Category Archives: scrittori inglesi

Nudi e crudi, Alan Bennett @adelphiedizioni

Novantacinque pagine, solo 95 pagine, ma piene di ironia e ben scritte.

I coniugi Ransone rientrano da una serata all’opera e ritrovano la casa vuota; ma proprio vuota-vuota. Non è rimasta neanche la moquette, neanche lo sformato in forno. Chi sarà stato?

Il giallo si scopre solo alla fine, ma nel frattempo entriamo nell’intimità della coppia, scopriamo la povertà emotiva che ha caratterizzato i loro trent’anni di matrimonio, le loro abitudini incancrenite, i loro riti ormai inutili, i loro sotterfugi e le loro piccole meschinità.

Il signor Ransome è un avvocato, pignolo, che riprende la moglie ad ogni minima défaillance, anche verbale. Lei è una sciocchina, che non riesce a finire un libro capendone i contenuti, abituata a contare sul marito anche per fare la spesa. Eppure, tra i due, sarà lei a uscirne. Viva.

Viva due volte, non solo perché il marito morirà, ma perché la signora Ransome riuscirà, pian piano, proprio grazie al furto di trent’anni di oggetti, a cambiare. Si accorgerà di un bar che aveva sotto casa e in cui non era mai entrata; si comprerà dei mobili pacchiani da un indiano; inizierà a imparare un lessico emotivo tramite delle trasmissioni trash che non aveva mai visto.

E’ un romanzo sulla mancanza di comunicazione tra due persone che si conoscono da decenni, ma anche sulla mancanza di comprensione di se stessi (finché non subentra uno shock).

Molto carino.

Io non ho humor inglese, non mi sono messa a ridere mentre lo leggevo, ma so di gente che lo ha fatto. Per gli altri: leggetelo perché racconta con molta eleganza sia gli aspetti allegri che gli aspetti tristi di una convivenza.

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Il senso di una fine, Julian Barnes @CasaLettori

Perché nessuno mi ha mai parlato di Julian Barnes?

Questo scrittore è bravissimo!

“Il senso di una fine” unisce il racconto di una bella storia a tutta una serie di piccole e grandi riflessioni su una marea di argomenti: il rapporto tra gioventù e vecchiaia, la memoria, la storia singolare e la Grande Storia, il tempo che può tornare indietro quando si aggancia ai ricordi, l’inconoscibilità del passato e delle persone…

La prima parte del libro racconta la gioventù di Tony Webster e della sua amicizia con Adrian, ragazzo intelligentissimo e, sotto certi aspetti, misterioso, con un senso della vita tutto suo, improntato alla filosofia e alla storia.

Eppure… eppure Adrian, che nel frattempo si era fidanzato insieme a Veronica, l’ex fidanzata di Tony, si suicida.

Fioccano le teorie sulle ragioni del gesto. Secondo alcuni, era troppo intelligente per vivere; secondo altri, ha portato all’estremo limite la sua teoria filosofica sulla vita.

La seconda parte del libro inizia con una lettera che comunica a Tony di esser stato nominato erede di 500 Sterline e di un documento. E da chi arriva questa eredità?

Il finale è spiazzante (anche se devo dire che qualche sospetto sulla madre di Veronica mi era venuto).

Al di là dell’antipatia che mi ha ispirato Veronica, la giovane fidanzata del protagonista (va bene fare la misteriosa, ma ad un certo punto bisogna anche spiegarsi!), i personaggi sono intriganti e hanno così tante sfaccettature che non puoi non immedesimarsi in una di queste.

E ora… alla ricerca di altri libri di Julian Barnes!

Più impari, meno temi. “Imparare” non in termini di studio accademico, ma di comprensione effettiva della vita.

Dobbiamo conoscere la storia di chi scrive la storia, se vogliamo comprendere la versione degli eventi che ci viene proposta.

 

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Consigli a un aspirante scrittore, Virginia Woolf

Ecco l’ennesima furbata editoriale.

Intitolare una raccolta di scritto di Virginia Woolf “consigli a un aspirante scrittore”. La Woolf non ha mai scritto un manuale di self-help libresco, allora, siccome questi manuali vendono, la Bur si è “inventata” questa raccolta di scritti.

La maggior parte sono tratti dal diario della scrittrice, poi c’è una parte tratta da “Una stanza tutta per sé”, e infine, altri saggi. La Woolf scriveva a manetta, qualcosa da pubblicare sotto forma di “consiglio a uno scrittore esordiente” si trova sempre.

Basta suddividere gli scritti in tre parti:

  • Leggere: A) come si legge un libro; B) i libri degli altri
  • Scrivere: A) lettera a un giovane poeta; B) Vita di una scrittrice
  • Pubblicare: A) una stanza tutta per sé; B) editori, lettori, critici

Qualcosa della Woolf che si possa far rientrare nei titoli di cui sopra si trova sempre.

Che poi la lettura del risultato di questa scelta sia interessante e meritevole, è un altro discorso. Non mi piacciono le furbate editoriali. Anche perché quasi tutti i testi di questo libretto li avevo già letti.

Ma cosa vogliamo farci: l’industria editoriale è, appunto, un’industria. Serviamoci di un docente di Letteratura inglese presso l’Università di Trieste (Roberto Bertinetti) per selezionare i testi, e questo libretto da 5,90 euro si venderà senza tanta fatica.

E infatti l’ho comprato io…

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L’opinione di Virginia Woolf sui blog letterari @BUR_Rizzoli

Bè, non proprio specificatamente sui blog letterari… piuttosto, sulla critica non professionale in genere.

La Woolf si chiede se non sarebbe più saggio

permettere ai critici, le autorità della biblioteca in toga ed ermellino, di decidere per noi la questione del valore assoluto di un libro.

E si risponde da sé: è impossibile. Perché il nostro giudizio sul libro non può che passare attraverso le emozioni. Apprendiamo attraverso ciò che sentiamo.

E poi…

come lettori abbiamo lo stesso le nostre responsabilità, e anche la nostra importanza. I modelli che ergiamo e i giudizi che formuliamo s’intrufolano nell’aria e diventano parte dell’atmosfera che gli scrittori respirano mentre lavorano. (…)

Se dietro gli spari casuali della stampa l’autore sentisse che c’è un altro tipo di critica, l’opinione di persone che leggono per amore di legger, con calma e non per professione, e giudicano con grande simpatia, ma anche con grande severità, non potrebbe questo migliorare la qualità del suo lavoro? E se grazie a noi i libri diventassero più forti, più ricchi e più vari, allora sarebbe un fine che varrebbe la pena perseguire.

Dunque, ben vengano i blog letterari.

Il problema, semmai, è che ci son pochi lettori. E i molti non lettori fanno sentire i lettori come “patologici” (è l’accusa che mi è stata rivolta ieri perché mi piacciono i libri).

(V. “Consigli a un aspirante scrittore”, Virginia Woolf a cura di Roberto Bertinetti, BUR)

 

 

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Gita al faro, Virginia Woolf @NewtonCompton

Ma cosa c’è da recensire, qui?

In questi giorni, in classe di mio figlio (una quarta elementare) stanno studiando le recensioni. La recensione, in soldoni, dovrebbe presentare il libro attraverso un breve riassunto che non sveli il finale e poi dovrebbe essere corredata da un parere sull’opera. Una recensione è tutta qui: perché non mi piacciono, non capisco (non ci arrivo) le recensioni piene di paroloni, più complicate del testo che stanno cercando di spiegare.

Eppure, un libro come questo non lo puoi né riassumere né valutare.

Cosa fai, dici che è un bel romanzo? Che la Woolf è una bravissima scrittrice? Ma per favore…

La storia è brevissima: una madre promette al figlioletto di andare a visitare il faro, solo che poi non ci vanno. Passano dieci anni, in cui la casa al mare va in rovina. Alla fine, la famiglia torna (la madre e due figli sono morti), e la gita al faro, finalmente si fa. Ecco, il riassunto non dice nulla. Come non ti direbbe nulla una persona a cui non parli.

Bisogna leggerlo. Scontrarsi con la prosa, con le ipotattiche e con le parentesi. E poi scoprire che certe immagini, certe sensazioni, sono le stesse che hanno colpito anche noi, e che continuano a colpirci, ogni tanto. E che siano immagini e sensazioni positive o negative, non importa: ci si sente meno soli.

E’ curioso, che un romanzo così, che parla, dopotutto, di solitudini, riesca a farti sentire meno solo. Ma ci riesce grazie al monologo interiore, quell’artificio che spalanca i corpi, che apre la corazza della pelle e ti fa vedere e sentire come qualcun altro. Si scopre che siamo tutti esseri umani con le stesse pulsioni, simpatie, antipatie e debolezze.

E ti fa riflettere sul fatto che quando qualcuno ti sta, letteralmente, sulle palle, tu non sai mai, mai, davvero, cosa quel qualcuno sta pensando o provando. Ce lo dimostrano bene Cam e James, durante la traversata che li porta al faro.

Ecco: non posso comunicare ai lettori del blog cosa significa leggere l’Incomunicabilità attraverso i personaggi di “Gita al faro”. Tanto vale chiudere qui.

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Nel guscio, di Ian McEwan @Einaudieditore

(Attenzione: spoiler!)

Non ho studiato l’Amleto ma ho visto che in questo romanzo ci sono molti richiami al dramma shakesperiano. Dal tradimento, ai nomi della madre a quello dello zio, dal tema dell’omicidio del fratello, al dubbio se convenga essere o non essere, nascere o non nascere.

La storia ci viene narrata da un feto nel terzo trimestre di gravidanza. Questo essere, che scopre solo ad un certo punto di essere un maschio, assiste alle trame della madre e di suo zio per uccidere suo padre.

Durante tutta la lettura, dentro di me, pensavo: non possono ucciderlo. Prima o poi verranno scoperti. Forse la madre sta fingendo, di voler uccidere il suo ex. Oppure: qualcosa andrà storto, il bicchiere col veleno verrà rovesciato, oppure John, il padre, raggiungerà un ospedale in tempo.

E anche quando scopro che in effetti il padre viene davvero ucciso, ho continuato a ripetere dentro di me: non può essere. Vedrai che è tutta una messinscena, che John si era accorto di cosa stavano tramando alle sue spalle e che non è morto davvero, fa finta, per portarli allo scoperto.

E invece no, mettetevela via: John muore. E la madre del bambino è davvero una stronza che mette le corna a John col fratello, insipido e insensibile ma… priapico, come dice il feto. E alla fine giustizia trionferà. Ma tu intanto hai letto questo romanzo come se fosse un giallo, girando pagina dopo pagina per vedere come va a finire, ascoltando questo feto  che parla come un neolaureato di Harvard e che non vede l’ora che sua madre si beva un vinello di un certo tipo per godersene gli effetti.

Le cose brutte accadono. Accade che la propria madre sia ingiustificabile, che sia un’omicida, e che non consideri proprio il figlio che ha in pancia (non è neanche mai entrata in un negozio a comprargli i vestitini!).

Ma accade anche che un feto, dopo tutto quello che ha imparato sui suoi parenti e sullo stato del mondo, decida di nascere.

Non è roba da poco.

(PS: ma cos’è ‘sta fissa dello spoiler??)

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Tess dei d’Urberville – Thomas Hardy

Ma perché, perché questa Tess è così sfigata?!?

(Attenzione allo spoiler, perché non posso parlare di questo romanzo senza dire come va a finire)

Ecco la bellissima contadinella che viene sedotta dal riccone e che resta incinta: la sua reputazione è rovinata (e le muore pure il neonato); si innamora di Angelo, un bravo ragazzo, che però, quando scopre che lei non è vergine, se ne va in Brasile, lasciandola in braghe di tela a far lavori usuranti e umilianti. Poi però Angelo ci ripensa, torna e va in cerca di lei. Si godono cinque giorni di intimità a fare le loro cosette, e poi lei viene arrestata e giustiziata, perché nel frattempo ha ucciso il cattivone che l’aveva sedotta (due volte…!!).

Ridotto così in sei righe, sembra un romanzetto Harmony. Ovviamente non lo è, stiamo parlando di Thomas Hardy, un classico della letteratura di lingua inglese. Però leggendo questo romanzo c’è davvero da mangiarsi le mani: ti ritrovi a parlare ad alta voce dicendo “Tess, svegliati! Ma dai, come puoi?? Non credergli! Ma sei completamente scema??”

Torniamo seri. E cerchiamo di rispondere davvero alla domanda iniziale: perché le capitano tutte queste sfortune? Cerco di snocciolare le ragioni che ho notato io:

Innanzitutto, Thomas Hardy lancia una critica alle leggi sociali, tanto dure con le donne quanto flessibili con gli uomini. Angelo se ne va in Brasile quando viene a sapere del passato di Tess, e nessuno dei due si pone il problema che un passato simile ce lo ha avuto anche lui, visto che ha confessato un episodio orgiastico con una signora. Ma solo Angelo può fare l’offeso! Tess piange e ripiange per farsi perdonare, per convincerlo a tenerla come serva, se non come moglie (!!!), e non gli fa minimamente notare che anche lei potrebbe sollevare le sue rimostranze! Questa è la parte del romanzo dove l’avrei presa a schiaffi…

Non dimentichiamo neanche l’atteggiamento fatalista di quel tempo: era quasi normale che una poveraccia con il viso poco più decente di quello di una capra venisse sedotta dal possidente di turno. A rafforzare questo atteggiamento contribuisce anche la forte vena bigotta della comunità del tempo.

Una parte della colpa ricade anche sul padre di Tess: tutta la storia nasce infatti quando lui viene a sapere di essere il discendente decaduto della stirpe dei D’Urberville (di cui porta una versione storpiata del cognome: Durbeyfield). Da qui l’idea di mandare la figlia a cercare appoggio al maniero dei presunti lontani parenti, con le conseguenze a catena che ne seguono. Vedo nell’incipit una critica alla gente del tempo che sbavava per un titolo nobiliare di qualche tipo.

Thomas Hardy, da bravo narratore onnisciente, cerca spesso di difendere la sua eroina, e questo mi fa ancor più rabbia, visto come l’ha fatta finire!

Altri aspetti del romanzo mi lasciano un po’ perplessa.

Innanzitutto, le coincidenze: sono mezzucci per far andare avanti la storia, ma suonano un po’ falsi (come quando i fratelli di Angelo e la signora trovano le scarpe che Tess aveva nascosto in mezzo a un cespuglio: come se le dame di quel tempo andassero a cercare in mezzo ai cespugli).

Fastidio simile alle coincidenze me lo ha provocato la sfilza di profezie: danno un tocco noir al romanzo, ma quando si ripetono (e il cavallo che muore, e il cocchio che suona, e la pietra a ricordo dell’omicidio…) perdono forza. Per lo meno per me.

Mi ha dato anche fastidio che Alec, il seduttore, si sia travestito un paio di volte, e ho trovato irrealistico che Tess si sia accorto che era lui solo dopo un po’ che le ronzava intorno.

Ho invece apprezzato la conoscenza che Hardy dimostra di avere sui lavori agricoli: li descrive nei minimi dettagli. Sembra quasi che li abbia provati in prima persona, o che sia rimasto ore ed ore ad osservare gli operai in azione (spero per lui che non abbia scelto questa ultima opzione perché si sarebbe reso un po’ antipatico).

Al di là della distanza emozionale che provo per una come Tess, e delle citazioni bibliche e teologiche che ormai non capisce più nessuno, non si può non ammirare la capacità dell’autore di farti andare con la mente nell’Inghilterra del tempo.

Ora però, ho bisogno di una protagonista un po’ più sveglia, vi prego…

  • rdyHaInn

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