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Per me non esiste altro – Bernard Malamud @minimumfax

Ah, che belli questi librettini brevi ed intensi… Ogni riga di Malamud va letta e riletta e appuntata da qualche parte come promemoria perenne.

Malamud deve essere uno scrittore interessante, e non mancherò di leggere qualcosa di suo, ma complimenti anche a Francesco Longo che ha estrapolato queste perle di saggezza da tutta la produzione saggistica, dalle interviste e dalle lezioni di scrittura di Malamud, e le ha poi raggruppate in blocchi tematici:

  • La vocazione. Davanti al foglio bianco
  • Manuale di scrittura
  • Elogio dell’immaginazione
  • Moralità della scrittura
  • Contro i vizi
  • Il racconto e la poesia
  • Scrivere la propria vita
  • Scrivere l’ebraismo
  • Simboli, significati, letture

I consigli di Malamud sono da prendere come tutti gli altri consigli sulla scrittura: ognuno deve adattarli a sé. Per esempio, questo scrittore ammette di aver assolutamente bisogno di una scaletta prima di iniziare a scrivere e lo consiglia a tutti. Ma, solo per fare un esempio, Murakami inizia a scrivere senza scalette e poi vede come va…

Credo che questo libretto sia utile soprattutto per la dose di fiducia che ti dà; quando ad esempio ti dice “Mi dispero nel rileggere quasi tutte le prime stesure” oppure “occorre essere pazienti con quello che ci si aspetta che diventi una volta completata”, capisci che la fase del “ho scritto una ciofeca” la attraversano anche gli scrittori famosi!

Sono più di vent’anni che scrivo e certe volte, per una ragione o per l’altra, mi va così male che mi passa la voglia di continuare. Ma allora non faccio altro che riposarmi un po’ e poi passo a un altro racconto.

E poi mi piace molto la sua concezione della scrittura come mezzo per capire se stessi. Non si scrive per il mercato! Insomma, niente è obbligatorio per lo scrittore, tranne che scrivere bene, e se scrivi bene, anche se magari non diventerai miliardario, potrai mangiare con le parole.

Da leggere.

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Intervista all’autore Alec Nevala-Lee: scrivere e scrivere sul blog, ogni giorno

Scrivere o postare quotidianamente sul blog, richiede disciplina. Prendiamo ad esempio Alec Nevala-Lee, che pubblica 500 parole ogni giorno su una vasta gamma di argomenti, dall’arte letteraria alla cultura pop. (…)  

Nel tuo primo post di cinque anni fa, avevi scritto che il tuo blog si sarebbe concentrato sul processo della scrittura, sul romanzo, sull’arte e sulla cultura. E’ bello vedere che non ti sei spostato dal tuo programma iniziale. Questo tuo approccio al blog ha avuto successo? Come si è evoluto, e come sei evoluto tu, in questo periodo?

E’ divertente ammetterlo adesso, dopo che ho scritto post ogni
giorno per cinque anni, ma ho preso la decisione di focalizzarmi
sulla scrittura dieci minuti prima di pubblicare il mio primo posto.
Ho messo su il sito in quattro e quattr’otto per promuovere l’ultimo
romanzo che avevo pubblicato, The IconThief, e solo quando ero pronto per lanciarlo lessi una lista di suggerimenti, di cui uno in particolare suggeriva ai blogger
di concentrarsi su un argomento specifico. (…) Non credo che questo
blog sarebbe andato così bene – in termini di audience o di
freschezza del materiale – se non mi fossi attenuto a questa
regola. E’ inoltre sintomatico il fatto che il mio primo post non
menzionasse la creatività, che emerse invece come aspetto principale
del blog; questo perché il problema di trovare nuove idee è quello
con cui mi confronto giornalmente. (…)

Come scrittore, quali sono stati i vantaggi di tenere un blog?

Ad essere sincero, dal punto di vista strettamente commerciale, i
vantaggi sono stati piuttosto modesti. A occhio e croce, basandomi
solo sull’audience del mio blog, ho venduto forse alcune dozzine dei
miei romanzi, il che non è molto, considerando il tempo e lo sforzo
impiegati. Ma sotto un punto di vista meno tangibile, il payoff è
stato enorme. Pubblicare cinquecento parole al giorno mi ha costretto
a imparare tutta una serie di trucchetti e di conseguenza sono
diventato più efficiente in ogni altro aspetto della mia vita
lavorativa. (…) Su un livello più immediato, alcune opportunità di scrittura mi
arrivano quando un post attira l’attenzione di qualcuno, e tra i
commenti al blog ce ne sono alcuni di personaggi famosi. Mi sono
costruito una piccola comunità di lettori regolari i cui punti di
vista mi sono di grandissimo aiuto.

Scrivi fiction e nonfiction, passando per  fantascienza, l’arte, la cultura pop e molto di più. Hai una zona di comfort? O ti piacciono tutti i generi?

In un certo senso, il fatto che io lavori con una ampia gamma di
generi e formati è una conseguenza dell’incertezza di uno scrittore
freelance: per sopravvivere, devi essere pronto a prendere tutto
quello che ti arriva. Ma mi piace sia la fiction che la nonfiction,
così evito di esaurirmi su un unico filone. Piuttosto, scrivere
romanzi è quello che mi spinge più di tutto lontano dalla mia
comfort zone, anche se di fatto è quello che faccio per vivere. I
saggi e le recensioni in confronto sono facili, mentre la scrittura
di racconti si situa più o meno a metà tra questi due estremi.

Da blogger attivo: può succedere che la  scrittura del blog ti distragga dai tuo romanzi e dai tuoi progetti a  lungo termine?

Al momento, qualsiasi distrazione possa portarmi il blog è minima
in confronto ad altri fattori della mia vita – in particolare, in
confronto al fatto che ho una figlia di tre anni. Ma è un bene che
io sia diventato più disciplinato: quando ho iniziato, impiegavo due
ore o più su un post, mentre ora non ci metto più di un’ora, tra
l’abbozzo e la fase finale dell’articolo. (…)

Quali sono i post del blog che vanno meglio?

Mi piacerebbe saperlo! (…)  La risposta più corretta è che non lo so, a parte il fatto che i post tendono a venir letti di più se rispettano i temi dichiarati dal
blog.

Cosa o chi stai leggendo in questo momento? (…)

Sono un grande fan di The A.V. Club, in particolare del lavoro di Will Harris (…)
Molti nuovi users creano blog e siti su WordPress.com ogni giorno. Puoi dare un consiglio agli scrittori che vogliono usare i blog come piattaforma per promuovere i loro lavori?
Oltre ai soliti suggerimenti — che si possono riassumere in “sii
utile, sii visibile, sii attivo” — Ho imparato ch epuò essere
utile mantenere un format relativamente fisso, che minimizzi il
numero di decisioni che devi prendere ogni giorno. Se guardate il mio
blog, vedrete che l amaggior parte dei miei post segue una struttura
di base simile, che ho consolidato dopo circa un anno di esperienza:
un’immagine, due paragrafi, un’altra immagine e altri due paragrafi,
sempre più o meno della stessa lunghezza, quella necessaria per
approfondire a sufficienza l’argomento di cui voglio parlare: è
tutto abbastanza conciso per esser scritto, corretto e pubblicato nel
giro di un’ora (…)
Con così tante piattaforme tra cui scegliere, perché hai scelto WordPress.com?

All’inizio sono stato attirato da WordPress.com perché offriva
una piattaforma pulita, diretta e flessibile per il tipo di blog che
volevo creare, e questo vale ancora oggi. Quello che mi fa restare
qui, tuttavia, è la community. Negli anni ho acquisito un buon
numero di lettori e followers, e molti continuano ad arrivarmene ogni
giorno (…)
Nel tuo primo post di cinque anni fa, avevi scritto che il tuo blog si sarebbe concentrato sul processo della scrittura, sul romanzo, sull’arte e sulla cultura. E’ bello vedere che non ti sei spostato dal tuo programma iniziale. Questo tuo approccio al blog ha avuto successo? Come si è evoluto, e come sei evoluto tu, in questo periodo?

E’ divertente ammetterlo adesso, dopo che ho scritto post ogni giorno per cinque anni, ma ho preso la decisione di focalizzarmi sulla scrittura dieci minuti prima di pubblicare il mio primo posto. Ho messo su il sito in quattro e quattr’otto per promuovere l’ultimo romanzo che avevo pubblicato, The Icon Thief, e solo quando ero pronto per lanciarlo lessi una lista di suggerimenti, di cui uno in particolare suggeriva ai blogger di concentrarsi su un argomento specifico. (…) Non credo che questo blog sarebbe andato così bene – in termini di audience o di freschezza del materiale – se non mi fossi attenuto a questa regola.

E’ inoltre sintomatico il fatto che il mio primo post non menzionasse la creatività, che emerse invece come aspetto principale del blog; questo perché il problema di trovare nuove idee è quello con cui mi confronto giornalmente. (…)

Come scrittore, quali sono stati i vantaggi di tenere un blog?

Ad essere sincero, dal punto di vista strettamente commerciale, i vantaggi sono stati piuttosto modesti. A occhio e croce, basandomi solo sull’audience del mio blog, ho venduto forse alcune dozzine dei miei romanzi, il che non è molto, considerando il tempo e lo sforzo impiegati. Ma sotto un punto di vista meno tangibile, il payoff è stato enorme. Pubblicare cinquecento parole al giorno mi ha costretto a imparare tutta una serie di trucchetti e di conseguenza sono diventato più efficiente in ogni altro aspetto della mia vita lavorativa. (…)

Su un livello più immediato, alcune opportunità di scrittura mi arrivano quando un post attira l’attenzione di qualcuno, e tra i commenti al blog ce ne sono alcuni di personaggi famosi. Mi sono costruito una piccola comunità di lettori regolari i cui punti di vista mi sono di grandissimo aiuto.

Scrivi fiction e nonfiction, passando per fantascienza, l’arte, la cultura pop e molto di più. Hai una zona di comfort? O ti piacciono tutti i generi?

In un certo senso, il fatto che io lavori con una ampia gamma di generi e formati è una conseguenza dell’incertezza di uno scrittore freelance: per sopravvivere, devi essere pronto a prendere tutto quello che ti arriva. Ma mi piace sia la fiction che la nonfiction, così evito di esaurirmi su un unico filone. Piuttosto, scrivere romanzi è quello che mi spinge più di tutto lontano dalla mia comfort zone, anche se di fatto è quello che faccio per vivere. I saggi e le recensioni in confronto sono facili, mentre la scrittura di racconti si situa più o meno a metà tra questi due estremi.

Da blogger attivo: può succedere che la scrittura del blog ti distragga dai tuo romanzi e dai tuoi progetti a lungo termine?

Al momento, qualsiasi distrazione possa portarmi il blog è minima in confronto ad altri fattori della mia vita – in particolare, in confronto al fatto che ho una figlia di tre anni. Ma è un bene che io sia diventato più disciplinato: quando ho iniziato, impiegavo due ore o più su un post, mentre ora non ci metto più di un’ora, tra l’abbozzo e la fase finale dell’articolo. (…)
Quali sono i post del blog più letti?

Mi piacerebbe saperlo! (…) La risposta più corretta è che non lo so, a parte il fatto che i post tendono a venir letti di più se rispettano i temi dichiarati dal blog.

Cosa o chi stai leggendo in questo momento? (…)

Sono un grande fan di The A.V. Club, in particolare del lavoro di Will Harris (…)

Molti nuovi users creano blog e siti su WordPress.com ogni giorno. Puoi dare un consiglio agli scrittori che vogliono usare i blog come piattaforma per promuovere i loro lavori?

Oltre ai soliti suggerimenti — che si possono riassumere in “sii utile, sii visibile, sii attivo” — Ho imparato che può essere utile mantenere un format relativamente fisso, che minimizzi il numero di decisioni che devi prendere ogni giorno. Se guardate il mio blog, vedrete che la maggior parte dei miei post segue una struttura di base simile, che ho consolidato dopo circa un anno di esperienza: un’immagine, due paragrafi, un’altra immagine e altri due paragrafi, sempre più o meno della stessa lunghezza, quella necessaria per approfondire a sufficienza l’argomento di cui voglio parlare: è tutto abbastanza conciso per esser scritto, corretto e pubblicato nel giro di un’ora (…)

Con così tante piattaforme tra cui scegliere, perché hai scelto WordPress.com?

All’inizio sono stato attirato da WordPress.com perché offriva una piattaforma pulita, diretta e flessibile per il tipo di blog che volevo creare, e questo vale ancora oggi. Quello che mi fa restare qui, tuttavia, è la community. Negli anni ho acquisito un buon numero di lettori e followers, e molti continuano ad arrivarmene ogni giorno (…)

(Liberamente tradotto e adattato dalla sottoscritta, trovate l’articolo originale qui)

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Intervista alla scrittrice Jennifer McMahon

In Italia la conosciamo come l’autrice di “Sai tenere un segreto?” edito da Terre di Mezzo. Jennifer McMahon è cresciuta in Connecticut e ora vive nel Vermont con la sua famiglia.

Ecco alcuni consigli che lei offre a chi vuole scrivere un romanzo:

1) scrivi la storia che ti piacerebbe davvero leggere. Non scrivere una storia solo perché pensi che potrebbe essere un bestseller. Pensa ai romanzi che ami, quelli in cui ti perdi davvero. Se sono dei thriller, non cercare di scrivere un romanzo storico o di narrativa generica. Magari non abbandonarti al genere specifico che ami, ma richiama alla mente una certa voce, un certo tipo di storia o di personaggio. Scrivi quello che ami. Fammi un favore, proprio ora, subito: butta giù una lista delle tue ossessioni, le cose che ti fanno battere il cuore, che ti svegliano nella notte. Mettile sulla scrivania e lascia che ti guidino e che diano slancio alla tua scrittura giorno dopo giorno.

2) Inizia con il personaggio. Crealo pieno di difetti e che fa sì che sia credibile. Fallo vivere e respirare,  lasciagli la libertà di sorprenderti e di portare la storia verso direzioni inaspettate. Se non ti sorprende, stai sicuro che annoierà anche i tuoi lettori. Un esercizio che faccio quando sono in procinto di conoscere un nuovo personaggio, è di chiedergli i suoi segreti. Siediti con carta e penna e inizia con “non ho mai detto a nessuno che…” e parti da qui, scrivendo con la voce del tuo personaggio.

3) Il tuo personaggio deve risolvere un grosso problema. Deve affrontare una sfida, qualcosa che lo tormenti e lo spinta in avanti. Il cuore di ogni storia è il conflitto – sia interno che esterno. Creane uno buono e ricorda che questo problema darà forma al tuo personaggio facendolo cambiare per sempre.

4) Lascia che le cose accadano! Puoi avere il migliore personaggio del mondo e scrivere magnificamente ma se non succede niente, la storia implode. Nei miei libri mi assicuro che succeda qualcosa di importante per l’intreccio in ogni scena. E se c’è una scena in cui non c’è nulla che aiuti a fare andare avanti la storia in un modo importante, la taglio, non importa quanto bella sia. (…)

5) Credibilità. Ah, direte voi, ma a volte scrivi storie piene di fantasmi e fate, sono credibili, queste? Sì, se tu rendi credibile l’universo del romanzo. In “Sai tenere un segreto?” ho creato delle regole per un fantasma – delle cose che poteva e non poteva fare. Gli ho dato una storia passata e una ragione impellente per muoversi (…). Non mettere un nuovo personaggio nell’ultimo capitolo affinché risolva il problema del tuo protagonista: deve risolversi i problemi da solo, nel bene e nel male.

6) rimani fedele al romanzo. Sarai tentato di mollare migliaia di volte. Non farlo. Finisci la storia. Poi lavora ancora di più alla sua revisione. Fai del tuo meglio per metterla al mondo. Se agenti letterari e case editrici lo rifiutano (cosa che faranno di sicuro) continua a mandarlo in giro. Nel frattempo, scrivine un altro. E poi un altro. Credimi, migliorerai ogni volta. Non sei nel business della scrittura perché è facile. Mi ci sono voluti quattro romanzi, due agenti letterari e sette anni prima che il mio primo libro venisse pubblicato. (…)

7) E infine: ignora le regole (incluse le mie). Tutti ricevono consigli e teorie; tutti vogliono dirti cosa fare, catalogarti in un genere con le sue regole e convenzioni. Credo che il lavoro sia migliore quando ci lasciamo alle spalle tutto questo; quando l’unica cosa a cui restar fedeli è la scrittura.

Trovate l’intervista originale in inglese qui.

 

 

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A nostro agio in città – Percorsi di formazione per la cittadinanza attiva (AA.VV)

In questi giorni in cui qui a S. Stino di Livenza non si fa altro che discutere del centro di preghiera islamico con toni da grezzi politicanti dell’ultim’ora, mi è “capitato” in mano questo libretto di racconti incentrato sulla cittadinanza e sull’immigrazione.

La raccolta conclude un percorso di studio incentrato sul cambiamento della città europea contemporanea: in particolare, Padova. Gli autori delle storie non sono scrittori professionisti, ma cittadini, nativi o immigrati. Ovviamente, non si parla di cittadinanza nel senso nazionalistico, ma come insieme delle capacità e delle possibilità di usufruire di diritti per una vita “più facile” (Cappellin, 1999).

Il confronto tra questo modo di affrontare la discussione sull’immigrazione a Padova e il modo di discutere l’apertura del centro Islamico a S. Stino mi ha intristito.

Da un lato, un libretto che, per quanto scritto da profani, è il risultato di un impegno durato quasi un anno, di studio di testi e situazioni, di confronto e riflessione ragionata. Dall’altro, nel paese in cui vivo, post pieni di offese ed errori di ortografia lanciati nei social come se fossero versetti della Bibbia.

Mi direte: ebbè, il libretto è frutto di una collaborazione con il dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata dell’Università di Padova, non è mica il frutto di Facebook e sit-in improvvisati… Bah, sarà… ma credo che il supporto, cartaceo o virtuale, sia solo lo strumento con cui si sono espressi due tipi diversi di persone: quelle che si fanno le domande e cercano di rispondere (accettando la fatica necessaria per la ricerca), e quelle che hanno la verità in tasca. Non mi riferisco specificatamente ai contenuti (moschea sì, moschea no), mi riferisco ai modi di esprimere il dissenso: chi non ha argomenti, alza la voce (e a volte le mani).

Ma torniamo ai racconti. Mi è piaciuta l’idea di non indicarli col nome dell’autore, ma con pseudonimi: la ragione sta nel fatto che le storie non descrivono situazioni individuali, private, ma sono storie che possono riguardare tutti quelli che si trovano ad agire come cittadino, non importa che sia nativo o immigrato.

I racconti coprono un po’ tutte le vicende: dallo studente, all’immigrata scappata dal suo paese, a chi è stata costretta a sposarsi, a chi ha a che fare con la burocrazia, a chi ha paura di scendere alla stazione del treno e si interroga su questa paura e sulle strade di Padova.

Una storia difficilmente incarna una tesi. Una storia sceglie aneddoti, personaggi e luoghi e li fa interagire tra loro: ma l’interazione potrebbe svolgersi in mille direzioni diverse, e la scelta di una direzione al posto di un altra è proprio ciò che rende il racconto fonte di confronto. Non ci sono verità rivelate, qui, solo punti di vista. Civili.

Non serve poi molto per sentirsi a proprio agio nel luogo in cui si vive.

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Camminando nell’ombra, Doris Lessing

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My job in this world is to write.

Questa presa di coscienza mi ricorda tanto una frase dell’autobiografia della De Beauvoir, anche lei donna, scrittrice, impegnata in politica, presa da viaggi e uomini. Entrambe hanno sentito il bisogno di dirlo, qual è il loro lavoro, non tanto forse al mondo esterno, quanto per non perdersi tra tazzine da lavare, orari dei treni e spasimanti.

I parallelismi tra l’autobiografia della Lessing e quelle di altri scrittori non si fermano qui. Guardiamo ad esempio alla struttura del libro, suddiviso in capitoli che seguono i vari indirizzi in cui l’autrice ha abitato: come Paul Auster nel suo Diario d’inverno. E’ come se i traslochi, pur con tutti gli inconvenienti che provocano, tenessero in esercizio l’angolino del cervello adibito alla riesumazione dei ricordi e delle sensazioni: angolino essenziale nella quotidiana scrittura che ruota attorno a personaggi fatti di carne e sangue.

E poi, altro parallelismo: l’alcolismo. La Lessing non ne è diventata schiava come altri scrittori (cito solo Hemingway e John Cheever: gli americani sembrano non sentirsi abbastanza scrittori se non si ubriacano con una certe frequenza), ma la tendenza c’era, come sul fianco ripido di una collina, dove devi puntare i piedi per non andare giù di corsa.

Nel memoir Joseph Anton, Rushdie ci racconta un incontro con Doris Lessing e di come lei gli avesse esternato dei dubbi su quello che poi è diventato Walking in the shade: gli uomini, sempre gli uomini. Maschi, intendo. Lei era una bella donna, da giovane, le facevano la corte, ci provavano. Ma quanto di queste avventure o aspiranti tali era lecito riportare nell’autobiografia? Questo il dubbio della Lessing davanti a un perplesso Rushdie già alle prese con i casini della fatwa. Credo questa signora che ne abbia taciute parecchie, di storie, per rispetto ai vivi e ai discendenti; perché alla fine, tra le pagine, il non detto si intuisce.

Il libro trabocca di attivismo politico, di comunismo, di dubbi, di delusioni e speranze dopo la scoperta delle atrocità staliniane. Erano giovani che parlavano di mondi ideali. Belli questi giovani (ma anche se fossero stati più vecchi)… Non importa che non abbiano ottenuto ciò in cui speravano. L’idealismo è una componente della speranza: ci vuole!

Però, alla fine, la Lessing parla poco, in questo volume come nel primo, dell’atto della scrittura in sé.

Impossible to describe a writer’s life, for the real part of it cannot be written down.

Lo dice chiaro e tondo: come puoi scrivere della scrittura?

Ci ha provato: ha raccontato del suo bisogno di camminare, dormire e fumare mentre sta buttando giù una trama o sta revisionando un racconto, ma questi sono gesti al di là della scrittura vera e propria. Ha raccontato della sua idiosincrasia per le lunghe file di lettori in attesa di autografo, della passione che gli editori di allora nutrivano per la cultura in sè, della necessità di accudire il figlio e di togliere le briciole dalla tavola prima di mettersi a lavorare; ma neanche qui parla dell’atto dello scrivere vero e proprio.

E ciononostante, quando racconta la sua vita, respiriamo la sua arte, non fosse altro per la moltitudine di gente che incontra: gente che legge, scrive, riflette. Idee che si incontrano e scontrano. Non è vero che si impara a scrivere solo dai libri: per gli scrittori, l’entourage conta, conta molto.

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Serata di letture e musiche a Giai di Gruaro (VE)

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Non ci pensavo proprio a leggere in pubblico. Mi ero iscritta al corso per via della dizione, perché un po’ di sicurezza nell’esprimermi poteva farmi bene. E invece mi son ritrovata ieri sera a leggere davanti a una saletta piena di gente che osservava me e i miei intrepidi compagni. Anzi, peggio: quella era gente che non si limitava ad osservare: quelli ascoltavano!

In una stanza si erano riunite due attività ormai rare: la lettura e l’ascolto. Non era più una stanza, ma uno scrigno, impreziosito dall’intimità dignitosa di Villa Ronzani di Gruaro.

Il tema delle letture era il rapporto uomo-donna, nelle sue sfumature ironiche, romantiche, tragiche, passionali e poetiche. Abbiamo viaggiato tra tanghi e donne licantropo, dal Giardino dell’Eden all’era post-tecnologica; ci siamo destreggiati a scansare cucchiaiate di ragù e abbiamo sussultato nell’udire dei passi a lungo attesi, ma solo quando non eravamo impegnati ad innamorarci di prosperose quanto volubili cassiere… Il tutto con il sottofondo musicale della chitarra di Marco Pasian.

Quale agenzia di viaggi può offrire una tale gamma di esperienze nel giro di un’ora di orologio?

Ringraziamo la nostra insegnante Bianca Manzari, che ha infuso in questi mesi di corso non solo la sua conoscenza, ma anche la sua passione per la lettura ad alta voce.

E mi auguro che occasioni del genere si moltiplichino nei paesini dell’industrializzato Nordest, in modo da risvegliare in un sempre maggior numero di persone l’amore per le storie e i libri. Perché, poi, quando ci sono eventi del genere, la gente si muove. L’ho visto l’autunno scorso col primo mini festival letterario di S. Stino di Livenza.

C’è un diffuso bisogno di uscire dalla banalità di una partita doppia, dal grigiore delle tende da candeggiare, dalle nozioni coatte dei social, dalla monotonia delle vetrine dei centri commerciali.

L’Associazione Accordi ha ventilato l’ipotesi che questo primo corso di lettura ad alta voce sia lo spunto per la creazione di un gruppo permanente.

Chissà…

 
fuji0011-2

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Picasso era una merda.

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SCHIAVA DI PICASSO, di Osvaldo Guerrieri

Meravigliosa sorpresa, questo Osvaldo Guerrieri. Bellissimo libro; similitudini azzeccatissime e poetiche; ottimo approfondimento psicologico; personaggi interessanti al limite del pettegolezzo, ma descritti senza mai scendere di tono; ricostruzione storica che ti fa dimenticare che il lavello è là, a un metro da te, che aspetta di esser svuotato e ripulito.

Ma il lavello può farsene una ragione: se leggi questo libro, tu sei Parigi, nel 1936, a guardare come Dora Maar si fa umiliare da quello stronzo di Picasso.

Un gran romanzo biografico perché ti fa riflettere, più in generale, sui certi rapporti uomo-donna. Come può una Dora Maar, fotografa bellissima e intelligente, lasciarsi mettere i piedi in testa da un egocentrico patologico che si autogiustifica sfruttando la sua arte e la sua nazionalità? Uno che le dice: molla le tue stupide attività e vieni qui? Uno che ha la sfrontataggine di riunire in uno stesso albergo due amanti, una moglie, un figlio adulto e una figlia di pochi anni, e di pretendere che interagiscano tra di loro in tutta cordialità? Uno che si diverte a vedere due delle sue donne che si graffiano e si strappano i capelli per lui, e che le lascia fare, perché, dice, non si è mai divertito così tanto?

Picasso, sarai anche defunto, sarai anche stato un innovatore in arte, sarai anche stato miliardario, e uno dei tuoi quadri potrebbe comprare me con tutta la casa e la mia discendenza… ma eri una merda. Sei una merda, pure da morto.

Quando deve essere interessante un uomo perché una donna accetti di trasformarsi in ombra? Ci deve essere un limite alla cultura, alle bravure a letto, al denaro, al glamour!

Ehi, aspettate un attimo: perché parlo di donne? Nell’ambiente in cui lavoro quanti pseudo-artisti ci sono che si ritengono dispensati dalle comuni regole di buona educazione se il bollino che ti hanno attaccato in fronte dopo la prima occhiata non ti colloca tra i primi posti nella loro personalissima scala di valori?

Si ricade nella questione che da anni mi infesta la mente sulla valenza dell’arte. A cosa serve essere bravi artisti se non si è brave persone?

Per fortuna Dora Maar, alla fine, l’ha capito; anche se questo scatto di consapevolezza le è costato un bel po’…

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