SORRIDI E BASTA


Sfarfallava coi gomiti, un gallo che non sa di non poter volare, che tratteggia il territorio con le piume. Il bicchiere affiorava a tratti dallo straccio e cigolava, asciutto, ma Romeo, il barista, continuava la mimica animale perché i baristi fanno così.
– Io gliel’ho detto alla mia ragazza: lavoro dalla mattina alla sera, tutti i giorni della settimana, e quando arrivano le ferie, voglio stravaccarmi. TV e patatine. Chiudo tutto, non solo il bar. Lei all’inizio ci provava, ma ora ha capito. Così quest’anno le ho fatto un regalo e le ho pagato il viaggio alle Maldive. Partiamo a ottobre.
Il locale era quasi vuoto. Al bancone era appoggiato il vigile con un sorriso a metà: l’altra metà se n’era andata con l’ictus l’anno prima.
– Con un gioiellino come la tua ragazza, gliele pagherei pure io le Maldive! – disse alzando la testa e lo spritz.
Mangiucchiavo il tramezzino e sudavo. Eppure non faceva così caldo.
– Io ho messo subito le cose in chiaro con lei. Se vuoi stare con me, le regole le detto io. Se mi sento di farti un regalo per San Valentino, te lo faccio, sennò niente piagnistei. E se c’è la partita, non ci sono santi né madonne. Punto.
– Bravo. Perché se alle donne lasci un dito, poi te lo strappano a morsi! – disse il vigile finendo lo spritz. – Fammi andare, che non sono fortunato come te, io.
Romeo venne verso di me. Aveva ancora lo straccio e il bicchiere in mano ma aveva smesso di svolazzare.
– Si fa così per dire, verso signora?
Assentii, e inghiottii un boccone troppo grande per mandarlo già senza bere.
La settimana successiva mi ritrovai di nuovo al bar da Romeo. La birreria era chiusa per ferie e se volevo mangiare un boccone prima di tornare in ufficio, quello era il locale più vicino. La sala era quasi piena, come se fosse diventata il punto di raccolta prima di partire per qualche destinazione sconosciuta.
Notai subito una ragazza che volava tra i tavoli: indossava dei pantaloncini a mutandina e una maglia zero-dodici.
– Bea, vai a prendere i tramezzini in cucina, per favore, – disse Romeo appoggiando due tazzine su un vassoio. Aveva la stessa voce che gli avevo già sentito usare col vigile, ma percepivo un tono diverso, come se la scansione delle sillabe seguisse il ritmo di un metronomo troppo veloce.
– Come si chiama? – chiese un tizio con la giacca catarifrangente che gli faceva brillare il sudore sulla fronte.
– beatrice, – disse Romeo appoggiandogli una tazzina sul tavolo.
– E tu la chiami Bea? Ti prendi sempre queste confidenze con le dipendenti?
– Macché dipendente! È la mia ragazza! – disse Romeo, e intanto toglieva delle carte dal tavolino.
– Lei? – esclamò l’uomo fluorescente, indicando col dito la porta in cui la ragazza era sparita. Poi strinse le labbra e tirò indietro la testa. La sua ammirazione mi sembrò solo un poco macchiata da uno schizzo di delusione.
– Complimenti! – disse un uomo che aveva appena appoggiato una banconota sul bancone. Anche lui guardava la porta socchiusa.
Romeo accelerò il passo e fu subito davanti al registratore di cassa a ticchettare sui tasti. Beatrice uscì con due vassoi, uno per mano, coperti da tovagliolini bianchi. Tutti gli occhi del locale erano rivolti a lei, e lei, tenendo alti i tramezzini, si lasciò squadrare i fianchi morbidi, le gambe dorate.
– Ti fa lavorare durante le ferie? – chiese l’uomo al bancone mentre si metteva il resto in tasca.
Lei lo guardò, sorrise e iniziò a sistemare i tramezzini sui vassoi vuoti della vetrinetta.
Quando finii la pizzetta, ordinai un gelato. Poi presi il caffè, che non bevo quasi mai. Poi un’altra Coca. Restai là finché la pausa pranzo me lo permise, calcolando i minuti che potevo sfruttare prima di scattare in auto per andare in ufficio; ma fu tutto inutile. Nei tre quarti d’ora che restai nel locale non riuscii a sentire alcuna parola uscire dalla bocca di Beatrice. Come se avesse deciso che la sua voce fosse inutile, che ogni emanazione del suo corpo, se smaterializzata dal corpo stesso, non avesse diritto di cittadinanza nel bar.
Come se qualcuno l’avesse istruita: sorridi e basta.

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