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Tre piani, Eshkol Nevo @NeriPozza

Non mi soffermerò molto sulle storie in sé, perché si possono leggerne i riassunti in ogni blog o sito che parli del libro. Vorrei solo sottolineare brevemente la bravura di Eshkol nel raccontare tre vicende, ambientandole nello stesso condominio, e legandole tra loro in modo lieve ma significativo.

Nel risvolto di copertina si legge che le tre storie rappresentano i tre piani freudiani della personalità umana, es, io e super-io.

Sarà… per me, però, risalta di più la scelta di far raccontare le storie direttamente dai personaggi in modo che i loro interlocutori siano sempre un po’ più lontani.

Mi spiego: nella prima parte, Arnon racconta la sua vicenda a un amico scrittore che non vede da tanto tempo, ma che ha là, davanti a lui, che può toccare, guardare negli occhi.

Al secondo piano, Hani racconta la sua vicenda a una vecchia amica, che però ora abita negli Stati Uniti e che non vede da molto tempo.

Infine, Dovra, la giudice del terzo piano, racconta la storia al marito defunto tramite la cassetta di una segreteria telefonica.

Tre interlocutori su tre diversi piani di lontananza.

Non è un caso.

Al primo piano, Arnon è succube della propria parte animale, c’è bisogno di qualcuno da toccare, di un rapporto fisico. Al secondo, Hani è già più evoluta, si fa molte domande sulla propria salute mentale, ma la sfera animale è già stata superata. Infine, al terzo piano Dvora è una persona che sa cos’è l’autocontrollo ma è anche quella che sente più degli altri la solitudine della sua situazione. E che si attiva per contrastarla. Il marito morto, già lontano, diventa superfluo del tutto alla fine:

Ma d’ora in poi non si tratta più della nostra strada, amore mio, fiore mio, mia sventura.

D’ora in poi è la mia strada.

Sono tre righe bellissime che concentrano autoconsapevolezza, responsabilità e amore.

Un bel libro. Oltre alle vicende in sé, è costellato di tante belle frasi che ti fanno capire come Nevo conosca la natura umana. Come questa, dove Hani racconta come non riesce a instaurare un rapporto di vera amicizia con le madri di altri bambini:

All’inizio stavo sempre ad aspettare il momento in cui da tante chiacchiere futili sarebbe emersa qualche verità. Per ora ci stiamo solo conoscendo, pensavo, i primi approcci, delicati. Fra poco una di noi si libererà dalla necessità di presentare la sua vita come perfetta e passeremo a una conversazione vera.

Col tempo ho capito: non succede mai. Resta sempre così. Un viaggio in nessun posto.

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Ritorno dall’India – Abraham B. Yehoshua

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Consiglierei la lettura di questo romanzo? Non posso rispondere con un sì secco.

La storia si svolge in un paio di anni. Benji Rubin, un giovane chirurgo di neanche trent’anni parte per l’India con una coppia: lui è il direttore amministrativo dell’ospedale, lei un’avvocatessa. Entrambi sono attorno alla cinquantina e sovrappeso. Lo scopo del viaggio è andare a prendere la figlia dei due, che si è ammalata di epatite.

Il giovane si innamora, e neanche lui capisce come, di Dorit, la donna, che, pur legatissima al marito, ci sta. Poi il dottorino si sposa, perché Dorit ha detto che uno scapolo è… pericoloso (boh). Nasce una figlia. Ma la mogliettina è anche lei innamorata dell’India, e alla fine ci torna, con la bambina piccola. Ah, nel frattempo muore il marito di Dorit.

Benji e la moglie si mettono in testa che l’anima del marito di Dorit è trasmigrata nel corpo del giovane medico.

Come finisce? Che la madre di Benji all’improvviso parte, da sola, per l’India, e va a riprendersi la nipotina, perché è preoccupata che non sia il posto più salubre del mondo per una bambina così piccola. E nel frattempo, Dorit dice a Benji che non vuole un amante e che vuole imparare a vivere da sola.

La storia in sé mi lascia un po’ perplessa, nel senso che mi sto ancora chiedendo il senso profondo. Si parla di mistero? Di morte? Di ritorno in senso lato? Forse tutto ciò insieme.

La vicenda è narrata molto nei dettagli, sia quelli psicologici (cosa pensa Benji, che parla in prima persona) che ambientali. E molti capitoli hanno delle introduzioni visionarie in corsivo, ma non chiedetemi… che cavolo simbolizzano!

Però devo ammettere che questo scandagliare profondo nei pensieri di Benji Rubin mi ha davvero dato l’impressione di trovarmi nella testa di un’altra persona e di stare in Israele ed India per la durata della lettura. Per quanto creda di non aver raggiunto il cuore del romanzo, mi sento comunque arricchita, come quando fai una bella chiacchierata con qualcuno, una di quelle chiacchierate in cui ascolti e sei ascoltata, nessuno ti interrompe e ti pare di aver compreso una persona al di fuori di te.

 

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Borderlife – Dorit Rabinyan

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Questo libro, scritto da una scrittrice israeliana, è stata messo all’indice dal suo governo, che ne impedisce la lettura alle scuole superiori.

Ma complimenti, davvero. Esiste ancora la censura in un paese cosìddetto civile??

Motivazione? Qualcosa del tipo “mette a repentaglio il senso di identità ebraico”.

Ma per favore…!

Certo, in fondo è vero. Perché gran parte del senso di identità di un paese è costituito dall’esistenza di un nemico. E questo libro parla di una donna israeliana che si innamora di un palestinese.

Ora, lasciamo perdere il fatto che i due si incontrino a New York e che finiscano a letto dopo poche ore che si conoscono (mah, evidentemente negli Stati Uniti si fa così, però io queste cose le trovo sempre un po’ inverosimili). E non stiamo qui a disquisire sul fatto che la loro storia dura pochi mesi e che dunque si tratta di innamoramento e non amore vero e proprio (quello istituzionale, direi io, testato sulla quotidianità e sulla ripetitività una volta che l’ubriacatura dello Stato Nascente è passata): dopotutto, si tratta di un romanzo quasi rosa, e queste fisime me le pongo solo io! (A mia discolpa vorrei spiegare che l’ho comprato alla fiera del libro del mio paese: ci sono entrata alla ricerca di qualcosa di interessante, ma era piena quasi solo di libri per bambini e adolescenti: ormai ero entrata, non potevo uscire a mani vuote).

Il rapporto che nasce tra i due si porta dietro l’ombra delle due opposte nazionalità. Liat, la protagonista che parla in prima persona, fin dall’inizio è consapevole che la loro storia non potrà finire in un happy end: ammette subito che non ha il coraggio di presentare un palestinese alla sua famiglia israeliana, soprattutto con tutte le storie che ha sentito nel suo paese riguardo a palestinesi che sposavano israeliane e le costringevano a figliare e a sopportare botte e umiliazioni e cattività. Ecco, è questo l’aspetto che più trovo verosimile e degno di riflessione: la nostra capacità di fare qualcosa nonostante la consapevolezza che non stiamo andando da nessuna parte.

Ma ci metterei dentro anche la paura che abbiamo di mettere in piazza i nostri veri bisogni, perché stiamo sempre a chiederci cosa ne penseranno i nostri familiari e amici, perché abbiamo sempre paura di quello che penseranno di noi.

Non mi ritrovo ovviamente nella figura di questa Liat, perché non mi andrei mai a infognare in una storia del genere (chiamatelo cinismo, chiamatelo maturità, chiamatelo come volete), ma capisco benissimo questi due problemi: la consapevolezza che stai facendo qualcosa che non va da nessuna parte e la paura di quello che pensano gli altri. E quando leggo libri del genere, mi rendo conto che se dall’altra parte del mare c’è una che si è messa a tavolino per scrivere per mesi e mesi su questi argomenti, allora sono molto più simile al resto del genere umano di quello che voglio far sembrare.

Ma anche il resto del genere umano è più simile a me di quello che vuol farmi credere…

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