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L’arminuta, Donatella di Pietrantonio @einaudieditore

Una tredicenne si trova davanti a una porta sconosciuta: dietro c’è una famiglia che non ha mai visto, la sua, i suoi veri genitori e i suoi veri fratelli e sorelle. Scopre così di aver vissuto tutti quegli anni con una lontana parente che non poteva aver figli, in una casa accogliente, in una bella scuola, in un’altra parte del paese dove frequentava la piscina e il corso di nuoto.

Nella sua nuova famiglia, invece, anche se i legami di sangue sono più stretti, si trova subito male: sono poveri, grezzi, sporchi. Per fortuna c’è Adriana, la sorella di pochi anni più giovani, con la quale instaurerà un rapporto profondo e diverso da ogni altro rapporto intessuto fino a quel momento.

Ma perché la sua madre adottiva l’ha ri-abbandonata nelle mani della madre vera?

Entriamo in un mondo di analfabetismo emotivo, di sottomissione e insicurezza, dove a mancare non è solo il cibo sulla tavola.

Ma al di là della crudezza dei rapporti, ci sono scene che ti scaldano come una fetta di pane appena uscita dal forno. Ad esempio, la scena in cui muore la vecchia Carmela, o le varie scene in cui Adriana dimostra il suo attaccamento alla sorella.

Vincitore del premio Campiello 2017.

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Padre padrone padreterno – Joyce Lussu #femminismo @internazionale

Ma… il femminismo esiste ancora?

Di sicuro non ci sono più femministe come Joyce Lussu.

Una tipaccia: ha fatto la guerra nella resistenza (ed era pure incinta), ha preso una medaglia al valor militare (volevano dargliela senza cerimonia, e lei si è fatta valere), e ogni volta che teneva una conferenza per il partito obbligava gli uomini a portare le mogli, che erano regolarmente assenti.

Di famiglia nobile, laica e benestante, poliglotta, laureata in lettere alla Sorbona di Parigi e in filologia a Lisbona, ha viaggiato molto in Europa e nel mondo. Era scrittrice, poetessa e traduttrice.

Il libro che ho letto è breve, e rivede la storia mondiale dal punto di vista della donna.

Certe affermazioni storiche mi sono sembrate semplicistiche o, perlomeno, un po’ fuorviate, come, ad esempio, queste:

L’impero romano decadde, come tutti gli imperi, per una crisi di manodopera.

Il grande terremoto della Rivoluzione d’Ottobre aveva dimostrato che le masse possono vincere contro la classe dominante e che l’industrializzazione si può fare al di fuori del sistema capitalistico.

Ora c’era la Rivoluzione cinese, la prima vittoria rivoluzionaria non europea.

Tuttavia, altre parti denotano una notevole chiarezza sulla situazione femminile:

Il femminismo massimalista, con le sue proposte riduttive e alienate, in quanto improponibili a livello di massa (il rifiuto del maschio; il lesbismo come liberazione; i bambini in provetta e allevati in batteria, come i polli; l’atteggiamento acido e vendicativo verso l’uomo-lupo, come se noi donne fossimo dei candidi agnelli), non matura nessuna collocazione storica e nessuna prospettiva.

Se le donne devono ancora fare della strada in direzione della completa parificazione (soprattutto qui in Italia, dove il cattolicesimo ha fatto e fa danni), la strada va fatta insieme al maschio, non contro; e non si può prescindere dalla situazione economica (lei parla ancora di classi, ma se togliamo questa parolina, ormai priva di significato, la sua analisi rimane attualissima).

Posso dire la mia?

Il libro è del 1976 ma… Non sono molto ottimista.

E non mi riferisco solo al lavoro, dove le donne non sono ancora parificate; né solo alla famiglia, dove per mio marito (e per tanti altri) è normale, dopo cena, alzarsi e andare a guardare un film lasciando tutto sulla tavola.

Mi riferisco alla mancanza di solidarietà femminile, che genera assenza di dibattito, assenza di consapevolezza di interessi comuni.

Mi riferisco alle giovinette, che non si accorgono neanche di essere ridotte a esseri estetici, considerando superfluo quello che hanno dentro al cranio (e loro sono contente così!).

E mi riferisco… al meccanico che, quando gli porto la macchina (mia, e di cui pagherò io la riparazione), chiama mio marito per spiegare cosa ha fatto e chiedere cosa deve fare…!

Ci rido sopra ogni volta, però è sintomatico.

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L’amore molesto, Elena Ferrante @edizionieo @robadalettori

(English version: below)

Sono solo 170 pagine, ma sono dense di psicologia, luoghi, passioni e pensieri.

La madre di Delia annega la notte del 23 maggio, il giorno del compleanno della figlia. Non è chiaro se si tratti di suicidio, incidente o omicidio.

Delia lascia Roma e torna a Napoli per il funerale e per cercare di capire cosa è successo. Mentre ripercorre i luoghi della sua infanzia, salgono pian piano in superficie i suoi ricordi e ci permettono di ricostruire il passato della sua famiglia.

Veniamo così a scoprire che Amalia era una donna passionale, a volte civettuola, con molta voglia di vivere, che però veniva spesso picchiata dal marito gelosissimo. Che aveva un amico di lunga data, detto Catania, che frequentava anche in età avanzata. Che il padre di Delia aveva minacciato di uccidere la ex moglie solo una settimana prima della sua morte.

I ricordi però sono confusi, e non chiariscono del tutto il mistero della morte di Amalia. Pazienza: non è un giallo, questo. Vuole invece mettere sulla pagina una sofferta incomprensione tra madre e figlia, un rapporto in cui repulsione e voglia di immedesimazione si sovrappongono. E poi si parla di solitudine, tanta.

La Ferrante ha una bella scrittura che sonda nelle sfumature della psiche femminile come poche.

Però non mi piace molto l’immagine che dà degli uomini napoletani.

Io a Napoli non ci sono mai stata, ma i napoletani sono davvero così? Non se ne salva uno: tutti con tendenze violente, rozzi, con un’unica cosa in testa, sempre pronti a fissare nella scollatura delle donne, o a infastidirle nei mezzi pubblici, gelosi, braccano le sconosciute e i bambini per strada, fanno sesso con una che non vedono da trent’anni…

No, davvero, gente: è questa l’immagine del napoletano che vogliamo diffondere per il mondo?

Perché i libri della Ferrante sono tra i pochi libri di autori italiani che vengono pubblicati e letti all’estero. E io mi preoccupo, perché poi gli stranieri si fanno delle idee.

Inoltre, sebbene il libro mi sia complessivamente piaciuto, devo annotare una tendenza della scrittura della Ferrante che – secondo me – toglie un po’ di verosimiglianza ai suoi libro: le sue protagoniste pensano, sentono, ricordano molto. Però parlano poco, troppo poco.

Qualche parola, qualche frase smozzicata… le sue protagoniste me le immagino un po’ svagate, indecise sulle sensazioni da provare, sempre intente a studiare se stesse e gli altri. Donne che non agiscono per cause ed effetti, ma un po’ guidate dal momento, da sentimenti un po’ nebulosi…

So di toccare un mostro sacro, ma sono l’unica a pensarla così?


TROUBLING LOVE, by Elena Ferrante

The story takes place in Naple, where Delia comes back after 30 years for the funeral of her mother, who drowned the night of Delia’s birthday.

In a brief time Delia traces back her past: the violent father, the vivid mother, Caserta, the man who was perhaps in love with her mother, her uncle with one arm…

I never was in Naple, but I doubt that men there are very different from the men I know here in the North East of Italy. Ferrante’s men are all lustful, are always ready to touch women’s ass in buses, are violent and vulgar and have just one thing in their heads. No men in this book is safe from this stereotype.

Well, folk: this is not true, please.

Please: do not take this book as a realistic image of Italian male!!

Another thing that I do not like in Ferrante’s book is that her protagonists do not talk. Just few words or sentences, but in general, they seem absent-minded or too absorbed into their thoughts about themselves or other people.

That is true above all for this book, in Naple, where everyone is a chatterbox: here Delia seems an ET.

And you, abroad, have you ever read some of Ferrante’s books?

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Qualcosa di scritto, Emanuele Trevi @ponteallegrazie @casalettori

Se la gente si dimentica di chi arriva secondo al premio Strega, allora… rinfreschiamo la memoria all’Italia.

Certo, non è facile spiegare questo libro, forse non bisogna neanche provarci. Ma – dopo aver incontrato l’autore a Pordenonelegge – mi è venuta voglia di sfidare il destino.

Trevi ci racconta la sua esperienza al Fondo Pasolini. Non è importante se la narrazione sia vera o meno, se ciò che racconta gli è successo davvero così e cosà.

Il fondo Pasolini era stato messo in piedi e fortissimamente voluto da Laura Betti, una delle attrice del regista (ma anche cantante e, per i fans del genere, doppiatrice del diavolo in “L’esorcista). Forse è riduttivo definirla così: Laura Betti idolatrava PPP. Ma sul serio!

Quando Trevi, giovane autore esordiente, la incontra al Fondo, lei è già un’anziana signora intrattabile. Lo prende di mira (ma capitava a tutti) con epiteti fantasiosi e arrabbiati. Lo chiamava zoccoletta, lo disprezzava apertamente, lo insultava, lo umiliava. E lui sopportava. Perché al Fondo, e dalla Pazza, come la chiamava, si poteva imparare molto.

Il libro parla dunque dell’esperienza di Trevi al Fondo, ma anche di “Petrolio”, l’opera incompiuta e pubblicata postuma, di PPP.

Lo ammetto: mi sono innamorata della scrittura di Trevi, ma “Petrolio”, ora che ne ho letto attraverso Trevi, non lo leggerò.

Petrolio non sono alla sua portata. Non è stato scritto per me.

Ecco: è stato scritto per pochissimi… iniziati. Pier Paolo Pasolini non cercava riconoscimento, guai! E non mirava neanche a svelare arcani misteri politici italiani: PPP non era un bravo investigatore (e mi ha sorpreso leggere che non era neanche molto preciso nel riportare la parlata romana nei suoi romanzi).

Gli scopi di PPP vanno oltre. Trevi cita allusioni ai misteri eleusini, miti, iniziazioni, metamorfosi, doppi, archeologia. Ci racconta anche un po’ la trama di Petrolio (spezzettata, difettosa, lacunosa), e da quel poco che ne deduco, ho deciso che è una lettura che non fa per me. Non capirei il senso che sta dietro alle pratiche sadomaso, alle “parolacce”, all’esibizione di organi genitali…

Insomma, so che alla fine mi chiederei: ma perché tutto questo parlare di Petrolio? Siamo sicuri che Trevi abbia visto giusto? O che, piuttosto, Petrolio non sia altro che una fantasia sadomaso/porno?

Non importa.

“Qualcosa di scritto” mi è piaciuto comunque.

Le descrizioni di Laura Betti sono ustorie, come doveva essere ustoria lei, ma sono contenta di averle avute davanti agli occhi.

Come si può perdersi il racconto di una donna, col suo peso e i suoi anni, che sviene davanti all’elezione di Berlusconi?

Come si può perdersi il racconto di una donna che fa pipì sulla moquette di un albergo di Atene perché, secondo la sua opinione, l’hanno offesa?

L’autofiction di Trevi ha sempre (sono parole sue, da Pordenonelegge) un taglio di critica letteraria. Tuttavia, sottolineiamolo, questo è un romanzo, non un saggio di critica (come sembra l’abbia fatto passare Fabio Fazio a “Che tempo che fa”).

A me è piaciuto, perché dietro a ogni frase (scritta con prosa controllatissima) c’è un mondo di rimandi, sia letterari che personali. E se non ci si incontra sui rimandi letterari, perché magari i miti greci ce li siamo dimenticati, allora ci si incontra sui rimandi personali, si crea una comunione di sentimenti, di visioni, di modi pensare.

Approvato.

PS: mi resta sempre il rimpianto di aver incontrato l’autore di persona, di avergli chiesto una foto e di essermi dimenticata di chiedergli l’autografo…

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Autofiction #Pordenonelegge 2018

Ieri sono stata al Pordenonelegge ad ascoltare un dibattito sull’autofiction tra Carlo Carabba ed Emanuele Trevi. L’incontro era presentato da Alberto Garlini.

Cos’è l’autofiction?

Bè, non è proprio un genere. Per spiegarvi cos’è, vi faccio subito due autori che la usano o l’hanno usata nelle loro opere: Carrére e Chatwin.

Carabba ci ha proposto una suddivisione:

Primo filone: autori che mettono direttamente a nudo la propria anima con lo scopo di cercare la Verità (es. Proust, S. Agostino)

Secondo filone: autori che presentano un racconto molto simile alla propria realtà individuale (es. Jack London col suo “Martin Eden” o Breston Ellis col suo “Luna Park”).

Terzo filone: autori che uniscono il racconto della propria vita a fatti di cronaca (uno su tutti: Emmanuel Carrère).

Dai pochi esempi elencati, si evince che l’autofiction non è un genere a sé, perché si può infiltrare in altri generi (letteratura di viaggi, autobiografia, horror, cronaca…). Trevi ha usato un verbo: parassitare.

Quale è la necessità di fondo dell’autofiction?

Fondamentalmente, è un modo di reagire all’inerzia dell’esistenza, alla mancanza di eventi significativi nella vita di tutti i giorni. La sua ragione d’essere, è la stessa ragione per cui amiamo le storie inventate: perché abbiamo bisogno di vedere un filo conduttore in tutto ciò che succede, abbiamo voglia di segni, di significato.

Abbiamo bisogno che la persona, che vive una vita banale, si trasformi in personaggio, cioè in una persona privata degli innumerevoli momenti in cui non succede nulla. Ecco perché agli autori piace mischiare la persona (autobiografia) al personaggio (fiction).

Emanuele Trevi ha espresso un suo parere su Carrère: dice che i suoi libri si leggono tutto d’un fiato, sì, ma a volte, annoiano. Perché? Perché Carrère si mette sempre in mezzo, come se avesse difficoltà ad accettare che la vita è costituita più da assenza di eventi significativi che da eventi significativi. Secondo Trevi, non si può rendere interessante tutta una vita in tutti i suoi momenti: se lo si fa, si gonfiano i contenuti, e, così facendo, ci si allontana dalla Verità (o dalla sua ricerca).

Carabba ha appena pubblicato un esempio di autofiction: “Come un giovane uomo”. Parla di una sua esperienza del lutto. Nel libro racconta della morte di una sua cara amica, e di come, il giorno del funerale, lui si trovi davanti ad un bivio: andare a darle l’ultimo saluto o a firmare un contratto di lavoro che significherà la fine di una vita di precariato.

Ecco: il bivio.

Il bivio spesso non è altro che un rito di passaggio, un evento significativo nella vita di una persona. Dunque vale la pena scriverne. E spesso il bivio riguarda la scelta tra sentimento/intuito/affetti (nel suo caso, il funerale dell’amica) e razionalità (la vita lavorativa).

Sia come sia, dice Trevi, l’arte, e dunque la letteratura, deve creare un cambiamento. Se non lo fa, allora è un romanzo da nevrotici (v. Freud e il chiacchiericcio mentale dei suoi malati), un meccanismo di difesa che non crea cambiamento; un tentativo, vano, di compensare il quotidiano.

Il cambiamento deve essere qualcosa che non ti aspetti, qualcosa di diverso dalla vita vera, in cui la direzionalità (forse) non c’è.

Sono così d’accordo con Trevi e la sua concezione della letteratura, che ho subito comprato il suo “Qualcosa di scritto”. Ma devo stare attenta a leggerlo: non devo guardarlo come un libro autobiografico, anche se l’autore parla a volte in prima persona. Come per stessa ammissione di Trevi, la sua autofiction ha sempre un taglio di critica letteraria. Nel caso di “Qualcosa di scritto”, si dedica a Pasolini.

E ora una nota personale, di autofiction, direi: mi sono ricordata di chiedere a Trevi una foto, ma non mi sono ricordata di fargli autografare il suo libro che tenevo sotto il braccio e che avevo appena comprato. Sì, sono reale, ma imbranata come un personaggio dei cartoni animati.

E adesso, da raccoglitrice compulsiva di autografi di scrittori, mi mangio le mani.

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Libri acquistati in vacanza

Ebbene sì, ho scelto le vacanze in Spagna perché dovevo acquistare libri in spagnolo… mi direte: ma potevi comprarli in Amazon…

Sì, è vero, ma con Amazon devo aver già scelto dei titoli da acquistare. Se vado a braccio, se non ho le idee chiare, preferisco toccare i libri con mano, leggere qualche riga all’interno e vedere se li capisco.

Dunque, ecco il bottino che ho portato a casa:

Dimmi chi sono (Julia Navarro), Ed. Debolsillo, Euro 9,95

Ne avevo sentito parlare per la prima volta da Steve Kaufmann, il poliglotta canadese, che ne era entusiasta. Ho già iniziato a leggerlo e confermo che quasi non mi serve il dizionario. Non so se la storia sia stata tradotta in italiano, ma è interessante, perché parla di una donna dell’alta borghesia che molla marito e figlio per andarsene con una spia russa negli anni Trenta.

La mappa del tempo (Félix J. Palma), Alianza editorial, euro 3,90 (!!!)

Libro di fantascienza che unisce avventura e storia d’amore nei secoli… non è il mio genere preferito, ma è uno spagnolo facile, e poi, per 3,90 euro, non potevo lasciarglielo.

George Orwell, Escritor en Guerra, ed. Debolsillo, Euro 12,95

Corrispondenza e diari dello scrittore dal 1937 al 1943.

Le migliori opere in castigliano del secolo XX (tre titoli, ognuno a 5 euro):

Le buone intenzioni, di Max Aub. Max Aub è nato a Parigi nel 1903, figlio di padre tedesco e madre francese. Si trasferì in Spagna da piccolo e poi scelse il Messico come la sua residenza definitiva. Questo romanzo è ambientato nella Madrid popolare tra il 1924 e il 1934.

Il canto dei ciechi, Carlos Fuentes: Fuentes è ormai un classico spagnolo, non potevo lasciarlo sullo scaffale. E’ una raccolta di racconti.

Su eroi e tombe, Ernesto Sabato. Sabato era un fisico argentino che ha abbandonato la carriera scientifica per darsi alla letteratura. Ho comprato due volumi (primo e secondo) di racconti.

E infine, ho comprato L’amica geniale della Elena Ferrante.

Ehm… sì, lo so, non è spagnola.

Quale è il senso di comprare un libro di un’autrice italiana tradotta in spagnolo?

Costava 9,90 euro. Qui in Italia non l’ho ancora trovato per un prezzo così basso…

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Verderame, Michele Mari @EinaudiEditore

Molto più leggibile (e piacevole) di “Di bestia in bestia”, qui Mari crea un’atmosfera di mistero e nostalgia.

Michele è un bambino di tredici anni. Trascorre l’estate del 1969 dai nonni, in una gigantesca casa di campagna del Varesotto. Fa amicizia con Felice, il fattore, un uomo bruttissimo di circa sessant’anni, di cui non si conosce il passato e che parla solo in dialetto.

Felice inizia a perdere la memoria. E’ disperato perché non si ricorda più il viso del padre. Michelino lo aiuta facendogli applicare delle mnemotecniche (ad esempio, con dei cartelli che mostrano da che parte sta il bagno), ma i discorsi confusi di Felice lasciano intravedere un passato misterioso in cui si mischiano francesi, zaristi, fascisti, partigiani.

Il mistero si infittisce quando nella cantina di casa Michelino trova delle bottiglie vecchissime piene a metà di sangue rappreso… ma anche le lumache, enormi, sono strane: Felice le chiama “lumache francesi” e conduce contro di loro una vera e propria campagna.

E poi, ci sono i cadaveri: tre scheletri vestiti da SS in un antro segreto e quindici (o quaranta) scheletri francesi sepolti nel prato.

E’ un romanzo allucinato ma appassionante: Michelino ragiona in termini avventurosi, alla Melville o alla Poe, e applica le sue conoscenze alla vita di Felice. E alla sua, naturalmente.

Alla fine ti chiedi: ma Felice esiste? E’ mai esistito? E Michelino chi è?

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