La nausea, Jean-Paul Sartre

Sartre, caposcuola dell’esistenzialismo. E vai di solitudine dell’uomo, del suo essere gettato nel mondo, di un’esistenza senza senso, di estraneità all’esistente e a se stessi o alla propria memoria (v. pag. 51 dell’edizione Einaudi tascabile che ho letto io), di “libertà di scegliere ma non libertà di non scegliere”… solite cose che si scrivono nei temi di scuola, per chi ci arriva, a questo periodo (io non ci sono mai arrivata). I critici dicono che Sartre non si abbandona mai alla disperazione più cupa, che in fondo nelle sue opere c’è sempre una speranza, un ottimismo che si concretizza nell’impegno. Qui, nel libro, il protagonista trova una nuova ragione di vita in un libro da scrivere. Insomma, la solita solfa sul cinico Male di vivere versus una Fede, di qualunque tipo sia; l’esistenzialismo ce l’abbiamo dentro, e in questo libro ce lo sciorinano per 238 pagine.

Quello che non ho trovato sui testi critici è l’abbondanza di ombre. In questo libro ce ne sono tante. Di tutti i tipi, reali, metafisiche, metaforiche, metaombre: la forma di un’avventura che è finita, un’idea nebulosa che non riesce a formarsi del tutto, il Qualcosa che avvolge l’esistente, l’ombra dell’albero che si muove o quella di qualcuno che ti compare alle spalle. La Nausea stessa a volte è un’ombra. Come l’ombra che avvolgerà domani Bouville. Domani pioverà a Bouville. Ma Roquentin sarà altrove.

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