L’unica pecca (riflessioni su “Il dio delle piccole cose”)


Sono vendicativa, non posso farci niente.
Baby Kochamma andava lapidata. Oppure spellata viva e poi lasciata alla mercé di corvi e scorpioni. No. Gli scorpioni no: se la pungevano e lei moriva, poi non soffriva abbastanza.
Sì, sono vendicativa anche nella dimensione libresca.
E se una Baby Kochamma causa sofferenza passando sopra alla salute mentale di due bambini e sopra la vita della loro madre solo perché lei, Baby Kochamma, non è riuscita a trovarsi un uomo con cui fornicare, ecco, peste la colga!
L’unica pecca di questo libro è che Baby Kochamma viene lasciata al vuoto della sua vita senza punizioni ulteriori, mentre Velutha è morto ammazzato; due volte ammazzato: prima dalle botte della polizia e poi dalle falsità. Il tutto perché era un paravan, un intoccabile, che ha osato toccare una toccabile (la madre di Eshta e Rahel, i due bambini gemelli).
Sì, ora mi direte che Baby Kochamma era solo espressione di una società, quella indiana, che pur nella modernità non riesce a superare le divisioni di casta, sì, ok, bla bla bla…
Cazzate.
Esiste il libero arbitrio. E se non sei cattolico, esiste la responsabilità individuale, che è pure peggio.
Per favore, per favore non diamo la colpa alla Società. La società siamo noi.

Dunque… ferri roventi sotto le unghie… goccia sulla testa… tortura del sonno…

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