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Per me non esiste altro – Bernard Malamud @minimumfax

Ah, che belli questi librettini brevi ed intensi… Ogni riga di Malamud va letta e riletta e appuntata da qualche parte come promemoria perenne.

Malamud deve essere uno scrittore interessante, e non mancherò di leggere qualcosa di suo, ma complimenti anche a Francesco Longo che ha estrapolato queste perle di saggezza da tutta la produzione saggistica, dalle interviste e dalle lezioni di scrittura di Malamud, e le ha poi raggruppate in blocchi tematici:

  • La vocazione. Davanti al foglio bianco
  • Manuale di scrittura
  • Elogio dell’immaginazione
  • Moralità della scrittura
  • Contro i vizi
  • Il racconto e la poesia
  • Scrivere la propria vita
  • Scrivere l’ebraismo
  • Simboli, significati, letture

I consigli di Malamud sono da prendere come tutti gli altri consigli sulla scrittura: ognuno deve adattarli a sé. Per esempio, questo scrittore ammette di aver assolutamente bisogno di una scaletta prima di iniziare a scrivere e lo consiglia a tutti. Ma, solo per fare un esempio, Murakami inizia a scrivere senza scalette e poi vede come va…

Credo che questo libretto sia utile soprattutto per la dose di fiducia che ti dà; quando ad esempio ti dice “Mi dispero nel rileggere quasi tutte le prime stesure” oppure “occorre essere pazienti con quello che ci si aspetta che diventi una volta completata”, capisci che la fase del “ho scritto una ciofeca” la attraversano anche gli scrittori famosi!

Sono più di vent’anni che scrivo e certe volte, per una ragione o per l’altra, mi va così male che mi passa la voglia di continuare. Ma allora non faccio altro che riposarmi un po’ e poi passo a un altro racconto.

E poi mi piace molto la sua concezione della scrittura come mezzo per capire se stessi. Non si scrive per il mercato! Insomma, niente è obbligatorio per lo scrittore, tranne che scrivere bene, e se scrivi bene, anche se magari non diventerai miliardario, potrai mangiare con le parole.

Da leggere.

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Sfida del giorno

Smettere di leggere quando si sta mangiando qualcosa di unto con le mani….

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Non rubare – sulla violenza contro le donne

Il viso di Remo era piccolo. Quando mi spegneva una sigaretta sul collo pensavo sempre che non ce la facesse a contenere tutte le espressioni che lo attraversavano. Quando cambiava l’apertura degli occhi o la posizione delle sopracciglia, quando la bocca gli si piegava quasi ad angolo retto e gli zigomi si alzavano e abbassavano come maree impazzite, ogni volta provavo l’impulso di dirgli: fermati, basta! Non ci stanno più! Andiamo in cerca di un viso vuoto da riempire!
Ma la sua faccia alla fine ce la faceva sempre a riacquistare lo sguardo originale: l’occhio quasi tartaro che mi aveva fatto innamorare e la curva delle labbra che cedeva morbida sotto un bacio colpevole. Alla fine, invece, era la mia, di faccia, che urlava alla ricerca di una sosia senza lividi.
Ora, davanti a questa vetrina profumata di Natale, con i gioielli che riflettono il loro brillio come se lanciassero frecce di luce, guardo il Sector nero che mi riattiva i ricordi come un tasto maligno. È lo stesso modello che Remo mi aveva regalato per il mio trentesimo compleanno. È lo stesso quadrante in cui fissavo le lancette con la speranza di bloccarle un secondo prima che lui aprisse il portone. È lo stesso cinturino che lui, con fare da medico premuroso, mi staccava prima di torcermi il polso.
Anche ora che passeggio per il centro e che un foglio del tribunale ha rinchiuso Remo dietro a un muro, quando la lancetta sta per appoggiarsi sul sette, i muscoli del corpo mi si irrigidiscono e l’involucro che li contiene cigola per non far tracimare il sangue che mi sbatte le vene. L’ora in cui lui era solito rientrare è inscritta nel quadrante come un taglio nella carne, pulsa e sanguina senza rimarginarsi più.
Quando sono a casa e la pendola del corridoio suona sette rintocchi, è come se qualcuno mi insufflasse aria nel naso: sento il corpo gonfiarsi e la pelle tendersi fin quasi a scoppiare. Al settimo rintocco, percepisco il freddo della calce sulla schiena, anche se sono in piedi in mezzo alla stanza.
Poi, il silenzio.
Nessuna chiave entrerà nella toppa, nessun tacco picchierà me e il mio pavimento. Il silenzio che aspetta di venir riempito di urla e di bestemmie resterà vuoto.
Ma niente è più come prima.
Ormai respiro un vento che continua a infuriarmi tra le costole e che costringe il cuore a rincantucciarsi per offrire meno superficie alle frustate. L’aria non si placa neanche quando vado al Centro, mischiandola con le arie livide di altre donne come me. Avverto le tensioni appena entro, e non si sciolgono di certo quando arriva la psicologa: lei srotola sorrisi e come-stai, ma non può placare i venti, perché non li ha mai provati dentro di sé. L’ho vista una volta che tentava di consolare una nuova arrivata scoppiata in singhiozzi. Le parlava all’orecchio, teneva la schiena curva per inglobare empatia e una mano appoggiata sulla schiena sussultante come per tastarne la temperatura: con le dita dritte e lontane tra loro, quasi per paura di scottarsi.
No, niente è più come prima.
Ormai mi sono trasformata in un’investigatrice di volti, percepisco i cambi d’umore altrui prima dei legittimi proprietari. Risultato di quattro anni trascorsi a leggere il viso di Remo, a cercare di prevedere i suoi sbalzi, rapidi come magie di un prestigiatore. Ma nessun oroscopo, nessun indovino poteva prevedere quei futuri spezzati: gli episodi violenti iniziavano e finivano in tempi per conto proprio, staccati da ogni calcolo algebrico, impermeabili ad ogni veggenza; e il Remo del prima si riattaccava al Remo del poi come se in mezzo non ci fosse stato niente altro che un’interruzione pubblicitaria.
Le vetrine mi negano il riflesso, ubriache come sono di luci colorate. Meglio. Non voglio vedere, non voglio saperne del mio occhio destro artificiosamente spalancato su una sfera di vetro, come se fosse abituato a un monocolo perduto da troppo poco tempo. È uno dei regali di cui non sono riuscita a disfarmi, un presente che sconfina nel futuro senza chiedere il permesso. Non voglio guardare il cappotto elegante, né il corpo magro che tiene in ostaggio una personalità sbagliata. Fosse per me, vorrei il lungo collo di uno struzzo: potrei piegarlo e deporlo nel contenitore di ricordi che è ormai la mia testa; un espediente da adottare con ogni persona che incrocio, e che sa. Perché in guerra non basta combattere dalla parte giusta per sopravvivere. Chi torna dalla guerra si porta addosso la domanda altrui: e chi non ce l’ha fatta?
Io sì, ce l’ho fatta, sono qui a raccontarlo.
E allora forza, reduce, spegni la luce della stanza che sono i tuoi ricordi! Sciacquati il cervello, lava via le immagini sporche! Attacca i tuoi sogni alla zampa di un piccione viaggiatore e sta a guardare fin dove arrivano!
No, tutto è inutile.
Vedo la felicità a pochi passi da me, ma è il pezzo unico di un museo fin troppo sorvegliato: la teca la contiene e mi irride. È una felicità che non si può toccare. E so che se anche riuscissi a infrangere il vetro, ad afferrarla e a portarla via tra le sirene e gli allarmi dei miei ricordi, poi, alla fine, mi sentirei in colpa per averla rubata.

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L’agave

Sono l’agave puntuta.
Sopravvivo e bramo la pioggia che mi dileggia negandosi. Vivo sotto terra, nel mio nucleo calmo che, a volte, si rivela in un profumo: monca di narici lo lascio disperdere nel vuoto.
Mi estendo nelle quattro dimensioni: attorno a me musi prudenti mi studiano e poi mi evitano. Le mie braccia allontanano l’aria e gli sguardi.
Infliggo le spine alla terra che ingloba il mio passato: denti di serpente iniettano veleno che poi riassorbo con radici assetate. Mi allungo verso il basso con le punte ocra delle dita, scavo origini che non posso amputare.
Una sola foglia tende verso il cielo: testarda, smeraldina e cieca, punta la spina come a bucare le nuvole. Le ferità, forse, un giorno. E il sangue piovano, precipitando a lame, si infiltrerà nelle falde della memoria.
Sono l’agave puntuta.
Inghiotto la mia linfa, protraggo le spine e non posso sfiorare nessuno senza bucargli l’anima.

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SORRIDI E BASTA


Sfarfallava coi gomiti, un gallo che non sa di non poter volare, che tratteggia il territorio con le piume. Il bicchiere affiorava a tratti dallo straccio e cigolava, asciutto, ma Romeo, il barista, continuava la mimica animale perché i baristi fanno così.
– Io gliel’ho detto alla mia ragazza: lavoro dalla mattina alla sera, tutti i giorni della settimana, e quando arrivano le ferie, voglio stravaccarmi. TV e patatine. Chiudo tutto, non solo il bar. Lei all’inizio ci provava, ma ora ha capito. Così quest’anno le ho fatto un regalo e le ho pagato il viaggio alle Maldive. Partiamo a ottobre.
Il locale era quasi vuoto. Al bancone era appoggiato il vigile con un sorriso a metà: l’altra metà se n’era andata con l’ictus l’anno prima.
– Con un gioiellino come la tua ragazza, gliele pagherei pure io le Maldive! – disse alzando la testa e lo spritz.
Mangiucchiavo il tramezzino e sudavo. Eppure non faceva così caldo.
– Io ho messo subito le cose in chiaro con lei. Se vuoi stare con me, le regole le detto io. Se mi sento di farti un regalo per San Valentino, te lo faccio, sennò niente piagnistei. E se c’è la partita, non ci sono santi né madonne. Punto.
– Bravo. Perché se alle donne lasci un dito, poi te lo strappano a morsi! – disse il vigile finendo lo spritz. – Fammi andare, che non sono fortunato come te, io.
Romeo venne verso di me. Aveva ancora lo straccio e il bicchiere in mano ma aveva smesso di svolazzare.
– Si fa così per dire, verso signora?
Assentii, e inghiottii un boccone troppo grande per mandarlo già senza bere.
La settimana successiva mi ritrovai di nuovo al bar da Romeo. La birreria era chiusa per ferie e se volevo mangiare un boccone prima di tornare in ufficio, quello era il locale più vicino. La sala era quasi piena, come se fosse diventata il punto di raccolta prima di partire per qualche destinazione sconosciuta.
Notai subito una ragazza che volava tra i tavoli: indossava dei pantaloncini a mutandina e una maglia zero-dodici.
– Bea, vai a prendere i tramezzini in cucina, per favore, – disse Romeo appoggiando due tazzine su un vassoio. Aveva la stessa voce che gli avevo già sentito usare col vigile, ma percepivo un tono diverso, come se la scansione delle sillabe seguisse il ritmo di un metronomo troppo veloce.
– Come si chiama? – chiese un tizio con la giacca catarifrangente che gli faceva brillare il sudore sulla fronte.
– beatrice, – disse Romeo appoggiandogli una tazzina sul tavolo.
– E tu la chiami Bea? Ti prendi sempre queste confidenze con le dipendenti?
– Macché dipendente! È la mia ragazza! – disse Romeo, e intanto toglieva delle carte dal tavolino.
– Lei? – esclamò l’uomo fluorescente, indicando col dito la porta in cui la ragazza era sparita. Poi strinse le labbra e tirò indietro la testa. La sua ammirazione mi sembrò solo un poco macchiata da uno schizzo di delusione.
– Complimenti! – disse un uomo che aveva appena appoggiato una banconota sul bancone. Anche lui guardava la porta socchiusa.
Romeo accelerò il passo e fu subito davanti al registratore di cassa a ticchettare sui tasti. Beatrice uscì con due vassoi, uno per mano, coperti da tovagliolini bianchi. Tutti gli occhi del locale erano rivolti a lei, e lei, tenendo alti i tramezzini, si lasciò squadrare i fianchi morbidi, le gambe dorate.
– Ti fa lavorare durante le ferie? – chiese l’uomo al bancone mentre si metteva il resto in tasca.
Lei lo guardò, sorrise e iniziò a sistemare i tramezzini sui vassoi vuoti della vetrinetta.
Quando finii la pizzetta, ordinai un gelato. Poi presi il caffè, che non bevo quasi mai. Poi un’altra Coca. Restai là finché la pausa pranzo me lo permise, calcolando i minuti che potevo sfruttare prima di scattare in auto per andare in ufficio; ma fu tutto inutile. Nei tre quarti d’ora che restai nel locale non riuscii a sentire alcuna parola uscire dalla bocca di Beatrice. Come se avesse deciso che la sua voce fosse inutile, che ogni emanazione del suo corpo, se smaterializzata dal corpo stesso, non avesse diritto di cittadinanza nel bar.
Come se qualcuno l’avesse istruita: sorridi e basta.

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IL PARADISO RIFIUTATO

imageCapita a tutti di morire, prima o poi. Quando è successo a me, non me ne sono neanche accorto, preso com’ero nel gusto di una quaglia in umido il giorno di Pasqua. Ne ero completamente rapito, avevo perso la percezione di mia moglie che descriveva a mia suocera i cucchiaini appena acquistati, non sentivo più il ciangottare ovattato della Ecce ancilla Dominis, né vedevo i figli di mio cugino che si spartivano l’uovo di cioccolato sotto il tavolo. Io ero solo con la quaglia e la mia salivazione, concentrato nel movimento della masticazione, monotono, eppure mai così eccitante, simile ad un coito; inghiottivo e, col bolo che scendeva, diventavo un po’ quaglia pure io.
Come avrò fatto a non percepire l’ossicino sperso tra il paradiso delle carni, ancora non l’ho so. Eppure nell’autopsia si è scoperto che non era neppure tanto piccolo. Strano: io che sono sempre stato un cultore dell’uniformità nella texture dei cibi, che ho sempre aborrito i grumi del purè e che non mangiavo pesce per l’idiosincrasia delle spine. A me quell’ossicino è scappato. Non sono riuscito a controllare l’unico corpo estraneo che è entrato nella mia vita e che, con la sua presenza, se l’è portata via. Il trapasso è stato duro ma breve. Dopo i primi secondi di dolore e panico, mi deve essere entrato in circolo qualche tipo di ormone che mi ha rilassato i sensi tutti in un colpo e anche se sono morto con gli occhi aperti nello spasimo non mi vergogno di dire che, sì, sono morto bene.
In fondo ero stanco di quello che ero: me ne accorgo ora, col culo su una nuvola, mentre sto ad osservare mia sorella che rinfaccia a mia moglie di non avermi mai voluto bene. Non è vero. Me ne ha voluto, per i suoi tempi: le litigate e l’apatia, in fondo, erano frutto del matrimonio, non di una colpa di Clarissa.
La monotonia è un nemico spietato, ti comprime le energie nel corpo per non farle uscire e tu, che non sai più da che parte girarti, ti arrangi alla bene e meglio; Clarissa si sfogava con le invettive. Le nascevano spontanee nello stomaco e poi le salivano in gola come un reflusso. Semplicemente, doveva pronunciarle, e chi c’era, c’era. Un giorno mi augurò che mi investissero le Frecce Tricolori. Un’altra volta, che fingevo di leggere il giornale per non rispondere alle sue lamentele, mi disse di smetterla di fare il concentrato come un detersivo per piatti. Ha sempre avuto spirito artistico, Clarissa. Peccato che molte sue espressioni me le stia dimenticando. Forse è questo posto che mi brucia i ricordi, e p oi, con tutto il vento che c’è a queste altezze, la cenere si solleva e se ne va. Dopotutto, sono morto, che me ne devo fare di tutti i miei ricordi? Mi sono “ricongiunto alla mia ombra”, ha detto il prete all’omelia per il mio funerale, senza tener conto del fatto che prima di nascere noi di ombre non ne abbiamo. Ce le creiamo vivendo, quelle, e poi ce le portiamo dietro: servono a distinguerci meglio dagli altri, visto che la luce intensa, oltre a smorzarci i lineamenti, ci chiude la vista.
Ma poi, quali erano le mie ombre? La mia casa si poteva ben definire villa, mia moglie era stata una delle donne più desiderate del paese, i miei due figli si sono entrambi laureati e io prendevo uno stipendio che era il doppio di quello di mio cognato, che lavorava in banca e se ne vantava tanto. Insomma, nel mio piccolo ero un uomo arrivato.
Ma ecco che si avvicina un angelo. O forse è un morto semplice, ancora non li distinguo, visto che le ali qui non le porta nessuno. Dicono che è per non fare differenze. Secondo me, invece, è per renderci tutti uguali.
– Tra un po’ compi l’anno, dunque, – mi dice senza salutare. Anche i saluti sono banditi qui, per non mettere l’accento sul fatto che si sono incontrati due spiriti: se si parte dal presupposto che siamo un unico corpo, non ha senso che un braccio saluti la milza.
– L’anno di che? – gli chiedo.
– Della tua morte. Quando avrai compiuto l’anno diventerai a tutti gli effetti un membro del Paradiso.
Strano, penso: da vivo festeggi il giorno della tua nascita; qui festeggio il giorno della mia morte.
– Perché, fino ad ora non ero un membro del Paradiso? – chiedo.
– Per la precisione, tu ora sei un’anima. E da come te ne stati qui seduto a guardar giù, si capisce che non sei ancora entrato davvero in Paradiso. Stai ancora pensando a quello che eri, vero?
– Effettivamente sì, – ammetto. – Ma se si esclude che non ho più un corpo, che non devo mangiare, respirare né andare in bagno, io sono ancora quello che ero.
Quella piega la testa di lato, come se non mi capisse. Forse crede che essendo io lontano dal mio ambiente, dalla mia azienda e dalla mia famiglia, soffra di qualche tipo di menomazione della personalità. Non sa, lui, che io avevo raggiunto un grado di autonomia a dir poco invidiabile, dal punto di vista non solo finanziario, ma anche emotivo e intellettuale. Non sa, lui, che quando mi mettevo in testa di raggiungere un obiettivo, io lo raggiungevo; così ho fatto con la Porsche, con l’amante, con la patente nautica.
– Bè, – mi dice lui, – è ora che tu diventa a tutti gli effetti un membro di questo luogo, e col compimento dell’anno lo diverrai.
– Come?
– Non te ne accorgerai neanche: semplicemente, resterai senza ricordi terreni. Tutta la tua mente sarà libera di contemplare questo…
Allarga il braccio, teatrale. Quello che mi offre alla vista è il cielo, qualche nuvola sparsa e qualche anima, o angelo che sia, che si sposta qua e là senza apparente motivo. Fino ad ora mi ci sono sentivo a mio agio qui, tutto molto calmo, nessun rumore, nessuna lite tra vicinanti, e la possibilità di guardarsi lo spettacolo di quelli rimasti giù tra lo smog e le tasse. Ma questo tizio mi sta dicendo che tra due giorni, l’8 aprile, io non sarò più io, diventerò “noi”.
– Non sono sicuro di volerlo, – gli dico.
Lui mi sorride. Forse già mi considera come il suo alluce o forse considera se stesso come il mio orecchio.
– Molti fanno resistenza, prima. Ma una volta entrati nel Regno, nessuno vuole poi più uscirne.
E allora glielo chiedo: – Senti un po’: sono qui da un anno e ancora non si è visto nessuno. Voglio dire: Dio dov’è?
Lui ride e mi indispone non poco. Non sono uno sprovveduto, ho letto i miei libri e sono stato ricevuto due volte dal Papa nella giornata della Famiglia. Mi ritengo in diritto di sapere.
– Ma Dio siamo noi. Sai, dove due o tre sono uniti nel mio nome… sì, lo sai come va a finire, non sei uno sprovveduto, tu.
Forse mi legge già nel pensiero, e questo mi indispone ancora di più, perché la cosa non è reciproca. Inoltre la sua voce mi risulta alquanto lassativa, quasi non apre la bocca quando parla, come se sapesse che quel che ha da dire fosse, in qualche modo, colpevole.
– Temo che nel mio caso dovrete fare un’eccezione, – gli dico rimettendomi comodo per osservare i miei comuni mortali rimasti a terra. – Non ho nessuna intenzione di lasciarmi derubare dei miei ricordi. Io… mi ci sono affezionato, ecco.
Il tipo si raddrizza sulla schiena, ma poi si controlla e cerca di apparire di nuovo rilassato.
– Vorrei che tu ci ripensassi, – mi dice congiungendo le mani sopra il ventre. Forse è un angelo, o comunque uno che ha studiato teologia da vivo e che ora si sente rivestito i un qualche tipo di superiorità, tanto da mostrare atteggiamenti preteschi, ma con me non attacca.
– Chi non accetta l’Unione, – continua con quella bocca che fatica ad aprirsi, – non può stare qui.
Tace e aspetta incrociando le braccia. Io do un’altra occhiata ai miei. Clarissa ha strisciato la portiera della BMW sulla colonna del portico e fin da quassù vedo le lacrime che le scendono lungo le guance. Abbiamo una buona vista, da anime, lo ammetto. In tutti gli anni che sono rimasto sposato con lei, ho sempre visto il suo visto asciutto, quasi secco di fondotinta. Gli occhi ogni tanto erano un poco più lucidi del solito, è vero, ma ho sempre creduto che gli umori femminili seguissero un ciclo tutto loro, che li portava a comparire, aumentare e poi progressivamente sparire con l’andamento delle secrezioni ormonali. Ma in questo caso le sue lacrime non dipendono dalle mestruazioni perché è appena tornata dalla casa di Riccardo, il mio ex commercialista, con cui si è lasciata andare in un’orgia di sesso sfrenato. Roba che con me non ha mai neanche lontanamente pianificato.
– Se non posso restare qui, – chiedo al tipo, – dove dovrei andare allora?
Lui scioglie le braccia e con l’indice fa un movimento secco, di uno che batte su un tavolo dove c’è una carta geografica per mostrare il punto in cui si trova una città. Solo che qui non c’è nessun tavolo, nessuna carta geografica, nessuna città. La punta del suo indice è rivolta al mondo sotto di noi.
– Cioè, – provo a interpretare, – devo resuscitare?
Lui ha ormai abbandonato ogni atteggiamento conciliante e scuote la testa. Allora capisco: con quel gesto non voleva dirmi “giù”, come può dirtelo il controllore del treno che ti scopre senza biglietto. Lui voleva dire “molto più giù”, ma proprio sotto terra, al buio riscaldato e illuminato dal fuoco dell’inferno.
D’un tratto mi prende uno schifo per questo tipo che non si è neanche identificato, che non si capisce quale autorità rivesta, che non si degna neanche di indossare qualche tipo di divisa. Forse non si ricorda neppure il suo nome perché glielo hanno fatto dimenticare col lavaggio del cervello, e lui viene qua a decidere dove mettere la mia anima. Però mi controllo perché in questo posto sono tutti calmi, nessuno alza mai la voce.
Sono sempre stato un tipo impulsivo di natura, ma arrivato ai cinquanta sono riuscito a controllare anche questo aspetto del mio carattere. Ho dovuto farlo per via dell’azienda, del rapporto coi dipendenti e coi clienti. Mi sono messo in testa che dovevo trovare un modo per evitare bestemmie, sputi in faccia e voce rauca a forza di urla; mi sono messo a pensare quale poteva essere questo modo e, come tutti gli obiettivi che mi sono posto nella vista, l’ho trovato: per tenere sotto controllo la propria rabbia, bisogna evitare di guardare le persone negli occhi. Entra in gioco la nostra parte animale: gli occhi che si guardano generano energia e, se sei poco poco alterato, quell’energia diventa aggressività. Ecco perché non bisogna fissare a lungo i cani negli occhi né altri animali dotati di denti o unghie.
Metto in pratica quanto ho imparato anche con questo essere che mi sta davanti e distolgo gli occhi da lui. Ricomincio a guardare Clarissa.
La portiera della BMW è ancora aperta e lei è seduta con la schiena appoggiata alla colonna strusciata. Continua a piangere, sembra disperata. Tiene la bocca aperta e storta, sembra una bambina che è appena stata ingiustamente sculacciata. Inizia anche a colarle il naso. Il muco si mischia alle lacrime e le cade sulla giacca bianca di Armani ma lei, che è sempre stata una maniaca dei tessuti immacolati, non se ne cura. Non si cura neanche che i vicini possano sentirla o, peggio, vederla. Sta tenendo un comportamento assolutamente irrazionale: ha sempre odiato quella BMW. Lei era un’amante delle auto sportive, più veloci, ma soprattutto più piccole e più facili da parcheggiare. E poi, coi soldi che le ho lasciato, può decidere se sistemare il graffio o se cambiare macchina: per quello che è il suo portafoglio, non c’è differenza. Anzi, c’è sempre la Porsche, nell’altro garage. E allora che bisogno c’è di questa sceneggiata?
Il tipo mi sta sempre davanti, ora ha iniziato a tamburellare sulla nuvola col piede, se continua così tra un po’ la farà dissipare tutta. Non provoca alcun rumore, ma lo vedo con la coda dell’occhio: ce la sta mettendo tutta per farmi svalvolare. Ma io ho un’immagine da salvaguardare. E ho anche un’immagine, un’altra, da continuare a osservare, quella di mia moglie che continua a piangere senza motivo.
No, non senza motivo: lei ha sempre fatto tutto per qualche ragione ben identificata. È un po’ come me: quando vuole qualcosa, la fa. In fondo eravamo molto simili, forse è per questo che litigavamo così spesso.
Però mi diceva sempre che se fossi morto per primo, lei avrebbe venduto la BMW, che lei chiamava, nella sua artistica capacità metaforica, il carro funebre. E invece l’automobile è ancora là, sbucciata, ma è ancora là, anzi, l’ha preferita alla Porsche per andare dall’amante. Perché?
Mi viene un dubbio: e se l’avesse tenuta in ricordo di me?
Dubbio assurdo visto che è appena tornata da un incontro estremo con il commercialista. Eppure…. Quale altro motivo ci potrebbe essere?
È un dubbio davvero assurdo anche perché, soprattutto negli ultimi anni, non si può dire che andassimo d’accordo. Le avevo perfino confessato di avere un’amante, e non per reconditi rimorsi, ma proprio perché volevo farle del male, farle vedere che non avevo bisogno di lei. A ripensarci, gliene ho combinate alcune ben poco gentili. Se me le elenco tutte, ora mi chiedo anche perché mi abbiano mandato qui da morto. Ma guardando la desolazione che c’è qui attorno, forse la risposta è semplice: volevano far numero.
Il tizio non si schioda. Ho sempre immaginato che le anime fossero entità discrete, se non gentili, e ora mi debbo ricredere.
– Sai che ti dico? – lo apostrofo più per togliermelo dai piedi che per verbalizzare il messaggio che non può non aver capito. – Io l’Unione non la voglio.
Lui apre la bocca, finalmente. E apre anche gli occhi dalla sorpresa, la sua faccia assomiglia a una bambola di pezza coi lineamenti disegnati.
– È inaudito!- esclama. Se prima non capivo come potesse parlare con la bocca socchiusa, ora mi chiedo come faccia senza mai unire le labbra.
– L’Unione è lo scopo per cui siamo qui! La rinuncia alle tue miserie terrene ti darà la pace eterna, se rifiuti l’Unione resterai per sempre un essere umano senza corpo, ti dannerai per l’eternità!
– Io voglio tenermeli i miei ricordi, – gli dico incrociandole braccia, e lo guardo fisso in faccia, ormai non ho più niente da perdere.
– E sia! – mi dice lui alzando il mento, tanto che mi viene il dubbio che voglia mostrarmi la sua gola per qualche sconosciuto motivo. La guardo con attenzione, caso mai ci fosse il distintivo che tanto mi serviva, ma non trovo nulla.
Ho fatto la mia scelta, e non torno indietro. Resterò quello che sono sempre stato e i miei ricordi e i miei dubbi, quasi essi siano, mi faranno compagnia ovunque mi mandino.

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Ingenuità giovanile…

Non tutti i capitani d’azienda si sentono Dio solo in forza della sedia su cui stanno. Alcuni hanno bisogno di supporti, stampelle, anche se per poche ore. Li vediamo dritti in piedi che ci danno ordini, o dietro scrivanie pesanti come le fabbriche che si portano sulle spalle, non ci poniamo neanche il problema, noi dall’altra parte, che pure loro abbiano bisogno di valvole di sfogo.
Nella prima azienda in cui assunsi il ruolo di commerciale, il direttore era uno giovane, non arrivava ai trentacinque. Lui e sua sorella avevano preso in mano tutto dal padre, che continuava a passare di là ogni tanto senza mai far domande sui filamenti d’acciaio, e che si guardava intorno nominando Kierkegaard e Kant come se li avesse visti sui diagrammi di rendimento. David, il figlio, conosceva a memoria tutti i nomi dei clienti: per ognuno ricordava la marca dell’automobile, le idiosincrasie e la situazione familiare. Quando parlava con uno di loro al telefono, lo sentivo ridere ad alta voce da dietro la porta, come se non fosse stato un fornitore, ma lo spettatore di uno spettacolo comico che si era guadagnato il costo del biglietto. Usciva dal suo ufficio con una battuta di mani: “Allora? Quanti ordini oggi?” oppure “La bestia qui dietro ha lavorato bene stanotte?” riferendosi all’estrusore fresco di mutuo a sei zeri. Era sempre in moto: se non camminava su e giù per la fabbrica, ce lo trovavamo seduto sulla scrivania a controllare il pacchetto delle bolle, oppure saltellava battendo le mani come fanno i pugili prima dell’incontro. Mi faceva rabbia quell’energia: io, imbastita di partita doppia e matematica statistica, confondevo i clienti tra loro e mi facevo degli schemi per ricordarmi le specifiche di imballo per ciascuno, tutti trucchi che David guardava con disprezzo perché lui era oltre.
Peccato per il suo raffreddore. Era continuo. Usciva dall’ufficio tirando su col naso e bastonandoselo col pollice come se avesse voluto staccarselo dopo anni di onorato servizio. A volte era così forte, quel raffreddore, che quando David mi chiamava stentavo a sentirlo: entravo da lui e lo trovavo con la testa abbandonata sulla scrivania. La alzava per mostrare due occhi lucidi che sembrava avessero pianto.
“Troppo giovane per tutto questo stress. Somatizza,” pensavo. E invece ero troppo giovane io, che non distinguevo una rinite acuta dai sintomi delle tirate di coca.
Quello era il suo Dio segreto. Era un Dio che pretendeva i suoi spazi devozionali in segreto: David entrava nel suo ufficio e ne usciva sconcio di preghiere.

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