E se votassimo tutti scheda bianca?

SAGGIO SULLA LUCIDITA’ (JOSE’ SARAMAGO)

E se votassimo tutti scheda bianca? E’ questo lo scenario da cui parte Saramago per scrivere il romanzo che è la continuazione di Cecità.

In una capitale non meglio precisata, le votazioni vanno prima deserte e poi, al secondo tentativo, la maggioranza delle schede è bianca. La destra riesce comunque ad andare al potere, ma il comportamento della popolazione lascia sconcertati i politici che si mettono subito alla ricerca del colpevole.

Il governo cerca di scoprire i cospiratori ricorrendo prima a delle spie infiltrate in città, poi con interrogatori segreti e cruenti e infine dichiarando lo stato di assedio e abbandonando i cittadini a loro stessi.

I politici non riescono a capacitarsi che l’83% dei votanti abbia lasciato cadere una scheda bianca nell’urna senza un qualche tipo di guida comune, non ammettono che il popolo sia solo disilluso, ci deve per forza essere un piano eversivo comune, ma tutti i tentativi di scoprire i colpevoli si rivelano infruttuosi.

Il governo ricorre ad ogni mezzo: fa perfino scoppiare una bomba alla stazione per cercare di mobilitare la popolazione che però, dopo il primo sconcerto, continua a comportarsi in maniera civile.

Ma un colpevole è necessario.

Dopo una serie di battibecchi tra primo ministro, ministro dell’interno e ministro della giustizia, si decide di mandare tre poliziotti in incognito in città allo scopo di indagare su una donna che quattro anni prima, nel bel mezzo dell’epidemia di cecità (ecco il legame col primo libro) non si è ammalata. Lei deve essere la colpevole, è stato deciso così.

I messaggi del libro sono tanti.

Intanto, l’importanza delle parole: il superintendente che indaga sulla donna, e che avrà un ruolo importante nella seconda parte del libro, ci tiene che vengano utilizzate le parole corrette. Se non nomini le cose con termini precisi, rischi di togliere realismo a quelle cose.

Poi c’è l’atteggiamento dei governi autoritari: l’incapacità di guardarsi dal di fuori, il bisogno spasmodico di trovare capri espiatori per giustificarsi, la necessità di CREARE I NEMICI, l’accentramento dei poteri.

Poi c’è l’importanza del voto: Saramago sembra dirci che anche se non votiamo, qualcun altro lo farà per noi.

E infine la cecità: guarda caso, il popolo ha sofferto di cecità proprio quattro anni prima. Quattro anni di solito è il periodo di durata delle legislature. E’ come se quattro anni prima il popolo cieco avesse votato per il partito sbagliato, se ne fosse reso conto e, perse ormai le speranze, abbia deciso di rinunciare a votare.

Se quattro anni prima erano stati ciechi, dunque, adesso sono ben lucidi.

Peccato che la lucidità adesso non serva a molto, perché le conseguenze della cecità di quattro anni prima si protraggono negli anni.

Ho letto adesso questo libro alle soglie delle elezioni del 25 settembre (che è pure il giorno del mio compleanno) e spero che gli italiani non siano così ciechi da consegnare il potere a chi poi – in un modo o nell’altro – non lo mollerà più.

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E’ l’11/09: ma l’esercito statunitense sa farsi odiare

Senza nulla togliere alle colpe di chi ha attaccato le Torri gemelle… ma per pura coincidenza ho finito oggi di leggere “Il racconto del disertore” di Joshua Key, e il ruolo da vittima dell’11/09, sul quale gli americani puntano tanto, va molto ridimensionato (anche se poi a rimetterci sono sempre i civili).

L’invasione dell’Iraq ha sfruttato l’ondata emotiva dell’11/09 per motivi strategici e di potere che hanno poco a che fare con le Torri Gemelle e le loro vittime, questo lo sanno tutti, ma leggere il racconto di Key ce lo ricorda con molta vividezza.

Innanzitutto, guardiamo come lo hanno reclutato.

Joshua Key viveva in Oklahoma in una roulotte insieme alla famiglia. La madre passava da un compagno all’altro, da una scarica di botte a una settimana di depressione che non la faceva alzare dal letto. Lui, fin da piccolo, impara a maneggiare armi e fucili anche di grosso calibro: passa il tempo libero a scorrazzare per le strade e a distruggere con la mazza da baseball le cassette della posta dei vicini.

In paese regna sovrano il razzismo: neri, asiatici, arabi sono diversi, inferiori, pericolosi.

Libri e giornali in casa non se ne vedono, l’alcool è un compagno quotidiano e quando non c’è da mangiare, i bambini devono andare dal nonno per rimediare un boccone.

In questa situazione, i reclutatori dell’esercito si presentano alla porta e offrono uno stipendio fisso, l’assistenza sanitaria (oh, l’assistenza sanitaria!!) e 20.000$ di copertura spese universitarie.

Attenzione: i reclutatori non si presentano alle porte dei medici, degli ingegneri, dei politici. Vanno dai morti di fame, tanto che il loro lavoro negli States viene denominato “Caccia al povero“.

Ma doppia attenzione: quando Joshua Key si trova sul lastrico con una moglie, due figli piccoli e un terzo in arrivo, e decide di arruolarsi per tirar su qualche soldo, perché non ha neanche i mezzi per farsi togliere i calcoli renali, va dai marines.

E col cavolo che i marines lo prendono: famiglia troppo numerosa e, soprattutto, troppi debiti col fisco e con la carta di credito. Non vogliono mica le cacchette, i marines.

Al ragazzo non resta che provare con l’esercito. E là l’accoglienza è completamente diversa. Il reclutatore lo tratta gentilmente, gli offre sempre dolci e caffé (che per Joshua all’epoca erano quasi dei lussi), lo invita ad andare a fare jogging insieme. Un amico, quasi.

Quasi.

Perché Joshua non sta cercando di andare in guerra. Il suo scopo è far sopravvivere la sua famiglia: chiede più e più volte se sarà obbligato ad uscire dal suo paese, se sarà obbligato a partecipare ad azioni militari, e ogni volta lo rassicurano dicendogli che dovrà solo far saltare e costruire ponti nel suo paese.

Per legge, con una famiglia numerosa come la sua, lui non potrebbe arruolarsi, ma il reclutatore gli dice di non far menzione del terzo figlio in arrivo e di non far girare la moglie nei pressi della base militare.

Quando poi gli fanno firmare l’ultima documento, non gli fanno neanche leggere tutto il contratto, gli fanno saltare le clausole scritte in piccolo, e lui si fida. Non è abituato a leggere, e poi là sono tutti gentili, perché dovrebbero cercare di fregare uno del loro paese?

Durante l’addestramento gli insegnano ad odiare i musulmani. Non si parla mai di civili: gli iracheni sono sempre pericolosi, terroristi, assassini. I civili non vengono neanche nominati, come se non ce ne fossero.

Arrivato in Iraq, fin da subito è chiaro che tutte le promesse fattegli dal reclutatore erano aria fritta.

Joshua deve partecipare ai raid nelle case dei civili: lo scopo è trovare armi (magari di distruzione di massa) e arrestare tutti i maschi sopra il metro e cinquanta di altezza, indipendentemente dall’età.

In più di 200 raid, in sei mesi e mezzo di attività in Iraq, Joshua non troverà mai nessuna arma. Se ce ne sono, sporadiche, sono quelle che quasi ogni americano medio tiene in casa per difesa personale. Nelle case ci sono di solito donne e bambini, e gli uomini/ragazzi che vengono portati via (non si sa dove) non mostrano nessun tipo di aggressività. Terroristi: zero.

Non è che la sua squadra non venga mai attaccata: si trovano spesso sotto una pioggia di granate, ma non sono mai riusciti a vedere un iracheno armato.

La frustrazione è alta, dormono in media due ore per notte, il rancio fa schifo, cadono bombe, la temperatura si attesta sui 40-45°C, non ci sono né acqua corrente né servizi igienici (la merda deve venir bruciata in un calderone ogni due giorni): stiamo parlando di ragazzi che non sono abituati a controllare i propri impulsi, che negli USA vivono in case o roulotte fatiscenti.

Non ci vuole tanto prima che inizino a sfogarsi sui civili.

Distruggono le case in cui entrano: fanno uscire donne e bambini e iniziano a spaccare mobili, pavimenti, pareti, frigoriferi, tutto. Armi non ne trovano, ma appena un civile apre bocca, lo prendono a calci e pugni. I soldati arraffano tutto quello che vogliono: soldi, gioielli, tappeti.

Anche Joshua si comporta così nei primi tempi: gli iracheni non gli appaiono come esseri umani, non hanno diritto di proprietà. E poi l’esercito americano gode di impunità, possono fare quello che vogliono, nessuno li ferma.

Poi qualcosa scatta.

Vede dei soldati giocare a palla con le teste di alcuni civili. Vede scoppiare la faccia di una bambina di sette anni che era andata a chiedergli da mangiare. Vede i commilitoni picchiare gente innocente senza motivo. E nessuno dice niente. Lui stesso non può dire niente: chi ci prova si vede lo stipendio dimezzato, come minimo.

Joshua, prima di partire per l’Iraq, credeva nel suo paese e nel suo presidente, come ogni americano medio. Guai a parlargli male degli Stati Uniti, che per lui erano incaricati di mantenere la pace nel mondo e di portare la democrazia ai paesi che non la conoscevano. Sembrano parole ridicole per noi, ma per loro siamo quasi a livelli di fede.

Il suo sogno era vivere per sempre nel suo paesino e fare il saldatore per mantenere la famiglia: al momento presente si trova in esilio in Canada, dove spera che gli concedano l’asilo politico.

I Joshua sono tanti. L’esercito americano è grande, ed è sparso per il mondo. Anche in Italia. Sono soldati addestrati per uccidere che sono convinti della superiorità morale del loro paese, bevono questa convinzione col latte della colazione fin da piccoli.

Key si è accorto che il sistema era tutto sbagliato, ma quanti come lui riusciranno ad abbandonare una vita di credenze così radicate?

Mi chiedo quale potrebbe essere un buon antidoto a questo offuscamento di massa. Il fatto che non avessero libri in casa e che la lettura non rientrasse nel loro schema mentale mi sembra un sintomo del problema. Ma i libri si lasciano scrivere sia a favore che contro determinate campagne.

No, l’antidoto non sono i libri in sé, ma l’autoconsapevolezza. Il ragionamento. L’educazione.

Ci vuole tempo. Qualche generazione, forse.

Di certo, qualcosa bisogna fare, altrimenti, come specie umana, non ci evolveremo mai.

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Raccontino

IL SEME

Non sono mai scoppiata. L’aviere Schmidt mi ha lasciata cadere per ultima, dovevo essere il suo capolavoro, sterminare almeno quattro famiglie di questi Italiener voltagabbana sporchi e ignoranti e invece niente. Sono ottant’anni che vivo qua sotto con questo rimpianto e con i vermi che mi lambiscono i rivetti. Ottanta!

La ruggine m’ha mangiata fuori, ma dentro sono ancora io, nel mio cuore c’è ancora quell’odio che mi hanno instillato nei meccanismi: è tutto qua, e aspetta, aspetta.

E che è successo oggi? Mi hanno tirato fuori dalla tomba. Ho sentito prima dei passi e un bip-bip regolare che diventava più veloce man mano che si avvicinava. Poi ho sentito le vanghe che venivano conficcate nel terreno, e poi le mani e poi…

Poi ho sentito le loro voci: Italiener!

Due maschi italiani: ce ne sono ancora dopo ottant’anni? Quella cadenza così scialba, da esseri deboli, da razza inferiore, mescolata di sicuro con gli africani. Mi hanno insegnato a diffidare degli italiani fin nei miei minimi meccanismi, fin da quando mi concepivano sulla carta: in ogni linea e in ogni numero che segnava il progetto di ciò che sarei diventata c’era la diffidenza verso questo popolo gesticolante; in ogni mano ariana che ha assemblato e avvitato le miei viscere c’era l’astio verso questa gente di dubbie origini.

E proprio due di questi esseri dovevano riportarmi alla luce! Non li abbiamo conquistati? Non abbiamo domato la loro lingua indisciplinata? Mentre mi trasportano nella loro auto sento il rumore di altri motori, ma non sono né cingolati né bombardieri: dov’è finita la guerra?

Vorrei scoppiare, ora, subito, scomparire da questo mondo così pacifico e portare via con me questi due che chiacchierano e ridono come se io e loro non fossimo più nemici.

Mi hanno rinchiuso in una stanza. Sono nata per incutere terrore, rispetto e morte, e mi trovo ancora a languire inerte, senza poter svolgere il mio dovere. Sento dei suoni e nessuno di essi mi piace: piatti, risate, forse una radio. Nessun ordine, nessuna voce gutturale, nessun esercito in marcia.

In quasi ottant’anni il mondo è cambiato così tanto?

Ma io no, io non sono cambiata, sono sempre la stessa. Ho un compito da svolgere. Sono come un seme: morirò, ma porterò il mio frutto.

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L’ipocrita (Vincenzo Cerami)

“Un borghese piccolo piccolo” mi era piaciuto tantissimo, un piccolo gioiello.

Questa raccolta di racconti invece mi è piaciuta a intermittenza.

Niente da dire ovviamente sullo stile, che ti fa subito entrare nei personaggi e nei luoghi con pochi tratti.

Ma sono rimasta perplessa sul significato da attribuire ad alcuni racconti.

Quello che mi è piaciuto di meno è stato “La storia a strisce”, dove un fumettista, non conoscendo molto del passato della propria donna, se ne inventa uno pieno di sesso e comportamenti assurdi. Forse il senso è: ecco a che livelli si arriva quando non si parla direttamente con il proprio partner.

Sì, ripensandoci, può essere una buona interpretazione: avete presente tutti quelli che scrivono frasi sibilline nei social? Beh, sono tutte dirette a delle persone ben specifiche in seguito a degli eventi altrettanto specifici. Invece di chiarire con la persona in causa, si mettono frasi in post che – puntualmente – si riempiono di like e cuoricini, anche se nessuno capisce di cosa si sta parlando.

Altri racconti sono più puntuali: “Lo zio” ad esempio, dove il nipote, che si è trasferito dal vecchio parente, aspetta che questi muoia per impossessarsi di tutto quanto.

Nel racconto “Gli elefanti”, una famigliola fa una gita in montagna: il bambino è stato adottato (forse in modo non del tutto legale) dal ricco uomo d’affari, non è mai stato in montagna, ma quando stanno per arrivare in cima, il bambino parte per conto suo e semina i genitori. L’uomo, mentre lo segue senza fiato, incomincia a maledire il piccolo ingrato.

Il racconto che mi è piaciuto di più è stato “Il sapone”.

Il protagonista è l’autista di un uomo ricchissimo. Vive con lui da anni, è la sua ombra, conosce tutti i suoi altarini. Una sera che il magnate si sente male in seguito a un’intossicazione alimentare e il fido autista lo porta a casa.

Uno si aspetta che il tizio chiami un’ambulanza o un medico, e invece questo chiama il dottore del suo stabile, perché, dandogli la possibilità di curare una persona così importante, si meriterà la sua riconoscenza, che non fa mai male.

Mentre il miliardario è incosciente, la moglie dell’autista si appropria della casa con la scusa di aiutare la cameriera: organizza addirittura una festa per il compleanno del figlio, con la speranza che il bambino veda come vivono i ricchi e sia ispirato a darsi da fare per raggiungere obiettivi più elevati.

Insomma, attorno a questo malato succede un po’ di tutto, ma nessun parente né amico viene a trovarlo.

Tutti ammirano la casa e i soldi del moribondo e nessuno si accorge che in realtà questo disgraziato sta morendo da solo.

Attualissimo.

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Mentre muori (Tammy Cohen)

Continua la mia lettura di libri in tedesco per tenere in forma il lessico, visto che nel mio lavoro i vocaboli vertono tutti su mobili e pezzi di ricambio.

“Mentre muori” non mi risulta sia ancora stato tradotto in Italia.

E’ ambientato in Inghilterra, paese di origine dell’autrice.

La prima parte è il resoconto di Jessica Gold, scritto mentre sta morendo di avvelenamento da tallio in un appartamento dove è stata rinchiusa dodici giorni con il sociopatico Dominic Lacey.

Ci racconta che lui l’ha abbordata in un centro commerciale, dove lei stava facendo gli ultimi acquisti per Natale. L’ha costretta a mangiare carne (lei vegetariana) e quantità abnormi di cibo; l’ha costretta a dormire in una cuccia per cani; l’ha legata con delle manette; l’ha costretta a scartare un regalo al giorno, e ogni pacchetto conteneva una testimonianza del passato di Dominic.

Jessica scopre così che Dominic è stato sposato due volte: la prima, con una donna ricchissima e sottomessa che gli ha dato un figlio, e la seconda volta con Natalie, una stilista molto sicura di sé.

Il primo matrimonio è finito perché la moglie si è impiccata dopo aver ucciso il figlio di diciotto mesi, e il secondo è in uno stadio incerto, visto che Natalie è scomparsa, probabilmente uccisa da lui (visto che nell’appartamento troveranno pennelli fatti coi suoi capelli e candele fatte col suo grasso).

Ma Dominic non conosce Jessica: non sa che lei sente le voci dei morti. (Qui c’è un difetto del libro, a mio parere: queste voci in realtà non raccontano niente, sono brevi pianti o invocazioni, ma non spiegano nulla se prese a sole.)

Jessica riesce a rendere Dominic inoffensivo, ma la dose di tallio che ha in corpo l’ha resa così debole che non è sicura di riuscire a sopravvivere fino all’arrivo dei soccorsi, e dunque inizia a scrivere il resoconto della vicenda per spiegare cosa è successo.

La seconda parte del libro inizia in ospedale, dove Jessica è ricoverata, e qui si ribalta tutto.

Solo leggendo la seconda parte del romanzo ho capito certi aspetti della prima parte che mi sembravano doppioni di altri thriller già letti.

Jessica, da come la racconta lei, nell’appartamento di Dominic si è sempre comportata in modo molto remissivo, non ha mai tentato di aggredirlo o di scappare sul serio, non ha mai cercato di convincerlo a non farle del male; e lui è sempre stato il classico cattivo che fa battute sarcastiche e che ha sbalzi improvvisi di umore. Ma è Jessica che racconta…

L’altra protagonista del libro è la detective Kim, che sta vivendo una crisi famigliare perché il marito vuole lasciarla a causa del suo lavoro alla centrale, che le fagocita ogni momento libero e che le fa trascurare i due figli. Anche qui, all’inizio non capivo l’insistenza sulla vita famigliare di questa detective: in realtà alla fine si capirà che è necessaria per giustificare una decisione importante.

Non diventerà un classico della letteratura, ma è una buona lettura per l’estate.

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Relazione pericolosa

“Mi raccomando, se lo scriva: giovedì alle 17:45”

Così mi ha detto l’impiegato dell’anagrafe quando mi ha fissato l’appuntamento per il rinnovo della carta d’identità.

Alle 17:45 in punto mi son messa in coda. Davanti a me c’erano solo due signori, e l’impiegato dell’anagrafe, lo stesso che mi aveva dato l’appuntamento, stava sbuffando perché il “bussolotto” non accettava la documentazione online.

Quando mi ha vista, mi ha chiesto: “Lei cosa deve fare?”

“Il rinnovo della Carta d’identità. Ho appuntamento alle 17.45”.

“Impossibile, a quest’ora non prendo appuntamenti”.

“Guardi che ho parlato proprio con lei, la prossima volta la registro.”

Mi son seduta e ho aspettato pensando: da qui non mi schiodo. E in attesa che il computer si sbloccasse, ho raccolto tutte le informazioni possibili sull’impiegato: data di nascita, parenti, foto, hobby, inizio lavoro in municipio ecc…

No, non sono una detective, ho semplicemente aperto la sua pagina Facebook.

Quando finalmente il PC si è sbloccato, il tipo prima di me se ne è andato.

Solo uno però. L’altro è rimasto attaccato allo sportello. Quando gli ho chiesto se doveva fare qualcosa, mi ha risposto di no. Però da là non si è schiodato, neppure mentre l’impiegato metteva dentro i dati, acquisiva la mia firma digitale e le mie impronte.

Ad un certo punto questo signore si lamenta con l’impiegato:

“Ma guarda te se per bere un’ombra con te devo prendere appuntamento!”

L’impiegato: “Guarda che oggi è il primo settembre e ho già lavorato un’ora e trentasei minuti a gratis per il comune!”

Non gli ho detto che io tutti i giorni lavoro mezz’ora in più per la mia azienda, a-gratis, ed è una cosa così scontata che nessuno pensa mai di farlo notare. Non gli ho detto che seguo i reclami, dunque ogni giorno che entro in ufficio so, per definizione, che sarò in contatto con gente arrabbiata. Non gli ho detto che conosco la sua famiglia, i suoi amici e il suo indirizzo.

No, sono stata zitta, sorridente come una qualunque donnina innocua. Non ho detto una parola in più di quelle che mi son state richieste.

Perché un impiegato del municipio ha… il potere.

Ogni volta che intraprendi un qualche tipo di rapporto con un burocrate, non importa di che ordine e grado (ma la cosa vale di più se il grado è basso), se gli gira male può bloccarti la pratica: non importa che tu abbia rispettato la procedura, abbia messo tutte le spunte ed eseguito tutti i pagamenti. Se gli gira male, tu ti rifai le carte da cima a fondo, torni a casa, perdi il tuo santo tempo, riprendi l’auto e ritorni in municipio (o chi per esso) e ricominci la trafila.

E per quanto mi piacciano le divise, mi dispiace dirlo ma vale anche per polizia e carabinieri. E per gli impiegati dell’Inps, e per i CAAF, e per gli addetti degli aeroporti, e per certi medici, e per tutti quei soggetti CHE NON PAGHI DIRETTAMENTE.

La relazione che intrattieni con un rappresentante della burocrazia italiana è pericolosa, è sul filo del rasoio, basta un soffio, perdi l’equilibrio e ti tagli. Bisogna essere deferenti, sorridenti, accondiscendenti.

Non mi riesce sempre, sappiatelo.

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Eroiche (Inna Shevchenko)

In generale non mi piacciono i testi femministi. Molti di loro sono un continuo ripetersi che siamo forti, intelligenti, meno guerrafondaie degli uomini ecc…

Anche questo non fa eccezione, se non per il fatto che Inna Shevchenko è andata al di là delle proteste contro il patriarcato: è finita nei guai per aver lottato contro il regime russo.

Inna Shevchenko infatti è ucraina (li libro in Italia è uscito a febbraio del 2020) ed è nata nel 1990, quando l’Urss stava già crollando. Ma il crollo dell’Urss ha portato ancora più criminalità, povertà, disoccupazione, corruzione.

In un paese così in crisi, il “patriarcato” ha ripreso le redini in mano. Nell’Urss, le donne valevano per quello che producevano, come gli uomini, dunque la diseguaglianze non erano così acute.

In un’Ucraina in cui è pericoloso uscire e il cibo non è più garantito, le donne sono tornate sotto il controllo maschile. Il destino di una bambina era segnato: o metter su famiglia e far figli, o diventare prostituta. Guai a pensare di intraprendere una carriera fuori dagli schemi, come ha fatto la Shevchenko che ha studiato per diventare giornalista, con gran delusione dei suoi parenti.

Fin da piccola, purtroppo, le son mancate le eroine in cui identificarsi. Non che non ce ne fossero nella storia russa ed ucraina: solo che non se ne parlava.

Le sue prime eroine sono Sailor Moon, Xena, Kill Bill, e rappresentano un esempio lontanissimo dalle donne che la circondano, sempre pronte ad assecondare gli uomini e a chiudere la bocca.

Ma crescendo ne conoscerà molte altre, e in questo libro ce ne racconta le storie (brevissime però, è un po’ didascalico sotto questo punto di vista).

Finirà col ricevere minacce di morte, alcune terrorizzanti.

Gli agenti del KGB, perché di loro si trattava, ci cosparsero di benzina e si misero ad armeggiare attorno a noi con dei fiammiferi. Sole nel bel mezzo di un bosco, ci aspettavamo di esser bruciate vive. Ci obbligarono a spogliarci e, mentre ci filmavano, mimarono una violenza sessuale. Per finire, mi tagliarono i capelli con un coltello da caccia e mi versarono in testa un disinfettante verde che dopo feci un’enorme fatica a lavar via.

Quando l’uomo debole si sente minacciato, ricorre alla violenza.

La Shevchenko attualmente vive in esilio in Francia e fa parte di un collettivo femminista, Femen, che organizza azioni di protesta un po’ dovunque.

Per quanto io non sia una che si dichiara femminista, bisogna dire che siamo tanto indietro sulla strada della parità dei diritti.

Mi si risponde che non siamo come in altre parti del mondo dove ricorrono alle mutilazioni genitali o dove si costringono le bambine a sposarsi a 10 anni.

Ma siamo in un mondo in cui ai colloqui di lavoro ti chiedono se sei sposata e se hai intenzione di far figli, dove ti pagano meno di un uomo a parità di prestazioni, dove il cognome da dare al figlio deve essere quello maschile perché così si è sempre fatto, dove non puoi vestirti come vuoi perché sennò sei una poco di buono, dove ammazzano una donna ogni giorno, dove non puoi fare l’astronauta o darti alla politica perché devi badare alla famiglia, dove è colpa tua se ti violentano, dove la casa la devi pulire tu perché sei la femmina…

Solo due mesi fa ho sentito questa frase nella mia azienda, che, per altri aspetti, è abbastanza liberale: “Ora abbiamo solo rappresentanti maschi. Meglio così”.

Ma nonostante tutti questi aspetti negativi, se provo a parlarne con parenti o amici, mi dicono che sono esagerata, che i femminicidi non mi riguardano (ne è successo uno nel paese qua vicino il mese scorso), che non mi manca niente, che ho potuto studiare.

Dunque devo stare zitta e smettere di lamentarmi. Anzi, devo anche esser grata di ciò che mi è stato concesso. Grazie.

Che poi, diciamolo qua una volta per tutte: io non sono una che si lamenta tanto.

Sbotto solo quando non ho voglia di cambiare le lenzuola o far le lavatrici (perché devo farlo per forza io?) o devo cucinare o alzarmi da tavola per prendere qualcosa (perché sempre io?). Sciocchezze, forse. Ma sono il sintomo che qualcosa non va, neanche nel nostro piccolo ambiente.

Poi, appena una alza la testa e vuol mollare la famiglia perché si è stufata di spiegare sempre le stesse cose, passa per isterica o peggio.

Il messaggio della Shevchenko è che le donne eroiche ci sono, non ci sono solo gli eroi maschi. Solo che non se ne parla.

Lei sprona infine le donne ad unirsi, a sostenersi l’un l’altra e a intraprendere delle azioni che possano avere una valenza politica. Non necessariamente andando in giro a seno nudo come fanno lei e le altre donne del Femen, ma magari indossando una maglietta con un messaggio forte, frequentando certi incontri, parlando di ciò che ci sta a cuore, praticando la sorellanza.

Questo ci dice lei.

Cosa dico io?

Che bisogna partire da noi.

Che quando il titolare ha detto che è meglio avere solo rappresentanti maschi, io ero al 90% d’accordo con lui.

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Limonov (Emmanuel Carrère)

Sono contenta di aver letto adesso questo libro che bramavo da tempo.

Adoro l’autofiction di Carrère, e questo volume è utile anche per capire la Russia, al di là degli schemi mentali semplificativi che ci vengono imposti dalla politica e dai media.

Limonov è morto a marzo del 2020, dopo che Carrère ha pubblicato la biografia.

Su Wikipedia viene presentato come scrittore, ma dopo aver letto la biografia di Carrère si capisce che la scrittura è stata solo il modo da lui utilizzato per guadagnare qualche soldo raccontando le sue esperienze; non è mai stato afferrato dal demone dell’arte.

In realtà, Limonov è difficilmente definibile.

Fin da piccolo è stato attratto dalle personalità forti: e nell’Ucraina della sua infanzia (siamo negli anni Cinquanta e inizio Sessanta) i più forti erano i criminali di strada. Il suo scopo era essere rispettato, venir considerato come un uomo forte da uno stuolo di sottoposti. Per tutta la sua vita Limonov odierà passare in secondo piano, anche se sopra di sé ci saranno uomini che rispetta.

A Mosca entra in un ambiente letterario, ma la Russia tra gli anni Sessanta e Settanta gli sta stretta e si trasferisce negli Stati Uniti, dove inizia a lavorare per una rivista culturale russa. La moglie lo lascia e lui finisce sulla strada: vivrà alcuni mesi da senzatetto e avrà delle esperienze omosessuali, prima di diventare il maggiordomo di un miliardario.

Ma come, direte voi: uno che non sopporta la figura del comprimario si riduce a fare il maggiordomo modello di un miliardario? Beh, Limonov è un maggiordomo modello solo quando il suo padrone è a casa, ma il miliardario viaggia parecchio ed è interessante leggere cosa fa il maggiordomo quando il padrone non c’è!

Soprattutto è molto limonoviano l’odio che il sottoposto prova nei confronti del padrone, per quanto liberartario questi possa essere. Non disdegnerà di tenerlo sotto tiro una sera, fantasticando di far fuori il padrone e tutta la sua cricca che se la gode – ignaro – ad una festa dal vicino di casa.

Negli anni Ottanta il nostro (anti)eroe si trasferisce in Francia con la nuova moglie.

Ecco, il capitolo delle relazioni intime di Limonov è fuori dagli schemi (per lo meno dai miei, non so quanti di voi si ritrovino in queste esperienze). Ha sempre sognato donne di categoria A, ricche, affascinanti, longilinee, bombe sexy, ma la prima donna con cui va a vivere è una malata mentale obesa, e neanche le compagne successive sono un esempio di femmine alfa: drogate, ninfomani, alcolizzate, bipolari…

Ma Limonov è un tipo passionale, non ha mezze misure: geloso della propria donna, invidioso di quelle degli altri uomini, passerà brutti periodi (e dire “brutto” è un eufemismo) ogni volta che verrà mollato, e si ritroverà ai limiti dell’esaltazione ogni volta che inizierà un nuovo rapporto.

Quando nel 1991 l’Urss cade, lui ritorna in patria e si dedica alla politica.

Da che parte può stare uno così?

Uno che odia le masse e che stravede per la figura dell’uomo forte (soprattutto se l’uomo forte è lui)?

Ecco, la sua posizione politica è più sfumata di quello che sembra. Di certo non si può definire comunista, e infatti fonderà un partito insieme a Dugin, il filosofo che molti considerano l’ispiratore di Putin (e a cui è morta la figlia un paio di giorni fa per un attentato).

Ma la sua simpatia intima la dedica alle masse, ai pastori delle steppe, ai senzatetto, a quelli che lui considera veri russi: disdegna i ricchi, odia Putin (anche se ne sostiene la politica estera nei confronti dell’Ucraina, almeno fino al 2020), odia i padroni in generale.

Trascorrerà dei periodi in prigione per opposizione al regime putiniano e dovrà muoversi al seguito della propria scorta privata. E per tutta la sua vita, amerà la guerra.

Sì, la guerra vera: le armi, le battaglie, i carri armati, l’azione, l’adrenalina.

Viene ripreso in un video in cui spara sugli abitanti di Sarajevo dalle file filo serbe. Abitanti civili, intendo.

Carrère va in crisi, quando viene a saperlo.

“Mi ha raggelato al punto che ho abbandonato questo libro per più di un anno. Non tanto perché vi si veda il mio personaggio compiere un delitto – in effetti, non si vede nulla del genere -, ma perché Eduard vi fa una figura ridicola. Un ragazzino che si atteggia a duro in una sagra di paese.”

Limonov viene allontanato da moltissimi dei suoi precedenti sostenitori: ha compiuto atti che non sono moralmente accettabili neanche nella sua cerchia di semi-sbandati.

Non mi piacciono queste persone. Carrère cerca di rendere Limonov nelle sue sfumature, e ci riesce, ma non vorrei mai avere nulla a che fare con chi prende in mano un’arma per sparare verso una città per puro amore dell’adrenalina. Fossi Thanos, le farei scomparire tutte le persone così.

Nella seconda parte del libro si parla molto di Russia.

Capirla è difficile per noi che viviamo in democrazia da decenni (per quanto una democrazia difettosa). Ma i russi venivano da settant’anni di comunismo, dove gas e luce venivano pagati dallo stato. Quando Limonov spiega alla madre rimasta in patria che in Francia le bollette devono pagarle i cittadini, la madre si meraviglia di quanto sia povero il governo francese.

E quando il comunismo finisce, i miliardari arraffano qualunque cosa. Gli oligarchi vivono sulle spalle della gente comune, controllano i mass media e riescono a far passare il messaggio che i nemici sono altrove.

“La gente non ne può più della democrazia, del mercato e dell’ingiustizia che si portano dietro.”

In questo bordello, salta fuori Putin.

Vite agli estremi.

Quando dico che mi piacerebbe una vita più varia, non ho Limonov come riferimento. Il mio carburante non è l’adrenalina; è la curiosità. E gli uomini (o le donne) forti mi piacciono solo se il loro sistema morale è simile al mio (no alla guerra, no alle droghe e all’alcool, no ai tradimenti).

Personaggi come Limonov sono interessanti, ti aiutano a capire che ogni essere umano è diverso dagli altri, ma questo non significa che vorrei frequentarli tutti…

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Longevità (David A. Sinclair)

Un saggio che parla di tutte le implicazioni dell’aumentata (e aumentabile) longevità umana.

Non aspettatevi un manuale su cosa fare per vivere di più: Sinclair è un professore di genetica che studia la longevità a livello molto, molto piccolo, e anche se ci spiega cosa fa lui per sentirsi giovane a 50 anni (e cosa fa fare ai suoi familiari), ci tiene a ribadire che queste informazioni non vanno prese come consigli scientifici di comportamento, perché la scienza lavora su altri piani.

Tuttavia, quando ci dice che le nostre cellule vivono di più con supplementi di NMN, di resveratrolo, vitamina K2, con il digiuno e l’attività fisica, senza fumo, consumando molta frutta e verdura ecc... lo fa sulla base di ricerche scientifiche (supportate da molte pubblicazioni).

Metà libro è dunque dedicato alla scienza vera e propria, mentre l’altra metà si occupa delle implicazioni sociali e psicologiche della longevità.

Ad esempio: se si muore meno, si rischia di peggiorare il sovraffollamento sulla Terra? Da calcoli matematici, sembra di no, perché la morte incide poco su questi numeri. Il problema del sovraffollamento umano è un falso problema: in realtà il guaio è dato dai consumi, non dall’aumento delle persone sulla superficie terrestre (problema che secondo lui è gestibile grazia alla tecnologia).

E poi:

“Negli ultimi decenni il tasso di crescita della popolazione umana è diminuito costantemente, principalmente perché le donne, che hanno migliori opportunità economiche e sociali, per non parlare dei diritti umani fondamentali, scelgono di avere meno bambini. Fino alla fine degli anni ’60, ogni donna sulla faccia del pianeta aveva mediamente più di cinque figli. Da allora quella media è diminuita rapidamente e con essa anche il tasso di crescita demografica.”

E come regolarci con il problema delle pensioni? Sinclair molto ottimista su questo: la longevità va vista come un aumento di anni di vita SANI, questo comporta che la vita lavorativa può essere prolungata e non sarà più necessario andare in pensione a 65 anni.

Questo aspetto l’autore lo tratta con un po’ troppo ottimismo, a mio parere. Lui pone l’accento sull’aumentata vitalità e sulla possibilità di dedicarsi, da anziani, ad attività che non abbiamo avuto la possibilità di curare da giovani, ma non ha preso in considerazione il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione svolge lavori che non ha scelto in totale libertà e che abbandonerebbe volentieri.

Sbaglio?

Voglio dire: io faccio l’impiegata, non devo sollevare pesi, lavoro in un ufficio pulito con vista sul giardino, ma se mi dicessero che mi mancassero ancora 50 anni al pensionamento, credo che mi suiciderei impiccandomi al lavandino… Quanti di voi sono così fortunati da amare il lavoro che fanno?

Io cerco di far bene il lavoro che faccio, ma non posso proprio dire di amarlo o di essere appassionata del mondo del design: a me piacciono i libri, l’arte, le persone creative. Inserire ordini di decine di migliaia di euro e gestire reclami di clienti incazzati non mi fa battere il cuore; cercare codici di pezzi di ricambio e controllare gli estratti conto non mi fa sentire davvero me stessa. Mi adatto al sistema, come tutti, ma se ci fosse una scappatoia, beh, col cavolo che mi tirerei indietro (in realtà la scappatoia ci sarebbe, ma sto andando fuori tema).

Lui insiste sull’aspetto positivo di preservare le esperienze lavorative degli anziani come se ognuno di noi non vedesse l’ora di accumularle per elargirle alle nuove generazioni.

“L’opzione di lavorare a qualunque età – se e quando il lavoro fosse desiderato e necessario – offrirà una sorta di libertà che sarebbe stata incomprensibile solo alcuni anni fa.”

Anche no! Quel “SE” è una variabile enormemente importante!

Non fanno tutti lavori creativi e soddisfacenti come lui!

Ma questa è la mia opinione.

Un’altra riflessione riguarda i posti di lavoro. Molti credono che se la gente vivesse molto più a lungo e rimanesse al suo posto di lavoro per 10, 20, trent’anni in più, i giovani avrebbero difficoltà a trovare lavoro.

Ma anche questa è una considerazione fallace:

“Nel 1950, la quota di partecipazione delle donne alla forza lavoro era di circa il 33%, per la fine del secolo era quasi raddoppiata. Decine di milioni di donne hanno iniziato a lavorare durante quei decenni, ma questo non ha comportato che decine di milioni di uomini perdessero il loro lavoro.”

Gli aspetti affrontati da Sinclair spaziano dalla politica alla scuola, dalla sanità al lavoro, dal tempo libero al consumismo, dalla famiglia all’accumulo delle ricchezze.

Ma il punto su cui insiste, è che la vecchiaia dovrebbe essere considerata come una vera e propria malattia su cui investire per la ricerca.

Questo non succede principalmente perché una malattia – per essere tale – non può riguardare tutta la popolazione mondiale, ed al momento attuale è proprio questa la realtà. Sinclair sostiene invece che a livello cellulare e genetico non esiste nessuna legge che ci obblighi ad invecchiare.

L’invecchiamento deriva da un circuito di sopravvivenza che è sempre esistito: le sirtuine sono delle molecole che si occupano o della riproduzione o della riparazione. Non possono fare entrambe le cose. Se devono fare avanti e indietro tra un gene danneggiato e il sistema riproduttivo, alla fine la cellula non riesce più a riprodursi bene.

Ecco, se Sinclair leggesse questo riassunto, gli verrebbero i brividi, visto che lui ha impiegato centinaia di pagine per spiegare la sua teoria, ma io avevo bisogno di renderla in poche righe, dunque chiedo venia per le imprecisioni, e spero abbiate colto il messaggio.

Lui insiste che non è logico dedicare la ricerca scientifica a curare una malattia alla volta: curare una malattia alla volta ha scarsissimo impatto sulla durata generale della vita, perché in vecchiaia quando ti passa una malattia te ne viene un’altra.

Bisogna curare la vecchiaia!

Il limite dei 120 anni potrebbe, appunto, essere un limite di vita realistico, e non un’eccezione, come adesso.

Tutti sarebbero d’accordo nel vivere di più: se qualcuno adesso dicesse di non voler arrivare a 120 anni, è solo perché avrebbe in mente l’immagine degli anziani rinchiusi nelle case di cura, ridotti a muoversi su sedie a rotelle, con la bava alla bocca, incapaci di andare in bagno da soli.

Ma non è necessario che sia così.

La speranza di Sinclair dunque è che i governi imparino a considerare la vecchiaia come una malattia e a investire nella ricerca.

E’ anche la mia speranza (ma non per posticipare la pensione!!).

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L’avvocato di strada (John Grisham)

Diversamente da altri libri di Grisham che ho letto, questa vicenda non si svolge in un’aula di tribunale durante una serie di processi.

Il protagonista, Michael Brock, lavora per un grande studio legale di Washington: ha uno stipendio da favola, un appartamento da ricchi, una Lexus di valore, una moglie medico che guadagna molto e ha prospettive di guadagnare ancora di più.

Lavora quindici ore al giorno e il week-end è tale solo di nome, ma sì fa così, l’obiettivo è guadagnare sempre di più.

Un giorno, però, nello studio irrompe un barbone di colore che tiene in ostaggio lui e altri colleghi.

Non dice cosa vuole, ma fa domande sui loro stipendi e sulla quota della loro ricchezza che viene data in beneficienza.

La disavventura dura poco perché il barbone viene ucciso con una pallottola in testa ma Michael ne rimane scioccato.

Inizia a frequentare i quartieri più poveri cercando di capire cosa può aver spinto il barbone a compiere un gesto del genere e conosce un avvocato di strada, Mordecai Green. Insieme a lui, inizia a frequentare i ricoveri degli homeless e scopre un mondo che non si era mai immaginato e dal quale si è sempre tenuto ben a distanza, vista la pericolosità di certi quartieri.

Vuole capire come si può cadere così in basso e comincia a indagare nella vicenda del barbone ucciso, scoprendo che è legata alla morte di una madre e quattro bambini a causa di un tubo di scarico intasato dalla neve.

Il libro è interessante più per la discesa negli abissi che per la causa legale che intenterà con l’ufficio in cui lavorava.

Ho scoperto che gli avvocati di alto livello seguono un sistema il cui scopo è fatturare al loro cliente il maggior numero di ore e spese possibile. Un pranzo di lavoro con la presenza del cliente viene fatturato a lui, e addirittura le fotocopiatrici hanno un sistema automatizzato che collega la fotocopia all’anagrafica del cliente. Tutto è minuziosamente annotato e registrato, le cifre salgono, gli zeri si moltiplicano.

Dal libro si capisce perché la categoria degli avvocati negli Stati Uniti è così odiata.

Michael Brock viene mollato dalla moglie e deve abbandonare l’appartamento super lussuoso e finisce a lavorare per Mordecai con uno stipendio così “basso” che la sua famiglia ha difficoltà a capirlo.

Trovo che sia un cedimento al glamour il fatto che dopo un mese che la vita gli è stata rivoltata sotto i piedi, lui si trovi già una nuova ragazza, ma gli scrittori di bestsellers non riescono a staccarsi dai cliché.

Nel complesso però il libro è interessante, perché, come dico sempre, l’Italia copia gli Stati Uniti: magari ci mette dieci anni, magari quindici, ma se vogliamo leggere il nostro futuro, bisogna sapere cosa succede oltremare.

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