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Padri e figli, Ivan Turgenev

La Russia è lontana. L’Ottocento è lontano.

Forse è per questo che non mi sono appassionata a questo romanzo.

Turgenev è un bravo scrittore: in poche pennellate ti descrive un villaggio e in poche frasi ti fa capire il carattere di un personaggio. E riesce anche a ben dipingere i contrasti che incontrano le diverse generazioni quando sono messe a confronto.

Tuttavia, non sono riuscita a farmi piacere i personaggi femminili: soprattutto le madri, tutte in sollucchero per questi figli (maschi!), timorose di chiedere loro cosa vogliono mangiare per paura di disturbarli. Donne tutte dedite alla famiglia: monotematiche.

Mentre Arkadij, Bazarov, i loro padri, Pavel Petrovic e perfino i personaggi maschili secondari, invece, sono sfaccettati. Interessanti.

Ho come l’impressione che Turgenev, per quanto fosse un bravo romanziere, delle donne avesse un’idea abbastanza stereotipata.

Bazarov è insopportabile.

La fissa del nichilismo si chiama nichilismo in questo romanzo, e si chiama “voglio una vita spericolata” ai giorni nostri.

Un paio di sberle ci stavano bene allora, come ci starebbero bene oggi.

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La casa della gioia, Edith Wharton @CasaLettori

Lasciatemi un attimo, che mi riprenda dalla drammatica fine di questo romanzo…

Ecco, adesso ce la faccio.

Lily Bart è una bellissima donna della New York dei primi anni del Novecento. Viene da una famiglia caduta in rovina, è orfana, senza mezzi, ma è abituata al lusso e dotata di modi squisiti, e indispensabili, per l’alta società del tempo. Per queste ragioni, le signore se la contendono come fosse un trofeo da mostrare alle numerose feste della Saison.

Ma la vita che conduce, costringe Lily a spendere più di quello che la sua magra rendita e l’aiuto di una vecchia zia le permettono. L’unica soluzione davvero definitiva sarebbe sposare un ricco. E le occasioni non le mancano, data la sua bellezza e la sua grazia.

Eppure… eppure finisce sempre col mettersi nei guai. Parlerei quasi di autosabotaggio.

Perché Lily, in fondo, pur anelando ad appartenere a quel mondo pieno di luci, ne sente anche la vacuità.

Non è un personaggio facile, Lily. La sua smania di lusso me la fa sentire estranea, all’inizio: la nostra mentalità moderna ce la rende incomprensibile, soprattutto quando capiamo che si innamora del giovane e intelligente avvocato Selden, ma che non accetta di sposarlo perché lui non può garantirle il lusso che lei vorrebbe.

Pian piano Lily scende nella scala sociale, di gradino in gradino, fino a una delle infamie più dissacratorie: la necessità di lavorare per vivere (sob!!).

Lily Bart è un essere combattuto, che si comporta esternamente in un modo ma che, internamente, critica ciò che fa e le ragioni per cui è costretta a farlo. Le astuzie a cui si riduce per accalappiarsi i ricconi sono rese possibili dalla sua intelligenza e dalla sua capacità di indagare i fini ultimi delle persone; eppure tutto ciò non basta, e Lily finirà male. Molto male. Quando sembra che ci sia un filo di luce, un’ombra di redenzione… niente, finisce male.

Il finale tragico è inevitabile per due ragioni:

  1. l’orgoglio.
  2. L’educazione.

Sono questi i due diavoli che impediscono a Lily e Selden di capirsi; e sebbene le regole di quella società siano molto diverse dalla nostra, i moventi del comportamento individuale sono sempre gli stessi. Si cercano i soldi, per ottenere altro. Ma alla fine i soldi diventano lo scopo, e lo scambio tra obiettivo e mezzi diventa fatale.

Edith Wharton doveva fare la psicologa: certe sfumature emotive solo una psicologa (donna) poteva illuminarle così.

Solamente un neo nel libro: questa edizione è piena di refusi.

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Entra nella mia vita, Clara Sanchez @garzantilibri

LA STORIA: Veronica scopre di avere una sorella che non vive con la sua famiglia perché è stata rubata in culla. Lo scopre attraverso una foto che ha trovato in una cartellina in un armadio dei genitori. Ma per sette anni non fa domande e non chiede nulla. Poi la curiosità vince e inizia ad indagare per conto suo finché scopre il giro di malaffare che si cela dietro questa compravendita di neonati (la storia è tratta da un fatto di cronaca) e sua sorella Laura scappa dalla famiglia fasulla.

COMMENTO: Ragazzi, che lentezza…

L’avevo già iniziato e interrotto un paio di anni fa, ma dovendo andare in spagna per le vacanze, volevo immergermi nell’atmosfera. Beh, anche qui, di spagnolo c’è poco. E poi questo romanzo è così lento… infarcito di pensieri e riflessioni che non mandano avanti la storia ma che, peggio, sono anche abbastanza scontati, non danno un vero approfondimento psicologico.

Altra pecca: la storia viene mandata avanti (per così dire) attraverso le voci delle due sorelle. Ma il loro modo di esprimersi, nonostante siano cresciute in due ambienti totalmente differenti, è uguale. A volte leggendo dovevo tornare indietro di un paio di pagine per vedere chi stava parlando, se Veronica o Laura.

Altri difettucci di minore entità si potevano perdonare: ad esempio la storia tra Veronica e il belloccio di turno, storia troppo rapida e insignificante per la vicenda principale; oppure la mancanza di una spiegazione del sospetto della madre circa la morte della figlia; quello che non si può perdonare è la noia.

Ad un certo punto, siccome volevo arrivare alla fine e capire se i cattivi venivano puniti (e vi avviso: non se ne parla nel libro), ho iniziato a saltare paragrafi e, nonostante questo, continuavo a seguire la storia, prova del fatto che le parti saltate erano del tutto superflue.

Io non mi chiedo come si faccia a scrivere un libro così: l’autrice ci ha messo del suo, e uno scrittore non è mai il miglior giudice del proprio lavoro. Io mi chiedo: come si fa a vendere un libro del genere? Dove erano gli editor? Come ci si può affidare totalmente al marketing e alla notorietà dell’autrice?

Sconsigliato.

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I cani e i lupi – Irène Némirovsky

Nemirovsky

Nemirovsky


Ultima recensione dell’anno. Mi ero ripromessa di leggere un libro ambientato in un paese caldo, per contrastare la temperatura esterna, ma non sono quasi mai io a scegliere i libri, si impongono da soli.

La Nèmirovsky scrive belle storie, si leggono perché si vuol sapere cosa ne sarà dei suoi personaggi, quasi sempre condannati fin dall’inizio a qualche sorta di solitudine. Anche qui, Ada, ebrea povera, si innamora fin da piccola di Harry, ebreo ricco, e lo ama per anni, senza mai incontrarlo, finché riesce, quando sia lei che lui sono sposati con altri, ad averlo.

Ma è una storia senza futuro, perché loro due sono troppo diversi, e il mondo non perdona nulla.

A dispetto dei punti di vista che la scrittrice sfrutta (uno, due, tanti quanti i personaggi), in realtà lei non ama le sua creature. Questa mancanza di amore trapela, non tanto dal destino che riserva loro, quanto dai pensieri che lei mette a nudo.

Lei, ebrea, è spietata con gli ebrei e con il loro legame col denaro.

Anche Ada, che in teoria è la protagonista, non si lascia afferrare nella sua duplicità: ne prendiamo le difese perché sentiamo che è una vittima, ma difficile perdonarle di aver sposato uno che non ama, pur di non stare da sola in attesa di Harry. O almeno a me questo non è piaciuto. E se nel corso della storia le viene spesso rinfacciato di essere linguacciuta e sempre pronta alla risposta, in realtà questo coraggio verbale non si concretizza in un coraggio fisico, perché alla fine lascia anche Harry.

Per salvarlo, dice. Perché per riprendersi finanziariamente ha bisogno della moglie. Perché lei lo avrà sempre con sé, nella sua mente. Beh, avere una persona accanto è ben diverso che averla nella mente. E’ stata una scelta di comodo, quella di lasciarlo. Una rinuncia in partenza, prima di affrontare la vita vera.

Ottantesimo, e ultimo, libro del 2016. By the way: sei libri meno dell’anno scorso… che vergogna…

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La costruzione della felicità – Martin E. P. Seligman

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Secondo questo psicologo di fama mondiale, la felicità dipende da tre fattori:

  • genetica
  • eventi esterni
  • eventi interni/pensieri

Sulla genetica non si ha alcuna influenza. Gli eventi esterni possono essere controllati entro certi limiti, ma se uno fa un incidente e perde le gambe o se non si ha un tetto sopra la testa, lo spazio di manovra non è molto ampio.

Sul terzo punto, invece, si può lavorare per aumentare il proprio grado di felicità. I pensieri che ci occupano la testa e che determinano le nostre emozioni possono riguardare:

  • il passato
  • il presente
  • il futuro

Per quanto riguarda il passato, le donne sono più portate degli uomini a rimuginare su eventi, tanto che l’incidenza della depressione nel sesso femminile è pressoché il doppio che in quello maschile. Come imparare a smettere di farsi guidare da pensieri tetri?

L’autore propone il sistema ABCDE:

A: AVVERSITA’: cosa è successo

B: BELIEF, o convinzione: come interpretiamo quello che è successo

C: CONSEGUENZE: cosa consegue dalle nostre credenze (es. hai mangiato una fetta di torta = avversità; ora metterai su un chilo = convinzione; resti nervosa per tutta la serata = conseguenza).

D: DISCUSSIONE: mettere in discussione la credenza. Per esempio, controllare con Cronometer le effettive calorie della fetta di torta e capire che non si può metter su un kg di grasso con 400 Kcal. Siamo molto bravi a mettere in discussione le affermazioni degli altri, ma prendiamo per oro colato i nostri pensieri , anche se non stanno in piedi.

E: ENERGIZZAZIONE: presa d’atto della discussione e delle sue conseguenze con comportamento derivante (es. smetti di essere nervosa e vai a farti una passeggiata).

Per quanto riguarda il presente, bisogna distinguere molto bene tra piaceri e gratificazioni. I piaceri sono di breve durata, possono portare a dipendenza, non richiedono l’intervento di pensieri elaborati. Le gratificazioni invece possono derivare da attività di lunga durata, richiedono l’intervento del pensiero e delle capacità analitiche e non creano dipendenza.

Le gratificazioni possono nascere quando mettiamo in moto le nostre potenzialità. Ad esempio, se una delle tue potenzialità è il piacere della scoperta e dello studio, trarrai più gratificazione da un lavoro legato alla ricerca e ai libri che da un lavoro all’ufficio reclami di un’azienda.

Da diversi studi risulta che chi eccede con i piaceri è più predisposto alla depressione, cosa che non succede con chi si dedica alle gratificazioni, anche se  a volte queste richiedono sforzi non indifferenti e anche se al momento non sembrano dar piacere.

Il massimo della vita è trovare un lavoro che rispecchi la tua vocazione (=potenzialità). Su un continuum che va da minima soddisfazione a massima soddisfazione per il proprio lavoro, possiamo distinguere:

LAVORO: fai quello che fai per lo stipendio, ma non vedi l’ora che arrivi il venerdì e ti senti poco coinvolto (un caso limite è l’operaio alla catena di montaggio, ma anche molti avvocati americani che, soprattutto all’inizio della carriera, devono dedicarsi a faticose ore di ricerca senza capire che senso finale abbia il loro lavoro né vederne i risultati)

CARRIERA: sei più coinvolto che dal lavoro, perché sebbene per te i compiti siano noiosi e poco coinvolgenti hai speranza di ottenere un posto migliore in futuro e ti adoperi a questo scopo.

VOCAZIONE: sei coinvolto in quello che fai e quando lo fai non ti accorgi del tempo che passa perché sei totalmente assorto. Sei riuscito a trovare un lavoro che oltre all’aspetto economico ti regala grandi soddisfazioni personali e sai che il tuo operato risponde a un disegno più grande. Es. un parrucchiere che riesce a instaurare bei rapporti con i propri clienti o un cuoco che si trasforma in chef creativo.

La felicità non dipende ovviamente solo dal lavoro. Nel libro si parla anche di altri aspetti (es. il rapporto di coppia) con tanto di test, per esempio per capire il proprio tasso di ottimismo. Una cosa è ormai sicura: la ricchezza oltre un certo limite non aumenta la felicità. C’è differenza tra un indigente e uno appartenente alla classe media, ma c’è poca differenza tra un ricco e un ricchissimo.

Un altro fattore che secondo Seligman non è importante per la felicità, è il luogo in cui si vive: Hawaii o pianura Padana secondo lui non generano un’alta differenza in felicità.

Mah. Se lo dice lui…

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Far soldi con la magia?

imageEsiste un’energia universale che può attivarsi potentemente al nostro servizio se solo sappiamo sfruttare nel modo giusto il Pensiero? Secondo gli autori di libri come The Key, The Secret, Crea la tua Realtà, sì.

Mischiando quantum e Dio come faccio io col latte di soia e l’orzo, ci ripetono fino all’estenuazione che tutto, proprio tutto, è alla nostra portata; che attraiamo ciò che pensiamo e che dunque pensando le cose giuste possiamo diventare miliardari o trovare l’anima gemella; che questa è una legge universale che centinaia di persone di successo (pensiamo a Roosevelt o Trump o Carnegie, per esempio) hanno applicato; che per attrarre ciò che desideriamo, dobbiamo comportarci come se ce l’avessimo già.

Con due postille, però:

  • il nostro subconscio deve essere in linea col desiderio conscio. Se fallite nell’attirare ciò che volete, è colpa dell’inconscio…
  • bisogna essere felici, per ciò che si ha, convincendosi che si è realizzati e grati.

Già. Ma io allora mi chiedo:

  1. perché devo desiderare qualcosa con tutta me stessa, subconscio incluso, se riesco a convincermi che sono già felice di ciò che ho?
  2. chi ha scritto le entusiaste recensioni su Amazon? Hanno messo in pratica i principi scritti in questi libri? Cosa hanno davvero ottenuto?

Testi del genere non dovrebbero essere classificati sotto l’ambiguo termine di automiglioramento, ma sotto il tag Magia: penso qualcosa, e questo qualcosa si verifica. Prendono lo spunto da un c.d. testo classico, Think & grow rich, di Napoleon Hill, che spesso cita la chiave o il segreto per raggiungere il successo (prevalentemente finanziario). Ma almeno, Napoleon Hill ha scritto questo libro dopo venti anni di interviste con ricconi: insomma, un po’ di fatica l’ha fatta. E soprattutto, il pensiero non è l’unico ingrediente della ricchezza: prima c’è l’idea, poi ci si mette in moto, poi si cade, ci si rialza, si impara ad affrontare le critiche e le paure, si crea un’alleanza di cervelli… insomma, non siamo a livelli di Mago Merlino.

Certo, anche lui in fatto di ovvietà non si fa mancare nulla:

Ogni volta che qualcuno si arricchisce, state certi che, prima, si è applicato con tenacia al suo lavoro.

Grazie per la perla di saggezza. Per non parlare, poi, delle frasi perentorie che sembrano vere, quasi scientifiche. Qualche esempio:

E’ accertato che il subconscio connette la mente limitata dell’uomo con l’Intelligenza Infinita.

Accertato? Intelligenza Infinita?

Ancora: tra i sintomi della povertà, elenca il pessimismo, che favorisce, tra le altre cose, l’indigestione, l’evacuazione difficile, l’intossicazione e… l’alito puzzolente! Continuo con gli esempi di frasi pseudo-scientifiche? Parla della paura di perdere l’amore:

La causa di questa paura radicata dipende dalla poligamia dell’uomo primitivo, a cui piaceva rubare la compagna degli altri, prendendosi con lei tutte le libertà ogni volta che desiderava.

Antropologia da bestseller americano.

E infine, per darvi un’idea del livello morale dei consigli dispensati, dell’alta spiritualità che si può raggiungere con tutto questo impegno dedicato all’automiglioramento, vi dico solo che Napoleon considera un atteggiamento da perdente l’

Accompagnarsi con quelli che accettano la povertà piuttosto che cercare la compagnia di quelli che ambiscono a diventare ricchi.

Col lavoro che faccio ne conosco parecchi che frequentano solo gente che conta: per loro sei invisibile, neanche ti vedono quando ti vengono addosso, e sbuffano se tu, misera impiegatuccia, li chiami al telefono per chiedere un’informazione; ma non direi che mirano proprio ad… automigliorarsi (e sinceramente si prendono un vaffanculo sibilato ogni volta che mi passano davanti all’ufficio).

Quando leggo libri del genere mi viene sempre in mente la Michela Marzano, prof di filosofia all’università La Sorbona. La teoria del c.d. automiglioramento ti porta al parossismo: tutto si può, dunque tutto si deve, sennò, se non hai successo e non ti conformi agli ideali finanziari, fisici, emotivi suggeriti da questi autori, sei un fallito, ed è colpa tua, non del caso, della salute, della famiglia, del momento economico. Tua e basta, perché tu, se davvero vuoi, puoi tutto. Libri del genere o colpevolizzano o megalomanizzano.

Però… forse qualcosa si salva. Sì, dai. Se si passa a testi più improntati all’azione, magari con qualche infarinata di psicologia e neurologia… penso a Tony Robbins, Livio Sgarbi, Re… Insomma, almeno ti fanno muovere.

E per muoverti, bene o male, hai bisogno di uno step necessario, che loro non esitano a fornirti: la speranza.

Non è vero che chi vive sperando muore … …. .

Chi vive sperando vive molto meglio di chi vive lamentandosi!

E soprattutto non rompe le palle a chi gli sta attorno.

Tanto, poi, moriamo tutti, sia chi spera, sia chi no.

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