L’impero di Cindia (Federico Rampini)

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E’ la terza volta che sospendo la lettura di questo libro… ogni volta riprendo dal punto in cui avevo interrotto, e dopo una cinquantina di pagine, risospendo di nuovo. Tra qualche anno lo finisco, abbiate fiducia.

Il fatto è che nonostante i fatti raccontati siano interessanti, Rampini non è accattivante. Forse mi sto abituando troppo ai saggisti di influenza anglosassone… O, forse, quello che cerco in un libro sull’Asia è l’aspetto tradizionale, strano, lontano, e non la situazione economica e sociale contemporanea.

Ad ogni modo, un paio di dati notevoli ve li riporto.

Rampini inizia parlando dell’India, la più grande democrazia moderna, con i suoi pro e i suoi contro. L’instabilità politica, ad esempio, così come il controllo del potere da parte della famiglia Gandhi (attenti: non sono diretti parenti del Mahatma, nonostante portino lo stesso cognome).

L’india è un coacervo di contraddizioni che si concretizza nel binomio tecnologia-tradizione. Da un lato il settore tecnologico è costantemente all’avanguardia, dall’altro ci sono le mucche che fanno la cacca davanti al parlamento.

L’elemento caratterizzante dell’avanzata indiana è l’attenzione data dallo stato all’istruzione.

Mille docenti, il vertice della scienza indiana, si dedicano a 3000 studenti (un rapporto di un professore per tre studenti, anche questo un record) che vengono mantenuti generosamente dallo Stato indiano.

Nelle scuole per i figli della middle class si insegnano tutte le materie in inglese fin dalla prima elementare.

In America e in Europa la gente risparmia anzitutto per prepararsi alla pensione, qui la prima finalità del risparmio è l’istruzione dei figli.

In India, fin dalle scuole elementari sono famose le gare di matematica.

Il numero dei laureati dell’India supera l’intera popolazione della Francia.

 

Poi, Rampini passa a parlare della Cina. Sono arrivata a pagina 152, e il focus è sull’economia e sulla situazione dello sfruttamento dei lavoratori, in particolar modo sulla presunta cecità delle aziende internazionali che fingono di non sapere cosa succede nelle fabbriche che producono per loro.

Nike, Adidas, Walt Disney… gli esempi sono molti.

Ma soprattutto, anche qui, l’istruzione è in testa all’agenda dei politici cinesi.

Poi noi ci chiediamo perché l’Italia sta rimanendo indietro sullo scacchiere politico ed economico internazionale.

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Le livre de mon ami – Anatole France

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Anatole France, premio Nobel per la letteratura 1921, difensore irriducibile dei diritti umani, membro dell’Accademia Francese e ora pressoché dimenticato. Perché?

Perché è noioso!!

Sono riuscita a leggere metà libro senza sbadigli, la metà in cui il narratore parla in prima persona della propria infanzia e giovinezza tra gli agi di una famiglia francese di fine Ottocento.

Non certo una lettura avventurosa, e neanche una lettura attraente dal punto di vista psicologico: è tutta ammantata dalla soavità del ricordo, immagini offuscate dalla nebbia, i fiorellini, la mammina che si preoccupa se il figlioletto ha le guance rosse e se si sporca i pantaloncini (tanti diminutivi e vezzeggiativi), ecc…

La seconda metà può essere davvero utilizzata al posto del sonnifero serale: è la parte in cui il narratore parla della figlioletta, di lei che gioca, di lei che è bella, dei suoi amichetti che leggono i libri dell’infanzia…

Ammetto che tra un bambino e un gatto preferisco il gatto, ma… non leggo neanche libri di gatti, dunque cercate di capire la fatica che ho fatto per arrivare alla fine del libro.

E neanche alla fine: ho saltato le ultime venti pagine in cui c’è un dialogo sulle fiabe.

No, questa letteratura edulcorata non fa per me.

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21 Lezioni per il ventunesimo secolo – Yuval Noah Harari

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Ventuno capitoli, ognuno con una tematica con risvolti universali: non saprei da dove cominciare a parlare di questo libro.

Eppure c’è un filo che lega tutti i topics, dalla tecnologia, al lavoro, dal nazionalismo alla religione, dall’immigrazione al terrorismo, dall’ignoranza alla guerra, dalla libertà all’educazione. Questo filo è dato dalle storie.

Noi siamo fatti di storie.

Fin da quando iniziamo a comunicare, quello che ci interessa non sono i fatti, i numeri, i grafici, la realtà, ma la storia che noi creiamo con questi dati. Le storie ci hanno permesso di comunicare tra di noi e ci hanno dato quel di più che ha fatto della razza umana la dominatrice della Terra.

Nel Novecento disponevamo di tre grandi storie che spiegavano il presente di allora: il comunismo, il fascismo, il liberismo. Il liberismo sembrava prevalere, ma nel Duemila anche il Liberismo ha perso la sua attrattiva: siamo rimasti senza storie.

Anche il nostro sé è una storia, siamo noi che ci creiamo un’immagine di noi stessi. E una storia devono inventarla i terroristi, per attirare martiri, e le religioni, per attirare fedeli.

Tutto è storia.

Harari dice una cosa che mi fa pensare: le storie, essendo una manipolazione di fatti e realtà, non sono realistiche. A volte la nostra razionalità litiga con questa mancanza di aderenza ai fatti, perciò, per tenerci legati alle storie (che creano coesione sociale), si inventano rituali e simboli, che ci mettono davanti, giorno dopo giorno, la storia per rendercela quotidiana, nostra.

Uno degli strumenti più efficaci nel convincerci ad accettare le storie, sono i sacrifici. Quando uno si immola per una causa, di qualunque tipo, religiosa, nazionalista, culturale, poi è più difficile per lui ammettere che la storia è falsa.

Richiede molto coraggio ammettere di aver ucciso o sacrificato persone, animali, desideri per una cosa che non esiste. Un’ammissione del genere intacca direttamente la nostra identità.

Un altro punto su cui Harari insiste molto è la discontinuità tecnologica.

Gli algoritmi, dice, possono conoscerci meglio di noi stessi, soprattutto se la tecnologia si estenderà a monitorare anche le nostre reazioni fisico-chimiche (cosa che non è ormai più fantascienza).

Un computer, analizzando le nostre reazioni, potrebbe sapere meglio di noi cosa ci fa bene, sia che si tratti di scegliere la facoltà universitaria che il partner o da che parte voltare il volante per evitare un incidente.

Qualcuno potrebbe obiettare che il computer non ha basi etiche.

In realtà, noi Sapiens, che ci vantiamo di aver inventato l’etica, quando si tratta di decidere se pagare le tasse o se fare l’elemosina o se tradire il compagno, lo facciamo sulla base delle sensazioni del momento: non ci mettiamo a ragionare sul Bene e sul Male.

Da questo punto di vista un algoritmo potrebbe rispettare l’etica meglio di noi (a patto che ci sia un qualche tipo di controllo sui principi etici che vengono processati alla base).

Sto banalizzando 321 pagine illuminanti… Ma questo è un libro che non può essere riassunto: se salti un passaggio, perdi la connessione logica, perché ogni capitolo è collegato al successivo in un unico grande discorso.

Io l’ho adorato.


 

PS: per chi si chiedesse perché l’ho letto in inglese…. l’ho comprato usato e mi è costato la metà.

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Uomini di Dio – Pearl S. Buck

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I protagonisti del romanzo sono due: William Lane, magnate del giornalismo, e Clem Miller, ricco suo malgrado.

Entrambi posseggono enormi ricchezze, ma partono da diverse filosofie: William vuole il potere, Clem è ossessionato dalla fame nel mondo.

Entrambi sono nati in Cina da missionari americani, ma dall’esperienza comune hanno tratto conclusioni diverse sul senso della vita: Clem crede nell’umanità, William, no.

La vicenda si svolge tra Pechino e gli Stati Uniti, a partire dalla rivolta dei Boxer fino agli anni Cinquanta. E’ dunque un romanzo storico, ma incentrato sulle psicologie dei due protagonisti: Clem, che ha trovato un senso di pienezza nella sua missione, anche se non riuscirà mai a realizzarla del tutto (è impossibile dare da mangiare a tutti gli affamati) e William che, nonostante alcuni tentativi religiosi, resterà sempre con un pugno di mosche in mano.

Mi è piaciuto perché, sebbene la maggior parte della storia sia ambientata negli Stati Uniti, ci sono continui rimandi, viaggi e ricordi legati alla Cina e alle sue (per noi) strane usanze.

Ma io ho una fissa per gli orientali…

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Ripensare il terrorismo in termini di storytelling

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Uno dei capitoli de “21 lezioni per il 21° secolo” di Yuval Noah Harari si intitola “Terrorism – don’t panic”.

Oggi il terrorismo uccide in media, globalmente, 25.000 persone all’anno (principalmente in Iraq, Afghanistan, Pakistan, Nigeria e Siria).

Consideriamo che ogni anno, solo in Europa, muoiono 80.000 persone in incidenti d’auto. In America, i morti per incidenti sulle strade sono 40.000; in Cina sono 270.000.

A livello mondiale, i morti per incidenti stradali sono 1,25 milioni.

Contro i 25.000 morti per attacchi terroristici.

Eppure, non ci sono governi che perdono le elezioni a causa del numero di morti sulle strade, mentre ci sono governi che le perdono a causa di attacchi terroristici.

Perché?

Perché l’attacco terroristico mina direttamente la legittimità dello stato.

Gli stati odierni si fondano sulla promessa di proteggere i cittadini dalla violenza politica.

Se ci pensate, nel medioevo, quando ogni signorotto o vescovo possedeva interi eserciti, non c’erano problemi di terrorismo, perché lo Stato non prometteva di proteggere i cittadini dalla violenza politica, che abbondava – così come nessuno stato ha perso legittimità quando la peste ha decimato da un quarto a metà popolazione europea: perché non ci si aspettava che uno Stato dovesse prevenire le epidemie.

Uno Stato basa la propria legittimità sul rispetto delle promesse che fa.

Ora, guardando al terrorismo con occhi obiettivi, si nota che agisce come farebbe un disperato: non dispone di eserciti organizzati, dunque attacca con l’unico scopo di creare panico. Terrore, appunto, come dice il suo nome.

Un esercito statale, invece, attacca obiettivi militarmente strategici: pensate a Pearl Harbour, quando i giapponesi hanno distrutto la forza navale statunitense.

E ora pensate a un camion che travolge un centinaio di passanti in Spagna: il governo spagnolo, sia prima che dopo l’attacco, continua a disporre della sua forza militare, nessuno dei suoi siti strategici è stato intaccato.

Dunque, perché i terroristi continuano a comportarsi in modo così irrazionale? Sapendo che il loro nemico non viene minimamente indebolito dall’attacco?

Perché in realtà ciò che viene indebolita è la legittimità dello Stato, che dimostra ai suoi cittadini di non esser stato capace di difenderli dalla violenza politica.

E cosa fa lo Stato? Reagisce in modo esagerato.

Di fronte a una minaccia minima, quella terroristica, lo Stato di solito va fuori di testa, adottando misure che sono sproporzionate in confronto alla vera minaccia.

E’ quello che vogliono i terroristi: si comportano come un giocatore di carte che ha una mano particolarmente sfortunata, e allora, non avendo niente da perdere, sperano che la controparte rimescoli le carte. Le probabilità che escano carte favorevoli sono basse, ma ci prova lo stesso, perché non sa cosa altro fare.

I terroristi agiscono con mentalità teatrale: uccidere una dozzina di persone in Belgio fa più scena che ucciderne centinaia in Nigeria. Vogliono che lo Stato reagisca, perché uno Stato NON può perdere la faccia davanti ai suoi cittadini.

Quale sarebbe la giusta reazione davanti a un attacco terroristico?

Uno Stato dovrebbe intraprendere mirate azioni di intelligence e tagliare i flussi finanziari che permettono ai terroristi di comprare armi. Il guaio – grosso guaio – è che queste azioni sono discrete, non fanno parlare i mass media.

Molto meglio mandare bombardieri a radere al suolo interi villaggi…

…Spendendo miliardi che potrebbero essere utilizzati per combattere la povertà, gli incidenti stradali, e intraprendere azioni contro il riscaldamento globale nel proprio paese.

Insomma, se i terroristi fanno scena, gli Stati si sentono in obbligo di reagire con altrettanta scena.

Lo Storytelling diventa sovrano.

Non vogliatemene: anche solo una persona innocente morta a causa di un attentato è un dramma familiare e sociale. Tuttavia, la reazione di un governo non può essere puramente emotiva.

E noi, gente, non possiamo farci prendere per il naso da chi manipola le nostre paure.

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Like a destra, like a sinistra…

Per un pugno di like (Simone Cosimi)

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E’ un saggio di 109 pagine: una trentina sono di approfondimento a firma di alcuni esperti (psicologo, giurista, sociologo) e un’altra ventina di pagine costituiscono il glossario finale.

Al di là della parte iniziale, in cui si analizza come e chi ha introdotto il Like come strumento di valutazione di post e notizie in rete, il libro si incentra sulle conseguenze dei nostri clic.

Mettiamo Mi Piace quasi inconsapevolmente, e non ci rendiamo conto, tra le altre cose, che:

  • veniamo profilati sulla base delle nostre preferenze, soprattutto a livello commerciale, ma anche politico;
  • i post a cui mettiamo Mi Piace acquistano più visibilità anche tra i nostri amici;
  • continueremo a vedere più post su quell’argomento (come se non esistessero opinioni contrarie).

L’approfondimento più interessante, a parere mio, è quello giuridico:

Se nel post a cui mettiamo like vi sono contenuti offensivi, discriminatori o addirittura razzisti, il nostro Mi piace potrebbe configurare una condotta penalmente rilevante che potrebbe, addirittura, costarci un’imputazione per diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma 3, Codice penale.

La critica principale che posso muovere al libretto, tuttavia, è che, a dispetto del sottotitolo, “perché ai social network non piace il dissenso”, io non ho davvero capito perché Facebook e altri social non mettano un tastino col pollice verso.

La ragione vera, al di là di fumose dichiarazioni dei fondatori dei social, qual è?

Se un post non mi piace, non avendo un tasto veloce con cui esprimere il nostro dissenso, bisogna… DARSI DA FARE!

Bisogna attivarsi e scriverlo.

Mentre possiamo mettere Mi piace senza alcuna motivazione, per esprimere dissenso bisogna… fare fatica.

Quali sono i rischi di un eventuale tasto Non mi piace?

Potrebbe, ad esempio, sconvolgere gli algoritmi provocando il crollo delle visualizzazioni di un certo contenuto (con conseguenti ricadute economiche se è un contenuto commerciale o simil-commerciale).

O potrebbe causare rotture di antiche amicizie (cosa che credo interessi molto a Zuckenberg).

Ma la ragione vera per non mettere un tasto Non mi piace io non l’ho capita.

Forse, e lo si legge tra le righe, è che un tasto del genere costringerebbe la gente a pensare.

Voglio dire: il Mi Piace viaggia sul binario emotivo. Il Non mi piace va motivato, ti fa attivare il cervello. E in un contesto di “vendi tutto quello che puoi”, l’emotività è più redditizia.

Ma l’emotività ha altri lati oscuri:

Nel contesto del social media, che ai temi e ai dibattiti tende a privilegiare le risposte emotive piuttosto che il discorso ragionato, le caratteristiche delle piattaforme come le reaction di Facebook agevolano la mobilitazione della rabbia come strumento di potere.

Alla fine, comunque, la mancanza di un tasto Non mi piace avrebbe uno scopo più che altro commerciale:

La scienza del marketing si è spesso ridotta a questo: collocarci in una serie di tassonomie basate su ciò che ci piace.

Se ti piace, potresti essere disposto a comprarlo.

Se non ti piace, non interessa a nessuno.

 

 

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Liberi dalle vecchie abitudini (Pema Chodron)

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Come si trova la capacità di non fare un dramma dei propri problemi?

Lo strumento principale è la meditazione; tuttavia, anche durante il giorno, nel bel mezzo dei nostri impegni quotidiani, ci si può… fermare.

Tre respiri consapevoli.

Possiamo farli ogni volta che siamo travolti dalla rabbia o dalla paura, ma bisogna farlo subito, appena avvertiamo che l’onda si sta preparando ad investirci: bisogna farlo, insomma, prima che sia troppo tardi.

La rabbia, in particolare, mi interessa, perché negli ultimi anni mi sono accorta di essere vittima di accessi d’ira, soprattutto in ufficio, quando il lavoro è eccessivo e/o i clienti mi rispondono male, buttandola sul personale (come se lo facessi apposta a rifiutare i loro reclami).

Ma la rabbia la vedo ovunque.

Nei social, soprattutto.

Sono tutti arrabbiati. Tutti si lamentano, tutti postano commenti sarcastici: contro gli immigrati, i gay, i politici… contro la gente che non tiene il naso dietro la mascherina, contro la ragazza che si è fatta musulmana, contro chi va a messa, contro chi non ci va, contro chi non rispetta i topi dei gruppi…

Ecco, a tal riguardo, l’autrice ci dice questo:

Al di sotto dell’odio, al di sotto di qualsiasi azione o parola crudele, di qualsiasi disumanizzazione, c’è sempre la paura.

La rabbia nasce dalla paura.

Di perdere la propria identità, principalmente. La propria immagine di cittadino, di buon lavoratore, di italiano, di macho, di donna di casa ecc…

Il guaio è che diamo troppa importanza a questa identità. Rimaniamo in una prospettiva microscopica, senza allargare gli occhi oltre noi stessi e oltre il nostro tempo, dimentichiamo che c’è stato un prima, ci sarà un dopo, e c’è, sempre, un altrove, dove noi non ci siamo, eppure la vita continua.

Di solito cambiamo prospettiva in seguito ad eventi calamitosi, scioccanti, mortali.

Quando è morta mia madre, mi son trovata davanti allo schermo del PC, in ufficio, a chiedermi se quello che facevo aveva un senso. Domanda che non mi era mai fatta, visto che avevo fatto fatica a trovare quel posto e mi ero sempre impegnata in quel lavoro.

Poi, noi o qualcuno che ci è caro ha un incidente o una grave malattia, ed è come se ci togliessimo la benda dagli occhi. Vediamo la mancanza di significato di gran parte di quello che facciamo e il vuoto di quello a cui ci attacchiamo.

Prospettiva, dunque, è la parola d’ordine.

Non assolutizziamo quello che siamo e che facciamo: persone, lavoro, luoghi, possedimenti. Oltre a noi, al di là del confine della nostra pelle, c’è tutto un mondo.

Un altro.

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