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Invidia il prossimo tuo (John Niven)

Romanzo molto godibile.

Alan è un critico gastronomico famoso; sposato con una giornalista di ricchi natali, vive la vita invidiabile dell’alta borghesia, col giardiniere, la colf e la baby sitter; è iscritto a un club di lusso e si concede golf e vacanze ai tropici senza rimorsi.

Un giorno si imbatte in un barbone che lo saluta chiamandolo per nome e scopre che è il suo ex compagno di classe Craig: dopo un debutto fragoroso nel mondo della musica, Craig era uscito di scena e i due si erano persi di vista quasi trent’anni prima.

Alan è combattuto: da un lato inizia ad aiutare l’amico ospitandolo a casa sua ed informandosi da un avvocato circa i diritti che gli spettano per i dischi venduti; dall’altro, continua a provare verso di lui un’antica invidia per la sua scioltezza, il suo corpo ancora tonico, e, in generale, per la sua capacità di attirare la simpatia altrui.

Quando sono insieme, Alan e Craig tornano sedicenni: si ubriacano, ricominciano a parlare col vecchio accento scozzese, fanno le ore piccole.

Ma qualcosa va storto…

Mi fermo qui.

Romanzo ben costruito, sia dal punto di vista psicologico che della creazione dell’aspettativa, che poi viene premiata.

Interessante e ben dettagliato anche l’ambiente alto-borghese in cui Alan vive, senza dimenticare alcune scene comiche che sono piaciute pure a me (che di solito preferisco il drammatico).

Insomma: da leggere.

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Mildred Pierce (James M. Cain)

Siamo negli Stati Uniti durante la depressione. Mildred Pierce è una vedova bianca, una donna che deve occuparsi di due figlie da sola, perché ha buttato fuori di casa il marito che non lavora e ha un’amante.

La prima soluzione che le viene in mente è di sostituire il compagno con un altro uomo. Ha un’avventura con un ex collega del marito, ma si accorge che non è la strada giusta.

Decide allora di trovarsi un lavoro, ma l’unica cosa che sa fare è far torte e badare a una famiglia, dunque le offrono solo lavori da cameriera o da governante e lei è troppo orgogliosa per accettarli, la sola idea di indossare un grembiule la fa star male. Lo fa solo quando è agli sgoccioli coi soldi e la rata del mutuo della casa incombe.

Inizia dunque a lavorare come cameriera in un caffè e ben presto si accorge di cavarsela molto bene. Il guaio è che deve tener nascosto il suo lavoro alla figlia Veda di undici anni: è una ragazzina snob che disprezza i lavori umili e che ben presto scopre come la madre porta a casa i soldi.

Nel romanzo si affrontano queste due donne: entrambe sanno cosa fare per raggiungere i propri obiettivi, ma Veda lo farà a spese della madre, senza risparmiarle il suo disprezzo e senza alcuna riconoscenza per suoi gli sforzi che la donna compie per non farle mancare niente. E’ una ragazzina manipolatrice che si approfitta della madre, che stravede per lei, e che offende come una figlia non dovrebbe permettersi di fare.

Insomma, Veda è proprio una stronza, e ogni volta che tira fuori la sua natura, ti chiedi come fa Mildred a non buttarla fuori a calci. Viste le premesse, pensavo che Veda si sarebbe rovinata, e invece il romanzo ti sorprende…

Mildred è un bel personaggio: ha i suoi lati oscuri e non disdegna di infrangere alcune regole sociali pur di sollevarsi economicamente (se si deve andare a letto con uno, si fa…); quello che più mi ha sorpreso è che butta fuori di casa il marito pur amandolo, e che ha dei sentimenti molto diversi nei confronti delle due figlie (quasi al limite dello shock, per chi legge).

Ma le ambiguità di Mildred non sono mai buttate là, si mescolano bene con gli altri aspetti del suo carattere, e alla fine ne viene fuori un personaggio credibile a cui ti affezioni: prendi le sue parti, perché, molto orgogliosa, si accorge subito se qualcuno la considera inferiore, e la sua determinazione a ridurre le distanze economiche è seconda solo alla volontà di compiacere Veda.

Veda è insopportabile, ma non diventa mai una macchietta: non è facile creare un personaggio così ma l’autore ci è riuscito molto bene.

Un bel romanzo, scritto in terza persona dal punto di vista di Mildred: ci fa ragionare sui sentimenti, sulla cecità dell’amore, sulle distanze sociali ed emotive.

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La morte del padre (Karl Ove Knausgard)

Un’autobiografia senza abbellimenti.

Karl Ove Knausgard, nato in Norvegia nel 1968, ci racconta della morte del padre. Il libro è diviso in due parti.

La prima si incentra sulla sua giovinezza, fino all’adolescenza. Non c’è niente di straordinario rispetto all’adolescenza di altri ragazzi della sua età.

Il padre è insegnante, ed è una figura presente ma sempre distante, di cui Karl ha paura. Da bambino cerca sempre di intuire com’è l’umore di quest’uomo, che spesso è sprezzante e sarcastico anche con i figli.

Il Karl adolescente ha una grande passione per la musica, anche se si accorge presto che non è questa l’arte che gli permetterà di diventare “speciale”. Vivrà un periodo di ribellione adolescenziale, come tanti ragazzi tra i tredici e i 16 anni, ma senza incidenti importanti.

La seconda parte del libro inizia proprio con la morte del padre e scopriamo che l’uomo ad un certo punto si era lasciato andare, era tornato dalla madre e aveva iniziato ad imbruttirsi bevendo.

Karl e il fratello vengono a sapere della sua morte quando ormai non lo frequentano più da anni. E’ morto sulla poltrona, forse per colpa del cuore, ed è stato sua madre (la nonna di Karl) a trovarlo.

I due ragazzi ormai sono due uomini: mollano tutto e vanno a casa della nonna. La trovano in condizioni indescrivibili: escrementi in salotto, mucchi di vestiti ammuffiti in lavanderia, odore di urina, una borsa piena di contanti sotto il letto.

Quello che ci colpisce è come reagisce Karl: odiava il padre, eppure non fa altro che piangere.

Riassumere così 505 pagine di biografia è quasi una bestemmia. La storia è povera di avvenimenti, e quelli che ci sono, sono abbastanza banali, non si discostano dalle esperienze che ognuno di noi può aver vissuto nella propria esperienza.

La seconda parte del libro, ad esempio, ruota attorno ai due fratelli che puliscono la casa della nonna e che cercano di passare del tempo con lei, nonostante il suo “rimbambimento” (parola della nonna).

Sono frequenti i flash back e le descrizioni sono molto minuziose.

Il libro è permeato da mood nordico, non sono per il freddo che Knausgard soffre durante molti degli episodi descritti (io, leggendo, ho “sofferto” il freddo anche nelle loro estati), ma anche perché i sentimenti non sono messi in piazza come potremmo fare noi, da Roma in giù (non sto facendo valutazioni moralistiche: è un dato di fatto).

Knausgard non descrive i propri sentimenti: racconta quello che fa.

Da questo punto di vista, l’ho sentito un po’ distante, pur ammirandone lo stile.

Una nota: sia lui che il fratello, se ne sono andati di casa giovanissimi, rispettivamente a 16 e a 17 anni. E la cosa è stata presa dai genitori come normalissima. Knausgard si trasferisce a vivere nella casa libera dei nonni per motivi pratici: non ne approfondisce neanche le ragioni, è una scelta normalissima, là.

Mi viene da pensare al confronto con noi, qui in Italia.

Se lasciassi che mio figlio si trasferisse nel paese qui accanto, a 20 km di distanza, solo per questioni pratiche (non servirebbe prendere l’autobus per andare a scuola), come verrei considerata dalle mamme?

Credo che mi manderebbero un prete per esorcizzarmi…

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Il mandarino bianco (Jacques Baudouin)

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Romanzo sulla vita di Teodorico Pedrini, musicista (e pure prete, ma… a fasi alterne!).

Vissuto a cavallo tra il 1600 e il 1700, il Papa lo mandò in Cina per controllare i gesuiti (che stavano “cedendo” troppo su certe questioni ritualistiche) e con la speranza di convertire al cattolicesimo niente popò di meno che… l’imperatore Kanxi!

Bisogna dire che Pedrini era diventato prete in modo particolare: la sua più grande passione era la musica, ma senza appoggi nobiliari o ecclesiastici aveva poche possibilità di sfondare. Cedette alla tonaca solo dopo la morte della ragazza di cui si era innamorato (schiacciata dai cavalli durante il carnevale, per la cronaca).

Ovviamente, come in ogni avventura che si rispetti, per andare da Roma a Pechino, il Papa non gli ha fatto fare la strada più breve, via terra: lo ha mandato prima nel nord della Francia, a S. Malo; poi con la nave gli ha fatto attraversare lo stretto di Magellano, passare per il Cile, andare in Messico (dove stava per restare a causa di una meticcia) e poi ripartire per la Cina.

Il viaggio per arrivare in Cina è durato solo (!!) sette anni, anni molto difficili, considerando i pericoli dei viaggi a quei tempi.

A Pechino viene ricevuto dall’imperatore Kanxi soprattutto grazie alle sue capacità musicali, ed assurge fino alla carica di mandarino: onore tra gli onori!

Peccato che l’imperatore sia sotto l’influenza dei gesuiti…

I gesuiti nel 1600-1700 sono molto potenti perché dispongono di conoscenze matematiche ed astronomiche che sono utili all’imperatore.

Le fortune di Pedrini, così come sono salite alle stelle in maniera repentina, in maniera altrettanto repentina cadono nelle fogne.

Viene arrestato, picchiato e incarcerato con una scusa qualsiasi.

Durante la prigionia, pensa di continuo alla concubina e al figlio (ve l’avevo detto che era prete a fasi alterne), ma riflette anche sull’opportunità di costringere i cinesi ad adottare i riti romani: è davvero così necessario che rinuncino a prostrarsi davanti alle tavolette dei loro antenati?

Quando muore Kanxi e sale al trono il figlio, le fortune di Pedrini si risollevano.

Per poco: perché arriva il terremoto e lui resta vedovo.

Sono 317 pagine, dunque potete capire che il mio riassunto qui sopra è stato davvero succinto. Ho sorvolato su tutti gli intrighi di corte (sia occidentali che orientali) che hanno determinato il destino di Pedrini, e sull’inutilità dei suoi sforzi per convertire chicchessia in Cina.

Certo, l’autore non ha uno stile da eccelso scrittore, ma il libro si fa leggere grazie all’andamento episodico, che tralascia i tempi morti di una vita e allontana la noia.

E’ inoltre istruttivo vedere come l’atteggiamento e il pensiero di Pedrini cambino negli anni: all’inizio è convinto della sua missione e i suoi stessi discorsi sono pieni di ragionamenti sulla necessità di convertire i cinesi anche dal punto di vista ritualistico.

Alla fine, Pedrini quasi abbraccia le modalità con cui hanno agito i gesuiti e cerca (tramite interposta persona) di convincere il Papa che se la Chiesa non adotta le tesi gesuitiche, rischia di perdere la Cina per sempre.

Questo non si chiama essere voltagabbana.

La realtà cambia di continuo. Non cambiare idea (quando necessario), non è mancanza di coerenza, ma è sintomo di rigidità mentale.

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La vita accanto – Mariapia Veladiano

Oggi nascono movimenti per i diritti degli immigrati, dei gay, delle donne, dei malati, degli animali abbandonati, degli alcolisti, dei tossicodipendenti; delle vittime della strada, della violenza domestica, dei vaccini, delle multinazionali… e via di seguito.

Ma nessuno ha mai pensato a dare il via a un movimento per i diritti dei brutti.

C’è un festival, il No-Bel, ma è più un’occasione conviviale, per ridere di se stessi e sdrammatizzare la propria situazione; situazione che, al di fuori delle luci clownesche, non fa ridere per niente ed è più diffusa di quello che si pensa.

Il brutto, nella nostra società, è sottoposto ad ostracismo, e non se ne parla. Non ne parla neanche chi ostracizza, perché costui si giustifica in mille modi: nessuno ammette di non aver assunto un tizio perché era brutto, di aver scelto una donna la posto di un’altra perché era più bella, di provare simpatie lasciandosi guidare dal solo criterio estetico.

Ma fidatevi: è così.

Ecco perché il libro della Veladiano è meritorio: perché ha per protagonista Rebecca una bambina brutta. Irrimediabilmente ed oggettivamente (sì, oggettivamente) brutta.

La bruttezza assume caratteristiche crudeli nell’età adolescenziale: quando sei al di sotto del livello accettabile, se ti va bene, ti ignorano. Se ti va male, ti usano come bersaglio di battute e aeroplanini.

La Veladiano ha una scrittura poetica, ma troppo paratattica, che a volte stanca. Si va avanti con la lettura solo perché si vuol scoprire cosa tiene nascosto la bellissima zia di Rebecca (qualcosa che non è così “tremendo” come annuncia la copertina) e se la bambina riuscirà, in qualche modo, a sfangarla nel mondo.

Ce la fa, in qualche modo. Ma è un ripiego. Un modo di vivere in sordina, dedicandosi a una passione, il piano, che su una persona bella avrebbe potuto aprire innumerevoli porte e portoni.

Ho trovato poco realista la reazione dei genitori dei compagni di classe di Rebecca: è verosimile che un gruppo di adulti si scagli in questo modo contro una bambina perché è brutta? La mia è una domanda reale, non retorica: soprattutto perché la scrittrice ammette, alla fine del libro, che “Rebecca” abita da qualche parte, in una via della provincia di Vicenza.

I brutti sono una categoria disagiata.

Festa delle donne? E perché non una festa dei brutti, allora? (tanto, come inutilità, saremmo sullo stesso piano)

VOTO: 4/5

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Fuoriclasse – storia naturale del successo (Malcom Gladwell)

E’ interessante vedere come vengono tradotti i titoli nelle varie lingue. In tedesco, il titolo è Ueberflieger, che vuol dire sì fuoriclasse, ma indica più precisamente qualcuno che vola più in alto. E in tedesco è più significativo anche il sottotitolo: Perché alcune persone hanno successo e altre no (mentre in italiano leggiamo “Storia naturale del successo”: dove quel “naturale” è un’aggiunta arbitraria rispetto alla versione originale in inglese).

Ad ogni modo, questo libro non è un saggio di self-help. Anzi, ammetto che ti smonta un po’. Siamo lontani dalle visioni di Tony Robbins, che ti dice che puoi fare tutto ciò che vuoi se ti applichi.

No, Gladwell è molto più realistico: i fuoriclasse sono arrivati dove sono non solo grazie al loro talento e alla loro determinazione (leggi: capacità innate e buona volontà), ma anche, se non soprattutto, grazie a una concomitanza di… possibilità e vantaggi.

Non usa la parola “fortuna“, né tantomeno “culo“, ma il concetto è questo…

Facciamo un confronto con il tormentone dei manuali di autoaiuto che si leggono in giro, e prendiamo l’esempio delle 10.000 ore: ti dicono che puoi diventare un virtuoso di violino, un eccelso giocatore di pallacanestro, un famosissimo scrittore se ti applichi con costanza all’attività che hai scelto. Diecimila ore è la quantità di tempo indicativo che ti serve per arrivare ovunque nella vita.

Dicono.

Ma Gladwell ci fa notare: ok 10.000 ore. Ma per avercele, queste 10.000 ore, devi trovarti nella situazione adatta. Come ci arrivi ad avere tutto questo tempo a disposizione se non sei di buona famiglia, se non hai chi ti aiuta, se devi lavorare dodici ore al giorno per guadagnarti la pagnotta?

Oppure, prendiamo l’esempio dei geni matematici. Gladwell ci fa fare conoscenza con un ragazzo americano, Langan, le cui competenze di calcolo sono eccezionali: un quoziente intellettivo che fa vergognare Einstein, superiore anche a quello di Oppenheimer; Langan si è fatto conoscere al pubblico americano grazie a un quiz televisivo. Eppure questo ragazzo svolge un lavoro umile, uno di quelli con cui hai difficoltà a pagarti il dottore quando serve. Non ha saputo mettere a frutto le sue abilità.

Perché? Perché venendo da un ambiente svantaggiato, non possedeva le competenze sociali necessarie per farsi strada nel mondo universitario. E non è colpa sua se è nato in una certa famiglia e in un certo ceto.

Altri esempio di “condizioni favorevoli” sono l’anno di nascita (a volte anche il mese, per la scelta dei ragazzi nelle squadre di hockey), il ceto di appartenenza, il periodo in cui si frequenta l’università o si apre una certa attività, ecc…

Gladwell porta esempi molto dettagliati, mini-biografie, alla maniera americana.

Non so però se è un libro che può aver… successo. Credo di no, perché questo saggio è uscito in un momento in cui vanno alla grande i libri di self-help che ti dicono che puoi fare tutto quello che vuoi se lo vuoi (addirittura alcuni ti dicono che puoi fare quello che vuoi solo pensandoci), libri scritti da guru che danno speranza, che ti galvanizzano, che ti fanno uscire di casa per andare a correre e perdere quei trenta chili di sovrappeso che ti hanno chiuso le possibilità di trovare la bonazza di turno.

Gladwell è più equilibrato. Più realista.

La massa non vuole realismo, vuole reazioni di pancia, estremismo.

Ecco, in questo io facevo parte della massa.

A me piace la speranza.

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Le ragazze al terzo piano, Marco Anzovino

In previsione del piccolo festival letterario LeggerMente, che si terrà qui a S. Stino il 30 settembre, eccomi qua con il libro Marco Anzovino, che sarà ospite della manifestazione.

Non ho provato subito simpatia per questo libro, ma ho continuato a leggerlo: ho fatto bene, e vi spiegherò alla fine perché.

Il feeling iniziale credo mi sia mancato a causa:

  1.  della scrittura un po’ “simpaticona”, una quelle scritture che sembrano voler strizzare l’occhio al lettore;
  2. dello stile troppo intimista, come se ogni personaggio si esprimesse o si sfogasse attraverso le righe del proprio diario…  ma senza che ci sia un diario.

C’è poi il vezzo di ripetere il nome dell’interlocutore nei dialoghi, come se l’autore avesse paura che il lettore non capisse chi sta parlando: è un sistema che non riflette i dialoghi quotidiani e che pecca di fiducia nel lettore.

Aggiungo a queste piccole pecche, l’alta improbabilità:

  1. di certi dialoghi, troppo dotti, per il tipo di rapporti che legano i personaggi;
  2.  del legame col vecchio Nicolò, che, instaurandosi in modo troppo rapido, scivola nello stereotipo del rapporto giovane-problematico vs vecchio-saggio-e-buono.

Però alla fine, ed è questa la cosa più importante in un romanzo, è che la storia ti tira dentro.

Le tre ragazze possono davvero essere tre studentesse universitarie costrette a una coabitazione improvvisata: i loro pregi e difetti si equilibrano, e tu vai avanti a leggere per vedere come andrà a finire.

La mia curiosità, però, si è incentrata sul destino di Anna, la studentessa più brillante, maniaca della pulizia e figlia di genitori che si stanno separando. Perché, anche se non lo si dice fin dall’inizio (e questo non dire mi è piaciuto molto), Anna sta cadendo nell’anoressia. Lo fa pian piano, senza accorgersene: si inizia con una generica paura di ingrassare e si arriva al senso di potenza esercitato sul corpo che ti dice “ho fame” e tu gli rispondi “non ti darò da mangiare”, e al segreto soddisfacimento che provi nel guardare gli altri e pensare “vi sto fregando tutti”. La discesa nella malattia è stata resa benissimo.

Verso la fine del romanzo, mi è sembrato per un attimo che gli ultimi tre capitoli fossero superflui: cioè mi è parso, ma solo per un attimo, che la storia potesse finire col ritorno di Anna dal centro dove era stata curata. Poi, però, grazie alla postfazione di Gian Luigi Luxardi, psicologo-psicoterapeuta responsabile del Centro per i disturbi alimentari di San Vito al Tagliamento, ho capito che quei tre capitoli erano importanti, forse la chiave di lettura che ci permette di interpretare tutta la malattia nel suo complesso. Perché, come dici Luxardi,

Una cura che si limiti al solo recupero ponderale, o alla regolarizzazione del comportamento alimentare, senza creare una valida alleanza terapeutica, porta sempre a risultati che si rivelano fatalmente fragili e soggetti a ricadute.

Ecco, in quegli ultimi tre capitoli si mette in luce quanto importante sia la rete di relazioni che avvolge Anna e le permette di trattenersi dal ricadere nell’amica anoressia.

Anzovino ha poi tutta una serie di felici uscite linguistiche: sono, oltre che uno spasso, un chiaro sintomo di musicalità, approfondimento psicologico e fantasia verbale. Solo un paio di esempi:

“(…) un bicchierone di plastica o una birra ghiacciatissima e sgasata che ti si conficcano su una mano come se l’avessi già predisposta a pugno semichiuso tipo Big Jim”

oppure:

(…) essere adulti non significa necessariamente avere tutti gli strumenti per capire le situazioni che possono capitare a loro e agli altri. (…) Non è sufficiente l’età a stabilire l’efficacia di un percorso interiore che ha portato una persona alla consapevolezza e alla maturità.

Insomma, al di là di pregi e difetti stilistici, è un libro che va letto.

Il CD allegato al romanzo (Anzovino è anche un cantautore, musicista e musicoterapeuta) non l’ho ancora ascoltato. Va al di là degli obiettivi del blog, che si occupa solo di libri, tuttavia vi avviso che nel romanzo la musica ha un suo ruolo. Mi sa che non mi sarò goduta del tutto il libro finché non avrò ascoltato anche il CD…

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Bob Dylan un letterato?

Mi chiedo se sono una conservatrice, ma la fondazione Nobel, secondo me, ha toppato un’altra volta.

Il Nobel per la letteratura a un cantautore rock?

Allora guardiamo cosa dice il testamento di Nobel: dice che in materia letteraria il premio va a chi si è distinto per il lavoro di tendenza idealista più notevole. Ma qui le definizioni da dare sono troppe: soprattutto, è il concetto di letteratura che rimane oscuro!

Vado a guardare la definizione di letteratura nel dizionario e mi parla dell’insieme della creazione prosastica e poetica. Non comprende la musica…

Mi si risponde che i testi di Bob Dylan sono poesia.

OK, ma per me musica e letteratura restano due forme d’arte separate. Oppure mi state dicendo che i testi di Dylan girano separatamente dalle sue musiche? Se Dylan si fosse limitato a pubblicare i suoi testi in libri, senza cantarli, avrebbe preso il premio Nobel?

E poi mi sorge il dubbio: quando il Nobel per la letteratura è stato conferito a un poeta, numericamente, quante centinaia di poesie deve aver scritto quell’autore per aggiudicarsi il premio? E Dylan, quanti testi ha scritto? Parafrasando una delle sue canzoni: quante poesie devi scrivere per essere chiamato poeta?

Mi si ribatte che le definizioni alla fine dovrebbero darle i Mondi Dell’Arte, di beckeriana memoria: va bene, ma il pubblico che usufruisce di quella forma d’arte, che è un soggetto del MDA e che dunque è titolato a dare definizioni, considera la musica come una forma letteraria? Viste le polemiche nate da questa assegnazione del Nobel, non credo.

Sì, sono una fan dello status quo, una conformista letteraria. Non dico che la musica di Dylan non sia arte: dico che non è letteratura. E’ la mia opinione.

E poi, il punto che mi fa girare di più le scatole: vogliamo sì o no incrementare la lettura?  I libri con la fascetta del premio si vendono sempre di più: a ragione o a torto, ma si vendono, e magari, dopo, anche si leggono. I dischi di Bob Dylan avevano bisogno di una spintarella?? Il mondo del rock aveva bisogno di una spintarella?

Insomma, cari i miei accademici svedesi: se proprio volevate dargli un Nobel, potevate darglielo per la pace…

 

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