Tag Archives: pittura

La spiaggia del lupo (Gina Lagorio)

CANDIDATO PREMIO CAMPIELLO 1977

Incredibile come cambi lo stile di scrittura in pochi decenni. In questo libro ho trovato alcuni termini che sarebbe un eufemismo chiamare desueti, oggi: “mongoloide” ad esempio, o l’uso del diminutivo con i nomi dei bambini (“Carlino”… pensavo parlasse del cane di uno dei protagonisti).

Ho guardato in giro le recensioni su questo romanzo, e ho spesso trovato tentativi di leggerlo in senso femminista, solo perché la protagonista, Angela, è una donna che fa delle scelte coraggiose. Dunque ogni romanzo di formazione con un uomo come protagonista dovrebbe essere definito “maschilista”??

Ma iniziamo con la trama…

Angela vive col nonno in una casa sulla spiaggia ligure. La madre lavora lontano e il padre, pittore rinnegato dalla famiglia di origine, è morto.

Da bambina e da adolescente si distingue dal gruppo dei suoi coetanei per la trasparenza e l’ingenuità con cui vede il mondo. Il suo ambiente ovattato viene messo in subbuglio quando incontra Vladi e diventa la sua amante a 19 anni.

Peccato che Vladi sia già sposato, addirittura con una donna che appartiene alla famiglia del padre di Angela.

Angela resta incinta e decide di tenere il bambino, nonostante Vladi non sia molto deciso sulla strada da prendere. Quando la ragazza si sposta a Milano per studiare arte, Vladi le procura un appartamento in cui trovarsi a quattr’occhi, ma il loro rapporto è spesso rannuvolato dalle difficoltà dell’uomo, che deve dirigere una fabbrica in tempi (la fine degli anni Sessanta) a dir poco turbolenti.

Le cose precipitano quando scoppia una bomba in fabbrica e Vladi rimane ferito.

Angela si ritrova a dover riflettere su cosa fare della sua vita e, pur con molti dubbi, decide di continuare a vivere da sola.

Nasce il figlio (il “Carlino”!) ed Angela inizia una storia con un suo maestro, ma non riesce a viverla con l’intensità che aveva vissuto con Vladi.

Non vi dico il finale, preferisco approfondire alcuni passaggi, magari scrivendone li chiarisco anche a me stessa.

Innanzitutto, ho l’impressione che le motivazioni di Angela siano un po’ fumose.

Ad esempio: perché molla Vladi?

Vladi è sempre indeciso tra lei e la moglie; Vladi non prende neanche in considerazione il fatto che lei possa avere delle idee politiche; Vladi vorrebbe che lei rimanesse a casa per fare la madre e la moglie.

Queste sarebbero già motivazioni sufficienti a mollare un uomo, ma lei aspetta. E non lo fa perché ha bisogno dei soldi per quando nascerà il bambino (è sempre stata chiara su questo punto, vuole essere indipendente), né perché non può vivere senza di lui (o almeno a me non ha dato l’impressione di essere pazza di lui quando è a Milano).

Ho l’impressione che resti con lui perché anche lei non sa come comportarsi, e allora lascia passare il tempo continuando a fare quello che faceva prima.

A parte questo, per il resto, Angela non ha difetti. Se fa degli sbagli, vengono giustificati da tanta verbosità che, alla fine, non sono più sbagli, e se fa la musona e non parla, è perché pensa profondamente.

E poi, tutta la sua vita sembra ruotare attorno agli uomini. Ne ha avuti solo due, è vero (il romanzo copre forse una trentina d’anni della sua vita), ma si parla quasi solo di questo. Ci sono accenni alla situazione politica, e ogni tanto pensa al figlio e agli esami, ma tutto resta molto più fumoso, l’autrice mi sembra più preoccupata ad esercitare la sua capacità verbale che a dire chiaro e tondo come stanno i settori della vita di Angela non legati all’universo maschile.

Ad esempio, Angela decide di studiare arte: da dove viene questa passione? Perché di passione dovrebbe trattarsi. Però nel romanzo ci viene descritto solo uno dei suoi quadri, tutto il resto della sua attività artistica resta sullo sfondo, come si trattasse di pratiche burocratiche anonime.

Diciamo che non mi è tanto simpatica, Angela…

Ma non possono essermi simpatici neanche i due uomini: Vladi tiene i piedi in due scarpe e perde più tempo a giustificarsi che a pensare al figlio che deve nascere; Pezzarocchi parla e parla di come lui vede Angela ma alla fine si ha il dubbio che non la guardi sul serio per come è.

Infine, ma qui il libro è il frutto degli anni in cui è scritto, i dialoghi… i personaggi parlano come “libri stampati”, come professori di filosofia e sociologia. La gente non parla così.

insomma… Lo ho letto fino alla fine “solo” perché la Lagorio sta mettere le parole sulla pagina in uno stile davvero curato.

Voto: 3+ (su 5)

4 Comments

Filed under Libri & C.

Da qualche parte starò fermo ad aspettare te (Lorenza Stroppa) @LibriMondadori

Il romanzo è raccontato dal punto di vista dei due protagonisti: Diego, che lavora come editor e colleziona donne senza mai impegnarsi davvero, e Giulia, pittrice, reduce da un evento che le ha segnato la vita ma del quale non sappiamo nulla fino a quasi metà libro.

Tutto nasce quando Diego trova l’agendina di Giulia sotto lo scaffale di un supermercato e viene travolto dalla curiosità: si improvvisa subito detective e inizia a frequentare i posti che frequenta lei.

No, non è un romanzo rosa.

E’ la seconda volta in poco tempo che mi sento in dovere di mettere in chiaro che non leggo romanzi rosa: con tutto il rispetto dovuto a chi li scrive, ma in questo libro la storia d’amore, pur occupando un ruolo importante, non è il perno della storia.

Piuttosto, parlerei di romanzo di formazione, sebbene i protagonisti non siano più adolescenti: la ragione di questa mia scelta è che entrambi hanno un nodo da sciogliere al proprio interno, un ostacolo che non permette loro di andare avanti, di crescere, di… prosperare.

Mi è piaciuto, di Diego, il fatto che lavori come editor: quando parla del suo lavoro vediamo quanto una figura professionale del genere debba mediare con gli autori, e ci rendiamo conto di quali capacità diplomatiche abbia bisogno. E’ un punto che già alcuni editor sottolineano nei loro canali YouTube: per chi si interessa di editoria, è bello avere uno scorcio diretto sulle vite di queste figure.

Di Giulia invece ho particolarmente apprezzato il suo rapporto con i colori.

Lavoro per un’azienda di design di alta gamma, dove si tende a dare una preferenza ai colori neutri che tendono sempre ad essere considerati come i più eleganti (il bianco è stato canonizzato, praticamente). Ma il modo in cui Giulia parla dei colori ci mette davanti alla “personalità” delle varie sfumature cromatiche: i colori ci parlano, anche se non sempre li ascoltiamo.

Questa storia è ambientata a Venezia: la Stroppa la conosce molto bene, essendo figlia di veneziani. E questo mi permette una digressione: vi capita mai di accorgervi, mentre leggete un libro, che qualcosa lo lega a quello che avete letto prima? Nel mio caso, Venezia lega il libro della Stroppa a “Tod zwischen den Zeilen” (Morte tra le righe) di Donna Leon, che sto leggendo adesso, e che è, anche lui, ambientato a Venezia.

Non solo: all’inizio di “Da qualche parte”, c’è un richiamo al dottor Zivago, il che lega strettamente questo libro a “Il colibrì”, di Veronesi, che ho finito due giorni fa e nel quale lo Zivago era il libro preferito del protagonista.

Queste sincronicità mi capitano sempre, leggendo…

Fine della digressione.

Nel romanzo della Stroppa ci sono anche dei punti che mi hanno lasciata perplessa.

Innanzitutto, l’amicizia tra Giulia e Rita: nella mia esperienza, le grandi amicizie nascono tra persone piuttosto simili. Il rapporto tra Giulia e Rita lo sento poco verosimile: Giulia è introversa, monogama e malinconica; Rita è spumeggiante, esorbitante, esagerata, bisex e un po’ ninfomane. Quante coppie di amici conoscete con questa differenza di caratteri? Amici veri, intendo, come sono Giulia e Rita. Io nessuna.

Un altro punto che mi ha fatto storcere il naso è l’episodio di Giulia che finisce a letto con Diego: era ubriaca, e non si ricorda se ci ha fatto l’amore oppure no. Ecco… l’amnesia da sbronza io non l’ho mai provata, non so fino a che punto ci si possa dimenticare certe cose, tuttavia, è un espediente a cui spesso si ricorre nei film di serie B: nel romanzo ci sta, si lascia leggere, eppure…

Ultimo appunto: c’è una scena in cui Giulia è a letto con Diego, che dorme. Lei si sporge per messaggiare con Rita. Ma Diego ha un braccio attorno alla sua vita, com’è che Giulia fa in tempo a fare un discorso per SMS prima che lui si svegli?

Ok, comunque queste sono pignolerie, nell’economia generale del libro..

Vi consiglio la lettura di questo romanzo?

Sì, perché la Stroppa scrive molto bene e perché… questo non è un romanzo rosa! Alla fine la protagonista fa uno scatto che mi ha portata a commentare: Ah, però! Brava Giulia! Sembravi destinata semplicemente a rifarti una vita come tutte le altre donne e invece…

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Misia (Misia Sert) @Adelphiedizioni

IMG_20200813_124718~2[1]

Ho letto diverse biografie e autobiografie di personaggi del Novecento, però non ricordo che qualche artista, scrittore, poeta, pittore abbia mai menzionato questa Misia. E ora mi trovo ad aver letto un libro scritto da lei, che racconta la sua vita trascorsa tra alcuni dei personaggi più in vista del secolo scorso.

Alcuni nomi?

Picasso, Stravinsky, Proust, Cocteau, Mallarmé, Valery, Lautrec, Debussy, Ibsen, Apollinaire, Zola… Tutti personaggi che, agli inizi del Novecento, non erano ancora mostri sacri come oggi.

L’autobiografia dunque si rende interessante come ritratto di un’epoca, ma Misia, come essere umano, non mi ha colpita molto favorevolmente.

Sembra sempre preoccuparsi di mostrare quanto lei fosse amica di questo e di quello, ma in realtà le sue descrizioni – con alcune eccezioni – sono tutte piuttosto superficiali; ricorre molto al pettegolezzo, ai discorsi che si facevano in società sui debiti di uno e sui tradimenti dell’altro.

Misia dice di essere un essere nato per vivere tra gli artisti, ma non riesce a descriversi e a descrivere come un’artista: siamo su un altro mondo rispetto alle vivide immagine che ci ha lasciato Canetti dell’Europa del suo tempo e dei personaggi che ha incontrato nella sua gioventù.

Mi dà l’impressione che il suo interesse per gli artisti sia più mondano ed emotivo, e non guidato da un genuino amore per l’arte in sé. O, forse, le manca solo il talento letterario per esprimerlo e farcelo percepire, questo amore.

E poi, colpa mia, mi innervosisco quando sento gente ricchissima che si lamenta della noia e dell’infelicità, atteggiandosi a romantica con fare problematico, quando alle spalle ha cassetti pieni di gioielli, castelli, barche, automobili e conti in banca.

Misia non era un’intellettuale e, se si esclude la prima gioventù, non era neanche una gran lettrice:

(…) mi piace moltissimo stare ad ascoltare cose estremamente intelligenti che non capisco bene, è una delle mie debolezze.

Inoltre, certi aspetti superficiali non glieli perdono, mi fa male agli occhi leggere certe frasi, come quando sopravvaluta la bellezza fisica:

Questa virtù, secondo me, è tanto essenziale per una donna che non ho mai potuto avere un’amica brutta.

Oppure quando si lamenta che il suo primo marito si dia troppo da fare per ideali di promozione sociale aiutando le classi più disagiate. Lo lascia fare, ma non capisce la spinta che lo muove, ne parla come di un ragazzone che cerca un hobby.

Le autobiografie non sono tutte sincere.

Questa l’ho trovata molto poco sincera, ecco.

 

Leave a comment

Filed under Arte, authobiographies, autobiografie, book, Libri & C., Poetry, Saggi, Scrittori russi

Il mandarino bianco (Jacques Baudouin)

IMG_20200422_132905[1]

Romanzo sulla vita di Teodorico Pedrini, musicista (e pure prete, ma… a fasi alterne!).

Vissuto a cavallo tra il 1600 e il 1700, il Papa lo mandò in Cina per controllare i gesuiti (che stavano “cedendo” troppo su certe questioni ritualistiche) e con la speranza di convertire al cattolicesimo niente popò di meno che… l’imperatore Kanxi!

Bisogna dire che Pedrini era diventato prete in modo particolare: la sua più grande passione era la musica, ma senza appoggi nobiliari o ecclesiastici aveva poche possibilità di sfondare. Cedette alla tonaca solo dopo la morte della ragazza di cui si era innamorato (schiacciata dai cavalli durante il carnevale, per la cronaca).

Ovviamente, come in ogni avventura che si rispetti, per andare da Roma a Pechino, il Papa non gli ha fatto fare la strada più breve, via terra: lo ha mandato prima nel nord della Francia, a S. Malo; poi con la nave gli ha fatto attraversare lo stretto di Magellano, passare per il Cile, andare in Messico (dove stava per restare a causa di una meticcia) e poi ripartire per la Cina.

Il viaggio per arrivare in Cina è durato solo (!!) sette anni, anni molto difficili, considerando i pericoli dei viaggi a quei tempi.

A Pechino viene ricevuto dall’imperatore Kanxi soprattutto grazie alle sue capacità musicali, ed assurge fino alla carica di mandarino: onore tra gli onori!

Peccato che l’imperatore sia sotto l’influenza dei gesuiti…

I gesuiti nel 1600-1700 sono molto potenti perché dispongono di conoscenze matematiche ed astronomiche che sono utili all’imperatore.

Le fortune di Pedrini, così come sono salite alle stelle in maniera repentina, in maniera altrettanto repentina cadono nelle fogne.

Viene arrestato, picchiato e incarcerato con una scusa qualsiasi.

Durante la prigionia, pensa di continuo alla concubina e al figlio (ve l’avevo detto che era prete a fasi alterne), ma riflette anche sull’opportunità di costringere i cinesi ad adottare i riti romani: è davvero così necessario che rinuncino a prostrarsi davanti alle tavolette dei loro antenati?

Quando muore Kanxi e sale al trono il figlio, le fortune di Pedrini si risollevano.

Per poco: perché arriva il terremoto e lui resta vedovo.

Sono 317 pagine, dunque potete capire che il mio riassunto qui sopra è stato davvero succinto. Ho sorvolato su tutti gli intrighi di corte (sia occidentali che orientali) che hanno determinato il destino di Pedrini, e sull’inutilità dei suoi sforzi per convertire chicchessia in Cina.

Certo, l’autore non ha uno stile da eccelso scrittore, ma il libro si fa leggere grazie all’andamento episodico, che tralascia i tempi morti di una vita e allontana la noia.

E’ inoltre istruttivo vedere come l’atteggiamento e il pensiero di Pedrini cambino negli anni: all’inizio è convinto della sua missione e i suoi stessi discorsi sono pieni di ragionamenti sulla necessità di convertire i cinesi anche dal punto di vista ritualistico.

Alla fine, Pedrini quasi abbraccia le modalità con cui hanno agito i gesuiti e cerca (tramite interposta persona) di convincere il Papa che se la Chiesa non adotta le tesi gesuitiche, rischia di perdere la Cina per sempre.

Questo non si chiama essere voltagabbana.

La realtà cambia di continuo. Non cambiare idea (quando necessario), non è mancanza di coerenza, ma è sintomo di rigidità mentale.

Leave a comment

Filed under Arte, biographies, Libri, Libri & C., Scrittori francesi

Artista e designer – Bruno Munari

L’artista opera con la fantasia, mentre il designer usa la creatività.

(…) La fantasia è una facoltà dello spirito capace di inventare immagini mentali diverse dalla realtà (…). La creatività è una capacità produttiva dove fantasia e ragione sono collegate per cui il risultato che si ottiene è sempre realizzabile concretamente.

Credo che queste poche frasi siano la sintesi di tutto il libro: il resto è un corollario. E’ anche la distinzione che trovo più affine al mio modo di vedere le cose, sebbene non sia d’accordo con tutto quello che scrive Munari.

Secondo Munari, l’artista (parliamo di arti visuali) lavora da solo creando pezzi unici, e lo fa per se stesso e per un’élite; questa élite può essere molto diversa in base alla società presa in considerazione; dunque, se la società è corrotta, saranno gli artisti corrotti a prevalere, perché l’élite definirà artista chi le è congeniale.

Il designer invece lavora in gruppo per creare molti pezzi (non pezzi unici), e non lo fa per un’élite, ma per il pubblico: maggiore è il suo bacino d’utenza, meglio è.

Da quel poco che conosco in materia di arte contemporanea, questa è una generalizzazione: non è vero che gli artisti creino solo pezzi unici né che lo facciano da soli. Si pensi, tanto per fare un esempio (ma ce ne sarebbero diversi) alla land art, che ci propone installazioni enormi, ambientate in laghi, campi incolti o deserti: sono opere gigantesche, che necessitano di collaborazioni con persone di diverse capacità.

Non sono neanche convinta che il designer si rivolga sempre ad un pubblico il più vasto possibile, basta vedere i prezzi di certe articoli di arredamento di alcune marche.

Interessante anche quello che Munari ci dice in merito al background culturale: secondo lui, l’artista ha sempre una preparazione classicista da cui però poi spesso si allontana per innovare. Ne deriva uno scollamento tra la sua opera e la capacità recettiva dell’élite a cui si rivolge, perché anche questa ha una preparazione classicista, ma si è fermata là: ecco perché molti artisti, i veri capi-scuola, sono spesso incompresi. Avviano avanguardie e sono considerati, quando va bene, pazzi, per poi venir riconosciuti come maestri dopo la loro morte.

I designer, invece, agiscono su un substrato culturale meno classicista ma più attivo, più vissuto, perché il loro pubblico deve riconoscersi in quello che compra.

Un’altra differenza tra artista e designer è che il primo ha uno stile personale, deve averlo, anche ai fini del riconoscimento nel mercato dell’arte (anche a rischio di decadimento commercialo). Il designer, al contrario, non deve avere uno stile personale, perché deve essere più flessibile per adattarsi all’uso dell’oggetto.

L’esempio portato da Munari è molto chiaro: ci fa vedere le foto della poltrona Wassilly di Breuer nella sua versione definitiva e in quella originale, che si rifaceva ai quadri di Mondrian. La prima versione cerca di catturare lo stile personale di Mondrian: ed è una schifezza, come poltrona. La Wassilly, invece, è semplicemente perfetta per l’uso e ha una sua razionalità estetica.

E poi, lasciatemi lodare Munari per la sua critica alla critica d’arte: sono perfettamente d’accordo con lui. I critici dovrebbero aiutare il pubblico ad entrare in contatto con le innovazioni dei veri artisti, e invece ricorrono a testi troppo letterari o autoreferenti, con il risultato di allontanare la gente dall’arte (per me lo fanno apposta: se l’élite è troppo numerosa, non è più élite, con tutta una serie di conseguenze, ma qui il discorso si allargherebbe troppo).

E’ pure simpatico, Munari: gioca con l’impaginazione, con i registri linguistici (pensiamo alla tavola rotonda per la definizione di arte), e ricorre molto all’ironia e al sarcasmo (vedi la critica all’arte commerciale e ai designer che vogliono fare gli artisti e viceversa).

In conclusione: una lettura davvero piacevole, per quanto risalente al 1971, quando il problema delle copie nel design non era ancora così diffuso, e certe forme di arte visuale non erano ancora state inventate.

Voto: 4,5 su 5.

Quando l’artista opera nel suo mondo di arte pura, non si preoccupa del pubblico che osserverà la sua opera. Tutto preso dalla forza realizzativa in cui cerca di non perdere niente dell’idea pura che lo ha spinto a operare, non può preoccuparsi del fatto di essere capito o meno dal pubblico; la sua unica preoccupazione è di dar forma (pittorica o scultorea) alla sua idea artistica. Il pubblico capirà più tardi, quando avrà abbandonato i suoi preconcetti scolastici.

Leave a comment

Filed under Arte, book, Libri & C., Saggi, Scrittori italiani

Romanzo stroncato.

Gioco per la vita, di Patricia Highsmith

Ora che l’ho letto, posso confermare l’impressione iniziale: in una scaletta da una a cinque stelle, voto una.

Il romanzo inizia con il ritrovamento del cadavere di Lelia, promettente pittrice che era innamorata di due uomini: il pittore Theo e il sanguigno Ramon. I due uomini sapevano l’uno dell’altro ed erano amici.

Sulle prime, l’indagato principale è Ramon, per il suo carattere esplosivo; e infatti, lui confetta di averla uccisa e mutilata. Poi però, il commissario Sauzas, che segue le indagini, arriva alla conclusione che Ramon ha confessato un delitto non commesso (e vi giuro, che le motivazioni del gesto ancora non mi sono chiare, perché il movente religioso fa acqua da tutte le parti).

Theo e Ramon iniziano a fare domande in giro spostandosi qua e là per il Messico; ma è una ricerca fiacca, poco motivata. Alla fine si scopre il colpevole, che io avevo indicato fin dalle prime pagine; e non sono assolutamente un’esperta di gialli: ecco un’altra prova della banalità del romanzo.

La pecca principale è che la storia va avanti troppo lentamente. Ci sono pagine e pagine in cui non succede niente, in cui Theo prende il tè, cammina per le strade, pensa (nessun pensiero che lo avvicini alla scoperta dell’omicida, però, niente di illuminante).

Alcune parti sono davvero superflue: ad esempio, la visita al cimitero delle mummie, dove vengono descritti alcuni corpi raccapriccianti.

E’ come se l’autrice avesse fatto una vacanza in Messico e avesse voluto usare l’ambientazione per il romanzo (ma se fosse stato ambientato in un altro paese, sarebbe cambiato poco), senza che ci sia una vera passione per il paese, che altri autori hanno descritto in maniera molto più plastica.

Inoltre, non si respira la differenza tra i due caratteri antitetici di Theo e Ramon. Forse questo voleva essere un tema del romanzo: la possibilità dell’amicizia tra due persone così diverse. Però i dialoghi sono banali e superficiali, con impennate che vogliono essere filosofiche senza riuscirci.

Qualcun altro lo ha letto? Sono prevenuta?

Sto pensando di dar via questo libro alla biblioteca: non mi capita spesso, con i libri letti…

Leave a comment

Filed under Arte, book, Libri, Libri & C.

Perché alcuni romanzi ci piacciono… e altri no.

(English version: below)

E’ una questione a cui non sono ancora riuscita a dare una risposta univoca.

Il marketing letterario o i consigli degli amici possono influire solo in parte sulle nostre predilezioni: possono spingerci a comprare un romanzo, ma non ad amarlo, se non è nelle nostre corde.

Mi son posta la domanda perché ho iniziato a leggere due libri: “Il cardellino” di Donna Tartt e “Gioco per la vita” di Patricia Highsmith. Il primo ho iniziato a leggerlo perché sono in ferie, e posso permettermi 900 pagine di relax. Il secondo, perché la storia è ambientata in Messico, che è il paese su cui mi sto concentrando in queste settimane.

Stranamente, pura coincidenza, entrambi i protagonisti si chiamano Theo.

Subito, fin dalle prime pagine, mi sono accorta del mio diverso atteggiamento verso i due romanzi.

Il libro della Highsmith è un thriller, o così si definisce: inizia subito con un delitto. Lelia, una pittrice amata da due uomini, viene trovata morta col volto sfigurato e le indagini appurano che prima della morte c’è stata violenza sessuale.

Il libro della Tartt inizia con un ragazzo che si nasconde ad Amsterdam, non esce di casa, ha fatto qualcosa per cui non deve farsi trovare. Nelle lunghe ore di ozio, inizia a scrivere la sua storia, partendo dal giorno in cui sua madre è morta in un attentato in un museo.

Entrambi i romanzi iniziano dunque con fatti inquietanti, emotivamente coinvolgenti, eppure… eppure il thriller della Highsmith non decolla. Per me. Non mi fa sentire alcuna compassione per la donna, né per i due uomini rimasti orbati del loro amore. Né mi incuriosisco per l’ambientazione che, al di là di alcuni cliché, non mi fa entrare nella Weltanschauung messicana.

Con il libro della Tartt, invece, è tutta un’altra cosa. Parla (anche) di arte: non mi intendo di arte, eppure mentre leggo spero che le descrizioni della madre di Theo sui quadri che stanno guardando non finiscano mai. E quando la bomba scoppia, sono nella testa del ragazzino, che ancora non ha realizzato cosa è successo; sento la sua ansia, sento che sta per succedere ancora qualcosa, che sta per arrivare una presa di coscienza tremenda.

Perché questa differenza?

La ragione non sta nei fatti raccontati.

Ha a che fare col modo in cui sono narrati. Perché lo stile dell’autore è un estratto della sua visione della vita. E questa visione della vita, coincide, spesso, con la mia.

Non mi riferisco, volgarmente, a predilezioni e antipatie: non mi importa se l’autore parla bene dei quadri fiamminghi o male dei funerali in Messico. Piuttosto, mi riferisco al modo in cui giunge a certe conclusioni, in cui guarda gli altri personaggi, in cui mette in tavola i suoi dubbi e confessa le sue debolezze.

Pensate all’autobiografia di Elias Canetti: succede poco, molto poco. Ma il modo in cui parla della miriade di persone che incontra, ti fa pensare che lui, anche se non lo scrive, sta maneggiando Verità. Verità con la V maiuscola.

Non che ce l’abbia in mano. Piuttosto, ce l’ha in punta di penna: ancora non è uscita dall’inchiostro, ma l’autore ci sta provando, a tirarla fuori; quello è il suo scopo, ed è così vicino a raggiungerlo che… continui a leggere.

Patricia Highsmith nel suo libro cerca di giungere alla verità dell’omicidio. E’ una verità con la V minuscola. Non ci fa toccare con mano il suo coinvolgimento, e, dunque, non coinvolge neanche noi.

Donna Tartt, invece, è il suo libro. Leggendolo, stiamo viaggiando nei suoi organi interni. Sì, lo so, brutta immagine, ma credo di aver reso l’idea di un Qualcosa che c’è, che è importante (se non ci fosse, non saremmo vivi) e che ciononostante nessuno vede in azione.

Essendo io in ferie, darò ancora una possibilità alla Highsmith, magari il libro mi appassionerà nelle prossime pagine.

La Tartt mi ha già conquistata.


WHY WE LOVE SOME BOOKS AND… DISLIKE OTHER ONES.

I have not found an answer to this question, yet. Literary marketing or friend’s tips can push us to buy some books, but not to love them.

The question has become stronger in these days, when, being on holidays, I started reading two novels at the same time: “A game for the living” (Patricia Highsmith) and “The Goldfinch” (Donna Tartt).

I started the first one because the story takes place in Mexico, which is the country in which I am interested in these weeks; and I started the second one because… I am on Holiday and can afford 900 pages of relax.

Strange enough, but both protagonists are named Theo…

Immediately, from the beginning, I noticed my different attitude towards the two novels.

The Highsmith’s book begins with a dramatic scene in which there is a dead woman, Lelia, a beautiful woman and nice painter. She has been first sexually violeted and then her face has been completely ruined with a knife.

The Goldfinch begins with a young man, Theo, who is hiding in Amsterdam (but we do not know why, yet) and who starts telling his story during the idle hours in the hotel chamber. This is how we find out that he lost her mother during a terroristic attac in a museum, when he was thirtheen.

While reading the Highsmith’s book, I do not feel involved in the love of the two mens for Lelia, nor in their desperation when they discover that she is dead. Moreover, I do not feel any curiosity in the Mexican way of living, as if the author only described clichés.

While reading Tartt’s novel, I feel engaged in the description that Theo’s mother makes of pictures (and I am not particularly fond of pictures, in general); I would go on and on reading on these painters; and, when the bomb bursts out, I am in Theo’s mind, wondering what has happened, feeling his terror, his puzzling thoughts, his fears.

Why this difference?

Differences do not lie in story: both novels start with shocking facts.

Difference lies in author’s vision of life, but does not lie in authors tastes: it doesn’t matter if I agree with an author who loves paintry or hates mexican funerals, who puzzles about Amsterdam streets or mexican way of living. My preferences and the author’s can be different.

I believe that the important pivot is the way in which the author tells his/her stories. His trials to find out the Truth, with capital T. When you read, you feel that the author is looking for the Truth: he/she has not got it, but he/she is striving for that.

Truth is not in the author’s hand, but it is in his/her pen, it is there, and wants to go out. So you go on and on reading hoping that he will find what he search for, hoping that you will be with him/her when he will find it out.

Take, for instance, Canetti’s biography. There, very few facts happen. Despite this, you feel that the author is looking for the Truth in other people, in facts, in cities, in history.

Patricia Highsmith, in her novel, is looking for a little truth: who is the killer. But she doesn’t manage to invove the reader (me: I do not know if she manages to involve other Readers) in all the details she unrolls in front of us.

While reading Donna Tartt’s book, I am in her internal organs.

I do know that this image is not very nice, but it gives the idea of something important, something hidden, without which we couldn’t live. Something that is there, but that nobody can see while it is working.

Well, I am on holidays, so I can afford to lose some time on Highsmith’s novel – not to much, just a little bit, to see if she manages to involve me.

Donna Tartt is already the owner of a piece of my hearth.

1 Comment

Filed under book, Libri, Libri & C., Scrittori americani, scrittori inglesi

La maja nuda, V. Blasco Ibanez

Non so cosa pensare di questo romanzo. Mi è stato fatto passare come un caposaldo della letteratura mondiale in generale, e spagnola in particolare, ma l’ho trovato abbastanza slegato nelle sue varie parti.

Trama: Renovales, un pittore di Madrid, dopo una gioventù da bohemièn, si “sistema”, sposa Giuseppina, la figlia di un diplomatico decaduto, diventa ricco e famoso, e ha una figlia che per lui è un gioiellino, Milina. Tuttavia, gli manca qualcosa.

Nonostante la fama e la ricchezza, la sua arte è bloccata. I limiti principali li pongono, all’inizio, il bisogno di denaro, che lo costringe a dedicarsi alla ritrattistica anche se non ci si sente portato, e, in un secondo momento, la moglie, tutta casa e chiesa, che gli impedisce di dipingere nudi di donna, anche se lui si sente molto attratto da questo filone.

La moglie, poi, gli rovina la vita con la sua gelosia: lui è un marito fedele, ma lei lo incolpa di tradimenti che lui non ha compiuto. Finché si stanca e la tradisce sul serio con Conchita, una dama di gran classe ma abbastanza frivola.

Quando la moglie muore, lui rivive un innamoramento postumo: la vede in tutti i quadri che ha dipinto e la idealizza nella memoria, scontrandosi anche con i ricordi di chi la moglie l’ha conosciuta sul serio e gli dice che… beh, le cose non stavano proprio così!

Dopo un periodo in cui ricerca la moglie in donnine e cantanti dei bassifondi, si rende conto che lei è morta e che la morte sarà la vincitrice su tutte le passioni umane.

Renovales è un uomo dagli atteggiamenti altalenanti: il che, nella realtà, succede. Tuttavia, da un romanzo mi aspetterei una linea che guidi le scelte del personaggio; quel suo desiderare la morte della moglie e poi pentirsene subito dopo; quella sua fedeltà colpevolizzante e poi quel tradimento spudorato; quella sua brama spasmodica per Conchita e poi l’odio che lo prende quando lei lo deride… insomma, sei un adulto, deciditi!

E poi non sopporto i suoi personaggi femminili. Giuseppina è una borghese ignorante e bigotta che passa dall’amore profondo alla gelosia più abbietta e capricciosa. Milina sembrava la consolazione della vita del padre, e invece alla fine sta là con mani e bocca aperte in attesa di soldi per pagare i debiti. Conchita forse è la più umana: frivola sì, ma con stile. Insomma, qui non c’è una Donna degna di tale appellativo.

Credo che la traduzione che ho letto (il mio libro è del 1953) abbia contribuito non poco al mancato apprezzamento: odio i vezzeggiativi, e il romanzo è pieno di manine e boccucce…

Ma perché questo libro era così famoso?

Devono averci fatto sopra un film…

5 Comments

Filed under Arte, book, Libri & C., scrittori spagnoli

Gita al faro, Virginia Woolf @NewtonCompton

Ma cosa c’è da recensire, qui?

In questi giorni, in classe di mio figlio (una quarta elementare) stanno studiando le recensioni. La recensione, in soldoni, dovrebbe presentare il libro attraverso un breve riassunto che non sveli il finale e poi dovrebbe essere corredata da un parere sull’opera. Una recensione è tutta qui: perché non mi piacciono, non capisco (non ci arrivo) le recensioni piene di paroloni, più complicate del testo che stanno cercando di spiegare.

Eppure, un libro come questo non lo puoi né riassumere né valutare.

Cosa fai, dici che è un bel romanzo? Che la Woolf è una bravissima scrittrice? Ma per favore…

La storia è brevissima: una madre promette al figlioletto di andare a visitare il faro, solo che poi non ci vanno. Passano dieci anni, in cui la casa al mare va in rovina. Alla fine, la famiglia torna (la madre e due figli sono morti), e la gita al faro, finalmente si fa. Ecco, il riassunto non dice nulla. Come non ti direbbe nulla una persona a cui non parli.

Bisogna leggerlo. Scontrarsi con la prosa, con le ipotattiche e con le parentesi. E poi scoprire che certe immagini, certe sensazioni, sono le stesse che hanno colpito anche noi, e che continuano a colpirci, ogni tanto. E che siano immagini e sensazioni positive o negative, non importa: ci si sente meno soli.

E’ curioso, che un romanzo così, che parla, dopotutto, di solitudini, riesca a farti sentire meno solo. Ma ci riesce grazie al monologo interiore, quell’artificio che spalanca i corpi, che apre la corazza della pelle e ti fa vedere e sentire come qualcun altro. Si scopre che siamo tutti esseri umani con le stesse pulsioni, simpatie, antipatie e debolezze.

E ti fa riflettere sul fatto che quando qualcuno ti sta, letteralmente, sulle palle, tu non sai mai, mai, davvero, cosa quel qualcuno sta pensando o provando. Ce lo dimostrano bene Cam e James, durante la traversata che li porta al faro.

Ecco: non posso comunicare ai lettori del blog cosa significa leggere l’Incomunicabilità attraverso i personaggi di “Gita al faro”. Tanto vale chiudere qui.

3 Comments

Filed under book, Libri & C., scrittori inglesi

Picasso era una merda.

image

SCHIAVA DI PICASSO, di Osvaldo Guerrieri

Meravigliosa sorpresa, questo Osvaldo Guerrieri. Bellissimo libro; similitudini azzeccatissime e poetiche; ottimo approfondimento psicologico; personaggi interessanti al limite del pettegolezzo, ma descritti senza mai scendere di tono; ricostruzione storica che ti fa dimenticare che il lavello è là, a un metro da te, che aspetta di esser svuotato e ripulito.

Ma il lavello può farsene una ragione: se leggi questo libro, tu sei Parigi, nel 1936, a guardare come Dora Maar si fa umiliare da quello stronzo di Picasso.

Un gran romanzo biografico perché ti fa riflettere, più in generale, sui certi rapporti uomo-donna. Come può una Dora Maar, fotografa bellissima e intelligente, lasciarsi mettere i piedi in testa da un egocentrico patologico che si autogiustifica sfruttando la sua arte e la sua nazionalità? Uno che le dice: molla le tue stupide attività e vieni qui? Uno che ha la sfrontataggine di riunire in uno stesso albergo due amanti, una moglie, un figlio adulto e una figlia di pochi anni, e di pretendere che interagiscano tra di loro in tutta cordialità? Uno che si diverte a vedere due delle sue donne che si graffiano e si strappano i capelli per lui, e che le lascia fare, perché, dice, non si è mai divertito così tanto?

Picasso, sarai anche defunto, sarai anche stato un innovatore in arte, sarai anche stato miliardario, e uno dei tuoi quadri potrebbe comprare me con tutta la casa e la mia discendenza… ma eri una merda. Sei una merda, pure da morto.

Quando deve essere interessante un uomo perché una donna accetti di trasformarsi in ombra? Ci deve essere un limite alla cultura, alle bravure a letto, al denaro, al glamour!

Ehi, aspettate un attimo: perché parlo di donne? Nell’ambiente in cui lavoro quanti pseudo-artisti ci sono che si ritengono dispensati dalle comuni regole di buona educazione se il bollino che ti hanno attaccato in fronte dopo la prima occhiata non ti colloca tra i primi posti nella loro personalissima scala di valori?

Si ricade nella questione che da anni mi infesta la mente sulla valenza dell’arte. A cosa serve essere bravi artisti se non si è brave persone?

Per fortuna Dora Maar, alla fine, l’ha capito; anche se questo scatto di consapevolezza le è costato un bel po’…

3 Comments

Filed under Arte, biographies, book, Libri & C., Scrittori italiani