Non rubare – sulla violenza contro le donne

Il viso di Remo era piccolo. Quando mi spegneva una sigaretta sul collo pensavo sempre che non ce la facesse a contenere tutte le espressioni che lo attraversavano. Quando cambiava l’apertura degli occhi o la posizione delle sopracciglia, quando la bocca gli si piegava quasi ad angolo retto e gli zigomi si alzavano e abbassavano come maree impazzite, ogni volta provavo l’impulso di dirgli: fermati, basta! Non ci stanno più! Andiamo in cerca di un viso vuoto da riempire!
Ma la sua faccia alla fine ce la faceva sempre a riacquistare lo sguardo originale: l’occhio quasi tartaro che mi aveva fatto innamorare e la curva delle labbra che cedeva morbida sotto un bacio colpevole. Alla fine, invece, era la mia, di faccia, che urlava alla ricerca di una sosia senza lividi.
Ora, davanti a questa vetrina profumata di Natale, con i gioielli che riflettono il loro brillio come se lanciassero frecce di luce, guardo il Sector nero che mi riattiva i ricordi come un tasto maligno. È lo stesso modello che Remo mi aveva regalato per il mio trentesimo compleanno. È lo stesso quadrante in cui fissavo le lancette con la speranza di bloccarle un secondo prima che lui aprisse il portone. È lo stesso cinturino che lui, con fare da medico premuroso, mi staccava prima di torcermi il polso.
Anche ora che passeggio per il centro e che un foglio del tribunale ha rinchiuso Remo dietro a un muro, quando la lancetta sta per appoggiarsi sul sette, i muscoli del corpo mi si irrigidiscono e l’involucro che li contiene cigola per non far tracimare il sangue che mi sbatte le vene. L’ora in cui lui era solito rientrare è inscritta nel quadrante come un taglio nella carne, pulsa e sanguina senza rimarginarsi più.
Quando sono a casa e la pendola del corridoio suona sette rintocchi, è come se qualcuno mi insufflasse aria nel naso: sento il corpo gonfiarsi e la pelle tendersi fin quasi a scoppiare. Al settimo rintocco, percepisco il freddo della calce sulla schiena, anche se sono in piedi in mezzo alla stanza.
Poi, il silenzio.
Nessuna chiave entrerà nella toppa, nessun tacco picchierà me e il mio pavimento. Il silenzio che aspetta di venir riempito di urla e di bestemmie resterà vuoto.
Ma niente è più come prima.
Ormai respiro un vento che continua a infuriarmi tra le costole e che costringe il cuore a rincantucciarsi per offrire meno superficie alle frustate. L’aria non si placa neanche quando vado al Centro, mischiandola con le arie livide di altre donne come me. Avverto le tensioni appena entro, e non si sciolgono di certo quando arriva la psicologa: lei srotola sorrisi e come-stai, ma non può placare i venti, perché non li ha mai provati dentro di sé. L’ho vista una volta che tentava di consolare una nuova arrivata scoppiata in singhiozzi. Le parlava all’orecchio, teneva la schiena curva per inglobare empatia e una mano appoggiata sulla schiena sussultante come per tastarne la temperatura: con le dita dritte e lontane tra loro, quasi per paura di scottarsi.
No, niente è più come prima.
Ormai mi sono trasformata in un’investigatrice di volti, percepisco i cambi d’umore altrui prima dei legittimi proprietari. Risultato di quattro anni trascorsi a leggere il viso di Remo, a cercare di prevedere i suoi sbalzi, rapidi come magie di un prestigiatore. Ma nessun oroscopo, nessun indovino poteva prevedere quei futuri spezzati: gli episodi violenti iniziavano e finivano in tempi per conto proprio, staccati da ogni calcolo algebrico, impermeabili ad ogni veggenza; e il Remo del prima si riattaccava al Remo del poi come se in mezzo non ci fosse stato niente altro che un’interruzione pubblicitaria.
Le vetrine mi negano il riflesso, ubriache come sono di luci colorate. Meglio. Non voglio vedere, non voglio saperne del mio occhio destro artificiosamente spalancato su una sfera di vetro, come se fosse abituato a un monocolo perduto da troppo poco tempo. È uno dei regali di cui non sono riuscita a disfarmi, un presente che sconfina nel futuro senza chiedere il permesso. Non voglio guardare il cappotto elegante, né il corpo magro che tiene in ostaggio una personalità sbagliata. Fosse per me, vorrei il lungo collo di uno struzzo: potrei piegarlo e deporlo nel contenitore di ricordi che è ormai la mia testa; un espediente da adottare con ogni persona che incrocio, e che sa. Perché in guerra non basta combattere dalla parte giusta per sopravvivere. Chi torna dalla guerra si porta addosso la domanda altrui: e chi non ce l’ha fatta?
Io sì, ce l’ho fatta, sono qui a raccontarlo.
E allora forza, reduce, spegni la luce della stanza che sono i tuoi ricordi! Sciacquati il cervello, lava via le immagini sporche! Attacca i tuoi sogni alla zampa di un piccione viaggiatore e sta a guardare fin dove arrivano!
No, tutto è inutile.
Vedo la felicità a pochi passi da me, ma è il pezzo unico di un museo fin troppo sorvegliato: la teca la contiene e mi irride. È una felicità che non si può toccare. E so che se anche riuscissi a infrangere il vetro, ad afferrarla e a portarla via tra le sirene e gli allarmi dei miei ricordi, poi, alla fine, mi sentirei in colpa per averla rubata.

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