Vegetariano sì o no? Nathalie e Jean-Marie Delecroix

Sono entrata da poco tempo nel mondo vegan (anzi: vegetaliano, e non è un refuso né un difetto di pronuncia dovuto alla frequentazione di clienti cinesi) e cerco di informarmi qua e là.
Ho trovato questo libro al supermercato e l’ho preso (forse già il luogo doveva mettermi sul chivalà?)

Sono a p. 69 (su 189) ma l’impressione che ne traggo è che non si tratti di un’opera molto seria. Ripeto: sono nuova dell’argomento, ma ci sono piccoli indizi che dovrò accertare leggendo altri libri sull’argomento.
Innanzitutto: quanti punti esclamativi! Un testo scientifico (perché secondo me l’alimentazione rientra nella scienza) non dovrebbe esclamare, ma spiegare.
Ad esempio, una frase del genere: “Meglio mangiare una mela non biologica che non mangiarla affatto!” è troppo generica se lasciata da sola. Bisognerà valutare almeno i pesticidi a cui è stata sottoposta la mela, dico io, no?

Poi: i rimandi al sito e ad altri volumi degli autori mi suonano pubblicitari e non mi piacciono. Se c’è qualcosa di importante da dire, dillo, non tacermi informazioni.

Ancora: i frequenti richiami al Qi e al tao… va bene tutto, frequento tai-chi, il Qi è all’ordine del giorno ma non lo ritengo un termine scientifico. Se mi dici che i semi germogliati sono più ricchi di Qi, me lo devi spiegare in termini di vitamine e sali minerali, non di energia.

Ancora e ancora: frasi generiche buttate là senza ulteriori precisazioni, ad esempio: “arance e pomodori acidificano l’organismo”. Può essere, ma non puoi dirmi “E’ opportuno evitare l’arancia e il pomodoro”, piuttosto (pensiero mio, da verificare) suggeriscimi dei cibi da associare che ne limitino l’acidità.

Evvai… Elencano le innumerevoli proprietà dei semi oleaginosi: ma vuoi accennare al contenuto calorico come fanno altri testi più completi?

Niente da fare: anche qui, bisogna ascoltare diverse voci… scritte. Se avete consigli, sono qui.

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Intervista allo scrittore e kickboxer Joe Santangelo

MEGITRE 1-3 (11.5.2013 RM)

In concomitanza con l’uscita del suo saggio “Four Sides”, Caosfera ed., per la seconda volta in questo blog, Joe Santangelo si è gentilmente sottoposto alle mie domande:

“Joe”: quando hai scelto questo pseudonimo e perché?
JOE è tutto ciò che non è istituzionale, ufficiale. Giuseppe Santangelo è il professionista, il laureato, il responsabile, l’intestatario di utenze, crediti e debiti. Joe è – invece – l’artista, l’amico, il papà. Sulla rete sono presente con entrambi i nomi e per motivi decisamente diversi. Oggi è frequente (e anche buona norma) che un potenziale Partner – soprattutto se internazionale – acquisisca notizie sulla controparte attraverso il web. È sorprendente scoprire che NESSUNO dei miei Partner riesca a matchare il mio nick-name (Joe, con cui io mi presento: in inglese è più facile) con il mio cognome: se facessero questo, su internet, gli si aprirebbe un mondo diverso e non riuscirebbero più a qualificarmi. Dunque “Giuseppe” è per il lavoro (Dr. Jeckill), mentre “Joe” resta per la parte creativa (Mr. Hyde). Tutto nasce in un passato così lontano, da essere stato dimenticato. Sono sempre stato Joe: mai stato Giuseppe.

Considerando l’invasività di tutto quanto è istituzionale e lavorativo, è un buon metodo per tenere separati i due ambiti! Dovrò pensarci pure io: di fatto, al lavoro non parlo mai di quanto mi piace (libri! Arti marziali! La mia scrittura!). Ma torniamo a te: è stato facile trovare un editore per questo saggio?
Molto più difficile scrivere la sinossi del proprio volume, piuttosto che trovare un Editore disposto a pubblicartelo. La scrittura, per quanto “attività vera, concreta”, conserva il dono dell’aleatorietà: quand’anche tu abbia già scritto volumi, non sarai mai certo della qualità di ciò che hai prodotto. Sintetizzare in una nota critica gli elementi che caratterizzano il tuo scritto – pertanto – è l’ultimo atto di creatività di cui l’Autore deve farsi carico. Tutto ciò che segue – dunque: cercare/trovare un Editore qualificato, fornito di un’adeguata distribuzione e di una struttura di editing competente – è “lavoro”. E io, nel lavoro, purtroppo sono bravo. Il mestiere dello scrittore è produrre il meglio possibile con quanto a propria disposizione (le parole). Tutto il resto è fatica, zavorra. Tutto il resto è “lavoro”.

Ogni tanto mi chiedo cosa sia il “lavoro”; secondo me (lasciamo da parte Marx e i secoli di riflessioni sull’argomento), è un vendersi il tempo e il corpo (anche per un semplice lavoro d’ufficio) in cambio di denaro che mi è necessario per vivere. In questa definizione che mi sono auto-fornita, però, non mi ci sta la passione della scrittura, perché non scrivo (e forse non scriverò mai) per necessità. Tu inserisci l’attività di diffusione del libro nel “lavoro” e, soprattutto, lo associ alla parola “fatica”…
Lavoro – per me – significa “prostituzione”, seppure intesa nella sua forma “etimologica” (prostitùere: rendere evidente per fini di mercato, per traffico). Vendo una prestazione – manuale/intellettuale – per ottenere qualcos’altro in cambio (danaro). In particolare io vendo le mie giornate – lunghe, faticose, ovunque – e mi compro le mie nottate, quelle in cui gioco, mi diverto, scrivo. Ho risposto che “nel lavoro, purtroppo, sono bravo”, perché l’apprezzamento procura responsabilità, promozioni e le responsabilità richiedono tempi ulteriori, sottraggono energie. Se il mondo del lavoro mi respingesse – può accadere a chiunque, soprattutto in un periodo complicato come quello che stiamo vivendo – allora non mi resterebbe che immergermi dentro il mio sogno: la scrittura. Nel mio linguaggio personale è AMORE tutto ciò che pratico senza dispendio di energia, mentre è LAVORO e fatica tutto ciò che richiede tempo e recita continui, energia e che produce pensieri cattivi. Qualcosa che da un lato ti “migliora” (è il tuo “antagonista”), ma dall’altro ti snatura.

Credo che questo libro abbia un punto di forza che è, allo stesso tempo, anche un punto di debolezza: non è schematizzabile. Non è etichettabile. Saggio di filosofia? Di arti marziali? Autobiografia? Antropologia? Tutto questo e di più. È un punto di forza perché non hai ceduto alla tendenza classificatoria del mercato editoriale (ma non solo di quello), e hai scritto qualcosa che corrisponde alla tua Verità. Ma può essere un punto di debolezza perché, là fuori, la gente ragiona per schemi, acquista i libri in base alla pubblicità, brama etichette e schemi. Che ne pensi?
Ho scritto questo libro per me, lo confesso. Nessuno me lo ha chiesto, nessun editore me lo ha commissionato, nessun amico mi ha confortato. Nessuno meno uno: quel Beppe che mi ha provocato e, a modo suo, mi ha sollecitato. Le prime parole che ho “trascritto” sul mio taccuino, costituiscono la forma abbozzata della prefazione. L’immagine di quel ragazzo fragile e vulnerabile, ma così tenero, quasi poetico. L’immagine del ragazzo che sono stato, ha toccato certe corde e mi era sufficiente “rientrare” in quel mood per attivare le mani: i contenuti si sono scritti da soli e in una forma lessicale molto prossima a quella definitiva. Avrei scritto questo volume nella forma che ha preso luce anche se fossi rimasto da solo, su un’isola. Oppure agli arresti domiciliari: spazio e tempo – come spiego – sono diventati la stessa cosa da tempo, per me. Sono stato una freccia: ho scritto decine di pagine in sessioni uniche nel periodo più complicato della mia esistenza. La stesura è stata una medicina e rientrare in certe pieghe sulle quali si era sedimentata polvere e melma (le parole, gli inganni del tempo che passa) è stata un’esperienza di pulizia molto soddisfacente. Mi sono sforzato di rendere fruibili le esperienze ad altre persone, certo, perché questo è primariamente il mestiere di chi scrive. Ma chi muove da questo genere di motivazioni non ha altre aspettative se non quella di fare chiarezza estrema sulle forze in gioco, per potersene disfare, a opera compiuta. Di conseguenza non ho mai pensato alla “classificazione”. Ho scoperto io stesso – piuttosto – che alcune librerie/portali hanno inserito il volume tra i saggi di psicologia o di educazione emotiva. In quel momento ho scoperto che gli operatori – per ragioni di necessità – hanno dovuto “percepire” il mio lavoro in quel modo, per poterlo catalogare e renderlo fruibile ai lettori. Ma non sono affatto d’accordo. Il volume è – piuttosto – un taccuino, un semplice quaderno di consigli. Deve andare nelle mani dei ragazzi – femmine e maschi – perché raccolgano l’unica verità che voglio permettermi di promuovere: tutto è possibile amico mio. Coraggio: fa il primo passo, perché la strada ti si costruirà sotto i piedi!

In questo “saggio” racconti la tua storia di combattente quando già sei alle soglie della notorietà e del successo. Ma che ci dici di quel bambino di 13 anni che è entrato in una palestra di arti marziali per la prima volta con un’enorme necessità di riscatto addosso?
Quel bambino sono io. Gli ho messo sopra una quantità di libri, corsi, esperienze e altre brutture di ogni genere, ma sotto tutta quella quantità c’è ancora una generosità, un desiderio di osare, un’aspirazione genuina a impegnarsi ripartendo dal nulla, la curiosità e l’ambizione di ascoltare la canzone perfetta. C’è la qualità. Ho scritto un Romanzo che probabilmente non vedrà mai luce (SWITCH, N.d.A.): sviluppo la storia di un uomo che incontra il bambino che è stato e questo – il bambino – si ritrae e si nasconde dietro le mani e comincia a piangere e l’unica cosa che riesce a dire, tra le lacrime, è “Perché? Perché mi hai tradito?”. Io temo che crescere sia “tradire” continuamente il bimbo che siamo stati, ma vorrei trovare una soluzione, perché altrimenti avrò fallito. Con me stesso, con mia figlia, con tutti i bambini del mondo. Sono la nostra ricchezza, dobbiamo prendercene cura per sempre.

Quando viene il momento di scrivere, si scrive; quando viene il momento di combattere, si combatte. Ma c’è tanta gente là fuori che questi momenti se li lascia sfuggire sotto il naso, non ti pare? Parlo di uomini e donne che trascorrono il proprio tempo libero davanti a una partita o una soap spegnendo il cervello; di uomini e donne che si sentono soddisfatti quando entrano in un centro commerciale; di uomini e donne paghi di eseguire ordini, espressi o inespressi. Sono uomini e donne che portano in sé un’energia inutilizzata, e, dunque, attutita. Se il mondo è un grande corpo, l’energia si blocca su di loro. Ognuno deve svegliarsi da sé, oppure quelli che sono un poco più avanti hanno la responsabilità di dare uno scossone?
Io penso che ciascuno faccia ciò che deve e che mentre lo fa, stia spingendo alle sue massime possibilità. Che ciascuno si esprima già al meglio delle proprie possibilità. Non si tratta di una regola teorica o – meglio – di un precetto: “Fai ciò che devi e fallo alle tue migliori possibilità”. Si tratta di una regola matematica, è l’unico modo in cui mi riesce di interpretare il mondo – e il suo faticoso “svolgersi” – in modo credibile. Ciascuno di noi pratica esattamente le attività che desidera e si esercita continuamente, ogni giorno. Nei pensieri, nelle immagini, utilizzando il linguaggio che più corrisponde alle proprie aspettative, scegliendo i propri amici e i propri nemici, scommettendo sui propri obiettivi e destinando proprio “quel” quantitativo di energia, piuttosto che uno diverso. Non ci sono giustificazioni: le motivazioni che portiamo a nostra discolpa sono alibi (non ho tempo, non ho possibilità, non sono stato io), e noi siamo i migliori avvocati difensori di noi stessi, ma troppo spesso difendiamo un colpevole. Chi “abbocca” alla ripetitività e alla superficialità, è un individuo ripetitivo e superficiale e non può essere “meglio” di ciò che è. Quello che chiamiamo “presente” è – nel mio modo di vedere le cose – una forma cinica di “passato”: sta accadendo ciò che non poteva non accadere date le premesse. Ciascun individuo può evolvere (vorrei dire “deve”, ma preferisco farmi i fatti miei). Ciascuno di noi ha la possibilità di “salvarsi” dalla propria pigrizia, dall’indolenza, dall’afasia, ma prima deve cogliere una verità fondamentale: ogni individuo è responsabile del proprio destino, da cui discende che il mondo che ci circonda rappresenta la condizione migliore nella quale ho il dovere di evolvere, il mio miglior “amico”, vorrei dire. Mi trovo in questa situazione “proprio perché” devo uscirne fuori e devo tirarmi fuori da questo inganno con le mie stesse mani, perché io stesso – da solo, senza l’aiuto di nessuno – mi ci sono ficcato. Il mondo è la nostra palestra: se abbiamo la volontà di cambiarlo, allora lui cambierà. Ma dobbiamo cambiare noi stessi: è questo lo scoglio vero. Io non posso aiutare nessuno, ma la forza dell’esempio – silenzioso, dignitoso, modesto – non ha pari. Il mio nemico, in sostanza, è il mio miglior amico.

Hai imparato ad amare ciò che odiavi e ciò ti ha reso un uomo migliore, spieghi nel libro. Ma noi cambiamo ogni momento che passa: qui e ora c’è ancora qualcosa che odi, se puoi raccontarcelo?
Nel “qui e ora” non ce n’è per nessuno. Il “qui e ora” (che gli inglesi stigmatizzano in “herandnowness”, essere nel qui-e-ora) ogni uomo si trova nella migliore condizione di creatività possibile. Tutto ciò che non accade da sé – ovvero: tutto ciò che non “accade”, che cade dall’alto, che si verifica senza il consenso dell’uomo – è governato dal qui-e-ora di ogni individuo, all’interno della sua sfera di insistenza. In altre parole voglio dire che la condizione del “qui-e-ora”, molto complessa da conseguire e altrettanto rara, è quella condizione dello spirito di massima coscienza che concede un grado di consapevolezza massimo della propria forza e del proprio essere, la sede della pura volontà. All’interno di questa “occasione” l’individuo può scegliere, può creare. In ogni altra occasione l’uomo dorme, alimentato dall’inganno del tempo che passa, imbrigliato da catene invisibili che rendono ogni passo pesante e uguale al precedente. La pratica del combattimento – per ogni stile, ma solo su livelli elevati – è finalizzata esclusivamente al perseguimento di questo stato (vincere senza combattere, pace dello spirito, estrema consapevolezza). Nel “qui-e-ora” l’attenzione è talmente elevata da disinnescare ogni minaccia. Questo vale sul ring, questo vale nella vita. In una condizione di questo tipo, non c’è spazio per l’odio, perché l’uomo supera il livello del “guardare”: riesce a “vedere” e a convincersi spontaneamente che il giudizio è un aspetto tipicamente umano, che la realtà rifugge gli schemi, perché prende forma e si sviluppa nel tempo indipendentemente dalle considerazioni umane. È “umano” desiderare qualcosa ed altrettanto umano è detestare qualcos’altro. Ma il presentarsi di un’attività odiosa, rientra nell’intelligenza del superamento: devo applicarmi su questa cosa che mi si è presentata, perché probabilmente non sono ancora riuscito a superarla. L’attrito ci migliora, perché ci sta testimoniando una ritrosia, una capricciosità che saremo in grado di superare, digerendola nel corpo e nel cuore. Penso che esistano alcuni aspetti della mia esistenza che tollero meno di altri, non riuscirei a definirli oggetto di odio, ma certamente ci sono e ne sono contento, perché devo imparare a farci i conti se voglio superarle, in futuro. Non sopporto che venga intaccata la mia sfera privata, per esempio, in tutte le modalità in cui ciò può avvenire. Disapprovo la fretta, perché non mi consente di correggere, rifinire, riflettere. Non sopporto di essere “interrotto” mentre sono impegnato su un progetto, quand’anche e soprattutto venga distratto da chi ha autorità per farlo. Non sopporto l’autorità, per concludere, volendo intendere quella che insiste nulla mia testa, ma estenderei anche al senso assoluto. Un uomo serio è un uomo che ha il centro in sé stesso. Un insieme di uomini seri dovrebbe poter governare l’esistenza sociale autonomamente, senza affidarsi a un capo-condomino che gli impone regole e comportamenti.

Nell’intervista tenuta su questo blog un anno fa, dicevi che incominciavi dal titolo. Hai fatto lo stesso anche con questo libro? O tutto è nato dal commento del tuo amico, come spieghi nella prefazione?
Tertium datum, questa volta: né l’una né l’altra. Il titolo originario ha tenuto fino alla conclusione della prima stesura (Quadrophenia), ma sentivo che lo avrebbero compreso in pochi e poi mi sembrava oltraggioso rispetto al film/colonna-sonora meravigliosi di quel gruppo straordinario che sono i “The Who”. Cominciai a rifletterci seriamente quando fui costretto a farlo, perché l’Editore richiedeva un’idea grafica per la copertina che rappresentasse i contenuti e fosse allineata al titolo. Un’equazione di terzo grado: dati i contenuti, avrei dovuto tirare fuori titolo, copertina e una corrispondenza tra tutti gli elementi. Inizialmente pensai a una piramide, ma sul piano (foglio, due dimensioni) sarebbe stato impossibile rappresentare quattro dimensioni. Allora cominciai a pensare a due dimensioni. Mi trovavo in un Pub, a Cortina, dentro un freddo gelido, ma sotto un cielo del colore del cobalto. Chiesi un foglio e lo divisi in quattro parti e presi a disegnare. Cominciai a rifinire e provai più volte un titolo. “Four Sides” mi sembrava molto musicale. Chiamai la mia amica Sissy e spiegai la mia idea. Pochi giorni dopo mi inviò la prima bozza. Le chiesi di utilizzare colori “fluo” e di rendermi irriconoscibile: quel ragazzo dev’essere “chiunque”, le dissi. Buona la prima, disse l’Editore, ma i meriti vanno a Sissy.

Lo Shihan Cognard (aikido) mi diceva che l’attacco è una richiesta di aiuto, e che la violenza deriva dalla mancata consapevolezza dei propri confini, fisici e mentali. Commenti?
Se non fossi d’accordo significherebbe che starei ancora alla prima elementare, mentre penso di aver superato le scuole medie, almeno. La condizione di armonia (assenza di scontro) dev’essere letta in modo duplice. Può preludere allo scontro, e pertanto va definita propriamente “ristagno, stallo”, oppure può essere una condizione di pace definitiva, e pertanto dev’essere considerata un traguardo. Volendo escludere la seconda definizione – inapplicabile, perché stiamo parlando di attacco – significa che ci troviamo in una situazione dinamica. Chi scaglia il primo attacco, si è assunto la responsabilità di rompere una condizione originaria di pace, dunque sta generando una condizione di scontro, meglio definita “confronto”. Ma l’uomo – ogni uomo – proietta fuori di sé ciò che porta dentro, dunque chi attacca sta testimoniando la presenza di uno squarcio interiore, di una ferita dell’anima. Chi attacca sta dicendo “non mi trovo in una condizione di serenità”, non sono un uomo compiuto e dunque sta chiedendo aiuto all’avversario. Nella filosofia dell’arte marziale non esiste un vincitore e un vinto. Ciascuno torna sempre in possesso di ciò che ha, ciascuno “diventa sé stesso”, perché si vince “prima” dello scontro. Ogni uomo porta sul campo da combattimento le proprie ferite (prima) e ogni uomo torna a casa con le proprie risposte (dopo). L’esito dello scontro è un altro modo di “conoscere” i propri limiti.

Hai una figlia di 9 anni: è già stata contagiata da qualcuna delle tue passioni?
Mia figlia Eva ha già sviluppato un amore per la lettura e addirittura per la scrittura. Le ho promesso che mi impegnerò a pubblicarle il suo primo Romanzo, non appena avrà la forza e la responsabilità per cominciarlo e portarlo a termine. Ha già le sue idee. Sul TAB che le ho regalato, di tanto in tanto continua a scrivere una fiaba che ha cominciato circa un anno fa. È una ragazza molto dinamica: ama il calcio, ma frequenta una scuola di danza contemporanea. Il suo sogno è quello di aprire una “Scuola di Sport”, come la definisce lei: le ho promesso che l’aiuterò e che io mi occuperò degli sport da combattimento, ma lei dovrà essere alla guida di quest’avventura. Ama la musica e conosce già molti gruppi, testi in inglese compresi. Direi che sì: è stata contagiata da alcune delle mie passioni. Le serve tempo. Un giorno sarò io stesso a dover imparare da lei.

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Lo zen e la cerimonia del tè

Bevendo circa un litro di tè verde al giorno, ogni tanto mi vien voglia di leggere un testo in merito, e sono arrivata a questo classico della Feltrinelli.
Ci si accorge subito che Okakura è arrabbiato. Ce l’ha con gli occidentali che non capiscono l’Oriente, e coi cinesi e coi giapponesi che rinunciano alle loro millenarie tradizioni per occidentalizzarsi. Dopotutto, questo libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1906: l’apertura del Giappone al mondo occidentale scotta ancora. E Okakura è uno di quelli che ha studiato alla Tokyo Imperial University, che dell’occidentalizzazione ha fatto quasi un must. Fatalità, è proprio seguendo le lezioni di un occidentale, Fenollosa, che Okakura riscopre i valori antichi.

Non troverete accenni alle capacità salutari del tè in questo libro. Il tè è una scusa per metaforizzare la tradizione orientale. Si parla dell’arte di disporre i fiori, dell’influenza dello Zen, dell’arte, dell’architettura della stanza del tè, delle scuole… lo Zen, e dunque la cerimonia del tè, devono celebrare l’imperfezione.
Dunque, per trasposizione, l’asimmetria:

“Se c’è un fiore vero, non sono ammessi fiori dipinti. Se il bollitore è rotondo, il bricco dovrà esser spigoloso. Una tazza di smalto nero non dovrà essere accompagnata a una scatola per il tè in lacca nera. Quando disponiamo nel tokonoma un vaso o un bruciaprofumi, dobbiamo aver cura di non situarlo esattamente nel centro, perché non divida lo spazi in parti uguali. la colonna del tokonoma dovrebbe essere di un legno diverso da quello delle altre colonna, al fine di evitare ogni effetto di uniformità.”

Per la cronaca: sono due settimane che vado avanti a Hojicha, ma non vedo l’ora di finirlo. Il tè tostato non mi piace così tanto…

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Lettera ad Emily Bronte

Stonegappe 20 giugno 1839

Carissima Emily
Non inizio questa lettera chiamandosi Lavinia, stavolta: ogni riferimento alle letture che ad Haworth ci allietavano i sensi qui sarebbe tradito. Non solo durante il giorno i bambini non mi lasciano un momento di pace, ma Mrs. Sidgwick sembra sempre più determinata a rubarmi anche il tempo che vorrei dedicare a me stessa la sera: mi angustia coi suoi lavoretti come il gelo che d’inverno uccide l’erica nella nostra brughiera.
Perdonami se inizio questa lettera con tali sfoghi, e mi raccomando sempre di non dirne nulla a papà, ma mi accorgo ogni giorno di più che il lavoro di istitutrice non è il più adatto al mio carattere. Forse se i bambini fossero più dolci saprei adattarmi alla mancanza di libertà, potrei guardarmi le dita bucherellate dall’ago e dirmi: sì, posso continuare. Ma ogni giorno succede qualcosa che mi fa sentire la mancanza di casa come i fiori per un’ape.
Questa mattina sono entrata nella cameretta dei bambini per svegliarli: mi sono accostata alla finestra per aprire le tende – sono di velluto, rosso come la lingua di Keeper! – e quando la stanza si è illuminata di sole, ho visto che i letti erano vuoti. Puoi immaginare lo spavento! Mrs. Sidgwick è molto pignola negli orari e alla paura del ritardo si è aggiunto il terrore che i due monelli si fossero cacciati in qualche guaio. Non potevo chiamarli ad alta voce: nutrivo la speranza che si fossero nascosti nella camera degli ospiti, come fanno quando vogliono saltare lo studio del piano, e dovevo trovarli prima che la loro madre si accorgesse della scomparsa.
Ma quando sono entrata nella camera al secondo piano, quella col caminetto dai fregi in avorio di cui ti ho già scritto, l’ho trovata vuota. Le mani hanno cominciato a tremarmi. Sono scesa per la scala di servizio perché ho sentito che Mrs. Sidgwick stava salendo per la scada del salone: volevo cercare in cucina. Sono ghiotti di zucchero, soprattutto il piccolo, e hanno stretto alleanza con Mary, una delle serve, che in totale spregio delle direttive li rifornisce di zollette appena si allontanano dalla mia sorveglianza. Ma non erano neanche là.
A questo punto l’ansia si è impadronita di me. Se fossero usciti in giardino non sarebbero sfuggiti alle orecchie e agli occhi di Mrs. Sidgwick, perché quando si avvicinano alla fontana schiamazzano come cornacchie impazzite; e ad aggravare la situazione c’era il loro abbigliamento, perché di sicuro erano ancora in vestaglia.
Eppure, quando, facendo attenzione a non farmi scorgere dai signori, sono uscita in giardino, non erano neppure là.
Emily cara, solo tu puoi capire che fatica ho sopportato per non scoppiare in singhiozzi. Mi fa ancora male la gola da quanta saliva ho deglutito!
Allora ho cominciato a pensare come loro, a quale poteva essere il dispetto più grande che potevano architettare per farmi soffrire. E così li ho scovati: erano in camera mia, i diavoletti, e non immaginerai mai cosa stavano facendo, ancora in vestaglia, seduti sul mio letto: si erano impadroniti degli ultimi fogli che mi hai mandato e li stavano piegando e tagliuzzando per farne degli animali. Giocavano con la carta da lettere! Devono essersi intrufolati nella mia camera subito dopo che mi sono alzata, quando sono scesa in cucina a controllare se il loro porridge era pronto. Davvero non mi aspettavo una simile mancanza di sensibilità, non fino a questo punto, anche se sono solo bambini.
Perdona, ma ti devo chiedere di mandarmi altra carta da lettere, la sto finendo, e non posso restare senza l’unica possibilità di sfogo. Come vedi, ho ricominciato a scrivere in caratteri piccolissimi, proprio per consumarne il meno possibile. Mi sembra di esser tornata bambina, ai tempi dei nostri libricini in carta da zucchero: oh, come eri brava, tu, a legarli col filo!

Ecco, ho dovuto interrompere la lettera perché Mrs. Sidgwick mi ha fatta chiamare. Non trovava la cassetta del cucito. Lo sa che non sono io a riporre i suoi aghi e le sue mussoline, ma inizio a pensare che quando è seduta assorta davanti alla finestra che dà sul giardino, in realtà stia confabulando tra sé per inventare ogni tipo di scusa per privarmi dei miei spazi.
Ora basta! Non voglio più scrivere delle mie lamentele su Stonegappe. Le vacanze si stanno avvicinando e tra poche settimane potrò riabracciarvi (sic).
Sai già quando arriverà Anne? Nella sua ultima lettera si è dimenticata di scrivermelo.
Dimmi di Branwell: i tuoi silenzi su di lui mi rendono inquieta. Ho come l’impressione che tu non mi racconti tutto. Temo che il suo soggiorno a Bradford, più che giovargli, abbia deformato alcune tendenze del suo carattere. Va ancora spesso al Black Bull? Ti prego Emily, cerca di tenerlo lontano da quella bettola: Branwell cerca gli stimoli di Bradford in luoghi che mettono a rischio il morale di un giovane sensibile come lui.
Papà si sfoga, ogni tanto, oppure continua a mandar giù tutti i suoi pensieri amari? Lui e la zia nutrono, forse, ancora delle speranze su Branwell, ma io sono sempre più preoccupata. Se non fossi qui a farmi umiliare da queste persone, potrei stare accanto a nostro fratello e aiutarlo! So che ti sto appesantendo di responsabilità e che sei già incaricata ormai di tutta la gestione domestica, ma ti prego, Emily, ad Howarth sei l’unica che possiede la forza necessaria per prenderlo in mano quando sbaglia strada.
Stai attenta affinché non esageri con l’oppio. Anne mi ha scritto che Hardaker ha chiesto un saldo parziale per un conto che Brandwell continua a far crescere: non credo affatto che quelle pillole tengano lontana la tisi. Se piccole dosi possono aiutarlo a superare i momenti di depressione, Branwell deve anche imparare a farsi forte nel carattere senza ricorrere troppo spesso all’oppio. Cercherà di ammaliarti – gli riesce ancora bene, vero? – ma tu non lasciarti abbindolare: tienilo occupato, rispolveragli Wordsworth, fallo passeggiare… coinvolgi Tabby, se come immagino sei troppo occupata con la casa. Credo che lei non si sia mai sentita così inutile come ora che fa fatica a muoversi: forse lei e Branwell possono aiutarsi a vicenda.
Ecco, adesso la carta è davvero agli sgoccioli: riempio gli ultimi spazi, come sempre, chiedendoti di scrivermi. Sarà suggestione, ma la tua grafia fa entrare in questa casa un soffio di vento della nostra brughiera, come se l’aria di Howarth si intrufolasse nelle tue buste. A prestissimo, che le settimane si sbrighino a volar via e che le vacanze arrivino in fretta!
Tua Charlotte.

(2° classificato al concorso “De Leo-Bronte”, pubblicato in antologia, 2013)

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Four Sides, di Joe Santangelo

A me piacciono le persone che coltivano delle Passioni: che si tratti di uno sport, di collezioni, di viaggi, ma anche di attività lontane dai miei interessi, che so, la decorazione della frutta, il decoupage, la vita segreta degli insetti… ma devono essere Passioni, non semplici hobby per passare il tempo in avanzo. Per una passione il tempo si trova sempre, anche se ne serve tanto, perché la voglia di approfondire ti ruba i minuti uno dopo l’altro; chi ha una Passione si illumina quando ne parla, e si entusiasma quando incontra qualcuno che la condivide.
Quando Santangelo “parla” di combattimento, musica e scrittura, si sente che queste sono tre Passioni che compongono ormai la sua carne e le sue ossa. Ci ha sudato sopra, ci si è fatto male, ci ha riflettuto sopra a lungo, le ha sperimentate col corpo e le ha studiate sui libri.

Questo libro offre spunti spiazzanti a chi si aspettava che un campione europeo di kickboxing fosse tutte botte e niente cervello: non ci si aspettano certe riflessioni sul concetto di tempo, da uno così, e invece lui ce le sottopone partendo dalle canzoni; non ci si aspetterebbero certi svisceramenti di “God” di John Lennon, invece Santangelo ci sottopone pure questi, e ci fa venir voglia di riascoltarne le canzoni.

Musica, combattimento e scrittura però, per Santangelo sono Passioni che portano un risultato che va al di là del loro oggetto: ognuna a suo modo, se intrapresa con la giusta responsabilità, può migliorare un essere umano.

“Il combattimento è una via, ce ne sono altre. C’è la danza, la musica, la pittura, l’atletica. Le vie per diventare se stessi sono infinite, mentre l’obiettivo a cui tutti aspiriamo è unico.”

Linguaggio comprensibile e riflessioni profondamente umane: non è semplice mettere insieme i due ingredienti.
Qui l’autore ci è riuscito.

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I bambini che muovono i discorsi, Dino Spadotto

La presentazione si è tenuta ieri nella cartolibreria di Flavio Benedet, che se non ci fosse lui a rimpinguare le scorte libresche di S. Stino, dovremmo importarle dall’estero…
Non ho ancora letto il libro dunque mi limito a due appunti.

Intanto Spadotto ci ha fatto notare che se in un gruppo di bambini ci sono i molto bravi e i meno bravi, non è vero che i meno bravi spingano sul freno e che non si debba sottoporli tutti a stimoli linguistici complessi. Al contrario: è stato dimostrato da studi competenti, che gli stimoli complessi fanno diventare i molto bravi ancora più bravi e che allo stesso tempo i meno bravi accorciano le distanze con gli altri.
Mi vengono subito in mente, però, alcune maestre e alcuni genitori che si lamentano di classi dalla composizione mista, in cui i bambini stranieri rallenterebbero i progressi dell’intero gruppo. Che il caso rientri nelle conclusioni di cui sopra o che questa sia solo una scusa, una giustificazione da parte di genitori e insegnanti? Sinceramente, non lo so, ma mi piacerebbe scoprirlo.

Sia Spadotto che alcuni presenti (tra cui molte insegnanti) hanno sottolineato come i bambini ci sorprendano, come a volte siano loro a insegnare a noi.
Io ho il dubbio che la causa delle nostre sorprese di fronte a certe sparate infantili (mio figlio compreso) sia solo frutto della nostra pigrizia mentale.
Mi spiego: prima di prendere l’iniziativa per sottoporre un bambino a stimoli logico-linguistico complessi, noi, per inquadramento mentale e sociale, aspettiamo l’età giusta. La nostra prima reazione davanti alla possibilità di sottoporli alla sfida è il pensiero che siano ancora troppo piccoli. Sbagliato!
Sono convintissima, pur senza aver effettuato studi in materia, ma da semplice mamma, che i bambini di oggi non siano dei geni, solo vengono stimolati molto più che in passato; a volte in modo sbagliato, a volte ancora in modo insufficiente, ma di sicuro di più in ogni generazione che passa.
Dunque basta meravigliarsi e far confronti coi bambini di dieci, venti, cinquant’anni fa! L’umanità evolve passettino dopo passettino, ma ci vogliono gli stimoli, per farlo.
Quello su cui dobbiamo puntare il faro, però, forse oggi sono meno le competenze tecniche, manuali e scientifiche, che già sono oggetto di studi specifici: l’evoluzione dell’umanità ha bisogno anche di moralità e spiritualità non religiosa.
Almeno, io la penso così.

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Combattimento e scrittura

Ho iniziato ieri a leggere “Gli attrezzi del narratore” di Alessandro Perissinotto, e oggi ho piegato l’angolo a pagina 43, segno che mi fermo qui. Eppure trovo fantastiche le coincidenze che legano i libri man mano che li prendo in esame uno dopo l’altro.
Infatti ho cominciato oggi a leggere “Four sides” di Joe Santangelo, e subito mi è saltata all’occhio la presenza in entrambe le opere (nelle prime pagine, e non è un caso) della parola “tecnica“.

Perissinotto analizza gli elementi del racconto, cita Propp, spiega le prolessi e compagnia bella. Il suo è un lavoro di attribuzione di nomi agli elementi delle storie. In questo momento l’accademicità non mi serve, per questo ho messo da parte il volume.
Santangelo invece è al suo primo saggio. “Four sides” è – per quanto mi è dato di capire arrivata a pagina 16! – una riflessione su arti marziali, scrittura e musica. Avrò delle difficoltà ad archiviarlo, una volta finito: dove lo metto, tra i libri di filosofia orientale o occidentale, nel settore sociologia o antropologia?
Mi porrò il problema all’ultima pagina.

Dicevo che in entrambi i testi ho trovato la parola TECNICA.
Santangelo, nel primo vero capitolo del suo saggio, parla del combattimento e dice che è composto da una parte psichica e una fisica, le tecniche, appunto, “procedimenti opportunamente progettati e affinati sulla base dell’esperienza e finalizzati ad ottenere uno scopo”. Calci, pugni, ginocchiate, leve si imparano attraverso la ripetizione, sono “allenabili, migliorabili”.
Perissinotto, da parte sua, descrive la tecnica come “una sorta di esperienza codificata e riutilizzabile”. Parla della tecnica narrativa, ma la definizione è adatta anche dal di fuori della letteratura.
I due approcci, di Perissinotto e di Santangelo, sono simili: in entrambi compaiono l’esperienza, la ripetibilità e la migliorabilità.
Se ci fermiamo al livello delle tecniche, tuttavia, sia nelle arti marziali che nella scrittura (mi allargo troppo se dico “nella vita”?), stiamo ancora soltanto applicando regole: per far ciò non serve essere del tutto presenti.
E’ un po’ come guidare l’auto: premiamo pedali, azioniamo frecce, rispettiamo i segnali… ma contemporaneamente siamo immersi in pensieri di tutt’altro genere.

“Combattere significa esserci” dice Santangelo.
E, sul lato della scrittura, Natalie Goldberg ci ricorda che “la letteratura ha il compito di rendere desti, presenti, vivi”.
Per “esserci”, per restare “vivi”, la tecnica da sola non basta. Bisogna fare un passo in più, sia nel combattimento che nella scrittura: bisogna arrivare all’arte.

Devo farmelo tatuare in fronte, questo, così me lo ricorderò ogni volta che passerò davanti a uno specchio.

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