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La notte del santo, Remo Bassini @fanuccieditore

Iniziamo subito con un paio di morti ammazzati, quasi decapitati. E poi ne arrivano altri. Stessa modalità, ma vittime apparentemente slegate tra loro. La prima idea che salta in mente è che dietro agli omicidi, iniziati la notte del Santo patrono di Torino, ci sia una motivazione di natura religiosa, forse una setta. Ma pian piano, i dettagli iniziano a collimare tra loro: alla fine (che non vi svelo) le indagini vengono messe sottosopra e la curiosità ti costringe ad accelerare la lettura (terminata in tre giorni, nonostante un altro libro e l’inizio della scuola).

L’effetto sorpresa, che in un noir ci sta, arriva. Però questo è un noir atipico: il presunto protagonista, il commissario Dallavita, non è quello che risolve il caso. Lui tira le somme: grazie a lui scopriamo gli altarini dei colleghi, della Torino Bene, dei servizi segreti, ma in realtà il caso si era chiuso prima, grazia all’ispettore Tavoletti, o almeno si era chiuso per i giornali e i cittadini di Torino.

Dallavita non segue il caso passo per passo perché è a una svolta decisiva nella sua vita privata: lasciare la moglie Carmen. Ha bisogno di pensare, di star solo, e si prende un mese di ferie. Non è una scelta facile, la sua, ed è resa più difficile anche dall’atteggiamento della moglie, che attraverso telefonate ed SMS lo fa sentire un vero pezzo di cacca.

Quando un libro mi prende, provo nei confronti dei personaggi sentimenti forti, come se fossero persone che ho frequentato per un periodo breve ma intenso; forse anche di più: perché nella vita vera di rado vieni a sapere cosa pensa il tuo vicino o un tuo amico, mentre questo ti succede coi personaggi dei libri.

Nel caso di Dallavita, devo ammettere che non mi sarebbe piaciuto, dal vivo. Troppo altalenante in campo femminile, per i miei gusti talebani; e poi fuma (oh sì, il fumo mi dà tanto fastidio, anche nei libri), e inizia ad eccedere nel bere. Nessun personaggio del libro, però, è piatto: sono tutti multisfaccettati. Anche dal punto di vista della bravura nel lavoro, non sono perfetti: Dallavita per esempio si fa prendere in giro di brutto da un sospettato, mentre Tavoletti ha i suoi lati poco… legali. Questo l’ho trovato coraggioso, da parte di uno scrittore: la gente vera non è come nei telefilm americani, ci piace per certi aspetti, e non ci piace per altri.

Potrei forse avanzare una critica molto soggettiva sulla cupezza dei protagonisti: il noir italiano è abbastanza saturo di poliziotti dannati (anche se devo ammettere che, a difesa di Bassini, il suo Dallavita è dannato sì, ma non è bello né giovane, e qui esprimo la mia gratitudine per la rottura degli schemi).

Riassumendo: un romanzo con molti fili, che però si chiudono tutti alla fine; con personaggi pieni di fantasmi, che però si mettono in chiaro nelle ultime pagine; e con almeno tre conclusioni da dedurre tra le righe:

  1. trova il movente e troverai l’assassino;
  2. guardati dalle belle donne;
  3. anche i ricchi piangono.

 

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Meditate gente, meditate…

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Dite pure che ce l’ho con le riviste patinate (e che le compro solo quando regalano campioncini di creme per il viso), ma questo articolo del Guardian lo trovo istruttivo sul ruolo di un certo c.d. giornalismo; ma si può parlare ancora di giornalismo? Perdonatemi, ma a certa gente non dovrebbero permettere di usare la parola “giornalista” nei biglietti da visita…

Era inevitabile che la foto di Melania Trump sulla copertina di Vanity Fair Mexico sollevasse indignazione. Senza parlare del fatto che compare con un bicchiere pieno di gioielli come se dovesse mangiarseli: farlo sulla copertina di una rivista di un paese in cui quasi la metà della popolazione vive in povertà ha solo aggiunto benzina sul fuoco.

“E’ mancanza di sensibilità da parte dell’editore,” ha detto Guadalupe Loaeza, scrittrice e giornalista, “Avevo iniziato a leggere e non sono riuscita ad arrivare alla fine dell’articolo. Non volevo sapere nulla della moglie del nemico numero uno del nostro paese”.

Le copertine delle riviste messicane offrono spesso esempi dei privilegi, degli eccessi e dei dubbi interessi delle celebrità e dei ricchi.

“Grosse fette della popolazione messicana sono culturalmente programmate dai media per venerare i bianchi e i famosi,” dice Andrew Paxman, professore al Center for Research and Teaching of Economics, che studia i media messicani.

Giocano sulle fantasie e sul bisogno di evasione foraggiato in Messico da decenni di telenovelas sullo stile Cenerentola, dove buone ragazze di modesta origine possono esaudire i loro desideri sposando il Principe Azzurro.

L’anno scorso, un’indagine BuzzFeed Mexico ha scoperto che la stragrande maggioranza dei personaggi nelle riviste messicane era rappresentata da bianchi – anche se la maggioranza della popolazione è considerata indigena o meticcia.

(Liberamente tradotto da questo articolo: https://www.theguardian.com/us-news/2017/jan/27/melania-trump-vanity-fair-mexico-cover-backlash)

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