Consigli di lettura dello scrittore Andrea Vitali

Un paio di settimane fa, Andrea Vitali è venuto dalle mie parti a fare quattro chiacchiere, far fiò, come si dice da noi (l’espressione si riferisce alle chiacchierate che, nelle nostre campagne venete, si tenevano attorno al fuoco o nelle stalle alla sera, mentre le donne sferruzzavano).

Gli ho chiesto dunque se ci consigliava qualche libro da leggere; lui è stato contento della domanda, anche perché partecipa spesso in qualità di giurato ai concorsi letterari e viene subito a contatto con le nuove leve della letteratura italiana e straniera;  questi sono quelli che mi ha elencato; tra parentesi vi metto una sola parola per identificarli:

Luca Ricci, “I difetti fondamentali” (racconti)

Francesca Manfredi, “Un buon posto dove stare” (racconti)

Paolo Cognetti, “Le otto montagne” (Einaudi)

Marco Rossari, “Le cento vite di Nemesio” (divertente)

Fernanda Torres, “Fine” (sudamericano)

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Intervista all’autore Alec Nevala-Lee: scrivere e scrivere sul blog, ogni giorno

Scrivere o postare quotidianamente sul blog, richiede disciplina. Prendiamo ad esempio Alec Nevala-Lee, che pubblica 500 parole ogni giorno su una vasta gamma di argomenti, dall’arte letteraria alla cultura pop. (…)  

Nel tuo primo post di cinque anni fa, avevi scritto che il tuo blog si sarebbe concentrato sul processo della scrittura, sul romanzo, sull’arte e sulla cultura. E’ bello vedere che non ti sei spostato dal tuo programma iniziale. Questo tuo approccio al blog ha avuto successo? Come si è evoluto, e come sei evoluto tu, in questo periodo?

E’ divertente ammetterlo adesso, dopo che ho scritto post ogni
giorno per cinque anni, ma ho preso la decisione di focalizzarmi
sulla scrittura dieci minuti prima di pubblicare il mio primo posto.
Ho messo su il sito in quattro e quattr’otto per promuovere l’ultimo
romanzo che avevo pubblicato, The IconThief, e solo quando ero pronto per lanciarlo lessi una lista di suggerimenti, di cui uno in particolare suggeriva ai blogger
di concentrarsi su un argomento specifico. (…) Non credo che questo
blog sarebbe andato così bene – in termini di audience o di
freschezza del materiale – se non mi fossi attenuto a questa
regola. E’ inoltre sintomatico il fatto che il mio primo post non
menzionasse la creatività, che emerse invece come aspetto principale
del blog; questo perché il problema di trovare nuove idee è quello
con cui mi confronto giornalmente. (…)

Come scrittore, quali sono stati i vantaggi di tenere un blog?

Ad essere sincero, dal punto di vista strettamente commerciale, i
vantaggi sono stati piuttosto modesti. A occhio e croce, basandomi
solo sull’audience del mio blog, ho venduto forse alcune dozzine dei
miei romanzi, il che non è molto, considerando il tempo e lo sforzo
impiegati. Ma sotto un punto di vista meno tangibile, il payoff è
stato enorme. Pubblicare cinquecento parole al giorno mi ha costretto
a imparare tutta una serie di trucchetti e di conseguenza sono
diventato più efficiente in ogni altro aspetto della mia vita
lavorativa. (…) Su un livello più immediato, alcune opportunità di scrittura mi
arrivano quando un post attira l’attenzione di qualcuno, e tra i
commenti al blog ce ne sono alcuni di personaggi famosi. Mi sono
costruito una piccola comunità di lettori regolari i cui punti di
vista mi sono di grandissimo aiuto.

Scrivi fiction e nonfiction, passando per  fantascienza, l’arte, la cultura pop e molto di più. Hai una zona di comfort? O ti piacciono tutti i generi?

In un certo senso, il fatto che io lavori con una ampia gamma di
generi e formati è una conseguenza dell’incertezza di uno scrittore
freelance: per sopravvivere, devi essere pronto a prendere tutto
quello che ti arriva. Ma mi piace sia la fiction che la nonfiction,
così evito di esaurirmi su un unico filone. Piuttosto, scrivere
romanzi è quello che mi spinge più di tutto lontano dalla mia
comfort zone, anche se di fatto è quello che faccio per vivere. I
saggi e le recensioni in confronto sono facili, mentre la scrittura
di racconti si situa più o meno a metà tra questi due estremi.

Da blogger attivo: può succedere che la  scrittura del blog ti distragga dai tuo romanzi e dai tuoi progetti a  lungo termine?

Al momento, qualsiasi distrazione possa portarmi il blog è minima
in confronto ad altri fattori della mia vita – in particolare, in
confronto al fatto che ho una figlia di tre anni. Ma è un bene che
io sia diventato più disciplinato: quando ho iniziato, impiegavo due
ore o più su un post, mentre ora non ci metto più di un’ora, tra
l’abbozzo e la fase finale dell’articolo. (…)

Quali sono i post del blog che vanno meglio?

Mi piacerebbe saperlo! (…)  La risposta più corretta è che non lo so, a parte il fatto che i post tendono a venir letti di più se rispettano i temi dichiarati dal
blog.

Cosa o chi stai leggendo in questo momento? (…)

Sono un grande fan di The A.V. Club, in particolare del lavoro di Will Harris (…)
Molti nuovi users creano blog e siti su WordPress.com ogni giorno. Puoi dare un consiglio agli scrittori che vogliono usare i blog come piattaforma per promuovere i loro lavori?
Oltre ai soliti suggerimenti — che si possono riassumere in “sii
utile, sii visibile, sii attivo” — Ho imparato ch epuò essere
utile mantenere un format relativamente fisso, che minimizzi il
numero di decisioni che devi prendere ogni giorno. Se guardate il mio
blog, vedrete che l amaggior parte dei miei post segue una struttura
di base simile, che ho consolidato dopo circa un anno di esperienza:
un’immagine, due paragrafi, un’altra immagine e altri due paragrafi,
sempre più o meno della stessa lunghezza, quella necessaria per
approfondire a sufficienza l’argomento di cui voglio parlare: è
tutto abbastanza conciso per esser scritto, corretto e pubblicato nel
giro di un’ora (…)
Con così tante piattaforme tra cui scegliere, perché hai scelto WordPress.com?

All’inizio sono stato attirato da WordPress.com perché offriva
una piattaforma pulita, diretta e flessibile per il tipo di blog che
volevo creare, e questo vale ancora oggi. Quello che mi fa restare
qui, tuttavia, è la community. Negli anni ho acquisito un buon
numero di lettori e followers, e molti continuano ad arrivarmene ogni
giorno (…)
Nel tuo primo post di cinque anni fa, avevi scritto che il tuo blog si sarebbe concentrato sul processo della scrittura, sul romanzo, sull’arte e sulla cultura. E’ bello vedere che non ti sei spostato dal tuo programma iniziale. Questo tuo approccio al blog ha avuto successo? Come si è evoluto, e come sei evoluto tu, in questo periodo?

E’ divertente ammetterlo adesso, dopo che ho scritto post ogni giorno per cinque anni, ma ho preso la decisione di focalizzarmi sulla scrittura dieci minuti prima di pubblicare il mio primo posto. Ho messo su il sito in quattro e quattr’otto per promuovere l’ultimo romanzo che avevo pubblicato, The Icon Thief, e solo quando ero pronto per lanciarlo lessi una lista di suggerimenti, di cui uno in particolare suggeriva ai blogger di concentrarsi su un argomento specifico. (…) Non credo che questo blog sarebbe andato così bene – in termini di audience o di freschezza del materiale – se non mi fossi attenuto a questa regola.

E’ inoltre sintomatico il fatto che il mio primo post non menzionasse la creatività, che emerse invece come aspetto principale del blog; questo perché il problema di trovare nuove idee è quello con cui mi confronto giornalmente. (…)

Come scrittore, quali sono stati i vantaggi di tenere un blog?

Ad essere sincero, dal punto di vista strettamente commerciale, i vantaggi sono stati piuttosto modesti. A occhio e croce, basandomi solo sull’audience del mio blog, ho venduto forse alcune dozzine dei miei romanzi, il che non è molto, considerando il tempo e lo sforzo impiegati. Ma sotto un punto di vista meno tangibile, il payoff è stato enorme. Pubblicare cinquecento parole al giorno mi ha costretto a imparare tutta una serie di trucchetti e di conseguenza sono diventato più efficiente in ogni altro aspetto della mia vita lavorativa. (…)

Su un livello più immediato, alcune opportunità di scrittura mi arrivano quando un post attira l’attenzione di qualcuno, e tra i commenti al blog ce ne sono alcuni di personaggi famosi. Mi sono costruito una piccola comunità di lettori regolari i cui punti di vista mi sono di grandissimo aiuto.

Scrivi fiction e nonfiction, passando per fantascienza, l’arte, la cultura pop e molto di più. Hai una zona di comfort? O ti piacciono tutti i generi?

In un certo senso, il fatto che io lavori con una ampia gamma di generi e formati è una conseguenza dell’incertezza di uno scrittore freelance: per sopravvivere, devi essere pronto a prendere tutto quello che ti arriva. Ma mi piace sia la fiction che la nonfiction, così evito di esaurirmi su un unico filone. Piuttosto, scrivere romanzi è quello che mi spinge più di tutto lontano dalla mia comfort zone, anche se di fatto è quello che faccio per vivere. I saggi e le recensioni in confronto sono facili, mentre la scrittura di racconti si situa più o meno a metà tra questi due estremi.

Da blogger attivo: può succedere che la scrittura del blog ti distragga dai tuo romanzi e dai tuoi progetti a lungo termine?

Al momento, qualsiasi distrazione possa portarmi il blog è minima in confronto ad altri fattori della mia vita – in particolare, in confronto al fatto che ho una figlia di tre anni. Ma è un bene che io sia diventato più disciplinato: quando ho iniziato, impiegavo due ore o più su un post, mentre ora non ci metto più di un’ora, tra l’abbozzo e la fase finale dell’articolo. (…)
Quali sono i post del blog più letti?

Mi piacerebbe saperlo! (…) La risposta più corretta è che non lo so, a parte il fatto che i post tendono a venir letti di più se rispettano i temi dichiarati dal blog.

Cosa o chi stai leggendo in questo momento? (…)

Sono un grande fan di The A.V. Club, in particolare del lavoro di Will Harris (…)

Molti nuovi users creano blog e siti su WordPress.com ogni giorno. Puoi dare un consiglio agli scrittori che vogliono usare i blog come piattaforma per promuovere i loro lavori?

Oltre ai soliti suggerimenti — che si possono riassumere in “sii utile, sii visibile, sii attivo” — Ho imparato che può essere utile mantenere un format relativamente fisso, che minimizzi il numero di decisioni che devi prendere ogni giorno. Se guardate il mio blog, vedrete che la maggior parte dei miei post segue una struttura di base simile, che ho consolidato dopo circa un anno di esperienza: un’immagine, due paragrafi, un’altra immagine e altri due paragrafi, sempre più o meno della stessa lunghezza, quella necessaria per approfondire a sufficienza l’argomento di cui voglio parlare: è tutto abbastanza conciso per esser scritto, corretto e pubblicato nel giro di un’ora (…)

Con così tante piattaforme tra cui scegliere, perché hai scelto WordPress.com?

All’inizio sono stato attirato da WordPress.com perché offriva una piattaforma pulita, diretta e flessibile per il tipo di blog che volevo creare, e questo vale ancora oggi. Quello che mi fa restare qui, tuttavia, è la community. Negli anni ho acquisito un buon numero di lettori e followers, e molti continuano ad arrivarmene ogni giorno (…)

(Liberamente tradotto e adattato dalla sottoscritta, trovate l’articolo originale qui)

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Beast Quest – Adam Blade

Non leggo libri per ragazzi, ma questi mi tocca leggerli ad alta voce perché piacciono a mio figlio. Sono gli unici libri che accetta di leggere anche per conto suo.

La struttura è sempre la stessa: il prologo inizia con un malcapitato che viene assalito dalla bestia di turno, e poi arriva il protagonista che, insieme alla sua amica, al cavallo e al lupo, vanno ad affrontare la bestia, che poi gli lascia qualcosina che gli servirà per affrontare la bestia precedente.

Tutte le bestie sono mandate dal malvagio mago Malvel.

Ripetitivo e scontato, ma se a un bambino di 8 anni piace, lasciamo che li legga…

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Giochi tardivi – Luis Landero

Lo sospendo a p. 106 (su 383) perché la mia rassegna di autori spagnoli era finalizzata alle prossime vacanze in spagna, e qui non si trova nulla di spagnolo, tranne l’autore. Per di più, non ho trovato niente in italiano in internet che mi permettesse di farmi un’idea al di là della quarta di copertina.

Chiariamo subito: l’autore è molto bravo a scrivere, usa delle immagini che ti fanno capire come se ne intenda di scrittura e natura umana. Tuttavia, la storia in sé scivola su un versante ironico/grottesco, e io con questo genere ho dei problemi. Peccato, perché il tema era carino…

C’è questo Gregorio Olìas di cui conosciamo subito l’infanzia, derelitta ma piena di fantasia; e vediamo che il protagonista si porta dietro la sua fantasia nella vita quotidiana, immaginando grandi avventure e sognando di diventare qualcuno di importante, ma senza mai applicarsi per diventarlo davvero.

Non so voi, ma io in uno così mi immedesimo: anche io faccio la segretaria e sogno di viaggiare per il mondo in luoghi esotici, ma non faccio nulla per cambiare (dovrei liberarmi prima di un marito e di un figlio un poco più stanziali…). Gregorio è stato spinto su questa china dallo zio:

Gli diceva che il sapere non occupa post, che ciò che fa un uomo lo può fare anche un altro, che la costanza è la madre di tutte le virtù e che non si coricasse mai senza aver imparato qualcosa di nuovo.

Insomma, aveva uno zio che era un antesignano Tony Robbyns. Solo che in realtà i personaggi qui sanno cosa è impossibile e cosa no, in un barcamenarsi tra illusione e realtà che si rivela in qualche frase qua e là:

C’è chi si dispera perché non piove o per un dolore alla gamba  perché la volpe gli ha mangiato un tacchino. I poveri si disperano perché sono poveri e i ricchi perché non sono più ricchi. E allora, non è meglio disperarsi per l’impossibile?

Sono in sintonia con questi concetti, ma poi la storia cade nel grottesco quando Gregorio parla con la moglie, una più inetta e insulsa di lui, una che non sa neanche cosa vuole (dice sempre “non so”), o con il rappresentante della sua ditta, che si lamenta di continuo:  non capisco dove vuole arrivare…

Una cosa ho notato, però: che la parola “abitudine” ritorna molto spesso. Sogni e abitudini. Ahi ahi…

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Filed under book, Libri & C., scrittori spagnoli

Il mio sole è nero – Victor Del Arbol

Da dove cominciare, per parlare di questo libro così denso di avvenimenti e personaggi?

Dal titolo. Perché la Mondadori ha usato questo titolo anonimo, che non gode di nessuna eco nel testo, mettendo in disparte il titolo originale spagnolo? Il titolo spagnolo è “La tristezza del samurai”, che è il nome della spada regalata a un bambino la cui bellissima madre viene assassinata dall’uomo che amava.

“La tristezza del samurai” è un titolo molto migliore, perché richiama alla mente quanto sia difficile per un samurai attenersi a un codice di condotta etico pur continuando a uccidere senza apparentemente mostrare alcun rimorso. E’ questo il punto centrale del romanzo: la difficoltà di intrappolare i personaggi in definizioni manicheistiche, perché ognuno di loro ha dei lati oscuri che vengono svelati pian piano.

Non posso fare spoiler, perché la bravura dell’autore sta molto nella capacità di stupirci quando ci dice cosa ha fatto questo o quello, dopo averci presentato il personaggio in una certa luce del tutto diversa.  Vi dirò solo che la storia inizia negli anni Quaranta in Spagna, anni in cui gli uomini sono combattuti tra ideali politici e privati, e finisce negli anni Ottanta, quando si raccolgono le fila degli avvenimenti accaduti quarant’anni prima.

Però una cosa posso dirvela: qui, in un modo o nell’altro non si salva nessuno. Non si salva Guillermo Mola, padre di Andrés, il bambino innamorato dei samurai; non si salva Andrés, che cresce nelle storture della malattia mentale; non si salva suo fratello Fernando, nonostante sia sopravvissuto al fronte russo e alla prigionia nei gulag; non si salva Maria Bengoecha, l’avvocato che si ritrova tra le mani il caso della scomparsa di una bambina senza sapere quanto la sua famiglia sia coinvolta con la famiglia Mola.

Ho nominato solo alcuni dei tanti personaggi del romanzo. Che è un bel romanzo, perfettissimo per l’estate.

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Intervista alla scrittrice Jennifer McMahon

In Italia la conosciamo come l’autrice di “Sai tenere un segreto?” edito da Terre di Mezzo. Jennifer McMahon è cresciuta in Connecticut e ora vive nel Vermont con la sua famiglia.

Ecco alcuni consigli che lei offre a chi vuole scrivere un romanzo:

1) scrivi la storia che ti piacerebbe davvero leggere. Non scrivere una storia solo perché pensi che potrebbe essere un bestseller. Pensa ai romanzi che ami, quelli in cui ti perdi davvero. Se sono dei thriller, non cercare di scrivere un romanzo storico o di narrativa generica. Magari non abbandonarti al genere specifico che ami, ma richiama alla mente una certa voce, un certo tipo di storia o di personaggio. Scrivi quello che ami. Fammi un favore, proprio ora, subito: butta giù una lista delle tue ossessioni, le cose che ti fanno battere il cuore, che ti svegliano nella notte. Mettile sulla scrivania e lascia che ti guidino e che diano slancio alla tua scrittura giorno dopo giorno.

2) Inizia con il personaggio. Crealo pieno di difetti e che fa sì che sia credibile. Fallo vivere e respirare,  lasciagli la libertà di sorprenderti e di portare la storia verso direzioni inaspettate. Se non ti sorprende, stai sicuro che annoierà anche i tuoi lettori. Un esercizio che faccio quando sono in procinto di conoscere un nuovo personaggio, è di chiedergli i suoi segreti. Siediti con carta e penna e inizia con “non ho mai detto a nessuno che…” e parti da qui, scrivendo con la voce del tuo personaggio.

3) Il tuo personaggio deve risolvere un grosso problema. Deve affrontare una sfida, qualcosa che lo tormenti e lo spinta in avanti. Il cuore di ogni storia è il conflitto – sia interno che esterno. Creane uno buono e ricorda che questo problema darà forma al tuo personaggio facendolo cambiare per sempre.

4) Lascia che le cose accadano! Puoi avere il migliore personaggio del mondo e scrivere magnificamente ma se non succede niente, la storia implode. Nei miei libri mi assicuro che succeda qualcosa di importante per l’intreccio in ogni scena. E se c’è una scena in cui non c’è nulla che aiuti a fare andare avanti la storia in un modo importante, la taglio, non importa quanto bella sia. (…)

5) Credibilità. Ah, direte voi, ma a volte scrivi storie piene di fantasmi e fate, sono credibili, queste? Sì, se tu rendi credibile l’universo del romanzo. In “Sai tenere un segreto?” ho creato delle regole per un fantasma – delle cose che poteva e non poteva fare. Gli ho dato una storia passata e una ragione impellente per muoversi (…). Non mettere un nuovo personaggio nell’ultimo capitolo affinché risolva il problema del tuo protagonista: deve risolversi i problemi da solo, nel bene e nel male.

6) rimani fedele al romanzo. Sarai tentato di mollare migliaia di volte. Non farlo. Finisci la storia. Poi lavora ancora di più alla sua revisione. Fai del tuo meglio per metterla al mondo. Se agenti letterari e case editrici lo rifiutano (cosa che faranno di sicuro) continua a mandarlo in giro. Nel frattempo, scrivine un altro. E poi un altro. Credimi, migliorerai ogni volta. Non sei nel business della scrittura perché è facile. Mi ci sono voluti quattro romanzi, due agenti letterari e sette anni prima che il mio primo libro venisse pubblicato. (…)

7) E infine: ignora le regole (incluse le mie). Tutti ricevono consigli e teorie; tutti vogliono dirti cosa fare, catalogarti in un genere con le sue regole e convenzioni. Credo che il lavoro sia migliore quando ci lasciamo alle spalle tutto questo; quando l’unica cosa a cui restar fedeli è la scrittura.

Trovate l’intervista originale in inglese qui.

 

 

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Quella luce – Carlos Saura

Carlos Saura

Che l’autore sia un regista, lo si capisce ogni volta che ci invita ad accostarci a un personaggio per ascoltarne le parole o a guardare meglio certi dettagli.

Ammetto che avevo iniziato il libro tre anni fa e lo avevo sospeso dopo poche pagine perché non mi prendeva, però ora che lo ho finito, devo dire che mi è piaciuto. E’ che mi piacciono le storie tragiche, cosa posso farci? Inoltre il romanzo ha un diretto riferimento a una storia vera accaduta ai genitori di un amico di Saura.

In breve: ecco la guerra civile spagnola. Diego e Teresa, entrambi comunisti e atei, si ritrovano divisi; lei finisce nella città di Zamora, dove vive la sua famiglia di origine, falangista e super-cattolica; lui, giornalista, resta a Madrid, accerchiata dai soldati di Franco, finché non va in trincea e resta ferito. Hanno una figlia di sei anni, che resta con la madre finché… e qui mi fermo.

Tra i due punti di vista, quello che mi ha interessato di più è stato quello di Teresa. Non capisci cosa significhi “guerra fratricida” se non ne senti parlare attraverso esempi concreti, se non vedi, attraverso le righe, la faccia di una madre scontenta delle parole della figlia. E Teresa si ritrova nei guai perché non riesce ad essere prudente, ad abbandonare gli amici, a star zitta e piegare la schiena. Io al posto suo (forse) mi sarei morsa la lingua, mi sarei piegata: perché c’era una bambina piccola in gioco. Lei invece si mette subito in conflitto con la sorella Margarita, che è una falangista convinta; anche se, essendoci di mezzo donne, la loro guerra personale non aveva origini solo politiche…

Sono convinta che un romanzo riesca a trasmettere la Storia molto meglio di cento libri di testo.

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