Il cuore dello yoga, T. K. V. Desikachar

Il mio primo vero testo sulla Yoga!
Piaciuto.
Soprattutto perché mi ha sorpreso: prima di iniziare la pratica, credevo che lo yoga fossero le asana, cioè il lavoro fisico. Invece qui Desikachar è molto chiaro: ci sono otto componenti dello yoga:

1) yama – comportamenti verso ciò che ci circonda
2) niyama – comportamenti verso noi stessi
3) asana
4) pranayama – respirazione
5) pratyahara – “controllo” dei sensi
6) dharana – capacità di dirigere la mente
7) dhyana – capacità di entrare in rapporto con l’oggetto
8) samadhi – fusione con l’oggetto da comprendere

Ognuno di questi punti è yoga. E tutto va personalizzato, bisogna incominciare da dove si è e progredire gradualmente.

Meno male che non ci sono solo gli esercizi fisici: non che non mi piacciano, perché è vero che ci si sente bene eseguendoli, ma una disciplina di automiglioramento deve essere completa, per come la vedo io. Non deve limitarsi alla palestra, al dojo, al mandiram…

Questo testo è molto chiaro: lo scopo è farsi capire, anche se poi ci deve essere sempre un punto di riferimento in un insegnante in carne ed ossa. Anche il capitolo dedicato agli yoga sutra mi ha sorpreso: pensavo di trovarmi davanti a una schiera di parole in sanscrito (che ci sono, ma c’è anche un glossario alla fine, non si fa fatica).
Qualche difficoltà l’ho incontrata quando comincia a parlarmi di differenze tra percettore e percepito… ma ho tempo.

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La mente e il corpo, Linda Wasmer Smith

Che delusione. Mi aspettavo un saggio approfondito sulla c.d. medicina alternativa e sulle scoperte scientifiche che la supportano ma ho trovato solo informazioni superficiali, già conosciute e ridondanti.
La Wasmer Smith, dopotutto (almeno da quello che è riportato in quarta di copertina), è una giornalista scientifica, non una specialista, né una dottoressa, né una scienziata, né, mi risulta, una praticante con decenni di pratica nelle discipline di cui ci parla.

Le ricerche scientifiche che sono qui riportate, sono una raccolta di dati, un puzzle di nomi di università e di istituti di ricerca che si sono occupati di… di tutto e di più, dalla meditazione, allo yoga, alle capacità curative del giardinaggio, della musica, dell’amicizia (con persone e animali), della psicoterapia. Parla di tutto e non approfondisce nulla.
Superato.

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Vivere al buio, Mauro Marcantoni

Un libro che è una specie di galateo per il vedente nei confronti del cieco. Uso la parola cieco, perché lo fa Marcantoni, che è cieco, ma è anche sociologo e giornalista.
Vi meravigliate? non siete i soli: stupirsi che un cieco possa raggiungere certi traguardi è un atteggiamento molto diffuso.

E’ il concetto di handicap che bisogna pensare in termini nuovi, spogliandolo dei pregiudizi; come quelli per cui i ciechi sono tutti tristi, bisognosi di aiuto, titolati solo per lavori di basso profilo.
Certo, non si devono negare le difficoltà, ma l’assenza di un senso non impedisce di diventare pittori o avvocati, né di viaggiare o andare in bici.
Tutto si gioca sull’ascolto e l’autostima.

Ci sono tante pagine del libro in cui ho dovuto sforzarmi per ricordare che si parlava di ciechi:

“La normalità non è uno standard a cui dobbiamo adeguarci, ma un modo originale e del tutto personale di perseguire diversamente gli stessi obiettivi di vita e di lavoro”.

L’impegno, il controllo, il gusto per le sfide sono tre approcci che riguardano certo il cieco, che dovrà applicare tutta la sua creatività (e memoria!) per vivere nel mondo delle immagini; ma sono atteggiamenti che tutti dovremmo far nostri.

Ognuno è diverso.

La realtà quotidiana è fatta di un’inestricabile rete di possibilità mancate per distrazione, per paura, per un’incapacità di riconoscere quello che si presenta davanti a noi.

E questo riguarda sia i ciechi che i vedenti.

E tu, che sei normale, sei davvero come tutti gli altri? Non hai pensieri solo tuoi? La tua identità è uguale a quella degli altri?

E ancora:

La normalità dovrebbe essere la soggettiva possibilità di vivere la propria esistenza con dignità e senza doversi confrontare con modelli preconfezionati, standardizzati o socialmente riconosciuti.

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Yoga giapponese

“Japanese yoga” di H. E. Davey

Sebbene stia praticando yoga indiano, la cultura giapponese mi affascina ancora, è per questo che ho letto questo libro.

Lo yoga giapponese (shin-shin-toitsu-do, la via dell’unificazione tra corpo e mente) è stato introdotto nel paese del Sol Levante da Nakamura sensei. Come molti orientali che hanno approfondito la ricerca sul corpo-mente, anche Nakamura aveva problemi di salute, che poi ha risolto tramite la pratica di questa disciplina.

E’ partito dallo yoga indiano, e poi ha personalizzato la disciplina, cercando di tener conto della vita occidentale moderna, in cui le sessioni di meditazione non possono durare ore. Davey infatti insiste molto sull’applicazione dell’unificazione corpo-mente nella quotidianità, sul rilassamento in ogni momento della giornata, ma anche su tecniche di autosuggestione (es. frasi da ripetersi davanti allo specchio poco prima di addormentarsi, quando il subconscio sta per prendere il sopravvento sulla veglia).

Ne risulta una disciplina variegata, che comprende anche tecniche di automassaggio e stretching.

Ovviamente, come tutti i tipi di ricerca interiori, non basta leggere il libro, bisogna applicare l’esperienza su se stessi in modo graduale ma continuativo.

Frequenti i rimandi al ki: non a caso molti degli studenti di shin-shin-toitsu-do erano aikidoka (Nakamura sensei conosceva Ueshiba). Ma anche ad altre arti giapponesi, i Do (o michi): bushido, shodo, composizioni floreali…
Tutte forme di arte.

Ecco forse una parola che può andar bene come sinonimo di arte: consapevolezza.
La consapevolezza che ci vuole per tenere un pennello in mano, ma anche per meditare davanti a una candela o… per restare sotto un pastrano, chiuso una settimana in una stanza insieme a un coyote, come ha fatto Beuys, o per ballare, o per comporre una sinfonia…

(…) to express ourselves skillfully with maximum efficiency and minimum effort, we need to investigate the most effective ways of using the mind and body since, in the end, they are the only “tools” we truly possess in life.

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Tutti i volti dell’arte, Flavio caroli e Lodovico Festa

Poco divulgativo, questo saggio, almeno considerando la mia bassa conoscenza dell’arte.
Caroli e Festa danno diverse cose per scontate: scontate per loro, magari, ma non credo per la media degli italiani. Capisco che non si poteva approfondire Leonardo, Modigliani o Basquiat in un saggio che tratta dell’arte di qualche secolo, né inserire tutte le foto delle opere di cui si parla, però ne sono rimasta un po’ delusa, perché in quarta di copertina dicevano che il dialogo era “aperto, non specialistico”.

Comunque ho trovato interessante lo scorcio offerto da Caroli sul mondo contemporaneo del cinema, delle arti performative e del mercato dell’arte: solo una sventagliata di frasi, ma meglio di niente.

Per il resto, posso consigliare questo libro solo a chi ha già una base di storia dell’arte nel proprio bagaglio culturale.

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Cambio dieta, Nicola Sorrentino

Volete saperne di più sulla dieta alcalina, sull’utilizzo degli integratori per dimagrire e sul fatto di eliminare le proteine animali? Questo libro è un sunto “di tutto un po’”, un minestrone di tutto ciò che il “mercato dieta” offre con, dulcis in fundo, una nuova dieta (di soli 30 giorni) che vi farà perdere fino a due taglie (così scrive il Dott. Sorrentino).

E a ragione!

Da brava autodidatta delle diete famose di personaggi famosi come il Dott. Sorrentino, posso certamente dirvi che con la dieta del dottore farete esperienza della vera fame!

E vi posso assicurare che perderete anche più delle due taglie previste dal Dottore.

Per dirla brevemente: il solito libro della solita dieta del solito dottore famoso, che ci fa credere di farci leggere cose nuove, ma che in realtà è la solita bufala commerciale con un bel titolo e con il faccione abbronzato del bel Dottore in copertina che fa perno sulla sua popolarità mediatica.

Tempo di lettura: due giorni

Ilaria Tami

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Parole di scuola, Mariapia Veladiano

Sono belli i libri della collana “I mattoncini” della Erickson: piccoli, brevi, li tengo in borsa per i semafori rossi. Però breve non significa superficiale.
La Veladiano ci offre una carrellata di parole che parlano di scuola, e lo fa con un’esperienza ventennale di insegnamento e, ora, da preside.

Piuttosto di parlare del libro in generale, che merita di essere letto, mi permetto di riportare qui qualche riga perché l’ironia, stavolta, mi ha fatto ridere; riporta degli aneddoti veramente accaduti:

Prima elementare, secondo giorno di scuola, il bimbo è stato spinto da un compagno sul pulmino. Papà: “Per questa volta telefono. La prossima volta metto tutto nelle mani degli avvocati”.
Avvocati al plurale, presi come stanno dai serial-gialli americani, dove gli avvocati viaggiano in “collegio”.
(…) “A mia figlia la professoressa ha detto davanti alla classe il voto insufficiente. Non fate corsi sulla privacy? Sappia che denuncio lei e la scuola.”
(…) “Non è possibile che mia figlia abbia bestemmiato in classe perché son cose che a casa non le abbiamo proprio insegnato”. Certo, lo insegniamo noi a scuola tutte le mattine all’appello.

Ho riso, leggendo.
Però è vero, è così.
Mio figlio è solo al terzo anno dell’asilo, eppure già ci sono i genitori che si metteranno dietro le barricate contro i professori e il sistema scolastico.
Da noi quest’anno è successo che hanno mandato due lettere anonime alla direttrice lamentandosi che le insegnanti decidono senza sentire i genitori, e aggiungendo dei commenti ironici sull’aspetto esteriore e sull’età delle maestre; della serie: ci sono insegnanti giovani e belle che non possono aprire bocca perché ci sono quelle più vecchie che si impongono.
Ma dove va ‘sta gente?

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