La donna perfetta


Una buona moglie è colei che al momento opportuno sa non vedere, che permette all’uomo di sentirsi ancora qualche volta scapolo, che non chiede conto delle ore trascorse fuori casa, che quandoha dei dubbi li nasconde, che cede anche quando sa di aver ragione, che ascolta i consigli del marito anche quando è più intelligente di lui.
Lo scopo della vita di ogni donna è il figlio. La sua maturità fisica e psichica non ha che quest’unico scopo. Dal punto di vista biologico il matrimonio in giovane età è in ogni caso per la donna la cosa migliore, perché una donna che si sposa a vent’anni è sempre, come madre, superiore a quelle che contraggono matrimonio a venticinque o trenta.
Un ginecologo ha osservato disturbi molto dolorosi durante il periodo mestruale in donne che hanno abbracciato una professione intellettuale.
La bellezza femminile favorisce notevolmente il matrimonio ma ostacola la funzione riproduttiva. La donna ideale è quindi una donna piccola, tonda, larga di fianchi, bruttine, trascurata e di modesto livello culturale.
(Spezzoni tratti da “Pane nero” di Miriam Mafai)
La donna ideale c’est moi!

2 commenti

Archiviato in Libri & C.

Bellissima descrizione

Mi dispiace (per modo di dire) per quelli che seguono il blog e che si vedono riempire le mail delle notifiche dei miei post “copiativi”, ma questo passo di “L’urlo e il furore” di Faulkner mi è rimasto impresso da anni, non posso non trascriverlo; la protagonista è la serva Negra, e questa sua entrata in scena, dopo le parti dedicate agli altri personaggi (ognuno con qualche “macchia” che li contraddistingue), mi ha sempre fatto immaginare una porta che si apre e dà sull’aria fresca, facendo uscire gli odori mefitici di una stanza chiusa:
Il giorno albeggiava squallido e freddo, una mobile muraglia di luce grigia che veniva da nord-est e che, invece di sciogliersi in umidità, pareva disintegrarsi in granelli minuti e velenosi, come polvere che, quando Dilsey aprì la porta della capanna per uscire, lateralmente le punzecchiò la pelle, precipitando non tanto un umidore quanto una sostanza che aveva lo stesso aspetto di un olio poco denso, non del tutto congelato. Portava appollaiato sul turbante un cappello di paglia rigido e nero, e un mantello di velluto marrone con un orlo di pelo anonimo e tignoso sopra un vestito di seta purpurea, e rimase un momento sulla porta col viso smunto e coperto di rughe voltato verso la nuvolaglia, e una mano scarna e squamosa come il ventre di un pesce, poi schiuse il mantello e si guardò il vestito sul davanti.
Di tinta regale e moribonda, il vestito le pioveva sparuto dalle spalle, sopra i seni cascanti, per poi stringersi sulla pancia e ricadere, gonfiandosi un po’ sopra le sottovesti che si sarebbe tolta a una a una con l’arrivo della primavera e il progredire della stagione calda. Un tempo era stata un donnone ma ora il suo scheletro si ergeva, avvolto mollemente in una pelle floscia che tornava a tendersi sopra un ventre quasi idropico, come se muscoli e tessuti fossero stati un coraggio o una fermezza che i giorni o gli anni avevano consumato fino a lasciare soltanto lo scheletro indomito eretto come un rudere o una pietra miliare sopra le viscere impervie e sonnolente, e su di esso un viso distrutto da cui si ricavava l’impressione che le ossa medesime spuntassero dalla carne, girato verso la pioggia sferzante con un’espressione fatalistica e insieme somigliante al deluso stupore di un bambino, finché non si voltò per rientrare in casa e chiuse la porta.

Adoro questo passaggio perché usa immagini fantasiose ma evocativissime, mette in scena molti aggettivi ma tutti necessari (al contrario di Hemingway, che si riduce spesso a verbo e soggetto: sarà anche un pilastro della letteratura, ma non è tra i miei preferiti, sebbene ne ammiri la capacità descrittiva con questi pochi strumenti).

Lascia un commento

Archiviato in Libri & C.

Gli assassini del pensiero, Michela Marzano

Ho appena iniziato a leggerlo, è difficile estrapolare dei passaggi perchè ogni riga è densa di significato, ma ci provo. Il sottotitolo recita MANIPOLAZIONI FASCISTE DI IERI E DI OGGI e il libro analizza il fascismo storico messo a confronto con i fascismi contemporanei citando qua e là Berlusconi e Sarkozy (ricordiamo che la Marzano insegna alla Sorbona).
Il fascismo può riassumersi in un certo numero di “passioni mobilitatrici” come il senso di una crisi profonda, il primato di una nazione in nome del quale si può sacrificare ogni tipo di diritto individuale, il bisogno di un’autorità esercitata da un leader carismatico e la valorizzazione del volontarismo e della violenza come mezzo per superare la crisi.
Cita spesso Pasolini, secondo cui il nuovo fascismo (gli Scritti corsari sono del 1974) “basa il suo potere sulla promessa del ‘comfort e del benessere’”
Cito ancora la Marzano: “Gli italiani sembrano aver perduto ogni spirito critico e applaudono le promesse e le menzogne di Berlusconi” visto come il salvatore dell’Italia, incarnazione dell’uomo che si è fatto da sè, anche se “dalla sua entrata in politica, nel 1994, il valore del suo patrimonio familiare si è moltiplicato per tre”.
Il problema tuttavia non è Berlusconi o chi per lui: “Il conformismo minaccia sempre il pensiero e rischia di farci passare inavvertitamente accanto a nuove forme di disumanizzazione della nostra società”.
Interessante anche la parte in cui analizza l’utilizzo del linguaggio da parte di Mussolini, pieno di retorica e slogans, adattissimo a far leva sulla parte irrazionale della massa: succede in continuazione anche nelle trasmissioni TV che ci propinano (anzi, VI propinano, con alcune eccezioni, visto che io la TV non ce l’ho).
Il conformismo e la società dei consumi ha fatto addormentare lo spirito critico non solo di queste c.d. masse, ma anche di molti intellettuali, che invece dovrebbero fare da guida, mostrare la fallacità di alcune argomentazioni del potere. Ma mi fermo qui. Leggete il libro, ne vale la pena.

Lascia un commento

Archiviato in Libri & C.

A che scrivo?

Sembra che scrivano tutti e che (quasi) tutti si chiedano perché lo fanno. Ognuno darà la sua risposta (la date, voi?), qui riporto la versione di Francesco De Sanctis in una lettera del 1858 alla sua ex allieva Virginia Basco, che ho trovato in PAGINE LETTE di Paola Tonussi (ed. QuiEdit, 2007):

Mi domandi: – A che scrivo? – Questa domanda non si fa, cara Virginia. Si scrive non per l’umanità, né per la stampa, né per la gloria; si scrive per bisogno, per quello stesso bisogno per cui si mangia. Luomo, che si alza al di sopra del volgo, ha de’ bisogni morali, più stringenti, più imperiori de’ fisici. (…) Lo studio è un dovere, e (…) serve a coltivare il nostro animo. Ciascuno coltiva se stesso secondo la coscienza che ha delle sue forze. (…) Un’anima ricca non dice mai: basta; e se talora si arresta, sente uno stimolo, una inquietudine, sente in sé delle forze rimaste inoccupate, e ricomincia.

4 commenti

Archiviato in Libri & C.

Trilogia di New York, di Paul Auster

Autore coraggioso, che ha fatto la fame (“Hand to mouth”) ma che ora è uno dei più importanti scrittori americani viventi. Dico coraggioso perché questi tre romanzi brevi escono fuori dalle solite classificazioni. Le vicende si svolgono a NY e sono sempre incentrate su delle indagini, dei pedinamenti, delle ricerche; c’è una persona che sfugge dall’inizio alla fine, e anche dopo la fine, tanto che il senso della storia resta sempre al di là della portata del protagonista che si rovina la vita per svelare il MISTERO.
Inafferrabili non sono solo Stillmann, Black o Fanshawe: è il significato della vita che sfugge, come Auster ribadirà in ognuno dei tre romanzi. E allora, invece di rovinarsi i giorni a cercare un sesno ovunque, godiamoci le storie che stiamo leggendo: “(…” fino a che punto la gente vrebbe tollerato lo sproposito se lo sproposito la divertiva? La risposta è ovvia, no? All’infinito. (…) E alla fine è proprio questo che tutti chiediamo a un libro… che ci diverta…”
Ok, magari se si può anche imparare o intuire qualcosa, aggiungo io… “LA QUESTIONE E’ LA STORIA IN SE’: CHE ABBIA SIGNIFICATO O MENO, NON SPETTA ALLA STORIA SPIEGARLO”.
Questa trilogia comunque mi ha fatto divertire: mi ha fatto entrare in una New York insensata piena di derelitti, sosia e scrittori; mi ha spinto a leggere fino all’ultima pagina, mi ha detto che le parole sono insufficienti e che le persone non si afferrano mai, non mi ha svelato il mistero che mi ha fatto solo intravedere eppure… eppure apre tante di quelle possibilità che alla fine ho chiuso il libro e già ne voglio un altro dello stesso autore. Consigli sul titolo?
Dubbio dell’ultimo minuto: ma uno scrittore che dice così sfacciatamente che la vita non ha senso, non finirà mica come Hemingway o la Woolf?

3 commenti

Archiviato in Libri & C.

No, il lavoro dello scrittore non è un mestiere come un altro

No, il lavoro dello scrittore non è un mestiere come un altro.

4 commenti

Archiviato in Libri & C.

Acido solforico, Amélie Nothomb

Poche settimane fa ho letto una recensione dell’ultimo libro della Nothomb su L’Internazionale. Riportava il giudizio di una giornalista di Le Monde, la quale diceva che quando la Nothomb pubblica il suo libro in agosto, tramonta l’estate e tramonta la letteratura. Diceva che questo volumetto era un inno alla vacuità e che l’autrice avrebbe dovuto prendersi un paio di anni sabbatici.
Al che mi sono indignata: come osi, una delle mie scrittrici preferite!
Oggi ho iniziato Acido Solforico e l’ho sospeso a pagina 30.
Mi piaceva il tema del reality show spinto agli estremi, ma ho trovato di cattivissimo gusto lo sfruttamento dell’idea dei campi di concentramento. Ci hanno sofferto milioni di persone, non si può mettere sullo stesso piano una delle peggiori tragedie del Novecento con la stupidità, seppur estrema, dei reality show.
A parte questo, dal punto di vista letterario non ho ritrovato la “mia” Nothomb. Non solo il linguaggio manca delle sue fantasiose metafore e similitudini, ma molti passaggi sono scialbi, mancano di vividezza. A pagina 30, quella a cui mi sono fermata, addirittura spiega il significato di una battuta di dialogo. Eh no, mi sono detta: questi sono errori da principianti… dovevi lasciarcelo capire da soli cosa significava l’”io” della protagonista!
Sospendiamo dunque. Forse, dopo “La voce della brughiera”, il salto era troppo lungo.

Lascia un commento

Archiviato in Libri & C.