Una buona introduzione che tocca più o meno tutti gli aspetti del crudismo: convincente per introdurre più pasti crudi nella propria dieta (ma per quanto mi riguarda, non sufficiente per farmi fare il grande passo, mi fermo al veganismo).

Devo ammettere che non mi piacciono tutti i punti esclamativi che ho trovato durante la lettura, soprattutto perché provengono da una persona che è crudista da soli quattro anni. E penso sia un difetto la mancanza di una bibliografia a fine libro (ci sono sì dei riferimenti, ma sparsi per i vari capitoli, e ogni volta che mi manca il nome di un autore devo cercarmelo sfogliando qua e là).
Ma c’è di buono che l’autrice non è una di quelle che ti propina la morale demonizzando le scelte di onnivori e vegetariani. E’ inoltre equilibrata nel suggerire gli attrezzi che possono servire per i crudisti (dice che il Vitamix è molto buono ma non ti dice che non puoi star senza; dice che l’essiccatore serve più ai neofiti e meno ai crudisti di lungo corso; l’elenco generale degli attrezzi comprende pezzi che ognuno di noi ha nella propria cucina).

Analizza un po’ tutti gli ingredienti (dalle alghe ai semi, dai superfood, ai grassi). Come ogni crudista che si rispetti, ritiene che i legumi e i cereali non facciano parte di un’alimentazione perfetta.
Ma io continuo a chiedermi: e gli orientali che mangiano riso e soia da millenni e stanno meglio di noi?

Più leggo libri in materia e più mi convinco che non esiste l’alimentazione perfetta: il corpo si sa adattare. Basta non esagerare e darsi a un macrocomponente a discapito degli altri (o tutti grassi, o tutti carboidrati, o tutte proteine). E sì all’alimentazione PREVALEMENTEMENTE vegetariana.
Se poi io ho optato per il vegano, dipende dal mio carattere: o tutto o niente. Non so mangiare un solo krapfen. Né una sola fetta di formaggio. Dunque, piuttosto di mangiarne a chili di entrambi, meglio eliminarli del tutto. I macronutrienti me li garantisco comunque con gli alimenti vegetali.

Mi lascia un po’ interdetta la parte finale del libro, in cui l’autrice parla di altri aiuti naturali alla disintossicazione. Sì, di meditazione, enteroclismi e yoga si parla anche in altre opere sulla nutrizione, ma qui si va dalle frizioni fredde ai bagni d’aria, dall’oil pulling per sciacquarsi la bocca alla routine energetica… tocchiamo il metafisico. D’altronde non ho ancora ben capito che lavoro faccia la Gosamo: la biografia dice che in laboratorio si è occupata di esami di base e di biologia molecolare. Dunque fa la biologa? Non mi dice molto la lista dei suoi interessi: dinamica mentale, Eft, Reiki, Vivation, astrologia psicologica (!?!), Pranic Healing, Transurfing, Medicina Energetica… ma sono tutti argomenti in cui sono ignorante.
Molto ok, invece, dal mio punto di vista, il master in Plant-Based nutrition alla fondazione di T. Colin Campbell, uno dei miei miti.

Sebbene da quanto scriva sembra che io giudichi in modo negativo il libro, non è affatto vero: ripeto, è una buona introduzione al crudismo, sono contenta di averlo letto e ho già provato un paio di ricette.

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Hannah Arendt, film di Margarethe von Trotta

Film in cui non sentirete neanche una parola in italiano, solo inglese, tedesco e qualche frase in ebraico (non me l’aspettavo, ma è tutto sottotitolato).
La Arendt è stata incaricata dal New Yorker di scrivere degli articoli sul processo ad Eichmann tenutosi a Gerusalemme dopo che il criminale nazista è stato catturato dai servizi segreti israeliani. Il processo presenta già delle illegalità: Israele non esisteva al momento della perpetuazione dei crimini nazisti, e se processo ci deve essere, allora deve essere portato avanti da un tribunale internazionale, non da Israele… La Arendt si rende conto che questo processo non è in realtà incentrato attorno all’uomo Eichmann, ma è una strategia adottata da Ben Gurion per “lavorare” attorno al senso di colpa di tutti i paesi che hanno “lasciato” che la catastrofe avvenisse. E’ un processo politico, per legittimare il nuovo stato di Israele. E’ un processo che vuol sfruttare l’antisemitismo strisciante per giustificare la necessità di un paese in cui chi ha sofferto possa rifugiarsi.

La Arendt si accorge di tutto ciò, ma al processo ci va lo stesso. Certo è, però, che il giornale si aspettava una cronaca, non un’analisi filosofica sul Male. Tanto più che gli articoli della Arendt creano un vespaio perché accusano i vertici ebraici di aver collaborato coi nazisti. Si afferma, in essi, che la strage non avrebbe raggiunto il numero di sei milioni di persone, se i vertici ebraici avessero intrapreso una strada a metà tra la resistenza, che era impossibile, e la cooperazione. Molti ebrei accusarono la Arendt di difendere Eichmann e il nazismo, cosa che in realtà lei non voleva fare.
Ma nessuno ha colto il nucleo centrale del suo pensiero: Eichmann è un uomo banale, che ha colto l’occasione nazista per farsi la sua strada. Un burocrate. Un uomo che non sa pensare.

Ecco quello che è attuale: non sappiamo più pensare. La nostra abitudine al rispetto della legge (quale che essa sia) è così radicata che non siamo più capaci di distinguerne i contenuti. Pigrizia, se si vuole. Pigrizia mentale.
E, dice la Arendt, il male non è radicale. E’ estremo, ma non radicale. Per essere radicali bisogna andare in profondità, e ciò lo si può fare solo col pensiero.
Il bene è radicale, non il male.

Non siamo più capaci di pensare. A tutti i livelli.
Dalla bugia che si dice alla collega per difendersi in via preventiva da possibili fughe di notizie, ai ragazzini che iniziano a fumare e drogarsi per adeguarsi al gruppo, dal giovane che finge di divertirsi allo spritz hour perché tutti fanno così, all’uomo che firma una scartoffia per la deportazione di esseri umani perché sta eseguendo gli ordini.

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Dimagrisci subito mangiando, John Briffa

Inorridita. Sono inorridita leggendo certe affermazioni, del tipo:

“Se mangiare meno grassi saturi non migliora la salute, né allunga le nostre vite, ci si potrebbe chiedere per quale motivo si debba seguire un regime ipolipidico. La risposta è: nessuno.”

“Secondo una ricerca, il consumo di carne non è associato al rischio di malattie cardiache”. (Dico io: UNA ricerca? Una sola???)

“Livelli alti di colesterolo non sembrano costituire un fattore di rischio rilevante per le patologie cardiovascolari o di rischio complessivo di morte in età avanzata”

“E’ un puro e semplice dato di fatto che non c’è necessità di inserire i carboidrati nella dieta.”

“La carne si può mangiare liberamente.”

“(parlando dei legumi)… in ogni caso, se non ne mangiate, non perdete niente.”

Poi, per giustificare quanto bene faccia una dieta povera di carboidrati (e ricca di proteine e grassi) dice che un medico di Londra prescriveva una dieta low carb ai suoi pazienti diabetici. Peccato che non specifichi con quali risultati. Peccato che non consideri le ricerche teoriche e pratiche che dimostrano come una dieta vegana ad alto contenuto di carboidrati e basso di grassi possa in alcuni casi permettere ai pazienti di rinunciare all’insulina. Peccato che non abbia una casistica per giustificare questa bontà della dieta low-carb.

Insomma, questo regime alimentare, incentrato sulle proteine animali e sui grassi, punta tutto sulla perdita di peso, che, dice, è molto più veloce delle diete a base vegetale.
Ehi, Briffa (un nome, un programma): bisogna guardare alla salute a lungo termine, non alla perdita di peso nel breve termine! Le ricerche che lui ci propone e che apparentemente giustificano la sua teoria, si basano su numeri bassissimi di soggetti testati e si svolgono nell’arco massimo di pochi mesi. Non distingue tra cereali integrali e cereali raffinati, parlandone male in ogni caso, e dicendo che aumentano “sempre” la glicemia (come se le fibre non avessero alcun ruolo nel rallentamento del glucosio nel sangue).
E poi, fortissimo, dice che se la gente non sa che la sua dieta è la migliore, è tutta colpa delle multinazionali che vendono pasta, cereali e vegetali…
Ma dai!!

Gli unici punti in cui mi sono trovata d’accordo con lui, riguardano la necessità dell’attività fisica, e l’allontanamento dalla dieta di prodotti industriali lavorati e latte.

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La salute in tasca, Alberto Fiorito

Breve testo da leggere in un paio d’ore.
Breve, ma ripetersi certe conoscenze non fa male: antiossidanti, accumulo di tossine nel corpo, attività fisica.
Non dico che si impari molto, ma può essere un trampolino di partenza per chi vuole approfondire (anche perché alla fine ha inserito un paio di pagine con altre letture consigliate: Dio ti ringrazio).
Ad esempio: con mio figlio ho la tendenza a dimenticare che la febbre è un sistema di guarigione del corpo.

Ma… se lo dimentica spessissimo anche la pediatra che mi prescrive l’antibiotico.

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La morte non sa leggere, Ruth Rendell

E’ un espediente per vendere di più, quello di attribuire la caratteristica di giallo ad ogni libro in cui compaia un morto. Ecco il caso. Già il titolo della versione italiana parla di morte, mentre il titolo originale non la menziona direttamente.

Fin dall’inizio si sa che Eunice Parchman, una donna analfabeta di mezza età, compirà una strage. Si sa chi uccide, e, apparentemente, perché: perché non sa leggere.
La realtà, invece, va oltre.

La buzzurra di turno che si lascia travolgere dalle circostanze, che si lascia trascinare dalle persone che frequenta, che è preda delle proprie emozioni animali e che non sa apprezzare una rosa… non è mica così lontana dal nostro mondo! Il passo dall’abulia mentale alla strage, ci dice la Rendell, non è così ampio.

Ma l’analisi dell’autrice si estende anche alla classe “superiore”, alle persone che leggono: sono davvero sempre così superiori? O non soffrono piuttosto di una sindrome di superiorità, che li rende spesso inconsapevoli di coloro che hanno davanti se non appartengono alla loro stessa classe? Frasi apparentemente occasionali (come, ad esempio: “col solito tono pomposo che assumeva con lei”) ci dicono che il dramma finale è preparato da anni, se non da decenni, da secoli, di incomprensioni.

E tu, a che classe appartieni?
E io?

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The 21-day weight loss kickstart diet – Dr. Neal Barnard

Altro libro sull’alimentazione vegana che non è ancora stato tradotto in italiano.
Il succo: alimentazione priva di ingredienti di origine animali e a basso contenuto di grassi aggiunti (anche se vegetali) = salute migliore (non solo peso più basso).

E condivido le linee guida generali.
Tuttavia, questo è l’ennesimo libro che leggo in materia e ho un paio di appunti da fare.

1) Perché gli americani misurano in tazze? Cioè, una tazza equivale a 240 ml. Ma la capacità di 240 ml comporta quantità diverse a seconda dell’alimento: in 240 ml, posso avere pesi diversi di pasta, riso, atzuki o fagioli borlotti, perché i volumi e la densità di questi alimenti è diversa… boh, non l’ho capito. Se qualcuno me lo spiega, ringrazio in anticipo.

2) Mi sto sempre più convincendo che gli enormi successi riportati dai testimoni di libri come questo, sono dovute allo stadio di partenza. Cioè: “perdo 100 kg in un anno! Oilà! Perdo 70 kg in sei mesi! oilè!”
Non dimentichiamo che questi consigli sono applicati a testimoni… americani. Cioè supersize di partenza. Se uno già pesa sessanta chili, non ne perde 10 in due mesi. Se uno ha il colesterolo a 290, vede la differenza in capo a due mesi, ma se uno ce l’ha a 210, la differenza è più misera. Con questo non voglio dire che questo regime alimentare sia falso, avviso solo i lettori che bisogna applicare le regole generali alla propria situazione particolare.

3) Il dottor Barnard è uno dei miei miti, però non sono d’accordo con lui quando dice, più di una volta, che le proprietà nutritive delle verdure fresche e di quelle surgelate si equivalgono in tutto e per tutto. Può gabbare gli americani, abituati a fast food e spaghetti freddi di frigo, ma non noi italiani. Almeno finché non diventeremo come gli americani. Il che succederà, purtroppo. Poi le campagne vegane verranno a farle da noi.

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Foods that cause you to lose weight, Neal Barnard, M.D.

Che il dottor Barnard sia vegano, ormai lo sanno tutti i vegetariani del mondo. Quello che lo distingue dai vegani per ragioni etiche, è che propugna una dieta anche a basso contenuto di grassi.
Lascio la lettura dei dettagli a chi ha voglia di cimentarsi con l’inglese (visto che il libro non è stato tradotto in italiano), e io mi limito a pochi commenti.
Perché adesso il vegan sta dilagando un po’ dappertutto, negli USA (soprattutto dopo l’apparizione in TV di vari medici più o meno affidabili) e anche, di recente, in Italia.
Attenzione, però: che noi non siamo ancora ai livelli degli Stati Uniti, in materia di malattie croniche ed obesità. Non mi risulta ci siano ancora tanti italiani che si alzano alle tre di notte per mangiarsi un chilo di gelato.
Negli Usa ce ne devono essere, se c’è un apposito paragrafo dedicato ai mangiatori compulsivi… una frase del tipo “cosa si può sgranocchiare nel bel mezzo della notte quando non ci si sente di tornare a letto con la voglia di qualcosa di buono?” Ovviamente la soluzione è prepararsi un bel po’ di frutta e verdura tagliata a pezzetti. Ma…
Ma di notte si dorme!

Di questi libri sulle diete americane non mi piace che c’è una piccola parte dedicata alla teoria (123 su 340), e il resto dedicato alle ricette.
Le ricette mi hanno proprio rotto le palle.
Non ce la faccio più a vedere tutta la gente in TV che parla solo di ricette (quando non parla di previsioni del tempo). Ma finitela, non mi rendete conto che avete stufato!?

E ora, tanto per ricordarmi che sono (siamo) un essere contraddittorio, vi lascio la ricetta per una specie di olio che sostituisce l’olio nelle insalate:

Mescolate un cucchiaio da tavola di amido di mais con una tazza di acqua. Scaldate in una casseruola mescolando di continuo finché non si densifica. Mettere in frigo. Usarlo al posto dell’olio, nell’arco di tre settimane (di più in frigo non si conserva).

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