Artisti si diventa, Angela Vettese

E brava la Vettese che spiega in termini comprensibili gli artisti e il loro ambiente (quanto odio i c.d. critici d’arte che parlano un’ora senza dire niente: guardate che la gente non è stupida, capisce se dietro alle parole c’è solo boria!)

Ci sono molte parti interessanti. Subito, all’inizio, un tentativo di definizione dell’arte. Scordatevi i discorsi sulla perizia esecutiva, la creatività, l’unicità, o, tantomeno, sull’estetica: tutto questo non c’entra una mazza con l’arte.
Arte è, semplicemente, ciò che gli uomini chiamano arte.
Certo, non può prescindere dall’aspetto comunicativo e implica alterità rispetto a ciò che si trova in natura (v. assonanza con “artificiale”), ma questi due aspetti sono propri di tutti i manufatti umani, o quasi.
Accostiamo l’arte alla libertà? O alla capacità di precorrere i tempi? Allora escludiamo dal novero tutte le opere ante-umanesimo create su commissione o eseguite secondo canoni stilistici dettagliatamente inculcati dalla Tradizione (es. i bassorilievi egiziani coi loro profili).

E’ più facile individuare un artista, piuttosto che un’opera d’arte, anche se per farlo si ricorre spesso a una sfilza di stereotipi che gli artisti stessi, sempre in cerca di riconoscimento (necessario), si attaccano addosso come figurine sull’album.
Interessante anche la parte che studia i vari approcci storico-psicologici, il ruolo sociale dell’artista, le tappe della carriera, il mercato…

La mia concezione dell’arte si modifica ad ogni nuovo libro.
Se Benjamin mi aveva convinta che l’arte può essere tecnicamente riprodotta senza perdere molto del suo valore, ora la Vettese mi fa cadere questa piccola certezza: e non solo per le opere monumentali, come possono essere le onde d’acciaio di un Richard Serra o le opere specchiate di Anish Kapoor; ma anche per le opere antiche, quando per esempio chiedevano allo spettatore di spostarsi per svelare le immagini di una chiesa un po’ alla volta.

Ultimo appunto:

Si ritiene che ogni “vera” opera debba dare “un’emozione” a chiunque, al di là di ogni mediazione culturale.

Tanto che se un’opera d’arte contemporanea non ci emoziona né ci fa riflettere, ne deduciamo che è… una cagata (v. Manzoni?) e che l’autore è, nel migliore dei casi, un furbastro.
Sbagliato!
Non esiste un gusto istintivo; il gusto è il risultato di un background culturale (e di solito, dunque, tende al conservatore). Non si può amare ciò che non si capisce, e lo si ama solo nella misura in cui lo si capisce: il livello di affinità che possiamo provare noi davanti a un quadro del medioevo, non è lo stesso che provava un uomo del medioevo che riusciva a individuare la frase precisa del Vangelo a cui l’autore si era ispirato!
Fantastico!

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Lo yoga nella vita, Donna Farhi

La pratica quotidiana di una vita illuminata

Bel testo automotivazionale che ci ricorda come lo yoga non sia solo asana. In realtà, non ci dice nulla di nuovo, ma ci ricorda ciò che, in fondo sappiamo già.
Per esempio:

Una parte importante dell’imparare a canalizzare le energie consiste nel sopportare sempre meglio di stare nell’intervallo di tempo che intercorre fra desiderio e soddisfazione.

I punti dolenti del “tutto e subito” mi erano già stati chiariti da “Intelligenza emotiva” di Daniel Goleman, ma ora che ho rispolverato il concetto, mi accorgo che se ne concepisco l’autoapplicazione (ci provo…), ho più difficoltà a impartire l’insegnamento a mio figlio di 5 anni. Non riesco a fargli capire che deve gestire dei tempi morti e avvolgerli con due metri di pazienza…

Tornando al libro: non si ribadirà mai a sufficienza che per essere gentili, tolleranti e compassionevoli verso gli altri, bisogna prima esserlo verso se stessi. Niente da fare: chi non si ama, non ama. Ma una cosa è dirlo, un’altra è farlo.

Un altro punto su cui io dovrei lavorare è quello del Siamo Uno, parte di un Tutto, cellula di un cosmo unico. Per cui, se facciamo del male, anche magari solo col pensiero, a qualcun altro, facciamo del male al tutto, dunque anche a noi stessi.
Si può capire un concetto del genere? Capirlo davvero?
Per quanto mi riguarda, i confini, io, me li sento bene addosso, ragioni sempre in termini di Me e di Tutti Gli Altri.
Dunque la domanda resta aperta.
Però… ragazzi, quale è la vita media di una donna in Italia oggi? 85 anni? Ne ho ancora 45 da vivere, ce la farò a rispondere a domande del genere prima di finire al forno crematorio?

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50 segreti per essere creativi, Rod Judkins

Rod Judkins è un artista figurativo e se date un’occhiata al suo sito vi fate un’idea delle sue opere. Non mi piace che nella pagina in cui si descrive l’autore, si dica “ha frequentato il Royal College of Art di Londra, dove hanno studiato, tra gli altri, Henry Moore, Ron Arad, Jasper Morrison, Ridley Scott e Lucian Freud”: è come dire, sono stato a scuola con Pasolini, dunque sono uno scrittore.
Lo trovo poco definitorio.

Libro di poco più di cento pagine con copertina rigida. Le pagine non sono piene di parole, perché le parole sono sparse bene bene nello spazio, ci sono tanti disegni e massime che si allargano come se non si abbattessero più gli alberi per fare i libri.
Mi direte: un creativo non si lascia frenare da valutazioni del genere.
Puf…

Cosa dice di nuovo questo autore?
Non giudico l’artista nel suo campo (i quadri che ho visto sul suo sito mi piacciono), ma perché ha voluto mettersi a scrivere un libro del genere? Perché è creativo e deve esplorare tutti i campi? Tautologia.
Non fraintendetemi: è corto, si lascia leggere, e leggetelo, assolutamente.
Ma ho come l’impressione che se uno ricorre ad un libro del genere perché vuol essere creativo, allora un vero creativo no lo diventerà mai. Un creativo mette in pratica tutto quello che scrive Judkins senza bisogno di razionalizzare quello che fa, lo fa perché gli riesce naturale.

O forse bisogna analizzare il problema all’origine: perché vogliamo diventare creativi? La creatività comporta, nella mia concezione, un grado di consapevolezza che, in certi ambiti, è meglio metter da parte e lasciarla stare.
Gli ignoranti sono più felici? Signori miei: sì.

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Il cuore dello yoga, T. K. V. Desikachar

Il mio primo vero testo sulla Yoga!
Piaciuto.
Soprattutto perché mi ha sorpreso: prima di iniziare la pratica, credevo che lo yoga fossero le asana, cioè il lavoro fisico. Invece qui Desikachar è molto chiaro: ci sono otto componenti dello yoga:

1) yama – comportamenti verso ciò che ci circonda
2) niyama – comportamenti verso noi stessi
3) asana
4) pranayama – respirazione
5) pratyahara – “controllo” dei sensi
6) dharana – capacità di dirigere la mente
7) dhyana – capacità di entrare in rapporto con l’oggetto
8) samadhi – fusione con l’oggetto da comprendere

Ognuno di questi punti è yoga. E tutto va personalizzato, bisogna incominciare da dove si è e progredire gradualmente.

Meno male che non ci sono solo gli esercizi fisici: non che non mi piacciano, perché è vero che ci si sente bene eseguendoli, ma una disciplina di automiglioramento deve essere completa, per come la vedo io. Non deve limitarsi alla palestra, al dojo, al mandiram…

Questo testo è molto chiaro: lo scopo è farsi capire, anche se poi ci deve essere sempre un punto di riferimento in un insegnante in carne ed ossa. Anche il capitolo dedicato agli yoga sutra mi ha sorpreso: pensavo di trovarmi davanti a una schiera di parole in sanscrito (che ci sono, ma c’è anche un glossario alla fine, non si fa fatica).
Qualche difficoltà l’ho incontrata quando comincia a parlarmi di differenze tra percettore e percepito… ma ho tempo.

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La mente e il corpo, Linda Wasmer Smith

Che delusione. Mi aspettavo un saggio approfondito sulla c.d. medicina alternativa e sulle scoperte scientifiche che la supportano ma ho trovato solo informazioni superficiali, già conosciute e ridondanti.
La Wasmer Smith, dopotutto (almeno da quello che è riportato in quarta di copertina), è una giornalista scientifica, non una specialista, né una dottoressa, né una scienziata, né, mi risulta, una praticante con decenni di pratica nelle discipline di cui ci parla.

Le ricerche scientifiche che sono qui riportate, sono una raccolta di dati, un puzzle di nomi di università e di istituti di ricerca che si sono occupati di… di tutto e di più, dalla meditazione, allo yoga, alle capacità curative del giardinaggio, della musica, dell’amicizia (con persone e animali), della psicoterapia. Parla di tutto e non approfondisce nulla.
Superato.

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Vivere al buio, Mauro Marcantoni

Un libro che è una specie di galateo per il vedente nei confronti del cieco. Uso la parola cieco, perché lo fa Marcantoni, che è cieco, ma è anche sociologo e giornalista.
Vi meravigliate? non siete i soli: stupirsi che un cieco possa raggiungere certi traguardi è un atteggiamento molto diffuso.

E’ il concetto di handicap che bisogna pensare in termini nuovi, spogliandolo dei pregiudizi; come quelli per cui i ciechi sono tutti tristi, bisognosi di aiuto, titolati solo per lavori di basso profilo.
Certo, non si devono negare le difficoltà, ma l’assenza di un senso non impedisce di diventare pittori o avvocati, né di viaggiare o andare in bici.
Tutto si gioca sull’ascolto e l’autostima.

Ci sono tante pagine del libro in cui ho dovuto sforzarmi per ricordare che si parlava di ciechi:

“La normalità non è uno standard a cui dobbiamo adeguarci, ma un modo originale e del tutto personale di perseguire diversamente gli stessi obiettivi di vita e di lavoro”.

L’impegno, il controllo, il gusto per le sfide sono tre approcci che riguardano certo il cieco, che dovrà applicare tutta la sua creatività (e memoria!) per vivere nel mondo delle immagini; ma sono atteggiamenti che tutti dovremmo far nostri.

Ognuno è diverso.

La realtà quotidiana è fatta di un’inestricabile rete di possibilità mancate per distrazione, per paura, per un’incapacità di riconoscere quello che si presenta davanti a noi.

E questo riguarda sia i ciechi che i vedenti.

E tu, che sei normale, sei davvero come tutti gli altri? Non hai pensieri solo tuoi? La tua identità è uguale a quella degli altri?

E ancora:

La normalità dovrebbe essere la soggettiva possibilità di vivere la propria esistenza con dignità e senza doversi confrontare con modelli preconfezionati, standardizzati o socialmente riconosciuti.

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Yoga giapponese

“Japanese yoga” di H. E. Davey

Sebbene stia praticando yoga indiano, la cultura giapponese mi affascina ancora, è per questo che ho letto questo libro.

Lo yoga giapponese (shin-shin-toitsu-do, la via dell’unificazione tra corpo e mente) è stato introdotto nel paese del Sol Levante da Nakamura sensei. Come molti orientali che hanno approfondito la ricerca sul corpo-mente, anche Nakamura aveva problemi di salute, che poi ha risolto tramite la pratica di questa disciplina.

E’ partito dallo yoga indiano, e poi ha personalizzato la disciplina, cercando di tener conto della vita occidentale moderna, in cui le sessioni di meditazione non possono durare ore. Davey infatti insiste molto sull’applicazione dell’unificazione corpo-mente nella quotidianità, sul rilassamento in ogni momento della giornata, ma anche su tecniche di autosuggestione (es. frasi da ripetersi davanti allo specchio poco prima di addormentarsi, quando il subconscio sta per prendere il sopravvento sulla veglia).

Ne risulta una disciplina variegata, che comprende anche tecniche di automassaggio e stretching.

Ovviamente, come tutti i tipi di ricerca interiori, non basta leggere il libro, bisogna applicare l’esperienza su se stessi in modo graduale ma continuativo.

Frequenti i rimandi al ki: non a caso molti degli studenti di shin-shin-toitsu-do erano aikidoka (Nakamura sensei conosceva Ueshiba). Ma anche ad altre arti giapponesi, i Do (o michi): bushido, shodo, composizioni floreali…
Tutte forme di arte.

Ecco forse una parola che può andar bene come sinonimo di arte: consapevolezza.
La consapevolezza che ci vuole per tenere un pennello in mano, ma anche per meditare davanti a una candela o… per restare sotto un pastrano, chiuso una settimana in una stanza insieme a un coyote, come ha fatto Beuys, o per ballare, o per comporre una sinfonia…

(…) to express ourselves skillfully with maximum efficiency and minimum effort, we need to investigate the most effective ways of using the mind and body since, in the end, they are the only “tools” we truly possess in life.

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