La dieta senza muco, Arnold Ehret

L’impressione che ho di Ehret è che, partendo da conoscenze parziali e/o proprio sballate, sia giunto a una dieta salutare che funziona anche in casi di malattie gravi. Ma… solo tramite un metodo empirico!
Non scientifico. No, proprio no.

La dieta senza muco consiste nel mangiare frutta e verdure a foglie verdi. Prima di arrivarci, meglio seguire un regime di transizione che vada adattato alla persona concreta e al momento che sta vivendo.

Il libro è stato scritto nel 1922 e soffre di difetti che agli occhi di un lettore odierno non si possono neanche chiamare “difetti”, perché fanno ridere. Per esempio, quando dice che i globuli bianchi non sono prodotti del corpo ma elementi estranei!

(…) in realtà i globuli bianchi sono sostanze di rifiuto prodotte dai cibi ad alto contenuto proteico ed amidaceo

Oppure, sentite questa:

Masturbazione, eiaculazioni notturne, prostituzione, ecc., vengono tutti eliminati dalla vita sessuale di chiunque viva di una dieta senza muco, dopo che il suo corpo sia diventato pulito e potente.

Mette masturbazione e prostituzione sullo stesso piano…

Oppure:

Il sale da tavola definito velenoso è in effetti un ottimo solvente del muco.

(…) glucosio, o anche detto zucchero d’uva o di frutta (…)

a me non risulta che il glucosio e il fruttosio siano la stessa cosa…

Nel mio primo articolo pubblicato espressi l’idea allarmante che la razza bianca non fosse qualcosa di naturale, bensì una razza malata, affetta da una patologia.

Insomma, se dieta vegetale e digiuni fanno bene, lo fanno nonostante le premesse pseudoscientifiche di Ehret. Il quale (e ora ho capito da dove vengono i Bretariani) sostiene che un corpo totalmente pulito dal muco potrebbe vivere solo di… respirazione, perché sarebbe capace di sfruttare direttamente l’azoto dell’aria.

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Dimagrire di corsa, Daniel Fontana

Cosa potevamo aspettarci dalla Mondadori se non un titolo ad effetto (anche se poi il dimagrimento non è il nucleo centrale del libro) e la foto del figo di turno reduce da un reality sulla “rimessa” in forma?
Il libro si salva solo perché questo figo di turno è uno che si è fatto il culo quadro a forza di correre, uno che è partito da un angolo sperduto dell’Argentina e che è diventato un triatleta, un ironman.

Daniel Fontana ha fatto della corsa una professione e infatti il suo approccio è professionale e metodico: illustra tecniche e fornisce delle dritte sull’alimentazione (che non condivido, ma passiamo oltre…), mostra esercizi di riscaldamento e allungamento (con tanto di inserto foto a colori) e propone tabelle di marcia (che per me sono pesantine, ma… io sono pesantissima!).

Come dicevo, non è un libro specifico per chi vuole dimagrire (per fortuna). Affronta tutti gli aspetti della corsa, a volte introducendo il lettore a termini specifici o facendogli balenare davanti agli occhi problemi che un corridore amatoriale magari non si è ancora prefigurato. Nel complesso, un testo abbastanza buono a livello motivazionale (nonostante la casa editrice).

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Lo zen e l’arte della corsa, Larry Shapiro

Shapiro è un corridore e un insegnante di filosofia americano. In questo saggio parla, più che delle difficoltà fisiche nella corsa, delle difficoltà mentali: dei freni che ci impediscono di iniziare, delle immagini mentali che ci rallentano o ci fanno fermare mentre corriamo, della dukkha (=sofferenza) che ci travolge prima della gara e quando siamo bloccati sul divano per un infortunio…

Il suo approccio è solo apparentemente facile: se può sembrare easy la corsa contando i passi del solo piede sinistro, in realtà il raggiungimento della completa consapevolezza nell’atto di appoggiare il tallone a terra è – almeno per me – molto difficile.
Una cosa è mettersi davanti a una candela e concentrarsi sul respiro; tutt’altra cosa è concentrarsi sul respiro quando… il respiro lo hai perso per strada!

Il libro è comunque piacevole, per chi inizia a correre, anche perché Shapiro non tace sulle sue difficoltà, sui suoi infortuni e sulle rognette che la corsa gli ha causato in famiglia.
Per di più, lungo tutto il saggio ci sono le massime del Buddha; alcune mi erano del tutto nuove.

Non credo in un destino che colpisce le persone comunque agiscano. Ma credo in un destino che li colpisca a meno che non agiscano.

Ci sono solo due errori che si possono fare nel cammino verso la verità: non andare fino in fondo e non iniziare.

Non sarai punito per la tua rabbia. Sarai punito dalla tua rabbia.

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Tre sono le cose misteriose, Tullio Avoledo

Il protagonista del romanzo è un “pubblico ministero” che deve dimostrare la colpevolezza di un capo di stato genocida. Né il protagonista né il Mostro/Imputato hanno nome: scelta di sicuro voluta, visti i dettagli che invece abbondano sul fronte delle descrizioni personali ed emotive. Penso che Avoledo volesse che ognuno di noi potesse immedesimarsi sia nel protagonista, pieno di paure e sensi di colpa, che nel mostro, strafottente e misterioso.
Il processo non viene affrontato: tutta la storia si svolge nei pochi giorni che lo procedono e la tensione del libro è data dal pericolo a cui è sottoposto il protagonista (che ha sostituito un collega ed amico dopo che questo è stato fatto saltare in aria) e dal teso rapporto che quest’ultimo intrattiene con la sua famiglia e i membri della scorta che lo protegge.

Il titolo deriva dai Proverbi, Bibbia:
Ci sono per me tre cose misteriose, anzi, quattro che non posso intendere: la traccia dell’aquila nel cielo, la traccia della serpe sulla roccia, la traccia della barca in mezzo al mare, la traccia dell’uomo nella donna“.
La quarta di copertina dice che la citazione si spiega nel corso del romanzo. Sarò dura io, ma se non me lo spiegavano nelle ultime pagine, non ci arrivavo.

Ad ogni modo, il libro è piacevole perché, anche se succede poco in concreto, i personaggi sono molto densi e i frequenti salti temporali li approfondiscono poco a poco.

Diamo per scontate così tante cose, delle persone che conosciamo. Come se avessimo tutto il tempo del mondo per capirle. E invece il tempo non c’è, e le domande che non hai fatto e le cose che non hai detto ti si affollano intorno e non hai più nessuno a cui farle, a cui dirle.

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Whole, Vegetale e integrale – T. Colin Campbell

Non è come The China Study, non a livello motivazionale, per lo meno. Mentre The China Study ti spiega perché le proteine animali fanno male e cosa fanno e in che misura, qui Campbell passa a spiegarci perché queste informazioni non sono state trasmesse al grande pubblico, perché i medici stessi sono ignoranti, perché i media continuano a dirci che il latte ci dà il calcio, perché nelle mense scolastiche non manca mai la fettina di carne.

Tutta colpa del paradigma riduzionista, quell’atteggiamento del settore medico (ma anche pubblico in generale) che tende a semplificare, ad approfondire la ricerca su singoli nutrienti (il licopene, la vitamina C, il superfood ecc…), senza tener conto della complessità della natura: non è detto che se un frutto contiene tot calcio, questo calcio verrà assorbito tutto. Dipende dalla situazione del corpo che ha mangiato quel cibo, dipende da quali altri cibi ha mangiato insieme a quello che contiene calcio, e dipende anche dalla situazione concreta del cibo (ad esempio, il contenuto di calcio di broccolo dipende da quanto fresco è, dalla modalità di coltivazione e di conservazione…).

Questo atteggiamento riduzionista è troppo semplicista, per tutta una serie di motivi che Campbell spiega.

Quello che mi resta di questo libro è la meraviglia davanti alla complessità della natura e del corpo umano. Campbell ha portato l’esempio di un enzima, l’MFO, di tutto quello che fa, come lo fa, delle variazioni che subisce in base a quello che deve fare, dei tempi ultrabrevi in cui si modifica per rispondere al cambiamento dell’ambiente digestivo ecc….

Siamo fantastici.

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Il circolo virtuoso del benessere, Fabrizio Duranti

L’approccio del dottor Duranti è a 360°. Affronta non solo l’alimentazione e il movimento fisico, ma anche la disintossicazione (dai sistemi naturali ai periodi di disintossicazione strong con frutta, o con terapie chelanti ecc…), la parte mentale (meditazione, ipnosi, ecc…) e gli ausili (le erbe, i probiotici e gli integratori, sebbene su questi ultimi io abbia le mie riserve).

C’è di buono anche che il dottor Duranti non teme di far intervenire esperti in ogni materia, né di citare testi e autori che hanno approfondito certi argomenti.
Non condivido la sua dieta a Zona, ma ammetto che fa gran uso di frutta e verdura, e questo lo salva un poco…

Ho trovato invece molto utile (tanto che lo sto applicando) il metodo Duranti per la corsa: il metodo dell’un minuto alla volta.
Si inizia con un minuto.
Per me, è stato il minuto più lungo della mia vita.

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Lettere contro la guerra, Tiziano Terzani

Dopo l’11 settembre, Terzani, che già aveva diradato i suoi rapporti professionali col mondo dei media, decide di mettere per iscritto, sotto forma di lettere, i suoi pensieri e le osservazioni che fa durante un viaggio verso l’Est.
E subito si scontra con la Fallaci, che lo attacca sulle pagine dei giornali accusandolo di stare dalla parte degli attentatori, di difenderli. Invece Terzani cerca solo di capirli.
Perché il mondo musulmano è stato demonizzato a bella posta, è capitato a fagiolo quando gli Stati Uniti cercavano un nemico comune per giustificare certe politiche (v. armamenti e petrolio).

Non è il classico libro sul buonismo o sul pacifismo. Terzani ha viaggiato per il mondo per gran parte della sua vita, ha parlato con le persone, ha visto i luoghi, non si è limitato a far da spettatore alle conferenze stampa organizzate negli hotel di lusso nei paesi in guerra. L’informazione che è circolata e che ancora circola sugli affari mediorientali è pilotata: Terzani non lo dice papale papale, ma è così.

Gli usa cercavano un nemico, dopo la fine della guerra fredda, perché le spese militari stavano diminuendo troppo. Il “primo candidato a questo ruolo di ‘nemico’ è stata la Corea del Nord, finché non si è scoperto che il paese moriva letteralmente di fame. (…) Poi è stata la volta della Cina, ma è risultato difficile sostenere che Pechino potesse minacciare più che l’isola di Taiwan, visto che non ha ancora neppure un bombardiere a lungo raggio. A questo punto è spuntata l’ipotesi dell’Islam”.

Merita di leggere un paio di fandonie che sono girate sui paesi islamici (tipo le unghie strappate alle donne che si mettevano lo smalto, informazione che è stata riportata davanti alle telecamere anche dalla moglie di Tony Blair e che poi, pur risultando falsa, non è mai stata smentita. Ma questo è solo un esempio).

Sebbene mi attraggano gli americani, il loro governo mi sta sulle palle, e scusate il francesismo. Ogni volta che vado a Vicenza o passo per Aviano e vedo le basi, mi innervosisco: è occupazione militare, questa! Se gli USA entrano in guerra con qualche paese, ci entriamo automaticamente pure noi, perché il loro nemico è autorizzato a bombardare le basi americane in Italia.

E poi, domenica sono stata a Jesolo alla mostra Body Revealed. Che americanata. Le intenzioni potevano esser buone, ma ci sono tre cose che mi hanno fatto pensare:

1) la zona dei feti era dietro dei paraventi, con tanto di cartelli che avvisavano le persone che avrebbero potuto restarne turbate. Ma scusa, per arrivare ai feti siamo passati davanti a cadaveri e pezzi di cadaveri, cosa è adesso questo perbenismo? Gli esseri umani perdono dignità in base all’età? E poi: i feti cominciavano dalle 12 settimane e si fermavano alle 20 settimane. Perché non oltre? Sempre per non turbare la sensibilità o, piuttosto, per far passare il messaggio che a dodici settimane il feto ha già la forma di un bambino e che quindi meglio tenerne conto quando si programmano le legislazioni abortiste?

2) un cartello invitava i visitatori a donare il proprio corpo alla scienza per permettere la ricerca (e mostre del genere). Per come la penso io, sarebbe più utile invitare la gente a donare gli organi, e far cultura in tal senso, visto tutte le persone che vivono a stento con organi che ormai non funzionano più e che non sanno se arriveranno al giorno dopo perché non trovano donatori…

3) alla fine, prima di uscire, su un cartello con un’enorme bandiera americana, c’è un ringraziamento agli Stati Uniti per averci permesso di visitare questa mostra. Gli Stati Uniti? Devo ringraziare gli Stati Uniti? Tutti? Avrebbero dovuto indicare il nome di qualche ente o università che si è occupata della parte scientifica, e invece, non ho trovato nessun accenno a scienziati o coroner. Però devo ringraziare gli Stati Uniti… Boh. Con 18 euro di biglietto di ingresso, che mi ringrazino loro!

Ecco, lo sapevo: non avrei dovuto parlare di Stati Uniti… sono partita da Terzani e sono finita a parlare di Body Revealed. Scusate lo sfogo!

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