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L’ipocrita (Vincenzo Cerami)

“Un borghese piccolo piccolo” mi era piaciuto tantissimo, un piccolo gioiello.

Questa raccolta di racconti invece mi è piaciuta a intermittenza.

Niente da dire ovviamente sullo stile, che ti fa subito entrare nei personaggi e nei luoghi con pochi tratti.

Ma sono rimasta perplessa sul significato da attribuire ad alcuni racconti.

Quello che mi è piaciuto di meno è stato “La storia a strisce”, dove un fumettista, non conoscendo molto del passato della propria donna, se ne inventa uno pieno di sesso e comportamenti assurdi. Forse il senso è: ecco a che livelli si arriva quando non si parla direttamente con il proprio partner.

Sì, ripensandoci, può essere una buona interpretazione: avete presente tutti quelli che scrivono frasi sibilline nei social? Beh, sono tutte dirette a delle persone ben specifiche in seguito a degli eventi altrettanto specifici. Invece di chiarire con la persona in causa, si mettono frasi in post che – puntualmente – si riempiono di like e cuoricini, anche se nessuno capisce di cosa si sta parlando.

Altri racconti sono più puntuali: “Lo zio” ad esempio, dove il nipote, che si è trasferito dal vecchio parente, aspetta che questi muoia per impossessarsi di tutto quanto.

Nel racconto “Gli elefanti”, una famigliola fa una gita in montagna: il bambino è stato adottato (forse in modo non del tutto legale) dal ricco uomo d’affari, non è mai stato in montagna, ma quando stanno per arrivare in cima, il bambino parte per conto suo e semina i genitori. L’uomo, mentre lo segue senza fiato, incomincia a maledire il piccolo ingrato.

Il racconto che mi è piaciuto di più è stato “Il sapone”.

Il protagonista è l’autista di un uomo ricchissimo. Vive con lui da anni, è la sua ombra, conosce tutti i suoi altarini. Una sera che il magnate si sente male in seguito a un’intossicazione alimentare e il fido autista lo porta a casa.

Uno si aspetta che il tizio chiami un’ambulanza o un medico, e invece questo chiama il dottore del suo stabile, perché, dandogli la possibilità di curare una persona così importante, si meriterà la sua riconoscenza, che non fa mai male.

Mentre il miliardario è incosciente, la moglie dell’autista si appropria della casa con la scusa di aiutare la cameriera: organizza addirittura una festa per il compleanno del figlio, con la speranza che il bambino veda come vivono i ricchi e sia ispirato a darsi da fare per raggiungere obiettivi più elevati.

Insomma, attorno a questo malato succede un po’ di tutto, ma nessun parente né amico viene a trovarlo.

Tutti ammirano la casa e i soldi del moribondo e nessuno si accorge che in realtà questo disgraziato sta morendo da solo.

Attualissimo.

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Raccontino

IL GREMBIULE (Serena Gobbo)


Marta stava togliendo la polvere dai buchini dell’armadio col cotton fioc, quando esplose l’inno di Mameli nella camera. Per un secondo si dimenticò di avere il cellulare appeso al collo e lo cercò nel tascone del grembiule, poi sentì il petto rimbombarle e afferrò la custodia.


Era la rappresentante di classe, voleva sapere se aveva già prenotato il ristorante per la cena di fine anno scolastico.
“Certo! Ci aspettano per le otto. E poi c’è la sorpresa!” avevo risposto.
“Quale sorpresa?”
“Vedrai, i piccoli ne saranno entusiasti!”
“Marta, sei incredibile, non so come fai a pensarle tutte. A domani allora.”


Si chiese se fosse il caso di chiamare un’altra volta il tipo dei gonfiabili: gli aveva già spiegato come entrare nel giardino del ristorante senza farsi vedere, ma di certa gente non ti puoi mai fidare, soprattutto di quella che va sempre in giro in tuta da lavoro, anche di sabato. Gli avrebbe telefonato in serata, dopo aver messo Giacomo a letto.


Le mancavano ancora dei buchini da ripassare: prima o poi avrebbe dovuto coprirli, non servivano a niente, i ripiani erano già alle giuste altezze; ma alle tre Giacomo usciva da catechismo e lei doveva accompagnare a casa anche i figli di Loredana e Susanna, così mise il cotton fioc nel sacchetto e andò in cucina per riporre il grembiule. Mentre lo piegava, si accorse di un alone, proprio nel centro della pettorina.


Lo annusò. Non era bagnato e aveva un odore lievemente acido. Forse non era stata attenta quando, due ore prima, si era piegata sul water con due dita in gola. Per la volta successiva si sarebbe protetta con un asciugamano.
Andò in bagno e mise il grembiule piegato nel cesto della biancheria sporca. Afferrò la spazzola e si guardò allo specchio: le era colato il rimmel fino a mezza guancia. “Dio mio!”
Sarebbe potuto arrivare qualcuno. Il postino, un vicino, un volontario dell’associazione, e lei avrebbe potuto aprire la porta in quelle condizioni, se non si fosse controllata prima allo specchio.


“Stupida! Stupida! Stupida!” si disse sbattendo i piedi per terra e sfregandosi la guancia con la spugnetta.
Fece un profondo respiro, e poi un altro.
“Una cipolla!” esclamò al suo riflesso.
A quest’ora si trita la cipolla e si prepara il soffritto. Tre ore di cottura e il ragù è pronto per le sette in punto.
Sorrise a se stessa. Aveva ancora dei bei denti, dritti, bianchi. Sarebbe rimasta ore a guardarsi i denti, ma doveva muoversi, mancavano dieci minuti alle tre e lei doveva essere davanti al cancello della canonica prima che aprissero le porte, o Giacomo sarebbe uscito senza vederla. E poi, arrivando in anticipo, avrebbe potuto spiegare alle altre mamme come ordinare i libri di testo dal sito della cartolibreria: era stata lei ad insistere perché implementassero un sistema di ordinazione online, doveva far capire alle altre che era facile da usare.


Sorrise di nuovo. Non conosceva nessuno che potesse sfoggiare denti con quella tonalità di bianco confetto. Si impadronivano della luce e la proiettavano nel mondo con sicurezza, come un faro che compie il proprio dovere.
Si sistemò la frangia e vide l’orologio riflesso nello specchio: erano le 14:52.
Avrebbe potuto rilavarsi i denti col dentifricio sbiancante, lo spazzolino elettrico era tarato tre minuti esatti di pulizia: sarebbe arrivata al cancello alle 14:58, in tempo per prendere i bambini ma non per spiegare alle mamme come ordinare i libri.


Rinunciò alla pulizia dei denti e, afferrate le chiavi, uscì per andare a prendere l’auto: preferiva proporsi alle mamme con calma, instillare una senso di competenza e ottimismo, o quelle là si sarebbero agitate, vedendola di corsa, e avrebbero pensato che parlava in velocità per evitare domande, o chissà cosa. Non riusciva mai a capire cosa pensassero le altre di lei.


Afferrò la maniglia dell’auto e si sedette al posto di guida. Mentre stava per inserire la chiave, la vide: la patacca bianca si spalmava per la grandezza del palmo di una mano proprio davanti ai suoi occhi. Quale uccello poteva cagare un ammasso del genere? E poi, perché bianca?
Gli uccelli mangiano insetti, no? Sono carnivori, gli uccelli, la loro merda dovrebbe essere marrone, come quella degli esseri umani. Ma a guardarla bene, non era neanche del tutto bianca: un bianco puro avrebbe potuto, al limite, giustificarlo, era una forma di perfezione, per quanto merdosa, ma quella roba al suo interno aveva delle sfumature antracite, che non erano né grigie né nere, ed erano distribuite senza logica, peggio di un vasetto di insalata russa che cade e che espande il contenuto rispettando una una sua legge rotazionale.


E poi, perché così liquida? Per spalmarsi meglio sui parabrezza delle donne che vanno di fretta? Peggio, sui parabrezza delle mamme che vanno di fretta, come se essere mamma non fosse già una missione fatale, che decide della vita di un bambino?
Mentre rifletteva sul guano che le impediva la vista sul vialetto, si accorse che erano le 14:58: non c’era tempo. Non c’era tempo per pulire il parabrezza, non c’era tempo per spiegare alle mamme il sito della cartolibreria, ma soprattutto non c’era tempo per star ferma là, a pensare al perché di quella merda, a cercare di darle una posizione nella sua vita.


Oh, le sarebbe piaciuto così tanto star là ,seduta, senza far nulla, godendosi il lusso di respirare, senza pensare a bambini da ritirare e consegnare, a macchie sul grembiule, a imballi multimateriale da smistare nel bidone giusto. Ci doveva essere, da qualche parte, un mondo dove si poteva star ferme con la testa vuota, sguazzando in quel vuoto come si fa da bambini, quando non ci si deve preoccupare del lavoro del parrucchiere.


Era da qualche parte, quel mondo, sicuro. Forse non era neanche lontano, magari era là davanti a lei, ma girato di spalle. Forse bastava chiamarlo.


Ma con quale nome?


Marta iniziò a urlare come non aveva mai fatto. Compensava la mancanza di senso con il volume. Più forte urlava, e più l’altro mondo avrebbe dovuto girarsi a guardarla.


Guardami, sono qui, pensava mentre in gola le si accendeva il fuoco. Guardami, sono stata brava, me lo merito, nessuno se lo merita più di me.


La voce si affievolì fino a tramutarsi in un soffio di raucedine, ma davanti a lei non c’era alcun mondo, niente che potesse guardarla e ringraziarla per la sua semplice esistenza: c’era solo quell’imperfetta macchia bianca che si allargò fino ad avvolgerla tutta.

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Raccontino

L’ACQUA LO SA (SERENA GOBBO)


Mia moglie aveva cercato di avvertirmi, una delle ultime volte che mi ero chinato ad ascoltare i suoi sussurri. Aveva un fiato dolciastro, che attribuivo al glucosio delle flebo, e che invece era dovuto – ora lo so – alla carne che si disfaceva.
“Lui sta arrivando” aveva detto, e io avevo annuito, muto, senza notare che aveva detto “lui”, e non “lei”, come faceva nelle ultime settimane.


“Lei”, Clara la nominava spesso, e non era una figura impietosa con la falce sporca di sangue: era una donna velata a lutto che offriva una sua forma di accoglienza, e pronta a porgerle la mano per sollevarla un’ultima volta da quel letto che Clara non abbandonava ormai da mesi. “Lei” non era neanche una figura ossuta e spigolosa: era dotata di un corpo arrotondato e morbido, e di una voce delicata che la chiamava sottovoce con la delicatezza di un foulard di seta che ondeggiava al vento.
“Lei”, insomma, era una donna: imperscrutabile e profonda, come un pozzo nel quale si precipita con terrore ma che, in fondo, ci accoglie su uno strato di morbida terra misericordiosa.


“Lui” non sapevo chi fosse, ma quando tutto finì e tornai a casa, mi accorsi che qualcosa era cambiato. L’erba continuava a crescere lungo il canale; i runner continuavano ad allenarsi sulla strada davanti a casa nostra – mia -; le auto sul cavalcavia continuavano a correre; eppure Carla aveva avuto ragione per l’ultima volta: “lui” stava arrivando.
Se ne accorse anche Cristoforo: una mattina, due giorni dopo che ero tornato, mi destai alle otto e un quarto e saltai a sedere sul letto. Non avevo sentito il miagolio che per dodici anni mi aveva svegliato con una puntualità ragioneristica alle sette. Uscii in pigiama e pantofole e Cristoforo non c’era. Lo aspettai tutto il giorno e i giorni successivi; lo chiamai, gli lasciai i bocconcini nella ciotola, ma non lo vidi più, e alla fine dovetti regalare ad un’associazione le scatolette che lui non avrebbe più mangiato.


In questi mesi ho cercato di raccogliere degli indizi su di “lui”, di capire chi è, cosa vuole.


Il primo è stato lo sguardo di Carla. Quando mi parlava di “lei”, teneva gli occhi socchiusi, come se ci fosse stato un raggio di sole a sfiorarle le palpebre; ma quando aveva nominato “lui”, l’espressione era stata molto diversa. Sulle prime avevo pensato che l’avesse pungolata un dolore improvviso, sfuggito alle maglie delle droghe che le giravano per le vene: un guizzo di fuoco che le aveva fatto strabuzzare gli occhi e raddrizzare la schiena. Ma il dottore mi aveva tranquillizzato, ormai dolori fisici non ne poteva sentire.


Un altro indizio era stata la scomparsa di Cristoforo, che si allontanava solo quando arrivava un estraneo e che tornava non appena l’intruso se ne andava.
Infine, l’ho sentito anch’io. Lo sento anche ora. E’ decisamente “lui”. Non so che faccia abbia, nè cosa voglia, ma c’è, è qui con me, sempre.


La prima volta che l’ho sentito distintamente, stavo attraversando il ponte pedonale per andare alla candelora: mi è sempre piaciuto il rimbombo dei passi sul pavimento di legno e metallo, e il luccichio dell’acqua che si intravede tra i gerani; ma quella volta è stato molto diverso.
“Lui” era lì. Mi son girato. A parte me, solo una madre con una carrozzina. Ci siamo salutati con un cenno della testa e lei mi ha superato, accelerando. Ma “lui” era ancora lì.


Adesso, quando mi veglio di notte per andare in bagno, sento il suo fiato, calmo e ineluttabile. Di giorno, il sottofondo dell’autostrada copre il suo respiro, ma “lui” resta qua, in attesa, non so di cosa. Non so da dove viene, né se ha un nome o se qualcuno, con quel nome, lo ha mai chiamato.
Non so a chi rivolgermi. Clara e Cristoforo, che sapevano, se ne sono andati. Don Gino dice che è Gesù, che cerca di farmi sentire la sua vicinanza, ma non c’è niente di divino, in “lui”.


Quando attraverso il ponte sento che potrei quasi toccarlo, come se là, la grata di ferro dei gerani gli donasse una forza magnetica che lo rende denso, palpabile.


Stamattina, alla fine, ho capito che il ponte non c’entra nulla.


Stavo tornando dalla messa ed è stato come se qualcuno mi chiamasse. Mi sono affacciato al parapetto e ho guardato l’acqua che scorre sotto, e l’ho visto. Ho visto la sagoma della sua testa. Non ne distinguevo i lineamenti, ma era lui per forza, c’ero solo io sul ponte.


E’ l’acqua che me l’ha mostrato. L’acqua lo sa. Deve averlo incontrato nei suoi innumerevoli viaggi, dai monti al mare e dal mare al cielo. Lo ha affrontato, attraversato, forse sconfitto più volte. Forse.
Sa chi è, cosa vuole. Sa perché ha scelto me. E vuole dirmelo, aspetta solo che io vada da lei…


Stanotte.


Stanotte andrò dall’acqua col mio fardello di domande. Mi chinerò su di lei, come facevo con Clara negli ultimi giorni, e ascolterò quello che ha da dirmi.

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Quindici minuti

Arrivo alla fermata dell’autobus con un quarto d’ora d’anticipo. In quindici minuti possono succedere molte cose, anche se sono due anni che prendo l’ottantasette per tornare a casa dall’ufficio, e ormai conosco tutti di vista.

H. C. Bresson

Oggi però arriva qualcuno di nuovo: è una donna anziana, un po’ curva in avanti, che cammina guardandosi attorno. Indossa un prendisole verde di cotone grezzo che le lascia scoperte le braccia flaccide e grinzose. Quello che colpisce, sono le mollettine che porta sulle tempie, due cuoricini arancio fluorescente che, sui suoi capelli lisci e grigi, fanno l’effetto di due lampadine di Natale dimenticate.

Mi ricorda mia nonna: neanche lei badava al suo aspetto, le bastava che la frangia non le cadesse sugli occhi e che gli abiti le coprissero il corpo pesante. Era una donna d’azione, aveva sempre qualcosa per le mani e spesso quel qualcosa riguardava me: una calza da rammendare, un sacchetto di patatine, un cerotto. Quando la vedevo arrivare in bici, ogni mercoledì pomeriggio, le correvo incontro chiedendole se mi aveva portato qualcosa.

Erano sempre sciocchezze, magari solo un giornaletto o una barretta di cioccolata, ma mi accorgo che anche ora, a 40 anni, io dalle persone mi aspetto sempre qualcosa, come se mia nonna avesse incarnato il prototipo di essere umano che avrei voluto continuare a incontrare nella vita: una speranza spesso delusa.

Questa vecchia, ad esempio, non ha portato niente per me. Sotto il braccio tiene un sacchetto di plastica giallo, di quelli che il comune distribuisce per il secco: dentro intuisco ci sia qualcosa di morbido, forse vestiti, ma lei lo tiene stretto, proteggendolo con una mano.

Mi si avvicina.

“Quando arriva l’autobus?” mi chiede.

“Fra dieci minuti, più o meno.”

“Dove va?”

“A Oderzo. Ma lei dove deve andare?”

Lei mi guarda sospettosa e si stringe il sacchetto al petto.

“A Oderzo”, dice, ma si vede che non è convinta.

Si sentono delle urla che si avvicinano: “Paola! Paoletta!”

Sono due infermieri che corrono verso di noi. Devono essere della casa di cura Rizzola, qui accanto. La vecchia li vede e va a rincantucciarsi nell’angolo della pensilina, nascondendosi la testa sotto il sacchetto.

Gli infermieri la raggiungono col fiatone.

“Che ci fai qui?” chiede uno.

“Devo andare a Oderzo”, fa lei, senza togliere la testa da sotto il sacchetto.

“A far che?” chiede l’altro prendendole il braccio. “Dai, torna con noi, che tra un po’ incomincia il torneo di Scala Quaranta”.

Lei si gira di scatto: “Scala Quaranta? Avevate detto che dovevo farmi il bagno!”

I due infermieri si guardano, poi il primo le dice: “Prima il torneo, e dopo si vedrà”.

Il corpo della vecchia si rilassa, è come se un temporale estivo si fosse fermato di botto. “Ah, non posso saltare il torneo”, dice. “Stavolta metto la Alfonsa al tappeto!”

Consegna il sacchetto a uno degli infermieri e si avvia con loro verso il cancello della casa di cura.

“A Oderzo ci vado domani”, la sento dire da lontano.

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Culla come nuova

Quando andava al supermercato, Lucia amava leggere gli annunci della bacheca. Le piaceva immaginare le persone che vivevano dietro quei foglietti. A volte, mentre fantasticava sull’offerta di un appartamento in centro con ampia cucina, arrivava qualcuno ad attaccare un annuncio nuovo. Lucia si tirava indietro, fingeva di controllare i soldi nel portafoglio o la lista della spesa e poi, quando l’altro se ne andava, lo osservava: come era vestito, come camminava, come si guardava intorno. Infine, leggeva l’annuncio e cercava di capire le ragioni della vendita.


Il tipo cercava un insegnante per dare ripetizioni di inglese? Se era sciatto e con le scarpe impolverate, allora suo figlio era un fannullone che non aveva voglia di studiare; se invece indossava capi di buona fattura ed aveva un’andatura calma e riflessiva, allora doveva mandare la figlia in un centro estivo a Londra, uno di quelli dove i ragazzini portano le giacche con lo stemma della scuola e gli insegnanti gironzolano per il campus coi libri sottobraccio.


Per Lucia era un po’ come entrare nelle case altrui e osservare la gente senza essere vista, la aiutava a prendere spunti – cambiare le tende, andare in vacanza a bibione… – e a consolarsi quando gli altri stavano peggio di lei – Vendesi Audi A4 appena acquistata perché necessito urgentemente liquidità.
Gli annunci erano come pezzi di pelle dai quali si potevano dedurre fatti sulle persone: se lavavano i piatti senza guanti, se soffrivano di ritenzione idrica, quale era la loro razza, l’età, le ferite…

Un sabato pomeriggio, mentre si avvicinava all’entrata del supermercato spingendo il carrello, si accorse che davanti alla bacheca c’era una donna: tailleur perlato, due diamanti alle orecchie, una Louis Vuitton al braccio.
“Ecco che vende il collier che le ha regalato l’amante per non farsi scoprire dal marito”, pensò Lucia. “Anzi, no: con quella gonna corta, non mi meraviglierei che cercasse qualcuno con cui uscire. Una di quelle ricche annoiate che cercano brividi proibiti”.
Ma la donna non si spostava. Teneva in mano il foglietto giallo e non si decideva ad attaccarlo.


Lucia iniziò a cincischiare nel portafoglio, finse di cercare qualcosa nelle tasche, sistemò le ruote del carrello.
Niente, la donna non si muoveva. A Lucia non restò altro che andare a fare la spesa: avrebbe letto l’annuncio all’uscita.
Finiti gli acquisti, dalla cassa notò con piacere che la donna se n’era andata e che l’annuncio giallo troneggiava tra gli altri. Si affrettò a pagare e si diresse subito verso la bacheca.


C’era la foto di una culla, sul foglietto color canarino, con tanto di lenzuola coi coniglietti e il velo antizanzare.
Regalo culla come nuova, mai usata, neonato nato morto.

Lucia uscì dal supermercato a testa bassa. Quella fu l’ultima volta in cui si fermò a leggere gli annunci alla bacheca.

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Per me non esiste altro – Bernard Malamud @minimumfax

Ah, che belli questi librettini brevi ed intensi… Ogni riga di Malamud va letta e riletta e appuntata da qualche parte come promemoria perenne.

Malamud deve essere uno scrittore interessante, e non mancherò di leggere qualcosa di suo, ma complimenti anche a Francesco Longo che ha estrapolato queste perle di saggezza da tutta la produzione saggistica, dalle interviste e dalle lezioni di scrittura di Malamud, e le ha poi raggruppate in blocchi tematici:

  • La vocazione. Davanti al foglio bianco
  • Manuale di scrittura
  • Elogio dell’immaginazione
  • Moralità della scrittura
  • Contro i vizi
  • Il racconto e la poesia
  • Scrivere la propria vita
  • Scrivere l’ebraismo
  • Simboli, significati, letture

I consigli di Malamud sono da prendere come tutti gli altri consigli sulla scrittura: ognuno deve adattarli a sé. Per esempio, questo scrittore ammette di aver assolutamente bisogno di una scaletta prima di iniziare a scrivere e lo consiglia a tutti. Ma, solo per fare un esempio, Murakami inizia a scrivere senza scalette e poi vede come va…

Credo che questo libretto sia utile soprattutto per la dose di fiducia che ti dà; quando ad esempio ti dice “Mi dispero nel rileggere quasi tutte le prime stesure” oppure “occorre essere pazienti con quello che ci si aspetta che diventi una volta completata”, capisci che la fase del “ho scritto una ciofeca” la attraversano anche gli scrittori famosi!

Sono più di vent’anni che scrivo e certe volte, per una ragione o per l’altra, mi va così male che mi passa la voglia di continuare. Ma allora non faccio altro che riposarmi un po’ e poi passo a un altro racconto.

E poi mi piace molto la sua concezione della scrittura come mezzo per capire se stessi. Non si scrive per il mercato! Insomma, niente è obbligatorio per lo scrittore, tranne che scrivere bene, e se scrivi bene, anche se magari non diventerai miliardario, potrai mangiare con le parole.

Da leggere.

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Sfida del giorno

Smettere di leggere quando si sta mangiando qualcosa di unto con le mani….

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Non rubare – sulla violenza contro le donne

Il viso di Remo era piccolo. Quando mi spegneva una sigaretta sul collo pensavo sempre che non ce la facesse a contenere tutte le espressioni che lo attraversavano. Quando cambiava l’apertura degli occhi o la posizione delle sopracciglia, quando la bocca gli si piegava quasi ad angolo retto e gli zigomi si alzavano e abbassavano come maree impazzite, ogni volta provavo l’impulso di dirgli: fermati, basta! Non ci stanno più! Andiamo in cerca di un viso vuoto da riempire!
Ma la sua faccia alla fine ce la faceva sempre a riacquistare lo sguardo originale: l’occhio quasi tartaro che mi aveva fatto innamorare e la curva delle labbra che cedeva morbida sotto un bacio colpevole. Alla fine, invece, era la mia, di faccia, che urlava alla ricerca di una sosia senza lividi.
Ora, davanti a questa vetrina profumata di Natale, con i gioielli che riflettono il loro brillio come se lanciassero frecce di luce, guardo il Sector nero che mi riattiva i ricordi come un tasto maligno. È lo stesso modello che Remo mi aveva regalato per il mio trentesimo compleanno. È lo stesso quadrante in cui fissavo le lancette con la speranza di bloccarle un secondo prima che lui aprisse il portone. È lo stesso cinturino che lui, con fare da medico premuroso, mi staccava prima di torcermi il polso.
Anche ora che passeggio per il centro e che un foglio del tribunale ha rinchiuso Remo dietro a un muro, quando la lancetta sta per appoggiarsi sul sette, i muscoli del corpo mi si irrigidiscono e l’involucro che li contiene cigola per non far tracimare il sangue che mi sbatte le vene. L’ora in cui lui era solito rientrare è inscritta nel quadrante come un taglio nella carne, pulsa e sanguina senza rimarginarsi più.
Quando sono a casa e la pendola del corridoio suona sette rintocchi, è come se qualcuno mi insufflasse aria nel naso: sento il corpo gonfiarsi e la pelle tendersi fin quasi a scoppiare. Al settimo rintocco, percepisco il freddo della calce sulla schiena, anche se sono in piedi in mezzo alla stanza.
Poi, il silenzio.
Nessuna chiave entrerà nella toppa, nessun tacco picchierà me e il mio pavimento. Il silenzio che aspetta di venir riempito di urla e di bestemmie resterà vuoto.
Ma niente è più come prima.
Ormai respiro un vento che continua a infuriarmi tra le costole e che costringe il cuore a rincantucciarsi per offrire meno superficie alle frustate. L’aria non si placa neanche quando vado al Centro, mischiandola con le arie livide di altre donne come me. Avverto le tensioni appena entro, e non si sciolgono di certo quando arriva la psicologa: lei srotola sorrisi e come-stai, ma non può placare i venti, perché non li ha mai provati dentro di sé. L’ho vista una volta che tentava di consolare una nuova arrivata scoppiata in singhiozzi. Le parlava all’orecchio, teneva la schiena curva per inglobare empatia e una mano appoggiata sulla schiena sussultante come per tastarne la temperatura: con le dita dritte e lontane tra loro, quasi per paura di scottarsi.
No, niente è più come prima.
Ormai mi sono trasformata in un’investigatrice di volti, percepisco i cambi d’umore altrui prima dei legittimi proprietari. Risultato di quattro anni trascorsi a leggere il viso di Remo, a cercare di prevedere i suoi sbalzi, rapidi come magie di un prestigiatore. Ma nessun oroscopo, nessun indovino poteva prevedere quei futuri spezzati: gli episodi violenti iniziavano e finivano in tempi per conto proprio, staccati da ogni calcolo algebrico, impermeabili ad ogni veggenza; e il Remo del prima si riattaccava al Remo del poi come se in mezzo non ci fosse stato niente altro che un’interruzione pubblicitaria.
Le vetrine mi negano il riflesso, ubriache come sono di luci colorate. Meglio. Non voglio vedere, non voglio saperne del mio occhio destro artificiosamente spalancato su una sfera di vetro, come se fosse abituato a un monocolo perduto da troppo poco tempo. È uno dei regali di cui non sono riuscita a disfarmi, un presente che sconfina nel futuro senza chiedere il permesso. Non voglio guardare il cappotto elegante, né il corpo magro che tiene in ostaggio una personalità sbagliata. Fosse per me, vorrei il lungo collo di uno struzzo: potrei piegarlo e deporlo nel contenitore di ricordi che è ormai la mia testa; un espediente da adottare con ogni persona che incrocio, e che sa. Perché in guerra non basta combattere dalla parte giusta per sopravvivere. Chi torna dalla guerra si porta addosso la domanda altrui: e chi non ce l’ha fatta?
Io sì, ce l’ho fatta, sono qui a raccontarlo.
E allora forza, reduce, spegni la luce della stanza che sono i tuoi ricordi! Sciacquati il cervello, lava via le immagini sporche! Attacca i tuoi sogni alla zampa di un piccione viaggiatore e sta a guardare fin dove arrivano!
No, tutto è inutile.
Vedo la felicità a pochi passi da me, ma è il pezzo unico di un museo fin troppo sorvegliato: la teca la contiene e mi irride. È una felicità che non si può toccare. E so che se anche riuscissi a infrangere il vetro, ad afferrarla e a portarla via tra le sirene e gli allarmi dei miei ricordi, poi, alla fine, mi sentirei in colpa per averla rubata.

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L’agave

Sono l’agave puntuta.
Sopravvivo e bramo la pioggia che mi dileggia negandosi. Vivo sotto terra, nel mio nucleo calmo che, a volte, si rivela in un profumo: monca di narici lo lascio disperdere nel vuoto.
Mi estendo nelle quattro dimensioni: attorno a me musi prudenti mi studiano e poi mi evitano. Le mie braccia allontanano l’aria e gli sguardi.
Infliggo le spine alla terra che ingloba il mio passato: denti di serpente iniettano veleno che poi riassorbo con radici assetate. Mi allungo verso il basso con le punte ocra delle dita, scavo origini che non posso amputare.
Una sola foglia tende verso il cielo: testarda, smeraldina e cieca, punta la spina come a bucare le nuvole. Le ferità, forse, un giorno. E il sangue piovano, precipitando a lame, si infiltrerà nelle falde della memoria.
Sono l’agave puntuta.
Inghiotto la mia linfa, protraggo le spine e non posso sfiorare nessuno senza bucargli l’anima.

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SORRIDI E BASTA


Sfarfallava coi gomiti, un gallo che non sa di non poter volare, che tratteggia il territorio con le piume. Il bicchiere affiorava a tratti dallo straccio e cigolava, asciutto, ma Romeo, il barista, continuava la mimica animale perché i baristi fanno così.
– Io gliel’ho detto alla mia ragazza: lavoro dalla mattina alla sera, tutti i giorni della settimana, e quando arrivano le ferie, voglio stravaccarmi. TV e patatine. Chiudo tutto, non solo il bar. Lei all’inizio ci provava, ma ora ha capito. Così quest’anno le ho fatto un regalo e le ho pagato il viaggio alle Maldive. Partiamo a ottobre.
Il locale era quasi vuoto. Al bancone era appoggiato il vigile con un sorriso a metà: l’altra metà se n’era andata con l’ictus l’anno prima.
– Con un gioiellino come la tua ragazza, gliele pagherei pure io le Maldive! – disse alzando la testa e lo spritz.
Mangiucchiavo il tramezzino e sudavo. Eppure non faceva così caldo.
– Io ho messo subito le cose in chiaro con lei. Se vuoi stare con me, le regole le detto io. Se mi sento di farti un regalo per San Valentino, te lo faccio, sennò niente piagnistei. E se c’è la partita, non ci sono santi né madonne. Punto.
– Bravo. Perché se alle donne lasci un dito, poi te lo strappano a morsi! – disse il vigile finendo lo spritz. – Fammi andare, che non sono fortunato come te, io.
Romeo venne verso di me. Aveva ancora lo straccio e il bicchiere in mano ma aveva smesso di svolazzare.
– Si fa così per dire, verso signora?
Assentii, e inghiottii un boccone troppo grande per mandarlo già senza bere.
La settimana successiva mi ritrovai di nuovo al bar da Romeo. La birreria era chiusa per ferie e se volevo mangiare un boccone prima di tornare in ufficio, quello era il locale più vicino. La sala era quasi piena, come se fosse diventata il punto di raccolta prima di partire per qualche destinazione sconosciuta.
Notai subito una ragazza che volava tra i tavoli: indossava dei pantaloncini a mutandina e una maglia zero-dodici.
– Bea, vai a prendere i tramezzini in cucina, per favore, – disse Romeo appoggiando due tazzine su un vassoio. Aveva la stessa voce che gli avevo già sentito usare col vigile, ma percepivo un tono diverso, come se la scansione delle sillabe seguisse il ritmo di un metronomo troppo veloce.
– Come si chiama? – chiese un tizio con la giacca catarifrangente che gli faceva brillare il sudore sulla fronte.
– beatrice, – disse Romeo appoggiandogli una tazzina sul tavolo.
– E tu la chiami Bea? Ti prendi sempre queste confidenze con le dipendenti?
– Macché dipendente! È la mia ragazza! – disse Romeo, e intanto toglieva delle carte dal tavolino.
– Lei? – esclamò l’uomo fluorescente, indicando col dito la porta in cui la ragazza era sparita. Poi strinse le labbra e tirò indietro la testa. La sua ammirazione mi sembrò solo un poco macchiata da uno schizzo di delusione.
– Complimenti! – disse un uomo che aveva appena appoggiato una banconota sul bancone. Anche lui guardava la porta socchiusa.
Romeo accelerò il passo e fu subito davanti al registratore di cassa a ticchettare sui tasti. Beatrice uscì con due vassoi, uno per mano, coperti da tovagliolini bianchi. Tutti gli occhi del locale erano rivolti a lei, e lei, tenendo alti i tramezzini, si lasciò squadrare i fianchi morbidi, le gambe dorate.
– Ti fa lavorare durante le ferie? – chiese l’uomo al bancone mentre si metteva il resto in tasca.
Lei lo guardò, sorrise e iniziò a sistemare i tramezzini sui vassoi vuoti della vetrinetta.
Quando finii la pizzetta, ordinai un gelato. Poi presi il caffè, che non bevo quasi mai. Poi un’altra Coca. Restai là finché la pausa pranzo me lo permise, calcolando i minuti che potevo sfruttare prima di scattare in auto per andare in ufficio; ma fu tutto inutile. Nei tre quarti d’ora che restai nel locale non riuscii a sentire alcuna parola uscire dalla bocca di Beatrice. Come se avesse deciso che la sua voce fosse inutile, che ogni emanazione del suo corpo, se smaterializzata dal corpo stesso, non avesse diritto di cittadinanza nel bar.
Come se qualcuno l’avesse istruita: sorridi e basta.

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