Sbucciando la cipolla (Günter Grass) @EinaudiEditore

Ammetto subito che lo ho sospeso due volte prima di finirlo: Grass usa una prosa molto ipotattica, piena di metafore elaborate che si ripetono e vengono approfondite nel corso del libro. Non una prosa semplice, insomma, e tutto il mio rispetto va al traduttore Claudio Gross, morto l’anno scorso, per il lavoro che ha compiuto su questo testo (se è difficile da leggere in italiano, non oso pensare cosa sia in tedesco).

Grass ha preso il premio Nobel per la letteratura nel 1999. Questo lo sapevo. Quello che non sapevo è che Grass faceva parte delle SS.

Certo, non ci è rimasto a lungo, e, va detto, aveva 16 anni quando ci è entrato: va anche detto che il suo primo battesimo del fuoco gli ha inflitto una tale dose di paura che si è fatto la pipì addosso e ha avuto gli incubi per anni, dopo la guerra.

E’ comunque interessante leggere come Grass dopo quasi sessant’anni cerchi di capire le ragioni di quell’appartenenza (soprattutto alla luce della sua successiva militanza nella sinistra tedesca) ma senza cercare giustificazioni postume. Va sottolineato però, che nel tentativo di prendere le distanze dal suo “io” di allora, quando parla del se stesso di quel periodo spesso lo fa in terza persona.

Salvatosi un paio di volte per puro caso, quando la guerra finisce Grass si ritrova senza arte né parte: non ha finito la scuola, non sa che fine abbia fatto la sua famiglia, non sa dove andare.

E così, il futuro premio Nobel, comincia una vita vagabonda, rimanendo per anni ospite della Caritas.

Nonostante la sua aspirazione a diventare un artista, prima di iscriversi ad una vera e propria accademia fa un po’ di tutto, dal lavoro in miniera allo scalpellino. In questi anni, tre sono i tipi di fame che lo affliggono: la fame vera e propria, la fame di donne e la fame d’arte.

Il libro termina quando, dopo vari tentativi di darsi alla scultura, Grass inizia a guadagnare i primi soldi con l’attività letteraria.

Da questa autobiografia si capisce come la sua vita sia spesso stata travasata nei suoi romanzi: spesso i personaggi dei suoi libri, tratti dalla realtà, si sovrappongono ai ricordi, distorcendoli.

Non è una lettura semplice, dicevo, ma se arrivate alla fine ne varrà comunque la pena.

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La congiura dei somari (Roberto Burioni) @RizzoliLibri

La scienza non può essere democratica perché, se due più due fa quattro, nessun referendum può modificarne il risultato.

La scienza è un fatto. Sempre sottoponibile a verifica, certo, ma la verifica deve seguire procedure certe e controllate.

Se la scienza ci dice che l’omeopatia consiste in principi attivi troppo diluiti per essere efficaci (meno di una pisciatina nell’oceano, per capirci), a nulla servono migliaia e migliaia di post su facebook che asseriscono il contrario senza dimostrare – in modo certo e controllabile – le proprie tesi.

Burioni in questo libro è arrabbiato: la prosa a volte scende di registro con frasi sarcastiche, ma lo scopo del volumetto non è avvincerci con parole elegiache, bensì farci capire che prima di disprezzare conclusioni scientifiche (che magari hanno salvato decine di migliaia di persone) è meglio fermarsi a riflettere un poco.

Bersaglio di Burioni sono, in particolare, gli antivaccinisti, sebbene lui stesso riconosca che con questa categoria è quasi impossibile discutere, nemmeno portando prove inoppugnabili. Non rispondono ai tuoi commenti e alle tue domande, cambiano continuamente angolazione senza mai approfondire gli aspetti in discussione.

Uno degli errori in cui cadono gli antivaccinisti, ad esempio affermando che i vaccini causano l’autismo, è di scambiare i rapporti di correlazione con i rapporti di causazione.

Se l’autismo insorge dopo l’inoculazione di un vaccino, non è detto che il primo sia stato causato dal secondo: è una semplice correlazione, nel senso che l’autismo si manifesta solitamente nella fascia di età sottoposta alle terapie vaccinali, tanto che è dimostrato come la malattia insorga nella stessa percentuale (anzi, forse più alta) anche nei bambini non vaccinati: ma a questo gli antivaccinisti non prestano orecchio.

E se gli fanno notare che negli altri paesi Ocse i vaccini non sono obbligatori, Burioni ribadisce che in questi paesi i tassi di vaccinazione sono già più alti di quelli italiani, tanto che l’obbligatorietà non è necessaria (l’Italia è all’ultimo posto, nonostante la presunta obbligatorietà).

Credete che gli antivaccinisti demordano?

Sbagliato. Perché torneranno all’attacco dicendo che i loro figli decidono loro come proteggerli.

Qui Burioni afferma una cosa a cui non avevo pensato (perché anche io, sebbene abbia fatto vaccinare la mia prole, in fondo penso che io l’ho fatta e io la… distruggo): i figli non sono proprietà dei genitori. Sono cittadini dello stato che devono essere protetti, anche dai genitori, se necessario.

Certo, è una frase che può diventare pericolosa, in certi regimi, ma che ha le sue ragioni nel contesto medico. Se la percentuale dei vaccinati scende oltre una certa soglia, viene meno l’immunità di gregge, e questo mette in pericolo tutti, anche quelli che, per vari motivi non possono essere vaccinati.

Insomma, tutto parte da una diversa concezione della libertà. E negli Stati Uniti, dove la libertà è un argomento sempre caldo?

Pensate che solo in 19 Stati su 50 i motociclisti hanno l’obbligo di indossare il casco: negli altri si ritiene che la libertà di disporre della propria vita e della propria salute debba prevalere. E cosa dire delle armi? In molti Stati non solo è consentivo possederle, ma si possono pure portare bene in vista nel cinturone come facevano i pistoleri nei film western.

Burioni ce l’ha pure con i c.d. scienziati che, dopo folgoranti carriere, magari incoronate da premi Nobel, cadono dal proverbiale pero, diventando antivaccinisti o sostenendo cure omeopatiche o affermando che la vita sulla terra ha origini extraterrestri.

Insomma, Burioni è proprio arrabbiato.

E leggendo tutti gli esempi che ci porta per dimostrare le mille e una capacità di sfidare la scienza, vi arrabbierete pure voi.

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Le brave ragazze non vanno avanti ma quelle toste sì (Kate White) @LibriMondadori

Sono a pagina 83 (su 299) ma sospendo la lettura.

La White parte da una premessa verificata da numerose ricerche sociologiche: le donne, fin da piccole, sono educate ad essere delle “brave ragazze”, ad intervenire solo quando viene loro richiesto, a seguire le regole, a fare tutto bene, a preoccuparsi di quello che potrebbe pensare la gente, ecc…

Ma se questo può essere di aiuto finché si è a scuola per prendere bei voti, poi, nel mondo del lavoro, i parametri per farsi strada sono molto diversi: serve iniziativa, sicurezza, capacità di delega, predisposizione al rischio, autonomia nella scelta degli obiettivi…

Senza queste abilità, la “brava ragazza” si vedrà soffiare le possibilità di carriera dai ben più allenati uomini che, fin da piccoli, sono educati ad osare, agire, essere sfacciati ed esporre la propria opinione.

Si complimenteranno per la tua regolarità, per la pazienza, perché prendi su di te una grossa fetta del lavoro globale e perché non corri stupidi rischi.

Noi donne

Abbiamo cominciato a preoccuparci di ciò che avremmo detto prima ancora di dirlo, mentre lo dicevamo e dopo averlo detto.

Per chi sogna di diventare una donna in carriera, possono essere utili le domande di questo libro. Eccone alcune ad esempio:

Nell’ultimo mese hai fatto qualcosa mai tentato prima nel tuo lavoro? Usato un approccio completamente nuovo per realizzare un compito o un progetto? Risolto un problema tormentoso che nessuno prima si era dato pena di affrontare? Preso una grossa responsabilità che esulava dai tuoi doveri? Presentato al capo un’idea che è riuscita a stupirlo? Realizzato qualcosa che ha reso verde d’invidio almeno la metà dei tuoi colleghi?

Non so voi, ma io ad ognuna di queste domande ho risposto un bel NO.

E sapete perché non continuo a leggere questo libro? Perché, anche se ho risposto negativamente, non me ne frega niente.

Sì, sono una brava ragazza che esegue gli ordini e che cerca di far bene i compiti che le danno da svolgere, e prendo uno stipendio commisurato alle mie (poche) responsabilità. Il mio obiettivo non è far carriera (non nel settore del mobile, per lo meno).

Ecco, adesso mi tirerete i pomodori, perché non sono come le dirigenti in tailleur e tacchi che si vedono nei film americani.

Ma è proprio questo, secondo me, il problema del libro: è radicato nella realtà statunitense.

Qui in Italia, nelle piccole e medie aziende, perfino gli uomini hanno difficoltà ad essere creativi e proattivi, figuriamoci le donne!

In secondo luogo, tutti gli esempi vincenti riportati dalla White hanno a che fare con attività creative: giornalismo, scrittura, riviste, architettura, marketing…

Ma in Italia le lavoratrici occupati in campi simili sono una esigua minoranza.

E qui mi rivolgo ai tipi della Mondadori (tra parentesi: se vi serve qualcuno che vi faccia reading/scouting, chiamatemi): volete pubblicare un bestseller sul mondo lavorativo femminile? Volete un bacino di clienti molto ampio per garantirvi alti numeri di vendita di un libro? Allora dovete avere commesse, impiegate, insegnanti e infermiere come target.

Perché, qui in Italia, per un libro come quello della White, non c’è pubblico (e infatti credo che abbia venduto ben poco).

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Uomo nel buio (Paul Auster) @EinaudiEditore

Owen Brick si risveglia in una buca nel terreno: non riesce a scalare le ripide pareti e non ricorda come è caduto là dentro. Quando finalmente un militare lo aiuta ad uscire, scopre una realtà sconcertante: si trova in un mondo alternativo in cui è scoppiata un’altra guerra civile negli Stati Uniti; lui è stato mandato lì per porre fine al massacro.

Può farlo uccidendo una persona.

Per compiere la missione, lo rimandano nel suo mondo originario. Là ritrova la moglie e, in un primo tempo, pensando di aver soltanto avuto un brutto sogno, Owen Brick cerca di lasciarsi tutto alle spalle, finché…

Non vado oltre, però non spoilero nulla se vi dico che Owen Brick non esiste: è tutto nella mente dell’anziano critico letterario August Brill, costretto a letto in seguito ad un incidente.

Brill soffre d’insonnia e, di notte, si inventa storie.

La ragione principale, però, non è solo la necessità di far passare il tempo: in realtà August Brill ha bisogno di occupare la mente per non pensare alle tragedie successe nella sua vita.

L’ultima in ordine di tempo è la morte in Iraq del ragazzo della nipote.

La bravura di Auster qui consiste in particolare nel coinvolgerci nella storia di un personaggio che non esiste, o che esiste solo nella mente di un altro personaggio.

Ciascun mondo è la creazione di una mente.

Alla fine, anche le nostre vite sono storie: August Brill dà una lettura personale alle varie tragedie della sua vita e, così facendo, prova a dar loro un senso.

Lo facciamo tutti: interpretiamo, attribuiamo ragioni e obiettivi dove non ce n’erano, giustifichiamo, giudichiamo semplici eventi ed azioni che, in sé non hanno significato proprio.

Non si tratta di inventare bugie, è la nostre innata capacità di creare storie.

E’ quello che ci rende umani.

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Da qualche parte starò fermo ad aspettare te (Lorenza Stroppa) @LibriMondadori

Il romanzo è raccontato dal punto di vista dei due protagonisti: Diego, che lavora come editor e colleziona donne senza mai impegnarsi davvero, e Giulia, pittrice, reduce da un evento che le ha segnato la vita ma del quale non sappiamo nulla fino a quasi metà libro.

Tutto nasce quando Diego trova l’agendina di Giulia sotto lo scaffale di un supermercato e viene travolto dalla curiosità: si improvvisa subito detective e inizia a frequentare i posti che frequenta lei.

No, non è un romanzo rosa.

E’ la seconda volta in poco tempo che mi sento in dovere di mettere in chiaro che non leggo romanzi rosa: con tutto il rispetto dovuto a chi li scrive, ma in questo libro la storia d’amore, pur occupando un ruolo importante, non è il perno della storia.

Piuttosto, parlerei di romanzo di formazione, sebbene i protagonisti non siano più adolescenti: la ragione di questa mia scelta è che entrambi hanno un nodo da sciogliere al proprio interno, un ostacolo che non permette loro di andare avanti, di crescere, di… prosperare.

Mi è piaciuto, di Diego, il fatto che lavori come editor: quando parla del suo lavoro vediamo quanto una figura professionale del genere debba mediare con gli autori, e ci rendiamo conto di quali capacità diplomatiche abbia bisogno. E’ un punto che già alcuni editor sottolineano nei loro canali YouTube: per chi si interessa di editoria, è bello avere uno scorcio diretto sulle vite di queste figure.

Di Giulia invece ho particolarmente apprezzato il suo rapporto con i colori.

Lavoro per un’azienda di design di alta gamma, dove si tende a dare una preferenza ai colori neutri che tendono sempre ad essere considerati come i più eleganti (il bianco è stato canonizzato, praticamente). Ma il modo in cui Giulia parla dei colori ci mette davanti alla “personalità” delle varie sfumature cromatiche: i colori ci parlano, anche se non sempre li ascoltiamo.

Questa storia è ambientata a Venezia: la Stroppa la conosce molto bene, essendo figlia di veneziani. E questo mi permette una digressione: vi capita mai di accorgervi, mentre leggete un libro, che qualcosa lo lega a quello che avete letto prima? Nel mio caso, Venezia lega il libro della Stroppa a “Tod zwischen den Zeilen” (Morte tra le righe) di Donna Leon, che sto leggendo adesso, e che è, anche lui, ambientato a Venezia.

Non solo: all’inizio di “Da qualche parte”, c’è un richiamo al dottor Zivago, il che lega strettamente questo libro a “Il colibrì”, di Veronesi, che ho finito due giorni fa e nel quale lo Zivago era il libro preferito del protagonista.

Queste sincronicità mi capitano sempre, leggendo…

Fine della digressione.

Nel romanzo della Stroppa ci sono anche dei punti che mi hanno lasciata perplessa.

Innanzitutto, l’amicizia tra Giulia e Rita: nella mia esperienza, le grandi amicizie nascono tra persone piuttosto simili. Il rapporto tra Giulia e Rita lo sento poco verosimile: Giulia è introversa, monogama e malinconica; Rita è spumeggiante, esorbitante, esagerata, bisex e un po’ ninfomane. Quante coppie di amici conoscete con questa differenza di caratteri? Amici veri, intendo, come sono Giulia e Rita. Io nessuna.

Un altro punto che mi ha fatto storcere il naso è l’episodio di Giulia che finisce a letto con Diego: era ubriaca, e non si ricorda se ci ha fatto l’amore oppure no. Ecco… l’amnesia da sbronza io non l’ho mai provata, non so fino a che punto ci si possa dimenticare certe cose, tuttavia, è un espediente a cui spesso si ricorre nei film di serie B: nel romanzo ci sta, si lascia leggere, eppure…

Ultimo appunto: c’è una scena in cui Giulia è a letto con Diego, che dorme. Lei si sporge per messaggiare con Rita. Ma Diego ha un braccio attorno alla sua vita, com’è che Giulia fa in tempo a fare un discorso per SMS prima che lui si svegli?

Ok, comunque queste sono pignolerie, nell’economia generale del libro..

Vi consiglio la lettura di questo romanzo?

Sì, perché la Stroppa scrive molto bene e perché… questo non è un romanzo rosa! Alla fine la protagonista fa uno scatto che mi ha portata a commentare: Ah, però! Brava Giulia! Sembravi destinata semplicemente a rifarti una vita come tutte le altre donne e invece…

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Il colibrì (Sandro Veronesi) @lanavediteseoed

Per me è raro leggere il vincitore dello Strega nello stesso anno in cui è stato nominato: di solito compro i libri ai mercatini dell’usato, ma questo mi è arrivato in regalo (finalmente qualcuno che mi regala libri).

A dispetto di quello che si può dire dei premi letterari, per quanto accusati di brogli e favoritismi, il vincitore dello Strega è comunque sempre un bel libro, curato, con una prosa ricercata. Non come i titoli che sono usciti durante il lockdown e che parlavano del lockdown mentre era in corso (ma si può scrivere un buon romanzo in un mese??).

Marco Carrera, oculista, fin dall’adolescenza è conosciuto come il Colibrì, perché è piccolo ma aggraziato. Il nomignolo gliel’ha dato la madre, ma anche quando il suo problema di statura sarà superato grazie ad una terapia a base di ormoni, il soprannome gli resterà attaccato e acquisterà un nuovo significato.

Un colibrì è un uccellino che sbatte le ali settanta volte al secondo in modo da riuscire a restare fermo in volo e non cedere alla forza di gravità. Questo è quello che fa Marco Carrera: subisce una serie di lutti pesanti, non riesce a unirsi alla donna che ama dall’adolescenza, la moglie ha perso la ragione, il fratello non gli parla da anni, eppure trova sempre la forza di andare avanti, non collassa, non cade.

Un romanzo sulla resilienza?

In realtà è un romanzo che parla a tutti noi: a chi non capitano lutti e disgrazie? Eppure ognuno a modo proprio trova in sé le ragioni per continuare a vivere, e, a volte, anche per godersela.

Il messaggio che più mi piace, però, è quello che Marco Carrera e quelli come lui hanno la propria dignità: anche se non correno a destra e sinistra, anche se non si pongono obiettivi grandiosi, anche se non sono costantemente in affanno per raggiungere un obiettivo prestigioso, anche se “stanno fermi”, loro sono dignitosi, loro… valgono.

E’ un messaggio in sordina, eppure potente, che mi richiama alla memoria lo Stoner di Williams.

E’ grazie a questi piccoli esseri coraggiosi se la generazione futura avrà la forza di opporsi a chi negherà la dignità a chi non può rivendicarla con la forza (i deboli, gli immigrati, le minoranze, i disabili…).

O per lo meno così ho interpretato io il libro.

Un breve commento sullo stile: i capitoli non sono in ordine cronologico, la narrazione va avanti e indietro negli anni, fino ad arrivare a un ipotetico 2030.

Non sono d’accordo con molti booktuber che sostengono che la prosa sia semplice e adatta a tutti, anche ai lettori non abituali: sebbene ogni capitolo sia a sé (messaggi telefonici, dialoghi, lettere, prosa “classica”, flusso di coscienza ecc…), il registro medio è piuttosto alto, soprattutto in quelle parti prive di punti per pagine e pagine.

Ma a me non ha disturbato.

L’unica pecca è che devi metterti a leggerlo quando sai che non hai altri impegni: non puoi mollare una frase infinita per andare a mescolare il risotto.

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Senza parole (Edward St Aubyn) @NeriPozza

Pensate che in Italia i premi letterari siano una farsa e una trovata pubblicitaria? A quanto ci dice St Aubyn in questo romanzo, tutto il mondo è paese.

In questo libro ci racconta infatti di un premio letterario inglese, un certo Elisyan, che dovrebbe dar voce alle varie sfaccettature della letteratura anglosassone, almeno nelle intenzioni dello statuto.

La storia viene raccontata dai punti di vista di vari personaggi coinvolti: dal presidente della giuria, ad alcuni scrittori inclusi o meno nella selezione. Si capisce subito che la scelta del libro vincitore non avrà nulla a che fare col vero valore artistico dell’opera.

I componenti della giuria hanno idee diverse in merito alle caratteristiche che un romanzo deve avere per ottenere il premio, ma al di là delle concezioni letterarie, quello che conta sono i rapporti di potere e gli interessi in gioco, tanto che i giurati non leggono tutte le opere in gioco: alcune le ascoltano in audiolibro, altre le leggono a spezzoni o non le leggono proprio.

E che dire del libro di ricette indiane che è finito nella sestina dei finalisti? Un errore. L’impiegata ha mandato il libro di ricette al posto del romanzo di una scrittrice ben nota.

I giurati non solo non leggono i libri, o li leggono per modo di dire, ma spesso non partecipano alle riunioni della giuria, o fanno scommesse sul vincitore sfruttando le conoscenze dei meccanismi di voto.

Al di là della critica ai premi letterari, quello che rende interessante il romanzo è la sfilza dei personaggi e delle loro vite. Si va dal politico, alla madre di una ragazza anoressica, allo scrittore innamorato di un’altra scrittrice che però va a letto con tutti tranne che con lui…

E’ un romanzo molto ironico, che non disdegna le scene surreali e, dal mio punto di vista, che non amo l’ironia troppo plateale, questo è un punto in meno, ma non si può dire che questo abbassi la sua soglia di leggibilità, anzi!

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“Sandro Veronesi presenta il suo nuovo romanzo: ‘Vi racconto la resilienza del colibrì'”

Libro in lettura.

Ascoltiamo direttamente dalla voce dell’autore…

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I peggiori anni della nostra vita (Oreste del Buono) @EinaudiEditore

Il protagonista del libro è Oreste, non so se è autobiografico o se è un io fittizio: non l’ho capito, Del Buono è uno scrittore che leggo per la prima volta e lo stile risente molto degli anni in cui è stato pubblicato (1971).

Oreste si definisce come un giornalista che scrive di ciò che non conosce: subito, all’inizio del libro, mette le mani avanti per farci capire che a lui del suo lavoro non interessa più niente, che vorrebbe cambiarlo, che resta là solo per via della tessera di partito.

Oreste ha una moglie incinta, ma quando partorisce lui pensa solo a dormire e a non stare troppo tra i piedi di consorte e suocera: ne viene fuori il ritratto di un uomo senza passioni, neanche domestiche. Leggi come si muove, cosa pensa, e ti verrebbe da dirgli: “Dai, smuoviti, un po’ di vita!”

Poi il racconto torna indietro negli anni, e scopriamo che viene da una famiglia fascista e che il padre era dirigente di una fabbrica: la loro identità crea non pochi problemi dopo l’armistizio, ma Oreste, che ha fatto la guerra ed è stato prigioniero, non ha il coraggio di dire ai suoi di aver cambiato idea, di non pensarla più come quando era piccolo.

In realtà, Oreste non si esprime: inizia le frasi e lascia che le finiscano gli altri.

I capitoli, brevi, forniscono flash della vita del protagonista ma lasciano molti buchi, che il lettore deve riempire con indizi seminati qua e là: la morte di un amico, i genitori che invecchiano, il divorzio, il tentativo di recuperare il rapporto con la figlia.

In una scala da 1 a 5, gli darei un 2-.

Non fraintendetemi: Del Buono sa scrivere, ci sono frasi che mi sono sottolineata per la capacità di uscire dagli schemi letterari; tuttavia il suo stile rimane troppo elegiaco, e nonostante l’uso frequente degli aggettivi, le descrizioni rimangono sempre ambigue, sia che si parli di persone che di situazioni.

Forse era un effetto voluto: anche Oreste è ambiguo, non prende posizione, e quando la prende non se ne assume la responsabilità fino in fondo; ma non posso dire che sia un libro da consigliare a un lettore di oggi.

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Giuro che non mi sposo (Elizabeth Gilbert) @RizzoliLibri

Vi ricordate il libro “Mangia, prega, ama” da cui è stato tratto il film con Julia Roberts? Beh, “Giuro che non mi sposo” è la sua continuazione.

E’ dunque la storia vera ed autobiografica della scrittrice Liz che, dopo un divorzio, una depressione e un anno di viaggi nel Sudest asiatico, ha finalmente trovato una persona, Felipe, con cui si sente bene.

Entrambi non desiderano altro che stare insieme, negli Stati Uniti, vicino alla famiglia di lei, solo che il Dipartimento di Sicurezza americano, in piena era Bush, non è d’accordo.

Felice è brasiliano con nazionalità australiana, ma è entrato ed uscito dagli Stati Uniti troppo spesso e questo è sospetto agli occhi delle autorità.

L’unico modo per permettere alla coppia di vivere insieme è che si sposino, altrimenti Felice non potrà più entrare negli Stati Uniti.

Peccato che sia Liz che Felipe siano reduci da due divorzi piuttosto dolorosi e nessuno dei due abbia voglia di sposarsi di nuovo.

Decidono di cedere, alla fine, ma la procedura e la burocrazia sono ossi duri, e prima di ottenere un viso di entrata, passerà quasi un anno. Durante questo anno, Liz cerca di mettersi il cuore in pace e di rassegnarsi alla prospettiva di sposarsi.

Ma non è facile.

Per farlo, studierà l’argomento: il matrimonio e il divorzio. Questo libro è il risultato di queste riflessioni.

Non ci troviamo dunque solo davanti al resoconto del suo anno di vita da esule e ai racconti di amici e parenti, ma anche a molte pagine di storia, sociologia e psicologia del matrimonio e del divorzio, il tutto raccontato in modo allegro e leggero, nonostante l’angoscia che la attanagliava in quei mesi.

Di 360 pagine, credo che quello che mi porterò dietro sono le parti in cui parla delle finalità (vere) del matrimonio dal punto di vista storico e sociologico.

E mettiamolo subito in chiaro: il matrimonio tra uomo e donna non ha lo scopo di fare e proteggere i bambini!

In primo luogo, se così fosse, allora non avrebbe senso far sposare coppie sterili o in menopausa/andropausa.

In secondo luogo, quello di cui hanno davvero bisogno i bambini è la stabilità: a volte sono più stabili certe coppie non sposate o coppie gay di molti matrimoni americani.

Negli Stati Uniti il 50% di matrimoni finisce con un divorzio, con picchi che raggiungono il 75% tra le coppie che si sono sposate prima di aver raggiunto di venticinque anni di età.

Ci si sposa per tanti motivi, e il matrimonio romantico, come lo intendiamo noi, non è la forma di unione più stabile: anzi, era più stabile quando le ragioni del matrimonio sono decise dalla società.

E poi… indovinate, tra marito e moglie, chi guadagna di più dal matrimonio in termini di soddisfazione personale, reddito e carriera?

A noi donne il matrimonio non ha sempre giovato.

E voi? Cosa fareste ora se non foste sposate?

A me piace pensare che sarei una vagabonda; non lavorerei in un ufficio, facendo la stessa strada e vedendo le stesse persone tutti i giorni.

Da piccola sognavo di viaggiare.

Ma non un viaggio-vacanza, una settimana di villaggio e poi prendi l’aereo: mi sarebbe piaciuto fermarmi nei paesi per qualche mesi, conoscere gente e costumi, e poi spostarmi. Ergo, avrei avuto un lavoro da giornalista, scrittrice o per un ente diplomatico.

Insomma: avete mai conosciuto un bambino che dice: da grande farò l’impiegato???

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