Crematorio indiano, fine anni Sessanta

Il crematorio aveva l’aspetto putrido e fatiscente di una stazione ferroviaria, ma era deserto. Niente treni, niente folla. Nessuno veniva cremato lì, tranne i mendicanti, i derelitti e quelli che morivano in carcere. Gente che moriva senza nessuno che le si coricasse contro la schiena e le parlasse. Quando arrivò il turno di Ammu, Chacko strinse forte la mano di Rahel. Lei non voleva che le stringessero la mano. Sfruttò il sudore scivoloso da crematorio per sfuggire alla sua stretta. Nessun altro della famiglia era presente.
Lo sportello d’acciaio dell’inceneritore si sollevò e il borbottio attutito del fuoco eterno diventò un rosso ruggito. Il calore si allungò verso di loro come una bestia tenuta a digiuno. Poi le dettero da mangiare la Ammu di Rahel. I suoi capelli, la sua pelle, il suo sorriso. La sua voce. Il modo in cui usava Kipling per amare i suoi bambini prima di metterli a dormire: Siamo dello stesso sangue, tu e io. Il suo bacio della buonanotte. Il modo in cui afferrava i loro visi con una mano (guance schiacciate, bocca da pesce) mentre con l’altra divideva e pettinava loro i capelli. Il modo in cui teneva i mutandoni di Rahel per farcela arrampicare dentro. Gamba destra, gamba sinistra. Tutto questo diventò cibo per la bestia, e la bestia fu soddisfatta.
Lei era la loro Ammu e il loro Baba, e li aveva amati il doppio.
Lo sportello del forno si richiuse sbattendo. Non ci furono lacrime.

(Da “Il Dio delle piccole cose”, di Arundhati Roy)

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