è sul lastrico: deve impegnare vestiti e gioielli pur di aiutare i suoi amici e la causa spagnola (siamo negli anni della guerra).

Io non avrei avuto la sua pazienza. Ci sono personaggi che la sfruttano, che danno di matto, che non sono affidabili… lei se ne accorge ma non se la sente di lasciarli soli.

La scrittura del diario è una scrittura senza punti esclamativi, molto riflessiva, piena di descrizioni degli amici e dei conoscenti, pronta a cogliere le minime sfumature dei caratteri.

Dimostra un vero interesse personale nell’essere umano: credo che se non avesse investito le sue energie nella scrittura, avrebbe potuto fare la missionaria.

Più che un documento storico, il diario è il documento personale di una donna sensibilissima.

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Dove troverete un altro padre come il mio – Rossana Campo

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Un libro autobiografico in cui la Campo racconta del travagliato rapporto col padre Renato, alcolizzato, irresponsabile, incapace di tenersi un lavoro, a volte violento.

Nonostante tutti i suoi difetti, la scrittrice si accorge di quanti lati del suo carattere derivino da quest’uomo insofferente alle regole e all’uniformità, orgoglioso, vivace e festaiolo; e si accorge di quanto sia difficile riconoscere che il padre avesse due facce ben distinte: da un lato l’alcolista che non riesce a smettere e che picchia la madre, dall’altro il padre che gioca con lei, che prende le sue parti contro chi può farle del male (non importa se sul piano fisico o morale), che è innamorato di sua moglie:

La persona che aveva preso a perseguitarci era la stessa che mi aveva fatto ridere, che mi diceva di non preoccuparmi, di fottermene degli stronzi.

Molte righe di questo libro si sono meritate una sottolineatura da parte mia:

(…) mi stanno sul culo gli obblighi sociali, le formalità, i sorrisi di circostanza, tutto quello che è fasullo, artificiale, leccato, mi stanno sul culo i normali, i precisini, i cacacazzi. Li patisco. E quello che ho dentro, lo tiro fuori solo quando scrivo.

La Campo si pone un dubbio: si chiede se avrebbe scritto, se non avesse avuto un padre così. Forse sì, ma avresti scritto in modo diverso. Non avresti scelto i disgraziati come protagonisti, i matti, i vecchi, gli emarginati. Forse ognuno di questi personaggi è una faccia di te. Ognuno di noi ha una parte di questi disgraziati, dentro di sé, ma se non vivi certe esperienze, le facce restano coperte dall’educazione, dalla voglia di essere come gli altri.

Alla Campo dico Brava. Non per il libro, ma per l’affetto che, dopo tutto quello che le ha fatto, lei porta ancora a suo padre.

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