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Raccontino

L’ACQUA LO SA (SERENA GOBBO)


Mia moglie aveva cercato di avvertirmi, una delle ultime volte che mi ero chinato ad ascoltare i suoi sussurri. Aveva un fiato dolciastro, che attribuivo al glucosio delle flebo, e che invece era dovuto – ora lo so – alla carne che si disfaceva.
“Lui sta arrivando” aveva detto, e io avevo annuito, muto, senza notare che aveva detto “lui”, e non “lei”, come faceva nelle ultime settimane.


“Lei”, Clara la nominava spesso, e non era una figura impietosa con la falce sporca di sangue: era una donna velata a lutto che offriva una sua forma di accoglienza, e pronta a porgerle la mano per sollevarla un’ultima volta da quel letto che Clara non abbandonava ormai da mesi. “Lei” non era neanche una figura ossuta e spigolosa: era dotata di un corpo arrotondato e morbido, e di una voce delicata che la chiamava sottovoce con la delicatezza di un foulard di seta che ondeggiava al vento.
“Lei”, insomma, era una donna: imperscrutabile e profonda, come un pozzo nel quale si precipita con terrore ma che, in fondo, ci accoglie su uno strato di morbida terra misericordiosa.


“Lui” non sapevo chi fosse, ma quando tutto finì e tornai a casa, mi accorsi che qualcosa era cambiato. L’erba continuava a crescere lungo il canale; i runner continuavano ad allenarsi sulla strada davanti a casa nostra – mia -; le auto sul cavalcavia continuavano a correre; eppure Carla aveva avuto ragione per l’ultima volta: “lui” stava arrivando.
Se ne accorse anche Cristoforo: una mattina, due giorni dopo che ero tornato, mi destai alle otto e un quarto e saltai a sedere sul letto. Non avevo sentito il miagolio che per dodici anni mi aveva svegliato con una puntualità ragioneristica alle sette. Uscii in pigiama e pantofole e Cristoforo non c’era. Lo aspettai tutto il giorno e i giorni successivi; lo chiamai, gli lasciai i bocconcini nella ciotola, ma non lo vidi più, e alla fine dovetti regalare ad un’associazione le scatolette che lui non avrebbe più mangiato.


In questi mesi ho cercato di raccogliere degli indizi su di “lui”, di capire chi è, cosa vuole.


Il primo è stato lo sguardo di Carla. Quando mi parlava di “lei”, teneva gli occhi socchiusi, come se ci fosse stato un raggio di sole a sfiorarle le palpebre; ma quando aveva nominato “lui”, l’espressione era stata molto diversa. Sulle prime avevo pensato che l’avesse pungolata un dolore improvviso, sfuggito alle maglie delle droghe che le giravano per le vene: un guizzo di fuoco che le aveva fatto strabuzzare gli occhi e raddrizzare la schiena. Ma il dottore mi aveva tranquillizzato, ormai dolori fisici non ne poteva sentire.


Un altro indizio era stata la scomparsa di Cristoforo, che si allontanava solo quando arrivava un estraneo e che tornava non appena l’intruso se ne andava.
Infine, l’ho sentito anch’io. Lo sento anche ora. E’ decisamente “lui”. Non so che faccia abbia, nè cosa voglia, ma c’è, è qui con me, sempre.


La prima volta che l’ho sentito distintamente, stavo attraversando il ponte pedonale per andare alla candelora: mi è sempre piaciuto il rimbombo dei passi sul pavimento di legno e metallo, e il luccichio dell’acqua che si intravede tra i gerani; ma quella volta è stato molto diverso.
“Lui” era lì. Mi son girato. A parte me, solo una madre con una carrozzina. Ci siamo salutati con un cenno della testa e lei mi ha superato, accelerando. Ma “lui” era ancora lì.


Adesso, quando mi veglio di notte per andare in bagno, sento il suo fiato, calmo e ineluttabile. Di giorno, il sottofondo dell’autostrada copre il suo respiro, ma “lui” resta qua, in attesa, non so di cosa. Non so da dove viene, né se ha un nome o se qualcuno, con quel nome, lo ha mai chiamato.
Non so a chi rivolgermi. Clara e Cristoforo, che sapevano, se ne sono andati. Don Gino dice che è Gesù, che cerca di farmi sentire la sua vicinanza, ma non c’è niente di divino, in “lui”.


Quando attraverso il ponte sento che potrei quasi toccarlo, come se là, la grata di ferro dei gerani gli donasse una forza magnetica che lo rende denso, palpabile.


Stamattina, alla fine, ho capito che il ponte non c’entra nulla.


Stavo tornando dalla messa ed è stato come se qualcuno mi chiamasse. Mi sono affacciato al parapetto e ho guardato l’acqua che scorre sotto, e l’ho visto. Ho visto la sagoma della sua testa. Non ne distinguevo i lineamenti, ma era lui per forza, c’ero solo io sul ponte.


E’ l’acqua che me l’ha mostrato. L’acqua lo sa. Deve averlo incontrato nei suoi innumerevoli viaggi, dai monti al mare e dal mare al cielo. Lo ha affrontato, attraversato, forse sconfitto più volte. Forse.
Sa chi è, cosa vuole. Sa perché ha scelto me. E vuole dirmelo, aspetta solo che io vada da lei…


Stanotte.


Stanotte andrò dall’acqua col mio fardello di domande. Mi chinerò su di lei, come facevo con Clara negli ultimi giorni, e ascolterò quello che ha da dirmi.

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La morte del padre (Karl Ove Knausgard)

Un’autobiografia senza abbellimenti.

Karl Ove Knausgard, nato in Norvegia nel 1968, ci racconta della morte del padre. Il libro è diviso in due parti.

La prima si incentra sulla sua giovinezza, fino all’adolescenza. Non c’è niente di straordinario rispetto all’adolescenza di altri ragazzi della sua età.

Il padre è insegnante, ed è una figura presente ma sempre distante, di cui Karl ha paura. Da bambino cerca sempre di intuire com’è l’umore di quest’uomo, che spesso è sprezzante e sarcastico anche con i figli.

Il Karl adolescente ha una grande passione per la musica, anche se si accorge presto che non è questa l’arte che gli permetterà di diventare “speciale”. Vivrà un periodo di ribellione adolescenziale, come tanti ragazzi tra i tredici e i 16 anni, ma senza incidenti importanti.

La seconda parte del libro inizia proprio con la morte del padre e scopriamo che l’uomo ad un certo punto si era lasciato andare, era tornato dalla madre e aveva iniziato ad imbruttirsi bevendo.

Karl e il fratello vengono a sapere della sua morte quando ormai non lo frequentano più da anni. E’ morto sulla poltrona, forse per colpa del cuore, ed è stato sua madre (la nonna di Karl) a trovarlo.

I due ragazzi ormai sono due uomini: mollano tutto e vanno a casa della nonna. La trovano in condizioni indescrivibili: escrementi in salotto, mucchi di vestiti ammuffiti in lavanderia, odore di urina, una borsa piena di contanti sotto il letto.

Quello che ci colpisce è come reagisce Karl: odiava il padre, eppure non fa altro che piangere.

Riassumere così 505 pagine di biografia è quasi una bestemmia. La storia è povera di avvenimenti, e quelli che ci sono, sono abbastanza banali, non si discostano dalle esperienze che ognuno di noi può aver vissuto nella propria esperienza.

La seconda parte del libro, ad esempio, ruota attorno ai due fratelli che puliscono la casa della nonna e che cercano di passare del tempo con lei, nonostante il suo “rimbambimento” (parola della nonna).

Sono frequenti i flash back e le descrizioni sono molto minuziose.

Il libro è permeato da mood nordico, non sono per il freddo che Knausgard soffre durante molti degli episodi descritti (io, leggendo, ho “sofferto” il freddo anche nelle loro estati), ma anche perché i sentimenti non sono messi in piazza come potremmo fare noi, da Roma in giù (non sto facendo valutazioni moralistiche: è un dato di fatto).

Knausgard non descrive i propri sentimenti: racconta quello che fa.

Da questo punto di vista, l’ho sentito un po’ distante, pur ammirandone lo stile.

Una nota: sia lui che il fratello, se ne sono andati di casa giovanissimi, rispettivamente a 16 e a 17 anni. E la cosa è stata presa dai genitori come normalissima. Knausgard si trasferisce a vivere nella casa libera dei nonni per motivi pratici: non ne approfondisce neanche le ragioni, è una scelta normalissima, là.

Mi viene da pensare al confronto con noi, qui in Italia.

Se lasciassi che mio figlio si trasferisse nel paese qui accanto, a 20 km di distanza, solo per questioni pratiche (non servirebbe prendere l’autobus per andare a scuola), come verrei considerata dalle mamme?

Credo che mi manderebbero un prete per esorcizzarmi…

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L’invenzione della solitudine (Paul Auster)

Il libro si divide in due parti. Nella prima, Paul Auster inizia a scrivere della morte del padre un paio di settimane dopo che è avvenuta. Nella seconda, si passa dalla prima persona alla terza, ma il soggetto è sempre – più o meno – Auster (chiamato “A.”).

Tutto gira attorno al tema della memoria. Che cosa resterà del padre dopo la sua morte se il figlio non ne scriverà? E anche se il figlio ne scriverà, ne resterà davvero qualcosa che sia assimilabile a quello che suo padre era stato? E la memoria, il luogo in cui gli eventi accadono per la seconda volta, può servire ad attribuire un significato alla vita di una persona o lascia che tutto rimanga nel regno del Caso?

La parte più lineare è senza dubbio la prima (“Ritratto di un uomo invisibile”): ci racconta dell’uomo che ha conosciuto, col quale non è mai riuscito a comunicare davvero, quello che era benestante ma spilorcio, incapace di guardarsi dentro e deciso a non desiderare mai nulla troppo intensamente.

Un uomo insomma che si è sempre difeso dalla sofferenza, ma che per farlo ha rinunciato a tutto ciò che poteva dare spessore ed emozione alla vita.

E’ difficile parlare di questo libro perché non c’è una vera e propria trama (soprattutto nella seconda parte, dove le digressioni abbondano), ma la scrittura di Auster contiene sempre i suoi bocconi di verità: leggi una frase e ti accorgi che Auster sta parlando di te.

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Una strana voce (Monique Lange)

L’Einaudi ha pubblicato il volume come se si trattasse di un unico romanzo, in realtà sono tre racconti lunghi (o romanzi brevi), tutti e tre a sfondo autobiografico.

La prima parte tratta l’infanzia di Monique Lange, originaria di una famiglia ebrea, ma alla ricerca di una religione più morbida e amorevole. Fa di tutto per diventare cattolica, ma quando finalmente ci riesce, non sente quell’afflato che si aspettava, non prova nulla, ed è una delusione cocente.

In questa parte si parla anche della sua famiglia: la madre, divorziata, va in Indocina col nuovo marito e per un po’ la bambina resta con la nonna. Quando quest’ultima muore, anche Monique va in Indocina, dove scopre che i genitori fanno uso di oppio.

La seconda parte è raccontata da Jean, il marito di Sara, che è l’alter ego della Lange. E’ la storia di un viaggio in Sicilia dopo la morte della madre di Sara/Monique. La protagonista all’inizio non riesce a godersi il viaggio, troppo assorta nei pensieri cupi della malattia, ma verso la fine, nonostante gli stereotipi sugli italiani, riesce a venire un po’ in qua.

L’ultima parte ritorna il racconto in prima persona, e qui l’autrice parla espressamente della malattia della madre (tumore in gola) e di come comunicavano tramite foglietti, proponendoceli tali e quali per darci il tono delle loro conversazioni scritte.

Né la scrittura né la storia mi hanno entusiasmato, ma non saprei dire esattamente il perché. Sarà che sono piena di tosse e raffreddore, rimando riflessioni più impegnative a data da destinarsi…

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Da qualche parte starò fermo ad aspettare te (Lorenza Stroppa) @LibriMondadori

Il romanzo è raccontato dal punto di vista dei due protagonisti: Diego, che lavora come editor e colleziona donne senza mai impegnarsi davvero, e Giulia, pittrice, reduce da un evento che le ha segnato la vita ma del quale non sappiamo nulla fino a quasi metà libro.

Tutto nasce quando Diego trova l’agendina di Giulia sotto lo scaffale di un supermercato e viene travolto dalla curiosità: si improvvisa subito detective e inizia a frequentare i posti che frequenta lei.

No, non è un romanzo rosa.

E’ la seconda volta in poco tempo che mi sento in dovere di mettere in chiaro che non leggo romanzi rosa: con tutto il rispetto dovuto a chi li scrive, ma in questo libro la storia d’amore, pur occupando un ruolo importante, non è il perno della storia.

Piuttosto, parlerei di romanzo di formazione, sebbene i protagonisti non siano più adolescenti: la ragione di questa mia scelta è che entrambi hanno un nodo da sciogliere al proprio interno, un ostacolo che non permette loro di andare avanti, di crescere, di… prosperare.

Mi è piaciuto, di Diego, il fatto che lavori come editor: quando parla del suo lavoro vediamo quanto una figura professionale del genere debba mediare con gli autori, e ci rendiamo conto di quali capacità diplomatiche abbia bisogno. E’ un punto che già alcuni editor sottolineano nei loro canali YouTube: per chi si interessa di editoria, è bello avere uno scorcio diretto sulle vite di queste figure.

Di Giulia invece ho particolarmente apprezzato il suo rapporto con i colori.

Lavoro per un’azienda di design di alta gamma, dove si tende a dare una preferenza ai colori neutri che tendono sempre ad essere considerati come i più eleganti (il bianco è stato canonizzato, praticamente). Ma il modo in cui Giulia parla dei colori ci mette davanti alla “personalità” delle varie sfumature cromatiche: i colori ci parlano, anche se non sempre li ascoltiamo.

Questa storia è ambientata a Venezia: la Stroppa la conosce molto bene, essendo figlia di veneziani. E questo mi permette una digressione: vi capita mai di accorgervi, mentre leggete un libro, che qualcosa lo lega a quello che avete letto prima? Nel mio caso, Venezia lega il libro della Stroppa a “Tod zwischen den Zeilen” (Morte tra le righe) di Donna Leon, che sto leggendo adesso, e che è, anche lui, ambientato a Venezia.

Non solo: all’inizio di “Da qualche parte”, c’è un richiamo al dottor Zivago, il che lega strettamente questo libro a “Il colibrì”, di Veronesi, che ho finito due giorni fa e nel quale lo Zivago era il libro preferito del protagonista.

Queste sincronicità mi capitano sempre, leggendo…

Fine della digressione.

Nel romanzo della Stroppa ci sono anche dei punti che mi hanno lasciata perplessa.

Innanzitutto, l’amicizia tra Giulia e Rita: nella mia esperienza, le grandi amicizie nascono tra persone piuttosto simili. Il rapporto tra Giulia e Rita lo sento poco verosimile: Giulia è introversa, monogama e malinconica; Rita è spumeggiante, esorbitante, esagerata, bisex e un po’ ninfomane. Quante coppie di amici conoscete con questa differenza di caratteri? Amici veri, intendo, come sono Giulia e Rita. Io nessuna.

Un altro punto che mi ha fatto storcere il naso è l’episodio di Giulia che finisce a letto con Diego: era ubriaca, e non si ricorda se ci ha fatto l’amore oppure no. Ecco… l’amnesia da sbronza io non l’ho mai provata, non so fino a che punto ci si possa dimenticare certe cose, tuttavia, è un espediente a cui spesso si ricorre nei film di serie B: nel romanzo ci sta, si lascia leggere, eppure…

Ultimo appunto: c’è una scena in cui Giulia è a letto con Diego, che dorme. Lei si sporge per messaggiare con Rita. Ma Diego ha un braccio attorno alla sua vita, com’è che Giulia fa in tempo a fare un discorso per SMS prima che lui si svegli?

Ok, comunque queste sono pignolerie, nell’economia generale del libro..

Vi consiglio la lettura di questo romanzo?

Sì, perché la Stroppa scrive molto bene e perché… questo non è un romanzo rosa! Alla fine la protagonista fa uno scatto che mi ha portata a commentare: Ah, però! Brava Giulia! Sembravi destinata semplicemente a rifarti una vita come tutte le altre donne e invece…

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Il colibrì (Sandro Veronesi) @lanavediteseoed

Per me è raro leggere il vincitore dello Strega nello stesso anno in cui è stato nominato: di solito compro i libri ai mercatini dell’usato, ma questo mi è arrivato in regalo (finalmente qualcuno che mi regala libri).

A dispetto di quello che si può dire dei premi letterari, per quanto accusati di brogli e favoritismi, il vincitore dello Strega è comunque sempre un bel libro, curato, con una prosa ricercata. Non come i titoli che sono usciti durante il lockdown e che parlavano del lockdown mentre era in corso (ma si può scrivere un buon romanzo in un mese??).

Marco Carrera, oculista, fin dall’adolescenza è conosciuto come il Colibrì, perché è piccolo ma aggraziato. Il nomignolo gliel’ha dato la madre, ma anche quando il suo problema di statura sarà superato grazie ad una terapia a base di ormoni, il soprannome gli resterà attaccato e acquisterà un nuovo significato.

Un colibrì è un uccellino che sbatte le ali settanta volte al secondo in modo da riuscire a restare fermo in volo e non cedere alla forza di gravità. Questo è quello che fa Marco Carrera: subisce una serie di lutti pesanti, non riesce a unirsi alla donna che ama dall’adolescenza, la moglie ha perso la ragione, il fratello non gli parla da anni, eppure trova sempre la forza di andare avanti, non collassa, non cade.

Un romanzo sulla resilienza?

In realtà è un romanzo che parla a tutti noi: a chi non capitano lutti e disgrazie? Eppure ognuno a modo proprio trova in sé le ragioni per continuare a vivere, e, a volte, anche per godersela.

Il messaggio che più mi piace, però, è quello che Marco Carrera e quelli come lui hanno la propria dignità: anche se non correno a destra e sinistra, anche se non si pongono obiettivi grandiosi, anche se non sono costantemente in affanno per raggiungere un obiettivo prestigioso, anche se “stanno fermi”, loro sono dignitosi, loro… valgono.

E’ un messaggio in sordina, eppure potente, che mi richiama alla memoria lo Stoner di Williams.

E’ grazie a questi piccoli esseri coraggiosi se la generazione futura avrà la forza di opporsi a chi negherà la dignità a chi non può rivendicarla con la forza (i deboli, gli immigrati, le minoranze, i disabili…).

O per lo meno così ho interpretato io il libro.

Un breve commento sullo stile: i capitoli non sono in ordine cronologico, la narrazione va avanti e indietro negli anni, fino ad arrivare a un ipotetico 2030.

Non sono d’accordo con molti booktuber che sostengono che la prosa sia semplice e adatta a tutti, anche ai lettori non abituali: sebbene ogni capitolo sia a sé (messaggi telefonici, dialoghi, lettere, prosa “classica”, flusso di coscienza ecc…), il registro medio è piuttosto alto, soprattutto in quelle parti prive di punti per pagine e pagine.

Ma a me non ha disturbato.

L’unica pecca è che devi metterti a leggerlo quando sai che non hai altri impegni: non puoi mollare una frase infinita per andare a mescolare il risotto.

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Una donna – Annie Ernaux

Annie Ernaux inizia a scrivere questo libro pochi giorni dopo la morte della madre. Racconta la sua vita, l’ambiente in cui è cresciuta, il rapporto che si era creato tra loro e la malattia, l’alzheimer, che se l’è portata via, prima nella mente e poi nel corpo.

E’ la vita di una donna normale, che si è sempre data da fare per uscire dall’ambiente contadino e dalla povertà, per farsi una cultura e per far studiare la figlia.

La Ernaux ha una scrittura concisa che tratteggia le situazioni con neutralità e precisione: scrive per fissare la vita della madre, perché se non lo facesse, di lei non resterebbe niente, e questo è il carattere che più ci fa riflettere sulla nostra essenza.

Segue un andamento cronologico, con paragrafi quasi diaristici, senza nessun tema da dimostrare né alcuna scaletta preimpostata: i ricordi vengono messi su carta man mano che li richiama alla mente.

E’ una storia drammatica perché universale, ci riguarda tutti, da vicino o da lontano.

Al Gruppo di Lettura molti hanno sottolineato la mancanza di giudizi: la Ernaux ti mette davanti ai ricordi senza darti appigli morali per valutarli, lascia fare a te.

Leggendola, mi ha dato l’impressione che sia lei che sua madre abbiamo vissuto senza poter davvero scegliere, come se ogni loro comportamento sia stato dettato dall’ambiente o dall’epoca.

Perché? Dopotutto, entrambe si sono date da fare, non si son trovate la strada spianata: lavoro, studio, famiglia, la morte di un figlio e di un marito/padre, un divorzio…

Credo che la risposta stia proprio nello stile: la scrittura è così scevra da giudizi, che da nessuna parte vengono esternati i desideri che erano all’origine dei comportamenti.

Mi spiego: i comportamenti sono descritti; i pensieri che hanno portato a quelle azioni, invece, no. Riportare i pensieri, infatti, avrebbe significato fare ipotesi, e l’ipotesi porta in sé un giudizio, o comunque qualche tipo di valutazione.

Durante la lettura, dunque, quando mi trovo la madre che apre un negozio di alimentari e che si fa in quattro per mandarlo avanti, posso intuire la motivazione che c’è dietro, ma se mi fermo alla parola scritta, questa motivazione non è esplicitata, e il comportamento sembra eruttare da un corpo senza volontà propria.

Il libro piace, non può lasciarti indifferente.

Quello che è mancato, secondo me (ma non era nell’intenzione della Ernaux) è il piano, la scaletta, un tema di fondo che mi aiuti a far entrare il libro nel novero della grande letteratura.

E’ un’opera d’arte, perché è una forma di comunicazione consapevole (molto consapevole), ma forse è un po’ troppo personale, troppo legato alla sfera intima.

(Ehi, qui sto facendo le pulci a un bellissimo libro… non ci badate)

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Una luce nella notte – Mary Higgins Clark

Un’autobiografia di una scrittrice me l’aspettavo un poco più approfondita o almeno più ricercata nella forma. Si tratta invece di un elenco di piccoli eventi normalissimi: dalla descrizione dei genitori e della loro morte, alla rievocazione dei giorni di scuola, dei tentativi di recitare, di trovarsi un lavoro…

Non è il contenuto a lasciarmi perplessa, ma lo stile: banale, come avrebbe potuto scrivere l’uomo della strada.

Se io l’ho letta in due giorni, è perché mi piacciono le autobiografie degli scrittori… la mia velocità è stata dettata dalla curiosità di trovare elementi correlati alla sua professione o alle sue amicizie letterarie, ma alla fine è stata per lo più delusa, perché, della scrittura, la Higgins Clark parla solo in via incidentale, come di qualcosa che desiderava ardentemente ma di cui poco approfondisce le difficoltà e i progressi (tranne che per il numero di rifiuti ricevuti agli inizi).

E’ stato comunque interessante leggere della sua esperienza come hostess della PanAm e dei tentativi di sua madre di preservare l’integrità della figlia dopo la vedovanza.

Altri fatteruncoli comici non rilevano e ci posso passar sopra.

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La guardarobiera, @pmcgrathnovels, @lanavediteseoed

Non dovete leggere questo romanzo aspettandovi la stessa morbosità di “Follia”, “Il morbo di Haggard” o di “Grottesco”. E’ qualcosa di diverso, molto più sottile, con meno accadimenti drammatici, meno macabri, (forse) meno passionalità. Eppure è un libro che merita di esser letto.

Joan, capo guardarobiera di teatro, è appena rimasta vedova del marito, famoso e affascinante attore. Siamo nella Londra del 1947, in un inverno freddissimo: è difficile trovare viveri e riuscire a scaldarsi, ci sono, qui e là, episodi di rinascente fascismo.

Joan è confusa: si convince che il marito non è morto, che il suo spirito c’è ancora. Lo sente dentro l’armadio, tra i suoi vestiti, e crede di rivederlo in Frank Stone, giovane attore con cui inizia una relazione.

Il romanzo è tutto un gioco di specchi tra realtà e immaginazione (malata): Joan prima sente la mancanza del marito, poi inizia ad odiarlo perché scopre che era un fascista (lei è ebrea); prima odia il genero, credendolo l’assassino del marito, poi ne abbraccia la causa; Frank Stone prima è il recipiente del defunto, poi è un contenitore vuoto (talmente vuoto che passa dalla madre alla figlia con “maschia” velocità).

Interessante la scelta di affidare la narrazione ad un presunto coro femminile, al corrente dei fatti e a volte materialmente presente, eppure non ben definito.

Ciò che sembra, non è; le rivelazioni non sono mai plateali, ma sfumate, si scivola dalla fantasia alla realtà senza fuochi d’artificio, ed è forse questo l’elemento più realistico del romanzo. Per questo non lo definirei “thriller psicologico”, come dicono tante recensioni giornalistiche. E’ un romanzo prima psicologico, e poi storico.

Notevole la capacità di McGrath di immedesimarsi nelle paturnie degli attori di teatro, nelle sfumature dei loro pensieri. Mentre leggevo mi chiedevo come faceva, e poi l’ho scoperto: è sposato con un’attrice…

Insomma, una lettura consigliata non a chi cerca fuoco e fiamme, passioni e tremori, ma sì a chi vuole immergersi in una mente ai… confini.

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