Sei come sei, Melania Mazzucco

Ultimamente ho letto pochi romanzi, ma tra gli ultimi ce ne sono tre che parlano di relazioni omosessuali: “La luce giusta cade di rado” di Caterina Saracino, “Splendore” della Mazzantini, e questo.
Davvero quando certi argomenti entrano nella letteratura, si incomincia a sfatare i tabù. Perché di omosessualità si parla sempre in termini di minoranze e di diritti da proteggere, ma è solo quando certe vicende entrano nelle vite cartacee che si inizia a ragionare in termini di normalità – norma, cioè statisticamente rilevante. E dunque, in possesso della forza dei numeri. Quantità che legittima, che diventa, appunto, norma.
Forse un piccolo fastidio lo provo: il fatto che scrittrici brave, che sanno farmi arrivare alla fine dei loro libri, parlino di argomenti che ormai sono normali (con tutto rispetto per i diritti degli omosessuali a cui spetta la libertà che spetta agli etero, finché non si mettono le piume in testa e non marciano per strada).

Perché ci sono ancora tabù che nel piccolo mondo in cui ci troviamo a vivere, quello lontano dai media e dalle cronache nere, fanno soffrire la gente: il tabù della vecchiaia e della grassezza, ad esempio.
Ma dopotutto, a uno scrittore non si chiede semplicemente di scrivere una storia?

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DEA, Dieta Energia Alta, Marco Urbisci

Ci sono alcune cose che non mi tornano.
La dieta che propone Urbisci (che la sta seguendo, al momento della scrittura del libro, da solo un anno e mezzo) è una dieta fruttariana a basso contenuto di grassi con alcune aggiunte di verdure a foglia tenera.
Mi esclude i cereali per tutta una serie di motivi, e limita al massimo anche la frutta grassa (avocado, olive, frutta secca…).
Però approva la dieta Gerson, che comunque integra con cereali integrali e che fa ampio ricorso a centrifugati (che invece Urbisci consiglia di bandire). Stessa approvazione per la dieta proposta da Colin Campbell.

Alcune piccole cose non mi tornano, considerando lo stato attuale delle mie conoscenze. Ad esempio, un igienista che è venuto a fare una conferenza a Ceggia ci ha sconsigliato di bere succhi di agrumi man mano che la giornata prosegue, perché il pancreas, adibito all’emissione degli enzimi per la digestione degli acidi, lavora meglio al mattino.

Quello che non mi torna, è che ci sono popolazione al mondo che hanno una dieta prevalentemente basata sui cereali e che vivono a lungo (penso agli hunza, ma anche in certe zone del Giappone e in Sardegna), senza parlare di tutti i vari medici vegani che consigliano i cerali (integrali). Ma i fruttariani dicono che la dieta originaria dell’essere umano esclude i cereali… perché creerebbero muco e difficoltà digestive e PH acido…
Per di più, Urbisci mi toglie anche le crucifere, perché secondo lui si digeriscono male a causa della loro componente fibrosa, idem per i finocchi e le carote: via tutto…

Facciamo una cosa: io sperimento qualche pasto a base di frutta fresca, e vediamo cosa succede; ma da qua a diventare fruttariana, ci passa…!

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Guida alla corretta nutrizione

Il libro è una raccolta di brevi saggi scritti da medici che fanno parte dell’American College of Endocrinologi, un’organizzazione medico-scientifica che si dedica a promuovere la scienza della clinica endocrinologia, del diabete e del metabolismo per il bene della salute pubblica.

Tuttavia, per ogni capitolo si legge il nome dell’autore ma non viene specificato nulla della sua biografia o del suo background scientifico.
Inoltre, nessun articolo prende in considerazione le ricerche di “The China Study”, e si limita a ribadire l’importanza di frutta e verdura e cereali integrali, ma ritiene ancora latte e latticini come buone fonti di calcio e la carne come una buona fonte di proteine.

Si può leggere come un testo introduttivo che spiega in generale i macro e i micronutrienti, nonché il processo produttivo, o la sana alimentazione in casi particolari (bambini, gravidanza, malattie, anzianità, sport…), ma a causa della brevità degli articoli, non si approfondisce mai.

29,90 Euro che si potevano risparmiare.

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Persona oggetto, Martha C. Nussbaum

Spiazzante!
Sarà che non mi sono mai soffermata a riflettere su cosa significhi essere una “persona-oggetto” ma la Nussbaum mi ha spiazzato proprio. E anche convinto, però.

La filosofa analizza il rapporto sessuale in generale, e ne sviscera – quasi – la necessità di oggettualizzare uno o entrambi i partner. Lo fa ricorrendo alla letteratura alta (Joyce, Kafka, Lawrence) e porno-commerciale (nomi che non conosco, scusate l’ignoranza… mi informerò).

Ci fa notare come parliamo tutti per partito preso, senza riflettere su quello che diciamo.
Tutti diciamo: no, la persona non va trattata come un oggetto.
Che vuol dire?

Ci sono sette modi per trattare una persona come un oggetto:
- strumentalità (si tratta la persona per raggiungere degli scopi)
- negazione dell’autonomia
- si tratta la persona come inerte, non agente
- fungibilità
- violabilità, si tratta la persona in modo di romperla o danneggiarla
- proprietà (un oggetto si può vendere o comprare)
- negazione della soggettività, si tratta la persona come se non avesse sentimenti propri, né preferenze.

Senza entrare nel campo della sessualità, ora, la schiavitù può essere intesa a tutti gli effetti come un’oggettualizzazione della persona-schiavo? Dopo aver letto le conclusioni della Nussbaum, la risposta non è più scontata come lo era prima. Quello che conta, è il contesto.
Ma, aggiungo io, è proprio il contesto quello più difficile da analizzare. Per il consumatore medio è più facile consumare parole e frasi fatte, piuttosto che fermarsi a riflettere sul più ampio Contesto.

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Fa bene o fa male? – Silvio Garattini

Devo dire la verità: quando ho letto sulla copertina che l’autore, il dottor Garattini, “viene chiamato continuamente da giornali e da televisioni”, mi son detta: oh, no, ecco l’ennesimo pseudo-dottore che si sforza di far contenti un po’ tutti, che cavalca le diete di turno e che non prende mai una posizione sua per paura di essere additato come eretico.
Un po’ come il dottor Oz, per intenderci.

Ma non è stato così. Sebbene non mi sia trovata sempre d’accordo con le sue tesi (il capitolo sulla terapia Di Bella secondo me non è stato approfondito a dovere, non sono state discusse le tesi dei dibelliani, se non altro per contrastarle… se voleva), mi sono accorta che è uno con idee sue, anche impopolari, a volte.
Per esempio, la sua posizione sulle droghe leggere è contraria alla legalizzazione, che viene oggi tanto sventolata come sintomo di apertura mentale.
Che dire dei capitoli sul fumo?
Premetto che non sono obiettiva: trovo che il fumo faccia schifo. Trovo poco femminili le donne che fumano e mi danno un senso di sporco gli uomini che fumano. Ed entrambi, in un modo o nell’altro, puzzano…
Ma Garattini è più scientifico e allo stesso tempo più estremista di me:
parlando dei fumatori dice

se questi 12 milioni (di fumatori) tagliassero, tutti insieme, i ponti con il pacchetto (…) chirurghi, cardiologi, pneumologi e tanti altri medici avrebbero parecchio lavoro in meno perché tanta patologia è concentrata nei fumatori. Il cancro del polmone diventerebbe una malattia rara, visto che l’80% dei casi oggi riguarda il popolo dei fumatori (attivi e passivi).

E ancora:

Come può essere autorevole ed efficace un dottore che raccomanda al suo paziente di non fumare quando lui stesso ostenta sul tavolo un pacchetto di sigarette? Trovo davvero squallido vedere questi camici bianchi che mollano i reparti per recarsi all’aperto e riempirsi i polmoni di fumo.

Assolutamente da leggere le parti che spiegano come viene composto il prezzo delle medicine (scordatevelo che i prezzi alti siano dettati dal principio attivo o dalla ricerca: è tutta una questione di promozione, pubblicità e informatori sanitari)

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Il dilemma dell’onnivoro, Michael Pollan

L’onnivoro si trova davanti a questo dilemma: potendo mangiare tutto, non sa cosa scegliere. Non è un panda né un lombrico, che mangiano ciò per cui la natura li ha fatti nascere. Ma si trova anche a dover scegliere tra alimenti che possono nuocergli, e ogni volta che si trova davanti a un cibo nuovo l’onnivoro – tirato di qua dalla neofobia e di là dalla neofilia – deve decidere.

Posso non essere d’accordo con le scelte alimentari di Pollan (vegetariano riluttante, si definisce) ma di certo questo libro deve essere letto da più gente possibile.
Pollan ha scelto tre strade alimentari e le ha provate tutte e tre:
- La via del mais: che è finita con un pasto McDonald’s ingurgitato in macchina (non è riuscito a controllare l’intero ciclo del manzo che aveva comprato, perché non gliel’hanno permesso).
- La via dell’erba: che lo ha portato a vivere una settimana in una fattoria che rifiuta sia il biologico che il mercato standard.
- La via della caccia e della raccolta: che è finita con una cena a base di maiale (cacciato da lui medesimo, che ha imbracciato il fucile per la prima volta), funghi e verdure del suo personalissimo orto.

Ho delle difficoltà a parlare di questo libro perché sono tante le cose che mi ha insegnato. Ad esempio: anche negli Stati Uniti la produzione del mais sopravvive grazie ai fondi pubblici. Ma è sconcertante la ragione di questo sostegno: il mais, con i suoi innumerevoli sottoprodotti, serve alle multinazionali. E non sono multinazionali alimentari.
Oppure: se tra gli ingredienti di un piatto pronto leggiamo “aroma lampone”, non significa che l’aroma è stato estratto dal lampone vero e proprio, ma solo che quell’aroma non è sintetico (di solito è un sottoprodotto del mais…).

Spaventosa la situazione degli animali allevati negli Stati Uniti a livello industriale: alcune aziende gli hanno impedito l’accesso (Pollan è un giornalista) con la scusa di evitare contaminazioni batteriche o altro, ma quel “poco” che Pollan ci dice, già basta.
Gli animali vengono tenuti ammassati, e dove la densità è così elevata, si moltiplicano le probabilità di malattia: da qui, la necessità di antibiotici in massa. E di qui, ovviamente, deriva l’antibiotico-resistenza… antibiotico-resistenza che poi passa a chi mangia quelle carni.

Escherichia coli? Leggete, leggete. E’ nato un nuovo ceppo, in questi allevamenti: antibiotico resistente. All’uomo non è ancora arrivato, per fortuna.

Insomma: libro da leggere. Non tanto per essere informati sulla situazione negli USA (sebbene sappiamo che prima o poi noi copiamo), ma soprattutto per farci capire quanto sia necessaria la CONSAPEVOLEZZA ALIMENTARE in questi anni di pasti pronti.

Quando salta fuori l’argomento del cibo, tutti, dico: tutti, hanno la propria da dire in materia. Ma quanti sanno davvero quello che mangiano? O (il che è diverso) quanti si attivano per saperlo?

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La salute viene dalla pancia, Pierre Pallardy

Incomincio a delineare gli aspetti negativi del libro:

- manca qualunque tipo di bibliografia;
- il richiamo di personaggi famosi tra i pazienti del dottor Pallardy mi sembra una tattica di marketing che stona con un libro sulla salute (perlomeno dal mio punto di vista);
- il capitolo relativo all’alimentazione riporta ancora punti di vista vecchi, incentrati sulle proteine c.d. nobili, che l’autore ritiene siano solo quelle di origine animale. Sebbene in alcune parti sottolinei l’importanza dei vegetali e dei fitonutrienti, al momento di dettare linee guida, si affida prevalentemente a proteine animali.

Per esempio, guardate la colazione antiacidità (disintossicante, la chiama):
1 uovo alla coque, o una fetta di prosciutto o un trancio di pollo o un pezzo di formaggio a pasta dura o una porzione di formaggio di capra o uno yogurt al naturale (+ eventuali carboidrati).
Alla faccia!

Per il resto, il metodo di Pallardy si estende a:
- respirazione addominale
- alimentazione lenta e regolare
- sport-piacere
- ginnastica dei due cervelli (cervello e intestino sono connessi, ricordiamocelo; e l’intestino produce la maggioranza degli anticorpi)
- automassaggi
- meditazione addominale.

Forse preso nel complesso, l’approccio può dare dei risultati, ma se si prende solo il fattore “scelta dei cibi”, Pallardy lascia a desiderare: troppo poco incisivo con i pochi e brevi consigli vegetali…

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