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La camera azzurra (Georges Simenon)

Tony Falcone ha una relazione con Andrée da circa otto mesi. Si incontrano in una stanza dell’albergo del fratello di lui, la Camera azzurra.

Tony rivive l’ultimo incontro con la donna attraverso un interrogatorio.

Un po’ alla volta veniamo a scoprire che indossa le manette, che lo portano nella stanza degli interrogatori col cellulare. Dunque è stato compiuto un reato ma non si sa quale, non si sa se sia stato ucciso qualcuno, chi, quando, perché.

Sia lui che lei sono sposati: lei con un uomo che soffre di epilessia; lui con Giséle, che le ha dato una figlia, Marianne, di sei anni.

Scopriamo che Andrée è innamorata di lui dai tempi delle scuole, ma che poi Tony se ne è andato dal paese per una decina d’anni, e lei, in assenza di lui, si è sposata con Nicolas, ricco e malato.

Tutto quello che veniamo a scoprire sulla coppia clandestina, lo sentiamo dalla voce o dai pensieri di Tony durante gli interrogatori.

Una delle grandezze di questo libro è che c’è stato un reato, ma non si dice quale: al centro della storia c’è la psicologia dell’uomo e della donna coinvolti.

Tony non si fa domande, né su di sé, né su Andrée, né sulla moglie. Il più delle volte giustifica il proprio comportamento e quello altrui con frasi del tipo: E’ quello che fanno le donne, è quello che fanno gli uomini.

E’ un essere umano che vive quasi ai limiti dell’animalità, seppur travestita da perbenismo: il lavoro, la casa, la famiglia, tutto è accettato perché “si fa così”.

Non si chiede mai che cosa vuole davvero Andrée, e anche quando lei gli parla in modo da fargli capire cosa davvero desidera, lui registra le parole senza rendersi conto delle possibili conseguenze.

Non si chiede mai cosa pensa la moglie Giséle, dice di amarla ma non sa definire cosa sia l’amore. D’altronde, quando Andrée gli chiede espressamente se lui la ama, lui non sa rispondere con un sì o con un no neanche a lei.

Alla fine, il delitto gli cade addosso senza che lui quasi abbia fatto nulla, eppure sa di essere colpevole.

E’ colpevole.

Non è un libro giallo, dove c’è un delitto e si deve scoprire movente e colpevole; piuttosto è un romanzo sul senso dell’essere umano: cosa ci rende davvero umani? La consapevolezza di esserlo, la riflessione, il pensiero.

Chi non si fa certe domande è colpevole e deve venir punito.

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Chiara Gamberale a S. Donà di Piave (VE)

Ieri sera sono stata alla presentazione de “Il grembo paterno” alla Libreria Moderna.

Chiara Gamberale è una donna spigliata e sorridente, una che ti immagini sempre circondata da tante amiche.

Per prepararmi alla presentazione, visto che non avevo ancora acquistato l’ultimo libro, mi son letta “La zona cieca” (Premio Campiello selezione Giuria dei Letterati 2008). E devo ammettere che Lorenzo, il protagonista maschile, l’ho trovato insopportabile.

Lidia però ne è innamorata e sopporta i suoi sbalzi di umore, i tradimenti, le frasi sprezzanti, la dipendenza dalle droghe, le bugie, le depressioni, le assenze fisiche e mentali. Ho fatto fatica ad arrivare alla fine, perché mi chiedevo: ma come si può abbassarsi a questi livelli? E parlo di Lidia, non di Lorenzo…

Come si può rinunciare ad avere una vita decente per colpa di un tipo così?

Poi però alla presentazione di ieri sera ho capito che cosa ha portato Chiara Gamberale a dedicare tempo a mettere su carta due personaggi così, che sembrano legati da una maledizione più che dall’amore.

Chiara Gamberale è sempre stata affascinata dalle parole e dalle persone che sanno usarle bene. Fin da piccola (ha scritto il suo primo romanzo a sette anni e mezzo) diceva che sarebbe andata a vivere nel paese degli scrittori, proprio perché ai suoi occhi gli scrittori erano persone belle, che sapevano “parlare bene”.

Con gli anni, però, si è accorta che le parole si possono usare in modi diversi, anche per fare del male, anche per sedurre: anche chi “parla bene” può usare le parole a scopi egoistici (anche se non sempre ne è consapevole).

Sotto questo punto di vista, Lorenzo de “La zona cieca” e Nicola de “Il grembo paterno” si assomigliano molto (prima di scoprire le differenze tra i due, devo leggere il secondo romanzo).

Chiara Gamberale è tornata a scrivere dopo quattro anni di pausa.

Quattro anni fa, infatti, è nata sua figlia Vita e questo le ha causato una specie di lockdown creativo, un vero e proprio evento, per lei che è sempre stata inseguita da così tante storie da aver difficoltà a scegliere quale mettere su carta. Due anni fa, poi, quando il primo marzo ha iniziato a portare Vita all’asilo e sperava di poter mettersi a scrivere di nuovo, è arrivato il Covid19, il lockdown per “eccellenza”, e quindi la piccola è rimasta quasi sempre a casa.

Questa era la seconda volta che le veniva il c.d. blocco dello scrittore. La prima volta è stato quando si è innamorata sul serio: era rimasta altri due anni senza scrivere (e poi ha scritto undici romanzi uno dietro l’altro).

Sembra dunque che quando le succedono questi eventi così importanti, la sua creatività vada in cantina: ma anche da là, continua ad ascoltare e immagazzinare quello che sente, come una brava massaia che mette via i vasetti di conserva per l’inverno.

Il messaggio di “La zona cieca” è ottimista e intimista: abbiamo tutti un passato, degli amori che ci sono stati donati, magari male, magari storti, ma che ci hanno plasmato in qualche modo; e questo è il materiale da cui dobbiamo partire per creare nuovo amore. E’ un messaggio molto diverso rispetto ad altri libri di altri autori (lei citava “La solitudine dei numeri primi”), ma mi è piaciuto, dà una scrollata ai rinunciatari e a chi si adagia su affermazioni coniugate al passato, come “questo mi è successo!”.

Adoro andare alle presentazioni dei libri. Si impara sempre qualcosa.

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La canzone di Achille (Madeline Miller) @Feltrinellied

Tutti conoscono l’Iliade…

Oppure no?

Beh, lo ammetto: non ho frequentato il liceo, ma un istituto tecnico, e l’Iliade l’abbiamo nominata solo di striscio. A vent’anni me la sono letta per conto mio, ma non sono abituata a leggere i poemi e mi mancava una buona base culturale, così me ne è rimasto ben poco.

Dunque ringrazio Madeline Miller per aver messo questa storia alla mia portata.

In realtà, il romanzo si incentra sulla storia d’amore tra Achille e Patroclo, raccontata dal punto di vista di quest’ultimo; la presa di Troia c’è, ovviamente, ma rimane sullo sfondo dei sentimenti dei due amanti.

Per entrare meglio nel mood del poema, mentre leggevo il romanzo, mi son guardata Troy, con Eric Bana, Brad Pitt e Orlando Bloom, e mi son resa conto di quante licenze cinematografiche si è preso lo sceneggiatore (David Benioff, l’autore del bel romanzo “La città dei ladri”).

Nel film, Patroclo è solo un personaggio secondario, cugino di Achille, e voglioso di combattere. Briseide è una cugina di Ettore e si innamora di Achille, che muore per salvarla. Teti, la madre di Achille, è una gentile signora anziana che raccoglie alghe in riva al mare. La guerra di Troia sembra durare pochi giorni ed Achille passa le notti con due donne nel letto.

Nel libro, invece, Patroclo è un principe esiliato inetto sul campo di battaglia e che si dedica a curare i soldati feriti; Briseide è una contadina che si innamora di Patroclo e Teti è una dea minore incazzosa che non vuole che Patroclo gironzoli attorno al figlio Ettore, perché potrebbe compromettere il suo destino di gloria. La guerra di Troia dura dieci anni e Patroclo e Achille sono amanti.

Questo romanzo, in 382 pagine, riesce a scendere in profondo nelle psicologie dei personaggi.

Se all’inizio il rapporto di Patroclo ed Ulisse è passionale e idealizzato, verso la fine Patroclo si accorge di quanto il suo amante sia spinto dall’orgoglio e dalla sete di gloria e immortalità. L’autrice però è brava a rendere l’amore di Patroclo, che, pur rendendosi conto dei difetti di Achille, non ci si sofferma, perché lo ama al di sopra di ogni cosa.

Cioè: ci ha messo davanti al vero amore, non alla semplice infatuazione, dove si è ciechi e sordi alle caratteristiche negative dell’altro. Non era facile rendere questa contraddizione (complimenti alla Miller), forse perché nella vita reale siamo a corto di esempi in carne ed ossa…

Achille sapeva che se fosse morto Ettore, poi sarebbe morto lui: così diceva la profezia.

All’inizio, quando la storia con Patroclo è ancora rose e fiori, Achille non ci pensa proprio ad uccidere Ettore. “Cosa mi ha fatto?” chiede. Poi però si rende conto se se Ettore (e dunque lui) non muore, non otterrà mai la gloria dei posteri e morirà ignoto come l’ultimo dei contadini.

Se non si può raggiungere l’immortalità col corpo, si desidera raggiungere l’immortalità attraverso la gloria. E’ una contraddizione talmente umana: morire per diventare immortali…

E così, il romanzo si allarga sull’universalità: l’uomo e il suo desiderio di essere immortale.

Da leggere.

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La incantatrice (Han Suyn)

Han Suyn è nata a Pechino da padre cinese e madre belga. Si è laureata a Londra in medicina ma non ha potuto esercitare nel suo paese per motivi politici. Ha scritto diversi libri, tra i quali il più famoso è “L’amore è una cosa meravigliosa”.

La mia edizione (bruttissima, guardate che schifo di copertina, sembra un romanzo rosa) è del Club degli Editori, ma a dispetto della foto poco evocativa, il libro è sia storico che d’avventura.

Narra la storia di Colin e Bea, due gemelli nati in Svizzera nella seconda metà del Settecento. La madre, di origini celtiche, viene uccisa insieme al padre a causa della bigotteria di quei tempi e loro si ritrovano a viaggiare: prima andranno da uno zio a Losanna, dove Colin dovrebbe prendere possesso delle proprietà di famiglia e del titolo di conte, poi in Cina e in Thailandia.

Dimenticavo: Bea ha ereditato le capacità della madre, ha un legame particolare con la natura, sa preparare pozioni e può comunicare telepaticamente col fratello.

Il libro è scritto in prima persona, a volte parla Colin a volte Bea, ma è sempre immediato nelle descrizioni di sentimenti e luoghi.

Non è un capolavoro, ma un libro che ti fa trascorrere ore rilassanti.

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Da qualche parte starò fermo ad aspettare te (Lorenza Stroppa) @LibriMondadori

Il romanzo è raccontato dal punto di vista dei due protagonisti: Diego, che lavora come editor e colleziona donne senza mai impegnarsi davvero, e Giulia, pittrice, reduce da un evento che le ha segnato la vita ma del quale non sappiamo nulla fino a quasi metà libro.

Tutto nasce quando Diego trova l’agendina di Giulia sotto lo scaffale di un supermercato e viene travolto dalla curiosità: si improvvisa subito detective e inizia a frequentare i posti che frequenta lei.

No, non è un romanzo rosa.

E’ la seconda volta in poco tempo che mi sento in dovere di mettere in chiaro che non leggo romanzi rosa: con tutto il rispetto dovuto a chi li scrive, ma in questo libro la storia d’amore, pur occupando un ruolo importante, non è il perno della storia.

Piuttosto, parlerei di romanzo di formazione, sebbene i protagonisti non siano più adolescenti: la ragione di questa mia scelta è che entrambi hanno un nodo da sciogliere al proprio interno, un ostacolo che non permette loro di andare avanti, di crescere, di… prosperare.

Mi è piaciuto, di Diego, il fatto che lavori come editor: quando parla del suo lavoro vediamo quanto una figura professionale del genere debba mediare con gli autori, e ci rendiamo conto di quali capacità diplomatiche abbia bisogno. E’ un punto che già alcuni editor sottolineano nei loro canali YouTube: per chi si interessa di editoria, è bello avere uno scorcio diretto sulle vite di queste figure.

Di Giulia invece ho particolarmente apprezzato il suo rapporto con i colori.

Lavoro per un’azienda di design di alta gamma, dove si tende a dare una preferenza ai colori neutri che tendono sempre ad essere considerati come i più eleganti (il bianco è stato canonizzato, praticamente). Ma il modo in cui Giulia parla dei colori ci mette davanti alla “personalità” delle varie sfumature cromatiche: i colori ci parlano, anche se non sempre li ascoltiamo.

Questa storia è ambientata a Venezia: la Stroppa la conosce molto bene, essendo figlia di veneziani. E questo mi permette una digressione: vi capita mai di accorgervi, mentre leggete un libro, che qualcosa lo lega a quello che avete letto prima? Nel mio caso, Venezia lega il libro della Stroppa a “Tod zwischen den Zeilen” (Morte tra le righe) di Donna Leon, che sto leggendo adesso, e che è, anche lui, ambientato a Venezia.

Non solo: all’inizio di “Da qualche parte”, c’è un richiamo al dottor Zivago, il che lega strettamente questo libro a “Il colibrì”, di Veronesi, che ho finito due giorni fa e nel quale lo Zivago era il libro preferito del protagonista.

Queste sincronicità mi capitano sempre, leggendo…

Fine della digressione.

Nel romanzo della Stroppa ci sono anche dei punti che mi hanno lasciata perplessa.

Innanzitutto, l’amicizia tra Giulia e Rita: nella mia esperienza, le grandi amicizie nascono tra persone piuttosto simili. Il rapporto tra Giulia e Rita lo sento poco verosimile: Giulia è introversa, monogama e malinconica; Rita è spumeggiante, esorbitante, esagerata, bisex e un po’ ninfomane. Quante coppie di amici conoscete con questa differenza di caratteri? Amici veri, intendo, come sono Giulia e Rita. Io nessuna.

Un altro punto che mi ha fatto storcere il naso è l’episodio di Giulia che finisce a letto con Diego: era ubriaca, e non si ricorda se ci ha fatto l’amore oppure no. Ecco… l’amnesia da sbronza io non l’ho mai provata, non so fino a che punto ci si possa dimenticare certe cose, tuttavia, è un espediente a cui spesso si ricorre nei film di serie B: nel romanzo ci sta, si lascia leggere, eppure…

Ultimo appunto: c’è una scena in cui Giulia è a letto con Diego, che dorme. Lei si sporge per messaggiare con Rita. Ma Diego ha un braccio attorno alla sua vita, com’è che Giulia fa in tempo a fare un discorso per SMS prima che lui si svegli?

Ok, comunque queste sono pignolerie, nell’economia generale del libro..

Vi consiglio la lettura di questo romanzo?

Sì, perché la Stroppa scrive molto bene e perché… questo non è un romanzo rosa! Alla fine la protagonista fa uno scatto che mi ha portata a commentare: Ah, però! Brava Giulia! Sembravi destinata semplicemente a rifarti una vita come tutte le altre donne e invece…

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Cani selvaggi (Helen Humphreys)

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Non conoscevo questa autrice canadese: ve la consiglio!!

L’espediente narrativo che ha usato in questo libro è di mettere insieme sei persone, molto diverse l’una dall’altra, ma tutte con un problema comune: ognuna di loro ha perso il proprio cane (scappato o abbandonato), che si è unito a un gruppo di cani selvatici nel bosco.

Tutti noi abbiamo paura delle persone con cui viviamo, di quelle che hanno dato via i nostri cani. Se non avessimo paura di loro, loro non avrebbero avuto l’autorità di fare ciò che hanno fatto.

Ogni sera, allora, si trovano tutti e sei ai margini del bosco e ognuno chiama il proprio cane.

La storia è raccontata da diversi punti di vista.

Incomincia Alice, che si è innamorata della biologa del gruppo.

Poi c’è Jamie, un adolescente che cerca di crescere prima del tempo avvicinandosi ad amicizie poco raccomandabili per dimenticare la situazione che lo aspetta a casa.

C’è Lily, una ragazza con dei problemi intellettivi causati da un incidente

Parla anche Spencer, che non appartiene al gruppo, ma che sarà fortemente toccato dal destino di Lily (destino causato da lui, ma non faccio spoiler).

Un altro punto di vista è quello di Malcom: anche lui ogni sera va a chiamare il suo cane, e siccome Alice ha appena mollato il suo ragazzo ed è rimasta senza casa, le offre di dormire nel suo capanno. Ma anche Malcom ha dei problemi mentali..

Al di là della vicenda che li unisce, l’autrice affronta vari temi.

In un rapporto di coppia (o cane-padrone) bisogna fidarsi o bisogna mantenere un certo grado di paura?

Perché i cani se ne sono andati e cosa li trattiene nel bosco? Sono cambiati rispetto a quello che erano una volta o sono diventati quelli che erano già? E questo succede anche alle persone?

Non riuscivamo ad immaginare un mondo per loro del quale noi non fossimo il centro.

Credo che i cani siano una metafora della vita: sono addomesticati, vivono delle nostre abitudini, e poi all’improvviso cambiano. Sono diventati selvaggi o lo sono sempre stati, in realtà? E noi siamo addomesticati del tutto o possiamo ancora cambiare?

E’ un romanzo davvero pieno di riflessioni che ognuno può adattare a se stesso.

5 Stelle su 5.

L’acqua ha sempre qualcosa da fare. Dà sempre l’idea di avere un posto importante dove andare. Anch’io vorrei sentirmi così.

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Solo io posso scrivere la mia storia (Oriana Fallaci)

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Non è un’autobiografia, nonostante il titolo, bensì una raccolta di scritti scelti e catalogati in base ai principali temi affrontati dalla Fallaci durante la sua vita.

Si inizia con il resoconto della sua infanzia sotto il regime fascista e sotto le bombe della guerra: è un passaggio necessario per capire la durezza e la determinazione che l’hanno guidata durante la sua carriera e la vita privata.

Il padre era uno dei capi della resistenza, è stato imprigionato e torturato, e lei stessa, ancora bambina, ha fatto la staffetta per i partigiani. Ecco perché è sempre stata molto sensibile al tema della libertà e della politica.

Una buona parte del libro è dedicata alla sua storia con Alekos Panagulis, ovviamente: molti testi li ho letti qui per la prima volta, altri invece erano già contenuti in libri precedenti, o in articoli già pubblicati, ad esempio non ricordavo delle difficoltà che la Fallaci aveva avuto coi parenti dell’uomo dopo la sua morte.

E’ sicuramente un libro interessante, considerando la vita che ha vissuto questa giornalista.

Ha anche i suoi limiti, però.

La catalogazione è a volte imprecisa, ad esempio, sotto il capitolo “Il mestiere di scrivere” ci sono dei paragrafi dedicati al padre e alla guerra in cui non si parla di vera e propria scrittura.

Un altro limite di questo tipo di raccolte è che, essendo ogni testo tratto da una fonte diversa, a volte è difficile contestualizzare e bisogna andare alla fine del libro per capire – almeno – in che anni è stato scritto.

Passando ai contenuti specifici di quello che dice la Fallaci: beh, sì, è la Fallaci, però era anche un essere umano… dunque bisogna evitare di sottomettersi al principio di autorità, accettando tutto quello che dice, e valutare le sue opinioni caso per caso.

Ci sono ad esempio affermazioni che condivido, come queste:

In Italia i giornali non sono quasi mai fatti per la gente: sono fatti per i politici, per i partiti, per gli interessi di pochi.

Il nostro compito [dei giornalisti] non è compiacere il potere. Il nostro compito è informare e risvegliare la consapevolezza politica delle persone.

L’amore non si misura nel momento in cui fai l’amore ma dopo.

Altre invece sono troppo lapidarie e/o sono il frutto di una visione quanto mai personale:

Quando un padre impazzito ammazza un figlio, ammazza anche sé stesso. Quando una madre impazzita ammazza un figlio, non si ammazza affatto.

L’odio è un sentimento. E’ una emozione, una reazione, uno stato d’animo. Non un crimine giuridico.

Insomma, un libro da leggere per ragionare, non per imparare a memoria delle frasi astratte dal contesto.

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La storia di un matrimonio -Andrew Sean Greer @agreer @AdelphiEdizioni

Come faccio a parlarvi di questo libro senza spoilerare?

Eppure, non devo farlo assolutamente, altrimenti vi rovino il gran piacere della lettura.

Ambientazione: Stati Uniti, 1953.

La guerra è ancora calda nei ricordi della gente. Attraverso il romanzo scopriamo un sacco di piccole chicche storiche. Il dollaro del soldato ne è un esempio: prima di essere mandati in Alaska e poi a Pearl Harbor, i soldati di un’intera divisione firmavano i biglietti da un dollaro per andare infine a spenderli al bar. Un modo per essere ricordati.

E poi, i camion carichi di uomini che giravano per le strade con lo scopo di verniciare di marrone i lampioni… ma solo da un lato, la metà ad ovest, affinché gli aerei giapponesi, arrivando dal loro paese, non ne vedessero le luci.

La vernice, invece, è gialla per segnalare le case dei renitenti alla leva. Come è gialla la fascia che devono portare gli obiettori di coscienza, così disprezzati da essere mandati in “campi di lavoro”, ma anche da essere sottoposti ad esperimenti scientifici “volontari” (come essere ridotti alla fame, per esempio…).

Nel 1953 la caccia alle streghe è al massimo fulgore: il sospetto impera ovunque. Contro i neri, contro gli ebrei, contro i giapponesi, contro gli omosessuali.

In questo clima di paura compressa, Greer ci racconta la storia di Pearlie, di suo marito, del suo malato figlio, e dell’uomo che viene dal passato per reclamare un amore di cui lei era all’oscuro.

Il matrimonio di Pearlie viene investito da tutti i mali degli anni cinquanta Statunitensi.

Ragazzi, non posso dirvi di più, tranne che, oltre all’affascinante storia, in questo libro trovate decine di piccole verità che superano ogni spazio e ogni tempo.

Leggetelo!

Cinque stelline su cinque!

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Non volare via – Sara Rattaro @GarzantiLibri

(Attenzione: spoiler)

Le aspettative sono importanti.

Se il risvolto di copertina mi parla di Matteo, un bambino sordo, e della sua paura che il padre voli via per seguire l’amore della sua vita, io mi aspetto che il libro parli di Matteo e delle sue paure.

Non dico che non voglio la storia dal punto di vista del padre che, da diciottenne, si innamora, ricambiato, della bellissima Camilla, e che perde di nuovo la testa quando è sposato con due figli, di cui uno sordo… ma dico che il risvolto di copertina poteva essere un po’ più inerente alla storia raccontata.

Tornando al libro in sé: la Rattaro sa scrivere, certo; però, leggere un suo romanzo dopo aver letto Philip Roth non è stata una buona idea… mi saltavano all’occhio tutti i difetti (sui quali avrei sorvolato in altri momenti, perché, alla fine, questa è una lettura piacevole).

Passiamo alle ovvietà e gli scivoloni…

L’Alberto diciottenne, per sua ammissione postuma, è insignificante: non è una bellezza, non è simpatico, tutti lo ignorano. E appena arriva Camilla, bellissima e popolarissima, lei si innamora subito di lui. I want You, sembra dirgli ogni volta che gli rivolge la parola. Conoscendo i ragazzi (di oggi o di ieri, non importa), vi sembra verosimile?

Poi: quale è il sogno di Camilla? Fare la ballerina, come faceva la madre morta. E già qui…

Ma poi ci sono un paio di scene che sembrano copiate e incollate dall’immaginario televisivo. Ad esempio, quella in cui Camilla balla solo per Alberto in un teatro deserto, di notte. E poi, quella in cui lei, di notte, in spiaggia, si spoglia senza tanti pudori per correre a tuffarsi in acqua, tirando per il braccio un riluttante quanto banale Alberto.

Un altro elemento stonato, è l’atteggiamento di Sandra, la madre di Matteo e moglie di Alberto: è isterica. Alberto non fa altro che lodarne la forza e la resistenza, dicendo che è grazie a lei se la famiglia resta unita, eppure questa donna pianta crisi isteriche ai dottori e agli insegnanti perché non condivide i loro metodi o perché ritiene che il figlio non sia seguito/curato nel modo adeguato.

Ecco: queste sono scene cinematografiche. Ci possono stare in un romanzo, se è il pathos che cerchi (ognuno ha il diritto di cercare quello che vuole, in un romanzo!), ma sono troppo televisive.

Mio malgrado, li frequento, gli ospedali; e madri di figli disabili ne vedo tante, ma tante, tante. Crisi isteriche non ne ho mai viste; di solito vedo donne molto controllate: meno attirano l’attenzione e meno ansia lasciano trasparire.

Altro difetto: l’abbondanza di “tesoro mio, amore, piccolo… ecc…”. Siamo sicuri che la gente parli così?

Sì: in TV.

Punto incompreso: le parti in corsivo…

All’inizio credevo che le parti in corsivo riportassero verità rivelate, frasi che uscivano dal testo per attaccarsi alla vita del lettore, ma non era così. Erano frasi pensate dal personaggio, sue riflessioni; e allora… perchè in corsivo!!??

Alcuni esempi:

E’ come nelle foto, vieni sempre benissimo se sai quando avviene lo scatto.

Certe cose sono straordinarie solo per chi le racconta.

Non importa quanto cerchi di allontanarti. Prima o poi ritorni sempre dove ti eri fermato.

Se c’è un blackout o sbagli la direzione del treno, non puoi fare altro che aspettare.

La fiducia è qualcosa di fragile, ha sempre i minuti contati e raramente accetta scuse.

Sono solo io che le trovo frasi banali? Forse mi sembrano più banali proprio perché messe in corsivo, come nel tentativo di farle risaltare allo scopo di creare l’aforisma che l’adolescente possa poi trascriversi nei social.

Vogliamo parlare di Camilla? Di questa ballerina che ha avuto un successo strepitoso ma che (non si capisce bene perché) torna dopo qualche lustro di assenza e subito va a rompere le palle al suo ex, senza storcere un ciglio quando scopre che lui è sposato? Un minimo di rimorso, un ripensamento, un qualcosa, non si poteva lasciar trapelare?

Suo padre, quando lei frequentava le superiori, la picchiava: Alberto scopre i lividi sul suo corpo. Ma non fa niente. Niente. Neanche domande. Vi sembra verosimile?

Un altro punto che considero una debolezza, sono le coincidenze.

Alberto, adulto, ascolta sempre un certo Davide alla radio. E guarda caso, dopo che lui ha tradito la moglie Sandra e ci è tornato assieme, scopre che lei si è innamorata proprio di questo Davide che ha, pure lui, un figlio sordo.

Mi fermo qui.


Eh, ma che pignola, che sei… direte.

Vero.

Ho elencato molti dei difetti che mi sono saltati all’occhio (o quelli che io considero difetti), dunque è mio dovere ribadire che è una lettura piacevole (magari, non dopo aver letto Philip Roth), leggera, nonostante i temi caldi, e, sì, meritevole, considerata l’età dell’autrice: se non si lascia trascinare dal mercato, è una che può migliorare molto.

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Conoscere una donna – Amos Oz

Dunque, dunque, dunque…

Se dovessi limitarmi alla trama, sarebbe questa: Yoel, che lavora nei servizi segreti, perde la moglie per un incidente, e fatica a riprendersi.

253 pagine così.

In realtà il mestiere di Amoz Oz va sempre al di là degli accadimenti esteriori. Il suo è un continuo scandaglio interiore, in questo caso, sui dubbi (lievi) di Yoel circa il rapporto tra la moglie e il vicino di casa che è morto nello stesso incidente, e sui suoi tentennamenti per avvicinarsi alla figlia Neta, che soffre di epilessia (forse).

Tutto è sfumato: i sentimenti, i dialoghi, il lavoro, il rapporto coi vicini.

I dialoghi non hanno né capo né coda: non seguono un filo logico di domande e risposte, si interrompono, svicolano, sbandano con argomenti che non c’entrano nulla con la questione iniziale. E alla fine, il nodo centrale resta intatto: sono dialoghi che non “risolvono” né consolano.

Il lavoro di Yoel – che lui abbandona per seguire meglio la figlia, dice (ma è vero? La segue, la figlia, in queste 253 pagine?) – ci resta oscuro: non ha nulla a che fare con l’idea cinematografica della spia israeliana. Ci scappa un morto, è vero, ma le circostanze non vengono mai chiarite.

Il rapporto coi vicini americani è quello più frustrante: sono fratello e sorella. Il fratello mette praticamente Yoel nel letto della sorella, e a volte, forse, assiste. La cosa non viene commentata, e se ci si chiede se c’è qualche amore o qualche tipo di sentimento tra lui e la donna, la questione viene buttata là, quasi fosse senza importanza, quasi come se la donna fosse una figura di carta, senza spessore. Yoel non si pone alcuna remora morale.

In tutta questa nebbia, Yoel si accorge che manca qualcosa. La cerca, a volte gli sembra di avvicinarsi, ma gli fanno “male gli occhi” per lo sforzo. Eppure lui è un agente dei servizi israeliani, dovrebbe intendersene di segreti e dei modi per farli venire a galla.

Niente, non ci riesce.

Verso la fine del libro, sembra abbandonare la sua inattività (per tutto il romanzo non fa altro che dedicarsi al giardinaggio e ai lavoretti casalinghi) per darsi al volontariato in un ospedale; ma anche qui, non si capisce se lo fa per rientrare nel mondo, per provarci con le colleghe o per reale interesse nei valori del volontariato.

Insomma: non solo non si può conoscere una donna ma neanche se stessi, e neanche il resto del mondo.

Non si può conoscere niente.

A meno che, il messaggio non sia: accettiamo quello che ci arriva.

In tal caso, l’epopea passiva di Yoel potrebbe avere un senso.

Certo è che un messaggio del genere si poteva far passare con un romanzo più appassionante.

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