Terre rare, Sandro Veronesi

Secondo me, il sequel di Caos Calmo ci voleva tutto… ero rimasta con un senso di incompletezza, dopo aver finito il primo libro su Paladini.

Non credo che si debba leggere Terre Rare come una parodia dell’Italia contemporanea, come fanno in alcune recensioni. Credo invece che si possa leggere come una parodia della contemporaneità.
Intanto, si mette subito, fin dalla prima pagina, l’accento sulla Verità e sulle bugie, la Verità sfuggevole e dimenticata, le bugie spalmate sulle prime pagine dei giornali, anche se si tratta di una presunta invasione di calamari extraeuropei… E poi Veronesi insiste spesso sull’inconsapevolezza, sul “Sii sincero con te stesso”, un monito che Paladini si rivolge spesso da solo ma che non capisce in profondità se non alla fine.

Non secondario il polso col tutore: il polso debole.
Insomma, Paladini è un laureato, come si vanta spesso la sua nuova fiamma, eppure si è fatto fregare da un socio ed è finito a vendere auto rubate, si è fatto prendere in giro da una giovinetta ragazza madre, ha riciclato denaro sporco senza porsi tanto il problema… Nell’Oggi, il problema non è il livello educativo, ma la capacità di agire.

Bisogna tirar fuori la verità, e a volte, per farlo, si distrugge l’involucro, come si fa con le terre rare. Ecco cosa ha fatto Paladini: è passato attraverso una serie di sfighe pazzesche (ma mi pare tutte autoprocurate) e alla fine si è accorto quale era il suo problema.

Inconsapevolezza.
Non sappiamo di essere dispersi. Come è successo a sua cognata in Islanda.
Come succede probabilmente a me, ma non me ne accorgo. Come succede a tanta gente che mi sta attorno, e di cui mi chiedo se l’ansia che prova sia stata ben individuata. Perché è vero che le persone non sanno quello che provano. Malate di vestiti, di magrezza, di presenza, di importanza, di carriera, di sport…

Lascia un commento

Archiviato in Libri & C.

“Il diritto di essere io”, di Michela Marzano e… i regali alle maestre

Il meccanismo all’interno del quale si trovano oggi tante ragazze e tanti ragazzi è infernale. Hanno imparato a memoria la lezione del volontarismo e del controllo che si sentono ripetere fin da piccoli. Hanno capito perfettamente come comportarsi per sentirsi dire che sono ‘bravi’.

Leggo questo stralcio e, nel mio cervello, il concetto della perfezione autoimposta trasla dai ragazzi e ragazze di oggi agli adulti. Anzi: adulte.
Mi spiego.
Mi sto interrogando in questi giorni sulle vere ragioni dell’insistenza della rappresentante di classe di mio figlio di fare un regalo alle maestre per Natale. Mio figlio è in prima elementare, dunque si tratterebbe di fare un regalo alle insegnanti dopo neanche quattro mesi di scuola.
Io mi sono dissociata. Ho chiesto di non partecipare, per favore, al regalo.
Ma la mia richiesta non verrà presa in considerazione, perché il regalo verrà pagato con il fondo cassa, cioè con i soldi che abbiamo raccolto noi genitori all’inizio dell’anno per i bambini (o almeno io credevo fossero per i bambini…). Non importa se l’importo è piccolo, non è una questione di soldi. Il fondo cassa è una realtà necessaria e se serve, si può/deve rimpinguare. Ma si rimpingua per le necessità dei bambini, a mio modo di vedere.
Solo mio, a quanto pare.

E io mi chiedo perché. Cosa fa scattare nel cervello di una donna media il desiderio di raccogliere soldi per fare un “pensierino” alle maestre dopo quattro mesi scarsi di scuola?
Lo stralcio della Marzano mi ha suggerito, pur parlando di tutt’altro, una possibile risposta: la voglia di essere perfette, di farsi dire ‘brave’.
No, non posso essere così cinica. Non può essere così. Sono la solita talebana!

Allora un’altra risposta potrebbe essere: si vuol fare il regalo perché le maestre sono state molto disponibili e gentili, perché hanno dimostrato una passione che va al di là del loro mestiere.
Questa risposta mi piace. Corrisponde alla realtà. Mi fa sentire buona, e sotto Natale fa bene.
Però ho un cervello di merda, che continua a pormi obiezioni. E mi dice: “Se questo vale con le maestre, allora vale anche con la parrucchiera che taglia i capelli a tuo figlio da quando aveva un anno. Sei sempre andata là. Gli dà una caramella ogni volta che lo vede, gli tira fuori l’asciugamano di topolino, lo intrattiene con le barzellette che lo fanno ridere… E la commessa del negozio di abbigliamento? La commessa storia, quella che viene incontro a tuo figlio prima che entri dalla porta automatica, gli si accuccia davanti e gli fa le faccette? E non puoi dimenticare la promoter dell’Ipercoop, che lavora là da cinque anni, e che regala al bimbo i gadget colorati anche se tu, brutta stronza di una vegana, non compri mai i suoi yogurt… Queste, e molte altre, sono persone che non si fermano al ruolo professionale, che ti danno qualcosa in più rispetto a quello che devono darti per contratto, che mostrano un lato umano, che sorridono gratis. Anche loro hanno diritto a un pensierino di Natale!”

Però a queste signore non mi risulta che vengano mai fatti regalini di Natale in serie.
Perché?
Basterebbe un segno, una stellina di Natale in plastica acquistata al Tutto Un Euro, tanto non è il prezzo che conta… No. A loro no. Alle maestre sì. Alle catechiste sì. Alle insegnanti di danza sì. Ma alla commessa gentile o alla barista sorridente, non ci pensa nessuno.
“Nessuno gli fa un pensierino perché hanno il loro stipendio”, si potrebbe dire. No… questa risposta non giustifica la differenza.
“Non gli si regala un pensierino da un euro perché una donna non sa che farsene di una stellina di natale che ti sta sul palmo della mano”, si potrebbe dire. Ma neanche questa risposta mi soddisfa: in fondo siamo qui a giustificare la modestia dei regalini con la ragione (anche fondata) che è il pensiero che conta.
E allora… Perché il pensierino a certe categorie sì, e ad altre no?

La risposta che mi do, è questa: perché davanti alla commessa, alla barista, alla parrucchiera, non ci si presenta in gruppo. Si è singole.
E da singole, non si vuol offrire un pensierino da un euro: che figure…
Dunque, la commessa, la barista e la parrucchiera devono accontentarsi della nostra smagliante riconoscenza priva di carta natalizia.
Può essere questo il motivo?
Ragiono mentre scrivo, dunque l’argomentazione può essere carente.

Il fatto è che non credo a quello che mi viene detto: se fosse per generosità, per riconoscenza, i pensierini si dovrebbero fare a tutti quelli che scavalcano i confini della propria professione per darti qualcosa di più. Pensierini piccoli, economicissimi, magari, ma concreti.

E allora torno all’ipotesi della Marzano: il desiderio di essere perfette. Di farsi dire brave. Ma solo da alcune categorie di persone, quelle che… possono tornarti utili?
Oppure… la voglia di fare una figura più bella figura di quella che si farebbe con un regalo (nominativo e individuale) da persona singola? Ma no…
Allora: la voglia di coinvolgere le altre mamme in un atto di liberalità?
Liberalità?
Su, dai, ho parlato con quattro mamme: tutte e quattro a dire che fare un pensierino dopo quattro mesi è fuori luogo, ma sai com’è…
Boh, ogni ragionamento mi sembra zoppo.
Insomma, continuo a non capire.
E mi piacerebbe davvero capire. Ma ho paura che tirando fuori di nuovo l’argomento, chiedendo ulteriori spiegazioni, la rappresentante pensi che io voglia far polemica.

Ho deciso: non metterò più bocca. Non parteciperò psicologicamente ai pensierini di Natale, ma lascerò che usino il fondo cassa per acquistarli.
Resterò talebana a metà.

Come conciliare autenticità e conformismo, unicità e identità, passioni e ragioni, desideri e regole sociali?

Lascia un commento

Archiviato in Libri & C.

Il corpo umano, Paolo Giordano

Tutto sommato, non si può dire che Giordano non sappia creare i personaggi. O che non sappia rendere gli ambienti.
Ho sentito opinioni contrastanti nel web, su questo libro. A me è piaciuto di più de “La solitudine dei numeri primi” ma ammetto che leggendo chiusa in casa con il grigio delle giornate invernali che mi scassava le palle (ops, scusate, sono scivolata…), non ho disdegnato per nulla un viaggio virtuale in Pakistan, al caldo soffocante.
Per il resto non c’è molto da dire: l’ho finito. Non è poco, considerando che negli ultimi mesi leggo quasi solo saggi sull’alimentazione.

Lascia un commento

Archiviato in Libri & C.

Voglio correre, Enrico Arcelli

Come no, certo che voglio correre. Vorrei. Ma sono ferma da due settimane, dopo che la seduta di corsa più lunga della mia vita (35 minuti di orologio alla velocità di una vecchietta con passeggino) mi ha provocato un risveglio delle ernie al disco lombari.

Sì, lo so che la corsa non va bene a chi ha l’ernia al disco. Ma insomma: molla l’aikido perché le cadute non fanno bene, molla il tai-chi perché la posizione in piedi fa non fa bene, adesso devo mollare pure la corsa? Dopo la soddisfazione di essere arrivata a 35 minuti filati?
Il nuoto mi annoia, anche se sarebbe la morte sua… uffa. Vedremo.

Tornando al libro di Arcelli: un classico per gli amanti della corsa, neofiti e non. Ben dettagliato a livello alimentare (sebbene non mi trovi d’accordo con l’insistenza sulle proteine, sulla frutta a fine pasto, i blocchi della dieta a zona e altre “cosette” del genere) e tabellare.

Lascia un commento

Archiviato in Libri & C.

Prevenire i tumori mangiando con gusto, Anna Villarini e Giovanni Allegro

Eh, qui si sente tutta l’influenza di Berrino: l’insistenza sui cereali integrali con tanto di ricetta per cucinare il riso, l’importanza attribuita allo yoga, il progetto DIANA, le citazioni di testi spirituali classici… il tutto condito con qualche ricetta finale, opera dello chef Giovanni Allegro, che insegna alla Cascina Rosa, la scuola di cucina della Fondazione IRCCS Istituto nazionale dei tumori di Milano.

Non so se siamo ancora in tempo, ma a Milano e in altri centri sparsi per l’Italia cercano volontarie per lo studio Diana 5, che vuole verificare se una sana alimentazione e un’adeguata attività fisica possono ridurre le recidive nel carcinoma mammario.

Ehi, a proposito: proprio oggi ho sfornato il mio primo paninozzo prodotto in casa con la pasta madre! Un po’ a corto di sale, per la verità, però già il fatto che si potesse tagliare, masticare e ingerire, è stato un bel progresso rispetto ai biscottini integrali che ho fatto l’anno scorso: ne tengo ancora cinque o sei in una scatoletta e sono esattamente come le patatine del McDonald, non si sono minimamente rovinati, hanno mantenuto la forma con cui sono usciti dal forno e se li lancio del primo piano continuano ad ammaccarmi le piastrelle del marciapiede di sotto.
Mi direte: perché non li butto via?
Ormai sono diventati parte della famiglia. Non dico che li tiro fuori al mattino e che li sistemo sulle loro seggioline ai pasti per mangiare in compagnia, ma essendo inattaccabili da agenti chimici (per non parlare dell’acqua: li puoi lasciare a mollo una notte intera e non ne vengono minimamente ammorbiditi) mi trasmettono una sensazione di… immortalità?

Lascia un commento

Archiviato in Libri & C.

Entra nella mia vita, Clara Sànchez

Boh, sarò io che sto diventando più selettiva, ma questo romanzo della Sanchez, a differenza di quello sulle foglie di limone (sebbene le foglie di limone non c’entrassero niente con la trama), l’ho interrotto (a pag. 139 su 446).

Fin dall’inizio ci sono delle incongruenze, dei punti poco chiari, e, soprattutto, poco verosimili.
Ad esempio: la bambina Veronica trova la foto di quella che potrebbe essere la sua sorella maggiore scomparsa, ma per sette anni non chiede nulla ai genitori per non scombussolare la famiglia (almeno credo sia questo il motivo definitivo). Cosa? Una bambina di dieci anni che non fa domande su una cosa del genere? Cos’è, autistica? Impossibile.

Poi: sua madre, da cosa deduce che la prima figlia è nata viva, e non morta come le è stato detto dai medici e dalle infermiere dopo il parto? Su che indizi si basava per arrivare una conclusione del genere e per farsi condizionare la vita in quel modo, con implicazioni che hanno influenzato la sua salute e la sua famiglia?? Non viene spiegato.
Senza parlare del fatto che nell’ultimo mese di gravidanza, il marito era coi genitori in gita a Roma… ma ti pare!? E’ credibile una cosa del genere? Ma neanche tra i maomettani…
Vogliamo nominare l’incontro di Veronica con Mateo e dell’innamoramento a prima vista? Puah…

Così ho sospeso la lettura. Certo, mi rode non sapere che ruolo ha l’amica della madre nella scomparsa della figlia… forse un giorno lo riprenderò in mano.

Lascia un commento

Archiviato in Libri & C.

Prevenire e curare il cancro con l’alimentazione e le terapie naturali, Paolo Giordo

Questo autore, medico omeopata, nutrizionista e fitoterapeuta, mi è piaciuto perché, pur scrivendo per una casa editrice palesemente inclinata verso le terapie naturali/alternative, in realtà, al momento di elencare gli alimenti che aiutano nella cura del cancro non pone imbarazzanti aut-aut, della serie, o la chemio/radio o la terapia alternativa. Spesso, nel dettaglio del singolo alimento, lo caratterizza come co-adiuvante.

Personalmente, dopo aver assistito ai risultati su persone a me vicine, tendo a demonizzare la chemioterapia, ma mi dà più fiducia qualcuno che non lo fa sulla carta stampata: perché è più facile vendere libri urlando la propria rabbia, che non esprimendo i fatti come li si è studiati.
Certo, l’omeopatia non mi convince, e quelle poche volte che Giordo la nomina, ho storto il naso, ma bisogna ammettere che non ha calcato per niente la mano: insomma, non è un libro autocelebrativo, né dissacrante, ma solo informativo.

Quando poi è passato ad elencare i casi di terapie che uscivano dalla convenzionalità, mi ha fatto conoscere dei nomi che non avevo ancora sentito, sebbene i suggerimenti (bicarbonato, traumi ecc) circolino sul web senza alcun approfondimento. Ma anche qui, Giordo non se l’è presa con il sistema brutto e cattivo. Il suo tono è stato un po’ fatalistico, ma senza esagerare: in fondo, se qualcuno prende un libro del genere dallo scaffale, significa che il Sistema non è così pervasivo. E, soprattutto apprezzabile, non è scivolato sul dato personale quando ha parlato di Hamer: ha sorvolato sulle cause della malattia del figlio, la cronaca era fuori dagli scopi del libro (mentre lo sparo del Reale di turno è uno degli argomenti preferiti di certa manualistica di basso rango).

Interessante la teoria di Aldo Alessiani, medico legale di Roma, che ha confrontato le evidenze statistiche relative all’altezza media della popolazione con l’incidenza del cancro, notandone una correlazione.

Da leggere.

Lascia un commento

Archiviato in Libri & C.